IL QUARANTOTTOE LE CINQUE GIORNATE.

IL QUARANTOTTOE LE CINQUE GIORNATE.

Tocchiamo coi nostri studi ad epoche d'indagazione scabrosa, e più che mai sentiamo quanto sia difficile il camminareper ignes.

Parlare della rivoluzione del 1848 senza poterne fare la storia; ricordare fatti di uomini vivi e di uomini morti, colla certezza di non poter rendere nè a tutti i vivi, nè a tutti i morti quel giusto omaggio che richiederebbe giorni e volumi; esporre questa mezza storia e questi mezzi ricordi a giovani che non hanno sentita di quegli eventi neanche l'ultima onda, ed a vecchi, a cui non disdirebbe la frase del poeta:quorum pars magna fui; ecco certamente un'impresa che, come soverchia le nostre forze, così dovrebbe soverchiare il nostro coraggio.

Senonchè un altro pensiero ci risospinge; ed è che dopo avere osato evocare dal loro silenzio tanti e così diversi tipi storici milanesi, da S. Ambrogio a Federico Confalonieri; dopo avere, per quasi tre volumi, agitata la face dei dolori e delle discordie che ingemmarono il nostro passato; potrebbe sembrare una ingiustizia od una viltà il chiudere questo colloquio coi nostri lettori, senza tentare di farli rivivere, almeno per un'ora, in quella sola epoca di combattimento che fu una gloria per tutti, — in quel solo periodo, già pur troppo così lontano, in cui gli animi e i cuori dei nostri concittadini si sono trovati, per molti mesi, uniti da un solo pensiero, scaldati da un solo affetto.

L'Europa del 1886 muove per vie affatto diverse da quelle su cui ci eravamo incamminati trentasette anni fa. Quelle parole d'indipendenza, di nazionalità, di libero scambio, di fratellanza sociale, che allora ci facevano battere il cuore, sono divenute parole antiquate, idee puerili, sulle quali discende l'olimpico sorriso di compassione o di scetticismo degli uomini pratici. Oggi la nazionalità si seppellisce sotto i protocolli diplomatici di Londra o di Berlino; l'indipendenza si porta per l'Asia o perl'Africa a colpi di cannone; il libero scambio fa innalzare a regni ed a repubbliche barriere di dogane protezioniste; la fratellanza sociale si esplica, sotto repubbliche e sotto regni, cercando i modi per cui s'impedisca agli operai stranieri di cooperare coi nazionali nei prodigi del lavoro e dell'industria.

Quelle parole hanno avuto però la loro storia. Forse potranno riaverla. Ad ogni modo, è quando l'egoismo degl'interessi materiali corrode le società e “mena gli spirti nella sua rapina„ che bisogna irrigidirsi dal lato opposto e tenere alta la fiaccola degli ideali. A questi — tosto o tardi — ritornano le nazioni, quando giunge l'ora del dolore e della sventura. Allora piace intrattenersi colle nobili ombre, e trarre da nobili tradizioni la lena per rifare il cammino. E si comprende allora — tardi — come debba vedere disalvearsi presto i fiumi della sua prosperità materiale un popolo che lasci inaridire le fonti della sua morale dignità.


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