L'indomani della battaglia il nostro tromba Tito Bianchi di Lecco vide a sinistra dello stradale in salita fra Mentana e Villa Santucci e dentro il cavo d'una antichissima e grossa pianta smidollata un giovane garibaldino ucciso.
Egli mostrava i segni della morte violenta, aveva i muscoli rattratti ed era stecchito dal gelo della notte.
Ma il biondo guerriero dentro la nicchia dell'albero reggevasi ancora in piedi spaventoso come lo spettro del rimorso, aveva gli occhi sbarrati e diacci come acciaio di pugnale e immoto li figgeva tuttavia a minaccia e vendetta contro l'accampamento dei suoi massacratori.
Quel giovine che combatteva morto e la vecchia scorza del tronco fulminato e cariato, dentro il quale era ferito, rappresentavano la tragedia di Mentana.
La nuova Italia aveva soccombuto, ma la sconfitta non ne fiaccava l'energia della giovinezza: al carcame del papato temporale non restava che il cadere in frantumi ed in polvere.
Gli splendidi eroismi dei Cairoli a Villa Glori, di Raffaele De Benedetto a Monte San Giovanni, di Giuditta Arquati in Trastevere e dei martiri di Mentana non potevano restar a lungo invendicati e aspettano il loro poeta del trionfo.
[Illustrazione: Ara dei caduti a Mentana.]
I rimasti e il dito di Dio.
In Mentana dal castello, dalle case elevate a due e tre piani, dalle barricate, dai muricciuoli si continuarono le archibugiate fino a sera tarda. Noi facendo fuoco e tra il clangore delle trombe e le grida dei difensori, quantunque in realtà si fossero uditi acuti e quasi lamentosi gli squilli della assemblea generale e della ritirata, credevamo che tutto il nostro minuscolo esercito fosse racchiuso od in giro al villaggio e non ci eravamo accorti che Garibaldi col grosso delle truppe avesse dovuto indietreggiare su Monterotondo. E ciò riuscì provvidenziale, perchè la nostra presenza in paese trasse in inganno il nemico e preservò certo da novella strage e forse da prigionia il generale ed i battaglioni riparatisi in quella rocca.
Al calar della notte rimbombarono isolati gli ultimi ed infrequenti colpi dei nostri catenacci, gli alleati da parecchio tempo più non rispondevano e pel maestoso anfiteatro di colline nascosto dalle tenebre e intorno a Mentana si formò il silenzio funebre, che sussegue la ferocia della battaglia. Ci pareva strano di non sapere di Garibaldi, che portava sempre moto anche nell'oscurità, e di non vedere verun ufficiale superiore, che visitasse i combattenti o recasse ordini. Si fece il giro per l'unica strada del villaggio, se ne esplorarono le adiacenze e si comprese che eravamo rimasti soli e che un grave compito ci spettava pel mattino, finchè la nostra posizione non fosse schiarita. Entrati per le case tutte aperte, vi trovammo i volontari, che giocondi e ciarlieri per una supposta vittoria, si riscaldavano senza noia alcuna in cerchio a gallorianti fiamme dei focolari delle cucine preparandosi ad un secondo cimento, o stanchi si erano coricati lungo i pavimenti, su qualche manata di fieno o di paglia o su pei letti dei proprietari e delle proprietarie, che pigliavano parte alla festa notturna come se all'indomani dovessimo marciare su Roma.
Nella casa a mezzo il paese del sindaco successe un episodio ricordevole. In una camera a primo piano sgombra di tutto, e nella quale stavano sdraiati a terra vari garibaldini in dormiveglia alla penombra d'una lucernetta, egli aveva un tavolo liscio di bianca pecchia, che pare gli dovesse servire di scrigno. Il sindaco, ottima persona, aveva accordato la più cordiale ospitalità, nella quale oltre la legna pel camino acceso a baldoria ci scappava qualche regalo d'un fiasco di vino. Venuto malgrado la sua buona voglia in qualche sospetto o per tôrsene anche l'idea, bighellonando così come si usa, s'accostò al suo tavolo, ne tirò per la chiave il cassetto e guardovvi dentro. Oh meraviglia! lasciò dischiuso il tiretto e venne affannato a dirmi che trovava scomparsi parecchi scudi d'argento. Ne corse subito la voce per le stanze, i garibaldini si levarono tutti in un attimo come per offesa all'intiero corpo e in un batter d'occhio fu scoperto il colpevole, che lì sui due piedi si beccò una gragnuola di pugni e schiaffi, tra il suon dei quali fu costretto estrarre il denaro involato e fu destinato alla fucilazione da eseguirsi dopo la nuova battaglia. Gli scudi furono tosto restituiti al padrone, che rimase sorpreso dello slancio d'onestà di quei giovani, ben pochi dei quali avevano un soldo in tasca. Biricchini ve n'hanno ovunque, ma questo incidente attesta qual senso morale dominava fra i nostri valorosi.
Intanto gli alleati non avevano potuto penetrare in Mentana e quella notte abbastanza fredda dovettero dormire alla serena e quantunque vincitori farci umilmente anticamera.
Noi avevamo stabilito un Comitato di difesa, ma all'alba scorgemmo le colline e le strade intorno letteralmente invase da larghi sciami di nemici e cosparse di calzoni rossi, Garibaldi non si vedeva comparire nè se n'udiva verun moto, onde ritenendo impossibile qualunque resistenza si decise l'invio di parlamentari per trattare la capitolazione ai patti più onorifici. Alzata dal castello la bandiera bianca, continuò la sospensione d'armi ed i parlamentari capitano Papiri e tenente Cavo si erano già recati al quartier generale avversario, il giorno già chiaro e lucido, quando d'improvviso e di straforo s'avanzò dalla parte della chiesa una sezione del 59º reggimento di fanteria francese. In testa marciava il suo colonnello e solo gli corsi incontro a rimproverargli la violata tregua e invitarlo a ritirarsi al suo posto. Ravvisandogli sul petto la medaglia commemorativa della guerra di Lombardia nel 1859, meravigliai che egli portasse ancora quel simbolo d'amicizia con noi e con qualche frase insolente gli dissi che i difensori del papa dovevano portare la sottana e non i nostri ricordi. Quell'ufficiale, che forse era un prode ed un gentiluomo, si fece rosso in viso per le verità slanciategli come saette a bruciapelo, non rispose verbo alle contumelie ed essendosi fermato in asso coi suoi soldati si limitò a dire che secondo i patti conchiusi coi parlamentari, non per anco tornati, egli aveva avuto ordine di render prigionieri tutti i garibaldini occupanti le case. E malgrado le proteste s'avanzò nella via del villaggio.
La convenzione invece stipulata dai parlamentari era la nostra resa colla piena libertà di tutti senza distinzione fra castello o case.
I volontari dalle finestre avevano assistito al colloquio e tirato alcune fucilate, ma quando si riseppero prigionieri, per non cedere intatte le meschine ma gloriose armi, come per un comando elettrico spezzarono i fucili sui davanzali e con accenti d'imprecazione li gettarono scavezzati giù in mezzo alla strada. E poi vi scesero anch'essi e il reggimento fedifrago si convertì in una perfetta siepe rettangolare di sbirri a baionetta in canna per tradurli captivi a Roma.
Anch'io era del numero, ma arrestatasi la comitiva presso la rampa del castello e accortomi di qualche oscillazione per nuovi diverbi sui patti della resa, inutilmente avvertii di seguirmi il fratello Francesco e alcuni miei compatriotti di Lecco e, declinando il mio grado, presi per le spalle e scostai due buoni fantaccini galli, loro ordinando di lasciarmi il varco, ed essi sbalorditi e ignari aprirono le file e mi trovai libero fuori del maledetto cordone. Avevo prima visto il colonnello medico Bertani intento ai feriti nell'oratorio di Sant'Anna verso la metà del paese e mi ricoverai da lui che, scaltrito dell'affare, mi assunse provvisoriamente qual membro dell'ambulanza finchè i carcerieri non si fossero allontanati.
Andava morendo in distanza il rumore dei passi della triste comitiva, gli abitanti stavano accovacciati per le case, e la strada di Mentana per tutta la sua lunghezza taceva come un sepolcro.
Salutai Bertani, che tetramente soffriva della patria sciagura rintuzzando persino le frasi roventi della sua impetuosa bile, uscii dall'oratorio tramutato in suo ospedale e m'avviai solingo al castello. Quivi Papiri, Sgarallino, Nicotera, Torri-Tarelli Carlo ed altri ufficiali gridavano per la tradita capitolazione e i francesi collocarono subito dopo un picchetto di guardia al portone d'ingresso e una compagnia in rango e ad armi pronte nel cortile. Eravamo tutti prigionieri e contro la forza soverchiante non giovava la parola.
Capitò poscia in castello, furibondo e sbraciando come un'anima dannata, il maggiore Fauchion, capo di stato maggiore del generale Polhès, che rinserrò quattordici o quindici ufficiali garibaldini nella oblunga stanzuccia da letto a tramontana della custode, con intimazione di depor tosto sul tavolo alla parete tutte le armi, di cui fossimo in possesso, sotto pena in caso di rifiuto d'immediata fucilazione. Chiuse l'uscio a chiave, che ritirò egli stesso, e se ne partì.
Dopo un quarto d'ora il maggiore rosso in volto come bragia ed esalando saracchi fu di ritorno, guardò sul tavolo e vi numerò solo quattro o cinque tra pistole e rivoltelle.
—Signori ufficiali—garrì egli in francese spalancando l'uscio e additandoci un pelottone di fanteria postovi in due file a quattro passi nella corte.—Qui non vi sono tutte le vostre armi: se fra dieci minuti non le son tutte consegnate, i renitenti saranno fucilati.
Richiuse l'uscio e se n'andò.
Il fratello del generale Nicotera stava ritto in piedi tra la comodina e il letto della guardiana del castello e aveva arrotolato il suo sciabolone nel ferraiuolo. Fremendo lo slegò e depose con ribrezzo la grande lama sul tavolo.
Dopo un venti minuti riapparizione del maggiore più calmo, nuovo conteggio e ripetuta minaccia, ma senza la fibra bestemmiatrice di prima.
Io e il tenente Costantino Tamanti delle Marche, uno dei settanta di Cairoli e chiamato in celia per la sua ampia barba argentea e le strane avventure il Mago Sabino, stavamo seduti su due sacchi di ceci nel vano dell'unica finestra in fondo della camera e rimpetto all'uscio ed eravamo gli ultimi restii possessori di due rivoltelle, che ad ogni arrivo e minaccia del maggiore cercavamo di meglio nascondere fra' panni.
—Tu la consegni?—mi chiese Tamanti.
—Io no, e tu, Mago?
—Neppur io.
E attendevamo in silenzio la nostra sorte.
Per fortuna e non si sa per qual cagione Fauchion più non riapparve e invece un sergente del pelottone, nostra spada di Damocle, venne ad aprire e a dirci che tutti gli ufficiali erano liberi di uscir dal castello e scendere in borgo.
Non ce lo facemmo replicare, uscimmo dalla cella, si avvertirono della cosa molti volontari, che nel cortile ci si accalcarono incontro, e con noi se la svignarono parecchi di essi annunciandosi alle sentinelle di guardia per altrettanti ufficiali, giacchè nessuno recava distintivi.
In quel mentre entravano a scombutta in Mentana le truppe francesi e papaline, la pareva una orda selvaggia e sitibonda, i dragoni pontifici sfacciatamente si mescolavano all'artiglieria francese, la fanteria francese era regolarmente in colonna e i fantaccini del papa le si cacciavano di mezzo come tanti monelli, cavalli e cannoni andavano a badalucco e il tutto specialmente per parte dei soldati papali aveva l'aria di una fiera di ubbriachi.
Un cardinale, alto e tarchiato come un colosso, in veste talare e calze pavonazze, a capo scoperto, agitando colla sinistra la calotta e alzando fra la turba l'indice della destra, lungo e grosso come un palo, sgonnellava tra quei forsennati e strillava a pieni polmoni come un banditore del mercato:
—È il dito di Dio! è il dito di Dio!
E così vociando il cardinale scorreva come un pazzo tra i gruppi dei soldati, che non gli davano retta.
Qual fonte di epigrammi per Marziale e di riflessioni per Seneca, che nell'anticaNomentumebbero dimora, se in quel punto avessero potuto rizzare il capo attonito dagli avelli!
La era una scena da piangere e rintontito io stava presso una porta a contemplarla. Per caso passommi accanto il terribile maggiore Fauchion, che tirava moccoli contro i papalini e i preti disturbatori dell'ordine militare, e riconosciutomi per avermi visto in castello e additandomi i nostri fucili infranti lungo la strada mi apostrofò con aria di meraviglia e simpatia:
—O come! voi fate la guerra con coteste armi?
Quindi soggiunse impensierito:
—Io non credeva che voi sapeste battervi così da bravi. I garibaldini ieri hanno combattuto eroicamente.
Mentre in tal guisa quel generoso favellava, venivano dei cannoni, e a briglia sciolta giunse loro innanzi e sbandato un semplice dragone pontificio.
Il maggiore si staccò d'improvviso da me, sguainò la sciabola e ratto come fulmine avventossi contro il mal arrivato dragone, che fu per cadere da cavallo per lo spavento.
—En arrière, cochons, traînards! en arrière, lâches, soldats du pape!
Testuali sono le invettive e difficile è il supporre lo scompiglio che produssero.
Era un maggiore, capo dello stato maggiore del generale Polhès, che le pronunciava, e il dragone mortificato come un gesuita colto in fallo e tra le risa a scherno degli artiglieri francesi tornò indietro al suo corpo.
Lo stesso cardinale dal dito di Dio si rivolse alle formidabili ingiurie, capì che il maggiore irritato non canzonava, mise la papalina in testa, abbassò dopo un istante di esitanza il famoso ditaccio, e si fermò ragionevolmente ad ammirare la sfilata delle truppe francesi, che ora procedeva a dovere.
E storia genuina è tutta questa, e il maggiore Fauchion, se ancora vive, può attestarla.
Quell'uomo geniale e fosforescente, dopo il suo magnifico colpo di testa, riponendo la sciabola nel fodero, ritornò a me, e volle a tutti i costi che entrassi con lui a bevere un bicchiere nella cànova visitata da me e dal capitano Imperatori il giorno innanzi, a pochi minuti dalla battaglia.
L'oste spillò due bicchieri dalla botte, il maggiore mi offrì galantemente il primo e col secondo in mano m'invitò a brindare.
—Maggiore, gli dissi io, io accetto di bevere insieme, ma non posso toccare il bicchiere con un soldato di Napoleone III, difensore del papa.
Il maggiore con mia sorpresa mi guardò in faccia con compiacenza e dopo un minuto secondo, levando il bicchiere, esclamò con tutta serietà:
—Sacrè tonnerre, voi avete ragione; ebbene, viva la repubblica! ora toccate?
Incredibile il chiasso e il diavoleto dei papalini in Mentana come se ad essi spettasse l'onore tutto della battaglia vinta.
Essi gridavano, ingiuriavano, acclamavano urlando a Pio nono e per la massima parte ubbriachi di vino o di paura intuonavano canti osceni e di dileggio, camminando a biscia come gente, che dopo esser fuggita sentiva di essere scampata da un grande pericolo.
Colle gradassate volevano vendicarsi dell'aver ripetutamente mostrato le suole delle scarpe ai garibaldini, e gli è proprio vero che il vile fa sempre maggior baccano dell'eroe, modesto perchè consapevole delle difficoltà superate.
Ai francesi dava ai nervi tal condotta dei pontificii e da loro non partiva un solo evviva a Napoleone.
Quei soldati erano silenziosi, e come stupiti del contatto con gente briaca e ingenerosa si guardavano attorno senza parola e pareva vergognassero di una nefanda azione.
Noi eravamo digiuni da due giorni, osservavamo col cuore gonfio di malinconia la ridda, che ci si ballava in giro, pensavamo alla battaglia di ieri, al disinganno scaturitone, ai castelli rovesciati, a Garibaldi e ai ritiratisi, all'Italia e ai parenti, e non ci accorgevamo neppure che la fame ci rodeva le viscere.
Verso le tre pomeridiane di quel giorno, lunedì 4 novembre, il maggiore Fauchion per preservarci dalle brutalità dei papalini combinò che noi saremmo condotti a Passo Corese sotto la scorta di una compagnia francese. Questa con baionette in canna ci rinchiuse nel suo quadrato e fissando per l'ultima volta Mentana e i suoi memori poggi principiammo la dolorosa marcia.
Tutti procedevamo a piedi eccetto il maggiore Sgarallino, Bertani serio e pallido colla sua faccia a taglio di spada ricordante l'energica di Saint Just andava di fianco al capitano Fougerousse comandante la compagnia di sorveglianza, pel silenzio glaciale e pei passi misurati la intiera comitiva sembrava la confraternita della misericordia, e solo il livornese Sgarallino taciturno a cavallo nel mezzo di essa, colla barba e i capelli arruffati che si confondevano coi peli del berretto di lontra, col ruvido tabarro che gli copriva col ronzino tutta la persona, arieggiava il Ghino di Tacco ideato dal suo fantastico concittadino Guerrazzi.
Giunti prima di sera al piè di Monterotondo, mentre contemplavamo ad estremo vale la famosa torre del palazzo Piombino, vedemmo uscire dalla porta sottostante ilare, paffuto e rubicondo un grasso e piccolo pretaccio, che stringeva a braccetto all'uno e all'altro fianco due vaghissime ragazze, rosse e fresche come mele poppine appena colte, e ridendo con esse sgangheratamente e gongolando di gioia scendeva la rampa verso la nostra triste colonna.
I garibaldini a quella vista non poterono trattenere un urlo d'imprecazione e di motteggio e i francesi, capi scarichi anch'essi e nemici del prolungato corruccio, malgrado la disciplina dovettero parteciparvi.
Una folla di contadini guidati da preti ci rispose con ogni sorta di minaccie e di insulti, e un conte Ramarini facendosi largo coi gomiti s'avvicinò a Bertani, che camminava in testa della colonna con Fougerousse, e gli sputò in viso. La destra del severo capitano francese corse rapida come lampo sull'elsa della spada e il codardo giudeo guizzò veloce fra la moltitudine e scomparve.
Pochi giorni dopo la breccia di Porta Pia, in settembre del 1870, Bertani incaricò il commilitone Domenico Narratone, testimonio della schifosa scena, d'irne a Monterotondo a portare, in compagnia di Raffaele Giovagnoli, un suo cartello di sfida all'autore dell'indegno atto di tre anni innanzi. Ma Giovagnoli, nativo di Monterotondo e ben conoscendo il Ramarini, scrisse a Narratone consigliando Bertani a desistere dal suo proposito e assicurandolo che il conte papalino, decorato da Pio nono della croce di cavaliere di non si sa qual ordine, non avrebbe accettato la sfida. Bertani capì il latino, e intento a cose ben più gravi non s'atteggiò indarno a capitan Fracassa e lasciò finir lì il negozio nello sprezzo dovuto.
Da quel punto diminuì la burbera ed ostile distanza tra noi ed i nostri condottieri; il capitano Fougerousse, uomo dall'aspetto molto serio, aprì cordiale conversazione con Bertani palesandogli la sua ammirazione per noi e sensi liberi, come il medico nostro scrisse poscia in una nota sua lettera, e il maggiore Sgarallino senza rimarco del capitano francese ordinava egli medesimo da cavallo i riposi a noi stanchissimi e i movimenti di marcia.
La vita è una continua antitesi dalla nascita all'avello, dalle nozze al divorzio, dalle danze ai funerali!
Spossati, affranti di dolore, insonnia e fame, arrivammo a notte inoltrata a Passo Corese, dove i nostri granatieri del settimo reggimento ci accolsero colle maggiori dimostrazioni di simpatia e ci ristorarono con quanto era in loro possesso da buoni e leali soldati.
Si partì subito in ferrovia per Terni, dove incontrammo parecchi dei fuggitivi prima della battaglia quasi avessero il rimorso di far ritorno alle loro case, e di là a Firenze, dove spargemmo la notizia non conosciuta delle truppe napoleoniche alla battaglia di Mentana e in prova consegnai all'Oliva Antonio, direttore del giornaleLa Riforma, una palla dei loro fucili Chassepots raccattata sul campo.
Così era finita la campagna dell'Agro romano, che quantunque durata brevi giorni fu tra le più commoventi e disastrose.
Gli sgherri papalini ed i preti avevano coperto di ingiurie i nostri prigionieri tradotti a Roma nelle stalle di castel Sant'Angelo e poi a Civitavecchia, sputato loro in volto e loro strappate ciocche di barba e di capelli; ma Mentana, la gloriosa patria di Crescenzio, era stato ilMane, Tekel, Pharesdel Nabuccodonosorre sacerdotale e là in quello storico villaggio, dove il 23 novembre 800 Carlo Magno col desinare largiva a Leone III il dominio di Roma e della Comarca, dieci secoli e mezzo dopo e nello stesso mese, il 3 novembre 1867, Napoleone III, salito col tradimento e le stragi tiranno di Francia, invano sorreggeva con nuovo nefasto eccidio il potere temporale dei papi, che quivi veniva dalla coscienza italiana condannato a morte.
Vero è bene che la breccia di Porta Pia si spalancò, con scarsa dignità, quando il sovrano gallico ignobilmente aveva ordinato stando a letto la capitolazione di Sédan e ceduta poi la spada dell'impero al vecchio Guglielmo di Prussia invece di bruciarsi le cervella piuttosto che rendersi come Teodoro re d'Abissinia sconfitto dagli inglesi, o per lo meno di uccidersi al pari dello scorpione ricinto dalla bragia: ma gli italiani moralmente erano entrati in Roma colla sconfitta di Mentana, il cui solo nome era per essi divenuto segnacolo di rivincita e di trionfo.
End of Project Gutenberg's Mentana e il dito di Dio, by Ettore Pozzi