VI.Io pensava a tutto questo, o per dir meglio tutto questo scorreva nel mio pensiero, come l'acqua d'un fiume passa sotto i nostri piedi, mentre che dall'alto del ponte noi contempliamo un lontano paesaggio perduto nell'ombra. Le due parole di Cneus Priscus «lo conosco» rilevate da un tal tuono amabile, che nella bocca di quel carnefice degli ebrei diveniva sinistro, fiammeggiavano dinanzi al mio spirito, e lo assorbivano.La mia tempera non è di quelle che piegano sotto la paura. Io creava il pericolo per avere la gioia dell'emozione. Lavoravo da due anni ad infiammare la Giudea come gli altipiani di Puteoli, onde dare la caccia ai miei nemici. Non m'ero per nulla nascosto, nè stato in guardia, senza ostentazione però nè storditezza; in guisa che tutti sapevano che io ispirava ed incoraggiava tutto ciò che aveva forma d'odio contro i Romani. La gioventù di Gerusalemme mi salutava come suo capo, perchè io mi decidessi ad essere tale. La mia nascita, il partito al quale appartenevo, il mio lungo soggiorno a Roma, i miei viaggi in Grecia, in Egitto, nella Fenicia e nella Siria, in tutta l'Asia insomma, i miei gusti, le abitudini della vita, l'eleganza dei miei modi, le mie relazioni, la mia apparente frivolità, le mie avventure,la mia ganza Maria di Magdala, che io aveva messa su come regina di Gerusalemme, tutto, incluso la mia persona, mi faceva risaltare come il punto più saliente e più risplendente della città. Era egli da stupirsi, se Cneus Priscus mi conoscesse? Nulla ostante mi sembrò che nella intonazione dolce della sua voce vi fosse una minaccia, nel suo sorriso una condanna.Justus mi aveva seguito senza che io me ne fossi accorto. Mi trovai senza avvedermene dinanzi la casa bianca di Maria, nascosta dietro una verde cortina di tamarindi. Passando la soglia della piccola corte scoperta che precede la casa, vidi Justus.— A proposito, gli dissi io, vieni a cenare con noi stasera. Cerca di trovare quella mala lana di Bar Abbas; ho d'uopo di distrarmi. E se Menahem è in istato di venire, magari in lettiga, conducilo teco.Mentre dicevo queste parole, Maria, che non era ancora rientrata dal circo, si mostrò sulla porta. Justus, che partiva, si fermò come affascinato. Egli aveva forse ragione.Quella ragazza era risplendente di bellezza. Si sarebbe detta un raggio d'aurora scolpito a donna. Uno sciame di giovanotti l'aveva accompagnata fino alla sua dimora, raccontandole mille bazzecole, coprendola di fiori, non potendola coprire di baci. Io l'avevo creduta la più bella creatura della Giudea, prima di quel guizzo di donna che m'era apparso nel circo chiamando Moab, e che dominava la stessa misteriosa nebbia in cui Cneus Priscus aveva immerso il mio spirito. Maria non aveva nulla conservato del costume delle figlie della Giudea. La si era foggiata una forma di tunica e di peplum comeuna cortigiana greca, tagliati in una stoffa di Babilonia. Pareva una Ester acconciata dalle mani di Laide. Allorchè ella penetrò nella corte, mi sembrò che una nuvola cosparsa di stelle argentee mi si sciogliesse addosso. Mi saltò al collo. Ella era stata testimone della mia piccola scena colla pantera, e mentre tutta Gerusalemme credeva che io mi fossi sottratto ai ringraziamenti di Claudia per modestia o per noncuranza, Maria aveva pensato: È per me che egli sfugge la vista dalla superba nipote di Cesare!— Bravo il mio leone, esclamò ella, colmandomi di carezze. Oh! come eri bello, e quanto t'amo!Justus si precipitò al di fuori per andare in cerca di Bar Abbas. Rientrammo, ed io mi lasciai cadere sopra i cuscini di porpora. Maria s'accorse allora che ero pallido e distratto.— Che hai, amor mio? sclamò essa. Si direbbe che t'abbi la febbre.Raccontai a Maria le mie preoccupazioni. Ella scoppiò dalle risa.— Abita forse la luna il tuo Romano?— Mica d'abitudine, io imagino.— Il bel miracolo allora ch'egli ti conosca! Ve ne sono forse due a Gerusalemme che abbiano questi occhi azzurri come il lago di Genezareth; questa pelle fina e bianca come quella delle figlie della Grecia; i capelli biondi come quelli dell'angelo che tentò Eva; questa lanugine che come un musco dorato sfiora le tue labbra ed il tuo mento; questa bocca ove il bacio nasce come la Venere dei Greci nasce dalle spume del mare; questa fronte, infine, questo tutto insieme che turba il sonno di tutte le fanciulle di Gerusalemme, e brucia il sangue di tutte le donne maritate?Noto qui per incidenza che mio padre, accompagnando il re Erode nel suo ultimo viaggio a Roma, vi incontrò un oratore brettone di Eboracum (York), e ne sposò la figlia, che alla corte d'Augusto era chiamata la Stella della Bretagna. Io era il ritratto virile di mia madre.— Sì, risposi a Maria, ma Cneus Priscus non è nè una ragazza, nè una donna maritata: egli è lo sciacallo di Pilato.— Su via! continuò Maria, ve ne ha dunque un altro a Gerusalemme che faccia del suo mantello un pallium, e se lo panneggi addosso come fai tu? che domi un cavallo come te? che seduca una donna come te? che racconti le sue impressioni di viaggio, che abbia l'epigramma e la spada così pronti, sì l'uno che l'altro, che abbagli, che stordisca per la bizzarria, pel lusso, per l'imprevisto, per la morbidezza quando sei nella tua casa, per l'agilità nel ginnasio, per l'eleganza in pubblico, per lo splendore e l'estro nei circoli.... come te, come te, mio tesoro, cui tutta la gioventù imita o invidia, e cui tutti i mariti temono?— Sì, risposi io, ma Cneus Priscus non è nè un giovine stravagante, nè un marito geloso; egli è uno dei bracchi di Pilato.— Oh! l'astuto bracco, sclamò Maria, per iscoprire un uomo che è consultato dai savii del paese, al quale il sagan obbedisce, che i figli d'Israello considerano come la loro anima, i guerrieri come la loro spada, i timidi come la loro voce, i prudenti come la loro audacia, e che risuscita i cuori morti alla speranza per la patria.— Sì, la mia entusiasta; ma Cneus Priscus non è una pazzerella come te, nè niente di tutto ciò. Egli è il boia di Pilato.— Che si appicchi dunque al suo patibolo, Pilato! Sai che sua moglie è molto bella?— Davvero? non me n'ero accorto.In quel momento Justus e Bar Abbas entrarono. Maria balzò dai miei ginocchi. Le sue donne si facevano vedere alla porta della sua stanza, onde abbigliarla per la cena.— Ho fame, Maria, fa presto.— Si parla di fame qui? chiocciolò Bar Abbas: presente! È la sola cosa di questo mondo che mi sia restata fedele.— E Menahem?— Sparito. I Galilei l'hanno portato via dal circo.— E Moab?— Anche lui sparito. Gli Esseniani l'hanno trasportato nel deserto.— Nessuna traccia di quella donna che sembra così innamorata di lui?— Che disgrazia che io non l'abbia veduta! disse Bar Abbas. Guardavo altrove; guardavo mastro Pilato divenuto bianco e verde come una foglia di ulivo. V'è della gente che ha il colorito a molle: io non cangiai la mia tinta di bronzo di Corinto, quando perdetti una scommessa di cinquecento dramme. Quella infame pantera m'ha rubato. Credevo che l'avrebbe ingojato Menahem, per far piacere alla Romana, e per l'onore delle bestie del nostro paese. Niente affatto! s'è condotta vilmente come le altre. Ah! perfino le pantere divengono lepri nel nostro paese. Le tigri adottano i costumi romani.— Ti spiace dunque che Menahem sia salvo?— Non pel denaro perduto sulla parola e che del resto pagherò con parole, ma per l'onore degliabitanti del deserto della nostra Giudea. D'ora in poi bisognerà dare la caccia agli Essenii per avere una qualche emozione. Non avremo più di feroce, in quanto agli indigeni, che i grandi sacerdoti.— E i creditori, credo.— L'è roba vecchia codesta; quei carnivori hanno finito per consumare financo i motteggi che si fanno sul lor conto. Ma v'è di peggio ancora oggidì, ci son coloro che non vogliono più far credito. Ecco lì gli implacabili.— Cosa hai, Justus, che sei lì serio come un bue che rumina.— Egli annasa dietro la porta la tua Maria che si veste, disse Bar Abbas ridendo.— Non sarebbe certo un famoso cane, risposi io, poichè siamo in mezzo ad un aere pregno di profumo.— Per conto mio preferisco il profumo della cucina, rispose Bar Abbas. La più bella donna del mondo non vale un quarto di capriuolo bene speziato.... quando si ha fame.Maria apparve, e nel medesimo tempo uno schiavo egiziano aperse una porta dal lato ove la cena ci attendeva. Nel medesimo tempo altresì udimmo, all'entrata dell'abitazione, un rumore di passi misurati, come quelli di legionarii che passano. Il rumore cessa, ma poco dopo udiamo aprirsi la porta della corte, qualcuno camminare, e parlare allo schiavo all'uscio della casa. Do un'occhiata al balcone. La notte era venuta, la luna piena s'alzava maestosamente dietro la collina di Sion, e tuffava i suoi raggi nel sobborgo di Bezetha.Cneus Priscus s'era fermato sulla soglia della camera ove eravamo. Sembrava un po' imbarazzato.Noi ci trovavamo in una sala vivamente illuminata, dove un gruppo di persone si disponeva a dar l'assalto ad una cena, ch'egli avrebbe indovinata al suo profumo, se non avesse scôrto a diritta, per la porta aperta, le tavole preparate ed i domestici all'opera; dall'altra, uno sciame di giovani schiave che portano i cuscini, i ventagli ed i fiori della loro padrona; e ritta nel mezzo della sala, bella come un giorno di primavera, la padrona stessa circondata dai suoi convitati. L'esitazione di Cneus Priscus non durò per altro che un istante. Egli si avanzò con un sorriso sardonico che contraeva i muscoli del suo viso. E' sembrava felice del contrasto di quella gioia con ciò ch'egli aveva a dire ed a fare.Se Cneus sapeva chi ero io, sapeva altresì ove trovarmi. Lo prevenni. Lanciandogli uno sguardo significante per indicargli quella povera donna, di cui egli stava forse per frangere, od almeno insanguinare il cuore, gli dissi:— Siate il benvenuto, ospite mio. C'è a tavola un posto che vi aspetta.Cneus Priscus sembrò comprendere, se pur non era commosso.— Giuda, figlio di Simone, e' rispose, vengo io invece ad invitarti a cena da parte del procuratore, riconoscente del nobile sacrifizio di te, di cui stamane hai dato prova.— Codesto bruto non è poi affatto un bruto, dissi in vecchio ebraico a Justus. — Poscia ad alta voce, in greco, lingua ordinaria di tutti quelli che non conoscevano il latino, usato fra gli Ebrei ed i Romani, aggiunsi: — Avevo qui dei convitati; ma essi mi perdoneranno se li lascio per obbedire all'invito del generoso straniero, che me lo invia per mezzo di colui che più sovente è il suo genio della morte.Maria sembrava nulla comprendere; Justus divorandola dello sguardo, non capiva nulla neppur egli. Bar Abbas rispose:— Ti auguro che quella cena non ti dia una indigestione romana.Baciai gli occhi e la bocca di Maria senza rispondere, e seguii Cneus Priscus, che mi precedette senza salutare alcuno.Alla porta della strada la scena mutò. I soldati che attendevano, dietro un ordine, o piuttosto un segno di Cneus, mi circondarono, ed innanzi ch'io mi avessi fatto un movimento, le braccia e i polsi m'erano legati.— Dove andiamo? chiesi senza perdere il sangue freddo che mi ero imposto, che non avevo mai perduto e non perdevo mai nelle circostanze pericolose.— Alla torre Phasaelus, rispose Cneus con un lieve sorriso. Vi sei atteso per cenare.— È là che Pilato ti manda i resti della tavola dei suoi schiavi? domandai con aria insolente.Cneus non m'intese forse: e' non rispose.La città formicolava di popolo perchè le feste duravano ancora. Sotto le tende delle grandi piazze alcuni cantavano, altri giuocavano o passeggiavano al chiaro di luna. Le donne preparavano la cena e venivano a cercar acqua alle fontane, la brocca sulla spalla, chiacchierando dello spettacolo del giorno e del combattimento degli elefanti del domani. Incontrai uno dei figli di Hannah che mi riconobbe e fece un balzo di sorpresa. Gli dissi in vecchio ebraico: Sta calmo!Dieci minuti dopo eravamo nella corte della torre di Phasaelus. Abbandonandomi nelle mani del carceriere, Cneus osservò:— Non è precisamente a cena che il procuratore t'invita, ma e' ti offre un riposo tranquillo. In quanto alla cena, siccome qui noi non abbiamo che i resti degli schiavi, non oserei umiliarti facendoteli presentare. Buona notte, e che Venere ti dia in sogno ciò che la tua amante dà al tuo amico in realtà.— Grazie, camerata. La tua non ha più nulla a dare; la è stata svaligiata. Tu sei più felice di me.Fui condotto sotto la porta di un sotterraneo che s'addentrava nelle viscere della collina. Mi sentii spinto, rotolai non so quanti gradini, e mi trovai lungo disteso sopra un corpo fetido e molle urtando dei piedi, nelle tenebre, in qualche cosa che mi sembrò una carcassa, e toccando colle mani un non so che di freddo e di viscoso, che spiccò un salto al mio contatto e che doveva essere probabilmente un rospo od una lucerta. A questo senso di ripugnanza balzai, e mi arrampicai di nuovo fino al gradino superiore della scala. Là cercai di restare in piedi il più che potei; poscia, come io sentiva il sangue danzare un'ardente pirrica nelle vene, e la vertigine mi trascinava ad onta della tranquillità perfetta del mio spirito, sedetti.I sorci, i rospi, le lucerte, che so io? si davano una festa od una battaglia nel torace dello scheletro. Gridavano e si divoravan l'un l'altro. Dei rettili più timidi strisciavano ai miei piedi. I gradini della scala erano lubrici per l'umidità. Tutte queste cose schifose non mi lasciavano dimenticare che avevo fame e sopratutto sete. La mia gola sembrava accesa, la bocca era secca come le foglie del deserto. L'anima fe' prova di domare il corpo; poi vi rinunciò. Io pensava freddamente, mentre tutto il mio individuo bruciava. Cosa strana! nelle situazioni difficiliè il passato che ci accascia, e l'avvenire che ci sorride. Io non aveva nulla per altro che dovesse inquietarmi molto, nessun rammarico e nessun rimorso. A ventitrè anni non si hanno a contare che i piaceri gustati. Tutt'al più delle pene d'amore. E io non aveva neppur queste.Avevo lasciato a vent'anni Roma, ove dei maestri greci avevano perfezionato la mia educazione. Avevo viaggiato, tornando a Gerusalemme, in Grecia, in Egitto, nell'Arabia, nella Fenicia, in tutta l'Asia, infine, a traverso le cortigiane, le feste, le corti, le avventure le più deliziose, avendo un corpo d'acciaio cesellato in forma di donna. A Tiberiade, la mia parente Erodiade aveva fatto delle pazzie per trattenermi. Maria che avevo incontrata a Magdala, mi aveva, dirò quasi, rapito. Tutto ciò era gaio, rosa, trasparente, e ciò nonostante quelle memorie mi opprimevano. Il piacere s'era volto in agro. Mio padre era morto. Mia madre, sempre malaticcia e annoiata del sole della Siria, non si occupava che di sè stessa, e un poco delle mie sorelle. Ma essa fuggiva i dispiaceri come una minaccia di morte, e pensava solo alla sua persona, alla sua vita, alla sua salute, al suo ben essere. Avrebbe torto il collo allo Spirito Santo per farsene una coppa di bibita lassativa. Avrebbe appreso con eroica rassegnazione che io era in prigione.... per la causa del mio paese. Quella povera donna non odiava che i Romani, e non comprendeva che la sua Bretagna.Maria non aveva che a scegliere la sua consolazione, fra due: oh, povero Giuda! Tutta la gioventù di Gerusalemme le offriva questo alleviamento al suo dolore, compresi i vecchi, ed alla loro testa il sagan.Perchè dunque io mi sconfortavo al ricordare mia madre e Maria? Le tenebre, la fame e la sete si stemperano e stingono sull'anima: la stoffa resta l'istessa; il colore s'insudicia. Cosa potevo io temere dall'avvenire? La morte sulla croce e nel circo. A ventitrè anni questa sorte era lugubre, quando la società e la natura hanno fatto di tutto per seminarvi la via di felicità. Eppure io non me ne spaventava. Al posto della croce io vedeva quella Romana, di cui avevo salvato la vita, che dettava la sentenza dietro la sedia curule di suo marito; nel circo, io vedeva quella donna misteriosa che si mischiava a tutti i miei sogni e avviluppava le mie memorie e le mie speranze. Ovunque l'anima mia s'apriva, la si urtava a quel fascino. Da quell'immagine principiò la mia corsa a traverso il passato e l'avvenire. Sopra quell'immagine mi addormentai.Quanto tempo durò quel sonno? Era notte ancora, o il giorno era già spuntato? Non ne sapevo nulla. Un dolore acuto mi risvegliò di soprassalto. Un topaccio cominciava a rosicchiarmi il tallone dopo aver divorato il sandalo. M'alzai. La battaglia sullo scheletro durava ancora. E nessun altro rumore arrivava fino a me.Diverse ore passarono ancora così. Questa fiata l'anima riposava; il corpo si lasciava andare a tutti gli spasimi. Dico tutti gli spasimi; realmente, uno li assorbiva tutti: la sete! Sentivo il sangue ribollirmi negli occhi.Alla fine mi parve d'udire un rumore nei corridoi della prigione; poi un passo pesante avvicinarsi, una voce brontolare sordamente, un mazzo di chiavi agitarsi, una chiave entrare nella serratura della porta contro la quale io m'appoggiava, e sentii quell'uscioaprirsi, stridere sui suoi cardini, colpirmi nelle spalle, spingermi con forza e precipitarmi in fondo alla scala.Allo scarso lume che filtrò da quell'apertura abbracciai in un colpo d'occhio il quadro indefinibile della mia prigione. Tutti i figli della putrefazione saltarono, fuggirono, s'arrampicarono, sguizzarono in ogni senso, ed andarono a profondarsi in una specie di voragine nera ed infetta che s'apriva spalancata in un angolo della prigione. Era uno scheletro davvero che giaceva sopra quella terra nera ed umida come quella di un pantano. Le mura verdastre erano marcate da segni fatti con dei chiodi: forse delle memorie, forse delle maledizioni. In cima alla scala, sulla soglia, nel vuoto della porta, staccandosi in nero per la luce che lo rischiarava di dietro, tenevasi ritto il carceriere. Era un vecchio.— Hai dormito bene, ragazzo mio? — mi chiese egli con una voce melliflua che mi diede un brivido, voce che rassomigliava al dolce nicchiar della tigre quando giuoca coi suoi piccoli.Lo guardai, salendo, alcuni gradini, e mi fermai d'un tratto vedendolo indietreggiare di qualche passo.— Perfettamente, risposi, e voi, babbo?— Malissimo: una pulce mi ha dato rovello. Ma tu devi aver fame, povero figliuolo, — continuò coll'istesso tuono di voce.Io avevo preso l'abitudine, trovandomi in situazioni ardue, dinanzi a cose od a persone che non comprendevo bene, di recitare una parte che si presta a tutte le evoluzioni: la fatuità. La fatuità è un terreno neutro da cui puoi prendere qualunque mossa. Un passo in dietro, è la melensaggine: sei Antonio. Un passo avanti, è lo spirito: sei Cesare o Alcibiade. Unpasso da una parte, sei uno sciocco: Sansone o Goliath. Uno dall'altra, è l'arguzia pretenziosa, è Salomone. In breve, dal punto centrale della fatuità si può entrare in tutte le altre parti senza sforzo, ed avere il tempo di scandagliare, di comprendere, di decidersi, senza nulla compromettere storditamente. Così, per esempio, alla domanda singolare del carceriere, io risposi:— Fame? neppur per idea. Finisco di pranzare.— Come dunque? gridò con voce rauca e tremante dalla collera. Avrebbero forse preso la chiave dalla mia cintura?— Niente affatto, caro babbo, risposi tranquillamente.— E dunque allora?— Allora, ho ucciso con un pugno un sorcio grosso come un lepre, che si divertiva a provare i suoi denti contro questo sandalo, e l'ho mangiato. Era delizioso! Altro che i grilli degli Esseniani del Giordano!— Corpo di mille saette! gridò il vecchiaccio, e dire che non ho mai pensato ad utilizzare quel selvaggiume per nutrire i miei ospiti! Grazie, ragazzo mio: tu mi fai una rendita. Mi dispiace però che tu abbi pranzato così bene. Avevo l'intenzione di darti un bel palombo arrostito in mezzo a due fette di pane impregnato d'olio ed aceto, con due foglie di lauro.— Eccellente, babbo mio, eccellente: vi permetto di darlo per cena ad un conduttore di camelli o di dromedarii, al quale andrà certo a genio.— Te' te'! il re Erode se ne faceva un regalo.— Il re Erode era il pronipote d'un cammellaio di Ascalon.— E cosa diresti tu d'un piatto di fegato di capriuolo e di pollo al rosmarino, cotto nel vino, reso più piccante con delle olive o dei funghi, ovvero ancora di una frittura d'azzimi al latte e miele innaffiata da un fiasco di vecchio Cipro?— Sì, risposi io noncurante, ho veduto qualche volta regalarsene gli schiavi galilei delle mie stalle.— Ma dunque, il mio principe, cosa ci vorrebbe per incontrare il tuo gusto? fece il vecchio brigante.— Oh! il mio solito, e semplice; un filetto di tigre arrostito sulle brage con sale e pimento, o delle animelle di coccodrillo bollite nella mirra. Costa poco ed è squisito.— I tuoi ordini saranno eseguiti, mio signore, disse quell'uomo sogghignando, e se ne andò.Il carceriere romano è atroce. L'ebreo è orribile. Io principiai ad aver paura delle intenzioni sinistre che intravvedevo. Si mandava quel miserabile per aggiungere al supplizio reale della fame e della sete, quello dell'aspettare, della visione di un desinare che si voleva forse farmi sperare senza darmelo mai. E il mio timore era confermato dalla circostanza che l'ora ordinaria del pranzo degli Ebrei era passata da lungo tempo; poichè alla luce del giorno che aveva intravvista, m'era sembrato che metà della giornata era già scorsa.La conversazione sul cibo aveva aumentato gli spasimi del mio stomaco. Mi assisi di nuovo sull'alto della scala, e per distrarmi stetti ad ascoltare.La ronda infernale dei rettili e degli esseri striscianti della mia carcere era cessata. Non c'erano più che le arterie del mio collo e delle mie tempia che battessero, e di cui udissi il rumore nel vuoto. Non avrei mai creduto che fosse così spaventevole per l'uomoil trovarsi faccia a faccia di sè stesso nelle tenebre, nel silenzio e nella solitudine. A forza di fissare la mia attenzione per discernere dei suoni, echi della vita, m'addormentai, o piuttosto m'assopii di nuovo.Quanto tempo passò ancora? Ero forse caduto dall'assopimento nello svenimento? Non ne so nulla. Ritornai in me stesso al contatto d'una mano che si posava sul mio collo a traverso la porta semichiusa, per impedirmi di rotolare di nuovo al fondo del mio pozzo, ed alla luce affumicata che spiccava la lanterna del mio carceriere. Questi aveva l'aria un po' contrariata.— Vieni, mi disse ruvidamente.— Dove? domandai, stendendo le braccia e sbadigliando come qualcuno che si sveglia.— Dove? replicò egli; dove si va, uscendo da qui? dove si può andare?— Alla propria casa, per Dio! risposi io, quantunque un brivido percorresse le mie vene.— Sì, disse la mummia; da suo Padre, certo.Mi legarono le mani al dosso, e mi spinsero nella corte. Là, Cneus Priscus mi attendeva con soli quattro uomini. Fece un segno. Uno degli uomini mi attaccò sul viso un pezzo di vecchia stoffa, così stretto, che per un momento temetti non mi volessero soffocare.— Non posso più respirare, sclamai facendo uno sforzo.— Non è punto necessario, rispose Cneus; è un lusso di cui metà della creazione ha trovato la maniera di fare a meno.Mi spingevano sempre.Compresi che bisognava mettersi in cammino. L'aria fresca della sera che aveva sfiorato la mia fronte mi aveva un poco rianimato. Il moto mi faceva bene.La respirazione fuori dell'orribile puzzo della prigione, quantunque non fosse pienamente libera, m'insoffiava la vita. Tutto il creato taceva, eccetto la rondinella laboriosa, che prendeva in iscambio le prime luci rosse della piena luna per quella del sole che tramonta. Io aveva gettato un subito sguardo su quel ritaglio di cielo punteggiato di stelle, che m'aveva incantato. Non sapevo ancora che il cielo fosse così bello a contemplare! Uscendo dalla corte del castello cominciammo a discendere; ma mi avevano fatto fare tanti giri e rigiri, e attraversare tante porte e tanti corridoi avanti di principiare questa discesa che non potei più orientarmi, nè comprendere dove andassimo. Questo mistero a momenti mi spaventava, poi mi consolava.— Da quando in qua Pilato è egli divenuto così pudico e così pieno di cautele nelle sue esecuzioni? dicevo a me stesso. Da quando in qua, aggiungevo, fa egli giustiziare avanti il giudizio? Questo romano è scuro e severo, ma giusto, o meglio, è schiavo della legalità. L'uomo che l'altro giorno ha trucidato un popolo disarmato, avrebbe del pudore questa notte e civetterebbe col cosa se ne dirà a Gerusalemme? Hum, hum!Un soffio d'aria profumata che mi carezzò le narici, malgrado la stoffa tesa sul mio viso, m'avvisò ch'eravamo vicini ad un giardino. Ancora una rivelazione. Per farmi cangiare di prigione o condurmi al pretorio o al sanhedrin non c'era giardino da traversare. Penetrammo in un viale. Sentivo sotto i miei piedi la fina sabbia del fiume. L'odore che m'inebbriava non poteva venire che da qualche conserva, poichè l'autunno nei nostri climi non ha di quei fiori. Udii qualcuno della scorta allontanarsi, probabilmente per andar a prendere degli ordini, e ritornare poco dopo, sempre silenziosamente. Nondimeno comprendevoperfettamente ch'eravamo vicini ad una casa, perchè la mia benda non impediva al rumore delle voci e del movimento di arrivare alle mie orecchie. Attendemmo un quarto d'ora forse. Alla fine mi sembrò udire un passo leggero e il fruscio di un vestito di donna. Non m'ingannavo. Udii il passo della scorta che si allontanava, poi una mano di donna prender la mia dicendomi dolcemente: «Vieni.»Io non risposi. Il mio cuore batteva forte. Quella mano era così soffice e così tepida, quella voce era così vellutata, che per un istante credetti toccare quelle mani delle cortigiane romane che davano il brivido allo stesso Catone, ed udire quella voce delle etaire di Corinto, che turbava la ragione di Socrate stesso.Seguimmo diversi corridoi e passammo per alcuni atrii, scendemmo per più scale, mentre un delizioso mormorio d'acqua, cadente nelle vasche di porfido, blandiva le mie orecchie, irritava la mia sete. Ci fermammo ancora. La persona che mi accompagnava soffiò all'orecchio d'un'altra alcune parole che non potei comprendere, quantunque io conoscessi il greco. Cinque minuti dopo, la stessa persona ritornò; disse ancora alcune altre parole nell'istessa maniera, e riprendemmo il cammino discendendo alcuni gradini e seguendo un portico; poichè l'aria che sfiorava la mia fronte era fresca. Finalmente penetrammo in una stanza la cui atmosfera calda e densa era soffocante.— Eccoci arrivati, disse ella, che gli Dei realizzino i tuoi desiderii.Disparve. Io restai un momento silenzioso. Poi una mano sollevò la mia benda, mentre un'altra tagliava le corde che mi martoriavano i polsi. Le corde si staccarono, la benda cadde. Io vidi. E restai abbagliato.
Io pensava a tutto questo, o per dir meglio tutto questo scorreva nel mio pensiero, come l'acqua d'un fiume passa sotto i nostri piedi, mentre che dall'alto del ponte noi contempliamo un lontano paesaggio perduto nell'ombra. Le due parole di Cneus Priscus «lo conosco» rilevate da un tal tuono amabile, che nella bocca di quel carnefice degli ebrei diveniva sinistro, fiammeggiavano dinanzi al mio spirito, e lo assorbivano.
La mia tempera non è di quelle che piegano sotto la paura. Io creava il pericolo per avere la gioia dell'emozione. Lavoravo da due anni ad infiammare la Giudea come gli altipiani di Puteoli, onde dare la caccia ai miei nemici. Non m'ero per nulla nascosto, nè stato in guardia, senza ostentazione però nè storditezza; in guisa che tutti sapevano che io ispirava ed incoraggiava tutto ciò che aveva forma d'odio contro i Romani. La gioventù di Gerusalemme mi salutava come suo capo, perchè io mi decidessi ad essere tale. La mia nascita, il partito al quale appartenevo, il mio lungo soggiorno a Roma, i miei viaggi in Grecia, in Egitto, nella Fenicia e nella Siria, in tutta l'Asia insomma, i miei gusti, le abitudini della vita, l'eleganza dei miei modi, le mie relazioni, la mia apparente frivolità, le mie avventure,la mia ganza Maria di Magdala, che io aveva messa su come regina di Gerusalemme, tutto, incluso la mia persona, mi faceva risaltare come il punto più saliente e più risplendente della città. Era egli da stupirsi, se Cneus Priscus mi conoscesse? Nulla ostante mi sembrò che nella intonazione dolce della sua voce vi fosse una minaccia, nel suo sorriso una condanna.
Justus mi aveva seguito senza che io me ne fossi accorto. Mi trovai senza avvedermene dinanzi la casa bianca di Maria, nascosta dietro una verde cortina di tamarindi. Passando la soglia della piccola corte scoperta che precede la casa, vidi Justus.
— A proposito, gli dissi io, vieni a cenare con noi stasera. Cerca di trovare quella mala lana di Bar Abbas; ho d'uopo di distrarmi. E se Menahem è in istato di venire, magari in lettiga, conducilo teco.
Mentre dicevo queste parole, Maria, che non era ancora rientrata dal circo, si mostrò sulla porta. Justus, che partiva, si fermò come affascinato. Egli aveva forse ragione.
Quella ragazza era risplendente di bellezza. Si sarebbe detta un raggio d'aurora scolpito a donna. Uno sciame di giovanotti l'aveva accompagnata fino alla sua dimora, raccontandole mille bazzecole, coprendola di fiori, non potendola coprire di baci. Io l'avevo creduta la più bella creatura della Giudea, prima di quel guizzo di donna che m'era apparso nel circo chiamando Moab, e che dominava la stessa misteriosa nebbia in cui Cneus Priscus aveva immerso il mio spirito. Maria non aveva nulla conservato del costume delle figlie della Giudea. La si era foggiata una forma di tunica e di peplum comeuna cortigiana greca, tagliati in una stoffa di Babilonia. Pareva una Ester acconciata dalle mani di Laide. Allorchè ella penetrò nella corte, mi sembrò che una nuvola cosparsa di stelle argentee mi si sciogliesse addosso. Mi saltò al collo. Ella era stata testimone della mia piccola scena colla pantera, e mentre tutta Gerusalemme credeva che io mi fossi sottratto ai ringraziamenti di Claudia per modestia o per noncuranza, Maria aveva pensato: È per me che egli sfugge la vista dalla superba nipote di Cesare!
— Bravo il mio leone, esclamò ella, colmandomi di carezze. Oh! come eri bello, e quanto t'amo!
Justus si precipitò al di fuori per andare in cerca di Bar Abbas. Rientrammo, ed io mi lasciai cadere sopra i cuscini di porpora. Maria s'accorse allora che ero pallido e distratto.
— Che hai, amor mio? sclamò essa. Si direbbe che t'abbi la febbre.
Raccontai a Maria le mie preoccupazioni. Ella scoppiò dalle risa.
— Abita forse la luna il tuo Romano?
— Mica d'abitudine, io imagino.
— Il bel miracolo allora ch'egli ti conosca! Ve ne sono forse due a Gerusalemme che abbiano questi occhi azzurri come il lago di Genezareth; questa pelle fina e bianca come quella delle figlie della Grecia; i capelli biondi come quelli dell'angelo che tentò Eva; questa lanugine che come un musco dorato sfiora le tue labbra ed il tuo mento; questa bocca ove il bacio nasce come la Venere dei Greci nasce dalle spume del mare; questa fronte, infine, questo tutto insieme che turba il sonno di tutte le fanciulle di Gerusalemme, e brucia il sangue di tutte le donne maritate?
Noto qui per incidenza che mio padre, accompagnando il re Erode nel suo ultimo viaggio a Roma, vi incontrò un oratore brettone di Eboracum (York), e ne sposò la figlia, che alla corte d'Augusto era chiamata la Stella della Bretagna. Io era il ritratto virile di mia madre.
— Sì, risposi a Maria, ma Cneus Priscus non è nè una ragazza, nè una donna maritata: egli è lo sciacallo di Pilato.
— Su via! continuò Maria, ve ne ha dunque un altro a Gerusalemme che faccia del suo mantello un pallium, e se lo panneggi addosso come fai tu? che domi un cavallo come te? che seduca una donna come te? che racconti le sue impressioni di viaggio, che abbia l'epigramma e la spada così pronti, sì l'uno che l'altro, che abbagli, che stordisca per la bizzarria, pel lusso, per l'imprevisto, per la morbidezza quando sei nella tua casa, per l'agilità nel ginnasio, per l'eleganza in pubblico, per lo splendore e l'estro nei circoli.... come te, come te, mio tesoro, cui tutta la gioventù imita o invidia, e cui tutti i mariti temono?
— Sì, risposi io, ma Cneus Priscus non è nè un giovine stravagante, nè un marito geloso; egli è uno dei bracchi di Pilato.
— Oh! l'astuto bracco, sclamò Maria, per iscoprire un uomo che è consultato dai savii del paese, al quale il sagan obbedisce, che i figli d'Israello considerano come la loro anima, i guerrieri come la loro spada, i timidi come la loro voce, i prudenti come la loro audacia, e che risuscita i cuori morti alla speranza per la patria.
— Sì, la mia entusiasta; ma Cneus Priscus non è una pazzerella come te, nè niente di tutto ciò. Egli è il boia di Pilato.
— Che si appicchi dunque al suo patibolo, Pilato! Sai che sua moglie è molto bella?
— Davvero? non me n'ero accorto.
In quel momento Justus e Bar Abbas entrarono. Maria balzò dai miei ginocchi. Le sue donne si facevano vedere alla porta della sua stanza, onde abbigliarla per la cena.
— Ho fame, Maria, fa presto.
— Si parla di fame qui? chiocciolò Bar Abbas: presente! È la sola cosa di questo mondo che mi sia restata fedele.
— E Menahem?
— Sparito. I Galilei l'hanno portato via dal circo.
— E Moab?
— Anche lui sparito. Gli Esseniani l'hanno trasportato nel deserto.
— Nessuna traccia di quella donna che sembra così innamorata di lui?
— Che disgrazia che io non l'abbia veduta! disse Bar Abbas. Guardavo altrove; guardavo mastro Pilato divenuto bianco e verde come una foglia di ulivo. V'è della gente che ha il colorito a molle: io non cangiai la mia tinta di bronzo di Corinto, quando perdetti una scommessa di cinquecento dramme. Quella infame pantera m'ha rubato. Credevo che l'avrebbe ingojato Menahem, per far piacere alla Romana, e per l'onore delle bestie del nostro paese. Niente affatto! s'è condotta vilmente come le altre. Ah! perfino le pantere divengono lepri nel nostro paese. Le tigri adottano i costumi romani.
— Ti spiace dunque che Menahem sia salvo?
— Non pel denaro perduto sulla parola e che del resto pagherò con parole, ma per l'onore degliabitanti del deserto della nostra Giudea. D'ora in poi bisognerà dare la caccia agli Essenii per avere una qualche emozione. Non avremo più di feroce, in quanto agli indigeni, che i grandi sacerdoti.
— E i creditori, credo.
— L'è roba vecchia codesta; quei carnivori hanno finito per consumare financo i motteggi che si fanno sul lor conto. Ma v'è di peggio ancora oggidì, ci son coloro che non vogliono più far credito. Ecco lì gli implacabili.
— Cosa hai, Justus, che sei lì serio come un bue che rumina.
— Egli annasa dietro la porta la tua Maria che si veste, disse Bar Abbas ridendo.
— Non sarebbe certo un famoso cane, risposi io, poichè siamo in mezzo ad un aere pregno di profumo.
— Per conto mio preferisco il profumo della cucina, rispose Bar Abbas. La più bella donna del mondo non vale un quarto di capriuolo bene speziato.... quando si ha fame.
Maria apparve, e nel medesimo tempo uno schiavo egiziano aperse una porta dal lato ove la cena ci attendeva. Nel medesimo tempo altresì udimmo, all'entrata dell'abitazione, un rumore di passi misurati, come quelli di legionarii che passano. Il rumore cessa, ma poco dopo udiamo aprirsi la porta della corte, qualcuno camminare, e parlare allo schiavo all'uscio della casa. Do un'occhiata al balcone. La notte era venuta, la luna piena s'alzava maestosamente dietro la collina di Sion, e tuffava i suoi raggi nel sobborgo di Bezetha.
Cneus Priscus s'era fermato sulla soglia della camera ove eravamo. Sembrava un po' imbarazzato.
Noi ci trovavamo in una sala vivamente illuminata, dove un gruppo di persone si disponeva a dar l'assalto ad una cena, ch'egli avrebbe indovinata al suo profumo, se non avesse scôrto a diritta, per la porta aperta, le tavole preparate ed i domestici all'opera; dall'altra, uno sciame di giovani schiave che portano i cuscini, i ventagli ed i fiori della loro padrona; e ritta nel mezzo della sala, bella come un giorno di primavera, la padrona stessa circondata dai suoi convitati. L'esitazione di Cneus Priscus non durò per altro che un istante. Egli si avanzò con un sorriso sardonico che contraeva i muscoli del suo viso. E' sembrava felice del contrasto di quella gioia con ciò ch'egli aveva a dire ed a fare.
Se Cneus sapeva chi ero io, sapeva altresì ove trovarmi. Lo prevenni. Lanciandogli uno sguardo significante per indicargli quella povera donna, di cui egli stava forse per frangere, od almeno insanguinare il cuore, gli dissi:
— Siate il benvenuto, ospite mio. C'è a tavola un posto che vi aspetta.
Cneus Priscus sembrò comprendere, se pur non era commosso.
— Giuda, figlio di Simone, e' rispose, vengo io invece ad invitarti a cena da parte del procuratore, riconoscente del nobile sacrifizio di te, di cui stamane hai dato prova.
— Codesto bruto non è poi affatto un bruto, dissi in vecchio ebraico a Justus. — Poscia ad alta voce, in greco, lingua ordinaria di tutti quelli che non conoscevano il latino, usato fra gli Ebrei ed i Romani, aggiunsi: — Avevo qui dei convitati; ma essi mi perdoneranno se li lascio per obbedire all'invito del generoso straniero, che me lo invia per mezzo di colui che più sovente è il suo genio della morte.
Maria sembrava nulla comprendere; Justus divorandola dello sguardo, non capiva nulla neppur egli. Bar Abbas rispose:
— Ti auguro che quella cena non ti dia una indigestione romana.
Baciai gli occhi e la bocca di Maria senza rispondere, e seguii Cneus Priscus, che mi precedette senza salutare alcuno.
Alla porta della strada la scena mutò. I soldati che attendevano, dietro un ordine, o piuttosto un segno di Cneus, mi circondarono, ed innanzi ch'io mi avessi fatto un movimento, le braccia e i polsi m'erano legati.
— Dove andiamo? chiesi senza perdere il sangue freddo che mi ero imposto, che non avevo mai perduto e non perdevo mai nelle circostanze pericolose.
— Alla torre Phasaelus, rispose Cneus con un lieve sorriso. Vi sei atteso per cenare.
— È là che Pilato ti manda i resti della tavola dei suoi schiavi? domandai con aria insolente.
Cneus non m'intese forse: e' non rispose.
La città formicolava di popolo perchè le feste duravano ancora. Sotto le tende delle grandi piazze alcuni cantavano, altri giuocavano o passeggiavano al chiaro di luna. Le donne preparavano la cena e venivano a cercar acqua alle fontane, la brocca sulla spalla, chiacchierando dello spettacolo del giorno e del combattimento degli elefanti del domani. Incontrai uno dei figli di Hannah che mi riconobbe e fece un balzo di sorpresa. Gli dissi in vecchio ebraico: Sta calmo!
Dieci minuti dopo eravamo nella corte della torre di Phasaelus. Abbandonandomi nelle mani del carceriere, Cneus osservò:
— Non è precisamente a cena che il procuratore t'invita, ma e' ti offre un riposo tranquillo. In quanto alla cena, siccome qui noi non abbiamo che i resti degli schiavi, non oserei umiliarti facendoteli presentare. Buona notte, e che Venere ti dia in sogno ciò che la tua amante dà al tuo amico in realtà.
— Grazie, camerata. La tua non ha più nulla a dare; la è stata svaligiata. Tu sei più felice di me.
Fui condotto sotto la porta di un sotterraneo che s'addentrava nelle viscere della collina. Mi sentii spinto, rotolai non so quanti gradini, e mi trovai lungo disteso sopra un corpo fetido e molle urtando dei piedi, nelle tenebre, in qualche cosa che mi sembrò una carcassa, e toccando colle mani un non so che di freddo e di viscoso, che spiccò un salto al mio contatto e che doveva essere probabilmente un rospo od una lucerta. A questo senso di ripugnanza balzai, e mi arrampicai di nuovo fino al gradino superiore della scala. Là cercai di restare in piedi il più che potei; poscia, come io sentiva il sangue danzare un'ardente pirrica nelle vene, e la vertigine mi trascinava ad onta della tranquillità perfetta del mio spirito, sedetti.
I sorci, i rospi, le lucerte, che so io? si davano una festa od una battaglia nel torace dello scheletro. Gridavano e si divoravan l'un l'altro. Dei rettili più timidi strisciavano ai miei piedi. I gradini della scala erano lubrici per l'umidità. Tutte queste cose schifose non mi lasciavano dimenticare che avevo fame e sopratutto sete. La mia gola sembrava accesa, la bocca era secca come le foglie del deserto. L'anima fe' prova di domare il corpo; poi vi rinunciò. Io pensava freddamente, mentre tutto il mio individuo bruciava. Cosa strana! nelle situazioni difficiliè il passato che ci accascia, e l'avvenire che ci sorride. Io non aveva nulla per altro che dovesse inquietarmi molto, nessun rammarico e nessun rimorso. A ventitrè anni non si hanno a contare che i piaceri gustati. Tutt'al più delle pene d'amore. E io non aveva neppur queste.
Avevo lasciato a vent'anni Roma, ove dei maestri greci avevano perfezionato la mia educazione. Avevo viaggiato, tornando a Gerusalemme, in Grecia, in Egitto, nell'Arabia, nella Fenicia, in tutta l'Asia, infine, a traverso le cortigiane, le feste, le corti, le avventure le più deliziose, avendo un corpo d'acciaio cesellato in forma di donna. A Tiberiade, la mia parente Erodiade aveva fatto delle pazzie per trattenermi. Maria che avevo incontrata a Magdala, mi aveva, dirò quasi, rapito. Tutto ciò era gaio, rosa, trasparente, e ciò nonostante quelle memorie mi opprimevano. Il piacere s'era volto in agro. Mio padre era morto. Mia madre, sempre malaticcia e annoiata del sole della Siria, non si occupava che di sè stessa, e un poco delle mie sorelle. Ma essa fuggiva i dispiaceri come una minaccia di morte, e pensava solo alla sua persona, alla sua vita, alla sua salute, al suo ben essere. Avrebbe torto il collo allo Spirito Santo per farsene una coppa di bibita lassativa. Avrebbe appreso con eroica rassegnazione che io era in prigione.... per la causa del mio paese. Quella povera donna non odiava che i Romani, e non comprendeva che la sua Bretagna.
Maria non aveva che a scegliere la sua consolazione, fra due: oh, povero Giuda! Tutta la gioventù di Gerusalemme le offriva questo alleviamento al suo dolore, compresi i vecchi, ed alla loro testa il sagan.
Perchè dunque io mi sconfortavo al ricordare mia madre e Maria? Le tenebre, la fame e la sete si stemperano e stingono sull'anima: la stoffa resta l'istessa; il colore s'insudicia. Cosa potevo io temere dall'avvenire? La morte sulla croce e nel circo. A ventitrè anni questa sorte era lugubre, quando la società e la natura hanno fatto di tutto per seminarvi la via di felicità. Eppure io non me ne spaventava. Al posto della croce io vedeva quella Romana, di cui avevo salvato la vita, che dettava la sentenza dietro la sedia curule di suo marito; nel circo, io vedeva quella donna misteriosa che si mischiava a tutti i miei sogni e avviluppava le mie memorie e le mie speranze. Ovunque l'anima mia s'apriva, la si urtava a quel fascino. Da quell'immagine principiò la mia corsa a traverso il passato e l'avvenire. Sopra quell'immagine mi addormentai.
Quanto tempo durò quel sonno? Era notte ancora, o il giorno era già spuntato? Non ne sapevo nulla. Un dolore acuto mi risvegliò di soprassalto. Un topaccio cominciava a rosicchiarmi il tallone dopo aver divorato il sandalo. M'alzai. La battaglia sullo scheletro durava ancora. E nessun altro rumore arrivava fino a me.
Diverse ore passarono ancora così. Questa fiata l'anima riposava; il corpo si lasciava andare a tutti gli spasimi. Dico tutti gli spasimi; realmente, uno li assorbiva tutti: la sete! Sentivo il sangue ribollirmi negli occhi.
Alla fine mi parve d'udire un rumore nei corridoi della prigione; poi un passo pesante avvicinarsi, una voce brontolare sordamente, un mazzo di chiavi agitarsi, una chiave entrare nella serratura della porta contro la quale io m'appoggiava, e sentii quell'uscioaprirsi, stridere sui suoi cardini, colpirmi nelle spalle, spingermi con forza e precipitarmi in fondo alla scala.
Allo scarso lume che filtrò da quell'apertura abbracciai in un colpo d'occhio il quadro indefinibile della mia prigione. Tutti i figli della putrefazione saltarono, fuggirono, s'arrampicarono, sguizzarono in ogni senso, ed andarono a profondarsi in una specie di voragine nera ed infetta che s'apriva spalancata in un angolo della prigione. Era uno scheletro davvero che giaceva sopra quella terra nera ed umida come quella di un pantano. Le mura verdastre erano marcate da segni fatti con dei chiodi: forse delle memorie, forse delle maledizioni. In cima alla scala, sulla soglia, nel vuoto della porta, staccandosi in nero per la luce che lo rischiarava di dietro, tenevasi ritto il carceriere. Era un vecchio.
— Hai dormito bene, ragazzo mio? — mi chiese egli con una voce melliflua che mi diede un brivido, voce che rassomigliava al dolce nicchiar della tigre quando giuoca coi suoi piccoli.
Lo guardai, salendo, alcuni gradini, e mi fermai d'un tratto vedendolo indietreggiare di qualche passo.
— Perfettamente, risposi, e voi, babbo?
— Malissimo: una pulce mi ha dato rovello. Ma tu devi aver fame, povero figliuolo, — continuò coll'istesso tuono di voce.
Io avevo preso l'abitudine, trovandomi in situazioni ardue, dinanzi a cose od a persone che non comprendevo bene, di recitare una parte che si presta a tutte le evoluzioni: la fatuità. La fatuità è un terreno neutro da cui puoi prendere qualunque mossa. Un passo in dietro, è la melensaggine: sei Antonio. Un passo avanti, è lo spirito: sei Cesare o Alcibiade. Unpasso da una parte, sei uno sciocco: Sansone o Goliath. Uno dall'altra, è l'arguzia pretenziosa, è Salomone. In breve, dal punto centrale della fatuità si può entrare in tutte le altre parti senza sforzo, ed avere il tempo di scandagliare, di comprendere, di decidersi, senza nulla compromettere storditamente. Così, per esempio, alla domanda singolare del carceriere, io risposi:
— Fame? neppur per idea. Finisco di pranzare.
— Come dunque? gridò con voce rauca e tremante dalla collera. Avrebbero forse preso la chiave dalla mia cintura?
— Niente affatto, caro babbo, risposi tranquillamente.
— E dunque allora?
— Allora, ho ucciso con un pugno un sorcio grosso come un lepre, che si divertiva a provare i suoi denti contro questo sandalo, e l'ho mangiato. Era delizioso! Altro che i grilli degli Esseniani del Giordano!
— Corpo di mille saette! gridò il vecchiaccio, e dire che non ho mai pensato ad utilizzare quel selvaggiume per nutrire i miei ospiti! Grazie, ragazzo mio: tu mi fai una rendita. Mi dispiace però che tu abbi pranzato così bene. Avevo l'intenzione di darti un bel palombo arrostito in mezzo a due fette di pane impregnato d'olio ed aceto, con due foglie di lauro.
— Eccellente, babbo mio, eccellente: vi permetto di darlo per cena ad un conduttore di camelli o di dromedarii, al quale andrà certo a genio.
— Te' te'! il re Erode se ne faceva un regalo.
— Il re Erode era il pronipote d'un cammellaio di Ascalon.
— E cosa diresti tu d'un piatto di fegato di capriuolo e di pollo al rosmarino, cotto nel vino, reso più piccante con delle olive o dei funghi, ovvero ancora di una frittura d'azzimi al latte e miele innaffiata da un fiasco di vecchio Cipro?
— Sì, risposi io noncurante, ho veduto qualche volta regalarsene gli schiavi galilei delle mie stalle.
— Ma dunque, il mio principe, cosa ci vorrebbe per incontrare il tuo gusto? fece il vecchio brigante.
— Oh! il mio solito, e semplice; un filetto di tigre arrostito sulle brage con sale e pimento, o delle animelle di coccodrillo bollite nella mirra. Costa poco ed è squisito.
— I tuoi ordini saranno eseguiti, mio signore, disse quell'uomo sogghignando, e se ne andò.
Il carceriere romano è atroce. L'ebreo è orribile. Io principiai ad aver paura delle intenzioni sinistre che intravvedevo. Si mandava quel miserabile per aggiungere al supplizio reale della fame e della sete, quello dell'aspettare, della visione di un desinare che si voleva forse farmi sperare senza darmelo mai. E il mio timore era confermato dalla circostanza che l'ora ordinaria del pranzo degli Ebrei era passata da lungo tempo; poichè alla luce del giorno che aveva intravvista, m'era sembrato che metà della giornata era già scorsa.
La conversazione sul cibo aveva aumentato gli spasimi del mio stomaco. Mi assisi di nuovo sull'alto della scala, e per distrarmi stetti ad ascoltare.
La ronda infernale dei rettili e degli esseri striscianti della mia carcere era cessata. Non c'erano più che le arterie del mio collo e delle mie tempia che battessero, e di cui udissi il rumore nel vuoto. Non avrei mai creduto che fosse così spaventevole per l'uomoil trovarsi faccia a faccia di sè stesso nelle tenebre, nel silenzio e nella solitudine. A forza di fissare la mia attenzione per discernere dei suoni, echi della vita, m'addormentai, o piuttosto m'assopii di nuovo.
Quanto tempo passò ancora? Ero forse caduto dall'assopimento nello svenimento? Non ne so nulla. Ritornai in me stesso al contatto d'una mano che si posava sul mio collo a traverso la porta semichiusa, per impedirmi di rotolare di nuovo al fondo del mio pozzo, ed alla luce affumicata che spiccava la lanterna del mio carceriere. Questi aveva l'aria un po' contrariata.
— Vieni, mi disse ruvidamente.
— Dove? domandai, stendendo le braccia e sbadigliando come qualcuno che si sveglia.
— Dove? replicò egli; dove si va, uscendo da qui? dove si può andare?
— Alla propria casa, per Dio! risposi io, quantunque un brivido percorresse le mie vene.
— Sì, disse la mummia; da suo Padre, certo.
Mi legarono le mani al dosso, e mi spinsero nella corte. Là, Cneus Priscus mi attendeva con soli quattro uomini. Fece un segno. Uno degli uomini mi attaccò sul viso un pezzo di vecchia stoffa, così stretto, che per un momento temetti non mi volessero soffocare.
— Non posso più respirare, sclamai facendo uno sforzo.
— Non è punto necessario, rispose Cneus; è un lusso di cui metà della creazione ha trovato la maniera di fare a meno.
Mi spingevano sempre.
Compresi che bisognava mettersi in cammino. L'aria fresca della sera che aveva sfiorato la mia fronte mi aveva un poco rianimato. Il moto mi faceva bene.La respirazione fuori dell'orribile puzzo della prigione, quantunque non fosse pienamente libera, m'insoffiava la vita. Tutto il creato taceva, eccetto la rondinella laboriosa, che prendeva in iscambio le prime luci rosse della piena luna per quella del sole che tramonta. Io aveva gettato un subito sguardo su quel ritaglio di cielo punteggiato di stelle, che m'aveva incantato. Non sapevo ancora che il cielo fosse così bello a contemplare! Uscendo dalla corte del castello cominciammo a discendere; ma mi avevano fatto fare tanti giri e rigiri, e attraversare tante porte e tanti corridoi avanti di principiare questa discesa che non potei più orientarmi, nè comprendere dove andassimo. Questo mistero a momenti mi spaventava, poi mi consolava.
— Da quando in qua Pilato è egli divenuto così pudico e così pieno di cautele nelle sue esecuzioni? dicevo a me stesso. Da quando in qua, aggiungevo, fa egli giustiziare avanti il giudizio? Questo romano è scuro e severo, ma giusto, o meglio, è schiavo della legalità. L'uomo che l'altro giorno ha trucidato un popolo disarmato, avrebbe del pudore questa notte e civetterebbe col cosa se ne dirà a Gerusalemme? Hum, hum!
Un soffio d'aria profumata che mi carezzò le narici, malgrado la stoffa tesa sul mio viso, m'avvisò ch'eravamo vicini ad un giardino. Ancora una rivelazione. Per farmi cangiare di prigione o condurmi al pretorio o al sanhedrin non c'era giardino da traversare. Penetrammo in un viale. Sentivo sotto i miei piedi la fina sabbia del fiume. L'odore che m'inebbriava non poteva venire che da qualche conserva, poichè l'autunno nei nostri climi non ha di quei fiori. Udii qualcuno della scorta allontanarsi, probabilmente per andar a prendere degli ordini, e ritornare poco dopo, sempre silenziosamente. Nondimeno comprendevoperfettamente ch'eravamo vicini ad una casa, perchè la mia benda non impediva al rumore delle voci e del movimento di arrivare alle mie orecchie. Attendemmo un quarto d'ora forse. Alla fine mi sembrò udire un passo leggero e il fruscio di un vestito di donna. Non m'ingannavo. Udii il passo della scorta che si allontanava, poi una mano di donna prender la mia dicendomi dolcemente: «Vieni.»
Io non risposi. Il mio cuore batteva forte. Quella mano era così soffice e così tepida, quella voce era così vellutata, che per un istante credetti toccare quelle mani delle cortigiane romane che davano il brivido allo stesso Catone, ed udire quella voce delle etaire di Corinto, che turbava la ragione di Socrate stesso.
Seguimmo diversi corridoi e passammo per alcuni atrii, scendemmo per più scale, mentre un delizioso mormorio d'acqua, cadente nelle vasche di porfido, blandiva le mie orecchie, irritava la mia sete. Ci fermammo ancora. La persona che mi accompagnava soffiò all'orecchio d'un'altra alcune parole che non potei comprendere, quantunque io conoscessi il greco. Cinque minuti dopo, la stessa persona ritornò; disse ancora alcune altre parole nell'istessa maniera, e riprendemmo il cammino discendendo alcuni gradini e seguendo un portico; poichè l'aria che sfiorava la mia fronte era fresca. Finalmente penetrammo in una stanza la cui atmosfera calda e densa era soffocante.
— Eccoci arrivati, disse ella, che gli Dei realizzino i tuoi desiderii.
Disparve. Io restai un momento silenzioso. Poi una mano sollevò la mia benda, mentre un'altra tagliava le corde che mi martoriavano i polsi. Le corde si staccarono, la benda cadde. Io vidi. E restai abbagliato.