—No—confessò umilmente Drollino—non la sapevo così lunga. Sapevo solo che ora.... si ritrovavano a Genova, colla scusa dell'avvocato. Mi figuro che sarà sempre una cosa in grande. Ha cavalli, lei?—chiese poscia con una subita premura di professione.
—No, rimessa.
—Ah! e lui?
—Niente, carrozza d'albergo. Lei sta in un villino, laggiù verso via Carignano. La sera sul tardi escono assieme, vanno all'Acquasola.
Qui diede in un riso sguaiato.
—Una bella coppia.... sai....
—Certo—rispose Drollino,—una bella coppia....
—E la Duchessa?—continuò Battista—se lo sapesse!... Io dico che se lo sa stavolta, gli riprende tutti i soldi che gli ha dato e lo manda al diavolo.... ammenochè.... non si consoli.
—Come?...
—Eh, diamine! facendo altrettanto.
Drollino si drizzò d'un salto, cogli occhi iniettati di sangue, pallido come un morto, e per un momento guardò l'ex-ubbriaco in un modo molto bizzarro e poco rassicurante. Ma subito si calmò, e si mise a ridere.
Si sarebbe detto che, a furia di star sempre così serio, avesse dimenticato come si fa a ridere; certo che il suo ridere non somigliava a quello di nessun altro.
—Ah! vorresti provare.... dici?...
—Sì.... per curiosità. Vorrei provare come la piglia. Certe volte, quando la vedo allegra, contenta, mi viene come una rabbia, una smania di dire la verità a quella povera donna. Almeno non farebbe più la figura d'una bambina, e non sistruggerebbe più dietro a quella perla di marito, che va a Genova.... coi denari di sua moglie, beninteso. E a te—domandò ancora Battista con un rimasuglio d'inquietudine—questa voglia non ti vien mai?... dico..., non vorrei che tu m'avessi a prevenire.... sai, perchè potrebbe darsi che lei, per saper bene....—E fece il gesto di chi snocciola denari.
—No—disse Drollino....—io non ho nessuna idea di parlare. E ora me ne vado, per cui.... Tanto, questa storia finirà presto....—soggiunse con molta calma.
—Finirà?—chiese l'altro sbadigliando—credi che finirà?... Per bacco, mi dispiacerebbe.... è un provento che mi garba.... E perchè finirebbe?... sono innamorati cotti! La Russa gli comanda a bacchetta, lo tratta come un imbecille, e lui.... contentone. Perchè avrebbe a finire?
—Perchè finirà—disse con gran pacatezza Drollino.
E scese lentamente; era l'ora del primo pasto dei cavalli.
Battista, rassicurato, si ricacciò sotto le coltri per finir di riposarsi; tanto, lui non aveva nulla da fare.... in casa ora c'era la cuccagna!
Dopo il mezzodì, Drollino si presentò all'agente e gli chiese due giorni di permesso. Voleva andar a vedere i puledri di casa Canossa, prima che partissero per l'Esposizione ippica.
L'agente accordò il congedo. Drollino se ne andò la sera stessa; e in capo a due giorni era di ritorno.
Tutti gli furono attorno a chieder dei puledri. Ma non ne disse gran che, non ne fece maraviglie. Erano così così, come gli altri....
Non era stato alla tenuta Canossa; era stato a Genova e all'Acquasola. Celato dietro una macchia, aveva visto passare, in una carrozza di rimessa, il Duca e la Baronessa.... Era saltato in legnetto di piazza e aveva tenuto dietro al loro equipaggio sino alle prime case di via Carignano.
Nei giorni seguenti diede ancora due o tre lezioni alla Duchessa, e rinunciò a dare la progettatalezione a Battista. Drollino era quieto, calmo assai....
La sera dopo, mentre si distribuiva l'ultima razione di biada, il signor Damelli capitò in scuderia, e diede precisamente quest'ordine:
—Domattina alle dieci l'americanaad un cavallo per andare alla stazione a prendere il signor Duca.
Drollino ch'era poco lungi, udì quell'ordine. Alzò bruscamente il capo, e appoggiò per un secondo la mano sul muro, come se si sentisse minacciato da una vertigine.
Poi disse rispettosamente:
—Sì signore.... ci penso io.
L'indomani, il tempo era splendido. Suonavano le otto del mattino, e sulla spianata della rimessa Drollino si teneva ritto davanti a Mia, già attaccata alphaètone che, impaziente dell'indugio, allungava ogni tanto il collo e colla lunga coda flagellava i suoi nobili fianchi. Battista, già inlivrea, ma colla tunica ancora sbottonata, lisciava col gomito il pelo del cappello a coccarda. Un vecchio mozzo, col capo coperto da una berretta scozzese e colla pipa in bocca, stava poco lungi dal legno e guardava con ammirazione la cavalla che, annoiata dalle mosche, or coll'una e or coll'altra zampa tormentava il terreno.
—Ci siamo?—chiese il cocchiere, infilando i guanti di pelle rossa.
—Un momento,—rispose Drollino, mentre colla mano tremante disponeva sul frontale una ciocca della criniera di Mia.
Il cocchiere salì a cassetta ed afferrò le redini.
Nella corte rustica, vicino alla rimessa, s'udì l'ululato cupo di un cane.
—Cattivo segno,—osservò il mozzo, togliendosi la pipa di bocca.—Pedrolo.... badate un po' ai fatti vostri.
Il cocchiere si mise a ridere, agitando festosamente la frusta.
—Quante bestialità!—rispose con gaio sprezzo.Era contento di guidar Mia, quella famosa Mia, che per tanto tempo era stata così esclusivamente custodita da Drollino.
Drollino passò ancora una volta, con una carezza prolungata e tremante, la mano sulla criniera di Mia.... la guardò per un secondo, con una intensità disperata.... Poi si ritrasse, e senza parlare, con un piccolo gesto, avvisò il cocchiere che poteva partire.
S'udì in breve la sabbia del viale scricchiolare sotto le ruote del leggero equipaggio, mentre il rumore del trotto elegante di Mia si perdeva nella lontananza.
Drollino stava sempre immobile, fissando come trasognato lo spazio dove Mia, un momento prima, aveva alzata, verso lui, la sua fina testina.
—Per bacco!—disse il mozzo con molta simpatia professionale—capisco, sapete. Non c'è che dire, una bestia che non ha l'uguale. Vi rincrescerà, eh?
Drollino diede un guizzo coma se una serpegli avesse morso il tallone.... Poi chiese impetuosamente:
—Cosa?...
—Oh bella!... che ve l'abbiano portata via. È una cosa curiosa, sapete, che ve ne siate stancato così, mentre, non c'è che dire, è ancora un fior di cavalla! E l'avete proprio voluta cedere al Duca!... Chissà, eh.... che buon affare?...
Uno spasimo passò sulla faccia di Drollino, ma egli rimase muto.
—Eh! si capisce. Se vi è venuto questo capriccio di girar il mondo, vi gioveranno più i denari che la cavalla. E a dirla schietta—continuò il mozzo, che s'era proprio messo in mente di voler consolar Drollino ad ogni costo—la Mia era ormai un po'sul tempoanche lei, come me! E poi il suo piccolo difetto ce l'aveva pure.... quello di non voler sentire gli spari.... E non s'è mai voluta correggere.... eh?...
—No—stridette Drollino—no!
Il vecchio mozzo si mise a ridere.
—Via, via!... non v'arrabbiate a questo modo. Si sa che avete fatto di tutto per toglierle quel vizio. È inutile.... ho provato anch'io. Una volta nella tenuta c'era un alzano che....
Ma la storia dell'alzano non progredì. Drollino, il quale era stato per un momento come sprofondato nelle sue riflessioni, si scosse bruscamente e s'allontanò a rapidi passi.
Il mozzo rimase lì, in asso.
—Cosa diavolo gli piglia a colui?—disse tenendo dietro collo sguardo a Drollino, il quale pareva quasi fuggire, tanto correva, nella direzione della tenuta.
Non eran cinque minuti che Drollino era scomparso, quando Vincenzo, il cameriere della Duchessa, si presentò sulla spianata.
—Drollino—chiamò—Drollino!
—È andato via or ora—rispose il vecchio mozzo.—Cosa c'è?
—Subito, subito, insellare Mia per la signoraDuchessa, e Drollino si prepara ad accompagnarla.
Il mozzo s'alzò.
—Mi dispiace—disse—ma in quanto a Mia la signora è bell'e servita. La cavalla è stata attaccata all'americanaed è già a mezza strada della stazione. E Drollino è andato via per i pascoli, a zonzo.... Dio sa dove!...
Il domestico scomparve, ma tornò subito, dopo cinque minuti, trafelato.
—Sellare Calif; subito al momento, e chiamare Toni per andar dietro alla signora.
Toni era in scuderia e fu subito avvisato.
Dodici minuti dopo, Milla, con un nuovo abito da amazzone, giuntole il giorno avanti da Torino, col volto splendido della gioia misteriosa e biricchina della sua sorpresa, s'avviava al trotto, seguita da Toni, per la strada che dalla villa conduce alla stazione.
Drollino invece si dirigeva verso la sua antica dimora, nel grande cascinale. Camminava a passiconcitati stringendo le palme, barcollando ogni tanto come sotto l'influenza d'un principio d'ubbriachezza. Un momento, sentì che non stava più in piedi.... e cercò di reggersi, brancolando, come se fosse al buio.
Un grido soffocato gli uscì dal petto:—Mia! povera Mia!
Sulle sue gote brune, schizzò una lagrima. Ma subito, come sotto un soffio ardente, asciugò.
Si gettò bocconi sull'erba. Era appena fuori del giardino. La villa era bellissima a vedersi, ancora immersa nel bacio mattiniero del sole, cinta di verdura, colle lucide persiane inverniciate di recente.
Egli mordeva l'erba, digrignando i denti furiosamente. Ma a un tratto si calmò. Il suo sguardo fisso, teso, si spingeva nell'interno della camera della Duchessa.
La finestra del terrazzino era aperta, si vedevano passare pel vano le teste delle cameriere in faccende. La brezza entrava curiosa, molle, agitandole vecchie frangie degli addobbi della finestra, enfiando, come fossero lembi di vele, i tessuti leggeri dei cortinaggi, le bianche cortine del letto.
Drollino si fece calmo. Guardò a lungo lassù, come se quella vista gli facesse bene, rinnovasse in lui l'energia dello spirito.
—Per lei!—disse finalmente a bassa voce, agitando la mano nel vuoto, con un gesto pazzo ed appassionato di saluto.
S'alzò rinfrancato, ed in breve fu alla sua antica stanzetta. Vi rimase circa un quarto d'ora. N'uscì senza che nessuno l'avvertisse, vestito dei panni suoi, bianco come un cencio lavato, e colla destra stretta al petto, sopra la tasca del lato ministro. Si mise pei campi, in salita, evitando di por piede sulla strada maestra, e pur costeggiandola.
Egli stava immobile, accasciato dietro il muricciuolo del cimitero, che in un dato punto,rasenta la strada maestra fra Astianello e la stazione.
Era un cimitero piccolissimo, brutto, una vera miseria di cimitero. Apparteneva a un paesucolo vicino, il quale non era nulla più che una frazione di Astianello.
Il luogo era molto triste anche nella giocondità dell'ora mattutina. Aveva un non so che di abbandonato, che dava alla malinconia naturale del sito un carattere speciale.... pareva la dimora dell'oblìo. Quelle povere tombe recavano patenti le traccie dell'intemperie; sulla cappelletta di mezzo una misera immagine a fresco del Redentore, arrossata dal gelo, si scrostava lentamente, trascinando nella sua rovina l'intonaco, che si andava quasi sfarinando. Nel lato settentrionale del recinto l'erba era umidissima, e la rugiada si ostinava a serbar lucido lo zoccolo di pietra dell'unico monumentino che vantasse il cimitero. Qualche aristocratica croce di ferro si notava ancora in quel lembo riservato, ma era tuttoranell'ombra. Nel lato soleggiato era la fossa comune, quella dei poverissimi del comune. Al centro s'alzava una buona croce di legno, forte e poderosa, e bastava per tutti i morti di quella classe.
La porticina pareva chiusa. Drollino, nell'entrare, aveva avuta la precauzione d'accostarla.
Non si moveva punto.... Stava rannicchiato appiè del muricciolo, silenzioso, immobile come le tombe senza nome che lo attorniavano.... Era livido in volto e teneva gli occhi sbarrati, ma sui tratti così alterati, recava, come incisa, l'espressione immutabile d'una selvaggia determinazione.
A un tratto s'alzò, e d'un salto, aggrappandosi alle tegole, sollevò il capo oltre il livello del muricciolo.... scrutando collo sguardo l'aperta campagna.
Aveva scelto bene il suo posto di agguato. La strada maestra passava, scendendo, davanti al piccolo cimitero. Oltrepassandolo d'un trar di sassi, faceva un gomito con una brusca voltata.Dall'altro lato della via, il terreno si rompeva in uno scoscendimento ripido, terminando in un burrone ghiaioso, che ai tempi di piova si mutava in un torrentello. Quello era forse il solo punto della via che richiedesse un po' d'attenzione in chi transitava di là. Anni addietro, un carrettiere ubbriaco s'era ucciso, precipitando col suo mulo da quell'erta traditora. Occhio ci voleva, e stare attenti, specialmente allo svolto.
L'orologio d'un campanile poco lontano suonò le dieci.
—Ancora mezz'ora!—pensò Drollino.
Scese, si terse il sudore che gli rigava le tempie, estrasse di tasca la pistola, la osservò attentamente, e la depose sul terreno accanto a sè, a portata della sua mano destra. Nella macchia vicina i passeri spionciavano senza fine, in lontananza il picchio ripeteva a misurati intervalli la sua barocca canzone, nell'erba del cimitero gl'insetti si movevano, saltavano, si facevano strada, fra gli steli. Attorno alla crocecomune, due farfalle, d'un bel giallo chiaro, si inseguivano amorosamente.
Drollino non guardava attorno a sè. Teneva fisso al suolo quel terribile sguardo interno, che l'occhio trova soltanto nei momenti supremi della vita. Ogni tanto, quando sulla strada sottostante udiva avvicinarsi il rumore d'una carrozza, Drollino illividiva, s'alzava, stava in ascolto un momento, poi guardava in giù.
—Non è lui—diceva ogni volta, quasi ad alta voce.
E con una terribile pazienza, tornava a sedere, celato dal muricciuolo.
S'era alzato un po' di vento; l'erbe grasse, ben nutrite del cimitero, ebbero un moto, quasi un fremito di conscio ribrezzo.
Il treno era giunto, in ritardo però di quasi un quarto d'ora, e il Duca Giuliano usciva frettolosamente dalla stazione, cercando qua e là collo sguardo il legno che doveva trovarsi adaspettare. E non solo vide il legno, la graziosaamericana, alla quale era attaccata Mia, ma vide altresì una elegantissima amazzone, che, seguita da ungroomin livrea, si avanzava alla sua volta.
—Giuliano! Giuliano!—disse l'amazzone, accostandosi e ridendo lietamente.
Egli rimase di princisbecco.... quando ravvisò sua moglie; e
—Milla!—sclamò con accento schiettamente ammirativo.
—È la mia sorpresa,—continuò Milla, beata del successo del suo segreto.—Sapevo che lo desideravi, e, mentre eri assente, ho imparato. Non te lo dissi che avevo anch'io i miei affari?
Il Duca la contemplava muto e pallido.
—Milla!—esclamò involontariamente,—tu sei un angiolo e io sono un....—Si fermò un momento, poi finì la frase:—un marito veramente fortunato.
E subito le fece mille complimenti, lodò il suo pensiero, il suo buon gusto. Quell'abito le stava a pennello.... come aveva scelto bene il colore verde bottiglia, e che felice idea quella di quei bottoni larghi, dorati della giacchetta! E che amore dituba.... Era veramente un'amazzone classica! Ora sì che era contento.... ora andrebbero assieme alla mattina a far delle trottate lunghe, piacevolissime. Ma che brava Milla!
—Ora andiamo a casa,—disse finalmente il Duca;—vuoi che t'accompagni a cavallo?
—Veramente,—rispose Milla—ora che ho fatta la mia figura, preferirei quasi di venir teco. Sono un poco stanca.
—Benissimo!—disse il Duca—Battista e Toni condurranno a casa i cavalli, e io ti farò da automedonte, se non sdegni il mio legnetto da giovanotto.
Milla scosse il capo, scese da cavallo, e salì prontamente sull'americanaa fianco del marito.
Era lietissima!—Quanto mi diverte—disse—ohcome me la godo.... dobbiamo far la figura di due scapestrati, nevvero, di due scappati da casa!
Quell'idea la divertiva immensamente. Si figurava che i passeri delle siepi l'avrebbero presa per una perversa creatura, in piena rivoluzione contro le convenienze. Diceva mille gentili pazzie, col volto acceso dal piacere, ed era veramente carina sotto l'ombra di quel cappello mascolino.
E Giuliano, guidando Mia, che in quel giorno pareva straordinariamente docile e savia, guardava con vero piacere la Duchessa, che gli pareva molto più bellina del solito, con quel non so che di nuovo, di biricchino, di piccante che s'era messo addosso, in un colla foggia ardita, quasi mascolina, del suo acconciamento. E allora, nell'animo vigliacco del creolo, un'ignobile contentezza si diffuse. Il rimorso si ritrasse davanti alla segreta soddisfazione d'aver così bene organizzato il libro mastro, in partita doppia,della sua esistenza. Ora cominciava ad apprezzar Milla.... si proponeva di crearle un'esistenza veramente beata.
Non era forse uno squisito contrasto quello che l'aspettava di piè fermo, ad ogni suo ritorno da Genova? Nella placida, profonda corruzione dell'animo suo, il gentiluomo aveva poste le basi delmodus vivendiper l'avvenire, e si congratulava ignobilmente con sè stesso. Marito ed amante fortunato, egli godeva contemporaneamente gli orgasmi febbrili d'un antico ardore, ravvivato nell'attrattiva suprema d'un secondo adulterio, e le pure, soavi soddisfazioni d'un affetto ingenuo, delicato, gentile.... quasi abbastanza attraente per dare una certa poesia persino alla noiosa prosa dell'amore legittimo.
Egli pensava così, e sul suo capo il cielo azzurreggiava intensamente, il sole irradiava la sua strada, la campagna amena, sorridente lo accompagnava colle sue verdi, infinite giocondità.
Per un po' quei due scappati da casa chiacchierarono allegramente. Ma, quando furono al principio della discesa, Giuliano disse a Milla:
—Ora, carina, fammi il piacere di star quieta per un momento; siamo vicini ad una certa voltata alla quale bisogna star attenti. Ci vuol occhio e un cavallo sodo.
—Oh! Mia è una perla—rispose Milla, crogiolandosi nel suo cantuccio e imitando scherzosamente la posa classica d'ungrooma cassetto.
Giuliano serrò il freno della meccanica, e, benchè la discesa non fosse ancora principiata, mise Mia al passo.
Drollino, dietro al muro del cimitero, aveva udito da lungi il passo di Mia. Oh! quel passo della sua cavalla!... l'avrebbe riconosciuto fra mille. Sentì nel cuore un gran schianto, una ribellione tremenda. Ma non cedette. Solo per esser più sicuro, guardò ancora una volta oltre il sommo del muricciuolo.
No, non s'era ingannato. Sulla strada il sole batteva splendidamente suscitando dei riflessi abbaglianti nei cristalli dei fanali. Ma ciò non gli impedì di ravvisare Mia, l'americana, la barba bionda del Duca, e accanto a lui l'uniforme verde coi bottoni dorati di Battista. Ecco, il momento era venuto.
Scese, armò il cane della pistola, e, nicchiato dietro il muro, aspettò che la carrozza passasse precisamente di lì. Mormorò due nomi:—Mia e Milla!—Sì, egli liberava entrambe da un ignobile giogo! Esse non lo sapevano, ma egli le vendicava in un punto solo, Mia e Milla!
No! la Duchessa nondovevacorrere il rischio delle rivelazioni d'un mascalzone! E se moriva anche lui, questo mascalzone; ebbene, meglio così, il segreto che, svelato,potrebbeuccidere la Duchessa,morrebbecon lui e col Duca, laggiù, in quel burrone.
Mia giungeva in quel momento, al passo, davanti al muro del cimitero.
Drollino cessò di pensare. Sorrise, alzò la pistola e sparò.
Fu un tonfo terribile.
Subito, in strada, s'udì un galoppo sfrenato, poi un grido di donna disperato, acutissimo.
Drollino balzò in piedi, s'avventò al vertice del muricciuolo e guardò in giù.
Mia, furente, fuggiva a precipizio per la discesa con degli sbalzi violentissimi. Il Duca, stravolto in viso, tirava le redini a dritta e a sinistra con tutta la forza dei polsi; accanto a lui, invece di Battista, c'era una donna.
Teneva il capo rovesciato all'indietro, il cappello le era caduto, e Drollino ravvisò la Duchessa.
Rimase un secondo come fulminato. Poi urlò—Cristo!—s'avventò all'altro lato del muricciuolo, spiccò un salto e cadde sulla via. Si rizzò colle mani insanguinate. Mia, in preda al suo parossismo di terrore, precipitando per la china giungeva in quel momento. Faceva scartiviolenti che sconquassavano l'americana, aveva la criniera al vento, le nari fumanti.
Il Duca, cogli occhi smisuratamente aperti, gridava: aiuto! Era pazzo di terrore, fissava il burrone verso cui si sentiva irresistibilmente trascinato. Gettò un urlo e chiuse gli occhi.
Milla era svenuta.
Drollino, con un salto da pantera, s'era gettato sulla cavalla, avvinghiandosele al morso, opponendo all'impeto delirante della corsa sfrenata la forza d'una resistenza quasi sovrumana. L'uomo ed il cavallo lottarono un momento, poi s'udì un nitrito di dolore, uno schianto di legnami che si spezzano, poi, in un nuvolo di polvere, si vide a pochi passi dal ciglio del burrone un informe gruppo di membra umane e cavalline, che dibattendosi e rotolando, cadevano assieme. La carrozza, con un ultimo violento sobbalzo, si fermò, mentre quell'ammasso s'agitava sul terreno con una serie di moti convulsi, che s'andarono gradatamente quietando. Tutto ciò era accaduto inpochi secondi. Il Duca aprì gli occhi, si vide salvo, e vide che Milla era soltanto svenuta. La sollevò fra le braccia e l'adagiò sull'erba, al sicuro. Poi si accostò di nuovo al legno spezzato. Vide Mia, distesa per terra, che dava gli ultimi tratti, e, sotto al fianco palpitante della cavalla, vide colui che con atto di audacia disperata era giunto in suo aiuto, in quel supremo istante di pericolo. Si chinò a guardare, e in quell'uomo, immobile, morto forse o privo di sensi, ravvisò Drollino.
Il rimbombo dello sparo aveva chiamata gente. La Duchessa, che cominciava a riaversi, fu sopra una barella improvvisata ricondotta alla villa. Il Duca, rassicurato sul conto di sua moglie, volle tornare sul luogo del disastro dove i sopraggiunti finivano allora allora di liberare Drollino.
L'infelice giovane era ancor vivo, ma il suo stato metteva raccapriccio. Nella sua lotta disperata colla cavalla aveva ricevuto da questa un violento calcio nel petto; un braccio era spezzato, e al disopra dell'occhio destro il sangue generosodel giovane, spicciava abbondante da una ampia ferita.
Il medico del villaggio, chiamato in fretta e furia, visitò sul luogo stesso Drollino, che i contadini avevano adagiato sui cuscini della carrozza.
Pareva ancora svenuto. Il dottore, dopo averlo attentamente esaminato, si lasciò sfuggire unehmche non prometteva nulla di buono. Il Duca lo interrogò ansiosamente.
—Mi spiace—rispose il dottore,—ma temo che i polmoni siano in isconquasso. È un uomo andato.... questione di giorni..., capisce?
Drollino ebbe un moto ed un gemito. Era tornato in sè.... aveva udita la sua condanna?
Chi potrebbe dirlo? Sul suo volto macchiato di sangue e di polvere l'espressione era illeggibile.
Lo trasportarono, semivivo, nella sua antica stanzetta della cascina, al limitare dei pascoli.
La Duchessa s'era addormentata, e Giuliano, ritto a piè del letto, guardava la bella testinaserena, adagiata mollemente sul guanciale. Egli aveva voluto, per eccesso di precauzione, che Milla rimanesse a letto durante i primi tre giorni susseguiti al terribile avvenimento. Ma la giovane signora s'era prontamente riavuta. D'altronde, la scossa non era stata eccessiva, neppur per il suo delicato organismo. Svenuta sui primordii del pericolo, ella non aveva assistito a tutte le fasi del disastro: ritrovatasi incolume a casa, e vedendo illeso Giuliano, non aveva pensato che a ringraziare fervorosamente Iddio. Le avevan detto che la carrozza s'era fermata a tempo.
Il Duca, per non arrecarle dispiacere, aveva espressamente proibito che le si parlasse di Drollino. Milla ignorava quella coraggiosa intervenzione e le sue fatali conseguenze. Sempre allo scopo di non affliggerla, non le tennero neppur parola della morte di Mia. Giuliano le asseverò essere lo sparo fatale, che tanto aveva spaventata la cavalla, nulla più che l'opera d'un cacciatoredi passere. Milla accettò, senza discuterla, la versione di Giuliano; si calmò gradatamente, tornò lieta e serena. Non era forse Giuliano il suo profeta infallibile e adorato? perchè non gli crederebbe quando per l'appunto egli diceva così? Ecco, per esempio, egli le aveva detto or ora:—Sii buona, e provati a dormire, hai bisogno davvero d'una dormitina.—Ella non sentiva affatto il bisogno della dormitina; pure, a furia di star quieta e immobile, il sonno era venuto. Dormiva ora placidamente, con un abbandono dolce e sicuro, con una mano ancora serrata fra quelle di Giuliano. E così noi, nella calma fiduciosa del suo sonno sereno, vediamo per l'ultima volta la nostra eroina, la Duchessa Milla Lantieri dei Principi d'Astianello.
Giuliano districò pianamente le proprie dita dalle dita di sua moglie, depose con delicata cura la mano di Milla sulla rimboccatura del lenzuolo, poi quasi furtivamente, in punta di piedi, uscì dalla stanza.
Era profondamente turbato.... il corso pericolo, quel vedersi, sentirsi di fronte a una morte terribile, e, diciamo pure, anche il pensiero della sorte che aveva minacciata la Duchessa, avevano lasciato nell'animo suo un'impressione grave. Il creolo era stato fortemente scosso; non poteva sopportare il ricordo di quel momento, ma il ricordo implacabile non lo abbandonava mai. La sua riconoscenza per Drollino era infinita, e l'idea che quell'infelice morisse, così, per loro, gli era penosissima. E, come se non bastasse, gli era giunta all'orecchio una strana diceria, che aboliva intieramente il cacciatore di passere, ed evocava in sua vece un nemico ignoto, implacabile, il quale, edotto del difetto di Mia, ne aveva calcolate le conseguenze, e s'era valso d'un mezzo che non lasciava traccie, e avrebbe infallibilmente sortito i più funesti effetti, se Drollino, per un'inesplicabile, quasi miracolosa circostanza del caso, non si fosse trovato lì per l'appunto in quell'istante fatale. Ma come scoprirlo questostrano nemico, come garantirsene in avvenire.... a chi chiedere?... Drollino solo forse avrebbe potuto dir qualche cosa. Ma Drollino, poveretto, non era certo in grado di fornir ragguagli: le lesioni interne erano così gravi da non lasciar la benchè minima speranza: s'indeboliva gradatamente, aveva continui sbocchi di sangue, ed ogni parola che pronunziasse equivaleva ad un agitare della clessidra, quando gli ultimi granelli di sabbia stanno per cadere lungo la strettissima gola del cristallo.
In villa e per tutta quanta la tenuta la relazione dell'avvenimento aveva suscitate forti emozioni, ammirazione illimitata per Drollino, e dubbi gravi assai. Da tutti si compiangeva il giovane capo di scuderia, si vantava il suo atto eroico di abnegazione, gli si perdonava ora, in grazia dell'accaduto, il suo carattere aspro e orgoglioso, le bizze, l'indipendenza un po' selvatica del suo passato. Il primo giorno, alla cascina, c'era stata una vera processione dei camerati della tenuta;ma ora il medico, d'accordo con Drollino stesso, aveva rigorosamente proibite le visite; eccettuate, ben inteso, quelle del Duca.
Il Duca si mostrava angustiato dallo stato di Drollino. Veniva spesso a vederlo, e inquieto del rapido progresso del male, si recava alla cascina ogni qualvolta poteva allontanarsi dalla villa senza dar sospetto a sua moglie. E anche stavolta, non appena vide Milla addormentata, uscì in fretta, dirigendosi verso la cascina. Nel cortile, all'ombra d'un vecchio fico, stava riunito un gruppo di contadini, inquilini del cascinale. Al giunger del Duca, s'alzaron tutti, salutando rispettosamente.
Giuliano si fermò a chieder loro notizie dell'ammalato.
Un vecchietto rubizzo rispose subito e per tutti:
—Male, male assai, signor padrone. Stamane è venuto il prevosto, e gli ha fatto fare le sue divozioni; e il dottore ha detto che sarà un miracolo se passa la notte.
Il Duca mise un sospiro profondo e sincero.
—Vuole andar su?—chiese premurosamente una donnetta attempata, ch'era allora allora sbucata da una prossima cucina.—Vedrà che cosa da far pena! Son io che lo veglio, quel poveretto, e da tre notti non chiudo occhio.
E così parlando, precedeva il Duca su una scaletta di legno, e poscia per un andito scuro che faceva capo alla camera di Drollino. Entrarono entrambi in punta di piedi.
La stanza era pulita; le patate c'eran tuttora, ma ammonticchiate accuratamente in un canto, e non davan noia. La finestrina era chiusa, e alla rottura dei vetri s'era riparato apponendo sulla intelaiatura qualche spesso foglio di carta, attraverso il quale giungeva affiochita la luce dall'esterno. Drollino sedeva sul letto, appoggiandosi ad un ammasso di cuscini, e si sentiva sin dall'uscio lo sforzo penoso del suo alitare. Il braccio rotto stava inerte e stecchito nella sua fasciatura appeso al collo con unfoulardrosso, colla manolibera; il giovane portava ogni tanto alle labbra un fazzoletto bianco, e lo ritraeva quindi macchiato di sangue. Una benda bianca gli serrava di sbieco la fronte, e lasciava vedere soltanto l'occhio sinistro stranamente quieto e profondo, d'una luminosità quasi paurosa. Qualche chiazza di sangue qua e là sulle lenzuola.
Il Duca, col cuore stretto da un'angoscia profonda, sedette appiè del letto, su una seggiola che la vecchia gli aveva premurosamente recata. Salutò l'ammalato, e cercò d'intavolare qualche frase di conforto e di speranza. Ma non proseguì. L'occhio di Drollino s'era repentinamente fissato su di lui con una forza così intensa di divieto che il Duca smarrì il filo del discorso, e tacque.
Drollino alzò la mano che reggeva il fazzoletto, guardò la vecchia, e, con quel cencio insanguinato, le accennò la porta.
La vecchia allibì, rimase un momento in forse; poi, completamente dominata, uscì senza far rumore.
Al Duca parve che nella camera fosse piombata in quell'istante un'ombra nuova ed arcana. E stava fermo, inchiodato sulla seggiola da una possa misteriosa, ch'egli subiva suo malgrado.
Drollino continuava a fissarlo col suo occhio da ciclope, acceso dall'ardor della febbre. Il silenzio continuava oppressivo, pesante.
Finalmente il Duca, tormentato, chiese a Drollino se avesse qualche cosa da dirgli.
—Sì,—rispose Drollino.
La voce di Drollino era orribile a udirsi: roca, sibilante, con un suono alterato, gutturale, come il congegno d'una macchina che, spazzata, stride sotto la mano di chi lo tenta.
Il Duca dominò un brivido, e continuò:
—Forse, nevvero, vuoi parlarmi dell'accidente in cui la tua generosa audacia.... Sapresti.... potresti dirmi chi?... Si dice che sia stato un attentato. E tu sai...?
—Lo so!
—Oh, te se prego.... parla.... Capisci bene, ènecessario.... perchè possa premunirmi.... per l'avvenire.
Drollino ebbe una specie di sorriso, e le sue labbra si contrassero con un'espressione d'ironia.
—Non c'è più bisogno di precauzioni! egli non può più farle del male. Guardi....
E col fazzoletto indicò sè stesso.
Giuliano non poteva, non voleva capire. Gettò un grido.
—Tu?—disse finalmente, balzando indietro e tremando.
—Io.
—Tu.... sciagurato!... apposta?... apposta?... perchè rimanessimo uccisi?
Drollino scosse il capo.
—Non loro due.... io non sapevo che ci fosse anche la signora.... Volevo.... solamente lei....
Sulle tempie del Duca scorrevano grosse goccie di sudore.
—Tu—sclamò ancora—tu? ma perchè? cosa t'ho fatto?
—A me.... nulla—rispose Drollino fra due sibili.—Ma perchè guidava Mia? e perchè voleva far morire la nostra.... signora?
—Io?—gridò inorridito il Duca;—ma tu sei impazzito?
—No,—rispose Drollino,—l'ha detto il dottore.... e non era giusto ch'ella morisse.... per causa sua.... Si ricordi.... l'autunno scorso....
Il Duca cominciava a capire. Si fece pallidissimo; cercò invano, con uno sforzo disperato, una parola di diniego, di scusa da gettare in faccia a quel morente. Ma non la trovò, e non poteva mentire davanti a quell'occhio unico che lo guardava immobile.
Drollino gli accennò d'avvicinarsi.
—Non abbia paura,—continuò, serbando sempre quel funebre simulacro di sorriso—ora, ora.... vede bene.... è finita.
Si fermò, la voce gli venne meno in uno schianto di tosse, che gli empi la bocca d'una salivazione sanguigna.
Giuliano aspettò, tremando verga a verga; poi:
—Ma ora.... ora....—tentò di mormorare.
—Ora....—rispose con uno stridore soffocato Drollino. E avventò, ergendo il capo, una sola parola:—Genova!
Atterrito, annientato, il Duca chinò la testa. Vacillava come un giunco mosso dal vento.
Drollino, passato l'accesso, continuava:
—Ora, sarebbe morta, forse.... quando lo avesse saputo.... E lei, signor Duca.... ha preso Mia.... Allora mi sono ricordato, e volevo che Mia fosse la causa.... Ma ho visto la Duchessa, e sono venuto....
Non potè proseguire; un secondo impeto di tosse gli mozzava quell'aspro filo di voce. Allora, nell'accesso stesso sbattuto dallo sforzo dello schianto rantoloso della tosse, ma tenendo sempre Giuliano sotto il fascino spietato del suo sguardo, Drollino lasciò andare il fazzoletto, e sollevando la mano, come un giudice che condanna inesorabilmente, alzò un dito.
Nel silenzio della stanza si sentiva l'affanno ormai, quasi parimenti angoscioso, di due aliti oppressi.
Un gorgoglio s'affoltò nella gola di Drollino. Ma egli, con uno sforzo supremo, mormorò ancora una parola:
—Si ricordi!...
Poi tacque, cessò di guardar Giuliano, e adagiò il capo sui guanciali.
Passò un minuto prima che il Duca trovasse la forza di uscire.
Sulla soglia della cascina s'imbattè col dottore.
—Sta male, eh! quel poveraccio?—chiese il medico, vedendo il viso alterato di Giuliano.
—Sì....—balbettò il Duca—temo che....
—Per bacco!... l'ho detto subito che era affar di pochi giorni. Ma lei non ci venga più qui. Vada via, che questi non sono spettacoli per lor signori; e tanto, ormai è finita. Vada via, le dico, e mi cambi subito quella brutta cera, che,se no, son capace di farle un salasso qui sui due piedi.
Giuliano rispose con un tentativo di sorriso agli scherzi e ai consigli del medico; poi s'allontanò adagio adagio, perchè dal cascinale non si avvedessero ch'egli si reggeva a stento sulle gambe. E solo quando fu lontano sulla via, lungi da ogni sguardo, nell'ombra discreta d'una macchia, allora soltanto si lasciò andare. Cadde a sedere su un tronco d'albero.... brancolando.... cercando un appoggio, come una donna che vien meno.
Il Duca era vinto.... la scena era stata troppo forte per lui. Sulla sua fronte pallida il sudore si rinnovava ogni momento. Balbettava sconnesse parole.... batteva i denti.... rabbrividiva, smentendo, nel codardo abbandono di quel momento, tutta la sua calma di gentiluomo, la sua placidità di uomo forte, la sua stupenda indifferenza di creolo. Ebbe uno scoppio di pianto nervoso, quasi isterico, e non cercò di frenarlo: chi lo vedevacolà, chi lo udiva?... Milla non era in presenza del suo idolo. Olga era a Genova, lungi dal suo schiavo gran signore! E i passeri della macchia non si curavano punto di quel Duca in lagrime, buttato là come un cencio.... scosso da quei singhiozzi spasmodici.... che non erano forse nè tutta paura, nè tutto rimorso!...
La camera di Drollino era quasi buia. Per terra, in un angolo, ardeva un lumicino d'olio, e la sua poca luce era attenuata da una specie di paralume improvvisato. Dietro ai vetri e alla carta della finestrina, s'urtava un raggio di luna che cercava d'insinuarsi all'interno disegnando sull'ammattonato e sulle pareti lunghe striscie bianche, d'uno splendore freddo ed immobile. Nel camino ardevano lentamente alcuni rimasugli di legna umida, e una vecchietta, adagiata in un rustico seggiolone impagliato, lottava ostinatamente col sonno. Un gentile odore d'erba secca veniva dal vicino fienile, e nel silenziodella stanza giungeva ancora dal prossimo piano uno stridore ritmico e incessante di grilli, cui teneva bordone una voce più immediata, uscita dal focolare stesso del camino. E, a lunghi intervalli, qualche nitrito affievolito dalla distanza.... qualche lontano interrotto canto di rossignolo.... le voci solitarie dei pascoli, che si stendevano addormentati ora e ravvolti nell'ombra notturna e infinita del piano.
La donna non ne poteva più. Lo aveva detto al Duca; eran tre notti che non chiudeva gli occhi! E ora quei poveri occhi stanchi si chiudevano irresistibilmente. Il rumore affannoso, sibilante che Drollino faceva respirando, non bastava più a tenerla desta. E i grilli, nell'interminabile monotonia del loro coro, non parevano modulare che una sola parola: dormire, dormire!
A dir vero, Drollino pareva molto più quieto adesso; il rumore dei suoi rantoli affaticati pareva diminuire. Ora invece vaneggiava.
Sulle prime, essa aveva voluto dar retta alle parole, alle frasi interrotte di quel quieto delirio. Ma poi se n'era stancata; eran tutte frasi del suo mestiere, e non si capiva nulla. Piuttosto, per tenersi desta, ricorse al rosario. Ma nemmen questo valeva: essa pronunciava affatto macchinalmente quelle note e sacre parole; la mente le si intorpidiva nel sonno.
—Mia! sta quieta,—diceva dolcemente Drollino.—No, no, non va bene così! più ritta.... Avanzi il ginocchio.... ora terrò la staffa.... tiri a destra.
La vecchia provò a cambiare.Salve regina, vita dulcedo, spes nostra....
Drollino continuava sempre più sommessamente:—Volti, ora; aspetti.... poggi sul fianco, niente paura..., più alta la briglia. Non abbia paura..., non si farà male.... son qua io....
In quegli accenti spezzati si sentiva una modulazione quasi carezzevole, qualche cosa di indicibilmente sentito e profondo. La vecchia si destòcon un sobbalzo, e continuò:in hac.... lacrimarum valle....
Di repente sul volto di Drollino si operò un mutamento. I tratti s'affilarono, informandosi sulle ossa, che parvero avanzarsi sotto la pelle e sporgersi con un più marcato rilievo. Il volto assunse una tinta grigiastra, d'una trasparenza perlacea, e sotto alla quale s'accusava, sotto un lividore quasi violaceo, il colore di un frutto troppo maturo che, toccato, si ammacca.
La vecchia s'era addormentata. Russava ora ella stessa, colla corona abbandonata sulle scarne nocche delle dita. La lucernetta, in cui l'olio veniva meno, mandava una luce vacillante, che si esauriva lottando ad un tempo contro l'ombra della stanza e il chiarore incerto del lume di luna.
Allora, nell'agonia solitaria di Drollino, cominciò la splendida gloria d'un sogno. L'ordine della sua esistenza si capovolse negli ultimi sforzi della memoria: presso alla fine, egli rivisse,l'estasi suprema di un'ora della sua prima gioventù.
—Dagli un bacio,—diceva il Principe ridendo. E la testolina bruna della bambina si chinava verso di lui; due labbruzze strette, allungate cercavano le sue; una vocina festosa ripeteva:—Prendi, Drollino, prendi!
Egli non si tirò in là, non ricusò. Mosso il braccio, brancolando nel buio, come se volesse stringere.... afferrare.
Poi, con un'ospressione di supremo trionfo, gridò:—Mia!
La vecchia si destò di botto.... Gesù Maria!... parlava sempre quel poveretto, non si chetava mai! Ecco che adesso chiamava la sua cavalla.
Stette ancora in ascolto, ma non sentì più nulla. Le parve anzi che il rantolo fosse cessato.... a un tratto. Inquieta, s'alzò, attizzò il lucignolo della lucerna e s'accostò al letto!
E subito, spaventata, si ritrasse per chiamar gente.
La camera s'empì in breve di contadini. Ma nessuno ormai, nulla al mondo poteva turbare l'ultimo sogno di Drollino. Lo spirito, all'estremo, s'era rifugiato in quel sogno, e aveva varcato il confine.