XVII.

XVII.Io aveva lasciato Tiberiade con l'intenzione di recarmi a Sephoris, per vedere i tre figli di Giuda di Gamala. Un incidente mi fece cangiare di piano. Venni ad urtare in uno di quei piccoli nulla che decidono sempre dei grandi avvenimenti, e che doveva avere una così grande importanza nell'insurrezione del popolo ebreo che io mi ordiva.Io aveva osservato l'invincibile ripulsione, l'orrore che la voce e la vista di Gesù Bar Abbas svegliavano in Gesù da Nazareth. Camminando all'indomani sulle rive del lago, gli chiesi:— A proposito, potresti tu dirmi per quale causa il Rabbì di Nazareth ha per te una così profonda antipatia?— Sei ben curioso, per esempio!— No. Soltanto, ora ho il dovere di conoscere il più che posso di quell'uomo, onde afferrarne l'intera fisonomia, sotto tutti i rapporti. È altrettanto difficile di penetrare direttamente in queste nature mistiche, che agognano alla consustanzialità con Dio, che di penetrare nei segreti dell'Etna. È mestieri quindi metterli in camicia, a loro insaputa.— Hai dunque definitivamente fissato le tue viste su quel Rabbì?— Definitivamente? No. Ma egli ha delle attitudini, dei tratti, che ben diretti, potrebbero farne un porta voce ed un porta bandiera abbastanza conveniente.— Per me ho contro codestui le istesse prevenzioniche avevo contro il Battista, di cui fortunatamente siamo sbarazzati.— Che prevenzioni?— Il Rabbì di Nazareth giuocherà la partita per suo proprio conto servendosi dei nostri dadi puntati — se pure giuoca il nostro giuoco. Ma non darà nella trappola. È così dolce l'essere adorato come figlio di Dio, grattandosi.... le chiappe, raccontando delle storielle morali, e, nell'ozio, dando alle donne isteriche delle pillole per far loro vomitare il diavolo. Codesti biascicatori di frasi vuote, cui nessuno comprende — neppur chi le fabbrica — non arrischiano certo la loro pelle ben grassa, per demolire dei Cesari. Demolire dei Cesari! Mille pesti! bisogna avere più di pelo nel cuore che sulle labbra o sul mento. Vogliamo altra cosa, noi: un messia corazzato.— Tutto ciò è stato detto, e ripetendolo tu vuoi sfuggire di rispondere alla mia domanda.— Io non cerco mai di sfuggire, quando ci sono dei colpi da ricevere, o delle vergogne da vantarsi. Io metto al sole le mie piaghe con voluttà — per nauseare coloro che me le hanno prodotte.— Cospetto! tu m'intenerisci. Saresti tu convertito al regno di Dio, di tuo nipote? T'avrebbe egli promesso un posto in quel regno?— Avrei preferito che mi avesse dato un posto alla sua scodella, se ne avesse una di ben provveduta. Ma ecco la ragione del nostro disgusto, quella che sembrami probabile almeno, perocchè non so proprio bene perchè egli mi glorifichi sempre del nome d'infame, ogni qual volta mi trova sulla sua strada. Infame! Cosa diavolo vuol dire? Credo che derivi dal latinoin fame, o da qualcosa che significa aver sempre fame. Ebbene, a mia fe', bimbo mio, tu hai doppiamente ragione: ho sempre fame io.— Sei sapiente come Gamaliele figlio di Simone. La tua spiegazione dell'infame è ammirabile. Ma principia un po' questa tua storia.— Eccola qui in due parole. Io aveva reso un servizio al comandante della quarta legione in Germania; uno di quei servigi che si dimenticano raramente. Ritornato dalla guerra povero come un lebbroso, divenendo di giorno in giorno sempre più mariuolo a Gerusalemme, avevo inteso dire che questo Claudio Pellas, il comandante della quarta, essendosi disgustato con Augusto, era stato esiliato nella Golonitide, e aveva ottenuto di vivere nella Galilea. Gli è quello stesso che ha fatto regalo della loro sinagoga ai marinai di Cafarnaum. Decisi di andarlo a vedere. Vi fui infatti e lo trovai in quel bel villaggio di Nazareth, circondato dalle cure d'una donna eccellente, maritata ad un falegname chiamato Giuseppe. Il mio Romano mi ricevette come un Parto. «Chi sei tu? io non ti conosco, va all'inferno e lasciami in pace.» Lo lasciai in pace, e per sopramercato perdetti la mia, poichè presi moglie. Visitando quel caro Pellas incontrai una vedova, sorella del carpentiere, che possedeva un pezzo di terra presso Betlemme. Sposai la terra, la vedova, ed il suo cattivo temperamento.— Le vedove hanno sempre torto. Non c'è questione.— Eppure la mia, posseduta da cinque o sei dozzine di legioni di diavoli, voleva sempre aver ragione. «Gesù, non bere. Gesù, non giuocare. Gesù, non aver sempre delle brighe con tutto il mondo, Gesù, non far la corte alle femmine delle strade. Gesù lavora.» Lavora sopratutto! Era la sua manìa! Lavora! lavora! Come se la fosse stata una festa quel rabberciare dalla mattina alla sera delle ciabatte, eil giorno dopo ricominciare, e ricominciare sempre per settimane e mesi! Mille fulmini di fulmini! Maneggiare la lesina dopo aver maneggiato la lancia e la spada! coprirsi il petto d'un grembiale di pelle di becco, dopo averlo avuto coperto di una corazza d'acciaio! tagliarsi le dita con un trincetto, dopo aver ricevuto delle ferite, e dei colpi di daga alla guerra! Ah! vecchia carogna! va, va, non mi dirai più lavora, lavora....— È morta dunque?— Sì, Dio mercè, è morta. Insomma, come vedi, quella donna rabbiosa ed io, vivevamo molto male insieme. La mi aveva nondimeno acchiappato un bamboccio, nella ubbriachezza, in una di quelle notti d'inverno in cui, a mancanza di meglio, la moglie ti serve di stufa. Quel marmocchio era grazioso: non mi rassomigliava punto. A due anni, beveva già del vino, rosicava dei peperuoli intossicati, e mordeva sua madre. Mia moglie era sempre stata malaticcia. Non si pensa ella ora di cadere proprio ammalata? Era cardatrice di mestiere. Obbligata di porsi a letto, fece venire una figlia di suo fratello per assisterla, ed attendere al bimbo. Un giorno, infatti, o meglio una sera, rientrando, trovo una ragazza buona a portare un marito, ed un amante per soprassello, la quale mi accosta timidamente, e mi prodiga dei «barba mio» ad ogni motto. Non osservai punto quella tosa. Ho saputo di poi che il mondo la trovava bella.— Non la vedesti dunque?— Io la vidi al contrario, per un anno o due, ma non la guardai mai. Quell'oggetto delicato, bianco, diafano, sfuggiva al mio sguardo abituato ai grossi selvaggiumi notturni. Per finirla, mia moglie morì, e mi lasciò sulle spalle il marmocchio coll'appendicedi quella ragazza di cui io non sapeva che farmi. Una circostanza mi cavò d'imbarazzo, e mi porse il modo d'utilizzarla.— Hai così poca immaginazione tu, di non trovare un mezzo d'utilizzare una fanciulla?— Non ridere, Giuda: n'ebbi ripugnanza. Vi sono dei pregiudizii che si piantano nell'animo come degli uncini di ferro, e si ha un bel fare, non s'arriva a svellerli. La mia piccola, che come sua madre si chiamava Mirjam, andava tutte le sere a cercar l'acqua alla fontana del Dragone in una giara che portava sulla sua spalla dritta. Pare che fosse incontrata da qualcuno che, trovatala di suo genio, la seguì fino alla mia abitazione e s'informò di lei e di me.— Sono sicuro che gli si diedero sopra di te delle informazioni rassicuranti e lusinghiere.— Così lusinghiere e rassicuranti, ti dico, che un giorno.... tu conosci, credo, Cneus Priscus?— Se lo conosco!— Ebbene, quell'orso mal leccato m'incontrò un giorno come per caso, e facendomi l'onore di considerarmi come un vecchio legionario romano, m'invitò — all'occorrenza dell'anniversario d'una battaglia perduta da Tiberio cui si festeggiava come se fosse stata vinta — a venire ad un banchetto della sua centuria.— Non si rifiuta di bere alla salute di Cesare, che diamine!— È precisamente quello che io dissi a me stesso. Ci vado. Si parla. Si vi riscalda; s'alterca; corrono parole grosse come la torre di Davide, e dei colpi di daga da calibro. E quelli che restano divengono amici. È la storia dei mio banchetto. Abbrevio.— Non abbadarci, va sempre avanti.— Dopo delle circonlocuzioni assai goffe, CneusPriscus mi disse che il comandante di non so qual legione era innamorato cotto di mia nipote. Io era già mezzo brillo a forza di vecchio Chios; nondimeno l'idea di fare una buona speculazione di quel pezzo di carne senza sangue, mi balenò subito dinanzi agli occhi. — Mia nipote si vende e non si dà, risposi io sentenziosamente alla maniera del vecchio Hillel. — E chi ti ha mai detto, brutto muso, che la si volesse gratis, tua nipote? A quanto la libbra la vendi tu? — Io la valuto all'ingrosso. — Quanto? — Ne domando diecimila sesterzii.... — Te ne spippolo quindicimila. Vuoi tu giuocarli adesso, e guadagnarne tre o quattro volte tanto, comperarti una bottega di manichi da coltello e finire la tua vecchiaia in mezzo ai corni di bove e di montone? — Io ti giuoco l'anima, se ne hai una, e se vuoi arrischiarla, per farne delle suole a sandali da prete. — Avanti dunque, ma ai dadi, sai. — Eccoli, guardali. — Sta bene, ma il denaro? — Non mi devi tu quindicimila sesterzii? — E tu, non mi sei tu debitore di tua nipote? — Prendila dunque: o vuoi che te l'imballi con della paglia? — Va bene allora. Andrò a cercarla. Soltanto bisogna andar d'accordo in talune precauzioni. — Quali? — Verrò domani sera a mezzanotte, e avrò una lettiga per riporvela convenientemente. — Abbi tutto quello che vuoi. — Griderà forse? — Ciò ti risguarda. Io ti apro la porta; ti conduco nella sua stanza; tu mi dai il denaro.... e che il diavolo ti porti. — Ci mettiamo a giuocare. Guadagno cinquemila sesterzii. — Ti devo ventimila sesterzii, camerata, disse Cneus Priscus; a domani sera.— E venne?— Se venne! esatto come il gnomo del monumento d'Hircanus. A mezzanotte una lettiga portata da quattroschiavi neri si fermò dinanzi la mia porta. Cneus mi rimise una borsa col denaro: ventimila sesterzii! Mentre io li contava, egli entrò nella camera ove Mirjam dormiva col bimbo nelle braccia. Si gettò il bertuccino da una parte, s'inviluppò la testa della ragazza in non so cosa, una coperta credo, la si tolse su come una piuma, e due minuti dopo era sparita. Se il marmocchio non avesse gridato, nulla avrebbe interrotto il silenzio imponente della notte.— E non sai cosa ne è avvenuto di poi?— Sono due anni che non ho più inteso parlarne. Ella si è ecclissata, se però è tuttora di questo mondo.— Ed è il comandante d'una legione romana che te l'ha pagata?— Codesta l'è un'altra faccenda. Io credetti riconoscere quegli schiavi neri....— I negri si rassomigliano tutti.— Ecco precisamente ciò che mi sono poi detto a me stesso.— Davvero, Gesù, tu hai commesso là una ben infame cosa, poichè l'infamia ti stuzzica.— Tu parli come gli sciocchi. Vediamo un po'. Un uomo che paga quindicimila sesterzii, — e Cneus me ne ha rubati per certo altrettanti, — un uomo che compera questa leccornia al prezzo con cui avrebbe comperato uno storione del Tirreno, non è certo per ucciderla. Gli è dunque perchè egli ne è stupidamente innamorato. Ora cosa si fa delle donne che si amano? Si diviene loro schiavi. Ebbene! semplicione, cosa poteva sperare quella povera mendicante di mia nipote? Tutt'al più di sposare un vignaiuolo del suo paese. Il bel negozio! io ne ho fatto una piccola regina; io amo la mia famiglia, io, e lavoro alla sua grandezza, al suo splendore.— Pare, per altro, che gli altri non prendano la cosa da questo magnanimo punto di vista.— Lo so bene! quel piccolo rozzo carpentiere mio nipote avrebbe forse preferito, lui, di vedere sua sorella serva d'un cammelliere. Dappoichè io suppongo che la piccina ha dovuto scrivere ed informare sua madre della sua posizione, e che il piccolo Gesù ne sa sul proposito più di me. La prima volta che mi vide, mi prese pel collo gridando: «Infame, cos'hai fatto di mia sorella?» e di poi, tutte le volte che mi incontro con lui, mi accoppa sempre di questa ingiuria. «Cosa hai fatto di mia sorella!» Imbecille! o che ne so nulla io?Questo racconto mi gittò in un inatteso ordine d'idee. La vista di Bar Abbas essendomi divenuta insopportabile, lo inviai solo a Sephoris, ed io presi la via di Gerico e di Betlemme.O che ne so nulla io? aveva detto Bar Abbas.— Sono sulle traccie, dissi a me stesso.Tre giorni dopo, a mezzogiorno, mi presentai alla porta della casa solitaria di Berachah, la valle della Benedizione, risoluto questa volta d'entrarvi ad ogni costo, e di vedere la vedova di Cajus Crispus, la quale doveva probabilmente sapere qualche cosa di Mirjam, amante d'un camerata di suo marito, sorella del Rabbì di Nazareth.Il mioad ogni costofu inutile. Trovai Moab sulla porta semi aperta, che si arrostiva le gambe al sole. La vista di Moab mi richiamò alla memoria la donna del circo, ed il caos per un istante dominò il mio spirito.Moab era ancora un cotal po' convalescente delle sue ferite. Tuttavia e' mi parve meno impensierito di esse che affetto di profonda tristezza. Aveva l'aria abbattuta, scoraggiata, sudando lagrime da tutta la persona.— Oh! come sono felice di vederti, Moab, sclamai fermando il mio cavallo e smontando onde esprimergli la mia gioia più da vicino. Tu risusciti, ragazzo mio. Oh come sei bravo, bravo, bravo! Cento come te, e Pilato andrebbe a remigare sur una barca del Tevere! Come stai? Dove sei stato fino ad ora? Non sai, il tuo capo, il Battista, è stato servito alla tavola di Antipas a Makaur come l'agnello del paschah.— Si tratta bene di lui, si tratta.... gridò Moab sospirando.— Ma che hai dunque, amico mio? posso io fare qualcosa per te? Non far complimenti, sai. A proposito, Moab, poichè sono qui, bisogna che ringrazii il padrone di questa casa, che dodici giorni fa mi ha dato ricovero una notte in tempesta.— Non c'è padrone qui, disse Moab con aria ruvida.— In somma, vi è qualcuno.— C'è una padrona: ma tu non puoi vederla.— E perchè? Divoro forse le donne io? o sono un così spaventoso spauracchio da farle partorire se sono incinte, o un brigante da rapirle se sono vergini?— No, ma essa non riceve in questo momento.— Aspetterò riposandomi, perchè, amico mio, io vengo da lontano.— Non è questione d'ore. La mia padrona è stata colpita da una disgrazia e muore di dolore.— Diamine! ragione di più per presentarmi; un po' di distrazione la solleverà forse dalla sua tristezza.— To'! difatti, potresti aver ragione. Ma non so se codesta distrazione le possa andar a genio.— È giovine la tua padrona? E cosa intendi con questa tua «padrona» anzitutto? Sai che....— Io sono il suo cane, il cane di questa bella e nobile donna.— Alla buon'ora! Ebbene, Moab, puoi lasciarmi passare. Una vecchia ti sgriderebbe forse; una giovine, essa pure, se io fossi un vecchio savio, noioso, e di quelli che si mischiano di dar consigli. Io invece ti prometto di ridere.— Oh! se tu potessi darle un po' di gaiezza, Giuda!— Proviamo, Moab, proviamo.Entrai. E per paura che Moab si pentisse, gli lasciai nelle mani le briglie del mio cavallo ed in due salti mi trovai sotto il piccolo portico davanti la porta della casa. Non c'era nessuno. Vado avanti, e fo' un po' di strepito. Finalmente scorgo una giovine schiava che mi viene incontro, tutta attonita di vedermi colà.— Introducimi dalla tua padrona.— Ma chi sei tu, o straniero?— La tua padrona lo sa. Precedimi a lei dinanzi.Noah non replicò, traversò una corte scoperta interna, che i Romani chiamanocavædium; entrò neltablinumove si ricevono gli ospiti, aprì una porta invetriata nel fondo di questa stanza, sotto un piccolo portico che conduceva alla parte posteriore del giardino, e mi additò la sua padrona.Io aveva seguito Noah senza aprir bocca.— Padrona, disse la giovane, uno straniero che dice esser da te conosciuto, domanda vederti.— Non ho detto conosciuto, ragazza mia. Ti ho detto: La tua padrona lo sa — supponendo che questa nobile signora fosse stata informata dai suoi schiavi, che una notte, circa dodici giorni fa, un viaggiatore chiese un ricovero dal temporale, e che la porta di questa casa si aperse alla sua preghiera. Quel viaggiatore, nobile dama, sono io, che vengo a porgertene i ringraziamenti.Queste frasi, cui scrivo qui correntemente ora, ebbero pena a formarsi allora nel mio cervello e ad uscire dalla mia bocca. Io era sbalordito. Aveva dinanzi a me quella donna del circo, che da un mese dominava i miei pensieri, riempiendo i miei sogni, spronando i moti del mio cuore. La mia sorpresa raddoppiò, allorchè, rispondendomi, m'indirizzò la parola in lingua ebrea.— Io non so che ricovero tu abbi qui trovato. La mia porta s'apre a tutti queglino che vi picchiano. I ringraziamenti sono superflui, per un semplice dovere compiuto.— È precisamente perchè ciò potrebbe rassomigliare ad un dovere che te ne ringrazio. Il dovere è il più pesante dei balzelli.— Non mi è stato insegnato codesto.— Permettimi ora, nobile dama, di esprimere la mia soddisfazione nel trovare in te una compatriotta, dove mi attendevo trovare una straniera.Ida non rispose. Riprese una ciarpa che aveva cessato di cucire quando io entrai, e continuò il suo lavoro, coll'apparenza di persona che desidera terminare il colloquio. Ma non era codesto che io cercava.— La vista di questa casa, dall'alto della collina, continuai io, è incantevole. Si crede d'immergere lo sguardo in una cesta di fiori e di verdura. L'è una sorpresa in mezzo a queste desolate montagne.Stesso silenzio da parte d'Ida. Principiavo ad esserne inquieto.— Ho creduto vedere delle rose nei tuoi bei vasi di maiolica d'Italia. È un prodigio in quest'epoca dell'anno. Io vengo da Tiberiade; ebbene, alla Casa Dorata non ce n'eran più.Ida non mi ascoltava. Era assorta altrove, e mi sembrava abbattuta e scoraggiata. Insistetti.— Hai tu udito parlare di quel bel paese di Galilea, nobile dama?— Poco.— Oh! è l'Eden delle Indie, sotto il cielo della Siria. Nulla vi manca. Perfino i messia vi germogliano all'aria aperta.— Ne hai veduto tu, dei messia?— Se ne ho veduto! Ne ho anzi fatto provvista.— Per che farne?— Capperi! per farne di tutto. È il mio commercio.— Li rivendi dunque?— No, li do a nolo.— Ma a che si può impiegare un messia?— A che? a cento piccole inezie, ed a mille grandi cose. Prima di tutto, fanno dei miracoli.— Possono essi render dolce la morte a chi la desidera e ha paura di darsela?— Meglio ancora! risuscitano ciò che è morto.— Anche un cuore disseccato?— Questo oltrepassa i loro poteri.— Ne dubitavo bene, fece Ida sospirando.— E avevi ragione. Ma c'è un mago che fa ciò che Dio stesso non tenterebbe neppure.— Come lo chiami tu codesto mago?— L'amore.Ida piegò il capo senza rispondere, e vidi un istante dopo caderle una lagrima sulla mano.— Vuoi tu vedere, nobile signora, il messia che io ho scritturato per venire a far dei miracoli a Gerusalemme?— Tu l'hai dunque nei tuoi bagagli?— Lo aspetto fra poche settimane. Ti assicuro che è molto abile. L'ho visto, sabato scorso, invitare il popolo nella sinagoga di Cafarnaum a mangiarlo ed a beverlo, senza scomporsi.— E l'hanno mangiato?— Nemmen per ombra. Hanno avuto paura di rompersi i denti: le donne sopratutto sono fuggite serrando il velo sulla loro bocca. Conosci tu Cafarnaum?— No.— Ebbene, quelle belle donne, e quel mucchio di pescatori, di conciatori, di marinai, si son posti a gridare: Chi l'avrebbe mai detto che il figlio del carpentiere di Nazareth ci tenderebbe un simile agguato?— Come si chiama il tuo messia?— Gesù il Nazareno, figlio di Giuseppe il carpentiere.Ida trasalì, e tacque.— Stavano per lapidarlo. Allora io, e lo zio di quel Messia, Gesù Bar Abbas, ci siamo messi di mezzo; l'abbiamo salvato, e l'abbiamo arruolato nella nostra compagnia santa, per il prossimo paschah.Ida, di già molto pallida, divenne come una morta. Io non dubitava più che ella non fosse Mirjam sorella del Nazareno; ma volli esserne più completamente convinto.— Vuoi dunque, bella dama, che te lo conduca qui un giorno, il mio messia? Passo sovente davanti la tua porta: vado a trovar mia madre a Betlemme.— Grazie, disse Ida, non sono curiosa.— Di miracoli, lo credo. Gli è più facile fare un miracolo che una nobile azione. Ma il Rabbì di Nazareth non rende soltanto la vista ai ciechi, e le gambe ai paralitici; guarisce anche i cuori ammalati.— Ne dubito.— Eppure io sono stato testimonio di un miracolo simile. Conoscevo una giovincella di Magdala che aveva lasciato il suo ganzo a Gerusalemme, ed erafuggita col cuore sanguinante d'amore. L'ho trovata a Magdala, ho cenato con lei e col mio Rabbì, che l'aveva guarita radicalmente.— Vuol dire che non era ammalata, rispose Ida sospirando.— Sei ben triste, o giovine donna, ripresi. Perdona la mia indiscrezione. Ma ho veduto cadere una lagrima sulla tua mano, e te ne navigano ancora per gli occhi. Io sono uno straniero: ma sono giovane. Il mio cuore non è indurito verso i disgraziati, ho la gioia sempre a mia disposizione; scusa se io oso dirti: il dolore di una donna è la negazione di Dio. Posso io far qualche cosa per alleviarlo?— Grazie. Tu t'inganni; io non ho alcun dolore.— M'era per altro sembrato...— Ti sei ingannato. Noah, offri a questo straniero dei rinfreschi se lo desidera.Ida si alzò. Mi congedava.— Non pensavo di offenderti, nobile dama, replicai. I miei occhi sono stati indiscreti, il mio cuore uno sciocco. Mi ricorderò questa lezione, e forse altri ne soffriranno. Ma tu sei la donna d'uno straniero, mi fu detto. Tu sei ebrea; tu sola hai un aspetto a scorruccio in mezzo agli splendori che ti circondano. Io ho sofferto sul suolo straniero dei dolori che nessuno ha consolato... Se ti ho offesa dicendoti: posso io renderti dei servigi, avendone ricevuto uno da te, — perdonami. Avrei creduto di mancare al mio dovere d'uomo agendo differentemente.M'era alzato io pure, ed avevo nella voce una tale emozione, ed un'aria così fiera e così compunta, che Ida si fermò, e m'inondò del suo sguardo, pieno come il sole a mezzogiorno. Dio mio! quanto era bella, quella giovine donna!Portava un lungo vestito viola molto accollato,stretto alla vita da una cintura di seta nera, ed i ricci dei suoi capelli d'oro, gittati all'indietro, ricadevano sulle sue spalle e sul suo seno. Guardandomi, la sua figura così triste si animò per un istante; il sangue corse alle sue labbra, che avrebbero fatto pianger d'invidia i petali di una rosa di Pæstum, e le sue piccole narici si gonfiarono.— Ti ho detto grazie, replicò, e te lo ripeto. Non hai alcun servigio da rendermi. Se avessi un dolore sarebbe di quelli che durano sempre, anche quando si credono estinti, che straziano, e non uccidono. Ma io non ne ho; sopratutto non ho nessuna indelicatezza a rimproverarti.— Grazie, nobile dama: non avrei mai perdonato a me stesso d'essere stato così malaccorto.— Ti aggiungo di più, continuò Ida, se un'altra volta, il temporale, la fatica, il sole, se infine una ragione qualunque ti costringe a cercare un ricovero, non dimenticare di picchiare alla mia porta, fino a tanto che io resto qui.Era tutto ciò che io voleva sapere; la conclusione che io desiderava di più. La salutai e uscii, ebbro d'amore, pazzo di desiderii, avendo delle vertigini negli occhi e nel cervello.— Ebbene, ha ella riso? mi domandò Moab venendomi incontro.— Presso a poco. Non credere già che sia così facile di far ridere una donna in quello stato, come edificare il Tempio quando si posseggono le ricchezze di Salomone. Ridere! Cospetto! avrei voluto che mi avesse chiesto... Oh! lo stordito ch'io sono! Avevo portato questa bella collana, che Erodiade mi ha dato per farne un regalo alla mia amante e l'ho dimenticata. Gli è ch'ella mi ha colpito, Moab, mi ha colpito al cuore. Gliela presenterò nella prossimavolta. Ho bisogno, di parlarti, Moab. Io sono pazzo per la tua padrona. L'amo...— Che! gridò Moab.— Ebbene! sì, io l'amo; l'amo tanto da morirne.— Tu puoi morire allora, rispose Moab, freddamente. Tu non passerai più questa soglia, o io ti uccido, o tu uccidi me.— Sei pazzo?— Ascoltami, Giuda! Ho lasciato mia moglie ed i miei figli il giorno che ho abbracciato la dottrina esseniana. Ho adottato questa nobile giovanetta di cui tu vedi lo splendore del volto, e non puoi vedere lo splendore dell'anima. Io mi sono dato ad Ida, come la mia mano si è dedicata alla mia vita. Se ella mi chiedesse di demolire il Tempio coi denti, comincierei domani a divorarlo. Ho dunque il dovere di vegliare alla sua pace, al suo onore, alla sua anima. Ami Ida, tu dici? L'ami? Ebbene, non si amano le donne come colei, che quando se ne fa la propria moglie. Tagliami a pezzi se vuoi, ti perdono come ad un maniaco; ma non pensarti di lordare quella donna col tuo amore, neppure in sogno, perchè io ti strappo il cuore come ad una bestia feroce, e ti schiaccio come una bestia immonda.E così dicendo, mi gettò alla porta e la chiuse dietro a me.FINE DEL PRIMO VOLUME.

Io aveva lasciato Tiberiade con l'intenzione di recarmi a Sephoris, per vedere i tre figli di Giuda di Gamala. Un incidente mi fece cangiare di piano. Venni ad urtare in uno di quei piccoli nulla che decidono sempre dei grandi avvenimenti, e che doveva avere una così grande importanza nell'insurrezione del popolo ebreo che io mi ordiva.

Io aveva osservato l'invincibile ripulsione, l'orrore che la voce e la vista di Gesù Bar Abbas svegliavano in Gesù da Nazareth. Camminando all'indomani sulle rive del lago, gli chiesi:

— A proposito, potresti tu dirmi per quale causa il Rabbì di Nazareth ha per te una così profonda antipatia?

— Sei ben curioso, per esempio!

— No. Soltanto, ora ho il dovere di conoscere il più che posso di quell'uomo, onde afferrarne l'intera fisonomia, sotto tutti i rapporti. È altrettanto difficile di penetrare direttamente in queste nature mistiche, che agognano alla consustanzialità con Dio, che di penetrare nei segreti dell'Etna. È mestieri quindi metterli in camicia, a loro insaputa.

— Hai dunque definitivamente fissato le tue viste su quel Rabbì?

— Definitivamente? No. Ma egli ha delle attitudini, dei tratti, che ben diretti, potrebbero farne un porta voce ed un porta bandiera abbastanza conveniente.

— Per me ho contro codestui le istesse prevenzioniche avevo contro il Battista, di cui fortunatamente siamo sbarazzati.

— Che prevenzioni?

— Il Rabbì di Nazareth giuocherà la partita per suo proprio conto servendosi dei nostri dadi puntati — se pure giuoca il nostro giuoco. Ma non darà nella trappola. È così dolce l'essere adorato come figlio di Dio, grattandosi.... le chiappe, raccontando delle storielle morali, e, nell'ozio, dando alle donne isteriche delle pillole per far loro vomitare il diavolo. Codesti biascicatori di frasi vuote, cui nessuno comprende — neppur chi le fabbrica — non arrischiano certo la loro pelle ben grassa, per demolire dei Cesari. Demolire dei Cesari! Mille pesti! bisogna avere più di pelo nel cuore che sulle labbra o sul mento. Vogliamo altra cosa, noi: un messia corazzato.

— Tutto ciò è stato detto, e ripetendolo tu vuoi sfuggire di rispondere alla mia domanda.

— Io non cerco mai di sfuggire, quando ci sono dei colpi da ricevere, o delle vergogne da vantarsi. Io metto al sole le mie piaghe con voluttà — per nauseare coloro che me le hanno prodotte.

— Cospetto! tu m'intenerisci. Saresti tu convertito al regno di Dio, di tuo nipote? T'avrebbe egli promesso un posto in quel regno?

— Avrei preferito che mi avesse dato un posto alla sua scodella, se ne avesse una di ben provveduta. Ma ecco la ragione del nostro disgusto, quella che sembrami probabile almeno, perocchè non so proprio bene perchè egli mi glorifichi sempre del nome d'infame, ogni qual volta mi trova sulla sua strada. Infame! Cosa diavolo vuol dire? Credo che derivi dal latinoin fame, o da qualcosa che significa aver sempre fame. Ebbene, a mia fe', bimbo mio, tu hai doppiamente ragione: ho sempre fame io.

— Sei sapiente come Gamaliele figlio di Simone. La tua spiegazione dell'infame è ammirabile. Ma principia un po' questa tua storia.

— Eccola qui in due parole. Io aveva reso un servizio al comandante della quarta legione in Germania; uno di quei servigi che si dimenticano raramente. Ritornato dalla guerra povero come un lebbroso, divenendo di giorno in giorno sempre più mariuolo a Gerusalemme, avevo inteso dire che questo Claudio Pellas, il comandante della quarta, essendosi disgustato con Augusto, era stato esiliato nella Golonitide, e aveva ottenuto di vivere nella Galilea. Gli è quello stesso che ha fatto regalo della loro sinagoga ai marinai di Cafarnaum. Decisi di andarlo a vedere. Vi fui infatti e lo trovai in quel bel villaggio di Nazareth, circondato dalle cure d'una donna eccellente, maritata ad un falegname chiamato Giuseppe. Il mio Romano mi ricevette come un Parto. «Chi sei tu? io non ti conosco, va all'inferno e lasciami in pace.» Lo lasciai in pace, e per sopramercato perdetti la mia, poichè presi moglie. Visitando quel caro Pellas incontrai una vedova, sorella del carpentiere, che possedeva un pezzo di terra presso Betlemme. Sposai la terra, la vedova, ed il suo cattivo temperamento.

— Le vedove hanno sempre torto. Non c'è questione.

— Eppure la mia, posseduta da cinque o sei dozzine di legioni di diavoli, voleva sempre aver ragione. «Gesù, non bere. Gesù, non giuocare. Gesù, non aver sempre delle brighe con tutto il mondo, Gesù, non far la corte alle femmine delle strade. Gesù lavora.» Lavora sopratutto! Era la sua manìa! Lavora! lavora! Come se la fosse stata una festa quel rabberciare dalla mattina alla sera delle ciabatte, eil giorno dopo ricominciare, e ricominciare sempre per settimane e mesi! Mille fulmini di fulmini! Maneggiare la lesina dopo aver maneggiato la lancia e la spada! coprirsi il petto d'un grembiale di pelle di becco, dopo averlo avuto coperto di una corazza d'acciaio! tagliarsi le dita con un trincetto, dopo aver ricevuto delle ferite, e dei colpi di daga alla guerra! Ah! vecchia carogna! va, va, non mi dirai più lavora, lavora....

— È morta dunque?

— Sì, Dio mercè, è morta. Insomma, come vedi, quella donna rabbiosa ed io, vivevamo molto male insieme. La mi aveva nondimeno acchiappato un bamboccio, nella ubbriachezza, in una di quelle notti d'inverno in cui, a mancanza di meglio, la moglie ti serve di stufa. Quel marmocchio era grazioso: non mi rassomigliava punto. A due anni, beveva già del vino, rosicava dei peperuoli intossicati, e mordeva sua madre. Mia moglie era sempre stata malaticcia. Non si pensa ella ora di cadere proprio ammalata? Era cardatrice di mestiere. Obbligata di porsi a letto, fece venire una figlia di suo fratello per assisterla, ed attendere al bimbo. Un giorno, infatti, o meglio una sera, rientrando, trovo una ragazza buona a portare un marito, ed un amante per soprassello, la quale mi accosta timidamente, e mi prodiga dei «barba mio» ad ogni motto. Non osservai punto quella tosa. Ho saputo di poi che il mondo la trovava bella.

— Non la vedesti dunque?

— Io la vidi al contrario, per un anno o due, ma non la guardai mai. Quell'oggetto delicato, bianco, diafano, sfuggiva al mio sguardo abituato ai grossi selvaggiumi notturni. Per finirla, mia moglie morì, e mi lasciò sulle spalle il marmocchio coll'appendicedi quella ragazza di cui io non sapeva che farmi. Una circostanza mi cavò d'imbarazzo, e mi porse il modo d'utilizzarla.

— Hai così poca immaginazione tu, di non trovare un mezzo d'utilizzare una fanciulla?

— Non ridere, Giuda: n'ebbi ripugnanza. Vi sono dei pregiudizii che si piantano nell'animo come degli uncini di ferro, e si ha un bel fare, non s'arriva a svellerli. La mia piccola, che come sua madre si chiamava Mirjam, andava tutte le sere a cercar l'acqua alla fontana del Dragone in una giara che portava sulla sua spalla dritta. Pare che fosse incontrata da qualcuno che, trovatala di suo genio, la seguì fino alla mia abitazione e s'informò di lei e di me.

— Sono sicuro che gli si diedero sopra di te delle informazioni rassicuranti e lusinghiere.

— Così lusinghiere e rassicuranti, ti dico, che un giorno.... tu conosci, credo, Cneus Priscus?

— Se lo conosco!

— Ebbene, quell'orso mal leccato m'incontrò un giorno come per caso, e facendomi l'onore di considerarmi come un vecchio legionario romano, m'invitò — all'occorrenza dell'anniversario d'una battaglia perduta da Tiberio cui si festeggiava come se fosse stata vinta — a venire ad un banchetto della sua centuria.

— Non si rifiuta di bere alla salute di Cesare, che diamine!

— È precisamente quello che io dissi a me stesso. Ci vado. Si parla. Si vi riscalda; s'alterca; corrono parole grosse come la torre di Davide, e dei colpi di daga da calibro. E quelli che restano divengono amici. È la storia dei mio banchetto. Abbrevio.

— Non abbadarci, va sempre avanti.

— Dopo delle circonlocuzioni assai goffe, CneusPriscus mi disse che il comandante di non so qual legione era innamorato cotto di mia nipote. Io era già mezzo brillo a forza di vecchio Chios; nondimeno l'idea di fare una buona speculazione di quel pezzo di carne senza sangue, mi balenò subito dinanzi agli occhi. — Mia nipote si vende e non si dà, risposi io sentenziosamente alla maniera del vecchio Hillel. — E chi ti ha mai detto, brutto muso, che la si volesse gratis, tua nipote? A quanto la libbra la vendi tu? — Io la valuto all'ingrosso. — Quanto? — Ne domando diecimila sesterzii.... — Te ne spippolo quindicimila. Vuoi tu giuocarli adesso, e guadagnarne tre o quattro volte tanto, comperarti una bottega di manichi da coltello e finire la tua vecchiaia in mezzo ai corni di bove e di montone? — Io ti giuoco l'anima, se ne hai una, e se vuoi arrischiarla, per farne delle suole a sandali da prete. — Avanti dunque, ma ai dadi, sai. — Eccoli, guardali. — Sta bene, ma il denaro? — Non mi devi tu quindicimila sesterzii? — E tu, non mi sei tu debitore di tua nipote? — Prendila dunque: o vuoi che te l'imballi con della paglia? — Va bene allora. Andrò a cercarla. Soltanto bisogna andar d'accordo in talune precauzioni. — Quali? — Verrò domani sera a mezzanotte, e avrò una lettiga per riporvela convenientemente. — Abbi tutto quello che vuoi. — Griderà forse? — Ciò ti risguarda. Io ti apro la porta; ti conduco nella sua stanza; tu mi dai il denaro.... e che il diavolo ti porti. — Ci mettiamo a giuocare. Guadagno cinquemila sesterzii. — Ti devo ventimila sesterzii, camerata, disse Cneus Priscus; a domani sera.

— E venne?

— Se venne! esatto come il gnomo del monumento d'Hircanus. A mezzanotte una lettiga portata da quattroschiavi neri si fermò dinanzi la mia porta. Cneus mi rimise una borsa col denaro: ventimila sesterzii! Mentre io li contava, egli entrò nella camera ove Mirjam dormiva col bimbo nelle braccia. Si gettò il bertuccino da una parte, s'inviluppò la testa della ragazza in non so cosa, una coperta credo, la si tolse su come una piuma, e due minuti dopo era sparita. Se il marmocchio non avesse gridato, nulla avrebbe interrotto il silenzio imponente della notte.

— E non sai cosa ne è avvenuto di poi?

— Sono due anni che non ho più inteso parlarne. Ella si è ecclissata, se però è tuttora di questo mondo.

— Ed è il comandante d'una legione romana che te l'ha pagata?

— Codesta l'è un'altra faccenda. Io credetti riconoscere quegli schiavi neri....

— I negri si rassomigliano tutti.

— Ecco precisamente ciò che mi sono poi detto a me stesso.

— Davvero, Gesù, tu hai commesso là una ben infame cosa, poichè l'infamia ti stuzzica.

— Tu parli come gli sciocchi. Vediamo un po'. Un uomo che paga quindicimila sesterzii, — e Cneus me ne ha rubati per certo altrettanti, — un uomo che compera questa leccornia al prezzo con cui avrebbe comperato uno storione del Tirreno, non è certo per ucciderla. Gli è dunque perchè egli ne è stupidamente innamorato. Ora cosa si fa delle donne che si amano? Si diviene loro schiavi. Ebbene! semplicione, cosa poteva sperare quella povera mendicante di mia nipote? Tutt'al più di sposare un vignaiuolo del suo paese. Il bel negozio! io ne ho fatto una piccola regina; io amo la mia famiglia, io, e lavoro alla sua grandezza, al suo splendore.

— Pare, per altro, che gli altri non prendano la cosa da questo magnanimo punto di vista.

— Lo so bene! quel piccolo rozzo carpentiere mio nipote avrebbe forse preferito, lui, di vedere sua sorella serva d'un cammelliere. Dappoichè io suppongo che la piccina ha dovuto scrivere ed informare sua madre della sua posizione, e che il piccolo Gesù ne sa sul proposito più di me. La prima volta che mi vide, mi prese pel collo gridando: «Infame, cos'hai fatto di mia sorella?» e di poi, tutte le volte che mi incontro con lui, mi accoppa sempre di questa ingiuria. «Cosa hai fatto di mia sorella!» Imbecille! o che ne so nulla io?

Questo racconto mi gittò in un inatteso ordine d'idee. La vista di Bar Abbas essendomi divenuta insopportabile, lo inviai solo a Sephoris, ed io presi la via di Gerico e di Betlemme.

O che ne so nulla io? aveva detto Bar Abbas.

— Sono sulle traccie, dissi a me stesso.

Tre giorni dopo, a mezzogiorno, mi presentai alla porta della casa solitaria di Berachah, la valle della Benedizione, risoluto questa volta d'entrarvi ad ogni costo, e di vedere la vedova di Cajus Crispus, la quale doveva probabilmente sapere qualche cosa di Mirjam, amante d'un camerata di suo marito, sorella del Rabbì di Nazareth.

Il mioad ogni costofu inutile. Trovai Moab sulla porta semi aperta, che si arrostiva le gambe al sole. La vista di Moab mi richiamò alla memoria la donna del circo, ed il caos per un istante dominò il mio spirito.

Moab era ancora un cotal po' convalescente delle sue ferite. Tuttavia e' mi parve meno impensierito di esse che affetto di profonda tristezza. Aveva l'aria abbattuta, scoraggiata, sudando lagrime da tutta la persona.

— Oh! come sono felice di vederti, Moab, sclamai fermando il mio cavallo e smontando onde esprimergli la mia gioia più da vicino. Tu risusciti, ragazzo mio. Oh come sei bravo, bravo, bravo! Cento come te, e Pilato andrebbe a remigare sur una barca del Tevere! Come stai? Dove sei stato fino ad ora? Non sai, il tuo capo, il Battista, è stato servito alla tavola di Antipas a Makaur come l'agnello del paschah.

— Si tratta bene di lui, si tratta.... gridò Moab sospirando.

— Ma che hai dunque, amico mio? posso io fare qualcosa per te? Non far complimenti, sai. A proposito, Moab, poichè sono qui, bisogna che ringrazii il padrone di questa casa, che dodici giorni fa mi ha dato ricovero una notte in tempesta.

— Non c'è padrone qui, disse Moab con aria ruvida.

— In somma, vi è qualcuno.

— C'è una padrona: ma tu non puoi vederla.

— E perchè? Divoro forse le donne io? o sono un così spaventoso spauracchio da farle partorire se sono incinte, o un brigante da rapirle se sono vergini?

— No, ma essa non riceve in questo momento.

— Aspetterò riposandomi, perchè, amico mio, io vengo da lontano.

— Non è questione d'ore. La mia padrona è stata colpita da una disgrazia e muore di dolore.

— Diamine! ragione di più per presentarmi; un po' di distrazione la solleverà forse dalla sua tristezza.

— To'! difatti, potresti aver ragione. Ma non so se codesta distrazione le possa andar a genio.

— È giovine la tua padrona? E cosa intendi con questa tua «padrona» anzitutto? Sai che....

— Io sono il suo cane, il cane di questa bella e nobile donna.

— Alla buon'ora! Ebbene, Moab, puoi lasciarmi passare. Una vecchia ti sgriderebbe forse; una giovine, essa pure, se io fossi un vecchio savio, noioso, e di quelli che si mischiano di dar consigli. Io invece ti prometto di ridere.

— Oh! se tu potessi darle un po' di gaiezza, Giuda!

— Proviamo, Moab, proviamo.

Entrai. E per paura che Moab si pentisse, gli lasciai nelle mani le briglie del mio cavallo ed in due salti mi trovai sotto il piccolo portico davanti la porta della casa. Non c'era nessuno. Vado avanti, e fo' un po' di strepito. Finalmente scorgo una giovine schiava che mi viene incontro, tutta attonita di vedermi colà.

— Introducimi dalla tua padrona.

— Ma chi sei tu, o straniero?

— La tua padrona lo sa. Precedimi a lei dinanzi.

Noah non replicò, traversò una corte scoperta interna, che i Romani chiamanocavædium; entrò neltablinumove si ricevono gli ospiti, aprì una porta invetriata nel fondo di questa stanza, sotto un piccolo portico che conduceva alla parte posteriore del giardino, e mi additò la sua padrona.

Io aveva seguito Noah senza aprir bocca.

— Padrona, disse la giovane, uno straniero che dice esser da te conosciuto, domanda vederti.

— Non ho detto conosciuto, ragazza mia. Ti ho detto: La tua padrona lo sa — supponendo che questa nobile signora fosse stata informata dai suoi schiavi, che una notte, circa dodici giorni fa, un viaggiatore chiese un ricovero dal temporale, e che la porta di questa casa si aperse alla sua preghiera. Quel viaggiatore, nobile dama, sono io, che vengo a porgertene i ringraziamenti.

Queste frasi, cui scrivo qui correntemente ora, ebbero pena a formarsi allora nel mio cervello e ad uscire dalla mia bocca. Io era sbalordito. Aveva dinanzi a me quella donna del circo, che da un mese dominava i miei pensieri, riempiendo i miei sogni, spronando i moti del mio cuore. La mia sorpresa raddoppiò, allorchè, rispondendomi, m'indirizzò la parola in lingua ebrea.

— Io non so che ricovero tu abbi qui trovato. La mia porta s'apre a tutti queglino che vi picchiano. I ringraziamenti sono superflui, per un semplice dovere compiuto.

— È precisamente perchè ciò potrebbe rassomigliare ad un dovere che te ne ringrazio. Il dovere è il più pesante dei balzelli.

— Non mi è stato insegnato codesto.

— Permettimi ora, nobile dama, di esprimere la mia soddisfazione nel trovare in te una compatriotta, dove mi attendevo trovare una straniera.

Ida non rispose. Riprese una ciarpa che aveva cessato di cucire quando io entrai, e continuò il suo lavoro, coll'apparenza di persona che desidera terminare il colloquio. Ma non era codesto che io cercava.

— La vista di questa casa, dall'alto della collina, continuai io, è incantevole. Si crede d'immergere lo sguardo in una cesta di fiori e di verdura. L'è una sorpresa in mezzo a queste desolate montagne.

Stesso silenzio da parte d'Ida. Principiavo ad esserne inquieto.

— Ho creduto vedere delle rose nei tuoi bei vasi di maiolica d'Italia. È un prodigio in quest'epoca dell'anno. Io vengo da Tiberiade; ebbene, alla Casa Dorata non ce n'eran più.

Ida non mi ascoltava. Era assorta altrove, e mi sembrava abbattuta e scoraggiata. Insistetti.

— Hai tu udito parlare di quel bel paese di Galilea, nobile dama?

— Poco.

— Oh! è l'Eden delle Indie, sotto il cielo della Siria. Nulla vi manca. Perfino i messia vi germogliano all'aria aperta.

— Ne hai veduto tu, dei messia?

— Se ne ho veduto! Ne ho anzi fatto provvista.

— Per che farne?

— Capperi! per farne di tutto. È il mio commercio.

— Li rivendi dunque?

— No, li do a nolo.

— Ma a che si può impiegare un messia?

— A che? a cento piccole inezie, ed a mille grandi cose. Prima di tutto, fanno dei miracoli.

— Possono essi render dolce la morte a chi la desidera e ha paura di darsela?

— Meglio ancora! risuscitano ciò che è morto.

— Anche un cuore disseccato?

— Questo oltrepassa i loro poteri.

— Ne dubitavo bene, fece Ida sospirando.

— E avevi ragione. Ma c'è un mago che fa ciò che Dio stesso non tenterebbe neppure.

— Come lo chiami tu codesto mago?

— L'amore.

Ida piegò il capo senza rispondere, e vidi un istante dopo caderle una lagrima sulla mano.

— Vuoi tu vedere, nobile signora, il messia che io ho scritturato per venire a far dei miracoli a Gerusalemme?

— Tu l'hai dunque nei tuoi bagagli?

— Lo aspetto fra poche settimane. Ti assicuro che è molto abile. L'ho visto, sabato scorso, invitare il popolo nella sinagoga di Cafarnaum a mangiarlo ed a beverlo, senza scomporsi.

— E l'hanno mangiato?

— Nemmen per ombra. Hanno avuto paura di rompersi i denti: le donne sopratutto sono fuggite serrando il velo sulla loro bocca. Conosci tu Cafarnaum?

— No.

— Ebbene, quelle belle donne, e quel mucchio di pescatori, di conciatori, di marinai, si son posti a gridare: Chi l'avrebbe mai detto che il figlio del carpentiere di Nazareth ci tenderebbe un simile agguato?

— Come si chiama il tuo messia?

— Gesù il Nazareno, figlio di Giuseppe il carpentiere.

Ida trasalì, e tacque.

— Stavano per lapidarlo. Allora io, e lo zio di quel Messia, Gesù Bar Abbas, ci siamo messi di mezzo; l'abbiamo salvato, e l'abbiamo arruolato nella nostra compagnia santa, per il prossimo paschah.

Ida, di già molto pallida, divenne come una morta. Io non dubitava più che ella non fosse Mirjam sorella del Nazareno; ma volli esserne più completamente convinto.

— Vuoi dunque, bella dama, che te lo conduca qui un giorno, il mio messia? Passo sovente davanti la tua porta: vado a trovar mia madre a Betlemme.

— Grazie, disse Ida, non sono curiosa.

— Di miracoli, lo credo. Gli è più facile fare un miracolo che una nobile azione. Ma il Rabbì di Nazareth non rende soltanto la vista ai ciechi, e le gambe ai paralitici; guarisce anche i cuori ammalati.

— Ne dubito.

— Eppure io sono stato testimonio di un miracolo simile. Conoscevo una giovincella di Magdala che aveva lasciato il suo ganzo a Gerusalemme, ed erafuggita col cuore sanguinante d'amore. L'ho trovata a Magdala, ho cenato con lei e col mio Rabbì, che l'aveva guarita radicalmente.

— Vuol dire che non era ammalata, rispose Ida sospirando.

— Sei ben triste, o giovine donna, ripresi. Perdona la mia indiscrezione. Ma ho veduto cadere una lagrima sulla tua mano, e te ne navigano ancora per gli occhi. Io sono uno straniero: ma sono giovane. Il mio cuore non è indurito verso i disgraziati, ho la gioia sempre a mia disposizione; scusa se io oso dirti: il dolore di una donna è la negazione di Dio. Posso io far qualche cosa per alleviarlo?

— Grazie. Tu t'inganni; io non ho alcun dolore.

— M'era per altro sembrato...

— Ti sei ingannato. Noah, offri a questo straniero dei rinfreschi se lo desidera.

Ida si alzò. Mi congedava.

— Non pensavo di offenderti, nobile dama, replicai. I miei occhi sono stati indiscreti, il mio cuore uno sciocco. Mi ricorderò questa lezione, e forse altri ne soffriranno. Ma tu sei la donna d'uno straniero, mi fu detto. Tu sei ebrea; tu sola hai un aspetto a scorruccio in mezzo agli splendori che ti circondano. Io ho sofferto sul suolo straniero dei dolori che nessuno ha consolato... Se ti ho offesa dicendoti: posso io renderti dei servigi, avendone ricevuto uno da te, — perdonami. Avrei creduto di mancare al mio dovere d'uomo agendo differentemente.

M'era alzato io pure, ed avevo nella voce una tale emozione, ed un'aria così fiera e così compunta, che Ida si fermò, e m'inondò del suo sguardo, pieno come il sole a mezzogiorno. Dio mio! quanto era bella, quella giovine donna!

Portava un lungo vestito viola molto accollato,stretto alla vita da una cintura di seta nera, ed i ricci dei suoi capelli d'oro, gittati all'indietro, ricadevano sulle sue spalle e sul suo seno. Guardandomi, la sua figura così triste si animò per un istante; il sangue corse alle sue labbra, che avrebbero fatto pianger d'invidia i petali di una rosa di Pæstum, e le sue piccole narici si gonfiarono.

— Ti ho detto grazie, replicò, e te lo ripeto. Non hai alcun servigio da rendermi. Se avessi un dolore sarebbe di quelli che durano sempre, anche quando si credono estinti, che straziano, e non uccidono. Ma io non ne ho; sopratutto non ho nessuna indelicatezza a rimproverarti.

— Grazie, nobile dama: non avrei mai perdonato a me stesso d'essere stato così malaccorto.

— Ti aggiungo di più, continuò Ida, se un'altra volta, il temporale, la fatica, il sole, se infine una ragione qualunque ti costringe a cercare un ricovero, non dimenticare di picchiare alla mia porta, fino a tanto che io resto qui.

Era tutto ciò che io voleva sapere; la conclusione che io desiderava di più. La salutai e uscii, ebbro d'amore, pazzo di desiderii, avendo delle vertigini negli occhi e nel cervello.

— Ebbene, ha ella riso? mi domandò Moab venendomi incontro.

— Presso a poco. Non credere già che sia così facile di far ridere una donna in quello stato, come edificare il Tempio quando si posseggono le ricchezze di Salomone. Ridere! Cospetto! avrei voluto che mi avesse chiesto... Oh! lo stordito ch'io sono! Avevo portato questa bella collana, che Erodiade mi ha dato per farne un regalo alla mia amante e l'ho dimenticata. Gli è ch'ella mi ha colpito, Moab, mi ha colpito al cuore. Gliela presenterò nella prossimavolta. Ho bisogno, di parlarti, Moab. Io sono pazzo per la tua padrona. L'amo...

— Che! gridò Moab.

— Ebbene! sì, io l'amo; l'amo tanto da morirne.

— Tu puoi morire allora, rispose Moab, freddamente. Tu non passerai più questa soglia, o io ti uccido, o tu uccidi me.

— Sei pazzo?

— Ascoltami, Giuda! Ho lasciato mia moglie ed i miei figli il giorno che ho abbracciato la dottrina esseniana. Ho adottato questa nobile giovanetta di cui tu vedi lo splendore del volto, e non puoi vedere lo splendore dell'anima. Io mi sono dato ad Ida, come la mia mano si è dedicata alla mia vita. Se ella mi chiedesse di demolire il Tempio coi denti, comincierei domani a divorarlo. Ho dunque il dovere di vegliare alla sua pace, al suo onore, alla sua anima. Ami Ida, tu dici? L'ami? Ebbene, non si amano le donne come colei, che quando se ne fa la propria moglie. Tagliami a pezzi se vuoi, ti perdono come ad un maniaco; ma non pensarti di lordare quella donna col tuo amore, neppure in sogno, perchè io ti strappo il cuore come ad una bestia feroce, e ti schiaccio come una bestia immonda.

E così dicendo, mi gettò alla porta e la chiuse dietro a me.

FINE DEL PRIMO VOLUME.

NOTE:1.Gli Esseniani erano opposti alla guerra. Ma quando il paese era minacciato, spiegavano un coraggio indomabile. Nella guerra contro i Romani essi accorsero alla difesa di Gerusalemme, e diedero un numero indicibile di martiri crocifissi, gettati nelle arene, o torturati dai vincitori.Salvador, I, pag. 166.Giuseppe,Guerra degli Ebrei, lib. II, cap. II.Antichità, lib. XVIII, Cap. II.2.Svetonio,TiberioXLIV.3.Ogni giorno si assisteva nella Giudea a sommosse di popolo, si citavano le provocazioni alla libertà di quelli che pretendevano fare dei miracoli e dei capi che promettevano di realizzare le profezie. Essi trascinavano le masse popolari nei deserti, e là venivano proclamati in qualità di Elia, di Cristo, di Messia.... ed erano inviati al supplizio.Salvador, I, pag. 197.4.Augebat iras, quod soli Jodæi non cessissent.Tacito.5.Josephus,Antichità, Lib. XII, cap. VII.6.Ibid. Lib. XII, cap. VIII.7.Josephus, Lib. XIII, cap. V e VI.8.Josephus attribuisce questo consiglio ad un certo Gionata. Lib. XIII, Cap. X.9.Josephus, Cap. XIII e XIV.10.Josephus, lib. XIV, cap. XII, XIII e XIV.11.Proverbi, VII.12.«Un'altra ragione spiega l'incredulità della Giudea: l'abbandono col quale questo paese si dava in preda al maraviglioso. Era stato assogettato, dall'origine, ad una regola, che autorizza a non scorgere nei più sacri miracoli che una semplice questione di necessità e di costumi.»Salvatore, pag. 399. —Giuseppe,Antichità, XX, cap. II, VI, VI. —Guerra, II, cap. XXIII, — XXIII.13.Fors'anco questo nome soldatesco veniva dalpilum, pestello, da cui si era fatto il dio Pilumnus nelle stanze da letto, e che, secondo sant'Agostino, personificava un Priapo.14.Gli si applicava il verso di Marziale:Tergo fœmina pube vir es.15.Filone (Ambasciata a Cajus) chiama Pilatopervicaci duroque ingenio, carattere tenace e duro, e gli attribuiscevenditas sententias, rapinas, clades, tormenta, crebras caedes indemnatorum, crudelitatem saevissimam.... Non sembrerebbe di leggere il ritratto di Radetzki fatto dagli Italiani?16.Macrobio racconta che questa figlia di Augusto non si abbandonava alla dissolutezza che allorchè era incinta, e diceva allora: «che non accettava passeggieri a bordo che allorquando il bastimento era carico,navi plena, tolle vectorem.»17.Svetonio,Vita d'Augusto, LXVIII.18.Idem, ibid XIX.19.«Quando egli ritornò nel suo paese e predicò nella sinagoga, il popolo attonito si diceva: Ma donde è venuta la scienza e la potenza a quest'uomo? Non è egli figlio del falegname la cui madre si chiama Maria, ed i fratelli, Jacopo Giuseppe, Simone e Giuda? Le sue sorelle non sono esse con noi? Dove mai quest'uomo ha preso tutto ciò?»Matteocap. XIII, v. 54, 55, 56.20.Come la corte dei conventi dei nostri giorni.21.Era anzi previsto dalle leggi come un delitto. Il Sanhedrin condannava:tr. bus, pseudo-prophetas, sacerdotes magnos.Mischena, t. IV, cap. I.22.Lo stesso Gesù non giudicava con benevolenza il Battista. Egli lo chiamaincostante e leggiero, e gli fa degli altri rimproveri. VediS. LucaVII;S. MatteoIX.23.Josephus,Antiq.XVII.24.Josephus,Antiq.lib. XVII, C. 6 e 7.25.«Giovanni Battista non era chiamato, come Gesù, a conquistare il cuore delle donne, ma le nature robuste della sua nazione.»Salvador, pag. 321.26.«Questa disposizione ad applicare il nome di figlio di Davide e di Cristo era passata in abitudine. Le truppe del popolo si proposero più tardi d'innalzare altresì Gesù, onde farne un gran capo, un re di antica razza, ed opporlo ai principi di razze straniere.»Salvador, pag. 286.27.Josephus,Guerre GiudaicheVII, cap. VI. Giuseppe che racconta tutto questo, indica però il mezzo di estirparla impunemente dal suolo. Si scava un fosso profondo per isolare la radice, fino alle sue più tenui barbe. Si attacca un cane alle ultime che la tengono al suolo; il padrone del cane parte; la bestia fa uno sforzo per seguirlo, rompe questi ultimi legami, trascina la radice, e muore. L'uomo morrebbe anch'egli se tentasse fare altrettanto. Si tocca poi e si adopera impunemente la pianta.28.Giuda conferma l'opinioni di Tertulliano, di S. Clemente d'Alessandria, d'Origene, e di S. Agostino che danno a Gesù un viso piuttosto brutto che bello, ed un esteriore sgradevole. Me ne dispiace per Pijart, il quale nel suo trattato:De singulari Christi Jesu D. N. Salvatoris pulchritudine, combatte i santi Padri suddetti; e pel fumoso ritratto che si attribuisce a Lentulus, il quale non fu mai il predecessore di Pilato, essendolo stato Valerius Gracus dall'anno 14 all'anno 25.29.Questa scena s'avvicina molto a quella raccontata daS. Giovanni, cap. VI.30.S. Giovanni, cap. VI, vers. 26.31.S. Giovanni, cap. VI, vers. 32, 33.32.idem cap. VI, vers. 34.33.idem cap. VI, vers. 35.34.S. Giovanni, cap. VI, vers. 36 e seg.35.S. Giovanni, cap. VI, vers. 41, 42.36.idem cap. VI, vers. 43 e seg.37.S. Giovanni, cap. VI, vers. 48 e seg.38.idem cap. VI, vers. 53 e seg.39.S. Giovanni, cap. VI, vers. 60, 64. S. Giovanni dice anzi: diversi dei suoi discepoli.40.Questo, e qualche altro incidente simile, ci spiega l'inetta calunnia del tradimento di Giuda da Kariot, che questo apostolo evangelista inventò e raccontò, che altri ripeterono, e che si è perpetuata nel mondo. Le grandi fortune e le grandi disgrazie derivano sempre da piccole cause.41.È noto che Giuda era il cassiere degli apostoli i quali prendevano più che non mettessero nella cassa. Essi gironzavano dietro il maestro, e non avevano tempo da lavorare. Nondimeno, mangiavano, ed erano perfino ghiotti di buoni bocconi. VediStrauss,RenaneSalvador,vita di Gesù.42.VediJosephusAntiq.XVII, cap. X, e la nota dell'edizione inglese su codesto Theudas, diverso da colui che apparve più tardi e portò lo stesso nome.43.Questa legge non è come le Decretali d'Isidoro, o la donazione di Costantino ai papi, e si trova rude e maschia nella Mischnà, «Moses accepit legem (oralem seu traditionalem) de Sinai et tradidit eam Ichoschuae; Ichoschua vero senioribus; seniores prophetis. Prophetae tradiderunt eam synagogae magnae. Isti dixerunt tres sententias. Estote moram trahentes in judicio; constituite multos discipulos; et facite sepam pro lege.»Mischnà, t. IV.Capita patr.cap. I. In quanto ai partiti ed alle loro dottrine, vediGiuseppe,Antich.lib. VIII, cap. I.Guerra Giud.lib. II. cap. VIII.44.Gesù non fece per altro che incarnare la dottrina di questa setta. Qual era questa dottrina? «La triplice base dell'essenianismo, dice Filone, è l'amore di Dio, l'amore della virtù, l'amore degli uomini. Presso di loro, l'amore di Dio comprende la castità, l'avversione al matrimonio, l'esclusione del giuramento, la certezza che Dio fa tutto pel bene, niente pel male. L'amore della virtù produce la pazienza, il coraggio di soffrire, la semplicità, la frugalità, la facilità nel commercio della vita, l'amore ed il rispetto delle leggi. L'amore degli uomini si manifesta coll'amicizia, coll'eguaglianza — benefizio superiore a tutti — e la comunanza dei beni.» Filone:Che tutti gli uomini giusti, sono liberi.

1.Gli Esseniani erano opposti alla guerra. Ma quando il paese era minacciato, spiegavano un coraggio indomabile. Nella guerra contro i Romani essi accorsero alla difesa di Gerusalemme, e diedero un numero indicibile di martiri crocifissi, gettati nelle arene, o torturati dai vincitori.Salvador, I, pag. 166.Giuseppe,Guerra degli Ebrei, lib. II, cap. II.Antichità, lib. XVIII, Cap. II.

2.Svetonio,TiberioXLIV.

3.Ogni giorno si assisteva nella Giudea a sommosse di popolo, si citavano le provocazioni alla libertà di quelli che pretendevano fare dei miracoli e dei capi che promettevano di realizzare le profezie. Essi trascinavano le masse popolari nei deserti, e là venivano proclamati in qualità di Elia, di Cristo, di Messia.... ed erano inviati al supplizio.Salvador, I, pag. 197.

4.Augebat iras, quod soli Jodæi non cessissent.Tacito.

5.Josephus,Antichità, Lib. XII, cap. VII.

6.Ibid. Lib. XII, cap. VIII.

7.Josephus, Lib. XIII, cap. V e VI.

8.Josephus attribuisce questo consiglio ad un certo Gionata. Lib. XIII, Cap. X.

9.Josephus, Cap. XIII e XIV.

10.Josephus, lib. XIV, cap. XII, XIII e XIV.

11.Proverbi, VII.

12.«Un'altra ragione spiega l'incredulità della Giudea: l'abbandono col quale questo paese si dava in preda al maraviglioso. Era stato assogettato, dall'origine, ad una regola, che autorizza a non scorgere nei più sacri miracoli che una semplice questione di necessità e di costumi.»Salvatore, pag. 399. —Giuseppe,Antichità, XX, cap. II, VI, VI. —Guerra, II, cap. XXIII, — XXIII.

13.Fors'anco questo nome soldatesco veniva dalpilum, pestello, da cui si era fatto il dio Pilumnus nelle stanze da letto, e che, secondo sant'Agostino, personificava un Priapo.

14.Gli si applicava il verso di Marziale:

Tergo fœmina pube vir es.

Tergo fœmina pube vir es.

15.Filone (Ambasciata a Cajus) chiama Pilatopervicaci duroque ingenio, carattere tenace e duro, e gli attribuiscevenditas sententias, rapinas, clades, tormenta, crebras caedes indemnatorum, crudelitatem saevissimam.... Non sembrerebbe di leggere il ritratto di Radetzki fatto dagli Italiani?

16.Macrobio racconta che questa figlia di Augusto non si abbandonava alla dissolutezza che allorchè era incinta, e diceva allora: «che non accettava passeggieri a bordo che allorquando il bastimento era carico,navi plena, tolle vectorem.»

17.Svetonio,Vita d'Augusto, LXVIII.

18.Idem, ibid XIX.

19.«Quando egli ritornò nel suo paese e predicò nella sinagoga, il popolo attonito si diceva: Ma donde è venuta la scienza e la potenza a quest'uomo? Non è egli figlio del falegname la cui madre si chiama Maria, ed i fratelli, Jacopo Giuseppe, Simone e Giuda? Le sue sorelle non sono esse con noi? Dove mai quest'uomo ha preso tutto ciò?»Matteocap. XIII, v. 54, 55, 56.

20.Come la corte dei conventi dei nostri giorni.

21.Era anzi previsto dalle leggi come un delitto. Il Sanhedrin condannava:tr. bus, pseudo-prophetas, sacerdotes magnos.Mischena, t. IV, cap. I.

22.Lo stesso Gesù non giudicava con benevolenza il Battista. Egli lo chiamaincostante e leggiero, e gli fa degli altri rimproveri. VediS. LucaVII;S. MatteoIX.

23.Josephus,Antiq.XVII.

24.Josephus,Antiq.lib. XVII, C. 6 e 7.

25.«Giovanni Battista non era chiamato, come Gesù, a conquistare il cuore delle donne, ma le nature robuste della sua nazione.»Salvador, pag. 321.

26.«Questa disposizione ad applicare il nome di figlio di Davide e di Cristo era passata in abitudine. Le truppe del popolo si proposero più tardi d'innalzare altresì Gesù, onde farne un gran capo, un re di antica razza, ed opporlo ai principi di razze straniere.»Salvador, pag. 286.

27.Josephus,Guerre GiudaicheVII, cap. VI. Giuseppe che racconta tutto questo, indica però il mezzo di estirparla impunemente dal suolo. Si scava un fosso profondo per isolare la radice, fino alle sue più tenui barbe. Si attacca un cane alle ultime che la tengono al suolo; il padrone del cane parte; la bestia fa uno sforzo per seguirlo, rompe questi ultimi legami, trascina la radice, e muore. L'uomo morrebbe anch'egli se tentasse fare altrettanto. Si tocca poi e si adopera impunemente la pianta.

28.Giuda conferma l'opinioni di Tertulliano, di S. Clemente d'Alessandria, d'Origene, e di S. Agostino che danno a Gesù un viso piuttosto brutto che bello, ed un esteriore sgradevole. Me ne dispiace per Pijart, il quale nel suo trattato:De singulari Christi Jesu D. N. Salvatoris pulchritudine, combatte i santi Padri suddetti; e pel fumoso ritratto che si attribuisce a Lentulus, il quale non fu mai il predecessore di Pilato, essendolo stato Valerius Gracus dall'anno 14 all'anno 25.

29.Questa scena s'avvicina molto a quella raccontata daS. Giovanni, cap. VI.

30.S. Giovanni, cap. VI, vers. 26.

31.S. Giovanni, cap. VI, vers. 32, 33.

32.idem cap. VI, vers. 34.

33.idem cap. VI, vers. 35.

34.S. Giovanni, cap. VI, vers. 36 e seg.

35.S. Giovanni, cap. VI, vers. 41, 42.

36.idem cap. VI, vers. 43 e seg.

37.S. Giovanni, cap. VI, vers. 48 e seg.

38.idem cap. VI, vers. 53 e seg.

39.S. Giovanni, cap. VI, vers. 60, 64. S. Giovanni dice anzi: diversi dei suoi discepoli.

40.Questo, e qualche altro incidente simile, ci spiega l'inetta calunnia del tradimento di Giuda da Kariot, che questo apostolo evangelista inventò e raccontò, che altri ripeterono, e che si è perpetuata nel mondo. Le grandi fortune e le grandi disgrazie derivano sempre da piccole cause.

41.È noto che Giuda era il cassiere degli apostoli i quali prendevano più che non mettessero nella cassa. Essi gironzavano dietro il maestro, e non avevano tempo da lavorare. Nondimeno, mangiavano, ed erano perfino ghiotti di buoni bocconi. VediStrauss,RenaneSalvador,vita di Gesù.

42.VediJosephusAntiq.XVII, cap. X, e la nota dell'edizione inglese su codesto Theudas, diverso da colui che apparve più tardi e portò lo stesso nome.

43.Questa legge non è come le Decretali d'Isidoro, o la donazione di Costantino ai papi, e si trova rude e maschia nella Mischnà, «Moses accepit legem (oralem seu traditionalem) de Sinai et tradidit eam Ichoschuae; Ichoschua vero senioribus; seniores prophetis. Prophetae tradiderunt eam synagogae magnae. Isti dixerunt tres sententias. Estote moram trahentes in judicio; constituite multos discipulos; et facite sepam pro lege.»Mischnà, t. IV.Capita patr.cap. I. In quanto ai partiti ed alle loro dottrine, vediGiuseppe,Antich.lib. VIII, cap. I.Guerra Giud.lib. II. cap. VIII.

44.Gesù non fece per altro che incarnare la dottrina di questa setta. Qual era questa dottrina? «La triplice base dell'essenianismo, dice Filone, è l'amore di Dio, l'amore della virtù, l'amore degli uomini. Presso di loro, l'amore di Dio comprende la castità, l'avversione al matrimonio, l'esclusione del giuramento, la certezza che Dio fa tutto pel bene, niente pel male. L'amore della virtù produce la pazienza, il coraggio di soffrire, la semplicità, la frugalità, la facilità nel commercio della vita, l'amore ed il rispetto delle leggi. L'amore degli uomini si manifesta coll'amicizia, coll'eguaglianza — benefizio superiore a tutti — e la comunanza dei beni.» Filone:Che tutti gli uomini giusti, sono liberi.


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