Queste prestavano pure argomento a discussione. E discussione vi fu. L'uomo che aveva visto, fra tutti quei governanti, le maggiori battaglie, a cominciare da quella d'Austerlitz, il conte Pompeo Litta, che il Cattaneo aveva scelto a presiedere il Comitato di Guerra, si mostrò subito favorevole all'armistizio. Questo avrebbe dato, si diceva, modo ai nostri di rifornirsi d'armi e di vettovaglie, di ricomporre le barricate lacere dal cannone, e sopratutto avrebbe lasciato giungere l'esercito piemontese in tempo da offrire battaglia nelle più favorevoli condizioni. E non è dubbio infatti che se in quell'ora si fosse trovato fra i generalidi Carlo Alberto un uomo di genio, in tre giorni si sarebbe trovato per la via di Piacenza sulla linea dell'Adda, e l'esercito austriaco, preso fra quelle fresche schiere e la città vittoriosa, non avrebbe potuto sottrarsi ad una catastrofe.
Però non mancavano altre ragioni opposte, e prima fra tutte l'impossibilità di esercitare sui combattenti cittadini l'autorità necessaria per farli desistere, se l'armistizio non fosse stato nei loro intendimenti. Correnti e Fava, presenti a quella discussione, suggerirono allora che si mandassero persone a interrogare, prima di decidersi, il voto dei combattenti. Furono scelti a tale incarico il conte Sanseverino, il Mauri, il Cattaneo, il Cernuschi e il Terzaghi. E non ebbero a far molta strada, perchè, al primo sentore delle proposte conciliative, giungevano da tutti i quartieri della città incaricati speciali, con raccomandazioni vivissime che non si scoraggiasse o si sminuisse, con tregue d'incerto carattere, lo zelo dei valorosi ormai determinati e certi di vincere.
Ritornati dunque nella sala i delegati, e apertasi la discussione finale, il presidente Casati espose i patti proposti. Giuseppe Durini parlò perchè fossero accolti, ed appoggiò questa opinionecon alcune parole il conte Borromeo. Parlò primo contro l'armistizio Achille Mauri, e parlò con tanta evidenza che subito il Durini dichiarò di rinunciare alla proposta sua. Parlarono poi, aggiungendo ragioni contro l'armistizio, Carlo Cattaneo e Luigi Torelli; alla votazione che ne seguì, suquindicipresenti,tresoli opinarono per l'armistizio. Il Casati disse ad alta voce: dunque non si accetta, e Cesare Correnti portò primo fuori della sala la notizia del rifiuto, che fu accolta con grandi applausi e subito fatta conoscere di barricata in barricata ai combattenti giulivi.
Queste furono le circostanze fra cui si svolse il duplice episodio dell'armistizio; circostanze che abbiamo scrupolosamente vagliate, e sulle quali non temiamo di essere smentiti da nessuno dei testimonj o degli attori, fortunatamente ancor vivi, dell'episodio stesso. Ora ognuno può agevolmente vedere quanto dovrebbero allontanarsi dal vero quelli che volessero adoperare dei morti per inasprire le passioni dei vivi.
S'è tentato di sfruttare questo episodio per rimpicciolire il significato grande del pensiero di una città. S'è acuito l'orecchio, fra un coro innumerevole di negative, alla negativa di un uomo solo, per farne l'onore esclusivo di quest'uomo.... o l'accusa di altri. E il famoso no di Cattaneo è passato dall'immaginazione politica di Alberto Mario[77]alle immaginazioni drammatiche del palco scenico[78].
La storia è tutta composta di sì e di no; ed un partito politico che abbia lo sguardo nell'avvenire non ha interesse a confiscare questi monosillabi che si ritorcerebbero in troppe altre occasioni contro di esso. Infatti, se dei no si volessero fare delle bandiere politiche, vi sono altri partiti che potrebbero reclamare per sè ilnodi Vittorio Emanuele al maresciallo Radetzki, dopo la battaglia di Novara, o il no del barone Ricasoli ai diplomatici francesi che insistevano per l'autonomia toscana, o il no delgenerale Lamarmora all'imperatore d'Austria, che offriva di cedere il Veneto a patto che si lasciasse sola la Prussia.
Fare di questonodel 1848 il merito d'un solo cittadino, per quanto illustre, equivale ad abbassare la meravigliosa unanimità di voleri che fu il fenomeno caratteristico delle cinque giornate.
Forse che se Cattaneo avesse avuto, in un quarto d'ora di debolezza, l'inspirazione di sostituire un sì ad un no, forse che il popolo l'avrebbe seguito? lo ha seguito forse due giorni prima, quand'egli voleva, con un altrono, che si sostituissero agitazioni pacifiche a insurrezione popolare? Che sugo c'è, quando si hanno parecchi cittadini a cui far risalire l'onore di una decisione virile, nel volerla attribuire a beneficio di uno solo?
È tutta perdita per una nazione l'essere in pochi, peggio poi l'essere uno solo a veder giusto. E a noi fa meraviglia come la democrazia, smentendo di sè stessa la parola e l'idea, si affanni talvolta a sfrondare essa di questa gloria la cittadinanza milanese, consultata ne' suoi combattenti, per farne il patrimonio esclusivo di un uomo che, quand'anche ne avesse avuto la volontà, non aveva in quell'ora il potere di agitare, come Argante, frale pieghe del suo mantello o la pace o la guerra.
Quanto meglio avremmo provveduto alle ragioni del vero ed alla dignità della nostra rivoluzione, se, abdicando almeno per cinque giorni sopra un secolo alle passioni di parte, avessimo francamente riconosciuto la lealtà e il patriottismo di tutti.
Giacchè è un'altra esagerazione, — è un'altra ingiustizia, dopo avere fatto merito ad uno solo dell'opinione trionfante, l'avere addossata a troppi l'opinione sconfitta. Quelle tre o quattro persone che l'avevano patrocinata erano uomini rispettabili, di sicuro amor patrio, e i cui argomenti, se anche non riconosciuti opportuni, s'inspiravano però a quello stesso programma d'indipendenza a cui si appoggiava l'opinione contraria. Negandolo, non si fa della storia, si scrivono dei libelli.
E il Cattaneo, che nella sua violenta pubblicazione non rifinisce di chiamare i suoi avversarj del Governo Provvisorio iservilio iligio imunicipalio iciambellani malcontentio ifaccendieri regi, dimentica troppo che questi stessi uomini, poco tempo dopo, respingevano,contro il desiderio di Carlo Alberto, la pace al Mincio offerta loro dall'Austria; e ciò per un'altrapreoccupazione d'italianità, che oggi si può discutere, che si può forse biasimare, ma che ad ogni modo moveva da intenti assai diversi e affatto contrarj a quelli che il Cattaneo costantemente loro suppone[79].
Guai se l'orgoglio del successo ci fa dimenticare il quarto d'ora dell'incertezza! guai seportiamo nel giudizio postumo sugli eventi politici quella stessa intransigenza che talvolta è necessaria per compierli!
Gli uomini che avrebbero accettato l'armistizio come un modo più sicuro di vincere, non hanno poi esitato ad assumere intera, coi loro atti e coi loro nomi, la responsabilità e le conseguenze dell'opinione contraria, accettata dalla gran maggioranza. È tutto quello che si può domandare, in una discussione patriottica, ad uomini di cuore. Nè la storia giudica minore, nella spedizione di Marsala, la gloria di Sirtori, benchè, nel consiglio che la precedette, avesse espresso opinione contraria all'impresa.
Ci siamo alquanto dilungati intorno a questa pagina della rivoluzione milanese, perchè ci pare veramente una di quelle, intorno a cui lepassioni o i pregiudizj di parte hanno piuttosto addensato il bujo che cercato il vero.
Ora, noi pensiamo che uno storico — per minuscolo che sia il suo nome o il valor suo — da nessuna passione deve lasciarsi investire, da nessun pregiudizio dominare. Anzi, dove scorge o gli pare di scorgere un pregiudizio od una passione, ivi è dover suo accumulare chiarezza di esposizione e lealtà di argomenti perchè solo rifulga il vero, che mette al loro posto uomini e partiti.
Viviamo in un tempo in cui l'indagine universale chiama alla propria sbarra gli scrittori del tempo antico, per controllare le loro asserzioni al lume di una critica inesorabile. Si sono pubblicati dei volumi per dimostrare inesatto un passo di Erodoto o appassionata un'affermazione di Tito Livio. Ci parrebbe dunque di andar contro allo spirito dell'epoca nostra, lasciando, per quanto sta in noi, che di cose accadute meno di quarant'anni fa, mentre son vive ancora le persone a cui quegli eventi s'annodano, si radichi senza contrasto un concetto sintetico pieno d'ingiustizia e di esagerazione. Le verità che urtiamo del gomito non debbono esserci meno sacre di quelle da cui ci dividono duemila anni.
E tanto più dobbiamo cercare e constatare lealmente questa verità contemporanea, perchè il travisarla o l'abbujarla parrebbe non avere ormai altro scopo che di gettare un'ombra sulla riputazione di tre o quattro cittadini, a cui tutti abbiamo riconosciuto onestà di vita e azione patriottica; mentre un morboso furore di riabilitazioni umanitarie ci spinge a disseppellire Tiberio, Lucrezia Borgia e Filippo II per rifar loro possibilmente fisonomie più dolci e virtuose.
Di errori nel 1848 se ne fecero più troppi che pochi; e la storia imparziale li additerà. Forse nessuno, al suo cospetto, andrà immune da rimproveri per quello che ha fatto o detto. È bene dunque cercare fin d'ora che le fonti, a cui attingeranno gli storici futuri, siano serene, e che a ciascuno si attribuisca non più e non meno di quello che ha detto o fatto.
Le cinque giornate toccarono alla più alta espressione dei loro entusiasmi la mattina del 23 marzo, quando, dopo il terribile cannoneggiamento dell'intera notte, corse per la città il grido frenetico che gli Austriaci erano partiti. Fu un'emozione immensa, insuperabile, il cui ricordo oggi ancora fa dare un tuffo al sangue; fu lafrenesia della gioja, che per ventiquattr'ore fece di Milano una sola famiglia, — che faceva prodigare a sconosciuti le dimostrazioni d'affetto ordinariamente serbate all'intimità.
Il maresciallo Radetzki, decidendo di ritirarsi la sera del 22, ci lanciava però un nuovo tizzone che avrebbe più tardi ridestata un'altra delle nostre ardenti discussioni politiche.
Fu l'insurrezione cittadina o la sicurezza dell'intervento piemontese che consigliò la ritirata del maresciallo? ecco il tema, che parve di grande interesse il discutere alla massima parte di quelli che non avevano combattuto. Eppure nessuna questione è più oziosa, nessuna è più chiara. Gli eventi politici non hanno quasi mai una sola cagione. E quanto sarebbe odioso il negare che l'insurrezione milanese sia stata una vera e propria vittoria, altrettanto sarebbe puerile l'affermare che, senza la marcia offensiva dell'esercito piemontese, Radetzki avrebbe dovuto ritirarsi a Verona. Forse nessuno dei superstiti delle cinque giornate oserebbe oggi sostenere siffatta tesi.
Nè questa è necessaria alla gloriosa riputazione di quella battaglia cittadina. La quale, ripetutasi pochi mesi dopo, e certo con eroismo non minore, fra le patriottiche mura di Brescia,è finita con una tremenda catastrofe, appunto perchè nessun ajuto d'esercito ha potuto secondare in campo aperto la difesa delle contrade.
Non torturiamo i fatti per trarne più di quello che possono dare. Bisogna essere orgogliosi delle Cinque Giornate, perchè rappresentano una somma di attività morali e di virtù militari, che il patriottismo solo ha saputo far sorgere e disciplinare a splendidi risultati.
Non bisogna però avvezzare l'animo nostro a credere riassunta la virilità di una nazione in questi scatti d'audacia; disinganni durevoli seguirebbero da vicino la passeggiera vanità.
Dopo l'epopea delle cinque giornate, è venuta pur troppo un'elegia: elegia lunga e dolorosa, di cui furono in gran parte responsabili quelli stessi che erano stati fattori dell'epopea.
Vuol dire che nella vita dei popoli, come in quella degli individui, il dolore tien dietro presto alla gioja e rompe i facili orgogli.
Quei cinque giorni di virtù, di concordia, di devozione a grandi ideali partorirono quattro mesi di fiacchezze, di rancori, di lotte intestine e ingenerose. Sembrammo indegni di una libertà che s'era conquistata con tanto vigore. E la libertà ci abbandonò, infatti, presto. Ma, fuggendo da noi, sostò al di là del Ticino,in mezzo ad una popolazione forte, solidale con principato gagliardo.
E mentre essa rifaceva istituzioni, armi e politica, da noi si rifacevano gli animi. Ci persuadevamo che a popoli moderni l'eroismo non basta. Imparavamo a nostre spese che alle virtù necessarie per crearsi una patria bisogna saper aggiungere, sotto pena di morte, le virtù necessarie per conservarla.