Verso il cadere del giorno, tranquillamente uscì.Portava un mazzo di fiori dʼinverno, racchiusi nel tepore della sua pelliccia di martora.Camminava con una specie di lievità, con un sorriso fermo e continuo su lʼorlo della bocca profumata.Le strade crepuscolari salivano verso il cielo con un tremante pendìo. La gente passava, ilare, per i selciati che mandavano raggiere; poi lontana si confondeva fra una luce dʼacquaforte, brillando, sparendo, in quello smerigliato balenìo.Qualche vetrina, bianca dʼelettricità, sbucava con impeto nel colore della strada.La guardavano.I suoi leggeri piedi erano calzati dʼantilope, con ricami dʼargento.Qualcuno, dietro le sue spalle, talvolta ripeteva il suo nome gentile:—Mimi Bluette.Entrò in un ufficio telegrafico, tolse dal distributore un modulo di telegramma, scelse con attenzione il luogo dove posare il suo manicotto, e in piedi, contro il banco, velocemente scrisse queste parole:«Addio Mammina. Sono felice.»Rilesse; firmò con un sorriso; diede una moneta, che le cambiarono; uscì.La strada continuava.Di qua, di là, nella nitida sera dʼinverno, al sommo delle case di molti piani qualche finestra inserenava.Camminò.Quella casa era nascosta in una piccola strada, calma, vecchia, di quelle che gli edili ragionevoli vanno cancellando a poco a poco.Si vedeva, lontana, la Colonna di Luglio sorgere dalla piazza della Bastiglia.Camminò.Per il groviglio dei quartieri di Parigi andava incontro a quella strada perduta.Con tutta lʼanima si ricordava la storia dʼuna lontana sera, quando insieme uscirono dal Bar de la Grande Rouquine.«... La neve senza vento cadeva su la città in calme striscie verticali, che sembravano propagare un tremitonella bianchezza dellʼelettricità. Lʼautomobile camminava senza urto, nel dedalo dei quartieri deserti, per i bianchi anfiteatri delle piazze, andando via lieve, quasi tacita, su quellʼelemento agevole che i fari avvolgevano dʼun largo alone scialbo nelle zone di oscurità.«Monsieur Laire... jʼai presque froid... cette fourrure me glace...«Allora egli si mise più vicino a lei, spalla contro spalla, immergendo la bocca nel profumo del suo respiro, quasi per odorarla come un fiore.—«Que voulez–vous, Bluette? Le bonheur est la seule chose à craindre dans la vie. Quant au malheur... quʼimporte?... cʼest ce qui arrive tous les jours... On sʼy fait! on sʼen fiche! Mais aimer ce quʼon aime, voilà un luxe que certains hommes ne devraient pas se permettre...«Soltanto la fatica del motore interrompeva lʼassiderato silenzio del Bosco; passavano, come scenari dʼuna fiaba nordica, i laghi pieni di nuvole, gli ippodromi vuoti come steppe, le fattorie, le fontane immobili, divenute un solo ghiaccio, e pareva che frammezzo a tanto inverno mai più non potesse rinascere la primavera. La primavera del bosco indimenticabile, odorosa di mammole, di resina e dʼacacie, ove ogni filo dʼerba diventa quasi un fiore, quando, nelle sere di Maggio, in larghi frastagli di serenità il cielo vi scende a profumarsi, e il Bosco turgido si gonfia di voluttà primaverile, sopraffacendo la Parigi dorata, su cui lancia in fontane di musicail fiume del suo grande respiro...»Camminò.La sua tesa veletta si cerchiava intorno ai labbri dʼun vapore dʼargento.Le pareva che nel dedalo di Parigi forse non avrebbe mai potuto giungere a quella strada perduta.Invece la trovò.Si faceva quasi tardi; non vʼera più sole nella piccola vetrina dellʼorologiaio, ed ora si potevan leggere a distanza i nitidi cartelli appesi contro lʼinvetriata:«Montre Oméga—Or garanti, 18 Carats—Chronomètres—Réparations»Pareva che, dopo tanti mesi, nessuno avesse toccato neanche una sfera.Traverso il portone quasi obliquo si vedeva brillare li cortile. Una ringhiera. Un poʼ di cielo. Qualche albero senza foglie. Un fulvo color di crepuscolo su la ruggine dellʼopposto muro.Entrò.—Vous allez bien, Madame Greuze?—Pas mal. On sʼéreinte. Et vous, Madame Bluette?—Merci. Je monte une minute. Où sont les clés?—Elles se rouillent. Madame Bluette. Et puis, jʼallais vous dire:—A qui bon payer un loyer pour quelquʼun qui ne reviendra jamais?Il gatto lucido la fissava coʼ suoi magnetici occhi rotondi, colore di zolfo.—Cʼest juste. Madame Greuze... Et toujours pas de lettres pour lui?—Aucune.Salì.Per le vecchie scale dormiva con ambiguità un silenzio di edificio deserto. Il congegno della serratura scricchiolò restìo, con una specie di rugginoso dolore. Lʼuscio, nellʼaprirsi, urtò contro una resistenza di tenebre.Veniva dalle stanze profonde un rumore di buio, un peso di polvere morta.Bluette cercò lungo la cornice dello stipite lʼinterruttore della luce. Ma nel suo smarrimento più non lo ritrovava.Barcollando contro la parete, riuscì ad accendere. Vide lʼattaccapanni vuoto.Tre stampe di cacce inglesi pendevano dal muro. Su la tavola, un bacile di rame, un vaso di cristallo, con lo scheletro di qualche fiore che aveva portato Bluette.Dʼun tratto, come una pazza, ella si mise a correre per la casa... Guardò, frugò... Nulla, nulla, nulla!Sì, era partito per sempre, partito come un vero nomade, partito senza dirle addio...Tremando si fermò vicino al letto, chʼera stato il lor caldo rifugio, nel delirio e nel paradiso delle ultime notti dʼamore; vi buttò sopra i fiori che teneva nella pelliccia di martora, si rovesciò su la coltre, disperata, senza versare una lacrima, e chiusa nelle braccia dellʼamante, ubbriaca del suo morto respiro, per lʼultima voltanel mondo con tutto il suo piacere impallidì...Quando fu rientrata, ed ebbe veduti nella sua propria camera tutti queʼ fiori, si fermò per un istante a guardarli con poesia.Fece un atto fervido con entrambe le mani, e leggermente sorrise, come se volesse ringraziare quelle anime floreali, che le venivano incontro quasi per regalarle un ultimo piacere.Sebbene fossero fiori dʼinverno, eran nati su la riva mediterranea, il loro profumo stordiva.Li guardò attenta, con indugio, con malinconia, come se volesse rammentare la bellezza di ognuno.Le pareva necessario addormentarsi nel miracolo di una grande primavera.Fece con lentezza il giro della camera; poi, fermatasi davanti alla specchiera, si tolse i guanti, si disfece la veletta.I due spilloni, che le appuntavano il cappello nella treccia rotolarono sul marmo luccicante, con un rumore, chʼella osservò.Per abitudine, prima di togliere il cappello, rimase un attimo a guardarsi nello specchio; poi, quando ebbe sollevato quel leggero peso dalla gonfia sua capigliatura, macchinalmente si mise a rigirarlo su tre dita, come soglionofare le donne quando ripensano alla gente che le guardava per istrada.Era un gioiello di Suzanne Talbot, una cosa da nulla, piena dʼinvenzione, fatta con maestrìa per il suo viso e per il suo colore. Lo appoggiò sul ripiano dellʼarmadio, fra i guanti e la veletta, poi con le dita e coi palmi si ricompose le belle trecce, per ridare alla sua pettinatura la leggerezza consueta.I fiori empivano anche lo spogliatoio contiguo, pieno di specchi e di cristalli, che rompevano in molte raggiere il balenìo della ferma elettricità. Lo spogliatoio, che aveva lo zoccolo della parete in marmo rosa, i mobili di un candido legno trasparente come lʼantico avorio, pareva un cofano di madreperla foderato con le vecchie sete che piacquero alla Marchesa di Pompadour.Incominciò a spogliarsi lentamente, pigramente, con una specie di delizia femminile. Sebbene la casa fosse addormentata, chiuse a chiave alcuni usci, che la isolarono dallʼappartamento.Quando fu in gonnella, con le braccia nude, mise un ferro sul fornello a spirito e lungamente indugiò a contemplare la fiamma violastra.Poi si disciolse i capelli. Quel peso, quel folto e biondo peso, le fece piegare indietro la nuca. Li vedeva piovere nello specchio, scendere, splendere, fino a poca distanza dal tappeto. Erano vivi, ondeggianti, scintillanti, come la più bella criniera che mai donna portò. Ella stessa, nel guardarli, nel passarvi le dita, provava di quei voluttuosi capelli una timida gioia.Mentre aspettava che il ferro diventasse caldo, andò a cercare nellʼarmadio un paio di calze tessute come una trama di velo, poi certe sue scarpine da ballo, arcate,leggerissime, simili a due piccole guaìne ritagliate in una stoffa dʼoro.Sollevò la gonnella di fresca seta e liberò dal morso delle giarrettiere le calze che portava. Slacciò e si tolse lʼuna dopo lʼaltra le scarpine da passeggio, intarsiate con ricami dʼargento.Le sue belle aride caviglie, le sue lunghe snellissime gambe di danzatrice, apparvero fuor dai pizzi della gonnella, così bianche da parer modellate in un contorno di azzurrità. Le congiunse; appoggiò i talloni fragili su la compatta foltezza del tappeto. I suoi malleoli erano così snodati che poteva, con le ginocchia tese, appoggiare tutto il piede. I fiossi arcati sʼ intramavano di minute vene. Tutta la muscolatura della gamba usciva, in quella tensione, con un perfetto rilievo. Sopra i due stinchi esilissimi la luce batteva con riflessi dʼoro. Le ginocchia rotonde sʼinnervavano di robusti ed agili tendini per tutta la lunghezza dei fianchi.Incipriò lungamente la sua pelle nuda; mise le calze di velo, gli scarpini da ballo, corti e ripidi, che scintillavano come filigrane dʼoro.Si alzò. Si tolse il copribusto; nascose la camicia nel basso elastico di seta che fasciava lʼintatto splendore del suo calmo seno.E così bella e così nuda fu, che, dagli occhi azzurri, ella medesima con invidia si guardava.Scelse nellʼarmadio la veste più bella che aveva; dolcemente la portò sui due polsi, la distese, per non sciuparla, su la spalliera di un lungo divano.La fiamma violastra, in quel vento, si piegava sino a lambire il vetro. Allora provò il calore del ferro in un pezzo di carta velina.Bruciava, e lo depose.Fece un grandissimo nodo con la stupenda sua criniera, vi mise poche forcelle, prese uno specchio a mano, ed attentamente si guardò.I più lievi suoi capelli, non ancora del tutto nati, brillavano sotto la capigliatura come un velluto biondo.Leggermente, col ferro venuto al giusto calore, ondulò i capelli che le nascevano dalla fronte.Ma prima di coprirsi con la veste, si guardò per unʼultima volta in quel suo grande specchio scintillante. Si guardò, e chiuse gli occhi, tanto le veniva un piacere sensuale dalla sua nuda e limpida bellezza, che nessuno bacerebbe mai più.Poi scelse una bella ghirlanda, fra quelle che soleva portare su la scena, e baciandola con malinconia se la ricinse intorno alla fronte.Era la sua corona di fiordalisi, profumati con un profumo di Coty.Allora spense la fiamma, chiuse il fornello a spirito, rimise nella scatola dʼoro il piumino per la cipria, e dopo aver compiuto con ordine questi atti pieni di tranquillità, leggermente mise un piede appresso lʼaltro nella sua bella veste, ammirandosi come una fidanzata. E con le mani dietro la schiena, benchè fosse un poco difficile, speditamente se lʼagganciava.Dalla strada calma non veniva rumore; le finestre chiuse, nascoste nei drappeggi delle tende invernali, per sempre la separavano dallo spettacolo della immensa Città.Il suo pensiero per un momento si allontanò verso i teatri notturni, verso le orchestre che infurian di musicasotto le ribalte meravigliose; per un momento pensò con con un tremito al suo leggero nome di danzatrice, allʼazzurro innocente profumo dei fiordalisi di Mimi Bluette...Si mise una molteplice collana di perle, fredda e pesante, che le scendeva sino al grembo.Alzò le sue piccole mani, le guardò contro la fiamma elettrica, forse per vedere in quella trasparenza il disegno delle azzurre sue vene.Poi sorrise.Capì che nel mondo non aveva più nulla da fare.Più nulla da fare...Sì, una cosa.In quel momento le passò davanti agli occhi la memoria di un giardino; di un giardino barbaro e stupendo, che aveva rasentato, nella fuga del treno, lungo i sobborghi di Algeri.Prese un bicchiere, un bicchiere fino e senza piede; prese una bottiglia chʼera sul lavabo, e versando lʼacqua, fissando lʼacqua, fin quasi allʼorlo, adagio, attentamente, lo riempì.In quel momento rivide la sua mamma; rivide la sua mamma comʼera prima della ricchezza, quando gli artefici di Parigi non le avevano ancora fatti nascere queʼ suoi fulgentissimi capelli biondi.Aperse lʼarmadio. In un cassetto, in un piccolo scrigno, fra le innocue medicine che si usan tenere con sè, vʼera la scatola di cartone, piatta, scura, suggellata, chʼella aveva saputo carpire con molti raggiri allʼequivoco ed onesto venditore di paradisi.In quel momento rivide il banco della Grande Rouquine, la sua fisionomia di cera, con due grandi occhiacci da gatto, verdi. Le parve riudire quella voce fioca e sonora, bruciacchiata dallʼarsura delle sigarette russe.Con lʼunghia ruppe il suggello di ceralacca. Nellʼinterno della scatola, bene ordinate, come nelle caselle dʼun alveare, trovò le dodici minuscole ampolle di vetro, colme dʼun liquido che non aveva colore.Terminavano con un tubo filiforme, che si poteva spezzare come un esile fuscello di paglia. Vʼera inoltre una piccola siringa, tersa e fina, che brillava nella depressione dellʼastuccio di velluto. Ma non la toccò. Rimase a guardare con occhi fermi quelle dodici ampolle minuscole, non piene, dove il liquido incolore formava una specie di occhio tremolante.Erano sei e sei, lʼuna presso lʼaltra, nelle caselle di cartone, sovra uno strato di bambagia. Non vʼera scritto nulla, non vʼera il più piccolo segno che ne tradisse la micidiale potenza.Col rovescio dʼunʼunghia le percorse tutte, come due piccole tastiere.Poi le tolse ad una ad una dalle cellette ove stavano; le contò fino a cinque; poi fino a sette; poi ne aggiunse ancor una.Questa volta si dimenticò di riporre la scatola; non spinse nemmeno il cassetto; non rinchiuse lʼarmadio.Ma teneva quelle fialette nella sua dolce mano, piegando il palmo affinchè non potessero cadere. Si muovevano, si urtavano, con un sottilissimo rumore di vetro fino. Quegli occhi tremolanti prendevano il colore della sua mano.In quel momento, con il suo cuore di ballerina che moriva, ella pensò tremantemente a Dio.Sciorinò sul marmo del lavabo un asciugamano a spugna, e quando fu certa che dal marmo non scivolasse a terra, con attenzione, con tremito, ve le depose.Udiva il rumore deʼ suoi braccialetti.Il rumore, non calmo, del suo respiro.Si guardò ancora nello specchio. Volle pensare alla sua faccia morta...Ma non la vide.Ruppe unʼampolla. Versò il poco liquore nel bicchiere. Lʼacqua non parve mutata. Produsse qualche circolo,—che si fermò.Udiva il rumore deʼ suoi braccialetti.Pensò al cadavere del soldato Laire, che non trovava sepolcro nella bufera di sole...Con la bocca serrata immaginò il sapore di quellʼacqua innocente, che le avrebbe regalato il paradiso...Ruppe ancora due fialette, ancora tre...Lʼacqua non parve mutata. Il veleno stupendo vi entrava con leggere bolle dʼaria. Scoppiavano. La stanza immobile brillava nel vetro fino.Le ruppe tutte, con deliberata velocità.Udiva il rumore deʼ suoi braccialetti.Prendendo il bicchiere nella mano, volle sorridere, volle dire che moriva, ma non potè...Bevve dʼun fiato.Guardò i fiori, lo specchio, la vita...Il bicchiere si ruppe.Camminò in circolo. Si guardò i palmi delle mani, le ginocchia, la stoffa dʼoro degli scarpini da ballo che le calzavano i piedi.Aspettava di sentir nascere in sè una profonda ubbriachezza...Nulla: un bicchiere dʼacqua.Rise.Le passò davanti agli occhi, nel fumo di una vasta nuvola, quel biondo vapore che dà lo Sciampagna, quando la mano dʼun amante alza il bicchiere...Nella Città lontanissima qualcuno suonava il My Blu...Suonava il My Blu.Udiva il rumore deʼ suoi braccialetti.Traversò lo spogliatoio, la camera; si fermò con una specie di paura estatica vicino al capezzale del letto.Rimase immobile vicino al ietto.Ebbe voglia di guardar lʼora; ma non vedeva bene le sfere...Non vedeva bene le sfere.Le sembrò di perdere lʼequilibrio; spinse le due mani su la coltre, affondò nella seta piena di guizzi le falangi che non sentiva quasi più... Alzò un ginocchio, poi lʼaltro; si mise carponi sul letto, poi seduta, poi supina; immerse la nuca nel guanciale, distese le braccia lungo i fianchi...Dormì.E rivide allora stupendamente le girandole di fuoco: «Maxima Maximum... La Revue de lʼAlhambra...»nel vapore del primo sogno, nel colore di Parigi la Babelica...Mimi Bluette... Mimi Bluette!... Era stata la bellezza e la musica, nuda, su le ribalte maravigliose... Aveva portato, nellʼanima dionisiaca, il dolore della eterna poesia...Nulla; un bicchiere dʼacqua.E vedeva le perdute carovaniere avventarsi come turbini di fiamme verso lʼantipodo scintillante, laggiù, per la terra senza ombra, dove, negli uragani di sole, con lʼiracondo nomade vento il sepolcro cammina...Il sepolcro cammina.Era ferma, era lontana, sollevata nel grande miracolo, ravvolta in un principio di paradiso...Là indietro, nella Città lontanissima, quasi fuori dalla vita, qualcuno suonava il My Blu...Suonava il My Blu.Le parve, a poco a poco, in una musica, di sentirsi divinamente baciare...Ma non poteva esser certa, nè rispondere, non poteva capire da chi.E qualcuno, sul fiore dellʼanima, divinamente le diceva nellʼamore: «... vous êtes ma dernière coupe de Champagne, mon dernier bouquet de roses... quelle folie!...»FineScritto lontano, con poesia. 1914–1915.«....dove, negli uragani di sole, con lʼiracondo nomade vento il sepolcro cammina...»Bluette, il sole che dormiva neʼ tuoi capelli biondi, ora si è spento. I leggeri fiordalisi che inazzurravano i tuoi profondi occhi dʼinnamorata, ora son caduti e son dispersi nel lontano crepuscolo di quel sole.Tu, che fosti la musica nella mia vita,—e per lunghi anni la musica dʼamore nella mia vita,—Bluette, mia primavera dʼuna volta, Bluette, fiore del mio giardino, meravigliosamente ora te ne vai per la Città Stupenda, e vai senza guardare la gente, immobile tu pure, definitiva tu pure, come quei Nomadi che non hanno più strada.Laggiù dormirai, nel profumo deʼ tuoi morti capelli biondi, vicino al rumore del fiume che avviluppa la Basilica di Francia, laggiù, nel piccolo cimitero parigino, al limitare della Città Stupenda, su cui veglia, con la sua cupola dʼoro, il Duomo degli Invalidi.Sei stata la più limpida creatura che mai vidi con i miei occhi di nomade, sei stata—comʼè la rosa—ciò che nel mondo ha nome poesia; ti ho portata come un fiore di semplicità, presso e lontano, fino al grande colore dellʼantipodo, nella mia vita camminante.Le strade vanno; sono il pendìo del sepolcro, il colore dellʼanima che si allontana, la tappa dʼun ideale che non cʼè... Le strade sono la polvere del Tempo:—nientʼaltro. La polvere di una distanza che non è mai cominciata, che non finirà mai...Nientʼaltro.Così, Bluette, nel mio sogno, tu eri anche la strada.Ora il tuo feretro se ne va per i quadrivi della Città Stupenda, e muore un giorno di primavera su questa Basilica eterna della sovranità mediterranea.Tu passi, e non sei che un limpido fiore del mio giardino; tu passi e non sei che la danzatrice per sempre addormentata nel rumore di Parigi la Babelica.Il violino dello zingaro Limka, piangendo, con sommesse musiche, ti accompagna fino al cimitero.È un sereno giorno di primavera, e la Città che ti diede la gloria, in silenzio ti guarda passare.Oggi la Grande Rouquine, donna che aveva un passato, per seguirti fino a Boulogne si è messa un abito nero.Boblikoff discorre piano con lʼefebo Jean Kiki.Oh, il bel colore che mandano, in questa luce piena di natività, le grondaie di Parigi!...La povera Linette, cameriera dalle calze di voilé, hala faccia tutta logora di pianto; è stanca, e se ne va piano piano, dando il braccio al vecchio amministratore, M.rBollot.Dʼimprovviso attraversa il cielo un gran profumo di alberi che si mettono in fiore. È il mese dei tigli; lʼaria crepuscolare si gonfia di profumate vampe.Jack ti guarda con i suoi chiari occhi pieni di Atlantico.E Sanderini dice a Fred Chinchilla:—«Ah, ʼl beau truc! Voilà ʼl moulin à café edʼ Pathé Frères!... Encore du cinéma... Ça biche! Sʼ pas, Fred?... Mais, si cʼest pour un film, jʼai bien ʼl titre:—«Les bleuets de Biribi.» Moi, comme bleuets, jʼ préfère ceux dʼ la Banque edʼ France!... Sʼ pas, Fred?... Pis, vous allez voir: y aura sûr queʼque rousto edʼ journalisse, qui, dans son paquelard à chantage, mʼ foutra sur ʼl dos ʼl meurtre edʼ la divine Bluette...»Ed ancora, tra questa lenta folla che ti accompagna verso il cimitero, mi sembra quasi di riconoscere alcuna fra le sorelle tue più distanti.Al pari della Grande Rouquine, anchʼesse portano lʼabito nero, e tacendo aprono su te quegli occhi senza tramonto che hanno le vere innamorate.Vólgiti e guarda, Bluette:—In questo giorno di primavera cammina dietro le tue belle ghirlande il sottilefruscìo pieno di grazia della sottana di Manon Lescaut...Non questa era, Bluette, lʼora calma e serena per disciogliere il tuo mazzo di fiordalisi nella primavera della Città Stupenda.Ora la gente si ferma sui crocicchi, e poi dice:«Un nome: nientʼaltro che un nome: anzi un piccolo fiore da mettere sui capelli di paglia, nei mesi dʼestate.»Ma tu eri nata, e già tu eri, prima che gli Ulani del Vandalo giungessero a bivaccare con turpitudine su lʼorlo della foresta di Compiègne.Questa Città così vasta e così multanime, che sapeva essere anche il teatro della tua meravigliosa nudità, oggi è piena di un santo silenzio; i suoi teatri sono chiusi, come chiusa è per sempre la danza nelle tue caviglie, Bluette.Oggi, nelle vie di Parigi, solitario ed umile passa il tuo funerale.Tu, che rappresentavi nella Città Dionisiaca il suo divino e glorioso piacere, oggi sei ferma, e giaci, e puoi traversare la Metropoli che ti regalò tanta fiamma, perchè hai portato nellʼanima lʼamore di Maria Maddalena.Sei nata come un fiore selvatico nella dolcissima valle del Po; hai traversato le bufere di sole che incendiano il terribile Gharb; hai danzato, sovra un tappeto rosso come il Guébli, la danza del tuo cuore morto...Che lunga lunga strada... che infinita malinconia,...Oggi cantano le belle mitragliatrici.Hai cadenzato la musica di due loquele nel profumo deʼ tuoi fiordalisi; hai saputo confondere il sogno nellʼarmonia deʼ tuoi movimenti, come il poeta imprigiona la bellezza nelle musiche della eterna Poesia.Oggi cantano le belle mitragliatrici.E Parigi che ha sempre una canzone per la sua camminante bandiera, Parigi che può sorridere anche nelle ore dʼimmortalità, sʼincurva su quella che torna dal rosso delirio affricano, e posa la medaglia di Laire sul feretro azzurro della Transalpina.Oggi cantano le belle mitragliatrici.Bluette, porterai qualche musica nella trincea che non dorme, dal giogo bianco dello Stelvio allʼonda calma che rispecchia le tragiche finestre di Miramare.Vedrai quelli che assaltarono la rupe del Carso formidabile; quelli che, guadato il fiume, terribilmente vissero nellʼinferno di Doberdò.Vedrai quelli che salivano, di notte, senza luna, in gran silenzio, per scolpire nel granito inaccessibile la storia degli Alpini di Monte Nero.Forse nei bivacchi di linea, su la piegata erba dei nomadi accampamenti, la notte, al lume delle torce, scioglierai, danzatrice, la tua meravigliosa treccia bionda. Porterai, dʼinverno, su la neve dellʼAltissimo, lʼazzurroprofumo che trabocca daʼ tuoi semplici fiordalisi...E ti sia perdonato, fra tanta guerra, quel tenue rumore di sciarpe che produce la tua lievità.Questo è ancora ciò che rimane per ultima cosa negli occhi dellʼuomo che non torna: la trasparenza dʼun velo sul colore indimenticabile dʼuna treccia, gli occhi di unʼamante lontana, che innamorata si addormenta nella musica di una lontana città...Questo è ancora ciò che rimane, dietro le finestre chiuse, dopo i grandi cimiteri: un profumo di grembo femminile che farà continuare la vita, che piegherà lʼideale dei popoli verso le necessarie cune...Affinchè possa il mondo ricominciare ad uccidersi.Oggi cantano le belle mitragliatrici.«...dove, negli uragani di sole, con lʼiracondo nomade vento il sepolcro cammina...»Maggio 1916G. d. V.NOTE DEL TRASCRITTORE:—Corretti gli ovvii errori tipografici e di punteggiatura.—La copertina è stata creata dal trascrittore utilizzando il frontespizio dellʼopera originale. Lʼimmagine è posta in pubblico dominio.
Verso il cadere del giorno, tranquillamente uscì.
Portava un mazzo di fiori dʼinverno, racchiusi nel tepore della sua pelliccia di martora.
Camminava con una specie di lievità, con un sorriso fermo e continuo su lʼorlo della bocca profumata.
Le strade crepuscolari salivano verso il cielo con un tremante pendìo. La gente passava, ilare, per i selciati che mandavano raggiere; poi lontana si confondeva fra una luce dʼacquaforte, brillando, sparendo, in quello smerigliato balenìo.
Qualche vetrina, bianca dʼelettricità, sbucava con impeto nel colore della strada.
La guardavano.
I suoi leggeri piedi erano calzati dʼantilope, con ricami dʼargento.
Qualcuno, dietro le sue spalle, talvolta ripeteva il suo nome gentile:—Mimi Bluette.
Entrò in un ufficio telegrafico, tolse dal distributore un modulo di telegramma, scelse con attenzione il luogo dove posare il suo manicotto, e in piedi, contro il banco, velocemente scrisse queste parole:
«Addio Mammina. Sono felice.»
Rilesse; firmò con un sorriso; diede una moneta, che le cambiarono; uscì.
La strada continuava.
Di qua, di là, nella nitida sera dʼinverno, al sommo delle case di molti piani qualche finestra inserenava.
Camminò.
Quella casa era nascosta in una piccola strada, calma, vecchia, di quelle che gli edili ragionevoli vanno cancellando a poco a poco.
Si vedeva, lontana, la Colonna di Luglio sorgere dalla piazza della Bastiglia.
Camminò.
Per il groviglio dei quartieri di Parigi andava incontro a quella strada perduta.
Con tutta lʼanima si ricordava la storia dʼuna lontana sera, quando insieme uscirono dal Bar de la Grande Rouquine.
«... La neve senza vento cadeva su la città in calme striscie verticali, che sembravano propagare un tremitonella bianchezza dellʼelettricità. Lʼautomobile camminava senza urto, nel dedalo dei quartieri deserti, per i bianchi anfiteatri delle piazze, andando via lieve, quasi tacita, su quellʼelemento agevole che i fari avvolgevano dʼun largo alone scialbo nelle zone di oscurità.
«Monsieur Laire... jʼai presque froid... cette fourrure me glace...
«Allora egli si mise più vicino a lei, spalla contro spalla, immergendo la bocca nel profumo del suo respiro, quasi per odorarla come un fiore.
—«Que voulez–vous, Bluette? Le bonheur est la seule chose à craindre dans la vie. Quant au malheur... quʼimporte?... cʼest ce qui arrive tous les jours... On sʼy fait! on sʼen fiche! Mais aimer ce quʼon aime, voilà un luxe que certains hommes ne devraient pas se permettre...
«Soltanto la fatica del motore interrompeva lʼassiderato silenzio del Bosco; passavano, come scenari dʼuna fiaba nordica, i laghi pieni di nuvole, gli ippodromi vuoti come steppe, le fattorie, le fontane immobili, divenute un solo ghiaccio, e pareva che frammezzo a tanto inverno mai più non potesse rinascere la primavera. La primavera del bosco indimenticabile, odorosa di mammole, di resina e dʼacacie, ove ogni filo dʼerba diventa quasi un fiore, quando, nelle sere di Maggio, in larghi frastagli di serenità il cielo vi scende a profumarsi, e il Bosco turgido si gonfia di voluttà primaverile, sopraffacendo la Parigi dorata, su cui lancia in fontane di musicail fiume del suo grande respiro...»
Camminò.
La sua tesa veletta si cerchiava intorno ai labbri dʼun vapore dʼargento.
Le pareva che nel dedalo di Parigi forse non avrebbe mai potuto giungere a quella strada perduta.
Invece la trovò.
Si faceva quasi tardi; non vʼera più sole nella piccola vetrina dellʼorologiaio, ed ora si potevan leggere a distanza i nitidi cartelli appesi contro lʼinvetriata:
«Montre Oméga—Or garanti, 18 Carats—Chronomètres—Réparations»
Pareva che, dopo tanti mesi, nessuno avesse toccato neanche una sfera.
Traverso il portone quasi obliquo si vedeva brillare li cortile. Una ringhiera. Un poʼ di cielo. Qualche albero senza foglie. Un fulvo color di crepuscolo su la ruggine dellʼopposto muro.
Entrò.
—Vous allez bien, Madame Greuze?
—Pas mal. On sʼéreinte. Et vous, Madame Bluette?
—Merci. Je monte une minute. Où sont les clés?
—Elles se rouillent. Madame Bluette. Et puis, jʼallais vous dire:—A qui bon payer un loyer pour quelquʼun qui ne reviendra jamais?
Il gatto lucido la fissava coʼ suoi magnetici occhi rotondi, colore di zolfo.
—Cʼest juste. Madame Greuze... Et toujours pas de lettres pour lui?
—Aucune.
Salì.
Per le vecchie scale dormiva con ambiguità un silenzio di edificio deserto. Il congegno della serratura scricchiolò restìo, con una specie di rugginoso dolore. Lʼuscio, nellʼaprirsi, urtò contro una resistenza di tenebre.
Veniva dalle stanze profonde un rumore di buio, un peso di polvere morta.
Bluette cercò lungo la cornice dello stipite lʼinterruttore della luce. Ma nel suo smarrimento più non lo ritrovava.
Barcollando contro la parete, riuscì ad accendere. Vide lʼattaccapanni vuoto.
Tre stampe di cacce inglesi pendevano dal muro. Su la tavola, un bacile di rame, un vaso di cristallo, con lo scheletro di qualche fiore che aveva portato Bluette.
Dʼun tratto, come una pazza, ella si mise a correre per la casa... Guardò, frugò... Nulla, nulla, nulla!
Sì, era partito per sempre, partito come un vero nomade, partito senza dirle addio...
Tremando si fermò vicino al letto, chʼera stato il lor caldo rifugio, nel delirio e nel paradiso delle ultime notti dʼamore; vi buttò sopra i fiori che teneva nella pelliccia di martora, si rovesciò su la coltre, disperata, senza versare una lacrima, e chiusa nelle braccia dellʼamante, ubbriaca del suo morto respiro, per lʼultima voltanel mondo con tutto il suo piacere impallidì...
Quando fu rientrata, ed ebbe veduti nella sua propria camera tutti queʼ fiori, si fermò per un istante a guardarli con poesia.
Fece un atto fervido con entrambe le mani, e leggermente sorrise, come se volesse ringraziare quelle anime floreali, che le venivano incontro quasi per regalarle un ultimo piacere.
Sebbene fossero fiori dʼinverno, eran nati su la riva mediterranea, il loro profumo stordiva.
Li guardò attenta, con indugio, con malinconia, come se volesse rammentare la bellezza di ognuno.
Le pareva necessario addormentarsi nel miracolo di una grande primavera.
Fece con lentezza il giro della camera; poi, fermatasi davanti alla specchiera, si tolse i guanti, si disfece la veletta.
I due spilloni, che le appuntavano il cappello nella treccia rotolarono sul marmo luccicante, con un rumore, chʼella osservò.
Per abitudine, prima di togliere il cappello, rimase un attimo a guardarsi nello specchio; poi, quando ebbe sollevato quel leggero peso dalla gonfia sua capigliatura, macchinalmente si mise a rigirarlo su tre dita, come soglionofare le donne quando ripensano alla gente che le guardava per istrada.
Era un gioiello di Suzanne Talbot, una cosa da nulla, piena dʼinvenzione, fatta con maestrìa per il suo viso e per il suo colore. Lo appoggiò sul ripiano dellʼarmadio, fra i guanti e la veletta, poi con le dita e coi palmi si ricompose le belle trecce, per ridare alla sua pettinatura la leggerezza consueta.
I fiori empivano anche lo spogliatoio contiguo, pieno di specchi e di cristalli, che rompevano in molte raggiere il balenìo della ferma elettricità. Lo spogliatoio, che aveva lo zoccolo della parete in marmo rosa, i mobili di un candido legno trasparente come lʼantico avorio, pareva un cofano di madreperla foderato con le vecchie sete che piacquero alla Marchesa di Pompadour.
Incominciò a spogliarsi lentamente, pigramente, con una specie di delizia femminile. Sebbene la casa fosse addormentata, chiuse a chiave alcuni usci, che la isolarono dallʼappartamento.
Quando fu in gonnella, con le braccia nude, mise un ferro sul fornello a spirito e lungamente indugiò a contemplare la fiamma violastra.
Poi si disciolse i capelli. Quel peso, quel folto e biondo peso, le fece piegare indietro la nuca. Li vedeva piovere nello specchio, scendere, splendere, fino a poca distanza dal tappeto. Erano vivi, ondeggianti, scintillanti, come la più bella criniera che mai donna portò. Ella stessa, nel guardarli, nel passarvi le dita, provava di quei voluttuosi capelli una timida gioia.
Mentre aspettava che il ferro diventasse caldo, andò a cercare nellʼarmadio un paio di calze tessute come una trama di velo, poi certe sue scarpine da ballo, arcate,leggerissime, simili a due piccole guaìne ritagliate in una stoffa dʼoro.
Sollevò la gonnella di fresca seta e liberò dal morso delle giarrettiere le calze che portava. Slacciò e si tolse lʼuna dopo lʼaltra le scarpine da passeggio, intarsiate con ricami dʼargento.
Le sue belle aride caviglie, le sue lunghe snellissime gambe di danzatrice, apparvero fuor dai pizzi della gonnella, così bianche da parer modellate in un contorno di azzurrità. Le congiunse; appoggiò i talloni fragili su la compatta foltezza del tappeto. I suoi malleoli erano così snodati che poteva, con le ginocchia tese, appoggiare tutto il piede. I fiossi arcati sʼ intramavano di minute vene. Tutta la muscolatura della gamba usciva, in quella tensione, con un perfetto rilievo. Sopra i due stinchi esilissimi la luce batteva con riflessi dʼoro. Le ginocchia rotonde sʼinnervavano di robusti ed agili tendini per tutta la lunghezza dei fianchi.
Incipriò lungamente la sua pelle nuda; mise le calze di velo, gli scarpini da ballo, corti e ripidi, che scintillavano come filigrane dʼoro.
Si alzò. Si tolse il copribusto; nascose la camicia nel basso elastico di seta che fasciava lʼintatto splendore del suo calmo seno.
E così bella e così nuda fu, che, dagli occhi azzurri, ella medesima con invidia si guardava.
Scelse nellʼarmadio la veste più bella che aveva; dolcemente la portò sui due polsi, la distese, per non sciuparla, su la spalliera di un lungo divano.
La fiamma violastra, in quel vento, si piegava sino a lambire il vetro. Allora provò il calore del ferro in un pezzo di carta velina.
Bruciava, e lo depose.
Fece un grandissimo nodo con la stupenda sua criniera, vi mise poche forcelle, prese uno specchio a mano, ed attentamente si guardò.
I più lievi suoi capelli, non ancora del tutto nati, brillavano sotto la capigliatura come un velluto biondo.
Leggermente, col ferro venuto al giusto calore, ondulò i capelli che le nascevano dalla fronte.
Ma prima di coprirsi con la veste, si guardò per unʼultima volta in quel suo grande specchio scintillante. Si guardò, e chiuse gli occhi, tanto le veniva un piacere sensuale dalla sua nuda e limpida bellezza, che nessuno bacerebbe mai più.
Poi scelse una bella ghirlanda, fra quelle che soleva portare su la scena, e baciandola con malinconia se la ricinse intorno alla fronte.
Era la sua corona di fiordalisi, profumati con un profumo di Coty.
Allora spense la fiamma, chiuse il fornello a spirito, rimise nella scatola dʼoro il piumino per la cipria, e dopo aver compiuto con ordine questi atti pieni di tranquillità, leggermente mise un piede appresso lʼaltro nella sua bella veste, ammirandosi come una fidanzata. E con le mani dietro la schiena, benchè fosse un poco difficile, speditamente se lʼagganciava.
Dalla strada calma non veniva rumore; le finestre chiuse, nascoste nei drappeggi delle tende invernali, per sempre la separavano dallo spettacolo della immensa Città.
Il suo pensiero per un momento si allontanò verso i teatri notturni, verso le orchestre che infurian di musicasotto le ribalte meravigliose; per un momento pensò con con un tremito al suo leggero nome di danzatrice, allʼazzurro innocente profumo dei fiordalisi di Mimi Bluette...
Si mise una molteplice collana di perle, fredda e pesante, che le scendeva sino al grembo.
Alzò le sue piccole mani, le guardò contro la fiamma elettrica, forse per vedere in quella trasparenza il disegno delle azzurre sue vene.
Poi sorrise.
Capì che nel mondo non aveva più nulla da fare.
Più nulla da fare...
Sì, una cosa.
In quel momento le passò davanti agli occhi la memoria di un giardino; di un giardino barbaro e stupendo, che aveva rasentato, nella fuga del treno, lungo i sobborghi di Algeri.
Prese un bicchiere, un bicchiere fino e senza piede; prese una bottiglia chʼera sul lavabo, e versando lʼacqua, fissando lʼacqua, fin quasi allʼorlo, adagio, attentamente, lo riempì.
In quel momento rivide la sua mamma; rivide la sua mamma comʼera prima della ricchezza, quando gli artefici di Parigi non le avevano ancora fatti nascere queʼ suoi fulgentissimi capelli biondi.
Aperse lʼarmadio. In un cassetto, in un piccolo scrigno, fra le innocue medicine che si usan tenere con sè, vʼera la scatola di cartone, piatta, scura, suggellata, chʼella aveva saputo carpire con molti raggiri allʼequivoco ed onesto venditore di paradisi.
In quel momento rivide il banco della Grande Rouquine, la sua fisionomia di cera, con due grandi occhiacci da gatto, verdi. Le parve riudire quella voce fioca e sonora, bruciacchiata dallʼarsura delle sigarette russe.
Con lʼunghia ruppe il suggello di ceralacca. Nellʼinterno della scatola, bene ordinate, come nelle caselle dʼun alveare, trovò le dodici minuscole ampolle di vetro, colme dʼun liquido che non aveva colore.
Terminavano con un tubo filiforme, che si poteva spezzare come un esile fuscello di paglia. Vʼera inoltre una piccola siringa, tersa e fina, che brillava nella depressione dellʼastuccio di velluto. Ma non la toccò. Rimase a guardare con occhi fermi quelle dodici ampolle minuscole, non piene, dove il liquido incolore formava una specie di occhio tremolante.
Erano sei e sei, lʼuna presso lʼaltra, nelle caselle di cartone, sovra uno strato di bambagia. Non vʼera scritto nulla, non vʼera il più piccolo segno che ne tradisse la micidiale potenza.
Col rovescio dʼunʼunghia le percorse tutte, come due piccole tastiere.
Poi le tolse ad una ad una dalle cellette ove stavano; le contò fino a cinque; poi fino a sette; poi ne aggiunse ancor una.
Questa volta si dimenticò di riporre la scatola; non spinse nemmeno il cassetto; non rinchiuse lʼarmadio.
Ma teneva quelle fialette nella sua dolce mano, piegando il palmo affinchè non potessero cadere. Si muovevano, si urtavano, con un sottilissimo rumore di vetro fino. Quegli occhi tremolanti prendevano il colore della sua mano.
In quel momento, con il suo cuore di ballerina che moriva, ella pensò tremantemente a Dio.
Sciorinò sul marmo del lavabo un asciugamano a spugna, e quando fu certa che dal marmo non scivolasse a terra, con attenzione, con tremito, ve le depose.
Udiva il rumore deʼ suoi braccialetti.
Il rumore, non calmo, del suo respiro.
Si guardò ancora nello specchio. Volle pensare alla sua faccia morta...
Ma non la vide.
Ruppe unʼampolla. Versò il poco liquore nel bicchiere. Lʼacqua non parve mutata. Produsse qualche circolo,—che si fermò.
Udiva il rumore deʼ suoi braccialetti.
Pensò al cadavere del soldato Laire, che non trovava sepolcro nella bufera di sole...
Con la bocca serrata immaginò il sapore di quellʼacqua innocente, che le avrebbe regalato il paradiso...
Ruppe ancora due fialette, ancora tre...
Lʼacqua non parve mutata. Il veleno stupendo vi entrava con leggere bolle dʼaria. Scoppiavano. La stanza immobile brillava nel vetro fino.
Le ruppe tutte, con deliberata velocità.
Udiva il rumore deʼ suoi braccialetti.
Prendendo il bicchiere nella mano, volle sorridere, volle dire che moriva, ma non potè...
Bevve dʼun fiato.
Guardò i fiori, lo specchio, la vita...
Il bicchiere si ruppe.
Camminò in circolo. Si guardò i palmi delle mani, le ginocchia, la stoffa dʼoro degli scarpini da ballo che le calzavano i piedi.
Aspettava di sentir nascere in sè una profonda ubbriachezza...
Nulla: un bicchiere dʼacqua.
Rise.
Le passò davanti agli occhi, nel fumo di una vasta nuvola, quel biondo vapore che dà lo Sciampagna, quando la mano dʼun amante alza il bicchiere...
Nella Città lontanissima qualcuno suonava il My Blu...
Suonava il My Blu.
Udiva il rumore deʼ suoi braccialetti.
Traversò lo spogliatoio, la camera; si fermò con una specie di paura estatica vicino al capezzale del letto.
Rimase immobile vicino al ietto.
Ebbe voglia di guardar lʼora; ma non vedeva bene le sfere...
Non vedeva bene le sfere.
Le sembrò di perdere lʼequilibrio; spinse le due mani su la coltre, affondò nella seta piena di guizzi le falangi che non sentiva quasi più... Alzò un ginocchio, poi lʼaltro; si mise carponi sul letto, poi seduta, poi supina; immerse la nuca nel guanciale, distese le braccia lungo i fianchi...
Dormì.
E rivide allora stupendamente le girandole di fuoco: «Maxima Maximum... La Revue de lʼAlhambra...»nel vapore del primo sogno, nel colore di Parigi la Babelica...
Mimi Bluette... Mimi Bluette!... Era stata la bellezza e la musica, nuda, su le ribalte maravigliose... Aveva portato, nellʼanima dionisiaca, il dolore della eterna poesia...
Nulla; un bicchiere dʼacqua.
E vedeva le perdute carovaniere avventarsi come turbini di fiamme verso lʼantipodo scintillante, laggiù, per la terra senza ombra, dove, negli uragani di sole, con lʼiracondo nomade vento il sepolcro cammina...
Il sepolcro cammina.
Era ferma, era lontana, sollevata nel grande miracolo, ravvolta in un principio di paradiso...
Là indietro, nella Città lontanissima, quasi fuori dalla vita, qualcuno suonava il My Blu...
Suonava il My Blu.
Le parve, a poco a poco, in una musica, di sentirsi divinamente baciare...
Ma non poteva esser certa, nè rispondere, non poteva capire da chi.
E qualcuno, sul fiore dellʼanima, divinamente le diceva nellʼamore: «... vous êtes ma dernière coupe de Champagne, mon dernier bouquet de roses... quelle folie!...»
Fine
Scritto lontano, con poesia. 1914–1915.
«....dove, negli uragani di sole, con lʼiracondo nomade vento il sepolcro cammina...»
Bluette, il sole che dormiva neʼ tuoi capelli biondi, ora si è spento. I leggeri fiordalisi che inazzurravano i tuoi profondi occhi dʼinnamorata, ora son caduti e son dispersi nel lontano crepuscolo di quel sole.
Tu, che fosti la musica nella mia vita,—e per lunghi anni la musica dʼamore nella mia vita,—Bluette, mia primavera dʼuna volta, Bluette, fiore del mio giardino, meravigliosamente ora te ne vai per la Città Stupenda, e vai senza guardare la gente, immobile tu pure, definitiva tu pure, come quei Nomadi che non hanno più strada.
Laggiù dormirai, nel profumo deʼ tuoi morti capelli biondi, vicino al rumore del fiume che avviluppa la Basilica di Francia, laggiù, nel piccolo cimitero parigino, al limitare della Città Stupenda, su cui veglia, con la sua cupola dʼoro, il Duomo degli Invalidi.
Sei stata la più limpida creatura che mai vidi con i miei occhi di nomade, sei stata—comʼè la rosa—ciò che nel mondo ha nome poesia; ti ho portata come un fiore di semplicità, presso e lontano, fino al grande colore dellʼantipodo, nella mia vita camminante.
Le strade vanno; sono il pendìo del sepolcro, il colore dellʼanima che si allontana, la tappa dʼun ideale che non cʼè... Le strade sono la polvere del Tempo:—nientʼaltro. La polvere di una distanza che non è mai cominciata, che non finirà mai...
Nientʼaltro.
Così, Bluette, nel mio sogno, tu eri anche la strada.
Ora il tuo feretro se ne va per i quadrivi della Città Stupenda, e muore un giorno di primavera su questa Basilica eterna della sovranità mediterranea.
Tu passi, e non sei che un limpido fiore del mio giardino; tu passi e non sei che la danzatrice per sempre addormentata nel rumore di Parigi la Babelica.
Il violino dello zingaro Limka, piangendo, con sommesse musiche, ti accompagna fino al cimitero.
È un sereno giorno di primavera, e la Città che ti diede la gloria, in silenzio ti guarda passare.
Oggi la Grande Rouquine, donna che aveva un passato, per seguirti fino a Boulogne si è messa un abito nero.
Boblikoff discorre piano con lʼefebo Jean Kiki.
Oh, il bel colore che mandano, in questa luce piena di natività, le grondaie di Parigi!...
La povera Linette, cameriera dalle calze di voilé, hala faccia tutta logora di pianto; è stanca, e se ne va piano piano, dando il braccio al vecchio amministratore, M.rBollot.
Dʼimprovviso attraversa il cielo un gran profumo di alberi che si mettono in fiore. È il mese dei tigli; lʼaria crepuscolare si gonfia di profumate vampe.
Jack ti guarda con i suoi chiari occhi pieni di Atlantico.
E Sanderini dice a Fred Chinchilla:—«Ah, ʼl beau truc! Voilà ʼl moulin à café edʼ Pathé Frères!... Encore du cinéma... Ça biche! Sʼ pas, Fred?... Mais, si cʼest pour un film, jʼai bien ʼl titre:—«Les bleuets de Biribi.» Moi, comme bleuets, jʼ préfère ceux dʼ la Banque edʼ France!... Sʼ pas, Fred?... Pis, vous allez voir: y aura sûr queʼque rousto edʼ journalisse, qui, dans son paquelard à chantage, mʼ foutra sur ʼl dos ʼl meurtre edʼ la divine Bluette...»
Ed ancora, tra questa lenta folla che ti accompagna verso il cimitero, mi sembra quasi di riconoscere alcuna fra le sorelle tue più distanti.
Al pari della Grande Rouquine, anchʼesse portano lʼabito nero, e tacendo aprono su te quegli occhi senza tramonto che hanno le vere innamorate.
Vólgiti e guarda, Bluette:—In questo giorno di primavera cammina dietro le tue belle ghirlande il sottilefruscìo pieno di grazia della sottana di Manon Lescaut...
Non questa era, Bluette, lʼora calma e serena per disciogliere il tuo mazzo di fiordalisi nella primavera della Città Stupenda.
Ora la gente si ferma sui crocicchi, e poi dice:
«Un nome: nientʼaltro che un nome: anzi un piccolo fiore da mettere sui capelli di paglia, nei mesi dʼestate.»
Ma tu eri nata, e già tu eri, prima che gli Ulani del Vandalo giungessero a bivaccare con turpitudine su lʼorlo della foresta di Compiègne.
Questa Città così vasta e così multanime, che sapeva essere anche il teatro della tua meravigliosa nudità, oggi è piena di un santo silenzio; i suoi teatri sono chiusi, come chiusa è per sempre la danza nelle tue caviglie, Bluette.
Oggi, nelle vie di Parigi, solitario ed umile passa il tuo funerale.
Tu, che rappresentavi nella Città Dionisiaca il suo divino e glorioso piacere, oggi sei ferma, e giaci, e puoi traversare la Metropoli che ti regalò tanta fiamma, perchè hai portato nellʼanima lʼamore di Maria Maddalena.
Sei nata come un fiore selvatico nella dolcissima valle del Po; hai traversato le bufere di sole che incendiano il terribile Gharb; hai danzato, sovra un tappeto rosso come il Guébli, la danza del tuo cuore morto...
Che lunga lunga strada... che infinita malinconia,...
Oggi cantano le belle mitragliatrici.
Hai cadenzato la musica di due loquele nel profumo deʼ tuoi fiordalisi; hai saputo confondere il sogno nellʼarmonia deʼ tuoi movimenti, come il poeta imprigiona la bellezza nelle musiche della eterna Poesia.
Oggi cantano le belle mitragliatrici.
E Parigi che ha sempre una canzone per la sua camminante bandiera, Parigi che può sorridere anche nelle ore dʼimmortalità, sʼincurva su quella che torna dal rosso delirio affricano, e posa la medaglia di Laire sul feretro azzurro della Transalpina.
Oggi cantano le belle mitragliatrici.
Bluette, porterai qualche musica nella trincea che non dorme, dal giogo bianco dello Stelvio allʼonda calma che rispecchia le tragiche finestre di Miramare.
Vedrai quelli che assaltarono la rupe del Carso formidabile; quelli che, guadato il fiume, terribilmente vissero nellʼinferno di Doberdò.
Vedrai quelli che salivano, di notte, senza luna, in gran silenzio, per scolpire nel granito inaccessibile la storia degli Alpini di Monte Nero.
Forse nei bivacchi di linea, su la piegata erba dei nomadi accampamenti, la notte, al lume delle torce, scioglierai, danzatrice, la tua meravigliosa treccia bionda. Porterai, dʼinverno, su la neve dellʼAltissimo, lʼazzurroprofumo che trabocca daʼ tuoi semplici fiordalisi...
E ti sia perdonato, fra tanta guerra, quel tenue rumore di sciarpe che produce la tua lievità.
Questo è ancora ciò che rimane per ultima cosa negli occhi dellʼuomo che non torna: la trasparenza dʼun velo sul colore indimenticabile dʼuna treccia, gli occhi di unʼamante lontana, che innamorata si addormenta nella musica di una lontana città...
Questo è ancora ciò che rimane, dietro le finestre chiuse, dopo i grandi cimiteri: un profumo di grembo femminile che farà continuare la vita, che piegherà lʼideale dei popoli verso le necessarie cune...
Affinchè possa il mondo ricominciare ad uccidersi.
Oggi cantano le belle mitragliatrici.
«...dove, negli uragani di sole, con lʼiracondo nomade vento il sepolcro cammina...»
Maggio 1916
G. d. V.
NOTE DEL TRASCRITTORE:—Corretti gli ovvii errori tipografici e di punteggiatura.—La copertina è stata creata dal trascrittore utilizzando il frontespizio dellʼopera originale. Lʼimmagine è posta in pubblico dominio.
NOTE DEL TRASCRITTORE:
—Corretti gli ovvii errori tipografici e di punteggiatura.
—La copertina è stata creata dal trascrittore utilizzando il frontespizio dellʼopera originale. Lʼimmagine è posta in pubblico dominio.