XII.

XII.Rientrando, avevo trovato in casa una lettera di mia madre linfaticamente inquieta del mio arresto. Ne era stata avvertita con precauzione. Diedi ordine che si preparasse il mio cavallo immediatamente, e partii solo, all'ora istessa, malgrado la bufera che incominciava.Mia madre mi annunziava che la partiva il giorno stesso per Bethlemme ove era chiamata da mia sorella, maritata in quella città e che si era allora sgravata del suo primogenito. Io seguiva la strada del mezzogiorno che conduce in Egitto, e la cui prima fermata di notte è la città di Dain. Costeggiavo il monte degli Ulivi per la via che lambe la valle del Cedron. Il ruscello era divenuto torrente, tumultuoso, rissoso, sussurrone, urtando come un cieco in tutti gli ostacoli, e trascinando seco tutto ciò che incontrava, alberi, ponti, carogne, roccie e viaggiatori. Al chiarore dei lampi io lo vedeva balzare sotto i miei piedi, bianco di spuma e rapido. Principiai poco dopo a varcare un seguito di colli e di piccole vallate che si succedevano discendendo e che io vedeva finire ai piè della montagna d'Elia la quale chiudeva l'orizzonte. Il mio cavallo, spaventato dai tuoni e dai lampi, non mi permetteva di avanzar rapidamente, quand'anche il cattivo stato delle strade e le tenebre dellanotte non me l'avessero impedito. I Romani non avevano curato la via di Egitto come quella da Tiro a Damasco.Avevo camminato circa una mezz'ora fuori della città, quando udii un rumore di cavalieri dietro a me, e me li vidi passare d'accanto come delle ombre scure. Io pensai, vedendoli galoppare così velocemente, che dovevano conoscere per bene la via, ed avere l'abitudine di percorrerla.Intanto l'uragano infuriava. Non era più la pioggia che cadeva, ma grandine, erano ghiacciuoli larghi come la mano e duri come ciottoli. Il cielo sembrava un grande incendio, celeste e rosso, rischiarante l'universo che crollasse. A quella funebre luce, scorsi, in un incavo della collina, una casa nella piccola valle detta Berachah, ossia valle della benedizione. Riconoscendo l'impossibilità di continuare il mio viaggio a traverso quell'orribile scatenamento degli elementi, mi decisi a domandare colà un'ora di riparo. Io la scorgeva a qualche centinaio di passi da me, o piuttosto vedevo un grande quadrato di alte mura biancastre, guarnite di un torrione, in cima al quale rizzavasi un'ombra bianca. Nelle regioni remote del nostro paese, la sentinella su quella torre tiene il posto dell'hostiariume del cane in mosaico presso i Romani. Avvicinandomi, distinsi perfettamente il guardiano che stava in alto al terrazzo. Allorchè fui arrivato alla porta, e' mi domandò che chiedessi.Quella voce non mi sembrò nuova; ma io conosceva tante persone, ch'e' mi riusciva impossibile di precisare alcunchè. Risposi che desideravo pormi al coperto per alcuni istanti.Mentre la sentinella dava l'ordine di lasciarmi entrare, distinsi sotto una tettoia dall'altro lato del quadratodi muro dinanzi cui mi trovavo, diversi cavalli e cavalieri. Probabilmente erano gli stessi che mi avevano poco prima oltrepassato, e che senza dubbio avevano cercato essi pure un ricovero da quella demenza del cielo. La porta s'aprì e mi trovai sotto una gran vôlta che metteva in una corte.La corte era scoperta. Una fontana di marmo bianco risuonava nel mezzo, circondata da un'aiuola di mirti e di fiori che potevo distinguere appena. Un largo porticato si sviluppava intorno al muro esterno sopra tre parti, poi questo muro correva lontano, e copriva la facciata di dietro, racchiudendovi così un vasto giardino. Una piccola casetta tutta bianca spiccava nel mezzo, avendo una bella terrazza al disopra del portico che precedeva la porta. Le finestre erano illuminate. Ma il servo che venne ad aprirmi, mi arrestò prendendo il cavallo per la briglia. Intanto la tempesta raddoppiava. Il servo m'offrì da mangiare e da bere. Rifiutai. Domandai a chi appartenesse quella casa, mi rispose:— A Caius Crispus, comandante la cavalleria della 12.ª legione.— È egli qui?— È ad Antiochia.— La casa per altro è abitata?— Sì, da sua moglie: ed ecco perchè a quest'ora non si lascia entrar nessuno.— Come chiami tu la tua padrona?— Ida.— È giovane?Il servo non mi rispose e fu l'ultima domanda che mi permise di rivolgergli. Si vegliava nondimeno nella casa, poichè io vedeva disegnarsi e muoversi delle ombre dietro le finestre. Scorse una lunghissimaora. La tempesta si calmò. Vidi allora passare sul terrazzo una figura di donna che veniva probabilmente ad assicurarsi se la pioggia era cessata. Rientrò presto; e un quarto d'ora dopo vidi un uomo ravvolto in un oscuro mantello, uscire, passare a diritta nel giardino, aprire una porta segreta e partire. Volli andarmene anch'io nell'istesso tempo. Lo schiavo mi trattenne. Cinque minuti dopo, udii lo scalpitare dei cavalli che passavano di galoppo dinanzi alla casa, dirigendosi verso Gerusalemme. Un quarto d'ora più tardi il servo si decise ad aprirmi la porta e lasciarmi partire alla mia volta. Il temporale era cessato.Ogni sorta di fantasie mi danzava nel capo. Chi era quella donna? chi era quell'uomo? chi mi aveva parlato dall'alto della torricella?L'aria fresca del mattino, il quale cominciava ad imbianchire, calmò i miei sogni. Io ascendeva il monte d'Elia. Ero intirizzito: ero tutto bagnato dalla pioggia. Quando arrivai alla cima del monte, il sole si alzava. Mi fermai per guardare a me d'intorno. Una folla di ricordi m'assalse, poichè io aveva sotto gli occhi il teatro degli episodi più memorabili della nostra storia.Io amo risovvenirmi: quest'è un rifugio contro i propri contemporanei che hanno sempre torto. Poi l'è una cosa involontaria. Lo spirito viaggia senza attendere un congedo. D'altronde io ero all'istesso sito, nell'istessa ora forse, ove una moltitudine immensa di soldati, di popolo, di nobili, di sacerdoti, colle loro greggie, i loro servi, i loro schiavi, mogli, ragazzi, vecchi, a piedi sopra queste pietre roventi, sopra asini o sopra cammelli, guardavano per l'ultima volta il monte degli Ulivi, dietro il quale Nabuchadnezzarprendeva il tempio, bruciava la città, saccheggiava e demoliva il palazzo di Sion, cacciando dinanzi a sè i saggi ed i profeti, Gionata e Geremia. La casa di Davide aveva cessato di regnare, Israel era disperso nella Siria, nella Media, al di là del Tigri, gettato in Babilonia. Quelli che restavano, gl'invalidi, gl'impotenti, quelli da cui il padrone straniero non aveva nulla a temere, avevano preso stanza sul Mizpeh, quell'altura al di là di Sion. Ma questi pure, dopo l'assassinio di Gedaliah commesso da Ishmael, videro da questo sito per l'ultima volta il cielo di Gerusalemme, giacchè nè la voce di Geremia nè quella di Baruc ebbero forza di persuaderli a ritornare sui loro passi. La voce del re di Babilonia tuonava più forte di quella dei profeti, e profeti, capitani, figlie del re, tutti andarono a chiudere i loro occhi in Egitto.I monti di Gedor e di Gibeah mi circondavano. Ai miei piedi stendevasi l'Ephrath d'una volta, il Bethlemme d'oggi. Il torrente Cedron discendeva di gradino in gradino, di cascatella in cascatella, ed andava ad immergersi nel mar Morto, lì, in fondo, in quel piano celeste al di là del quale io scorgeva le montagne violette di Moab, ed il bianco profilo delle torri di Makaur. Da una parte, la pianura di Sharon dalle rose, verso Lod e la splendida baia di Joppa ed Askalun. Dall'altra, il deserto, Gerico, il Giordano dalle limpide acque. Nel basso, Bethlemme — quella verde collina, ancora risplendente ai raggi del mattino, adorna degli ultimi fichi verdi, dei pampini violetti, di cedri ed aranci, un mazzetto di giardini — di cui un labirinto di sentieruoli bianchi forma un delizioso e profumato saico.All'estremità di questo ammasso di cubi bianchi, edi pochi palazzi chiusi da una seria di catene, si rizza sopra un'altura un po' più lungi dalle altre abitazioni, fuori delle porte, una casa che pare un castello a grosse mura, residenza un tempo di Booz e di Ruth, poi di Davide, poi di Chimham. Ecco l'ancor candida tomba di Rachele. Ecco le grotte ove David si nascose, ove dormì Saul, ove qualche volta ripara la iena, ed ove una folla di pastori e di greggie sfuggono alle morsure del sole. Ecco le colline ove David custodiva gli agnelli di suo padre, apprendeva ad uccidere giganti, a raggiungere i lupi ed i leopardi alla corsa, a suonare l'arpa, e ove s'inebbriava della rugiada dell'empireo, che distillava poi in salmi ed in cantici.Pare ancora di vedere sopra la marna rossastra delle fessure e dei solchi della roccia, l'impronta dei piedi di Rachele, quando, venendo dalla casa di suo padre, fu sorpresa dai dolori del parto e morì col suo bimbo. Sembra di vedere tutt'ora le traccie di Saul quando andava ad interrogare la maga di Engadi. Ecco il campo di Booz, il quale seguendo i mietitori, guardando le gambe ignude delle spigolatrici, osservò la sua nipote Ruth, che sua suocera introdusse una notte sul suo letto di covoni. «Va dunque, lavati, profumati, metti i vestiti del Sabbato e scendi nei campi.» Ruth, la Moabita, era, come la mia Maria di Magdala, Galilea. Booz la lasciò spigolare, lasciò che si avvicinasse all'ombra ove egli pranzava in mezzo alle sue genti, lasciò che bevesse della sua acqua, permise che inzuppasse il pane nel suo aceto, e.... si risvegliò una mattina nelle sue braccia.Le notti di Bathlehem hanno risuonato delle canzoni di David, dei gemiti della bella Moabita, deiruggiti di Saul: i suoi silenzi covano i terrori di Samuele e di Geremia. Gli è dinanzi quella tomba di Rachele che Saul s'inginocchiò, e si rialzò re. Gli è da quella valle di Cedron, che David si salvò dalla ribellione di suo figlio Absalon, il fratello di quell'Amon che amò sua sorella Tamar.Tutto ciò si agitava nel mio spirito e sotto i miei occhi quando arrivai, a mezzo giorno, nella casa di mia madre.Mia madre, tutta intenta al bimbo appena nato, si accorse appena della mia presenza. Lasciò sfuggire un oh! lungo come la strada delle Indie, e continuò a preparare non so qual bibita confortante composta di vecchio Chios, latte e miele. M'affrettai del resto a tranquillarla, dicendole fin dalla prima parola, che ero stato arrestato per un equivoco. Tutti i parenti ed amici di mio cognato vennero la sera a bezzicare qualche bricciola di notizie della metropoli, e chiacchierare sopra gli spettacoli del circo, di Claudia, di Pilato, di Flaccus, di Hannah, sulle stragi del giorno dei Tabernacoli, di tutti e di tutto. All'indomani non avendo più nessuno da rassicurare sulla mia sorte, nè notizie da propagare, me ne tornai a Gerusalemme.La giornata era bella e calda quantunque fossimo già al principio dimarchesvan(fine di ottobre). Le api lavoravano ancora. Le farfalle imperlavano ancora il cielo delle loro ali. E il cielo nettato dal temporale del giorno prima, confondeva il suo azzurro profondo con la pupilla divina. Il Cedron cinguettava ancora colla sua striscia argentea, cercando taccoli ai ciottoli candidi e rotondi, ed agli sproni rocciosi delle montagne che lo indicavano. L'aspetto di quei poggi scaglionati a forma di scala, dal piano all'altodi Sion, era tristo, ignudo: si sarebbe detto avessero la calvizie d'una vegetazione perduta. Dalla cima di una di quelle alture, verso mezzogiorno, immersi alla fine lo sguardo nella piccola valle della Benedizione, civetta come una fanciulla da marito.In mezzo a tutte quelle roccie calcari, grigie e rossastre, quel boccon di verdura e di fiori, che pareva lì preparato sopra un bacino di marmo, rallegrava lo sguardo meglio di una festa. Un'alta muraglia inquadrava e nascondeva il giardino e la casa. Due torricelle fiancheggiavano la porta d'entrata, ma questa volta nessuna guardia vi vegliava. La casa in pietre bianche, si apriva sur un portico di marmo rosso, che si trasformava in terrazzo al dissopra. Il gran porticato a colonne di granito grigio e nero, che si addossavano interiormente su tre lati al muro esterno, mi sembrava lastricato di marmo bianco e rosso. La fontana nel mezzo della corte era in marmo bianco, circondata da un labbro di terra, coperta di fiori a varii colori. Una statua di donna genuflessa portava la coppa di porfido, dal cui centro si slanciava un filo d'acqua molto in alto e ricadeva dagli orli della coppa della vasca come un velo d'argento. Dei vasi di maiolica, con degli arbusti fioriti, coronavano le aiuole. Il giardino era uno spicchio di cedri e di aranci.Provai tutte le tentazioni del mondo che mi spingevano ad introdurmi di nuovo in quella dimora, così poco conforme ai nostri costumi ed all'architettura giudea. Avevo pensato tutta la notte, tutto il giorno, lungo tutta la strada, a quella casa, alla donna che l'abitava. Avevo immaginato mille pretesti per penetrare là dentro. Arrivato alla porta, trovai tutte le mie ragioni stupide, la mia associazione d'ideeassurda. Passai oltre, ma col progetto deciso, che ormai, qualunque fosse lo indirizzo dei miei viaggi a levante o a ponente, al mezzogiorno od al nord, io passerei per quella strada, dinanzi quella casa, in attesa dell'occasione.Dimenticavo di aggiungere, che, dall'alto del mio osservatorio, avevo veduto passeggiare all'ombra di un boschetto d'aranci, una forma bianca, la quale m'aveva tutta l'aria d'esser una donna. Poi, quei cavalieri della notte precedente m'avevano avuto l'aria di somigliare molto agli otto nubiani di Pilato.Ruminavo ancora su tutto ciò, allorchè mi trovai senza pensarlo dinanzi la porta di Maria. Appena fui scôrto, le porte s'aprirono, e tutti i domestici della mia amante mi si precipitarono intorno. Avevano l'aria costernata.— Cosa è accaduto? domandai commosso alla mia volta.— Egli è che la padrona, disse Sara, è uscita da due giorni e non è più rientrata.— Non più rientrata?— L'abbiamo attesa giorno e notte.— Da due giorni?— Ha lasciato una lettera per te, o padrone, sopra il tavolo della sua stanza da letto.Entrai lentamente nella casa, quasi acciecato da un sospetto che mi passò per la mente.— Ella amava Justus, dissi a me stesso.Sara m'accompagnava raccontandomi, come il giorno precedente, all'alba, Justus era venuto ad annunziare a Maria che io era libero, e che avevano conversato insieme alcun tempo, che Justus aveva baciato Maria sulle guance, e che si erano lasciati dicendosi: A questa sera!... Poi, che Maria s'era vestitadi ciò ch'ella aveva di più vecchio e di più semplice, che aveva preso pochi sicli soltanto, scritta la lettera ed era uscita senza dir nulla a nessuno, sola coperta da un velo nero che la nascondeva completamente, e che non era più ritornata.Presi vivamente quella lettera, e lessi:«Addio, Giuda. Tu non mi ami più. Avrei avuto il diritto di lasciarti e di cadere nelle braccia che mi si tendono da lungo tempo per accogliermi e stringermi con delirio. Non voglio macchiare la tua memoria; ciò che avrei forse fatto in un momento di dispetto e di gelosia, se io fossi restata. Tutto ciò che v'ha qui, t'appartiene. Io ti lascio. Non voglio conservare di te altro che il sogno ardente e puro dell'amore che ti ho dato, che avrei continuato a darti, e che tu non potevi più rendermi. Addio!»Questa lettera così secca, così fredda e così ardente nell'istesso tempo, mi cadde dalle mani. Mi lasciai andare sopra il letto. Se quella lettera mi fosse stata scritta da un'altra donna, l'avrei presa per un tranello. Ma conoscevo il carattere franco, risoluto, spiccato della giovane Galilea. Quelle poche parole di addio mi strinsero il cuore. Restai diverse ore assorto, rimuginando nella mia memoria la storia di questo amore spezzato in modo sì repentino. Io non aveva a fare alcun rimprovero a Maria per consolarmi dei suo abbandono; ne aveva diversi da fare a me stesso. Io perdeva il mio cuore a riposo. Perdevo un sorriso sempre pronto a rallegrarmi, una parola sempre vivace per tirarmi dal dubbio. Quell'amore bravo, disinteressato, leale mi aveva cullato per un anno in una felicità senza enfasi, ma senza parsimonia. La sua gentilezza ingenua, l'affetto, che la civetteriafaceva risaltare come fa un color vivo d'uno più dolce, l'attaccamento sì semplice come quello di una sorella.... avevo perduto tutto ciò. E perchè? e per chi?Il colloquio ch'ebbi la sera stessa col sagan mi ricondusse ad altre idee. Io non gli dissi una parola di ciò ch'era accaduto fra Claudia e me, nè degli accordi presi. Asserii di esser venuto fuori dalla prigione, cui la moglie del procuratore aveva reso clemente, onde ricompensarmi del servizio resole nel circo, e che mi aveva per ciò fatto risparmiare da suo marito. Il sagan mi raccontò la discussione dell'assemblea riunita in sua casa all'indomani del mio arresto, e le risoluzioni che vi erano state prese.— Il consiglio è buono, gli dissi. Viene da Jeù l'esseniano. Lo conosco, e bisogna ascoltarlo. Io stesso avevo pensato di trovare un uomo adattato, e di farne un messia bene istruito, e ben famigliarizzato con la nostra opera.— Giuda, figliuolo mio, disse Hannah, tu non sai ciò che proponi. Un profeta è la bestia la più cocciuta dopo il mulo, se dobbiamo credere all'esperienza che ne fecero i nostri padri. Non è difficile d'improvvisarne uno, imbeccato convenevolmente. Ma diviene quasi impossibile di sbarazzarsene quando non se ne ha più di bisogno. Finiscono tutti per lavorare per proprio conto.— Oh! non aver timore di ciò, risposi io. Se dopo averci servito, il nostro profeta non vuol abdicare volontariamente, prendendo egli stesso l'iniziativa, m'incarico io di farlo sparire. Ma ciò che mi pare più problematico, gli è di trovare un messia a modo, che rappresenti fedelmente la sua parte, e che sia per noi ciò che la favella è pel pensiero. Trovi tu la stoffa di un tal uomo in Gerusalemme?— Proprio no.— Ed io neppure. E soggiungo che, quand'anco uomo da tagliarvi un profeta si trovasse nella nostra città, bisognerebbe lasciarlo da parte. Lo si conoscerebbe di primo getto e lo s'indovinerebbe subito. Egli non avrebbe alcun ascendente sopra il popolo. Da ogni parte gli direbbero: Ma io ti ho veduto sacerdote, sarto, mercante, falegname, conciatore di pelli che so io?[19]Bisogna che un profeta caschi dalle nuvole, venga di lontano, ch'egli si faccia passare per figlio d'un agnello, o di Dio, parlando con Dio entro una botte, o sopra una montagna. In breve occorre l'incognito che si diverta ad impanicciar dell'impossibile.— Ne convengo anch'io, disse il sagan, ma sono dieci giorni che ci penso sopra, e non trovo la strada da uscirne. Vuoi tu farne discender uno dalla luna o farlo arrivare dalle Indie, dall'Egitto, o da qualunque sito meglio ti piace? Io non posso che pagarlo.— Credo di aver trovata la strada che cercate. Ho in vista qualcosa. I profeti ed i messia non mancano sul suolo della Giudea, ove sono una produzione indigena, e credo quasi esclusiva. Se posso decidere colui a cui miro a divenire un'eco, e cessare d'essere una voce, l'affare sarà buono, non costerà nulla, e non andremo molto lungi per comperarne la semente.Vuoi lasciarmi preparare questa faccenda a mio piacere?— Non domando di meglio, ragazzo mio, che tu mi liberi da questo incubo di profeta che da qualche tempo turba le mie notti. Io non sogno più che di Samuele che accoltella Abimelech, di Ezechiele che pranza poco pulitamente, di Balaam che parla con le asine.... Oh! chi mi sbarazzerà da questa cattiva società?— Io. Sta bene: parto domani, e confido di riescire.— Dove vai?— Non so ancora. Forse mi spingo fino al Cairo, fino a Rodi, fino a Roma, fino nelle Gallie; insomma, non ritornerò senza condurti per le orecchie un profeta.— Hai bisogno di denari?— Sì, e no. Sì, se passo il mare.— Siamo intesi allora, disse Hannah sorridendo. Procura almeno, onde coltivare il favore delle donne, che il tuo messia non sia troppo brutto. Se le donne si mettono della partita, il tuo messia avrà un successo pazzo.— Magari! in ogni caso, ne terremo in pronto uno di ricambio.Rientrando nella mia casa, diedi gli ordini per partire all'indomani, al levar del sole. Ma il sole non era ancor levato che già Bar Abbas arriva da me, tutto bardato come per mettersi in viaggio.— Da bravo! gli dissi, dove vai tu dunque?— Lo vedi: alla caccia con te.— Con me! grazie tante. Non mi piacciono i segugi che abbaiano.— Tacerò.— Non amo i cani che azzannano il selvaggiume.— Guarda: non ho più denti. Appena se posso rosicare i pranzi che mi contrastano e che devo prender d'assalto.— Allora, lasciami in pace: io vado alla pesca.— Non potevi cader meglio: ti preparerò gli ami.— Sai pescare la balena all'amo, tu?— Non ho fatto altro in tutta la mia vita, per Bacco!— Avresti fatto meglio a pescare dei sorci, ed educare delle rane pel Tempio.— To'! l'è un'idea questa: al mio ritorno creerò questa industria. Il Signore deve amare la zuppa di rane, sopratutto quando le rane sono dei rospi svestiti.— Buon viaggio allora. Noi non prendiamo l'istessa via.— Precisamente l'istessa.— Io vado a sacrificare dei conigli al tempio di Girizim in Samaria.— Vado pazzo per l'intingolo di coniglio; ma non voglio bene a Giove. È brutale: ha dei gusti troppo singolari.— Finalmente, ove vuoi venirne?— Ho veduto il sagan ieri sera. Mi ha raccontato la conversazione che avete avuto insieme. Sono anch'io dell'affare. Che diamine vuoi tu ch'io mi faccia a Gerusalemme, quando c'è da trar partito in un altro sito del commercio dei profeti?— Quella bestia non sa dunque custodire un secreto?— Come! come! Non ti fideresti di me, forse? D'altronde, io ho appoggiato la proposizione quella sera che la fu fatta. Io me n'intendo di codesta mercanzia. Ne ho praticato poi tanti nelle Gallie: credoanzi d'aver un giorno mangiato un pezzo di profetessa arrosto. Ti racconterò la cosa come avvenne, per istrada. Ti annoieresti a morte, solo, in codesta spedizione. Tu non hai l'istinto del bracco.— Lo vuoi proprio?— Ho persino promesso una visita ai figli di Giuda e di Gamala.— Sia dunque: ma ad un patto.— Fammelo dolce, codesto patto.— Che quando io discingerò la mia cintura, in qualunque sito si sia, e con qualunque persona io mi sia, senza dir motto, senza obbligarmi ad aprir bocca, mi lascerai solo.— Ma se la discingi codesta cintura per causa d'indigestione.— Non voglio repliche. Io conduceva meco un servo, ne conduco due.— Ti prendo in parola, Giuda. Dà dunque ordine che mi apparecchino un mulo per metterci in viaggio entro mezz'ora.— Eh?— Che si ponga inoltre sul cammello una tenda e tutti gli arnesi necessarii per allestire il pranzo, e per dormire. Traverseremo forse il deserto. Sopratutto del buon vino. E delle armi. Le iene, alla notte, non sono come le damigelle dell'angolo della strada che si lasciano accarezzare. Poi, una pelle dolce per coricarmivi, e delle coperte per guarentirmi dal fresco del mattino. Che mi si prepari inoltre un mantello più caldo. Non so quanto tempo resterò in viaggio: il mese ditevetha dei giorni piovosi, e delle notti agghiacciate.— Hai finito, bestione?— Triplo bestione, se vuoi: ma ascolta i consigli d'un uomo che durante trent'anni ha corso il mondo.— M'hai capito?— Io spiego i geroglifici delle Piramidi: vedi un po' se posso capir te!Un'ora dopo uscivamo dalla porta Dorata, passavamo sul ponte del Cedron, lasciavamo alla dritta la strada che conduce a Engadi ed al mar Morto, prendendo quella che mena a Gerico ed al Giordano.Incominciammo una discesa interminabile di escrescenze rocciose, scaglionata come i gradini di una scala che va a metter capo al deserto. La vista è squallida, il paese pietroso e selvaggio. Vi si incontrano più sovente le pantere e le iene, che l'erba e gli arbusti. Qualche felce, e qualche ginestro squarciano qua e là le grigie roccie. L'orizzonte immenso, il sole festoso, il cielo scintillante di raggi di oro. Nel basso, la desolazione; in alto, lo splendore.— Vorrei proprio sapere, diceva Bar Abbas, perchè i nostri padri sprezzarono tanto Babilonia e l'Egitto, per ritornarsene in questa lugubre e sterile solitudine. Puoi tu dirmelo, Giuda?— Probabilmente, perchè in Egitto vi sono troppi Egiziani color zafferano, ed i nostri padri erano annoiati di vederne tanti.— Io non trovo ch'e' fosse più divertente il vedere un naso adunco che fa la scolta sopra una lunga barba sotto il dominio d'uno sporcocaftan, ed un lembo di cuoio bilioso, spaventato da due avide pupille — ciò che si addimanda un Giudeo. I nostri padri ebbero altre ragioni per abbandonare la cuccagna d'Egitto.— Allora sarà perchè le donne del paese putivano troppo la cipolla.— Bisognava mangiar dell'aglio e confondere le due essenze.— O che avrebbero avuto paura dei coccodrilli?— Il coccodrillo è l'esagerazione della lucertola. Un coccodrillo, lo si vede sempre; non così una lucertola. E nel nostro paese ce ne son tante, che quando dormo in casa mia, il mattino, svegliandomi, me ne trovo piena la barba, ove son venute a deporre i lor piccoli durante la notte.— Sarebbe forse perchè i nostri padri erano scandolezzati di veder Dio sotto la semplice attillatura di un cane?— Avrei preferito, io, di avere un cane dio, piuttosto che averlo così vicino, codesto cane, che se volgo gli occhi soltanto, mi acchiappa il pranzo.— In questo caso t'incarico d'indovinarlo tu stesso, perchè io non comprendo la preferenza.— Io non ne trovo che una di buona fra tante ragioni....— Quale?— Che Zipporah, la moglie rabbiosa di Mosè, si annoiò di contemplare i trentanove secoli che la contemplavano dall'alto delle piramidi....— Dev'essere diabolicamente vecchia quella figura di trentanove secoli, arrampicata ed accoccolata là in cima, a sbirciare la gente.— Appunto, ed ecco la donna civetta volle darsi la distrazione di viaggiare.— E siccome aveva paura delle tigri del deserto, persuase suo marito di prendere per compagni di viaggio i suoi compatriotti.— Questo non si trova, in ogni caso, nei nostri libri santi. Ma siccome è Mosè stesso che li ha scritti e' non ismaniava di scoprire i secreti di casa sua.Verso l'ora sesta, arrivammo all'ospizio del Samaritano, in cima ad una brutta e squallida collina. Erala sosta per la notte, a mezza strada fra Gerusalemme e Gerico. Di là a Gerico occorreva una giornata, dappoichè e' non era punto sicuro, neppure pei viaggiatori a cavallo, di continuare la strada dopo il tramonto del sole, a causa delle bestie feroci che scorazzavano il paese. Queste case di riposo, là dove c'è un villaggio, sono una specie di annesso a quella del capo di questo villaggio, il quale ha il dovere di proteggere l'ospite e lo straniero. A Betlemme per esempio, è nell'antica casa di Booz, di David, di Chimham fuori di città, che i viaggiatori trovano il ricovero notturno, al punto ove s'incrociano le vie di Gerico, Erodion, Engadi e Tekoa. In mancanza di villaggi, ad ogni sette od otto miglia romane, la pietà dei buoni uomini, la previdenza delle tribù, o la magnificenza dei principi hanno fatto costruire questi alberghi che non rassomigliano punto a quelli che s'incontrano sulle grandi strade romane.Un'immensa cinta di solide mura, fiancheggiata da scuderie, o da tettoie fatte con rami d'albero, per le bestie e pegli uomini, allorchè v'è folla, come al tempo delle feste di Gerusalemme; un gran cortile con un truogolo; una fila di arcate aperte dai quattro lati[20]; talvolta una torre per vegliare sulla sicurezza dei viaggiatori; un uomo che veglia sempre alla porta: ecco i nostri alberghi giudei.Questo asilo è sacro come una sinagoga. È aperto per ogni sorta di gente, d'ambi i sessi, di tutti i paesi. Non si paga nulla, ma non vi si riceve nulla, all'infuori dell'ombra, del riparo, della sicurezza contro i malandrini. Sotto le arcate, i mercanti s'affrettano a mostrar le loro mercanzie, l'ambra del mar Baltico,lo giojellerie di Alessandria, le spezie dell'Arabia, e le essenze preziose dei giardini di Moab. Qui, dei viaggiatori si lavano le mani; là, degli altri tiran fuori dai loro sacchi gli alimenti belli e preparati, o gli arnesi per prepararli. Da un'altra parte, le persone stanche stendono per terra una pelle di montone, una stuoja, un tappeto, un pugno di foglie o di paglia, ciò che hanno in fine, ed avviluppati nei loro mantelli, o nelle loro coperte, si dispongono al riposo. Altri s'affrettano a caricare sopra i loro asini e i loro cammelli, le loro donne, i figli, le mercanzie e partono. Si va e si viene come si fosse in casa propria.Trovammo posto in questo asilo abbellito e ristaurato dal re Erode, quantunque affollato ancora a causa di quel resto di popolo che era stato alle feste del Tabernacolo a Gerusalemme, e vi aveva fatto un più lungo soggiorno. Incontrammo pure un gran numero di convalescenti fra queglino che furono colpiti nel giorno del tafferuglio per l'offerta. I pedoni passano quivi la notte. Pranzammo in mezzo al tumulto causato dalla petulanza, l'importanza, e la sfrontataggine di Bar Abbas. Pareva egli un imperatore che viaggiasse incognito.Finito il pranzo, continuammo a scendere e montare le colline che conducono al Giordano, costeggiammo monti petrosi, e ci riposammo per bere alla fontana Elisha, vicino alla valle limitata dalla via romana che mena a Gerico. Il sole tramontava, ed avevamo sotto gli occhi i sobborghi della città — uno sciame di casuccie bianche in mezzo ai sicomori — e la superba città di palazzi, festosamente adorna di piante balsamiche ed odorose.Gerico è la città amata da Cleopatra — da Cleopatra che aveva Menfi ed Alessandria; — la cittàpreferita da Erode, che possedeva Gerusalemme, Cesarea, Ptolemaide e ove egli visse ed ove morì. Le torri, le porte, i teatri ricordavano una di quelle belle città d'Italia ove la vita non ha altro scopo che di divertirsi nei circhi, di mendicare il pane presso i padroni, e di andare a saccheggiare il mondo. I giardini d'aranci, di datteri, di melagrani circondavano i bastioni della città; e rose la profumavano. Al di là dei muri, l'anfiteatro; al di dentro, dei portici, delle sinagoghe, un tempio a Zeus, dei palazzi da re. A Gerico non sai più se ti trovi sui Nilo, o nelle isole dell'Arcipelago. Più lontano, c'è quella splendida residenza d'Erode, ch'egli chiamò Erodion (il Versailles di quel Luigi XIV).A notte fatta, traversando le vie gremite di popolo, discendemmo nella mia casa o meglio in quella di mia madre. Mia sorella maggiore, la vedova, mi ricevette nelle sue braccia.All'indomani ero alzato col sole. Andai a svegliare Bar Abbas e gli dissi:— Su, in piedi.— Di già?— Che! vorresti farne la tua Capua, di Gerico?— No, la mia mangiatoja. Io vi stava così bene. Tua sorella prepara così deliziosamente il farsito di coniglio alle olive ed al rosmarino.— Avrei ancor meglio.— Cosa dunque?— Degli intingoli di locuste, delle locuste col sale, delle locuste con olio e aceto, delle locuste col miele.— Dove andiamo dunque, Dio mio!— Al deserto: a far visita al Battista.— L'aveva già pensato. Tu hai il fiuto per stanare i bricconi.

Rientrando, avevo trovato in casa una lettera di mia madre linfaticamente inquieta del mio arresto. Ne era stata avvertita con precauzione. Diedi ordine che si preparasse il mio cavallo immediatamente, e partii solo, all'ora istessa, malgrado la bufera che incominciava.

Mia madre mi annunziava che la partiva il giorno stesso per Bethlemme ove era chiamata da mia sorella, maritata in quella città e che si era allora sgravata del suo primogenito. Io seguiva la strada del mezzogiorno che conduce in Egitto, e la cui prima fermata di notte è la città di Dain. Costeggiavo il monte degli Ulivi per la via che lambe la valle del Cedron. Il ruscello era divenuto torrente, tumultuoso, rissoso, sussurrone, urtando come un cieco in tutti gli ostacoli, e trascinando seco tutto ciò che incontrava, alberi, ponti, carogne, roccie e viaggiatori. Al chiarore dei lampi io lo vedeva balzare sotto i miei piedi, bianco di spuma e rapido. Principiai poco dopo a varcare un seguito di colli e di piccole vallate che si succedevano discendendo e che io vedeva finire ai piè della montagna d'Elia la quale chiudeva l'orizzonte. Il mio cavallo, spaventato dai tuoni e dai lampi, non mi permetteva di avanzar rapidamente, quand'anche il cattivo stato delle strade e le tenebre dellanotte non me l'avessero impedito. I Romani non avevano curato la via di Egitto come quella da Tiro a Damasco.

Avevo camminato circa una mezz'ora fuori della città, quando udii un rumore di cavalieri dietro a me, e me li vidi passare d'accanto come delle ombre scure. Io pensai, vedendoli galoppare così velocemente, che dovevano conoscere per bene la via, ed avere l'abitudine di percorrerla.

Intanto l'uragano infuriava. Non era più la pioggia che cadeva, ma grandine, erano ghiacciuoli larghi come la mano e duri come ciottoli. Il cielo sembrava un grande incendio, celeste e rosso, rischiarante l'universo che crollasse. A quella funebre luce, scorsi, in un incavo della collina, una casa nella piccola valle detta Berachah, ossia valle della benedizione. Riconoscendo l'impossibilità di continuare il mio viaggio a traverso quell'orribile scatenamento degli elementi, mi decisi a domandare colà un'ora di riparo. Io la scorgeva a qualche centinaio di passi da me, o piuttosto vedevo un grande quadrato di alte mura biancastre, guarnite di un torrione, in cima al quale rizzavasi un'ombra bianca. Nelle regioni remote del nostro paese, la sentinella su quella torre tiene il posto dell'hostiariume del cane in mosaico presso i Romani. Avvicinandomi, distinsi perfettamente il guardiano che stava in alto al terrazzo. Allorchè fui arrivato alla porta, e' mi domandò che chiedessi.

Quella voce non mi sembrò nuova; ma io conosceva tante persone, ch'e' mi riusciva impossibile di precisare alcunchè. Risposi che desideravo pormi al coperto per alcuni istanti.

Mentre la sentinella dava l'ordine di lasciarmi entrare, distinsi sotto una tettoia dall'altro lato del quadratodi muro dinanzi cui mi trovavo, diversi cavalli e cavalieri. Probabilmente erano gli stessi che mi avevano poco prima oltrepassato, e che senza dubbio avevano cercato essi pure un ricovero da quella demenza del cielo. La porta s'aprì e mi trovai sotto una gran vôlta che metteva in una corte.

La corte era scoperta. Una fontana di marmo bianco risuonava nel mezzo, circondata da un'aiuola di mirti e di fiori che potevo distinguere appena. Un largo porticato si sviluppava intorno al muro esterno sopra tre parti, poi questo muro correva lontano, e copriva la facciata di dietro, racchiudendovi così un vasto giardino. Una piccola casetta tutta bianca spiccava nel mezzo, avendo una bella terrazza al disopra del portico che precedeva la porta. Le finestre erano illuminate. Ma il servo che venne ad aprirmi, mi arrestò prendendo il cavallo per la briglia. Intanto la tempesta raddoppiava. Il servo m'offrì da mangiare e da bere. Rifiutai. Domandai a chi appartenesse quella casa, mi rispose:

— A Caius Crispus, comandante la cavalleria della 12.ª legione.

— È egli qui?

— È ad Antiochia.

— La casa per altro è abitata?

— Sì, da sua moglie: ed ecco perchè a quest'ora non si lascia entrar nessuno.

— Come chiami tu la tua padrona?

— Ida.

— È giovane?

Il servo non mi rispose e fu l'ultima domanda che mi permise di rivolgergli. Si vegliava nondimeno nella casa, poichè io vedeva disegnarsi e muoversi delle ombre dietro le finestre. Scorse una lunghissimaora. La tempesta si calmò. Vidi allora passare sul terrazzo una figura di donna che veniva probabilmente ad assicurarsi se la pioggia era cessata. Rientrò presto; e un quarto d'ora dopo vidi un uomo ravvolto in un oscuro mantello, uscire, passare a diritta nel giardino, aprire una porta segreta e partire. Volli andarmene anch'io nell'istesso tempo. Lo schiavo mi trattenne. Cinque minuti dopo, udii lo scalpitare dei cavalli che passavano di galoppo dinanzi alla casa, dirigendosi verso Gerusalemme. Un quarto d'ora più tardi il servo si decise ad aprirmi la porta e lasciarmi partire alla mia volta. Il temporale era cessato.

Ogni sorta di fantasie mi danzava nel capo. Chi era quella donna? chi era quell'uomo? chi mi aveva parlato dall'alto della torricella?

L'aria fresca del mattino, il quale cominciava ad imbianchire, calmò i miei sogni. Io ascendeva il monte d'Elia. Ero intirizzito: ero tutto bagnato dalla pioggia. Quando arrivai alla cima del monte, il sole si alzava. Mi fermai per guardare a me d'intorno. Una folla di ricordi m'assalse, poichè io aveva sotto gli occhi il teatro degli episodi più memorabili della nostra storia.

Io amo risovvenirmi: quest'è un rifugio contro i propri contemporanei che hanno sempre torto. Poi l'è una cosa involontaria. Lo spirito viaggia senza attendere un congedo. D'altronde io ero all'istesso sito, nell'istessa ora forse, ove una moltitudine immensa di soldati, di popolo, di nobili, di sacerdoti, colle loro greggie, i loro servi, i loro schiavi, mogli, ragazzi, vecchi, a piedi sopra queste pietre roventi, sopra asini o sopra cammelli, guardavano per l'ultima volta il monte degli Ulivi, dietro il quale Nabuchadnezzarprendeva il tempio, bruciava la città, saccheggiava e demoliva il palazzo di Sion, cacciando dinanzi a sè i saggi ed i profeti, Gionata e Geremia. La casa di Davide aveva cessato di regnare, Israel era disperso nella Siria, nella Media, al di là del Tigri, gettato in Babilonia. Quelli che restavano, gl'invalidi, gl'impotenti, quelli da cui il padrone straniero non aveva nulla a temere, avevano preso stanza sul Mizpeh, quell'altura al di là di Sion. Ma questi pure, dopo l'assassinio di Gedaliah commesso da Ishmael, videro da questo sito per l'ultima volta il cielo di Gerusalemme, giacchè nè la voce di Geremia nè quella di Baruc ebbero forza di persuaderli a ritornare sui loro passi. La voce del re di Babilonia tuonava più forte di quella dei profeti, e profeti, capitani, figlie del re, tutti andarono a chiudere i loro occhi in Egitto.

I monti di Gedor e di Gibeah mi circondavano. Ai miei piedi stendevasi l'Ephrath d'una volta, il Bethlemme d'oggi. Il torrente Cedron discendeva di gradino in gradino, di cascatella in cascatella, ed andava ad immergersi nel mar Morto, lì, in fondo, in quel piano celeste al di là del quale io scorgeva le montagne violette di Moab, ed il bianco profilo delle torri di Makaur. Da una parte, la pianura di Sharon dalle rose, verso Lod e la splendida baia di Joppa ed Askalun. Dall'altra, il deserto, Gerico, il Giordano dalle limpide acque. Nel basso, Bethlemme — quella verde collina, ancora risplendente ai raggi del mattino, adorna degli ultimi fichi verdi, dei pampini violetti, di cedri ed aranci, un mazzetto di giardini — di cui un labirinto di sentieruoli bianchi forma un delizioso e profumato saico.

All'estremità di questo ammasso di cubi bianchi, edi pochi palazzi chiusi da una seria di catene, si rizza sopra un'altura un po' più lungi dalle altre abitazioni, fuori delle porte, una casa che pare un castello a grosse mura, residenza un tempo di Booz e di Ruth, poi di Davide, poi di Chimham. Ecco l'ancor candida tomba di Rachele. Ecco le grotte ove David si nascose, ove dormì Saul, ove qualche volta ripara la iena, ed ove una folla di pastori e di greggie sfuggono alle morsure del sole. Ecco le colline ove David custodiva gli agnelli di suo padre, apprendeva ad uccidere giganti, a raggiungere i lupi ed i leopardi alla corsa, a suonare l'arpa, e ove s'inebbriava della rugiada dell'empireo, che distillava poi in salmi ed in cantici.

Pare ancora di vedere sopra la marna rossastra delle fessure e dei solchi della roccia, l'impronta dei piedi di Rachele, quando, venendo dalla casa di suo padre, fu sorpresa dai dolori del parto e morì col suo bimbo. Sembra di vedere tutt'ora le traccie di Saul quando andava ad interrogare la maga di Engadi. Ecco il campo di Booz, il quale seguendo i mietitori, guardando le gambe ignude delle spigolatrici, osservò la sua nipote Ruth, che sua suocera introdusse una notte sul suo letto di covoni. «Va dunque, lavati, profumati, metti i vestiti del Sabbato e scendi nei campi.» Ruth, la Moabita, era, come la mia Maria di Magdala, Galilea. Booz la lasciò spigolare, lasciò che si avvicinasse all'ombra ove egli pranzava in mezzo alle sue genti, lasciò che bevesse della sua acqua, permise che inzuppasse il pane nel suo aceto, e.... si risvegliò una mattina nelle sue braccia.

Le notti di Bathlehem hanno risuonato delle canzoni di David, dei gemiti della bella Moabita, deiruggiti di Saul: i suoi silenzi covano i terrori di Samuele e di Geremia. Gli è dinanzi quella tomba di Rachele che Saul s'inginocchiò, e si rialzò re. Gli è da quella valle di Cedron, che David si salvò dalla ribellione di suo figlio Absalon, il fratello di quell'Amon che amò sua sorella Tamar.

Tutto ciò si agitava nel mio spirito e sotto i miei occhi quando arrivai, a mezzo giorno, nella casa di mia madre.

Mia madre, tutta intenta al bimbo appena nato, si accorse appena della mia presenza. Lasciò sfuggire un oh! lungo come la strada delle Indie, e continuò a preparare non so qual bibita confortante composta di vecchio Chios, latte e miele. M'affrettai del resto a tranquillarla, dicendole fin dalla prima parola, che ero stato arrestato per un equivoco. Tutti i parenti ed amici di mio cognato vennero la sera a bezzicare qualche bricciola di notizie della metropoli, e chiacchierare sopra gli spettacoli del circo, di Claudia, di Pilato, di Flaccus, di Hannah, sulle stragi del giorno dei Tabernacoli, di tutti e di tutto. All'indomani non avendo più nessuno da rassicurare sulla mia sorte, nè notizie da propagare, me ne tornai a Gerusalemme.

La giornata era bella e calda quantunque fossimo già al principio dimarchesvan(fine di ottobre). Le api lavoravano ancora. Le farfalle imperlavano ancora il cielo delle loro ali. E il cielo nettato dal temporale del giorno prima, confondeva il suo azzurro profondo con la pupilla divina. Il Cedron cinguettava ancora colla sua striscia argentea, cercando taccoli ai ciottoli candidi e rotondi, ed agli sproni rocciosi delle montagne che lo indicavano. L'aspetto di quei poggi scaglionati a forma di scala, dal piano all'altodi Sion, era tristo, ignudo: si sarebbe detto avessero la calvizie d'una vegetazione perduta. Dalla cima di una di quelle alture, verso mezzogiorno, immersi alla fine lo sguardo nella piccola valle della Benedizione, civetta come una fanciulla da marito.

In mezzo a tutte quelle roccie calcari, grigie e rossastre, quel boccon di verdura e di fiori, che pareva lì preparato sopra un bacino di marmo, rallegrava lo sguardo meglio di una festa. Un'alta muraglia inquadrava e nascondeva il giardino e la casa. Due torricelle fiancheggiavano la porta d'entrata, ma questa volta nessuna guardia vi vegliava. La casa in pietre bianche, si apriva sur un portico di marmo rosso, che si trasformava in terrazzo al dissopra. Il gran porticato a colonne di granito grigio e nero, che si addossavano interiormente su tre lati al muro esterno, mi sembrava lastricato di marmo bianco e rosso. La fontana nel mezzo della corte era in marmo bianco, circondata da un labbro di terra, coperta di fiori a varii colori. Una statua di donna genuflessa portava la coppa di porfido, dal cui centro si slanciava un filo d'acqua molto in alto e ricadeva dagli orli della coppa della vasca come un velo d'argento. Dei vasi di maiolica, con degli arbusti fioriti, coronavano le aiuole. Il giardino era uno spicchio di cedri e di aranci.

Provai tutte le tentazioni del mondo che mi spingevano ad introdurmi di nuovo in quella dimora, così poco conforme ai nostri costumi ed all'architettura giudea. Avevo pensato tutta la notte, tutto il giorno, lungo tutta la strada, a quella casa, alla donna che l'abitava. Avevo immaginato mille pretesti per penetrare là dentro. Arrivato alla porta, trovai tutte le mie ragioni stupide, la mia associazione d'ideeassurda. Passai oltre, ma col progetto deciso, che ormai, qualunque fosse lo indirizzo dei miei viaggi a levante o a ponente, al mezzogiorno od al nord, io passerei per quella strada, dinanzi quella casa, in attesa dell'occasione.

Dimenticavo di aggiungere, che, dall'alto del mio osservatorio, avevo veduto passeggiare all'ombra di un boschetto d'aranci, una forma bianca, la quale m'aveva tutta l'aria d'esser una donna. Poi, quei cavalieri della notte precedente m'avevano avuto l'aria di somigliare molto agli otto nubiani di Pilato.

Ruminavo ancora su tutto ciò, allorchè mi trovai senza pensarlo dinanzi la porta di Maria. Appena fui scôrto, le porte s'aprirono, e tutti i domestici della mia amante mi si precipitarono intorno. Avevano l'aria costernata.

— Cosa è accaduto? domandai commosso alla mia volta.

— Egli è che la padrona, disse Sara, è uscita da due giorni e non è più rientrata.

— Non più rientrata?

— L'abbiamo attesa giorno e notte.

— Da due giorni?

— Ha lasciato una lettera per te, o padrone, sopra il tavolo della sua stanza da letto.

Entrai lentamente nella casa, quasi acciecato da un sospetto che mi passò per la mente.

— Ella amava Justus, dissi a me stesso.

Sara m'accompagnava raccontandomi, come il giorno precedente, all'alba, Justus era venuto ad annunziare a Maria che io era libero, e che avevano conversato insieme alcun tempo, che Justus aveva baciato Maria sulle guance, e che si erano lasciati dicendosi: A questa sera!... Poi, che Maria s'era vestitadi ciò ch'ella aveva di più vecchio e di più semplice, che aveva preso pochi sicli soltanto, scritta la lettera ed era uscita senza dir nulla a nessuno, sola coperta da un velo nero che la nascondeva completamente, e che non era più ritornata.

Presi vivamente quella lettera, e lessi:

«Addio, Giuda. Tu non mi ami più. Avrei avuto il diritto di lasciarti e di cadere nelle braccia che mi si tendono da lungo tempo per accogliermi e stringermi con delirio. Non voglio macchiare la tua memoria; ciò che avrei forse fatto in un momento di dispetto e di gelosia, se io fossi restata. Tutto ciò che v'ha qui, t'appartiene. Io ti lascio. Non voglio conservare di te altro che il sogno ardente e puro dell'amore che ti ho dato, che avrei continuato a darti, e che tu non potevi più rendermi. Addio!»

Questa lettera così secca, così fredda e così ardente nell'istesso tempo, mi cadde dalle mani. Mi lasciai andare sopra il letto. Se quella lettera mi fosse stata scritta da un'altra donna, l'avrei presa per un tranello. Ma conoscevo il carattere franco, risoluto, spiccato della giovane Galilea. Quelle poche parole di addio mi strinsero il cuore. Restai diverse ore assorto, rimuginando nella mia memoria la storia di questo amore spezzato in modo sì repentino. Io non aveva a fare alcun rimprovero a Maria per consolarmi dei suo abbandono; ne aveva diversi da fare a me stesso. Io perdeva il mio cuore a riposo. Perdevo un sorriso sempre pronto a rallegrarmi, una parola sempre vivace per tirarmi dal dubbio. Quell'amore bravo, disinteressato, leale mi aveva cullato per un anno in una felicità senza enfasi, ma senza parsimonia. La sua gentilezza ingenua, l'affetto, che la civetteriafaceva risaltare come fa un color vivo d'uno più dolce, l'attaccamento sì semplice come quello di una sorella.... avevo perduto tutto ciò. E perchè? e per chi?

Il colloquio ch'ebbi la sera stessa col sagan mi ricondusse ad altre idee. Io non gli dissi una parola di ciò ch'era accaduto fra Claudia e me, nè degli accordi presi. Asserii di esser venuto fuori dalla prigione, cui la moglie del procuratore aveva reso clemente, onde ricompensarmi del servizio resole nel circo, e che mi aveva per ciò fatto risparmiare da suo marito. Il sagan mi raccontò la discussione dell'assemblea riunita in sua casa all'indomani del mio arresto, e le risoluzioni che vi erano state prese.

— Il consiglio è buono, gli dissi. Viene da Jeù l'esseniano. Lo conosco, e bisogna ascoltarlo. Io stesso avevo pensato di trovare un uomo adattato, e di farne un messia bene istruito, e ben famigliarizzato con la nostra opera.

— Giuda, figliuolo mio, disse Hannah, tu non sai ciò che proponi. Un profeta è la bestia la più cocciuta dopo il mulo, se dobbiamo credere all'esperienza che ne fecero i nostri padri. Non è difficile d'improvvisarne uno, imbeccato convenevolmente. Ma diviene quasi impossibile di sbarazzarsene quando non se ne ha più di bisogno. Finiscono tutti per lavorare per proprio conto.

— Oh! non aver timore di ciò, risposi io. Se dopo averci servito, il nostro profeta non vuol abdicare volontariamente, prendendo egli stesso l'iniziativa, m'incarico io di farlo sparire. Ma ciò che mi pare più problematico, gli è di trovare un messia a modo, che rappresenti fedelmente la sua parte, e che sia per noi ciò che la favella è pel pensiero. Trovi tu la stoffa di un tal uomo in Gerusalemme?

— Proprio no.

— Ed io neppure. E soggiungo che, quand'anco uomo da tagliarvi un profeta si trovasse nella nostra città, bisognerebbe lasciarlo da parte. Lo si conoscerebbe di primo getto e lo s'indovinerebbe subito. Egli non avrebbe alcun ascendente sopra il popolo. Da ogni parte gli direbbero: Ma io ti ho veduto sacerdote, sarto, mercante, falegname, conciatore di pelli che so io?[19]Bisogna che un profeta caschi dalle nuvole, venga di lontano, ch'egli si faccia passare per figlio d'un agnello, o di Dio, parlando con Dio entro una botte, o sopra una montagna. In breve occorre l'incognito che si diverta ad impanicciar dell'impossibile.

— Ne convengo anch'io, disse il sagan, ma sono dieci giorni che ci penso sopra, e non trovo la strada da uscirne. Vuoi tu farne discender uno dalla luna o farlo arrivare dalle Indie, dall'Egitto, o da qualunque sito meglio ti piace? Io non posso che pagarlo.

— Credo di aver trovata la strada che cercate. Ho in vista qualcosa. I profeti ed i messia non mancano sul suolo della Giudea, ove sono una produzione indigena, e credo quasi esclusiva. Se posso decidere colui a cui miro a divenire un'eco, e cessare d'essere una voce, l'affare sarà buono, non costerà nulla, e non andremo molto lungi per comperarne la semente.Vuoi lasciarmi preparare questa faccenda a mio piacere?

— Non domando di meglio, ragazzo mio, che tu mi liberi da questo incubo di profeta che da qualche tempo turba le mie notti. Io non sogno più che di Samuele che accoltella Abimelech, di Ezechiele che pranza poco pulitamente, di Balaam che parla con le asine.... Oh! chi mi sbarazzerà da questa cattiva società?

— Io. Sta bene: parto domani, e confido di riescire.

— Dove vai?

— Non so ancora. Forse mi spingo fino al Cairo, fino a Rodi, fino a Roma, fino nelle Gallie; insomma, non ritornerò senza condurti per le orecchie un profeta.

— Hai bisogno di denari?

— Sì, e no. Sì, se passo il mare.

— Siamo intesi allora, disse Hannah sorridendo. Procura almeno, onde coltivare il favore delle donne, che il tuo messia non sia troppo brutto. Se le donne si mettono della partita, il tuo messia avrà un successo pazzo.

— Magari! in ogni caso, ne terremo in pronto uno di ricambio.

Rientrando nella mia casa, diedi gli ordini per partire all'indomani, al levar del sole. Ma il sole non era ancor levato che già Bar Abbas arriva da me, tutto bardato come per mettersi in viaggio.

— Da bravo! gli dissi, dove vai tu dunque?

— Lo vedi: alla caccia con te.

— Con me! grazie tante. Non mi piacciono i segugi che abbaiano.

— Tacerò.

— Non amo i cani che azzannano il selvaggiume.

— Guarda: non ho più denti. Appena se posso rosicare i pranzi che mi contrastano e che devo prender d'assalto.

— Allora, lasciami in pace: io vado alla pesca.

— Non potevi cader meglio: ti preparerò gli ami.

— Sai pescare la balena all'amo, tu?

— Non ho fatto altro in tutta la mia vita, per Bacco!

— Avresti fatto meglio a pescare dei sorci, ed educare delle rane pel Tempio.

— To'! l'è un'idea questa: al mio ritorno creerò questa industria. Il Signore deve amare la zuppa di rane, sopratutto quando le rane sono dei rospi svestiti.

— Buon viaggio allora. Noi non prendiamo l'istessa via.

— Precisamente l'istessa.

— Io vado a sacrificare dei conigli al tempio di Girizim in Samaria.

— Vado pazzo per l'intingolo di coniglio; ma non voglio bene a Giove. È brutale: ha dei gusti troppo singolari.

— Finalmente, ove vuoi venirne?

— Ho veduto il sagan ieri sera. Mi ha raccontato la conversazione che avete avuto insieme. Sono anch'io dell'affare. Che diamine vuoi tu ch'io mi faccia a Gerusalemme, quando c'è da trar partito in un altro sito del commercio dei profeti?

— Quella bestia non sa dunque custodire un secreto?

— Come! come! Non ti fideresti di me, forse? D'altronde, io ho appoggiato la proposizione quella sera che la fu fatta. Io me n'intendo di codesta mercanzia. Ne ho praticato poi tanti nelle Gallie: credoanzi d'aver un giorno mangiato un pezzo di profetessa arrosto. Ti racconterò la cosa come avvenne, per istrada. Ti annoieresti a morte, solo, in codesta spedizione. Tu non hai l'istinto del bracco.

— Lo vuoi proprio?

— Ho persino promesso una visita ai figli di Giuda e di Gamala.

— Sia dunque: ma ad un patto.

— Fammelo dolce, codesto patto.

— Che quando io discingerò la mia cintura, in qualunque sito si sia, e con qualunque persona io mi sia, senza dir motto, senza obbligarmi ad aprir bocca, mi lascerai solo.

— Ma se la discingi codesta cintura per causa d'indigestione.

— Non voglio repliche. Io conduceva meco un servo, ne conduco due.

— Ti prendo in parola, Giuda. Dà dunque ordine che mi apparecchino un mulo per metterci in viaggio entro mezz'ora.

— Eh?

— Che si ponga inoltre sul cammello una tenda e tutti gli arnesi necessarii per allestire il pranzo, e per dormire. Traverseremo forse il deserto. Sopratutto del buon vino. E delle armi. Le iene, alla notte, non sono come le damigelle dell'angolo della strada che si lasciano accarezzare. Poi, una pelle dolce per coricarmivi, e delle coperte per guarentirmi dal fresco del mattino. Che mi si prepari inoltre un mantello più caldo. Non so quanto tempo resterò in viaggio: il mese ditevetha dei giorni piovosi, e delle notti agghiacciate.

— Hai finito, bestione?

— Triplo bestione, se vuoi: ma ascolta i consigli d'un uomo che durante trent'anni ha corso il mondo.

— M'hai capito?

— Io spiego i geroglifici delle Piramidi: vedi un po' se posso capir te!

Un'ora dopo uscivamo dalla porta Dorata, passavamo sul ponte del Cedron, lasciavamo alla dritta la strada che conduce a Engadi ed al mar Morto, prendendo quella che mena a Gerico ed al Giordano.

Incominciammo una discesa interminabile di escrescenze rocciose, scaglionata come i gradini di una scala che va a metter capo al deserto. La vista è squallida, il paese pietroso e selvaggio. Vi si incontrano più sovente le pantere e le iene, che l'erba e gli arbusti. Qualche felce, e qualche ginestro squarciano qua e là le grigie roccie. L'orizzonte immenso, il sole festoso, il cielo scintillante di raggi di oro. Nel basso, la desolazione; in alto, lo splendore.

— Vorrei proprio sapere, diceva Bar Abbas, perchè i nostri padri sprezzarono tanto Babilonia e l'Egitto, per ritornarsene in questa lugubre e sterile solitudine. Puoi tu dirmelo, Giuda?

— Probabilmente, perchè in Egitto vi sono troppi Egiziani color zafferano, ed i nostri padri erano annoiati di vederne tanti.

— Io non trovo ch'e' fosse più divertente il vedere un naso adunco che fa la scolta sopra una lunga barba sotto il dominio d'uno sporcocaftan, ed un lembo di cuoio bilioso, spaventato da due avide pupille — ciò che si addimanda un Giudeo. I nostri padri ebbero altre ragioni per abbandonare la cuccagna d'Egitto.

— Allora sarà perchè le donne del paese putivano troppo la cipolla.

— Bisognava mangiar dell'aglio e confondere le due essenze.

— O che avrebbero avuto paura dei coccodrilli?

— Il coccodrillo è l'esagerazione della lucertola. Un coccodrillo, lo si vede sempre; non così una lucertola. E nel nostro paese ce ne son tante, che quando dormo in casa mia, il mattino, svegliandomi, me ne trovo piena la barba, ove son venute a deporre i lor piccoli durante la notte.

— Sarebbe forse perchè i nostri padri erano scandolezzati di veder Dio sotto la semplice attillatura di un cane?

— Avrei preferito, io, di avere un cane dio, piuttosto che averlo così vicino, codesto cane, che se volgo gli occhi soltanto, mi acchiappa il pranzo.

— In questo caso t'incarico d'indovinarlo tu stesso, perchè io non comprendo la preferenza.

— Io non ne trovo che una di buona fra tante ragioni....

— Quale?

— Che Zipporah, la moglie rabbiosa di Mosè, si annoiò di contemplare i trentanove secoli che la contemplavano dall'alto delle piramidi....

— Dev'essere diabolicamente vecchia quella figura di trentanove secoli, arrampicata ed accoccolata là in cima, a sbirciare la gente.

— Appunto, ed ecco la donna civetta volle darsi la distrazione di viaggiare.

— E siccome aveva paura delle tigri del deserto, persuase suo marito di prendere per compagni di viaggio i suoi compatriotti.

— Questo non si trova, in ogni caso, nei nostri libri santi. Ma siccome è Mosè stesso che li ha scritti e' non ismaniava di scoprire i secreti di casa sua.

Verso l'ora sesta, arrivammo all'ospizio del Samaritano, in cima ad una brutta e squallida collina. Erala sosta per la notte, a mezza strada fra Gerusalemme e Gerico. Di là a Gerico occorreva una giornata, dappoichè e' non era punto sicuro, neppure pei viaggiatori a cavallo, di continuare la strada dopo il tramonto del sole, a causa delle bestie feroci che scorazzavano il paese. Queste case di riposo, là dove c'è un villaggio, sono una specie di annesso a quella del capo di questo villaggio, il quale ha il dovere di proteggere l'ospite e lo straniero. A Betlemme per esempio, è nell'antica casa di Booz, di David, di Chimham fuori di città, che i viaggiatori trovano il ricovero notturno, al punto ove s'incrociano le vie di Gerico, Erodion, Engadi e Tekoa. In mancanza di villaggi, ad ogni sette od otto miglia romane, la pietà dei buoni uomini, la previdenza delle tribù, o la magnificenza dei principi hanno fatto costruire questi alberghi che non rassomigliano punto a quelli che s'incontrano sulle grandi strade romane.

Un'immensa cinta di solide mura, fiancheggiata da scuderie, o da tettoie fatte con rami d'albero, per le bestie e pegli uomini, allorchè v'è folla, come al tempo delle feste di Gerusalemme; un gran cortile con un truogolo; una fila di arcate aperte dai quattro lati[20]; talvolta una torre per vegliare sulla sicurezza dei viaggiatori; un uomo che veglia sempre alla porta: ecco i nostri alberghi giudei.

Questo asilo è sacro come una sinagoga. È aperto per ogni sorta di gente, d'ambi i sessi, di tutti i paesi. Non si paga nulla, ma non vi si riceve nulla, all'infuori dell'ombra, del riparo, della sicurezza contro i malandrini. Sotto le arcate, i mercanti s'affrettano a mostrar le loro mercanzie, l'ambra del mar Baltico,lo giojellerie di Alessandria, le spezie dell'Arabia, e le essenze preziose dei giardini di Moab. Qui, dei viaggiatori si lavano le mani; là, degli altri tiran fuori dai loro sacchi gli alimenti belli e preparati, o gli arnesi per prepararli. Da un'altra parte, le persone stanche stendono per terra una pelle di montone, una stuoja, un tappeto, un pugno di foglie o di paglia, ciò che hanno in fine, ed avviluppati nei loro mantelli, o nelle loro coperte, si dispongono al riposo. Altri s'affrettano a caricare sopra i loro asini e i loro cammelli, le loro donne, i figli, le mercanzie e partono. Si va e si viene come si fosse in casa propria.

Trovammo posto in questo asilo abbellito e ristaurato dal re Erode, quantunque affollato ancora a causa di quel resto di popolo che era stato alle feste del Tabernacolo a Gerusalemme, e vi aveva fatto un più lungo soggiorno. Incontrammo pure un gran numero di convalescenti fra queglino che furono colpiti nel giorno del tafferuglio per l'offerta. I pedoni passano quivi la notte. Pranzammo in mezzo al tumulto causato dalla petulanza, l'importanza, e la sfrontataggine di Bar Abbas. Pareva egli un imperatore che viaggiasse incognito.

Finito il pranzo, continuammo a scendere e montare le colline che conducono al Giordano, costeggiammo monti petrosi, e ci riposammo per bere alla fontana Elisha, vicino alla valle limitata dalla via romana che mena a Gerico. Il sole tramontava, ed avevamo sotto gli occhi i sobborghi della città — uno sciame di casuccie bianche in mezzo ai sicomori — e la superba città di palazzi, festosamente adorna di piante balsamiche ed odorose.

Gerico è la città amata da Cleopatra — da Cleopatra che aveva Menfi ed Alessandria; — la cittàpreferita da Erode, che possedeva Gerusalemme, Cesarea, Ptolemaide e ove egli visse ed ove morì. Le torri, le porte, i teatri ricordavano una di quelle belle città d'Italia ove la vita non ha altro scopo che di divertirsi nei circhi, di mendicare il pane presso i padroni, e di andare a saccheggiare il mondo. I giardini d'aranci, di datteri, di melagrani circondavano i bastioni della città; e rose la profumavano. Al di là dei muri, l'anfiteatro; al di dentro, dei portici, delle sinagoghe, un tempio a Zeus, dei palazzi da re. A Gerico non sai più se ti trovi sui Nilo, o nelle isole dell'Arcipelago. Più lontano, c'è quella splendida residenza d'Erode, ch'egli chiamò Erodion (il Versailles di quel Luigi XIV).

A notte fatta, traversando le vie gremite di popolo, discendemmo nella mia casa o meglio in quella di mia madre. Mia sorella maggiore, la vedova, mi ricevette nelle sue braccia.

All'indomani ero alzato col sole. Andai a svegliare Bar Abbas e gli dissi:

— Su, in piedi.

— Di già?

— Che! vorresti farne la tua Capua, di Gerico?

— No, la mia mangiatoja. Io vi stava così bene. Tua sorella prepara così deliziosamente il farsito di coniglio alle olive ed al rosmarino.

— Avrei ancor meglio.

— Cosa dunque?

— Degli intingoli di locuste, delle locuste col sale, delle locuste con olio e aceto, delle locuste col miele.

— Dove andiamo dunque, Dio mio!

— Al deserto: a far visita al Battista.

— L'aveva già pensato. Tu hai il fiuto per stanare i bricconi.


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