Chapter 6

XXIII.Gaetano Bianchinifu ispettore di polizia in Ravenna sino al 1823, poi destituito perché compreso nei processi del Rivarola che lo assoggettò al precetto politico; arrestato per ordine dell'Invernizzi, si liberò collaspontanea: finí amministratore di casa Guiccioli. — DiAntonio Spadavedasi cap. LIV.

XXV.La condanna dell'Uccellinifu pronunciata dalla Commissione speciale il 23 luglio 1828: eccone il testo riprodotto di sulla stampa originale:

COMMISSIONE SPECIALE | PER LE QUATTRO LEGAZIONI | E PER LA DELEGAZIONE D'URBINO E PESARO | RESIDENTE NELLA CITTÀ DI FAENZA|Sessione delli 23. di luglio 1828.|TRANSUNTO | DELLA SENTENZA NELLA CAUSA RAVENNATE DI LIBELLO FAMOSO.

Prima che apparisse l'alba del giorno 5. d'Ottobre 1826., si trovò affisso in due luoghi della Città di Ravenna un lungo scritto in versi contenente un Dialogo fra li due Ss. Martiri Apollinare, e Vitale, principali protettori della nominata Città, ingiurioso al Governo, ed ai suoi Ministri. Restatone per qualche tempo occulto l'autore, giunse poilaCOMMISSIONE SPECIALEa riconoscerlo nel giovanePrimo Ucellinidi Ravenna, d'età maggiore, impiegato nell'officio del Registro, e sospetto d'appartenere a Società Secrete. Non avendo presentato l'incarto quella sicurezza di prove, che richiedevasi per la pena ordinaria, laCOMMISSIONEstessa, inteso il Difensore, ha condannato il suddettoPrimo Ucellinialla pena straordinariadi anni tre d'Opera pubblica.

Dato dalla Cancelleria della Commissione Speciale questo dí 30. di Luglio 1828.

NATALE LORENZINI, CANCELLIERE.Faenza dalla tipografia Montanari e Marabini.

Su monsignorPietro Marini, qui accennato, si veda la nota al cap. LXXV. — Nella Rocca d'Imola, dove fu condotto a scontare la pena convertita in semplice detenzione, l'Uccellinitrovò ed ebbe compagni alcuni dei condannati dal Rivarola: il conteEduardo Fabbridi Cesena, notissimo scrittore di tragedie e insigne tra i liberali di Romagna, e l'avvocatoBattista Franceschelli Carrozzadi Castel Bolognese: delGamberini, pur carcerato in Imola, non ho piú precise notizie. — Del tempo della prigionia imolese restano le seguenti lettere dell'Uccellinia Giulio Fanti: 1. Lo esorta a credere nella sua amicizia inalterabile e gli rende buona testimonianza di fedele amicizia: «...... Il tuo carattere sempre integro e leale abbia ora quel risalto, che gli si conviene, e col rendere ad altri ostensibile questa mia resti garantito l'onor tuo. Io non esito a dichiarare che era in tuo arbitrio l'accrescere il mio sagrificio, e tu n'avevi opportuni mezzi, ma l'interesse, funesta e principale sorgente di tutti i mali, non ha potuto tralignare nell'animo tuo, dotato di quelle prerogative, che ben distinguono il buono dal falso amico»; e seguita dicendo di aver ben conosciuto tutti i suoi avversari e di esser «la vittima dell'interesse e dell'infamia» (17 settembre 1828). — 2. «Dietro a quanto t'annunziai nell'ultima mia, è d'uopo che ti risponda per un titolo che non può fare a meno di non interessare ogni uomo, cui stia a cuore il bene del suo simile. Tu m'annunziasti che la patria trovasi in discordia per sospetti e diffidenze a segno che ne temi tristissime conseguenze. Ma come può esser questo? Non riflettesi che il malumore e la dissensione sono l'intera rovina dei popoli? Non sono forsestate sufficienti le passate vessazioni per opprimerci, che noi stessi ne vorremo delle nuove e piú funeste suscitare? ah! no, miei cari ed amati cittadini. Sbandite gli odi, ritorni in voi la pace e l'amore. Contro coloro, che spronati dall'interesse osarono indegnissime azioni, provvederà la giustizia divina, che non mai lascia impuniti peccati snaturati. Non li vedete voi già in preda ai rimorsi di coscienza, illanguidir tutto giorno, e venir meno come cera al fuoco? I sentimenti di natura sono fortissimi sí che uomo alcuno invano tenta di superarli. Qual maggior persecuzione di questa? Ben suppongo che all'aspetto di tanti mali la vostra immaginazione sarà alterata ed il vostro cuore disacerbato. Ma ricorrete voi stessi alla ragione, adattatevi ai di lei giusti consigli e voi troverete nel vostro turbamento un pronto ed efficace rimedio. Non tutti meritano disprezzo. Fa d'uopo riflettere alle circostanze prima di decidere sull'altrui carattere, né può riputarsi indegno chi si è attenuto a' mezzi prudenti, e chi strascinato dalla forza ha saputo accudire agli atti che questa ha voluto disporre. Siate in questo punto ragionevoli. Assicuratevi pure che pochi sono stati veramente i perfidi, che si sono lasciati accecare dall'ambizione e dall'interesse. E nel frangente in cui attualmente siamo v'è però una regola sicura che serve a conoscere l'uomo, come l'oro la pietra di paragone. Chi non sa vincere le proprie passioni, emanciparsi dai vizi è sempre un soggetto pericoloso, cattivo, capace d'ogni nequizia. Questa verità, convalidata dagli esempi, vi sia sempre dinanzi agli occhi, e vi serva di guida nel stringer vincoli d'amicizia: ché dagli ignoranti e viziosi non può esser mai l'amicizia rispettata. Non sempre il male suol esser danneggevole. Se la trista catastrofe non ha guari successa vi sarà d'esperienza per l'avvenire, riflettendo sulle cause che l'hanno originata, ne risulterà un bene maggiore del passato. Non disperatevi adunque; ripacificatevi, o miei cari: tra voi piú non regni quella ingiuriosa diffidenza, che contrasta i bei principi del ben sociale. È forse il tempo questo di rivolger contro voi stessi l'ingiurie ed il disprezzo? L'ammalato si sostiene piú colla propria energia che coi rimedi dell'arte, e se viene che s'intorbidisca l'animo la perdita è quasi irreparabile. Gettate uno sguardo di compassione sulla misera Romagna, nostra comune madre, e spero che disubito vi si accenderà desiderio di soccorrerla, obbliando le private dispiacenze e facendo argine al danno, che sembra soprastarvi. Queste e non altre sono ora le prove di tenerezza filiale, che compartir possiamo verso ad una madre che non fida che nelle nostre affettuose sollecitudini. E che deggio di piú dirvi? La vostra saviezza e prudenza non permetteranno sicuramente che intervengano tristi effetti da una diffidenza, che deve essere ammorzata o almeno ridotta a quel semplice dubitare proprio d'ogni uomo probo ed assennato, e voi saprete ben ponderare le circostanze a seconda di quell'amore di cui dovete sempre essere inspirati a vantaggio comune. Deve pertanto il tuo zelo animarti presso gli amici a far sí che dimentichino gli odi e si risguardino invece come quell'amore che è il perno principale dell'umano consorzio. E chi non sa che dove manca la concordia ogni cosa è in pericolo ed in rovina? Questo sentimento deve esser proprio d'ogni cittadino, anche del piú neutrale, perché a tutti preme il bene della Società in cui si vive e con orrore da tutti si risguardino le guerre intestine. Però tu non farai che adempiere ad un sacro dovere civile, adoperandoti in modo e per quanto ti sia possibile che non intervengano dei danni fra i tuoi ed i miei concittadini, che io amo piú della mia vita. Se mi sono dilungato in questa materia, imputane la cagione alle premure che prendo al mio loco nativo; io di tutto farei per vederlo tranquillo, né potevo rimanermi in silenzio sopra un punto cosí importante: nessuno potrà darmene disprezzo, perché è di obbligo civile e naturale il procurare il bene del suo simile e specialmente dei propri concittadini. Ti assicuro che la trista notizia, che riguardo ad essi tu mi dasti, mi fece un'impressione terribile e bastò ad affliggere ed alterare l'animo mio, già da lungo tempo assuefatto alle disgrazie con esemplare imperturbabilità.» (19 settembre 1828). — 3. «Che bella temerità: ma sono in prigione; e tutto possono azzardare... Leggi quanto il Mercuriali ha ardito di scrivermi: ma le sue ciarle son vane: il fatto è quello che conta. Io credo che sia per impazzire; il costituto che mi ha apposto in garantimento è curioso, e tutto fantastico..... Pondera bene la nota del l'art. 1º; essa ti risguarda; e quella colpa per quanto vedo, che ha egli, vorrebbe a te addossarla. Puoi ben credere che io già non gli rispondo; e a te dirigo la lettera, ondene facci quelle riflessioni di fatto e di circostanze, che io non posso conoscere, e me le affacci....» (senza data, ma della fine di maggio 1829). — 4. Lunga lettera a proposito di un dissidio tra il Fanti e la sorella dell'Uccellini «per causa di amore» (19 marzo 1830). — 5. «Ieri ebbi un assalto febbrile che mi tenne in camera......»; per divagarsi rilesse piú volte il cantoXIIdellaGerusalemme liberatae dai casi di Clorinda trasse ispirazione a comporre un sonettoIn morte di Orsola Montanari giovane pregevole per beltà e per onesti costumi, rapita ai viventi nel fior degli anni(12 maggio 1830). Ecco, per dare anche un saggio delle rime dell'Uccellini, il sonetto pietoso:

Qual fulge in cielo la diurna stellaAllor ch'è nunzia di ridente giorno;Tal viddi in sogno oltre l'usato bellaDonna, che divo amor spirava intorno.Tu del mio lido, ti ravviso, quellaSei che lo festi di tue grazie adorno.Oh! quanto 'l casto spirto tuo si abbellaAl lume del beato almo soggiorno.Lieta sorrise, e con benigno ciglio,Vedi, mi disse, come ingiusto è il pianto,Che scorre ancor su'l mio terrestre esiglio.Morta non son io già: vita miglioreD'eterni beni ho nell'empireo santo.E in grembo ascese all'infinito Amore.

Qual fulge in cielo la diurna stella

Allor ch'è nunzia di ridente giorno;

Tal viddi in sogno oltre l'usato bella

Donna, che divo amor spirava intorno.

Tu del mio lido, ti ravviso, quella

Sei che lo festi di tue grazie adorno.

Oh! quanto 'l casto spirto tuo si abbella

Al lume del beato almo soggiorno.

Lieta sorrise, e con benigno ciglio,

Vedi, mi disse, come ingiusto è il pianto,

Che scorre ancor su'l mio terrestre esiglio.

Morta non son io già: vita migliore

D'eterni beni ho nell'empireo santo.

E in grembo ascese all'infinito Amore.

La terza lettera merita uno schiarimento. L'Uccellini, durante il processo, aveva saputo che a suo carico avesse deposto come testimonio il suo concittadino e amicoAngelo Mercuriali, e dopo la condanna se ne dolse fortemente. Il Mercuriali gli scrisse allora una lunga lettera, del 23 maggio 1829, protestandosi innocente, riferendo l'interrogatorio subito innanzi al giudice Mazzoni e descrivendogli nebulosamente chi fossero i veri denunziatori: e in codesta sua difesa, riferendo da uno scritto di Santo Rossi (scrittore politicante dei tempi della Cisalpina) alcuni tratti sui falsi amici, alle paroleLa lingua sa affettare la sincerità, ma l'anima è bugiarda e sleale, vi appose questa nota: «Fra questi è uno appunto che tu gli scrivi; basta.....» L'Uccelliniintese che si alludesse al Fanti, e sicuro della fedeltà e amicizia sua, mandò a lui stesso la lettera del Mercuriali, dichiarandosi convinto che da costui fosse venuto il sospetto per cui era stato condannato (cfr. ciò che ne dice nella lettera sul processo, riferita nella nota al cap. XVI).

XXVI.In questo e nei seguenti capitoli sulla rivoluzione del 1831 e sulle sue conseguenze l'Uccellini, oltre che ai ricordi personali, molto attinse all'operetta diAntonio Vesi,Rivoluzione di Romagna del 1831, narrazione storica corredata di tutti i relativi documenti, Firenze, tip. Italiana, 1851: a illustrazione di questi capitoli è da vedere anche il libro diGioacchino Vicini,La rivoluzione dell'anno 1831 nello Stato romano, memorie storiche e documenti inediti, Imola, Galeati, 1889.

Sulla liberazione dell'Uccelliniabbiamo due lettere di lui al Fanti: nell'una, dell'11 luglio 1830 da Imola, gli annunzia di essere libero e in casa dell'amico Mondini e che tornerà a Ravenna la sera del 13 accompagnato dagli amici Zotti, Mondini e Daiana, e desidera sia preparata una buona cena in casa sua «ove concorrino i piú buoni e cari amici, che io tengo come una parte di me stesso, come Venturi, Guerrini, Ortolani, Roncuzzi»; nell'altra, del 12 luglio, scritta «dalla casa dell'amico dott. Mongardi», conferma ciò che ha scritto nella precedente.

Sulla morte diFerdinando Rossisi vedaG. MazzatintinellaRivista storica del Risorg. ital., vol. II, pag. 240.

XXVII.Prolegato in Ravenna al momento della rivoluzione del '31 era monsignorGiuseppe Antonio Zacchia, che da tre deputati del popolo,Apollinare Santucci,Giovanni MontanarieAgostino Bcccaccinifu invitato il 6 febbraio a cedere il governo a una commissione provvisoria di sette cittadini: questi furono i sei ricordati dall'Uccellinie il prof.Pietro Ghisellida lui dimenticato.

Gli accenni che l'Uccellinifa qui e altrove all'onorando patriotaOdoardo Fabbrisaranno piú pienamente chiariti quando pubblicheremo in questaBibliotecaun volume di Ricordi e lettere di lui, e specialmente daiSei anni e due mesi della mia vita passati in prigione, narrazione dettata dalFabbri«con intendimento di lasciarla per ricordanza dei delitti dei papi»; per ora si può vedere ciò che ne diceG. Mestica,Manuale della letter. ital. nel secolo decimonono, vol. II, pp. 404 e segg.

DiGaspare Della Scalatrovasi il nome sotto la protesta Gamba Ghiselli, cosí:Gaspare Della Scala, che giurò di viver libero e di osservare la Costituzione, domanda l'esterminio dei persecutori della medesima; e però nelle liste di proscrizione del 1799 era detto di lui: «Costui è stato uno deipiú scelerati e sanguinari di Ravenna; sempre meditava arresti di povere persone innocenti; ambiva di poter sottoscrivere sentenze di morte, essendo uffiziale ne' Granatieri: insomma perfido al maggior segno». Durante il Regno italico chiese il 23 ottobre 1808 l'ufficio di commissario di polizia di Ravenna, che tenne per piú anni, e riebbe nel '31 quando molti furono richiamati agli stessi uffici che avevano avuti sotto il governo napoleonico.

XXVIII.Ruggero Gamba Ghiselli, figlio del conte Paolo e di Marianna Cavalli, nacque in Ravenna nel 1770; di undici anni fu posto agli studi nel Collegio dei nobili, ma nell'85 si dovette levarlo «per riformarlo dall'indole troppo focosa», dicono i registri dell'istituto: fu allora mandato al Collegio di Parma, e vi si segnalò per ingegno facile e vivo. Alla venuta dei Francesi in Romagna nel febbraio 1797 si mostrò ardentissimo giacobino e fu fatto comandante della Guardia Nazionale di Ravenna; promotore indefesso di dimostrazioni democratiche e di feste repubblicane, recitò e pubblicò parecchie allocuzioni e discorsi pieni di fremiti e di frasi altosonanti (p. es. vedasi il suo tra iDiscorsi pronunciati in Ravenna nel giorno della festa patriottica prescritta dalla legge 22 Pratile anno VI Repubbl. in occasione di solennizzare l'alleanza della Repubb. Cisalpina con la Gran Nazione, Ravenna 1798, p. 8-11): tra gli altri, notabile l'indirizzo di protesta al Corpo legislativo Cisalpino quando si sospettavano alterazioni nella Costituzione per opera dell'ambasciatore Trouvé (fu letto nella seduta del 21 luglio 1798 ed è stampato, con altri consimili indirizzi di patrioti d'altre città di Romagna, nelRedattore del Gran Consiglio della Repubb. Cisalpina, bimestre 5º, pag. 1311-16), scritto dal Gamba Ghiselli e firmato da molti altri cittadini, con le piú esaltate e strambe dichiarazioni. Nei tempi piú quieti del Regno italico il Gamba Ghiselli si tenne in disparte; ma restaurato il Governo pontificio, si mescolò alle trame della Carboneria sí che il Rivarola lo condannò a venti anni di detenzione: fu liberato nel 1829. Dopo breve esilio nel '31, ritornò in patria, e morí poi nel 1846. È nota l'amicizia sua con lord Byron che amò la Teresa Guiccioli e trasse seco a morire in Grecia Pietro Gamba, l'una e l'altro figli di Ruggero.

L'ordine del giorno del Gamba Ghiselli, accennato dall'Uccellini, è in data del 13 febbraio 1831 e indirizzato alla Colonna mobile della Guardia nazionale comandata da GiovanniMontanari, che «vi sarà fida scorta in ogni evento», diceva il Gamba, come «vi fu capo nella difficile giornata della Rigenerazione»: un altro ordine del giorno del 23 febbraio riguarda l'ordinamento della Guardia sedentaria.

XXX.La narrazione delFabbri, qui accennata dall'Uccellini, dei fatti cui partecipò nel 1831 la Colonna mobile dei Ravennati si può leggere nelDiario ravennate per l'anno bisestile 1864, già cit., alle pag. 18-23.

Vescovo di Rieti era sino dal 1827Gabriele Ferretti(nato in Ancona nel 1795, morto in Roma nel 1860), non ancora cardinale, alla qual dignità fu riservato in petto nel 1838 e pubblicato nel '39: sulla difesa da lui organizzata in Rieti nel '31 si vedaA. Vitali,Gabriele de' conti Ferretti card. di S. R. C. e vescovo di Sabina, Roma, tip. Aureli, 1867, pag. 22-24.

XXXI.Tommaso Fracassi Poggicesenate fu chiamato a far parte del Comitato di governo nella sua patria il 6 febbraio 1831, poi con Vincenzo Fattiboni fu deputato all'Assemblea di Bologna, e il 16 marzo fu nominato prefetto di Ravenna, ove tenne breve governo: ritiratosi a Cesena, vi morí poi il 21 gennaio 1836.

Luigi Bonaparte, terzo fratello di Napoleone I, nacque nel 1778, fu re d'Olanda dal 1806 al 1810; caduto l'impero, visse prima a Roma, poi a Firenze occupato negli studi di storia e letteratura; morí a Livorno nel 1846. Dalla moglie Ortensia Beauharnais ebbe tre figli:Napoleone Carlo(n. 1802, m. 1807),Napoleone Luigi(n. 1804, m. 17 marzo a Forlí) eCarlo Luigi Napoleone(n. 1808, m. 1873) che fu imperatore dei Francesi col nome di Napoleone III. Questi ultimi, educati in Italia e ascritti a società segrete, si gettarono per legami di sètta nei moti romagnoli del '31, contro il volere del padre, ma il Governo provvisorio cercò di allontanarli mentre essi si erano uniti al corpo dei volontari che assediava Civita Castellana: se non che il primo cadde malato a Forlí, e morí dopo breve malattia; mentre l'altro, con l'aiuto della madre, sfuggiva agli Austriaci riparando in Francia. Si veda, in proposito,G. Mazzatintinella citataRiv. storica, vol. II, pag. 248.

XXXII.Dei due ravennati caduti nel fatto di Rimini sappiamo solamente cheAntonio Baccariniera volontario eDomenico Zotti, figlio di Giuseppe, era caporale nella Colonna mobile.

XXXIII.Sulla questione della firma delMamianinella capitolazione di Ancona si può vedere il mio scritto,La giovinezza e l'esilio di T. Mamiani, 2ª ed., Firenze, Sansoni, 1896, pag. 32, 52, 92-94.

XXXVII.Per i nomi e le notizie dei 38 eccettuati dall'amnistia gregoriana si veda pureLa giovinezza e l'esilio di T. Mamiani, pag. 40-47. Fra essi il medicoSebastiano Fusconipotè tornar presto in patria, donde, essendo rimasto fedele ai principi liberali, dovette riprendere poco dopo la via dell'esilio, ritraendosi a vivere con la famiglia a Santa Maura nelle Isole Jonie. Rimpatriò solo allorché, instaurato il governo costituzionale di Pio IX, fu eletto rappresentante di Ravenna alla Camera dei deputati, della quale fu vicepresidente; si trovò il 15 novembre 1848 tra i pochi accorsi in aiuto di Pellegrino Rossi, già colpito dal pugnale omicida, e tentò inutilmente i rimedi della scienza a salvarne la vita preziosa; piú tardi andò a Gaeta presso Pio IX, per eccitarlo in nome della parte piú moderata al mantenimento delle franchigie costituzionali, ma non n'ebbe che vane parole; dopo il 1859, fu deputato al Parlamento, fece parte dei Consigli comunale e provinciale di Ravenna, e fu amministratore giudiziario della Pineta; morí nel 1888 (cfr.P. D. Pasolini,Giuseppe Pasolini, memorie, Torino, Bocca, 1887, pag. 145 e segg.).

XXXVIII.Si veda ilRacconto dell'assalto di Gaetano Tarroni e dei suoi seguaci contro la Guardia urbana nel 1831nelDiario ravennate per l'anno 1879, pag. 34-40: il fatto fu il 16 dicembre 1831.

XXXIX.Sui fatti del gennaio-febbraio 1832 si vedano le notizie date sotto il titolo:20, 21 gennaio e 5 febbraio 1832, L'ingresso delle truppe pontificie nelle RomagnenelDiario di Ravenna per l'a. 1863(Ravenna, tip. Angeletti, 1862), pp. 14-18, e quelle tratte dallaStoria della città di ForlídiGiuseppe Callettie messe in luce daG. Mazzatintiin un elegante opuscolo senza titolo, pubblicato per leNozze Fortis-Saffi(Forlí, tip. Bordandini, 1892). Inoltre a illustrazione di questo capitolo è opportuno citare laNarrazione esatta e sincera degli avvenimenti i quali ebbero luogo in Ravenna nei giorni 7 ed 8 febbraro dell'anno 1832, distesa nel 1841 dal capitanoSante Paganelli, indirizzata da lui al Gonfaloniere di Ravenna e quasi per giustificare sé stesso dall'accusadi essersi diportato male in quelle tumultuose e dolorose giornate (conservasi nella Biblioteca Vittorio Emanuele di Roma, Mss. Risorgimento 75).

XL.Il Canosa qui ricordato è il napoletanoAntonio Capece Minutolo, principe di Canosa, feroce tipo di reazionario, che presto sarà fatto conoscere nei suoi scritti e nei suoi atti ai lettori della nostraBiblioteca: il «colonnello austriaco», come dice l'Uccellini, deve essere il baroneFrancesco Marschall von Bieberstein, brigadiere d'artiglieria nell'esercito austriaco.

XLIV.La vittima qui ricordata degli odi settari èDomenico Antonio Farini, che morí colpito dal pugnale dei Sanfedisti il 31 dicembre 1834: di lui parlerà degnamenteLuigi Rava, pubblicando in questaBibliotecail suo scritto inedito sulla Romagna dal 1796 in poi; per ora, il meglio sopra Domenico Antonio Farini si ha nei cenni dettati da Luigi Carlo Farini e pubblicati nellaBiografia Universaledel Passigli.

XLVI.Di questi arresti ravennati del dicembre 1832 fu data notizia nellaGiovine Italia(n. V, pag. 215-216) con queste parole di corrispondenza da Forlí: «17 dicembre. Eccovi i nomi de' sei individui ultimamente arrestati a Ravenna la notte del dí 15 al 16 corrente, e poi tradotti a Bologna.Scala, professore di liceo, già direttore di polizia in altri tempi. —Ghiselli, professore, idem. — DueBoccaccinifratelli, ricchi possidenti. —Buraccina, locandiere. —Uccellini, ex-segretario del colonnello della guardia civica. — IlBoccaccini Agostinoesciva da malattia mortale: era convalescente, ed aveva un vessicante al collo aperto: la carità pretina lo ha trascinato tra ceppi a Bologna. — 24 dicembre. ..... Dopo essere stati tradotti a Bologna, i sei hanno avuta intimazione d'esiglio dallo Stato. Or non potevano averla in Ravenna? e perché dar tanto affanno alle loro famiglie?» — Non sarà inutile avvertire che erroneamente il Della Scala era qui indicato come professore del liceo, poiché non tenne mai questo ufficio, e cheBuraccinaera il sopranome di Antonio Ghirardini (cfr. cap. XLVIII).

XLVII.DiGaspare della Scalagià si è parlato nelle note al cap. XXVII. —Pietro Ghisellifu professore di fisica e chimica nel collegio o liceo di Ravenna dal 1819in poi; e dopo la breve interruzione per questo arresto, ritornò alla sua cattedra, che tenne fino al 1840. — I due fratelliBoccaccini, dopo breve esilio, rimpatriarono:Agostinomorí in Ravenna il 24 gennaio 1875; Gregorio fu dopo il 1860 capitano della Guardia nazionale e morí circa nel 1864.

XLVIII.Della dimora dei profughi Ravennati nel territorio lucchese abbiamo piú precise notizie da una lettera che l'Uccelliniscrisse dalla villa di Tofari il 13 febbraio 1833 a Giulio Fanti; vi si ricorda come presente in quel luogo ilDella Scala, e tra l'altre cose vi si legge: «... Io non so qual destino m'attenda. Io mi voglio recare direttamente a Parigi, e presentarmi di persona al Ministro degli affari interni coll'appoggio delle persone a cui sono raccomandato; una pensione almeno, anche maggiore dell'ordinario, sembra che non mi dovesse mancare.... Saluta caramente la mia famiglia, insinuale disinvoltura;io sto bene, non sono in mani dei satelliti della Commissione, e ciò non è poco.» — Una breve biografia diAntonio Ghirardini sopranominato Buraccinapubblicò l'UccellininelDiario ravennate per l'a. bisestile 1864, p. 23-25, e da questa e dall'Elogio di Antonio Ghirardiniscritto daA. Frignani(Parigi, tip. Delaforest, 1835, in-8º; pp. 20) si raccoglie che il Ghirardini, oste nel sobborgo di Porta Sisi, aveva formato una società composta di lavoranti nei molini e nella pineta, che egli veniva disciplinando a servigio di eventuali disegni politici in senso liberale; perciò nel 1821 fu arrestato e dopo quattro anni condannato alla detenzione (perpetua, secondo l'Uccellini, per dieci anni secondo ilFrignani; ma fu invece di 20 anni, cfr. p. 149). Liberato intorno al 1830, ritornò in patria e partecipò ai fatti dell'anno di poi, colla Colonna mobile ravennate, poi al principio del 1832 accorse con altri ravennati contro le milizie pontificie entrate in Romagna. Fallito quel tentativo di resistenza, il Ghirardini fu, il 7 febbraio, alla testa dei cittadini che costrinsero i papalini a fuggir di Ravenna; e piú tardi, designato come uno dei capi liberali in uno degli opuscoli del principe di Canosa, fu arrestato, come sappiamo dall'Uccellini; e con lui esulò in Francia, dove fu assegnato al deposito di Mende con il sussidio governativo di lire 23 il mese: ivi morí il 16 dicembre 1834, compianto da tutta l'emigrazione romagnola.

Da questo punto innanzi, sino al cap. LIV, formano opportuno riscontro e compimento alle Memorie le lettere che l'Uccelliniscrisse dalla terra d'esilio, 64 delle quali ho potuto vedere, dirette per la maggior parte a Giulio Fanti, anche per gli altri suoi di casa; sí che credo utile darne via via succinto ragguaglio e qualche estratto, che chiarisca e compia la narrazione delle Memorie. — La lettera 1ª, da Marsiglia 14 marzo 1833 al Fanti (come tutte le altre che saranno citate senza speciale indicazione), contiene un racconto del viaggio di mare da Livorno in Francia: «Montai a bordo del brigantino toscano denominato l'Adelaide, comandato da un genovese, il giorno 7, e non partii che il giorno successivo in compagnia di tre modenesi ed un parigino. Il vento era favorevole ed il cielo sereno. Si navigò bene tutto il venerdí, il sabato e parte della domenica; ma verso sera s'intorbidò l'atmosfera, onde il capitano, prevedendo un temporale, aveva deliberato di prender porto ad Angavi. Ma il pilota, che era un napolitano, lo persuase in contrario; e si tirò di lungo. Erano le nove della sera, quando mosse da sud-ovest un vento fierissimo, che mise in furore il mare; si ammainarono in fretta le vele e si praticarono tutte le operazioni richieste dalla nautica in simili emergenti; ma la burrasca diveniva sempre piú terribile. Noi vivevamo tranquilli nel camerotto del capitano, quando l'urlare del vento, le scosse straordinarie del legno, le manovre e i gridi dei marinari ci scossero e ci avvertirono del pericolo. Io pel primo salii in coperta, ma oh Dio! che vista: un cielo carico di nubi, rischiarato di quando in quando da un piccolo barlume di luna; un mare tumultuoso che alzava le onde di sopra al legno; un vento che orribile fischiava; i marinari in iscompiglio; il timone abbandonato: tutto ci annunziò una inevitabile perdita. Il capitano ordinò il getto delle merci, consistenti in ossa, che qui servono alla raffinazione dello zuccaro. Tutti noi ci mettemmo a sgombrare il legno; il vento ci trasportava da una parte e dall'altra, e le ossa da noi gittate ricadevano su di noi, onde riportammo non poche contusioni. Dopo di aver esaurito ogni sforzo, alcuno di noi cadde come in isfinimento, oppresso dalla fatica ed esterrefatto dal pericolo. Io specialmente mi distesi in un angolo della barca in una terribile agonia. La patria, la famiglia, gli amici preoccupavano con dolore la mia mente. Il morire è penoso, ma il veder la morte contutti gli orrori i piú spaventevoli, è un'angoscia indicibile. Agghiacciato, tutto molle dall'acqua e dalla neve che cadeva, mi ritirai nella camera del capitano, invano cercando di dar tregua all'affanno. I miei compagni si ridussero pure sotto coperta, tutti al sommo afflitti. Il napolitano, che aveva dissuaso il capitano a non prender porto, prese a reggere il timone abbandonato ed il regolò con somma bravura. Apparve finalmente l'alba del giorno 11, il vento cominciò a moderarsi, e noi ci trovammo quasi dirimpetto a Tolone. Il capitano vuole proseguire il viaggio, giacché aveva il vento in poppa, e nel dopo pranzo di detto giorno ci trovammo nel golfo di Marsiglia dopo un viaggio di tre giorni e mezzo.... Un altro legno, portando emigrati modenesi, ha naufragato; «ed i passeggieri si sono salvati sull'albero maestro del legno, approdando in una montagna vicino a Tolone; un di loro, siccome erano ignudi, è perito dal freddo, si chiamava Malagoli. Ho trovato qui molti italiani; io partirò presto per Moulins, da dove mi trasferirò a Parigi...» — La lettera 2ª, da Moulins, 22 aprile '33, parla della richiesta fatta al Valli, viceconsole francese in Ravenna, di un certificato che specificasse appieno l'evento dell'ultima mia detenzione, l'intimatomi esilio, i mali sofferti per cause politiche, le mie plausibili qualità morali e il bisogno che ho di assistenza... Spada, che ne ha uno quasi simile del console d'Ancona, ha conseguite e consegue non tenui gentilezze.....»; è giunto a Moulins quando «per ordine governativo era installata una Commissione incaricata di riformare il deposito» (degli esuli pensionati): «io mi sono ad essa presentato, dietro un di lei ufficiale invito, e le ho esposto l'ultima mia storia in un breve ma forte promemoria, sanzionato dalla certificazione del capitano Montallegri, membro di detta Commissione,» ma nulla ha ottenuto per mancanza di recapiti; ha scritto al Frignani a Parigi «accludendogli le commendatizie di Sercognani e Mamiani «per essere riconosciuto come rifugiato e avere il sussidio, ma la risposta è stata poco confortante, perché il Frignani non ha potuto ottener nulla, neppure con l'interessamento del generale Sebastiani; rende conto del suo stato morale e materiale e dice di essere stato accolto presso una signora Genovieffa Praneraque, per dare lezioni d'italiano a sua figlia; convive con lo Spada, che è «lo specchio dell'economia.»

XLIX.Lettera 3ª da Moulins 31 maggio '33: «... Una parte dei rifugiati si ritiene piú abietta di un'altra, perché meno facoltosa ed educata, inveisce, minaccia, figura di essere oltraggiata, dirige accuse di ambizione e di superbia perché non è seguita nei suoi vizi, si raduna, elegge capi di sua soddisfazione, diviene ad insolenze forti, ed ecco che la parte offesa se ne risente, dalle parole si passa ai fatti, e ieri sera sul boulevard des Italiens successe una seria baruffa, battaglia a bastonate, fortuna che non comparirono ferri. Io mi trovai in mezzo alla faccenda, come parte passiva; non feci altro, unito ai buoni, che di sedare il tumulto, e pare assopito e pare che non abbia a rinnovellarsi, si sono ritirati i ricorsi dal procuratore reale. Ho la consolazione di dire che nessun romagnolo vi ha avuto la benché minima parte: intanto il nome italiano soffre; ecco il mio rammarico, il mio piú acerbo dolore: fratelli contro fratelli, che orrore!»; ha ottenuto in via provvisoria la pensione mensile di 45 franchi e si duole che gli amici di Romagna non abbiano saputo raccogliere qualche scudo per lui; vivono insieme, sei romagnoli «idest io, due Morandi di Lugo, Morri di Faenza, Montallegri e Spada» e per poco tempo è con essi Palombi di Ancona, che ritornerà a Marsiglia, e cosí provvedono ai pasti in comune spendendo 16 soldi a testa per giorno; «Abbiamo fatto i funerali a due rifugiati modenesi, uno vecchio morto di etisia senile e l'altro di mezza età rapito da un accidente, uno ricco e l'altro povero; noi tutti li abbiamo accompagnati alla chiesa, indi al cimitero, e sulla tomba venne proferito energico discorso, riportato sui fogli francesi»; dà notizia della sua «degna ed ammirabile scolara», lasciando intendere di esserne innamorato: «Dirai a Scala che non è molto che ho avuto notizia de' miei compagni d'infortunio, so che si trovano a Tofari; il di lui padre, scrivendomi, mi rese sicuro che in giugno si sarebbe diretto a queste parti; rapporto alla sua domanda, posso dire che molti italiani medici fanno qui fortuna, conosco Pironi, Tampellini di Modena, i quali agiscono assai; so ancora che un altro medico italiano è al servizio militare in Algeri; se decisamente si arruolano medici per le colonie, è cosa che qui non si sa precisamente, prenderò altre informazioni dall'alto e.... gliele farò note»; Angelo Frignani è a Parigi, rue de Bac, 13, «povero giovane, la letteratura lo ha di troppo alterato!»;si rallegra che il fratello Terzo siasi dato a un mestiere e manda saluti ai parenti e agli amici Venturi, Rambelli, Romanini, Ortolani, Guerrini, Bosi, Casacci, Casali, ecc. — Lettera 4ª. da Moulins, 14 giugno '33: «.... Sai tu il fatto ultimamente avvenuto nel deposito di Rodez? Ascoltane il dettaglio preciso. Quasi 200 rifugiati italiani lo componevano; puoi credere che la concordia è esclusa dal numero e dalla diversità delle opinioni e dai diversi modi di procedere; aggiungi certe mire dettate dall'interesse e dall'ambizione e potrai dedurre qual ne dovesse essere la posizione tra individui di poco plausibili principi ed alquanto fantastici. Tutto ciò fin dal primo momento produsse una alienazione di animo negli abitanti, e divise il deposito in due fazioni. Allora una mano occulta se ne prevalse, animò una di queste fazioni a divenire ad atti risoluti, onde trar causa di sciogliere il deposito, peso da cui il Governo, si vuole liberare. Emiliani di Modena, l'avv. Lazzareschi di Lucca ed altri pochi furono di questa terribile fazione; appoggiati in ogni loro azione, insultavano, minacciavano di continuo il resto degli emigrati, e tutto ponevano in opera, onde la popolazione, per sé superstiziosa e nemica d'ogni liberalismo, coadiuvasse alle loro manovre. Difatti le vessazioni, gl'insulti che hanno sofferto i rifugiati, non addetti alla linea Emiliani, sono incredibili; io ne ho avuto un preciso ragguaglio da persone imparziali, ed è maraviglioso come non sia colà avvenuto un fatto terribilissimo, prodotto di una forte esasperazione. Ma pure qualche cosa doveva nascere ed è nata: Emiliani un giorno affronta con uno stile alla mano molti emigrati; questi a propria difesa respingono l'assalitore con sassi, gli assaliti sono presi e posti in prigione e l'Emiliani n'è escluso, altri sono confinati fuori del deposito. Viene il giorno 31 maggio; il tribunale diviene alla condanna dei prigionieri e sono inflitti a loro 3 e 5 anni di galera; cosa incredibile. Già in tal epoca il deposito non contava che 60 individui, chi era partito per una direzione e chi per un'altra, stanchi di soffrire ulteriori vessazioni. Fu quello il giorno in cui un certo Gavioli di Modena, preso da uno straordinario furore per la disgrazia de' suoi colleghi, entra nel caffè Cavez; assale con un coltello alla mano il Lazzareschi e lo stende a terra morto; indi si rivolge furente all'Emiliani, e gli dona un colpo terribile; questi, quantunque ferito, insegueil Gavioli, ma cade estinto sulla porta del caffè; la moglie cerca vendicare il marito, presso al quale ella trovavasi, e riceve anche una ferita mortale, da cui però va a riportare guarigione. Alle grida,all'assassino! all'assassino!quantità di popolo accorre addosso al Gavioli, egli si difende maravigliosamente, ma preso a sassate e circondato da ogni parte, si arrende ed è condotto in prigione. Il Gavioli è un giovine di 25 anni; il coraggio e l'energia che ha dimostrato nell'azione, lo dimostra anche tra i ferri. Tra i condannati vi è Budini di Castel Bolognese. Raimondi è stato dimesso. Già, come puoi credere, quel deposito è interamente sciolto ed il progetto in tal modo effettuato; tutti i giornali parlano di questo avvenimento; i ministeriali incolpano il fatto a Mazzini, come presidente di non so qual congrega detta la Giovine Italia, e riportano una sentenza emessa in suo nome; ma tutto ciò viene con fondamento smentito dal giornaleLa Tribunae da altri fogli...»; in conseguenza di questo fatto di Rodez, molti rifugiati sono espulsi dalla Francia per ordine del Ministro dell'interno; cosí sopra 27 rifugiati del deposito di Moulins, 15, che sono «il fiore dei galantuomini, persone probe e distinte», sono espulsi, tra essi lo Spada e il Montallegri; di un altro deposito sono esiliati 50 rifugiati, fra i quali il generale Ollini; si dice che anche il deposito di Moulins sarà sciolto — Lettera 5ª, da Moulins, 16 giugno '33: annunzia lo scioglimento del deposito e il trasferimento dei rifugiati nei dipartimenti della Bretagna: «Io mi sono accordato coi migliori, che dopo gli esigli annunziati....sono qui rimasti, e specialmente con la famiglia del colonnello Maranesi, con quella del commissario Reggianini di Modena, con Morri e Morandi, ed abbiamo scelto il dipartimento di Morbihan e la città di Vannes per dimora..... Io aveva deliberato di rinunziare alla pensione, e coi 90 franchi che il Governo accorda ai rinuncianti, voleva correre la sorte de' miei compagni d'esilio e seguirli nella Svizzera. Ma vengo ad intendere che essi non saranno ricevuti; e quando arriveranno a Nantua il Governo gl'intimerà di partire per Tolone, e da qui tradotti in Algeri; la cosa non è per ora ancora positiva, ma se si verifica, guardate un poco come sono trattati i poveri rifugiati. Ho meglio riflettuto; e mi sono deciso di restare ancora a respirare l'aria di Francia, quantunque non molto sana. E dove andare? Ormai nonabbiamo suolo che ci accolga. O trista vita dell'esiliato! Il Governo ci accorda un tanto per lega a titolo d'indennità di via; ma in modo scarso, cosí che sarò costretto di ricorrere alla pietà de' miei camerata per superare questa nuova crisi. Essi pure sono in critica posizione, onde il sagrificio che per me faranno gli sarà da me compensato col risultato di altrettanti sagrifici, ai quali mi anderò ad assoggettare per fare buona figura presso i miei amici e per adempire ai doveri che mi prescrivo... Vado ad abbandonare una famiglia, che mi adorava di tutto cuore e che io pure teneramente amo; con quante lagrime e con quanto dolore mi lascia, è impossibile esprimerlo.... Ieri sera alle 10 partí l'amico Spada; datene avviso alla sua famiglia, io gli scriverò da qui a Nantua». — Lettera 6ª, da Moulins, 21 giugno '33: fra poche ore partirà per Vannes; fa un lungo sfogo confidenziale pel dolore della separazione «da una giovine di 17 anni, gentile, educata e piena dí nobili e virtuosi sentimenti», della quale è amante riamato; hanno formato il proposito di riunirsi presto e madre e figlia sono disposte a trasferirsi in Italia, dove, con il loro patrimonio superiore a 40 mila franchi, potrebbero vivere agiatamente: «....So che Ghiselli ha ottenuto di e restare in Toscana, so che i miei compagni d'infortunio sono tuttora in Lucca, e sperano non solo di restare in Italia, ma di ritornare in patria; dunque pare che non senza risultato si potrebbe chiedere il mio ritorno, se non in Romagna, almeno in Toscana; tu promovi l'istanza, tu fa di tutto onde sia ben appoggiata, induci mio padre a tal passo senza notificargli il motivo [lo sperato matrimonio con la giovine Praneraque, della quale ha parlato prima].....» — Lettera 7ª, da Vannes 1º luglio '33: «Nuovi tormenti e nuovi tormentati. Eccomi in Vannes, separato dall'Italia per un enorme spazio, in terra presso che barbara e circondato da mille pericoli. Io non posso trascurare di darti un preciso dettaglio del mio viaggio per le molte particolarità che presenta. Ebbi il passaporto dalla Prefettura di Moulins, unitamente all'indennità di via assegnataci, il giorno 17 scorso; ma ritardai quattro giorni a partire. Mi scelsi compagni di viaggio tre modenesi ed un bolognese, persone a me cognite per merito e prudenza. La sera del 21, alle ore 9 e mezzo montai in diligenza, abbandonando con indicibile rammarico la città di Moulins, che io riteneva come una mia seconda patria.Tutta la notte si viaggiò senza posa, e la mattina del 22 alle ore 11 arrivai alla Charité. Presa ivi una piccola rifocillazione, si proseguí il viaggio sino a Bourges, in cui giunsi alle 7 della sera. Prima nostra cura fu quella di vedere la Cattedrale, tempio magnifico e sorprendente, indi si pensò a rinforzare il corpo; ed alle ore 8 si montò di nuovo in vettura. A noi si aggiunsero compagni di viaggio due giovani polacchi del deposito di Bourges, uno de' quali si trasferiva alla Rochelle a prendere i bagni di mare per tentare la guarigione di una perdita concepita nel maneggio del cannone: giovane gentile e molto educato. La mattina del 23 pervenni a Châteauroux, e la sera a Tours. Non eravamo distante da Tours che una lega, quando saltò via dalla vettura una ruota. Noi tutti che eravamo piazzati dentro al legno, fummo illesi da percosse; ma due francesi che stavano sull'imperiale, all'impeto della caduta del legno, stramazzarono a terra, e ne riportarono qualche tenue contusione. Fu forza di percorrere la lega a piedi, poco incomodo invero a confronto di quanto poteva accaderci. Si fece soggiorno in Tours, bella e galante città, tutto il giorno 24 e parte del 25 sino alle ore 10 del mattino, momento in cui montai in diligenza per Angers, ove pervenni la sera alle ore 11. È dilettevole il viaggio da Tours ad Angers per l'amenità delle campagne, abbellite da deliziosi casini, che in gran numero sono lungo la strada. La Turenna è decisamente il giardino della Francia e mi ha consolato, facendomi sovvenire il dolce suolo della mia patria. Giunti ad Angers il conduttore della diligenza scoperse un pericolo, che poteva esserci fatale se il viaggio fosse stato piú lungo; cioè che una ruota cominciava a prender fuoco. Si pernottò in Angers; e la mattina del 26 verso le ore 8 montai sul battello a vapore, che ogni giorno percorre la Loire fino a Nantes. La Loire, atteso la stagione, ora è scarsa d'acqua; quindi non tardò il vapore ad arenarsi e nello sforzo che si fece per rimetterlo in cammino, ricevè un largo foro, onde, cominciando a condurre molta acqua e ad affondarsi, il capitano ordinò che tutti i passeggieri, i quali erano in forte numero, disbarcassero sin che si fosse riparata la rottura. Difatti sopra vari battelli fummo condotti a riva presso un villaggio di montagna, ove rimanemmo 4 ore consecutive. Due ore me le passai dormendo sotto un albero. Finalmente suonò la campana del battello e fummo di nuovo imbarcati. Ma inogni istante il legno era arenato ed il pilota, per il terribile vento che soffiava e per la dirotta pioggia che cadeva, non potendo conoscere la corrente del fiume, si trovava in un serio imbroglio. Quindi il capitano deliberò di fermarsi la notte in Ancenis, piccolo paese di fianco alla Loire, distante 9 leghe da Nantes, e di riprendere il viaggio solamente la mattina. Colà giunti, ci fece tutti disbarcare. Era un freddo terribile; cosicché soprales chemisesda viaggio avevano i miei compagni indossati i ferraiuoli; e cosí vestiti passeggiavamo il paese. Tutti gli abitanti ci guardavano con ammirazione: noi di ciò non femmo alcun caso, ma tutto ad un tratto sentimmo a gridare dietro alle spalle:i San Simoniani, i San Simoniani, e donne e uomini e fanciulli cominciavano ad inseguirci con insulti e minaccie. Allora noi, allungando frettolosamente il passo, ci ricovrammo a bordo del battello, ove trovammo due vecchi del paese che ci avevano tenuti d'occhio, e ci chiesero da qual parte venivamo. Fatta a loro nota la nostra condizione di rifugiati italiani e la nostra destinazione, partirono, e credo che ad essi fosse dovuto lo dileguamento del complotto. Noi deponemmo subito e lachemiseed il tabarro, ed andammo alla piú prossima osteria a rifocillarci: ivi giunti trovammo delle faccie poco omogenee; tuttavia con complimenti divennero meno truci. Accettarono quei signori ospiti di bere in comune; i discorsi però d'esterminio che tra loro tenevano contro i San Simoniani e i liberali in genere ci tenevano in qualche agitazione. Niun moto ed atto di risentimento demmo a conoscere e la nostra prudenza ci fu di salute. Era l'ora di notte circa, quando sopravenne un caporione del paese; si mise a sedere alla nostra tavola, chiese da bere, senza togliere giammai da noi lo sguardo. Poi prese parola con uno de' suoi che gli era vicino, levò il cappello e frugando dentro di esso, levò due piccoli involti, ne svolse uno che era pieno di cartuccie e battendole sopra la tavola, esclamava con un sorriso ironico:Questo è pepe di buona qualità per tutti i chouans. Allora ognuno in nostro cuor disse:la commedia vuol finir male!Partí egli poco dopo e vennero in seguito due gendarmi, i quali ci chiesero i passaporti, e ne segnarono in un taccuino i rassegnamenti. Si fece l'ora del riposo, noi tutti convenimmo di non restare nell'osteria e si recammo a bordo del battello, ove dormimmo alla meglio. La mattina del 27 siriprese il viaggio, non senza ulteriori intoppi e si arrivò a Nantes verso le 10. Colà trovammo altri italiani. Magnifica oltre ogni credere è la città di Nantes, è la migliore che io abbia visto dopo Marsiglia e Lione; è quasi tutta fabbricata di nuovo, e non tarderà ad essere annoverata tra le prime città della Francia. Ho visto la casa dove fu arrestata la duchessa di Berry, posta in rue Chateau n. 3. Si fece soggiorno colà tutto il giorno 27 e 28. Io era rimasto senza un soldo, ed i miei compagni non potendo per me incontrare dei sagrifici, mi deliberai di fare il viaggio sino a Vannes a piedi che è di 26 leghe di posta, cioè di 65 miglia incirca. Un certo Mellini di Modena seguí la mia deliberazione e noi partimmo la sera del 28. Non avevamo percorso che poche leghe quando cominciò a piovere, tuttavia non ci arrestammo, e la mattina del 29 fummo a Mont-château, distante 12 leghe da Nantes, paese orribile, tana di lupi; cercammo una vettura da spender poco, ma inutile fu la ricerca, onde disperati ci demmo a proseguire il viaggio sino a la Roche-bernard, ove giungemmo alle ore 10 antimeridiane, cosicché in meno di 12 ore noi avevamo percorse 16 leghe. Io era stracco ed affaticato all'ultimo segno. Si diede una buona mangiata, ed alle 2 pomeridiane ci accolse il letto, ove rimanemmo sino alle ore 5 del mattino seguente. Che bella dormita di 15 consecutive ore! Indi si tirò di lungo sino a Vannes, in cui entrammo ad un'ora pomeridiana. Prima cura fu quella di far ricerca de' nostri compagni, e si seppe che per reclamo fatto dagli abitanti, il Governo ci ha destinato per deposito un luogo che si chiama Auray, piccolo paese e porto di mare posto nel dipartimento. Vannes è una città che non comprende che 10 mila anime, è murata, brutta e mal costruita. È lungi dal mare una lega, col quale si comunica col mezzo di un canale. Non v'è che scarso commercio, manca di vino e quel poco che si trova è carissimo. Gli abitanti sono infinitamente devoti, hanno chiesto al Governo di fare un giubileo, invece di perdersi in vani passatempi impiegano gran parte della giornata in preghiere ed orazioni. Ieri mi trovai in una libreria a prender carta, quando una quantità di paesani ivi era raccolta ad acquistare uffici e libri di devozione. Non v'è persona che passando innanzi ad un Santuario non tenghi il cappello in mano qualche minuto, e non reciti preghiera. Se Dio mi concedesse tanti anni di salute quante croci ho veduteinnalzate ad onor suo da Nantes sin qui io vivrei certamente piú del doppio che visse Noè. Io sono alloggiato alla Croce bianca, piazza di Luigi 18º. Molti alberghi hanno insegne di simil genere. Il vestiario sa pure di religioso. Le donne portano un abito nero lungo, di vita cortissima, chiuso sino al collo, con un grembiale che si annoda dietro sulle spalle e che copre tutto il petto, portano in testa una piccola cuffia stretta che copre tutta la capigliatura, e sopra la cuffia un altro arnese a guisa di mitra con due grandi code sul di dietro; non diversifica che dalla testiera la quale è assai piú bassa: gli uomini portano un grande gilè, ad uso dei nostri antichi, di panno bianco filettato di rosso, e sopra al gilè una larga giubba a quattro falde, due toccano i fianchi e due restano sul di dietro; un cappello di bassa testiera, ma di un'ala immensa, piegata in mille diversi modi, copre loro la testa; hanno i capelli lunghissimi di dietro e sono nel davanti rasati. Tal modo di vestire abbruttisce e dà un'aria atroce. I costumi loro, trattandosi di civismo, sono incolti, non hanno degenerato dai Bretoni, loro ascendenti. Non si vede un'ombra di gaiezza, non un viso che spiri un generoso sentimento. Gran quantità di bestiame: ieri, che fu giorno di mercato, tutto il paese erane pieno di vitelli e di buoi: vi è gran commercio di butirro. Ho visto in qualche casa di campagna a dormire gli animali insieme coi contadini; sono sucidi all'ultimo segno e pieni di scabbia. Il migliore paese che sia nel dipartimento è Lorient, fabbricato non è molto dalla compagnia dell'Indie, ma il Governo non vuole concederci di andare colà. Quello che assai incomoda e ci riesce di pena è il linguaggio: è un misto di francese, d'inglese e d'antiche espressioni bretoni, pronunziate in guisa che si rende impossibile l'intenderle. Tutto giorno si odono degli eccessi commessi dai chouans, di cui il dipartimento è pieno: l'altro giorno fu da loro massacrato un povero soldato che veniva a Vannes da Auray. Messo tutto in complesso, e riflettendo bene alla nostra situazione, ai pericoli da cui siamo attorniati, alle mire del Governo tendenti a sgravarsi del peso dei depositi, riflettendo che nel preventivo del 1834 non si fa menzione che dei sussidi per i polacchi, e che il pane che or la Francia ci porge, oltre di essere duro, è per cessare, riflettendo che una semplice insinuazione nell'animo di gente ignorante può rovinarci, che una mancanza d'uno dei nostripuò segnare il nostro esterminio, che il fatto di Ancenis ne è una prova, ed il reclamo di Vannes ne è un'altra ben chiara, messo tutto a ponderazione, si va decidendo di rinunziare ad un sussidio il quale non apporta che persecuzioni ormai insopportabili. Chi ha mezzi si reca in Inghilterra; chi è povero si dedica al militare. Io che non ho mezzi; che il mio debole fisico m'impedisce di fare il soldato, che mi resta di risolvere? Sia quello che si vuole, io pure rinuncio. Io sono stanco di condurre una vita tanto penosa, e d'essere strascinato da una parte e dall'altra, sempre in preda a nuove tribolazioni: avvenga ciò che può avvenire, io rinuncio. Ma prima tenterò di poter ottenere Lorient per deposito, tenterò ogni via per sortire da queste tane e di avere un miglior sito per vivere in pace. Sarà difficile di ottener la grazia, lo vedo pur troppo: converrebbe recarsi di persona a Parigi, ma è vietato di rilasciare a qualunque rifugiato il passaporto per quella capitale. Il certificato, che Valli mi ha promesso di fornirmi se ne ottiene l'autorizzazione, forse potrà servirmi allo scopo. Ma in ogni modo, ed anche ottenendo l'intento, io non resterò in Francia, stando le cose come sono, che 4 mesi al piú, nel quale tempo voglio bene consultare me stesso, e prendo una tal proroga per avere un riscontro dalla patria. Questa mattina ci siamo portati presso al Prefetto: è un buon uomo, ci ha accolti favorevolmente e ci ha fatto conoscere che non può concederci di scegliere Lorient per deposito; che se in Auray non ci troveremo contenti, allora potremo avanzare un'istanza al Ministro per un traslocamento di deposito, ed egli ci sarà di appoggio in ogni occorrenza. Egli stesso ha convenuto che il paese è pieno dichouans. Il bisogno m'induce di adattarmi alla circostanza, è forza partire, domani vado a prendere il passaporto e il tributo della prima quindicina di luglio, compenso ben scarso agli appuntamenti che mi trovo avere: da' miei sacrifici tutto saprò conseguire ed appena sarò in pareggio, allora mi risolvo a rinunciare, dimandando di restare in quel luogo della Francia che mi può aggradire. Farò il cameriere, farò di tutto piuttosto che vivere in tanta agitazione. Il pane che trangugerò non sarà mai salato come quello che ora assaggio, sarà il prodotto del mio sudore, non dell'altrui ostentazione. Ma per ottenere di restare in Francia, anche rinunciando alla pensione, mi è duopo di un appoggio, ed il piú adattato ed opportuno è il certificato di Valli; e casonon ottenesse di rilasciarmelo in via autentica, bisogna pregarlo di rilasciarmi una lettera, ampia, che specifichi appieno i mali che per titoli politici ho sofferti, e faccia elogio alla mia civile condotta, e concluda col dichiararmi degno di tutta l'assistenza e protezione. In ultimo per condurre a un punto meno terribile la mia situazione mi è necessario un ultimo sforzo di pietà da miei concittadini romagnoli. Io ritengo che rese loro cognite le mie traversie, si presteranno di buon animo a soccorrere un disgraziato, vulnerato da tutte le parti, ed io spero col loro mezzo di sortire da tanti affanni. Già tu sai qual luogo io posso destinare qua in Francia per mia dimora e tu sai che un lampo di sorte mi balena sul capo. Non per questo che io mi risolvo a rinunciare, perché anche qui restando so che non svanisce; ma è decisamente la situazione difficile e pericolosa, in cui il Governo ci pone; e da quanto ti ho esposto chiaramente si ravvisa senza ulteriori schiarimenti. Impegna dunque l'amicizia a mio favore, procurami dalla Romagna un sussidio, da cui unicamente dipende il mio miglioramento; e quando avrai esaurito tutti i mezzi per riuscire nell'intento tu mi scriverai ad Auray, dipartimento di Morbihan, aggiungendo nella mansione il titolo direfugié italien. Se le tue premure restano inefficaci, io allora mi darò totalmente in braccio alla fortuna; e le mie risoluzioni saranno quali convengono ad un disperato: sarà di me ciò che il destino vuole. Appena giunto ad Auray ti darò mie notizie e ti spiegherò la posizione di quel paese e come gli abitanti ci riguardano, e poi chiudo la mia corrispondenza sino al punto della mia rinuncia. Tu hai tempo nel corso dei 3 o 4 mesi che qua resterò, di tentare tutti i mezzi che possono favorirmi. Addio: domani parto per la mia destinazione. Salutami gli amici che sai essermi cari, rapporta loro la mia trista situazione, abbraccia per me tutta l'intera famiglia. Io godo una perfetta salute nonostante le traversie che soffro. Ricordami alla buona famiglia di Orioli. Procura che nessuno mi scriva perché le lettere costano 3 franchi: io non attendo che la tua in riscontro alla presente, la quale spero mi sarà di consolazione. Amerò di sapere il risultato delle premure di Medri presso il Marchese Cavalli. Salutami Signorini. Addio.»

L.Da Auvray sono scritte le lettere seguenti dall'8ª alla 12ª delle quali riferisco la sostanza. — Lett. 8ª. 10 luglio'33: descrive il soggiorno di Auvray, dov'è da 8 giorni, chiamandolo «asilo dichouanse di refrattari»; parla del costo dei viveri, della mancanza di vino, dell'uso delcidre; desidererebbe di essere trasferito a Valence, «ove è stabilito un nuovo deposito»; soggiunge: «Qui non siamo che 15 circa.... Le persecuzioni contro i rifugiati sento che proseguono tuttora in Marsiglia e in altri luoghi. Pare che i nostri esiliati da Moulins ripassino la Francia per andare nel Belgio e nell'Inghilterra, giacché la Svizzera li ha rifiutati. Montaliegri ha ottenuto di restare in Orleans». — Lett. 9ª, 7 agosto '33 al padre: da 15 giorni malato di febbri, è in tanta miseria che si è deciso a vendere il tabarro; insiste per avere un sussidio e il certificato del viceconsole francese. — Lett. 10ª, 10 settembre '33: ha ricevuto il certificato rilasciato a suo favore dal Gonfaloniere di Ravenna, legalizzato dal viceconsole, e se ne varrà per chiedere di esser trasferito al deposito di Dijon, dove potrebbe far gli studi alla facoltà di diritto; se non ottiene, seguirà a Lorient i compagni che già vi sono andati: «Duillio mi scrive che entro il corr. mese spera di rientrare in Italia»; ha sentito con dolore che il padre è malato; si lamenta del proprio stato; «Spada è nel Belgio insieme con altri esigliati da Moulins, ed ora si trova in Gand: sono stati distribuiti in tre alberghi e percepiscono 40 soldi al giorno; si va ad aprire una forte sottoscrizione: egli si lagna perché la famiglia non ha spedito ad esso alcun soccorso». — Lett. 11ª, 29 ottobre '33: ringrazia per l'aiuto procacciatogli di denari raccolti tra gli amici; credeva di aver ottenuto di andare a Dijon, non senza indennità di via, ma invece gli hanno concesso di andare a Poitiers, dove è pure la facoltà di legge: «Barbetti passò da Moulins ai primi di giugno, deciso di andare in Portogallo; non valsero ragioni per farlo prendere altra direzione, era in compagnia di altri due romagnoli. Ieri sera parlai con un ufficiale proveniente da Oporto, esso è italiano e ci diede contezza di molti nostri; io gli ricordai alcuni romagnoli, e precisamente Barbetti, ma egli non me ne seppe dar nuova. A quello che asserisce il numero degli italiani è d'assai diminuito; si contano due terzi tra morti e feriti, disse che i rimasti non son piú guardati di buon occhio e ben trattati come era per l'avanti, cosí è degli altri stranieri:... tale fu sempre il guiderdone di chi serví fuori di casa sua»; ha avuto lettera del 19 dallo Spada, «il solo oramai tra gli esigliati di Moulins, che non abbia ottenuto di rientrarein Francia;.... io credo che viva sulla generosità di Batuzzi e di Catti, di cui mi fa cordiali saluti»; si lamenta che i ricchi di Ravenna, già a lui benevoli, siano stati renitenti ad aiutarlo, e insiste sulle difficili sue condizioni: «uno che sapesse lavorare stenterebbe averne il permesso per l'opposizione degliouvrieri, i quali dicono che, avendo un assegno dal Governo, potressimo arrecare un ribasso ai lavori: ciò non è una asserzione, ma un fatto positivo avvenuto a Quimper ad un certo Simoni. Certo non è cosí di tutta la nazione, ma dai buoni dipartimenti noi siamo esclusi, che è quanto dire sottratti ad ogni risorsa. Tutti quelli che avanzavano dal deposito di Rodez entrano in Brettagna, dispersi in vari siti». — Lett. 12ª, 16 dicembre '33: «L'amico Frignani coll'appoggio del generale Sebastiani mi ha fatto finalmente conseguire il permesso di recarmi a Dijon»; partirà perciò fra pochi giorni, con la idea di fermarsi a Moulins, dove abbraccierà il Frignani «il quale da Parigi si rende a Marsiglia»; a Dijon si darà agli studî legali; auguri agli amici e alla famiglia.

LI.Altre lettere ci danno notizia dell'Uccellinidurante il viaggio e la dimora a Dijon; e sono le seguenti: — Lettera 13ª, da Moulins 8 gennaio '34 al padre: racconta il viaggio da Auvray a Tours, dove ha fatto il capodanno «presso la vera amicizia», ma non è giunto in tempo per abbracciare il Frignani che doveva consegnargli una somma (60 franchi) per lui raccolta a Parigi; vorrebbe rimanere a Moulins, dove ha una «seconda famiglia» che gli ha offerto «un nobile alloggio, un trattamento signorile, una accoglienza sincera ed affettuosa»; gli trascrive il dispaccio 13 novembre '33 del ministro nell'interno D'Argut che lo autorizza a risiedere a Dijon. — Lett. 14ª, da Gannat 27 gennaio '34: si è recato colà per godere la compagnia di alcuni amici, ma l'indomani ritornerà a Moulins donde per Mâcon, dove altri amici lo aspettano, si recherà a Dijon; ha scritto a Pescantini perché solleciti il Frignani a mandargli i 60 franchi; ha visto «il nostro bravo romagnolo Montallegri che è stato nominato capitano della Legione straniera d'Algeri ed in breve otterrà il grado di capo-battaglione». — Lett. 15ª, da Dijon 15 febbraio '33: «....Il deposito italiano che qui esiste, si compone di pochi, ma saggi individui. Mi sono compiaciuto di ritrovare tra essi il bravo capitano Ravaioli di Forlí; egli mi ha accolto contutta l'affezione romagnola; è un anno da che si è maritato; ed avendo una casa bene avviata, ho convenuto di prendere presso di lui alloggio»; dimostra la difficoltà di tirare avanti con soli 45 franchi mensili; il Frignani, che lo ha aiutato sinora e che trovasi a Montpellier, non ha saputo dargli consiglio sicuro sull'idea di fare il corso di giurisprudenza, per le spese che dovrebbero sostenersi. — Lett. 16ª, 7 marzo '34 al padre: dà notizia di sé e del deposito: «Dodici sono gl'italiani segnati in ruolo e che partecipano del sussidio, quattro modenesi dei quali due studenti, due romagnoli, io compreso, e sei piemontesi...», tutti con risorse proprie, compreso il Ravioli che «dà lezioni di scherma e lucra non poco»; egli solo si trova senza aiuti e però non può darsi agli studî: «ai 15 abbraccierò Pescantini, e poco dopo Frignani che torna a Parigi: se Fanti parla di Mondo Barbetti, gli dica che è in Africa: Pio Pio di Cesena arrivò qui il 18 scorso con altri; nel mentre che si procurava per loro dei mezzi per recarsi in Belgio, il Pio sparí, lasciando tutti i suoi effetti, senza aver potuto sapere a qual luogo si sia diretto, e veramente una tale partenza non ci ha lasciati senza gravi dolori: e perché lasciare i suoi effetti? le sue armi da chirurgo? egli era molto malcontento della sua posizione, nulla sappiamo ancora di positivo». — Lett. 17ª, 16 aprile '34 alla sorella Reparata: le parla molto affettuosamente di tutti i suoi di casa; le commette di salutare «la virtuosa Antonia Rambelli» e di baciare il figlio di lei, Epaminonda: «Frignani ritornando a Parigi mi ha compiaciuto di restare in mia compagnia quattro giorni che ci hanno compensato di una lunga lontananza di sette anni; noi non abbiamo fatto che parlare delle nostre passate vicende: Pio Pio di Cesena è da qualche tempo in queste carceri e verrà tradotto dalla forza armata fino a Calais, da dove si dirigerà nel Belgio». — Lett. 18ª, 26 maggio '34: preoccupazioni per la salute del padre, speranze di miglior avvenire: «Frignani ha assunto di farmi conseguire dal Ministro dell'Istruzione il grado di baccelliere in forza del certificato comprovante i studî fatti in cotesto collegio, onde essere ammesso a questa università di diritto... Dammi notizie de' miei compagni d'infortunio. È piú di un mese che sono senza nuove di Spada: moltissimi rifugiati sono stati esigliati da Bruxelles; fosse egli del numero? non è difficile». — Lett. 19ª, 23 giugno '34, alla madre: dolorosa lettera per la morte del padre (inclusa in altra scritta al Gonfalonieredi Ravenna). — Lett. 20ª, 28 luglio '34: chiede notizie dei suoi; «Frignani è stato sensibilissimo alla mia disgrazia, egli me lo dimostra con una energissima sua in data di Strasbourg dell'11, mi promette di far ogni possibile per conseguire il permesso di andare a Parigi presso di lui, quando sarà colà ritornato» — Lett. 21ª, 19 settembre '34: si rallegra della pensione accordata dal Municipio a sua madre; dà notizie di sé; «Il povero Burracina è a Mende, département de Lozere, a mezzo soldo, cioè con soli 25 franchi al mese: ho fatto sentire a Parigi il bisogno dell'amico, ho instato perché si procuri di fargli ottenere l'intero sussidio, ed in caso sfavorevole gli si facci una colletta mensile per altri 23 franchi, come si è verso qualchedun altro praticato: in un modo o in un altro, spero sarà provveduto»; gli commette di ringraziare tutti quelli che hanno aiutato la sua famiglia nella sventura, specialmente Giuseppe Orioli e i suoi e il segretario Miserocchi. — Lett. 22ª, 23 gennaio '35: il Buraccina è morto mentre si aspettava che il Comitato italiano di Parigi gli ottenesse l'aumento del sussidio; si compiace che il Roatti sia succeduto al padre nella redazione delDiario, impresa lodevole; approva che si scriva a monsignor Marini per interessarlo a favore della famiglia Uccellini; accenna al disegno di pubblicare con due amici un'opera «che non ferendo in nulla parte la politica e la morale potrà senza contrasto essere introdotta in Italia». — Lett. 23ª, 25 marzo '35, alla sorella Reparata: non gli è stato riconosciuto titolo sufficiente per l'ammissione alla facoltà di legge il certificato degli studî fatti nel collegio, ne vorrebbe un altro legalizzato dall'Università di Bologna; «il generale Olini è morto il 22 corrente, tutto il corpo dei rifugiati sí italiani che polacchi è concorso al suo funerale». — Lett. 24ª, 27 maggio '35: ieri arrivarono e furono a trovarlo Achille Montanari e il suo compagno Frignani, dai quali ebbe notizie recenti dei suoi e degli amici di Ravenna; ha udito con rammarico «la morte del buonissimo Montanari e quella di Santucci e di tanti altri»; vive da due mesi in campagna con un modenese e un polacco. — Lett. 25ª, 21 luglio '35: parla dei certificati scolastici che gli sono necessari; poi in un paragrafo per il Roatti, della partecipazione di lui alla diffusione dell'opera di morale, cui intende; in un altro per il Sittignani scherza sulla vita campestre; in uno per l'Ortolani lo ringrazia dei suoi auguri; in un altro per il Rasi si conduole della perdita da lui fatta di una persona cara; e finalmente inuno per la famiglia dà notizie di sé. — Lett. 26ª, 31 agosto '35: dà proprie notizie; «dirai al Roatti che attendo tutti i momenti da Parigi il libraio Decailly coi fascicoli del Dizionariodu ménage, col programma del Giornale cattolico e con tutte le informazioni relative; che ha creduto bene di far precedere il Dizionario al Giornale per formarsi un fondo di cassa, necessario a far fronte alle spese dell'associazione di questo, che, come si sa, si paga anticipatamente; e che l'articolo pelDiariol'avrà quando gli spedirò le stampe in discorso». — Lett. 27ª, 27 novembre '35 alla sorella Reparata: dà proprie notizie; ha intrapreso a tradurre opere francesi da diffondere in Italia per mezzo di associazioni e spera di trarne buon profitto sí da poter aiutare la famiglia; «dirai a Roatti che non gli ho spedito il discorso promessogli pelDiarioperché quello che aveva scelto era troppo lungo». — Lett. 28ª, 19 dicembre '35: la prima opera tradotta èLa morale del Cristianesimo in azione, la quale è stata loro conceduta «dall'editore francese, che è un certo Teodoro Penin, membro di varie accademie» e si stamperà appena siano giunte le liste degli associati; dà istruzioni sul modo di procacciare sottoscrizioni, e si raccomanda a don Carlo Bacchetta, a Giovanni Valli ecc. — Lett. 29ª, 19 dicembre '35, a don Carlo Bacchetta parroco di SS. Nicandro e Marciano in Ravenna: memore dell'amicizia tra lui e suo padre, lo prega di favorire l'impresa della pubblicazione dell'opera predetta e di procacciargli abbonati [nel febbraio '36 il prete rifiutò di ritirare dalla posta le stampe inviategli dal povero esule, la sorella del quale dovette pagare le spese relative!) — Lett. 30ª, 28 gennaio '36: ha spedito a don Bacchetta 60 copie del programma della pubblicazione, una parte delle quali sono per Edoardo Fabbri «da cui ieri ebbi lettera, e mi assicura di trovarmi associati alla nostra opera e di inviar programmi a Roma per tale oggetto»; allo stesso fine ha scritto l'Uccellini all'amico Tozzola in Imola, al Della Scala in Lucca, a monsignor Marini in Roma; «l'opera ha fatto qui molto incontro, l'editore francese ha di già annunziato nel 3º fascicolo la nostra traduzione». — Lett. 31ª, 13 febbraio '36: gli dà lunghe e minute istruzioni per le associazioni, in risposta ai quesiti fattigli dal Fanti; si rallegra che siasi ottenuta la firma di monsignor Falconieri «che può tirare moltissime sottoscrizioni». — Lett. 32ª, 13 maggio '36: si rallegra col Fanti per il matrimonio con la sorella Reparata; dà notizie di sé e come abbia appreso l'artedel compositore in una tipografia; «scrivo un compendio della storia d'Italia dai primi tempi, cioè dall'arrivo d'Enea, sino a tutto il 1835», di cui la parte antica si sta traducendo in francese da un avvocato suo benevolo; i suoi compagni nell'impresa delle associazioni, Roberti e Tavani, si sono messi nel commercio degli aceti e hanno rinunziato tutto a lui; gli dà altre spiegazioni sulla spedizione e distribuzione dei fascicoli: e suggerisce che il fratello Terzo si metta in giro per i paesi di Romagna a procurare associati; all'impresa sua dà favore un certo Monti di Modena, professore di lingua italiana e latina, per mezzo di un suo zio, canonico in quella città; si duole della morte del Tozzola, ancora tanto giovine. — Lett. 33ª, 18 maggio '36: altri schiarimenti sull'associazione e ricerca di un corrispondente di Livorno, che fu Giuseppe Magherini; spera che in giugno sia pronto il 1º fascicolo. — Lett. 34ª, 15 luglio '36: altre istruzioni sullo stesso argomento; è stato malato di reumatismi e non ha potuto lavorare; ma ora lo supplirà un altro emigrato, Lolli, che ha con lui appreso la tipografia. — Lett. 35ª, 26 settembre '56: il 1º fascicolo della sua pubblicazione è già stampato e sarà a giorni spedito in Italia; ne manderà a Ravenna 250 copie. — Lett. 36ª, 4 novembre '36: oltre alla notizia dell'invio del 1º fascicolo, si ha in questa lettera il primo accenno alla grave controversia tra l'Uccellinie ilFrignani, della quale si parlerà piú sotto. — Lett. 37ª, 4 gennaio '37: manda altri fascicoli; l'ultimo dell'anno ha visto don Casimiro Rossi «che andava a Parigi a servire il Nunzio apostolico in qualità di segretario»; loda l'idea del fratello Terzo di avviarsi alla carriera ecclesiastica. — Lett. 38ª, 21 gennaio '37: tutta relativa alla controversia suaccennata. — Lett. 39ª, 5 marzo '37: accenni alla questione stessa; avvertimenti per la nota pubblicazione; il sussidio governativo è stato diminuito di un quinto e il Prefetto ha ordine di non accogliere reclami; «penso di scrivere a Rossi per sentire se ha modo di farmi pervenire al Ministro una mia istanza diretta ad ottenere l'intero sussidio». — Lett. 40ª, 1 aprile '37: dà schiarimenti sulla spedizione dei fascicoli dell'opera pubblicata per associazione; dimostra che sul primo fascicolo ha perduto franchi 198; don Rossi gli ha risposto che non si può ottenere l'intero sussidio, di modo che si trova ridotto con 36 lire mensili; si meraviglia che il fratello Terzo abbia preso moglie senza avvertirlo prima. — Lett. 41ª, 22 luglio'37 alla sorella Reparata: dà notizie di sé; al cognato Fanti: parla della pubblicazione dellaMorale, che egli non può continuare con 100 abbonati, perché ne bisognerebbero almeno 300; si giustifica rispetto ai lamenti degli associati per l'interrotta pubblicazione; ha già sotto i torchi il 1º fascicolo dellaStoria d'Italiacontenente «la descrizione geografica, politica e storica per ordine cronologico dello Stato romano e della repubblica di San Marino; sebben redatto nel nostro idioma deve servir per la Francia». — Lett. 42ª, 7 dicembre '37: «Ammalato, senza legna, senza tabarro e senza tante altre cose necessarie; afflitto per la malattia pure di quella, da cui solo posso sperar conforto, tu puoi arguire qual è la mia posizione. Un mio amico ha preso l'assunto di proseguire la stampa della mia operetta. Di piú mi promette di stampare un diario, che ho dedicato ai Romagnoli [intitolato:Il Romagnolo, diario per il 1838]»; ne manderà copie perché si vendano a suo profitto. — Lett. 43ª, 4 gennaio '38; manda 500 copie delRomagnolo, da vendersi a 10 baiocchi l'una; sarà tradotta in francese la sua operetta sull'Italia e il Tissot, professore di filosofia al Collegio reale, ha redatto il programma per l'abbonamento; perciò ha bisogno di alcuni libri per compierla e commette al Fanti di inviarglieli. — Lett. 44ª, 24 maggio '38 al fratello Terzo: ha ricevuto i 150 franchi, prodotto del Diario, e aspetta sempre i libri commessi e il giornale modeneseLa voce della verità; è fidanzato alla signorina Sofia Berger e la madre di lei, signora Royer, ha scritto al Gonfaloniere di Ravenna per avere informazioni sulla famiglia Uccellini; procaccino quindi per mezzo del segretario Miserocchi perché la risposta sia favorevole: «basterà il dire che mio padre era impiegato nella Comune, che l'ha servita onoratamente e con zelo, che in premio del suo lungo servizio la famiglia gode ora una condegna pensione, che abbiamo sofferte molte peripezie, che non abbiamo avuto mai a soffrire alcun processo criminale»; parla a lungo di molti amici ravennati.. — Lett. 45ª, 11 luglio '38 alle sorelle Reparata e Vigilia: è arrivata la risposta del Gonfaloniere alla signora Berger, di sua piena soddisfazione perché attesta la onorabilità della famiglia; è uscito il 1º fascicolo della sua opera, che ha già 100 associati, ma ne bisognerebbero 500; ha ricevuto i documenti necessari per il matrimonio che avverrà presto; parla di cose domestiche. — Lett. 46ª,25 Ottobre '38: ha ricevuto i libri e un ragguaglio letterario steso per lui da Giulio Guerrini; manderà l'almanacco per il seguente anno, «redatto coi fiocchi», e spera che sarà subito venduto — Lett. 47ª, 14 dicembre '58: ha spedito l'almanacco. — Lett. 48ª, 31 gennaio '39, alla sorella Vigilia: si duole che l'almanacco sia giunto in ritardo e non si sia venduto; accenna alle traversie che hanno mandato a monte il disegno del suo matrimonio. — Lett. 49ª, 16 maggio '39, alla madre: dà notizie di sé: «quantunque non sia mia abitudine di occuparmi di politica, pure per tranquillizzarvi pei gridi sinistri che circoleranno dopo gli avvenimenti del 12 e 13 del corrente, deggio dirvi che l'ordine e la tranquillità è rinata in Parigi, e che tutti gli sforzi degl'innovatori resteranno senza successo fin che il Governo può disporre della Guardia nazionale, che per la sua forza fisica e morale è l'arbitra dei destini della Francia». — Lett. 50ª, 20 luglio '39: affari privati; «Frignani ha pubblicatola sua pazzia nelle carceri, volendo imitare Silvio Pellico; non so qual esito avrà questa sua opera; io l'ho sott'occhio, è ben scritta se il ramassar parole scelte ed il passarle mille volte pel setaccio si chiama ben scrivere, ma manca d'azione, di passione e di quello spirito drammatico che dona colore e forza alla narrazione. In essa sono menzionati molti distinti personaggi di Romagna, tra i quali l'abate Maccolini, il dottor Anderlini, il conte Fabbri, Domenico Farina, ecc., ma non parla che di persone distinte o per natali o per lettere; tutti gli altri suoi amici che hanno avuto molti affari con lui e che sono del rango degli operai sono lasciati da parte: parla del dottor Lorenzo Urbini e lo taccia di matto, fulmina Torricelli perché lo accolse di mal garbo a Firenze al momento della sua fuga»; ringrazia per le notizie ravennati; «penso di scrivere una lettera di condoglianza al figlio di Pasolini; qualunque fosse l'opinione di suo padre, è certo ch'ei nelle circostanze le piú difficili mostrò molto attaccamento al suo paese e lo serví con zelo; ciò basta perché meriti d'essere compianto [si tratta di Pier Desiderio Pasolini, patrizio ravennate, morto il 10 giugno 1839 e padre di Giuseppe, che fu poi ministro di Pio IX e di Vittorio Emanuele II e presidente del Senato italiano]; il Governo francese a poco a poco riduce i sussidi agli emigrati, forse per lasciarli liberi dalla dipendenza dal Ministero dell'interno. — Lett. 51ª, 25 agosto'39, alla famiglia: il sussidio governativo è ridotto al minimo, è impossibile trovar un impiego, impossibile il dar lezioni perché «due vecchi piemontesi qui rifuggiti sino dal 1821 assorbono le lezioni come il serpente boa assorbe i conigli»; non si può mutar paese senza il permesso del Governo; non si può far un buon matrimonio; ha tentato la produzione letteraria con l'aiuto del professor Tissot e di Jules Pautet pubblicista e scrittore, e ha pubblicato i due primi fascicoli di un lavoro sull'Italia relativi allo Stato della Chiesa, ma il commesso che amministrava l'impresa gli ha rubato 800 franchi; non ha potuto quindi pubblicare il 3º fascicolo, concernente il regno di Napoli; fallita questa impresa, è rimandato a tempo migliore il matrimonio con la Berger; ha pensato di darsi al commercio dei generi alimentari italiani, e perciò chiede campioni di olio, vino, frutta secche ecc. — Lett. 52ª, 6 novembre '39 a Demetrio Orioli: fino dal 26 ottobre ha mandato al Fanti il manoscritto del Diario per il 1840 perché si stampi a Ravenna a cura di Giulio Guerrini; spera che se ne venderanno un migliaio di copie e di ritrarne tanto da potersi trasferire nel Belgio; ivi «degli amici d'influenza mi procureranno il sussidio ch'è di 45 franchi, inalterabile, ed un impiego: di già un redattore d'un giornale a Gand, in seguito delle premure d'un rifuggito mio intrinseco [lo Spada?] «m'aveva offerto un impiego di due mila franchi; all'anno: ma nella questione del Luxembourg fu arrestato e la pubblicazione del giornale è ancor sospesa... Quella che destino mia sposa mi seguirebbe...»; là si potrebbe viver meglio, perché i viveri sono a buon mercato; «la Francia è stato un buon paese nel principio dell'emigrazione, tutti vi volevano, tutti v'abbracciavano: v'era emulazione nel fare del bene ai rifuggiti; ma passato questo primo trasporto, questa furia dell'asino che trotta, addio fichi»; si raccomanda dunque per la stampa e lo spaccio delRomagnolo. — Lett. 53ª, 17 dicembre '39 alle sorelle Reparata e Vigilia: spera sia stampato il Diario; racconta che due rifuggiti (Gallerati e Pirra, l'uno lombardo e l'altro piemontese) sono stati arrestati come falsi monetari, e questo ha gittato il sospetto e il discredito su tutti gli altri emigrati; vuol sapere se è viva la madre dell'emigrato Giuseppe Numaj di Forlí e se un altro emigrato, Francesco Pomatelli di Ferrara, abbia persone di famiglia che possano pagare 90 franchi per lui; vorrebbe dall'amico Guerrini unsommario storico della Repubblica di S. Marino. — Lett. 54ª, 25 dicembre '39: si duole che non siasi potuto stampare ilRomagnolo, da cui sperava trarre un aiuto. — Lett. 55ª, 14 gennaio '40 alla madre: «Un rimpatrio? e se non l'accettassi? mi rendereste un bel servizio! mi fareste perdere il meschino sussidio che la Francia m'accorda. La mia miseria? Dunque si sono scancellate dalla vostra memoria le prove di fermezza che in altri tempi offersi contro le avversità che mi avvilupparono? La miseria? non è forse il retaggio del proscritto? Un rimpatrio? lo considerate voi su tutti i suoi diversi rapporti? ne conoscete voi a fondo l'entità? lasciamolo, lasciamolo in riposo per ora»; si consola che la sua miseria è effetto di disgrazie, non di vizi; «partendo da Moulins ebbi ampi certificati da quelle autorità; partendo da Auray n'ebbi egualmente; partendo da Dijon n'avrò pure; e ritornando un giorno in patria dirò a certuni: Fui nell'estremo bisogno, chiesi l'obolo di Belisario, mi fu ricusato, ma, vedete, mai prevaricai»; attende le risposte che dovranno deciderlo a recarsi nel Belgio. — Lett. 56ª, 2 marzo '40, alla famiglia: «Tentate di raccogliere quel che si può per mettermi nel caso di trascinarmi a Bruxelles, ove per l'impiego che ho ottenuto posso infine godere un'esistenza piú agiata»; a ciò concorrano i suoi benevoli, il Fanti, Giuseppe Orioli, i Boccaccini, il segretario Miserocchi; dà altre notizie di sé. — Lett. 57ª, 28 aprile '40: si duole della morte «del buon Giuseppe» e della malattia dell'amico Guerrini; «ma Terzo è un pazzo, perché esporsi cosí? quando uno ha moglie e figli bisogna che sia circospetto e che scansi le occasioni pericolose: come il male non è grave credo ben fatto il costituirsi: oh la vita dell'errante quanto è mai dura! ma che impari ad esser piú saggio e pensi che la sua vita non appartiene piú a lui, ma a sua moglie ed ai suoi figli»; si raccomanda perché a suo vantaggio si dia un'accademia musicale; le «Mie pazziedi Frignani non hanno ottenuto qua il minimo successo: Mr. Nicolas stesso, direttoredes assurances mutuellescontro gl'incendi che n'è il traduttore invece di Mr. St. Hildelfonse, me ne diede una copia in italiano che lessi e spedii a Spada: so che Mr. Nicolas ha garantito per le spese della stampa, e so che a gran stento si trova modo di pagarle. Se leMie pazziemovono curiosità in Romagna, ciò è l'effetto di circostanze particolari indipendenti dalla volontà dell'autore.Se i Romagnoli dovessero leggere i graziosi opuscoletti di Mr. De Cormenin sopra la lista civile, si scuoterebbero tanto quanto i Francesi si scuotono nel leggere leMie pazziedi Frignani; perché quando si tratta una materia locale e coi colori locali, essa non vive che nel luogo che le è proprio: è una pianta esotica che non vegeta che nel suo suolo. Ma perché dunque Silvio Pellico piace a tutti? perché il suo racconto è basato sulla morale, sentimento comune a tutti gli uomini, sulla rassegnazione evangelica, virtú pregiata da tutti, e leMie prigionidi Pellico sarebbero piaciute, io credo, anche nella China. E poi quello stile semplice, sí diverso dall'affettato di Frignani? Quanto prima deve rendersi a Marsiglia un mio amico, l'incaricherò di farti pervenire per la via di Toscana laMia pazzia, a condizione però che non diverrai pazzo tu stesso»; gli manda per la riscossione una tratta di mille franchi dovuti al libraio Forey di Beaune da Giuseppe Numaj, che era stato tre anni prima al servizio del Forey, poi aveva aperto una libreria a Seuzze, quindi era andato a Lione, dove «fu riconosciuto, arrestato e condotto di brigata in brigata sino alle frontiere del Belgio». — Lett. 58ª, 4 maggio '40 ai concittadini: è un appello alla loro generosità perché lo aiutino sí che possa trasferirsi nel Belgio, dove Mr. Sanmart, amico dello Spada, gli ha procurato «un impiego di 600 franchi all'anno, alloggio e vitto» [la data 4 maggio sembra alterata d'altra mano; forse la primitiva era 4 marzo sí che questo appello potè essere mandato con la lett. 56ª, alla quale interamente consuona]. — Lett. 59ª, 8 maggio '40, alla famiglia: aspetta sempre gli aiuti necessari per potersi recare nel Belgio; dà notizie di sé e delle sue miserie. — Lett. 60ª, 5 giugno '40: «In questo punto ricevo una lettera da Spada, professore come sapete di lingua italiana nel collegio di Namur in Belgio. Ei si è recato per me a Bruxelles, e come il governatore di Namur è divenuto primo ministro, l'ha vivamente interessato per farmi avere il sussidio de' 45 franchi. Il Governatore ama molto Spada, l'invitava sempre alle sue conversazione, e perciò mi dà a sperare di riuscire: 45 franchi riuniti a 50 dell'impiego, vitto e alloggio pagato, non posso che star bene»; ma non sa come andar colà senza gli aiuti sperati, tuttavia partirà ad ogni modo né scriverà piú che da Parigi o da Bruxelles. — Infatti la lett. 61ª,15 settembre '40, è scritta da Parigi, dove l'U. dice esser giunto «da vari giorni», incantato dalle meraviglie della città: «Resterò qui ancora qualche giorno per esaudire i vóti di tante antiche conoscenze, e specialmente per favorire Madama Berger che da poi qualche mese si è stabilita qui per compiere l'istruzione di Sofia nell'arte della pittura... Oggi vado a vedere Rasi;... anderò pure a vedere Gatti; mi dispiace che sua moglie, che occupa un rango sí distinto nel corpo de' letterati sia a Bruxelles; ma ei mi farà una lettera onde abbia l'onore di fare la di lei conoscenza»; dice che non sapeva come procurarsi i mezzi di fare il viaggio e che, dopo i rifiuti di sussidio avuti dal Ministro dell'interno, ebbe un'idea: «fu quella di redigere delle Effemeridi per Dijon e pel dipartimento de la Còte d'or; in men d'un mese il lavoro fu compito, approvato, e l'ho venduto 200 franchi; e con tal somma ho potuto vestirmi e sostenere il viaggio: io ve ne spedirò una copia onde possiate conoscere il paese che mi ha dato asilo durante 6 anni; buon paese, ma privo di risorse, senza industrie e senza commercio, ove il partito del progresso ha buon cuore, ma pochissimi mezzi»; ha sentito dire che Duilio Scala è in Parigi, ma non ha saputo dove abiti; spera che gli affari vadano bene sí da poter chiamare presso di sé la Vigilia o la Festa; gli rispondano a Namur, «rue des Lombards, chez Madame Gerand».


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