Chapter 3

Avenue Kléber, fra la rue Villejust e la rue Boissière, il Grande Industriale, sbarbato e vedovo, la mise neʼ suoi mobili.Marthe dʼAussolles, lʼamante giubilata del Grande Industriale, stava ella pure neʼ suoi mobili, ma dallʼaltra parte della Senna, e precisamente in rue de Médicis, presso il giardino del Lussemburgo.Quando, fra le due amanti dʼun Grande Industriale, scorre almeno un fiume, cʼè speranza di vivere in pace.Così fu.Marthe dʼAussolles aveva cominciato la sua vita al Palais de Glace; lʼavrebbe finita verisimilmente in rue de Médicis. Lo stabile nel quale dimorava era di sua proprietà. Piccolo ma elegante. Al primo piano abitava lei, al secondo un giudice, al terzo un ufficiale in ritiro. Su la strada vʼerano tre negozi, che rendevan bene. Possedeva ugualmente una modesta proprietà in Normandia, suo paese dʼorigine. Laggiù si chiamava Thérèse Bouguereau, come suo padre. Manteneva, oltre il vecchio Bouguereau, due fratelli, altrettante sorelle, tre zii, cinque nipoti. Nella sua gioventù aveva esercitata la professione di piacere al Grande Industriale; adesso praticava quella di dargli noia. E così erano risolte cinque, più tre, più cinque, oltre ancora la sua propria: in tutto quattordici vite.Mimi Bluette non aveva certo il buon senso di Marthe dʼAussolles, e non pensò allʼavvenire. Sebbene a quel tempo il Grande Industriale forse le avrebbe regalato anche la Colonna Vendôme.Per diventare Marthe dʼAussolles occorrono molte generazioni. Bluette, povera piccola bella italiana, forse non era che lʼantenata.Si lasciò regalare con molta gioia una «limousine» fosforescente, un mucchio di pellicce siberiane, i costosimodelli di Béchoff–David e di Suzanne Talbot, gli astucci serii di Lacloche e di Cartier. Nulla chiese; trovò che tutto andava bene; fu riconoscente.Marthe dʼAussolles avrebbe chiesto ancora il doppio, avrebbe trovato che tutto andava male, non gli sarebbe stata riconoscente.Bluette invece, con il suo limpido cuore di Transalpina, sperava solo che arrivasse presto la sua mamma, colei dal seno celebre, per farle vedere tutte quelle maraviglie.Fra lʼaltre cose le avrebbe fatto conoscere Maurice, maître–dʼhôtel impeccabile come un diplomatico, poi la sua Linette, cameriera dalle calze di voilé, con le unghie imbrillantate, un grembiule tutto pizzo e linon.Adesso, lungo i boulevards serali, sʼincontravano a profusione le scritte luminose:—«La Cigale—Mimi Bluette»;—«Gaumont–Palace—Mimi Bluette dans ses danses».I cinematografi murali proiettavano contro i teloni dei tetti opposti la seminuda bellezza di Mimi Bluette.Micaello era partito con Minnie, rompendo il famoso trio; Bluette aveva ora un danzatore americano, taciturno, sobrio, quasi innamorato di lei, quasi onesto. Si chiamava Jack Morrison. Le aveva detto con semplicità: «Believe me, dear Friend... Micaello balla come un portalettere!»Gli credette. Incominciò di nuovo i suoi corsi di danza, con Jack Morrison, ammaestratore dʼoltre–oceano, che le impartì questa volta una perfetta istruzione.Quando seppe finalmente ballare con tutta lʼanima sua dʼirresistibile danzatrice, Mimi Bluette si accorse che,imprigionato nelle sue fine caviglie, nascosto in lei come il profumo in un fiore, anchʼella portava un sogno di bellezza, e sentì che il ballo era la sua poesia. La natura lʼaveva concepita in un tempo di musica, la sua maniera di muoversi era come una danza innata.Spesso invece danzano quelle che furono concepite in un tempo di stonatura, come scrivono quelli che la natura partorì in un attimo di desolazione.Parigi è grande perchè sa conoscere i valori e perchè rende in gioia la bellezza che riceve. Agli uomini come alle donne, ai santi come alle prostitute.Parigi non ha frontiera: è la basilica del mondo.Forse da noi Mimi Bluette avrebbe servito a far vendere qualche gelato misto e qualche sciroppo dʼamarene fra il pubblico dei teatri di varietà, ove si gracchia in tutte le cadenze il perpetuo ritornello napoletano; Parigi ne formò la sua più limpida, la sua più divina danzatrice; le regalò tanto oro quanto ne raggiava dallo splendore deʼ suoi capelli biondi, le sciorinò sotto i piedi leggeri un bel tappeto di sole, per farla danzare sul palcoscenico della sua grande anima, sul rumore della sua vasta gloria: poichè nessuno può regalare sè stesso con pienezza e con delirio se non trova una gloria su cui mettere i piedi.Prima lʼaccolsero i suoi cosmopoliti ruffiani: ma dopo la guardò con benevolenza qualcuno dei suoi uomini forse immortali.E bisogna finalmente comprendere che dinanzi alla felicità della vita, una vera danzatrice vale assai meglio dʼun accademico poeta.—Sì, mamma, come vedi, questa «limousine» è mia, questi brillanti e queste perle sono mie; ma non cominciare a stupirti per così poco, altrimenti non la finiremo più!Erano sul peristilio della stazione. Bluette portava un abito color di primavera.—Allez doucement aux carrefours, Robert,—disse al meccanico.—Et ce bagage, fourrez–le moi quelque part; il encombre.La macchina silenziosa scivolò via, guizzando fra i pericoli della strada come un battello–mosca fra il grosso naviglio della Senna. Vagamente Bluette si ricordava il suo primo ingresso nella Capitale, un certo pomeriggio pien di rumore, che le pareva già distante nel pensiero come la storia della sua prima verginità. Con occhi lontani rivide al medesimo posto quellʼenorme campione fragoroso che a momenti la investiva, e rivide Max, lʼartefice involontario della sua grande fortuna. Da quel pomeriggio pieno di turbinìo erano passati ormai venticinque mesi... E Max? Dovʼera Max?Ripartito, scomparso; forse in prigione, forse in viaggio per il mondo «avec sa momie Américaine...»Al Bar della Grande Rouquine Bluette non andava quasi più.Boblikoff aveva cercato con insistenza di farsi contraccambiare da Bluette lʼenergica sua protezione. Bluette gli era stata riconoscente, un paio di volte, per delicatezza, ma nulla più.Povero Boblikoff... era così enorme, che, per una donnina come lei, sarebbe stato un vero ingombro!Caterina, la madre dal seno classico, era giunta con lʼintenzione di trattenersi a Parigi un mese o poco più. Ma di settimana in settimana la brava donna si sentiva talmente impariginire, che perdette il profilo del Maestro di scherma e scrisse alla sorella levatrice:—Figúrati che la mia piccola Cecilia non vuole assolutamente più lasciarmi ripartire...Questa era una sfrontata bugia, perchè Cecilia–Mimi se ne sarebbe anche liberata volentieri, di quella sua madre importuna, che dopo averla onorata e servita nei primi giorni con lo stupore dʼuna servetta, ora non si faceva punto scrupolo dʼinalberare con arroganza certe arie da padrona di casa che la impensierivano assai.Questa florida e battagliera madre di Cecilia, non rispettava neanche un tantino la sua dolce Bluette. Anzi la criticava.—«Oh, se avessi avuta lʼispirazione di Parigi aʼ miei tempi!...»—soleva dire.Chissà? Lʼavrebbero veduta magari Presidentessa della Repubblica.Certo impiegò minor tempo di quanto ne aveva impiegato sua figlia per acclimarsi a quellʼaria come se ci fosse nata. Si accorse che a Parigi le donne di quarantaquattro anni riescono facilmente a supporre di averne su per giù trenta.A questa piacevole supposizione contribuisce in gran parte lʼ«Institut de Beauté», vero Istituto Clinicodella magìa moderna, ove i seni flosci e le rughe indelebili si curano a maraviglia con lʼauto–suggestione.Siccome la bellezza consiste nella maniera di guardarsi nello specchio, lʼuomo chʼebbe lʼidea del primo Institut de Beauté fu senza dubbio un grande ironista.Ma le donne dovrebbero fargli un monumento, e gli uomini pure, perchè, se unʼamante sʼimmagina che può ancora sembrar giovine, per lo più riesce anche ad esserlo.Quello che fecero di Caterina allʼInstitut de Beauté, non è a dirsi.La convinsero che bisognava tagliare due denti sanissimi, perchʼerano un poʼ scuri, e metterne due di porcellana.Ella ne mise due di porcellana.La mandarono da una bustaia, che le fece un busto, il quale distribuiva il seno, il ventre, i fianchi ed il resto, come unʼequazione di primo grado.Ella, in quel busto, ricontemplò le forme che il suo corpo aveva durante il primo viaggio di nozze.Le vendettero una maschera di caucciù, per reprimere il doppio mento.Ella si mise ogni notte la maschera di caucciù.Le consigliarono di farsi mezzo rossa e mezzo bionda.Ella conobbe i miracoli dellʼacqua ossigenata e della tintura di henné.Le dissero che poteva benissimo farsi crescere le ciglia e mettere in allenamento la propria pelle con i massaggi più complicati.Ella si lasciò pizzicare, flagellare, manipolare, spalmare, strofinare in tal guisa, che la sua pelle, morbidaper tradizione, divenne addirittura quella dʼuna bambina.E, quanto alle ciglia, le parve che si fossero allungate.Oh, se avesse potuto vederla così rinfrescata il suo calamitoso Maestro di scherma! Quellʼagile maestro di scherma, chʼera costato aʼ suoi risparmi un così gran numero di svolazzanti cravatte! Quellʼuomo indimenticabile, tutto punta e a fondo, che turbava i sogni della sua canonica età!...Povera Caterina Malespano, momentanea zitella di quarantaquattro anni, tornata zitella isterica per opera dellʼInstitut de Beauté!...Bisognava trovare un rimedio.Lo trovò. Sebbene con scandalo di Bluette.Maurice, maître–dʼhotel impeccabile come un diplomatico, aveva quasi lʼaitanza dʼun maestro di scherma; era grigio su le tempie, ma nero e ben pettinato sul cranio diviso da un filo rettilineo.Tutte le sere Maurice le preparava una tazza di camomilla; vecchia abitudine.Una sera la camomilla si raffreddò sul tavolino.Bluette in quel mentre ballava su la scena di Marigny, e, nella sua bianca innocenza, mai avrebbe osato concepire un così grave sospetto. Ma Linette, cameriera dalle calze di voilé, una sera, svestendola, glielo disse con molto garbo:—Madame votre mère souffre–t–elle de douleurs aux reins?—Pourquoi, Linette?—Chaque nuit Maurice est appelé pour lui faire desmassages, qui durent parfois très longtemps, Madame...Interrogata il giorno appresso in modo repentino, la semibionda e semirossa Caterina Malespano affermò semplicemente che Maurice era un uomo di buona famiglia,—purtroppo decaduta.E poi, cʼera forse un mezzo più gradevole per imparare il francese?Certo ve nʼera un altro, ma lento e faticoso: quello che il Grande Industriale aveva con dolcezza fatto subire a Bluette.Gli uomini di Francia raccolgono talvolta le loro amanti dalle avventure della strada, ma spesso le abbandonano che già son perfette come vere signore. Per essi è grande sofferenza vivere con una donna la quale manchi di finezza nellʼintendere la vita e nel discorrere dʼogni argomento con amabile brìo; e poichè si viene al mondo per ammaestrarsi nellʼeleganza del vivere, trovano che lʼamore non impedisce di farsi unʼeducazione.Così le figlie di Montmartre o del Bois de Vincennes giungono a conversare con gli Accademici.Lʼaria stessa di Parigi è una scuola dʼimprovvisazione; ma le più diligenti alunne trovano anche il tempo, tra il bagno e lʼora del tè, fra lʼora del tè e quella del teatro, di ascoltare in vestaglia la voce monotona di una vecchia professoressa che ama le caramelle, o dʼun laureando provinciale che abita verso il Quartier Latino.Così fece Bluette, che per istinto era di tutto curiosa, intellettiva e docile come una vera donna.Al Grande Industriale dava noia quel suo residuo dʼaccento transalpino, e più ancora la tranquilla ignoranza chʼella rivelava in ogni materia dello scibile quotidiano.Era un uomo così persuasivo, che avrebbe indotta una monaca a ballare il tango.Mimi Bluette non sapeva resistere alla dolcezza.E per lʼappunto egli fece venire una vecchia lunatica professoressa, la quale amava dare aʼ suoi discepoli questo bel tema eroico–sentimentale: «Il y avait la guerre en Algérie. Mademoiselle X. était fiancée à un sous–lieutenant des spahis, qui tomba au champ dʼhonneur. Racontez.... etc.»Era la sua storia.Più tardi le fece impartir lezioni da un giovine laureato incollocabile, erudito squallido e con molta forfora, che aveva la manìa di far strada nella Capitale.Questi le rammentò in modo singolare quello Studente in medicina, che le dette il primo brivido.Fu nel mese dʼAprile, verso lʼora in cui le stanze dei quarti piani diventano buie, guardando la primavera che tramonta sui tetti luminosi delle stupende città.Come quel tempo era lontano!... Bluette rise. Le pareva un sogno.E imparò che il verbo «sʼen aller», al soggiuntivo imperfetto, fa: «que je mʼen allasse, que nous nous en allassions, que vous vous en allassiez, quʼils sʼen allassent...»E imparò che «Pépin le Bref fonda la dynastie des Carlovingiens...».Lesse Chateaubriand, Renan, etc; il che la fece tornare con molto gaudio alla letteratura dei coniugi Willy.Se non si fosse fatta sorprendere con un certo Hubert Normand, giovine commediografo di molto avvenire, il Grande Industriale lʼavrebbe forsʼanche sposata.Ma che triste fine per lei, seppellirsi, così bella e così giovine, allʼombra di un vecchio marito... Per lei, povera Bluette, nel suo lieve cuore azzurro, che pesante malinconia!...No, certamente non lo amava. Era una sbadataggine della sua dolcezza, una piega naturale della sua curiosità. Il futuro Accademico Hubert Normand era in quellʼinverno lʼavventura di moda. E siccome Dorée dʼArnac, una fra le più belle donne di Parigi, gli aveva buttate le braccia al collo, una sera, in un cabaret, certamente non vʼera una ragione al mondo perchè Mimi Bluette fosse con lui più severa della sua emula ed amica Dorée dʼArnac.Solo preferì che questo non avvenisse in un cabaret. E fu il suo torto. Perchè il Grande Industriale avrebbe forse perdonato più facilmente.Invece non perdonò.Chi le rese il piccolo servizio di farglielo sapere fu colei dellʼaltra riva, ossia Marthe dʼAussolles, che per gli svaghi del Grande Industriale teneva in serbo, nel focolare di Normandia, una sua fresca parente.In tali circostanze il bravo Jack Morrison le fu di buon consiglio.—Sʼil vous quitte, Bliouette, ce nʼest pas très grave,—dissecon la sua calma laconicità, chiamandola come sempre «Bliouette», in grazia dellʼaccento americano.—Venez à Londres avec moi. Nous danserons à lʼHippodrome. Cʼest la «Season».—Eh bien, si tu veux, allons–y, mon brave Jack!Sette ore di viaggio. La Manica. John Bull che sʼinnamora e va in delirio davanti alla scena dellʼHippodrome. Nel camerino di Bluette, le pallide rose di Henley, i fiori soavi e calmi della primavera inglese. Vengono, i bellissimi emuli di Lord Brummel, a carezzare con i lor occhi dʼinnocenti la ballerina di Francia, Mimi Bluette. Jack Morrison fa da interprete. Jack Morrison è un poʼ geloso. Allʼamericana, con la pipa fra i denti, la bocca serrata. È un andirivieni dʼassidui nel suo leggiadro salotto al Carlton Hotel. Un giorno, sopra un vassoio forbito, vi entra il biglietto da visita di Lord G. A. M. F. B.—precede il nome.Il biglietto da visita dʼun Inglese qualchevolta sembra un manuale semaforico.Quello di un Tedesco è un diploma universitario.Quello di un Americano del Sud è un tentativo di riconciliazione con la madre patria.Lord G. A. M. F. B.—precede il nome—era un uomo che su tutte le cose aveva il suo punto di vista.Così volle averne uno anche su Mimi Bluette. La quale frattanto aveva imparato a far pagare molto caro i suoi punti di vista.Jack Morrison minacciò di andarsene; e quel giorno, sebbene fosse Americano, aveva le lacrime agli occhi.Ma Bluette era certa che Jack si rassegnerebbe.Così fu.Lord Alfabeto usava una maniera ben diversa da quella del Grande Industriale per fare le stesse cose. Poichè vʼera di mezzo la Manica.Non apprezzò affatto la sua cultura, ma insistette con molto garbo su varie sfumature, finchè giunse a persuaderla, per esempio, che le ostriche del Colchester superano di gran lunga tanto les Ostende come les Marennes. Le fece inoltre sapere che gli Americani son forse un popolo rispettabile, ma non parlano affatto lʼidioma inglese. Perciò non si fidasse troppo dellʼinterprete Jack. Lʼavvertì che il popolo di Londra finge di coricarsi a mezzanotte e mezzo, perchè, dopo questʼora proibitiva, la legge vuole che il popolo inglese finga di non amare più il gin. E le fece scommettere molte lire sterline sopra cavalli che, in media, vinsero due volte su tre.Lord Alfabeto non era vedovo nè ammogliato; perciò mancava di prole. Si era fatto molto ricco nelle Colonie. Adesso riposava. Cioè, questo Lord in riposo, era dʼunʼattività sorprendente. Bellʼuomo, con una faccia pura e nobile, aveva una sua maniera impassibile di prendere in giro lʼuniverso.Con Mimi Bluette spese un diluvio di sterline, delicatamente, ma la prese in giro.Ella ebbe lʼimpressione di fare altrettanto.E rimasero buoni amici.Soltanto, quandʼebbe ripassata la Manica, ella si accorse di portare in sè, dallʼInghilterra, una intrusa vita nascente. Non ne fece parola con alcuno e tanto meno con sua madre; rimase tre giorni a letto, credendosi malata. Bluette si domandava con stupore perchè la cosanon le fosse mai capitata prima. La sua maraviglia iniziale si mutò a poco a poco in un singolare spavento.Verso la sera del terzo giorno incominciò a chiedersi di chi poteva essere il figlio. Era stata quattro mesi a Londra. Le parve dapprima che dovesse avere nel grembo un giovine Lord Alfabeto. Poi si ricordò che poteva essere anche un piccolo Jack. Il dubbio le fece quasi piacere. Non era certo innamorata di Jack, ma gli voleva molto bene.Mentre volgeva tra sè questi accorati pensieri, entrò nella camera la bionda Caterina, per chiedere a sua figlia se volesse pranzare. Bluette cacciò la testa sotto il lenzuolo e con irritazione rispose che la pregava di non darle noia.Mandò invece a chiamare il suo bravo laconico Jack.—Assieds–toi là, Jack.Là, voleva dire sul letto, vicino alle sue braccia nude, nel posto vuoto che lasciava il suo corpo sollevato sopra un gomito. I suoi bellissimi capelli mal pettinati si appigliavano alle trine dei due guanciali. Accese una sigaretta e, dopo averne aspirato un paio di boccate, la mise tra le labbra di Jack.La lampadina elettrica saettava un circolo dʼoro sui capelli di Jack. Le sue larghe spalle ben modellate sembravano assoggettarsi con fatica al suo costante vizio di tenere le mani in tasca.—Jack: pourquoi ne mʼembrasses–tu pas ce soir?Egli la guardò senza rispondere, poi si carezzò la punta del naso, infine riferì:—Berton a dit que, si nous acceptons lʼengagement pour Genève, il nous donnera cinquante louis par soirée.—Au diable toi et Berton! Je demande pourquoi ne mʼembrasses–tu pas?—Parce que je suis très irrité contre vous, Bliouette.—Est–ce vrai, mon pauvre Jack?Allora gli diede un bacio sovra un occhio e ridendo si rovesciò sui cuscini. Con lui non aveva pudore; lʼarruffata sua camicia si apriva come un guscio di castagna, ed appariva di qua, di là, sotto il lieve schermo del lino colore di Bluette, la bella ertezza del seno ereditato.—Tu es un boudeur, Jack!—Cʼest vous qui êtes méchante, My Blu.—Pourquoi méchante?Jack si volse dʼacchito, con uno di queʼ suoi movimenti agili e deliberati, da ballerino. Si appoggiò sul corpo disteso di Bluette, e leggermente si mise a carezzarle i due seni, con una casta impudicizia, come suol fare chi spartisce una bella criniera.—Avez–vous la fièvre, My Blu?—La fièvre? Mais jamais de la vie!—Est–ce par hasard votre foulure à la cheville qui vous fait mal?—Pas du tout. Voilà mon pied.Lo trasse fuori dalla coltre disordinata, e lo muoveva con agilità, come una piccola mano venata. Egli si volse, prese il piede per la sua liscia incurvatura, e lo teneva nei due palmi come se ne provasse un delicato piacere.—Mais alors, pourquoi êtes–vous couchée?—Viens plus près, Jack... baisse–toi... je dois tʼavouer un grand secret, mais tout bas, à lʼoreille... Ou bien... ferme la porte dʼabord, puis déshabille–toi et viens te coucher dans mon lit.Jack guardò lʼorologio: erano le sei e tre quarti. Gli parve che lʼora non fosse adatta; ma rimise lʼorologio nel taschino e andò a chiudere la porta.—Deux tours de clé, Jack. Sans ça on peut ouvrir quand même. Tu sais que ma mère est très curieuse.Jack si tolse la giacchetta, cercò dove posarla, ma infine la buttò per terra. Jack era molto contento, ed i suoi occhi brillavano, poichè My Blu non era spesso così gentile con lui. Glʼimportava ora pochissimo di conoscere quel segreto misterioso. In genere le confidenze delle donne gli parevan degne dʼun interesse molto limitato.—My Blu, je suis en train dʼarranger une nouvelle danse. Vous allez voir: des pas extraordinaires!—Vrai? Encore une valse?—Non pas; un Rag–Time.—Oh, un Rag–Time!... Alors je me lève et tu vas me lʼapprendre.—Oui, levez–vous, Bliouette.Jack aveva ancora i calzoni, My Blu era in camicia. Mise un paio di scarpette in pelle dʼantilope, senza nemmeno infilarsi le calze. Si formò con le trecce un grosso nodo su la nuca. Per terra vʼerano gli indumenti di Jack; non tutti: qualcuno era sul letto.Comʼegli faceva sempre, per incominciare ad insegnarle una danza nuova, lʼabbracciò fortemente, con una dolcissima brutalità. Poi la tenne fra le sue braccia e prese a farla girare. Fischiettava, per segnare il tempo, lʼaria di «How do You do, Miss Rag–Time?»Per Mimi Bluette ballare un nuovo ballo era come per certe donne prendersi un amante nuovo. Lo capivasúbito. Di questo Rag–Time impazziva. Lo trovò «foolish and sweet», pazzo e dolce, secondo la definizione di Jack.Come tutte le danze, questo passo andò a finire sul letto.—Jack, mon petit...—disse una mezzʼora più tardi My Blu, passando le dita fra i capelli dʼoro dellʼAmericano,—une chose pourtant mʼintrigue... Ce gosse, est–il un petit sujet du Président Roosevelt ou bien du Roi dʼAngleterre? Y–a–t il en toi ce quʼon appelle la voix du sang?—Question très grave,—rispose Jack. Poi si mise a riflettere. In ultimo affermò:—Sʼil était de moi, jʼen serais bien aise.—Moi aussi. Au fond je préfère.—Comme cʼest gentil de votre part, My Blu!—Mais, vois–tu, il nʼy a guère de contrôle possible, et je serai toujours hantée par ce doute.—Yes, très grave,—ripetè, per la seconda volta, il laconico Jack. My Blu si fece dare una sigaretta. Ne accendeva quaranta o cinquanta al giorno senza fumarne che un paio di boccate.—Voyons, Jack: penses–tu que je doive le laisser naître?—Ça dépend, My Blu. Si vous acceptez ma proposition oui; autrement pas.—Cʼest–a–dire? Vous épouser. Jack?—Quite right, My Blu!—egli rispose con una brevità quasi arrabbiata. Bluette lo guardò negli occhi, per un attimo, in silenzio, poi disse:—Je nʼen ai pas envie, Jack.LʼAmericano si strinse nelle spalle.—Très bien. Alors cʼest un fils de Lord.—Sans doute... un petit Lord! Mais toi, sois gentil, Jack: lève–toi, prends la plume et écris ce que je vais te dire.Siccome Jack indugiava, lo spinse fuori dal letto.Allora sʼintesero le nocche della madre Malespano battere discretamente allʼuscio. Bluette sʼirritò; le rispose in malo modo:—Mi fai questo santo piacere di lasciarmi stare, che sto imparando un passo di Rag–Time?...La santa donna se ne andò via dolcemente.—Ecris, Jack. Bien ou mal, peu importe; avec ou sans tes prodigieuses fautes dʼorthographe, peu importe. Je recopierai la lettre quand même. Ecris:«Cher ami,Jʼai quelque chose à vous dire...—Non, efface!—«Cher ami, jʼaime autant vous le dire sans trop de détours...»—Doucement, doucement...—pregò Jack, il quale ballava meglio che non scrivesse.—«...détours—deux points, majuscule:—Je suis enceinte de vos œuvres, et cela interrompt ma carrière, sans compter...»—Pooh! indeed!—bestemmiò Jack, buttando via la penna.—Comment faire, à present que vous ne pourrez plus danser?—On ne dansera pas, cʼest très simple,—disse Bluette in modo affabile.—As–tu écrit?—Je nʼai rien écrit, Bliouette. Je change dʼavis. Ce gosse, il ne sera ni un danseur ni un Lord. Ce gosse, nʼétant pas encore né, il peut très bien...—Chut... Ecris et laisse–moi faire.Jack ripetè:—«...ma carrière, sans compter...»—«...sans compter que, avoir un gosse»—virgule—«pour une femme sans mari»—virgule—«cʼest le plus grand malheur qui puisse lui arriver!»—Point dʼexclamation! Non: points de suspension.... Non: dʼexclamation! Enfin, comme tu voudras.—Je comprends,—disse Jack, mettendo lʼuno dopo lʼaltro tutti quei punti che gli eran ordinati.—Vous désirez que le Lord vous épouse.—Tu es un âne. Jack! Ecris et tais–toi:—«Une fausse–couche me serait impossible, parce que...» Non cʼest un peu brutal... Ecris:—«Que faire? Je ne voudrais pas te causer dʼennuis, et je suis pourtant hors de moi–même... Le médecin mʼa dit»—virgule—«quʼayant un défaut dans la matrice»—virgule—«je le porterai bien difficilement jusquʼau bout; mais, quʼessayer nʼimporte quelle manœuvre, serait fatal pour moi.»—Quei est le médecin qui a dit ces bêtises?—Tu es un âne, Jack! Il vaut toujours mieux avoir un défaut dans la matrice.—Ah...—Et pourquoi te sers–tu dʼun «âh» si ouvert, avec une voix si nasillarde? Nʼavons–nous pas été à Londres? Il me semble que tu pouvais au moins corriger ton accent transatlantique.Adesso My Blu sʼintendeva di pronunzie. Ma Jack alzò le spalle. Ripetè, con il suo francese yankee:—«...serait fetell pour moi.»—Point.—«Tu me connais, chéri, et tu sais très bien quʼà Londres jʼai envoyé promener tous tes amis. Aussitôt rentrée à Paris je devais avoir...»—Points de suspension... «... et rien!» Point dʼexclamation!—«Je nʼai pas voulu tʼécrire avant dʼen être sûre. Enfin, je suis affolée, je ne sais à quoi me résoudre, je ne quitte pas le lit depuis sept jours...»—Trois jours.—La barbe! Jʼai dit sept!—«... et si tu ne viens pas de suite, cʼest moi qui viendrai à Londres, aussitôt que le médecin me le permettra. Tu es un gentleman, je le sais; et puis, peut être que tu aimes un peu ta pauvre petiteBluette»A présent relis ce que tu as écrit, Jack.Questi ubbidì. Bluette si carezzava il mento.—Relis encore une fois, Jack.Egli ubbidì nuovamente. Allora Bluette buttò per aria i lenzuoli.—En as–tu écrit des bêtises, mon pauvre Jack! Déchire vite ce chef–dʼœuvre et passe–moi la plume. Je vais tout simplement lui envoyer une dépêche.—Pourquoi la déchirer? Cette lettre est excellente.—Encore une fois. Jack, tu es un âne. Le Rag–Time est un affaire, la littérature en est une autre. Donne–moi une feuille de papier et rhabille–toi vite: je vais tʼenvoyer au Bureau de Télégraphe.Lʼinventore dʼun passò di Rag–Time docilmente ubbidì.Ma quando arrivò a Parigi quel puro gentiluomo chʼera Lord Alfabeto, le cose complicate si accomodaron come per incanto.Egli le fece una sontuosa rendita vitalizia, disse con amabilità che i figli sono molto spesso una indimostrabile opinione materna, pregò di dare al nascituro, se fosse un maschio il nome di Patrick, se una femmina quello di Eleanor, poi, con un soprabito quasi giallo, ritraversò la Manica.La Manica è quel canale che impedisce agli Inglesi di essere nevrastenici come i popoli continentali.Ed allora il Forse–Patrick, nel terzo mese dʼincubazione, risolse di non venire al mondo. Sparì, per non dar noia a sua madre, con un atto dʼabnegazione del quale soltanto fu testimone un giovine allievo di Doyen.Il Forse–Patrick era una creatura splenética, la quale decise di andarsene via dal mondo senza nemmeno darsi la pena di scegliere un sesso, per uggia della vita.E fece bene. Poichè aveva capito che tutto si riduce in fondo a scegliersi un posto nel cimitero.My Blu frattanto era divenuta molto ricca. Possedeva «i suoi mobili», anzi un leggiadro palazzo verso i Campi Elisei, molti gioielli, uno sterminio dʼabiti, un tesoro di pizzi antichi e di tutte le maraviglie femminili cheproducono i gloriosi atelieri di Parigi; possedeva le sue rendite professionali ed infine la rendita vitalizia datale in premio della sua faticosa maternità.Era una piccola creatura felice. Sembrava unʼorchidea coltivata in una serra calda; per di più mandava profumo. Cʼera in lei, cosparsa nelle vene della sua pelle bionda, una luce dʼanima che irradiava buon odore. Parigi la Magnifica le aveva regalato un soffio dellʼanima sua transitoria e splendente, lʼaveva circonfusa con le stelle deʼ suoi fugaci paradisi.Ve nʼeran altre forse più belle, più intelligenti forse di Bluette; ma Bluette era di moda, e la moda è una gloria che non si può esaminare a lume di critica. La moda è la vera potenza che decretano le folle, per un caso plebiscitario, per una specie di curiosità collettiva, che talora, dal nulla, fa scaturire persino lʼingegno. La moda è il caso fortuito che governa il pensiero, lʼarte, la bellezza, insomma la vita. Non sempre fu di moda quello che fu grande, ma sempre una certa grandezza brillò e sʼavvolse intorno ai capricci di questa universale divinità.Forse lo stesso capolavoro nullʼaltro è che il figurino più espressivo dʼuna moda oltrepassata, le religioni stesse nullʼaltro sono che una maniera illogica e mutevole di vestire con una stoffa decente la nudità pericolosa dellʼanima.E Bluette, che non vagheggiava sogni di conquista, chʼera nata per danzare con poesia e per inflettere le sue dolci reni sotto il peso dʼun amante, Bluette che non moveva un dito per guidare la propria sorte, aveva con sè, in modo bizzarro, il favore di quella divinità.Le cose avvennero a grado a grado, con ordine sapiente. Se Bluette lʼavesse fatto apposta, non vi sarebbe riuscita mai.Così a Parigi erano senza dubbio in gran numero queʼ finanzieri di alta maestrìa che tramavano affari loschi ed ammaestravano il denaro ad esiliarsi dalle tasche altrui. Ma ella fu amata proprio da quello, che, oltre a circondarla dʼun lusso vanderbildiano, le regalò anche uno scandalo clamoroso, uno di quegli scandali periodici che alla divina Parigi sono necessari come il Gran Prix de Longchamps. Poichè la Corte dʼAssisi è il primo teatro della Metropoli ed i giudici della Senna sono artisti non meno ammirevoli dellʼammirevole M.rLe Bargy. In Francia si è riusciti a trovare nel crimine un elemento di utilità sociale. Altri paesi cercano di fare la stessa cosa, ma i loro scandali mancano di saggezza e dʼallegria. Così altri paesi cercano di creare Mimi Bluette, ma per essi è fatica perduta. Mimi Bluette è un fiore dellʼaria parigina, se pur talvolta vien dʼoltralpe o dʼoltremare.Il Finanziere dunque rubò, poichè i suoi affari probabilmente non gli consentivano di farne a meno; ma ognuno disse che aveva rubato per alimentare lo sfarzo di Bluette. Un bel giorno ella vide la propria fotografia esposta nelle vetrine fosforescenti, proiettata nei cinematografi, pubblicata nelle riviste e nelle prime pagine dei giornali di Francia.Sciami di giornalisti vennero ad intervistare la famosa My Blu, ed alcuni si dettero anche la pena dʼinventarle straordinarie biografie, che il mattino dopo, seduta sul letto, ella si mise a leggere con molto stupore. I giornalisti, al giorno dʼoggi, sanno trarre dal nulla biografiecosì verosimili, che gli stessi protagonisti a poco a poco si convincono dʼaverle vissute.Dunque Bluette stava tranquillamente aspettando che si trovasse il mezzo di mandarla per qualche mese a vivere nel ben frequentato romitorio di Saint–Lazare; ma i sullodati giudici della Senna preferirono lasciarle portare a piede libero i deliziosi modelli della Rue de la Paix.Libero per così dire, poichè veniva il tempo della gonna con lʼimpaccio e le donne si vedevano costrette, almeno per le strade, ad aprire le gambe assai meno del necessario.Il Finanziere ladro ebbe la compiacenza di lasciarsi mettere in prigione. Ma poco dopo un Guardasigilli scrupoloso ordinò la revisione del processo, e, come al solito, venne in luce che il poveretto era il più probo cittadino della Repubblica, ed anzi ci aveva perduto del suo.Dopo questa faccenda non era più lecito a Bluette ballare le danze che inventavano gli altri; un Impresario le fece comprendere che aʼ suoi piedi ora si domandava lʼoriginalità.Era giusto; e Bluette ne convenne. Tanto più che i suoi leggeri piedi non mancavano di facoltà inventiva. Ma ora si dolse di aver lasciato partire, con un broncio rannuvolato ed in compagnia dʼuna elastica ballerina irlandese, il suo bravo laconico Jack.—Poco male,—pensò lʼimpresario, persona che avrebbe scritturato anche il Generale dellʼEsercito della Salute, con tutta la sua «troupe», se il pubblico ne avesse avuto il desiderio.—Poco male, My Blu. Andremo in cerca dʼun altro inventore.Si recò al domicilio dʼun Fabbricante di Balli e lo pregò di volergli mostrare quel che aveva in negozio. Vʼeran balli dʼogni sorta, fatti e su misura.—Su misura,—preferì lʼImpresario.—Non solo, ma bisogna poi distruggere il figurino.—Benissimo. Allora portatela qui, che la veda.E le tagliarono addosso cinque o sei balli che le calzavano come guanti.Ma quello che fece risplendere la sua gloria fu lʼindimenticabile My Blu.Allora tutta Parigi si mise a ballare il My Blu.Il My Blu era un ballo antichissimo; pare fosse di provenienza caldaica; molti opinavano invece che avesse appartenuto alle antiche civiltà messicane. Furon stampati volumi su questo glorioso My Blu. Il Delegato Apostolico ne informò la Santa Sede. Si disse che verrebbe unʼEnciclica «De My Blu». E frattanto se ne tenne un discorso allʼAccademia degli Immortali.Bluette si stupiva che i suoi piedi avessero una simile potenza. Vero è che il My Blu si ballava con tutto il corpo e tanto più era efficace quanto più il corpo si mostrava nudo.Per questo particolare, anche la rimbiondita madre Malespano voleva imparare il My Blu. La sera, in camera, ne faceva prove assidue davanti alla specchiera, col maggiordomo impeccabile, Maurice. Questi la torturava con scene di gelosia, perchè la insaziabile madre Malespano frivoleggiava nel contempo con altra gioventù.Lʼamore dʼun maggiordomo è quellʼamore che ha il vantaggio dʼessere a portata di mano; ma purtroppomanca di lirismo e, col tempo, anche di energia. Lʼamore dei maestri di scherma è infinitamente più combattivo.Questa bionda madre Malespano era diventata frattanto la donna più pettegola di tutto il vicinato. In casa non dava pace a nessuno; le persone di servizio preferivano andarsene che ubbidire aʼ suoi capricci. Tranne Linette, cameriera dalle calze di voilé, che, vantando la protezione di Bluette, spesso non tralasciava di risponderle per le rime.Questa Linette aveva un fratello, bel giovine, pieno dʼintraprendenza, che si era fatto conoscere nella metropoli vincendo una famosa corsa di motociclette. Ma questa era storia passata. Honoré Messanges, fratello di Linette, con lʼandare del tempo aveva cambiato sport. Era diventato nobile di provincia e portava sul biglietto da visita la corona della sua contea. Cioè si faceva chiamare Honoré Messanges, comte dʼOlonzac.Quando nessuno provvede a far conte un uomo che ha bisogno di portare uno stemma, è naturale che il povero diavolo faccia uno sforzo per nobilitarsi da sè. Ad ogni modo questʼamabile Honoré Messanges, comte dʼOlonzac, se non era nato proprio di lombi gentilizi, certo viveva la medesima vita di quelli che possiedono, fra lʼaltre dovizie, anche un albero genealogico; e di sembianze, di maniere, dʼabitudini, certamente appariva un autentico dʼOlonzac. Non era molto alto di statura,—forse un palmo più di Linette—ed aveva come Linette, nei capelli ben spartiti, unʼincrespatura luccicante. Fino e morbido in tutta la persona, possedeva neʼ suoi movimenti quella medesima grazia un poʼ femminile dellaprocace Linette; ma i suoi occhi nerissimi brillavano invece di una maschilità veemente.Il signore dʼOlonzac teneva in mano la fortuna per le corna, come il manubrio della sua famosa motocicletta; e poichè la contea non gli mandava redditi, sapeva trarne senza scrupoli da molti altri canonicati.Egli non guadagnava il pane con il sudore della sua fronte; ma qualche bella donnina sudava certamente per lui. Il signore dʼOlonzac si vestiva da un sarto inglese, fumava i grossi «Favoritos» del Principe di Galles, faceva colazione in pigiama nel suo rez–de–chaussée, prendeva il tè allʼHôtel Ritz e pranzava da Paillard. Ogni tanto possedeva unʼautomobile, ogni tanto la vendeva; per qualche mese aveva unʼamante, poi si lasciava rapire da unʼaltra; in genere tutta la sua vita dipendeva dai capricci e dalle fortune delle sue variabili ammiratrici.Nondimeno sarebbe caduto in gravissimo errore chi lo avesse confuso, per esempio, con un qualsiasi Boblikoff, Max, Jean Kiki. Questi mantenuti e protettori di basso lignaggio non godevano affatto la stima del prossimo; invece il signore dʼOlonzac era un elegante ruffiano il quale godeva sino ad un certo punto la stima del prossimo. Ve ne son poi altri, di più elevato grado, i quali, non soltanto godono stima incondizionata, ma sono anzi chiamati a giudicare in questioni dʼonorabilità.La vita è senza dubbio il più divertente vaudeville al quale possano assistere gli uomini.Dunque, un bel giorno, il signore dʼOlonzac salì per le scale della palazzina ove abitava Mimi Bluette. Sul pianerottolo si allacciò i bottoni deʼ suoi perfetti guanti color canarino, buttò via la sigaretta e suonò il campanello.Quando Linette venne ad aprirgli, ella portava un grembiulino chʼera tutto una maraviglia di pizzo e di linon. Vedendo una simile cameriera, ogni gentleman di buon gusto si sarebbe senzʼaltro fermato in anticamera. Ma il signore dʼOlonzac, forse perchè faceva quasi buio, varcò il limitare senza guardarla.—Monsieur désire?—fece Linette.—Passez ma carte à Madame,—rispose il conte, porgendo il suo biglietto stemmato fra il pollice e lʼindice del suo perfetto guanto color canarino. Fu allora che Linette lo riconobbe:—Mais, voyons, est–ce bien toi, Roré?—Hein?....—fece il conte, squadrandola. Poi riconobbe Linette e si mise a ridere:—Ben, oui, cʼest moi. Tout à fait moi, Linette! Oh, là, là, que tu as lʼair ahuri! Ben, vrai! moi aussi, vois–tu, ça me paraît drôle!—Et à moi!...—fece Linette. Poi arricciò il suo nasino petulante:—Mais, ce qui mʼintrigue, cʼest plutôt la raison qui tʼamène chez nous.—Chez nous? Tiens, comme tu dis ça!—Chez nous, ça veut dire dans la maison de Madame. Car tu vois bien que je suis établie chez elle.—Cʼest ce que je ne savais pas. En tout cas, Linette, faut pas souffler mot, hein?—Tu dis?—Quʼil faut faire comme si rien nʼétait, parce que je suis le comte dʼOlonzac et toi tu nʼes que Linette.—Tout court?—Mais, pardi!Linette si cacciò le mani nelle due tasche del grembiulino, e si mise a guardarlo con ammirazione.—Pour de lʼaplomb, Roré, cʼest pas ce qui te manque!—Bien sûr, ma chérie.—– Poi borbottò, in modo abbastanza intelligibile:—Il fallait encore que jʼaïe la guigne de rencontrer ma soeur chez My Blu!—Pauvrʼ pʼtit, que tu es à plaindre!... Enfin, voyons: si tu as des vues sur ma patronne, rien à faire ici!—Linette, ma mignonne, voilà bien cinq minutes que tu me fais poser dans lʼantichambre! Cela nʼarrive pas chaque jour au comte dʼOlonzac. Assez causé; passe ma carte à Madame Bluette, je tʼen prie.Linette volle ribattere, ma il conte soggiunse con un tono breve:—Sans ça, je raconterai à Madame certaine petite histoire, qui ne te fera pas trop dʼhonneur. Car tu sais que le pauvre Godineau...Le pauvre Godineau, Michel Anselme, agé de 33 ans, de profession dresseur de chiens savants, era stato il primo fallo di Linette. Ora stava scontando in un reclusorio la sua troppo grande abilità nellʼaddomesticare i cani, le ragazze, e le serrature altrui.Linette divenne rossa al pensiero del pauvre Godineau.—Alors, tu prétends réellement que je tʼintroduise chez Madame...—Quant à mʼintroduire, je verrai ça moi–même,—corresse il conte con molto garbo.—Tu nʼas quʼà passer ma carte, comme je tʼai dit.Linette esitava.—Et tu iras au moins voir maman, si je te rends cepetit service?—domandò, con la sua voce piena di filiale rimprovero, la graziosa Linette.—Voilà six mois quʼon ne te revoit plus à la maison. Il Conte dʼOlonzac fece una smorfia.—Jʼirai sans doute... oui, sans doute... un jour que jʼaurai le temps!—Poi alzò le spalle:—Ah, mon Dieu, que cʼest embêtant, lorsquʼon est le comte dʼOlonzac, dʼavoir une soeur femme de chambre!—Sale fripouille!—gli rispose Linette, andando via, leggera, col suo biglietto da visita.My Blu in quel momento era molto occupata a studiare un sistema per la roulette, vendutole al prezzo di venticinque luigi da un certo Filipescu, grafologo, spiritista, e professore laureato in non so quale Università rumena. My Blu aveva sul tavolino una piccola roulette e tre o quattro fogli pieni zeppi di cifre complicate. La pallina girava, il sistema guadagnava somme ingentissime, sicchè My Blu era di eccellente umore.—Madame, il y a quelquʼun qui se dit le comte dʼOlonzac... Voilà sa carte.E mise il biglietto sul tavolino con un certo disprezzo.—Comment «qui se dit»?... Est–ce la manière dʼannoncer quelquʼun?—Ah... je nʼen sais rien. Madame! Il mʼa lʼair dʼun... Mais il peut se faire que je me trompe. Si Madame veut, je le ferai passer.—Sans doute que oui, puisque je le connais.—Est–ce que Madame le connait bien, ce comte dʼOlonzac?—Mais quʼest ce que cela peut bien te faire, Linette?—A moi?... Rien du tout, Madame!—Et alors?—Alors je vais lui dire que Madame lʼattend.Se ne tornò via di malumore, con un passo veloce. Gli andò fin sotto il naso, e recitò:—Madame fait dire a Monsieur le comte dʼOlonzac Que Madama attend Monsieur le Comte.—A la bonne heure, ma mignonne! La prochaine fois, je tʼen prie, sois plus sommaire!...Ed entrò.Era diventato veramente il signore dʼOlonzac. Non cʼera più nè un particolare della fisionomia nè una piega dellʼabito che ricordasse lʼex corridore di motociclette; parlava persino con una pronunzia squisitamente affettata e sembrava disceso fresco fresco, non dal quarto piano della madre di Linette, ma da una indiscussa pagina dellʼAlmanacco di Gotha.Soltanto i suoi cattivi bellissimi occhi rimanevano quelli di Roré; e questi, più che tutto, andavano a genio della capricciosa My Blu. Ella si lasciava scherzosamente fare la corte dal signore dʼOlonzac e sottomettere dagli occhi di Roré. Sapeva benissimo chi era costui: lʼamante di Pinna, lʼamante di Léa la Roseraie, lʼamante di Fred Chinchilla... Ma ciò che solamente la interessava erano per lʼappunto gli occhi di Roré.Il signore dʼOlonzac le fece una visita breve, compita, elegante; le diede uno strisciante bacio su la mano quasi azzurra ed uscì dalla sala con il suo passo da gatto.Bluette suonò più volte il campanello per farlo riaccompagnare. Ma lʼimpeccabile maggiordomo era uscito a far compere per la madre Malespano, e fu Linette che lo ricondusse nellʼanticamera.—Si tu ne vas pas chez notrʼ mère, je te jouerai un sale tour,—gli sibilò, cattiva cattiva.—Nʼessaye pas, mignonne,—rispose con dolcezza il soddisfatto Roré.Linette vide sparire dietro lʼuscio il molteplice riflesso della sua bella tuba.E My Blu pensava:—Lʼimbécile! Il nʼa pas compris que jʼétais dans une de mes journées à béguin! Ces hommes–là, Dieu sait ce quʼils ont dans la caboche! Enfin... essayons toujours cette martingale de Filipescu!E fece correre la pallina,—che diede, in quel frangente, il numero 27.Il numero 27—come tutti sanno—è «rouge, impair et passe».

Avenue Kléber, fra la rue Villejust e la rue Boissière, il Grande Industriale, sbarbato e vedovo, la mise neʼ suoi mobili.

Marthe dʼAussolles, lʼamante giubilata del Grande Industriale, stava ella pure neʼ suoi mobili, ma dallʼaltra parte della Senna, e precisamente in rue de Médicis, presso il giardino del Lussemburgo.

Quando, fra le due amanti dʼun Grande Industriale, scorre almeno un fiume, cʼè speranza di vivere in pace.

Così fu.

Marthe dʼAussolles aveva cominciato la sua vita al Palais de Glace; lʼavrebbe finita verisimilmente in rue de Médicis. Lo stabile nel quale dimorava era di sua proprietà. Piccolo ma elegante. Al primo piano abitava lei, al secondo un giudice, al terzo un ufficiale in ritiro. Su la strada vʼerano tre negozi, che rendevan bene. Possedeva ugualmente una modesta proprietà in Normandia, suo paese dʼorigine. Laggiù si chiamava Thérèse Bouguereau, come suo padre. Manteneva, oltre il vecchio Bouguereau, due fratelli, altrettante sorelle, tre zii, cinque nipoti. Nella sua gioventù aveva esercitata la professione di piacere al Grande Industriale; adesso praticava quella di dargli noia. E così erano risolte cinque, più tre, più cinque, oltre ancora la sua propria: in tutto quattordici vite.

Mimi Bluette non aveva certo il buon senso di Marthe dʼAussolles, e non pensò allʼavvenire. Sebbene a quel tempo il Grande Industriale forse le avrebbe regalato anche la Colonna Vendôme.

Per diventare Marthe dʼAussolles occorrono molte generazioni. Bluette, povera piccola bella italiana, forse non era che lʼantenata.

Si lasciò regalare con molta gioia una «limousine» fosforescente, un mucchio di pellicce siberiane, i costosimodelli di Béchoff–David e di Suzanne Talbot, gli astucci serii di Lacloche e di Cartier. Nulla chiese; trovò che tutto andava bene; fu riconoscente.

Marthe dʼAussolles avrebbe chiesto ancora il doppio, avrebbe trovato che tutto andava male, non gli sarebbe stata riconoscente.

Bluette invece, con il suo limpido cuore di Transalpina, sperava solo che arrivasse presto la sua mamma, colei dal seno celebre, per farle vedere tutte quelle maraviglie.

Fra lʼaltre cose le avrebbe fatto conoscere Maurice, maître–dʼhôtel impeccabile come un diplomatico, poi la sua Linette, cameriera dalle calze di voilé, con le unghie imbrillantate, un grembiule tutto pizzo e linon.

Adesso, lungo i boulevards serali, sʼincontravano a profusione le scritte luminose:—«La Cigale—Mimi Bluette»;—«Gaumont–Palace—Mimi Bluette dans ses danses».

I cinematografi murali proiettavano contro i teloni dei tetti opposti la seminuda bellezza di Mimi Bluette.

Micaello era partito con Minnie, rompendo il famoso trio; Bluette aveva ora un danzatore americano, taciturno, sobrio, quasi innamorato di lei, quasi onesto. Si chiamava Jack Morrison. Le aveva detto con semplicità: «Believe me, dear Friend... Micaello balla come un portalettere!»

Gli credette. Incominciò di nuovo i suoi corsi di danza, con Jack Morrison, ammaestratore dʼoltre–oceano, che le impartì questa volta una perfetta istruzione.

Quando seppe finalmente ballare con tutta lʼanima sua dʼirresistibile danzatrice, Mimi Bluette si accorse che,imprigionato nelle sue fine caviglie, nascosto in lei come il profumo in un fiore, anchʼella portava un sogno di bellezza, e sentì che il ballo era la sua poesia. La natura lʼaveva concepita in un tempo di musica, la sua maniera di muoversi era come una danza innata.

Spesso invece danzano quelle che furono concepite in un tempo di stonatura, come scrivono quelli che la natura partorì in un attimo di desolazione.

Parigi è grande perchè sa conoscere i valori e perchè rende in gioia la bellezza che riceve. Agli uomini come alle donne, ai santi come alle prostitute.

Parigi non ha frontiera: è la basilica del mondo.

Forse da noi Mimi Bluette avrebbe servito a far vendere qualche gelato misto e qualche sciroppo dʼamarene fra il pubblico dei teatri di varietà, ove si gracchia in tutte le cadenze il perpetuo ritornello napoletano; Parigi ne formò la sua più limpida, la sua più divina danzatrice; le regalò tanto oro quanto ne raggiava dallo splendore deʼ suoi capelli biondi, le sciorinò sotto i piedi leggeri un bel tappeto di sole, per farla danzare sul palcoscenico della sua grande anima, sul rumore della sua vasta gloria: poichè nessuno può regalare sè stesso con pienezza e con delirio se non trova una gloria su cui mettere i piedi.

Prima lʼaccolsero i suoi cosmopoliti ruffiani: ma dopo la guardò con benevolenza qualcuno dei suoi uomini forse immortali.

E bisogna finalmente comprendere che dinanzi alla felicità della vita, una vera danzatrice vale assai meglio dʼun accademico poeta.

—Sì, mamma, come vedi, questa «limousine» è mia, questi brillanti e queste perle sono mie; ma non cominciare a stupirti per così poco, altrimenti non la finiremo più!

Erano sul peristilio della stazione. Bluette portava un abito color di primavera.

—Allez doucement aux carrefours, Robert,—disse al meccanico.—Et ce bagage, fourrez–le moi quelque part; il encombre.

La macchina silenziosa scivolò via, guizzando fra i pericoli della strada come un battello–mosca fra il grosso naviglio della Senna. Vagamente Bluette si ricordava il suo primo ingresso nella Capitale, un certo pomeriggio pien di rumore, che le pareva già distante nel pensiero come la storia della sua prima verginità. Con occhi lontani rivide al medesimo posto quellʼenorme campione fragoroso che a momenti la investiva, e rivide Max, lʼartefice involontario della sua grande fortuna. Da quel pomeriggio pieno di turbinìo erano passati ormai venticinque mesi... E Max? Dovʼera Max?

Ripartito, scomparso; forse in prigione, forse in viaggio per il mondo «avec sa momie Américaine...»

Al Bar della Grande Rouquine Bluette non andava quasi più.

Boblikoff aveva cercato con insistenza di farsi contraccambiare da Bluette lʼenergica sua protezione. Bluette gli era stata riconoscente, un paio di volte, per delicatezza, ma nulla più.

Povero Boblikoff... era così enorme, che, per una donnina come lei, sarebbe stato un vero ingombro!

Caterina, la madre dal seno classico, era giunta con lʼintenzione di trattenersi a Parigi un mese o poco più. Ma di settimana in settimana la brava donna si sentiva talmente impariginire, che perdette il profilo del Maestro di scherma e scrisse alla sorella levatrice:—Figúrati che la mia piccola Cecilia non vuole assolutamente più lasciarmi ripartire...

Questa era una sfrontata bugia, perchè Cecilia–Mimi se ne sarebbe anche liberata volentieri, di quella sua madre importuna, che dopo averla onorata e servita nei primi giorni con lo stupore dʼuna servetta, ora non si faceva punto scrupolo dʼinalberare con arroganza certe arie da padrona di casa che la impensierivano assai.

Questa florida e battagliera madre di Cecilia, non rispettava neanche un tantino la sua dolce Bluette. Anzi la criticava.—«Oh, se avessi avuta lʼispirazione di Parigi aʼ miei tempi!...»—soleva dire.

Chissà? Lʼavrebbero veduta magari Presidentessa della Repubblica.

Certo impiegò minor tempo di quanto ne aveva impiegato sua figlia per acclimarsi a quellʼaria come se ci fosse nata. Si accorse che a Parigi le donne di quarantaquattro anni riescono facilmente a supporre di averne su per giù trenta.

A questa piacevole supposizione contribuisce in gran parte lʼ«Institut de Beauté», vero Istituto Clinicodella magìa moderna, ove i seni flosci e le rughe indelebili si curano a maraviglia con lʼauto–suggestione.

Siccome la bellezza consiste nella maniera di guardarsi nello specchio, lʼuomo chʼebbe lʼidea del primo Institut de Beauté fu senza dubbio un grande ironista.

Ma le donne dovrebbero fargli un monumento, e gli uomini pure, perchè, se unʼamante sʼimmagina che può ancora sembrar giovine, per lo più riesce anche ad esserlo.

Quello che fecero di Caterina allʼInstitut de Beauté, non è a dirsi.

La convinsero che bisognava tagliare due denti sanissimi, perchʼerano un poʼ scuri, e metterne due di porcellana.

Ella ne mise due di porcellana.

La mandarono da una bustaia, che le fece un busto, il quale distribuiva il seno, il ventre, i fianchi ed il resto, come unʼequazione di primo grado.

Ella, in quel busto, ricontemplò le forme che il suo corpo aveva durante il primo viaggio di nozze.

Le vendettero una maschera di caucciù, per reprimere il doppio mento.

Ella si mise ogni notte la maschera di caucciù.

Le consigliarono di farsi mezzo rossa e mezzo bionda.

Ella conobbe i miracoli dellʼacqua ossigenata e della tintura di henné.

Le dissero che poteva benissimo farsi crescere le ciglia e mettere in allenamento la propria pelle con i massaggi più complicati.

Ella si lasciò pizzicare, flagellare, manipolare, spalmare, strofinare in tal guisa, che la sua pelle, morbidaper tradizione, divenne addirittura quella dʼuna bambina.

E, quanto alle ciglia, le parve che si fossero allungate.

Oh, se avesse potuto vederla così rinfrescata il suo calamitoso Maestro di scherma! Quellʼagile maestro di scherma, chʼera costato aʼ suoi risparmi un così gran numero di svolazzanti cravatte! Quellʼuomo indimenticabile, tutto punta e a fondo, che turbava i sogni della sua canonica età!...

Povera Caterina Malespano, momentanea zitella di quarantaquattro anni, tornata zitella isterica per opera dellʼInstitut de Beauté!...

Bisognava trovare un rimedio.

Lo trovò. Sebbene con scandalo di Bluette.

Maurice, maître–dʼhotel impeccabile come un diplomatico, aveva quasi lʼaitanza dʼun maestro di scherma; era grigio su le tempie, ma nero e ben pettinato sul cranio diviso da un filo rettilineo.

Tutte le sere Maurice le preparava una tazza di camomilla; vecchia abitudine.

Una sera la camomilla si raffreddò sul tavolino.

Bluette in quel mentre ballava su la scena di Marigny, e, nella sua bianca innocenza, mai avrebbe osato concepire un così grave sospetto. Ma Linette, cameriera dalle calze di voilé, una sera, svestendola, glielo disse con molto garbo:

—Madame votre mère souffre–t–elle de douleurs aux reins?

—Pourquoi, Linette?

—Chaque nuit Maurice est appelé pour lui faire desmassages, qui durent parfois très longtemps, Madame...

Interrogata il giorno appresso in modo repentino, la semibionda e semirossa Caterina Malespano affermò semplicemente che Maurice era un uomo di buona famiglia,—purtroppo decaduta.

E poi, cʼera forse un mezzo più gradevole per imparare il francese?

Certo ve nʼera un altro, ma lento e faticoso: quello che il Grande Industriale aveva con dolcezza fatto subire a Bluette.

Gli uomini di Francia raccolgono talvolta le loro amanti dalle avventure della strada, ma spesso le abbandonano che già son perfette come vere signore. Per essi è grande sofferenza vivere con una donna la quale manchi di finezza nellʼintendere la vita e nel discorrere dʼogni argomento con amabile brìo; e poichè si viene al mondo per ammaestrarsi nellʼeleganza del vivere, trovano che lʼamore non impedisce di farsi unʼeducazione.

Così le figlie di Montmartre o del Bois de Vincennes giungono a conversare con gli Accademici.

Lʼaria stessa di Parigi è una scuola dʼimprovvisazione; ma le più diligenti alunne trovano anche il tempo, tra il bagno e lʼora del tè, fra lʼora del tè e quella del teatro, di ascoltare in vestaglia la voce monotona di una vecchia professoressa che ama le caramelle, o dʼun laureando provinciale che abita verso il Quartier Latino.

Così fece Bluette, che per istinto era di tutto curiosa, intellettiva e docile come una vera donna.

Al Grande Industriale dava noia quel suo residuo dʼaccento transalpino, e più ancora la tranquilla ignoranza chʼella rivelava in ogni materia dello scibile quotidiano.

Era un uomo così persuasivo, che avrebbe indotta una monaca a ballare il tango.

Mimi Bluette non sapeva resistere alla dolcezza.

E per lʼappunto egli fece venire una vecchia lunatica professoressa, la quale amava dare aʼ suoi discepoli questo bel tema eroico–sentimentale: «Il y avait la guerre en Algérie. Mademoiselle X. était fiancée à un sous–lieutenant des spahis, qui tomba au champ dʼhonneur. Racontez.... etc.»

Era la sua storia.

Più tardi le fece impartir lezioni da un giovine laureato incollocabile, erudito squallido e con molta forfora, che aveva la manìa di far strada nella Capitale.

Questi le rammentò in modo singolare quello Studente in medicina, che le dette il primo brivido.

Fu nel mese dʼAprile, verso lʼora in cui le stanze dei quarti piani diventano buie, guardando la primavera che tramonta sui tetti luminosi delle stupende città.

Come quel tempo era lontano!... Bluette rise. Le pareva un sogno.

E imparò che il verbo «sʼen aller», al soggiuntivo imperfetto, fa: «que je mʼen allasse, que nous nous en allassions, que vous vous en allassiez, quʼils sʼen allassent...»

E imparò che «Pépin le Bref fonda la dynastie des Carlovingiens...».

Lesse Chateaubriand, Renan, etc; il che la fece tornare con molto gaudio alla letteratura dei coniugi Willy.

Se non si fosse fatta sorprendere con un certo Hubert Normand, giovine commediografo di molto avvenire, il Grande Industriale lʼavrebbe forsʼanche sposata.

Ma che triste fine per lei, seppellirsi, così bella e così giovine, allʼombra di un vecchio marito... Per lei, povera Bluette, nel suo lieve cuore azzurro, che pesante malinconia!...

No, certamente non lo amava. Era una sbadataggine della sua dolcezza, una piega naturale della sua curiosità. Il futuro Accademico Hubert Normand era in quellʼinverno lʼavventura di moda. E siccome Dorée dʼArnac, una fra le più belle donne di Parigi, gli aveva buttate le braccia al collo, una sera, in un cabaret, certamente non vʼera una ragione al mondo perchè Mimi Bluette fosse con lui più severa della sua emula ed amica Dorée dʼArnac.

Solo preferì che questo non avvenisse in un cabaret. E fu il suo torto. Perchè il Grande Industriale avrebbe forse perdonato più facilmente.

Invece non perdonò.

Chi le rese il piccolo servizio di farglielo sapere fu colei dellʼaltra riva, ossia Marthe dʼAussolles, che per gli svaghi del Grande Industriale teneva in serbo, nel focolare di Normandia, una sua fresca parente.

In tali circostanze il bravo Jack Morrison le fu di buon consiglio.

—Sʼil vous quitte, Bliouette, ce nʼest pas très grave,—dissecon la sua calma laconicità, chiamandola come sempre «Bliouette», in grazia dellʼaccento americano.—Venez à Londres avec moi. Nous danserons à lʼHippodrome. Cʼest la «Season».

—Eh bien, si tu veux, allons–y, mon brave Jack!

Sette ore di viaggio. La Manica. John Bull che sʼinnamora e va in delirio davanti alla scena dellʼHippodrome. Nel camerino di Bluette, le pallide rose di Henley, i fiori soavi e calmi della primavera inglese. Vengono, i bellissimi emuli di Lord Brummel, a carezzare con i lor occhi dʼinnocenti la ballerina di Francia, Mimi Bluette. Jack Morrison fa da interprete. Jack Morrison è un poʼ geloso. Allʼamericana, con la pipa fra i denti, la bocca serrata. È un andirivieni dʼassidui nel suo leggiadro salotto al Carlton Hotel. Un giorno, sopra un vassoio forbito, vi entra il biglietto da visita di Lord G. A. M. F. B.—precede il nome.

Il biglietto da visita dʼun Inglese qualchevolta sembra un manuale semaforico.

Quello di un Tedesco è un diploma universitario.

Quello di un Americano del Sud è un tentativo di riconciliazione con la madre patria.

Lord G. A. M. F. B.—precede il nome—era un uomo che su tutte le cose aveva il suo punto di vista.

Così volle averne uno anche su Mimi Bluette. La quale frattanto aveva imparato a far pagare molto caro i suoi punti di vista.

Jack Morrison minacciò di andarsene; e quel giorno, sebbene fosse Americano, aveva le lacrime agli occhi.

Ma Bluette era certa che Jack si rassegnerebbe.

Così fu.

Lord Alfabeto usava una maniera ben diversa da quella del Grande Industriale per fare le stesse cose. Poichè vʼera di mezzo la Manica.

Non apprezzò affatto la sua cultura, ma insistette con molto garbo su varie sfumature, finchè giunse a persuaderla, per esempio, che le ostriche del Colchester superano di gran lunga tanto les Ostende come les Marennes. Le fece inoltre sapere che gli Americani son forse un popolo rispettabile, ma non parlano affatto lʼidioma inglese. Perciò non si fidasse troppo dellʼinterprete Jack. Lʼavvertì che il popolo di Londra finge di coricarsi a mezzanotte e mezzo, perchè, dopo questʼora proibitiva, la legge vuole che il popolo inglese finga di non amare più il gin. E le fece scommettere molte lire sterline sopra cavalli che, in media, vinsero due volte su tre.

Lord Alfabeto non era vedovo nè ammogliato; perciò mancava di prole. Si era fatto molto ricco nelle Colonie. Adesso riposava. Cioè, questo Lord in riposo, era dʼunʼattività sorprendente. Bellʼuomo, con una faccia pura e nobile, aveva una sua maniera impassibile di prendere in giro lʼuniverso.

Con Mimi Bluette spese un diluvio di sterline, delicatamente, ma la prese in giro.

Ella ebbe lʼimpressione di fare altrettanto.

E rimasero buoni amici.

Soltanto, quandʼebbe ripassata la Manica, ella si accorse di portare in sè, dallʼInghilterra, una intrusa vita nascente. Non ne fece parola con alcuno e tanto meno con sua madre; rimase tre giorni a letto, credendosi malata. Bluette si domandava con stupore perchè la cosanon le fosse mai capitata prima. La sua maraviglia iniziale si mutò a poco a poco in un singolare spavento.

Verso la sera del terzo giorno incominciò a chiedersi di chi poteva essere il figlio. Era stata quattro mesi a Londra. Le parve dapprima che dovesse avere nel grembo un giovine Lord Alfabeto. Poi si ricordò che poteva essere anche un piccolo Jack. Il dubbio le fece quasi piacere. Non era certo innamorata di Jack, ma gli voleva molto bene.

Mentre volgeva tra sè questi accorati pensieri, entrò nella camera la bionda Caterina, per chiedere a sua figlia se volesse pranzare. Bluette cacciò la testa sotto il lenzuolo e con irritazione rispose che la pregava di non darle noia.

Mandò invece a chiamare il suo bravo laconico Jack.

—Assieds–toi là, Jack.

Là, voleva dire sul letto, vicino alle sue braccia nude, nel posto vuoto che lasciava il suo corpo sollevato sopra un gomito. I suoi bellissimi capelli mal pettinati si appigliavano alle trine dei due guanciali. Accese una sigaretta e, dopo averne aspirato un paio di boccate, la mise tra le labbra di Jack.

La lampadina elettrica saettava un circolo dʼoro sui capelli di Jack. Le sue larghe spalle ben modellate sembravano assoggettarsi con fatica al suo costante vizio di tenere le mani in tasca.

—Jack: pourquoi ne mʼembrasses–tu pas ce soir?

Egli la guardò senza rispondere, poi si carezzò la punta del naso, infine riferì:

—Berton a dit que, si nous acceptons lʼengagement pour Genève, il nous donnera cinquante louis par soirée.

—Au diable toi et Berton! Je demande pourquoi ne mʼembrasses–tu pas?

—Parce que je suis très irrité contre vous, Bliouette.

—Est–ce vrai, mon pauvre Jack?

Allora gli diede un bacio sovra un occhio e ridendo si rovesciò sui cuscini. Con lui non aveva pudore; lʼarruffata sua camicia si apriva come un guscio di castagna, ed appariva di qua, di là, sotto il lieve schermo del lino colore di Bluette, la bella ertezza del seno ereditato.

—Tu es un boudeur, Jack!

—Cʼest vous qui êtes méchante, My Blu.

—Pourquoi méchante?

Jack si volse dʼacchito, con uno di queʼ suoi movimenti agili e deliberati, da ballerino. Si appoggiò sul corpo disteso di Bluette, e leggermente si mise a carezzarle i due seni, con una casta impudicizia, come suol fare chi spartisce una bella criniera.

—Avez–vous la fièvre, My Blu?

—La fièvre? Mais jamais de la vie!

—Est–ce par hasard votre foulure à la cheville qui vous fait mal?

—Pas du tout. Voilà mon pied.

Lo trasse fuori dalla coltre disordinata, e lo muoveva con agilità, come una piccola mano venata. Egli si volse, prese il piede per la sua liscia incurvatura, e lo teneva nei due palmi come se ne provasse un delicato piacere.

—Mais alors, pourquoi êtes–vous couchée?

—Viens plus près, Jack... baisse–toi... je dois tʼavouer un grand secret, mais tout bas, à lʼoreille... Ou bien... ferme la porte dʼabord, puis déshabille–toi et viens te coucher dans mon lit.

Jack guardò lʼorologio: erano le sei e tre quarti. Gli parve che lʼora non fosse adatta; ma rimise lʼorologio nel taschino e andò a chiudere la porta.

—Deux tours de clé, Jack. Sans ça on peut ouvrir quand même. Tu sais que ma mère est très curieuse.

Jack si tolse la giacchetta, cercò dove posarla, ma infine la buttò per terra. Jack era molto contento, ed i suoi occhi brillavano, poichè My Blu non era spesso così gentile con lui. Glʼimportava ora pochissimo di conoscere quel segreto misterioso. In genere le confidenze delle donne gli parevan degne dʼun interesse molto limitato.

—My Blu, je suis en train dʼarranger une nouvelle danse. Vous allez voir: des pas extraordinaires!

—Vrai? Encore une valse?

—Non pas; un Rag–Time.

—Oh, un Rag–Time!... Alors je me lève et tu vas me lʼapprendre.

—Oui, levez–vous, Bliouette.

Jack aveva ancora i calzoni, My Blu era in camicia. Mise un paio di scarpette in pelle dʼantilope, senza nemmeno infilarsi le calze. Si formò con le trecce un grosso nodo su la nuca. Per terra vʼerano gli indumenti di Jack; non tutti: qualcuno era sul letto.

Comʼegli faceva sempre, per incominciare ad insegnarle una danza nuova, lʼabbracciò fortemente, con una dolcissima brutalità. Poi la tenne fra le sue braccia e prese a farla girare. Fischiettava, per segnare il tempo, lʼaria di «How do You do, Miss Rag–Time?»

Per Mimi Bluette ballare un nuovo ballo era come per certe donne prendersi un amante nuovo. Lo capivasúbito. Di questo Rag–Time impazziva. Lo trovò «foolish and sweet», pazzo e dolce, secondo la definizione di Jack.

Come tutte le danze, questo passo andò a finire sul letto.

—Jack, mon petit...—disse una mezzʼora più tardi My Blu, passando le dita fra i capelli dʼoro dellʼAmericano,—une chose pourtant mʼintrigue... Ce gosse, est–il un petit sujet du Président Roosevelt ou bien du Roi dʼAngleterre? Y–a–t il en toi ce quʼon appelle la voix du sang?

—Question très grave,—rispose Jack. Poi si mise a riflettere. In ultimo affermò:—Sʼil était de moi, jʼen serais bien aise.

—Moi aussi. Au fond je préfère.

—Comme cʼest gentil de votre part, My Blu!

—Mais, vois–tu, il nʼy a guère de contrôle possible, et je serai toujours hantée par ce doute.

—Yes, très grave,—ripetè, per la seconda volta, il laconico Jack. My Blu si fece dare una sigaretta. Ne accendeva quaranta o cinquanta al giorno senza fumarne che un paio di boccate.

—Voyons, Jack: penses–tu que je doive le laisser naître?

—Ça dépend, My Blu. Si vous acceptez ma proposition oui; autrement pas.

—Cʼest–a–dire? Vous épouser. Jack?

—Quite right, My Blu!—egli rispose con una brevità quasi arrabbiata. Bluette lo guardò negli occhi, per un attimo, in silenzio, poi disse:

—Je nʼen ai pas envie, Jack.

LʼAmericano si strinse nelle spalle.

—Très bien. Alors cʼest un fils de Lord.

—Sans doute... un petit Lord! Mais toi, sois gentil, Jack: lève–toi, prends la plume et écris ce que je vais te dire.

Siccome Jack indugiava, lo spinse fuori dal letto.

Allora sʼintesero le nocche della madre Malespano battere discretamente allʼuscio. Bluette sʼirritò; le rispose in malo modo:

—Mi fai questo santo piacere di lasciarmi stare, che sto imparando un passo di Rag–Time?...

La santa donna se ne andò via dolcemente.

—Ecris, Jack. Bien ou mal, peu importe; avec ou sans tes prodigieuses fautes dʼorthographe, peu importe. Je recopierai la lettre quand même. Ecris:

«Cher ami,

Jʼai quelque chose à vous dire...—Non, efface!—«Cher ami, jʼaime autant vous le dire sans trop de détours...»

—Doucement, doucement...—pregò Jack, il quale ballava meglio che non scrivesse.

—«...détours—deux points, majuscule:—Je suis enceinte de vos œuvres, et cela interrompt ma carrière, sans compter...»

—Pooh! indeed!—bestemmiò Jack, buttando via la penna.—Comment faire, à present que vous ne pourrez plus danser?

—On ne dansera pas, cʼest très simple,—disse Bluette in modo affabile.—As–tu écrit?

—Je nʼai rien écrit, Bliouette. Je change dʼavis. Ce gosse, il ne sera ni un danseur ni un Lord. Ce gosse, nʼétant pas encore né, il peut très bien...

—Chut... Ecris et laisse–moi faire.

Jack ripetè:

—«...ma carrière, sans compter...»

—«...sans compter que, avoir un gosse»—virgule—«pour une femme sans mari»—virgule—«cʼest le plus grand malheur qui puisse lui arriver!»—Point dʼexclamation! Non: points de suspension.... Non: dʼexclamation! Enfin, comme tu voudras.

—Je comprends,—disse Jack, mettendo lʼuno dopo lʼaltro tutti quei punti che gli eran ordinati.—Vous désirez que le Lord vous épouse.

—Tu es un âne. Jack! Ecris et tais–toi:—«Une fausse–couche me serait impossible, parce que...» Non cʼest un peu brutal... Ecris:—«Que faire? Je ne voudrais pas te causer dʼennuis, et je suis pourtant hors de moi–même... Le médecin mʼa dit»—virgule—«quʼayant un défaut dans la matrice»—virgule—«je le porterai bien difficilement jusquʼau bout; mais, quʼessayer nʼimporte quelle manœuvre, serait fatal pour moi.»

—Quei est le médecin qui a dit ces bêtises?

—Tu es un âne, Jack! Il vaut toujours mieux avoir un défaut dans la matrice.

—Ah...

—Et pourquoi te sers–tu dʼun «âh» si ouvert, avec une voix si nasillarde? Nʼavons–nous pas été à Londres? Il me semble que tu pouvais au moins corriger ton accent transatlantique.

Adesso My Blu sʼintendeva di pronunzie. Ma Jack alzò le spalle. Ripetè, con il suo francese yankee:

—«...serait fetell pour moi.»

—Point.—«Tu me connais, chéri, et tu sais très bien quʼà Londres jʼai envoyé promener tous tes amis. Aussitôt rentrée à Paris je devais avoir...»—Points de suspension... «... et rien!» Point dʼexclamation!—«Je nʼai pas voulu tʼécrire avant dʼen être sûre. Enfin, je suis affolée, je ne sais à quoi me résoudre, je ne quitte pas le lit depuis sept jours...»

—Trois jours.

—La barbe! Jʼai dit sept!—«... et si tu ne viens pas de suite, cʼest moi qui viendrai à Londres, aussitôt que le médecin me le permettra. Tu es un gentleman, je le sais; et puis, peut être que tu aimes un peu ta pauvre petite

Bluette»

A présent relis ce que tu as écrit, Jack.

Questi ubbidì. Bluette si carezzava il mento.

—Relis encore une fois, Jack.

Egli ubbidì nuovamente. Allora Bluette buttò per aria i lenzuoli.

—En as–tu écrit des bêtises, mon pauvre Jack! Déchire vite ce chef–dʼœuvre et passe–moi la plume. Je vais tout simplement lui envoyer une dépêche.

—Pourquoi la déchirer? Cette lettre est excellente.

—Encore une fois. Jack, tu es un âne. Le Rag–Time est un affaire, la littérature en est une autre. Donne–moi une feuille de papier et rhabille–toi vite: je vais tʼenvoyer au Bureau de Télégraphe.

Lʼinventore dʼun passò di Rag–Time docilmente ubbidì.

Ma quando arrivò a Parigi quel puro gentiluomo chʼera Lord Alfabeto, le cose complicate si accomodaron come per incanto.

Egli le fece una sontuosa rendita vitalizia, disse con amabilità che i figli sono molto spesso una indimostrabile opinione materna, pregò di dare al nascituro, se fosse un maschio il nome di Patrick, se una femmina quello di Eleanor, poi, con un soprabito quasi giallo, ritraversò la Manica.

La Manica è quel canale che impedisce agli Inglesi di essere nevrastenici come i popoli continentali.

Ed allora il Forse–Patrick, nel terzo mese dʼincubazione, risolse di non venire al mondo. Sparì, per non dar noia a sua madre, con un atto dʼabnegazione del quale soltanto fu testimone un giovine allievo di Doyen.

Il Forse–Patrick era una creatura splenética, la quale decise di andarsene via dal mondo senza nemmeno darsi la pena di scegliere un sesso, per uggia della vita.

E fece bene. Poichè aveva capito che tutto si riduce in fondo a scegliersi un posto nel cimitero.

My Blu frattanto era divenuta molto ricca. Possedeva «i suoi mobili», anzi un leggiadro palazzo verso i Campi Elisei, molti gioielli, uno sterminio dʼabiti, un tesoro di pizzi antichi e di tutte le maraviglie femminili cheproducono i gloriosi atelieri di Parigi; possedeva le sue rendite professionali ed infine la rendita vitalizia datale in premio della sua faticosa maternità.

Era una piccola creatura felice. Sembrava unʼorchidea coltivata in una serra calda; per di più mandava profumo. Cʼera in lei, cosparsa nelle vene della sua pelle bionda, una luce dʼanima che irradiava buon odore. Parigi la Magnifica le aveva regalato un soffio dellʼanima sua transitoria e splendente, lʼaveva circonfusa con le stelle deʼ suoi fugaci paradisi.

Ve nʼeran altre forse più belle, più intelligenti forse di Bluette; ma Bluette era di moda, e la moda è una gloria che non si può esaminare a lume di critica. La moda è la vera potenza che decretano le folle, per un caso plebiscitario, per una specie di curiosità collettiva, che talora, dal nulla, fa scaturire persino lʼingegno. La moda è il caso fortuito che governa il pensiero, lʼarte, la bellezza, insomma la vita. Non sempre fu di moda quello che fu grande, ma sempre una certa grandezza brillò e sʼavvolse intorno ai capricci di questa universale divinità.

Forse lo stesso capolavoro nullʼaltro è che il figurino più espressivo dʼuna moda oltrepassata, le religioni stesse nullʼaltro sono che una maniera illogica e mutevole di vestire con una stoffa decente la nudità pericolosa dellʼanima.

E Bluette, che non vagheggiava sogni di conquista, chʼera nata per danzare con poesia e per inflettere le sue dolci reni sotto il peso dʼun amante, Bluette che non moveva un dito per guidare la propria sorte, aveva con sè, in modo bizzarro, il favore di quella divinità.

Le cose avvennero a grado a grado, con ordine sapiente. Se Bluette lʼavesse fatto apposta, non vi sarebbe riuscita mai.

Così a Parigi erano senza dubbio in gran numero queʼ finanzieri di alta maestrìa che tramavano affari loschi ed ammaestravano il denaro ad esiliarsi dalle tasche altrui. Ma ella fu amata proprio da quello, che, oltre a circondarla dʼun lusso vanderbildiano, le regalò anche uno scandalo clamoroso, uno di quegli scandali periodici che alla divina Parigi sono necessari come il Gran Prix de Longchamps. Poichè la Corte dʼAssisi è il primo teatro della Metropoli ed i giudici della Senna sono artisti non meno ammirevoli dellʼammirevole M.rLe Bargy. In Francia si è riusciti a trovare nel crimine un elemento di utilità sociale. Altri paesi cercano di fare la stessa cosa, ma i loro scandali mancano di saggezza e dʼallegria. Così altri paesi cercano di creare Mimi Bluette, ma per essi è fatica perduta. Mimi Bluette è un fiore dellʼaria parigina, se pur talvolta vien dʼoltralpe o dʼoltremare.

Il Finanziere dunque rubò, poichè i suoi affari probabilmente non gli consentivano di farne a meno; ma ognuno disse che aveva rubato per alimentare lo sfarzo di Bluette. Un bel giorno ella vide la propria fotografia esposta nelle vetrine fosforescenti, proiettata nei cinematografi, pubblicata nelle riviste e nelle prime pagine dei giornali di Francia.

Sciami di giornalisti vennero ad intervistare la famosa My Blu, ed alcuni si dettero anche la pena dʼinventarle straordinarie biografie, che il mattino dopo, seduta sul letto, ella si mise a leggere con molto stupore. I giornalisti, al giorno dʼoggi, sanno trarre dal nulla biografiecosì verosimili, che gli stessi protagonisti a poco a poco si convincono dʼaverle vissute.

Dunque Bluette stava tranquillamente aspettando che si trovasse il mezzo di mandarla per qualche mese a vivere nel ben frequentato romitorio di Saint–Lazare; ma i sullodati giudici della Senna preferirono lasciarle portare a piede libero i deliziosi modelli della Rue de la Paix.

Libero per così dire, poichè veniva il tempo della gonna con lʼimpaccio e le donne si vedevano costrette, almeno per le strade, ad aprire le gambe assai meno del necessario.

Il Finanziere ladro ebbe la compiacenza di lasciarsi mettere in prigione. Ma poco dopo un Guardasigilli scrupoloso ordinò la revisione del processo, e, come al solito, venne in luce che il poveretto era il più probo cittadino della Repubblica, ed anzi ci aveva perduto del suo.

Dopo questa faccenda non era più lecito a Bluette ballare le danze che inventavano gli altri; un Impresario le fece comprendere che aʼ suoi piedi ora si domandava lʼoriginalità.

Era giusto; e Bluette ne convenne. Tanto più che i suoi leggeri piedi non mancavano di facoltà inventiva. Ma ora si dolse di aver lasciato partire, con un broncio rannuvolato ed in compagnia dʼuna elastica ballerina irlandese, il suo bravo laconico Jack.

—Poco male,—pensò lʼimpresario, persona che avrebbe scritturato anche il Generale dellʼEsercito della Salute, con tutta la sua «troupe», se il pubblico ne avesse avuto il desiderio.—Poco male, My Blu. Andremo in cerca dʼun altro inventore.

Si recò al domicilio dʼun Fabbricante di Balli e lo pregò di volergli mostrare quel che aveva in negozio. Vʼeran balli dʼogni sorta, fatti e su misura.

—Su misura,—preferì lʼImpresario.—Non solo, ma bisogna poi distruggere il figurino.

—Benissimo. Allora portatela qui, che la veda.

E le tagliarono addosso cinque o sei balli che le calzavano come guanti.

Ma quello che fece risplendere la sua gloria fu lʼindimenticabile My Blu.

Allora tutta Parigi si mise a ballare il My Blu.

Il My Blu era un ballo antichissimo; pare fosse di provenienza caldaica; molti opinavano invece che avesse appartenuto alle antiche civiltà messicane. Furon stampati volumi su questo glorioso My Blu. Il Delegato Apostolico ne informò la Santa Sede. Si disse che verrebbe unʼEnciclica «De My Blu». E frattanto se ne tenne un discorso allʼAccademia degli Immortali.

Bluette si stupiva che i suoi piedi avessero una simile potenza. Vero è che il My Blu si ballava con tutto il corpo e tanto più era efficace quanto più il corpo si mostrava nudo.

Per questo particolare, anche la rimbiondita madre Malespano voleva imparare il My Blu. La sera, in camera, ne faceva prove assidue davanti alla specchiera, col maggiordomo impeccabile, Maurice. Questi la torturava con scene di gelosia, perchè la insaziabile madre Malespano frivoleggiava nel contempo con altra gioventù.

Lʼamore dʼun maggiordomo è quellʼamore che ha il vantaggio dʼessere a portata di mano; ma purtroppomanca di lirismo e, col tempo, anche di energia. Lʼamore dei maestri di scherma è infinitamente più combattivo.

Questa bionda madre Malespano era diventata frattanto la donna più pettegola di tutto il vicinato. In casa non dava pace a nessuno; le persone di servizio preferivano andarsene che ubbidire aʼ suoi capricci. Tranne Linette, cameriera dalle calze di voilé, che, vantando la protezione di Bluette, spesso non tralasciava di risponderle per le rime.

Questa Linette aveva un fratello, bel giovine, pieno dʼintraprendenza, che si era fatto conoscere nella metropoli vincendo una famosa corsa di motociclette. Ma questa era storia passata. Honoré Messanges, fratello di Linette, con lʼandare del tempo aveva cambiato sport. Era diventato nobile di provincia e portava sul biglietto da visita la corona della sua contea. Cioè si faceva chiamare Honoré Messanges, comte dʼOlonzac.

Quando nessuno provvede a far conte un uomo che ha bisogno di portare uno stemma, è naturale che il povero diavolo faccia uno sforzo per nobilitarsi da sè. Ad ogni modo questʼamabile Honoré Messanges, comte dʼOlonzac, se non era nato proprio di lombi gentilizi, certo viveva la medesima vita di quelli che possiedono, fra lʼaltre dovizie, anche un albero genealogico; e di sembianze, di maniere, dʼabitudini, certamente appariva un autentico dʼOlonzac. Non era molto alto di statura,—forse un palmo più di Linette—ed aveva come Linette, nei capelli ben spartiti, unʼincrespatura luccicante. Fino e morbido in tutta la persona, possedeva neʼ suoi movimenti quella medesima grazia un poʼ femminile dellaprocace Linette; ma i suoi occhi nerissimi brillavano invece di una maschilità veemente.

Il signore dʼOlonzac teneva in mano la fortuna per le corna, come il manubrio della sua famosa motocicletta; e poichè la contea non gli mandava redditi, sapeva trarne senza scrupoli da molti altri canonicati.

Egli non guadagnava il pane con il sudore della sua fronte; ma qualche bella donnina sudava certamente per lui. Il signore dʼOlonzac si vestiva da un sarto inglese, fumava i grossi «Favoritos» del Principe di Galles, faceva colazione in pigiama nel suo rez–de–chaussée, prendeva il tè allʼHôtel Ritz e pranzava da Paillard. Ogni tanto possedeva unʼautomobile, ogni tanto la vendeva; per qualche mese aveva unʼamante, poi si lasciava rapire da unʼaltra; in genere tutta la sua vita dipendeva dai capricci e dalle fortune delle sue variabili ammiratrici.

Nondimeno sarebbe caduto in gravissimo errore chi lo avesse confuso, per esempio, con un qualsiasi Boblikoff, Max, Jean Kiki. Questi mantenuti e protettori di basso lignaggio non godevano affatto la stima del prossimo; invece il signore dʼOlonzac era un elegante ruffiano il quale godeva sino ad un certo punto la stima del prossimo. Ve ne son poi altri, di più elevato grado, i quali, non soltanto godono stima incondizionata, ma sono anzi chiamati a giudicare in questioni dʼonorabilità.

La vita è senza dubbio il più divertente vaudeville al quale possano assistere gli uomini.

Dunque, un bel giorno, il signore dʼOlonzac salì per le scale della palazzina ove abitava Mimi Bluette. Sul pianerottolo si allacciò i bottoni deʼ suoi perfetti guanti color canarino, buttò via la sigaretta e suonò il campanello.

Quando Linette venne ad aprirgli, ella portava un grembiulino chʼera tutto una maraviglia di pizzo e di linon. Vedendo una simile cameriera, ogni gentleman di buon gusto si sarebbe senzʼaltro fermato in anticamera. Ma il signore dʼOlonzac, forse perchè faceva quasi buio, varcò il limitare senza guardarla.

—Monsieur désire?—fece Linette.

—Passez ma carte à Madame,—rispose il conte, porgendo il suo biglietto stemmato fra il pollice e lʼindice del suo perfetto guanto color canarino. Fu allora che Linette lo riconobbe:

—Mais, voyons, est–ce bien toi, Roré?

—Hein?....—fece il conte, squadrandola. Poi riconobbe Linette e si mise a ridere:—Ben, oui, cʼest moi. Tout à fait moi, Linette! Oh, là, là, que tu as lʼair ahuri! Ben, vrai! moi aussi, vois–tu, ça me paraît drôle!

—Et à moi!...—fece Linette. Poi arricciò il suo nasino petulante:—Mais, ce qui mʼintrigue, cʼest plutôt la raison qui tʼamène chez nous.

—Chez nous? Tiens, comme tu dis ça!

—Chez nous, ça veut dire dans la maison de Madame. Car tu vois bien que je suis établie chez elle.

—Cʼest ce que je ne savais pas. En tout cas, Linette, faut pas souffler mot, hein?

—Tu dis?

—Quʼil faut faire comme si rien nʼétait, parce que je suis le comte dʼOlonzac et toi tu nʼes que Linette.

—Tout court?

—Mais, pardi!

Linette si cacciò le mani nelle due tasche del grembiulino, e si mise a guardarlo con ammirazione.

—Pour de lʼaplomb, Roré, cʼest pas ce qui te manque!

—Bien sûr, ma chérie.—– Poi borbottò, in modo abbastanza intelligibile:—Il fallait encore que jʼaïe la guigne de rencontrer ma soeur chez My Blu!

—Pauvrʼ pʼtit, que tu es à plaindre!... Enfin, voyons: si tu as des vues sur ma patronne, rien à faire ici!

—Linette, ma mignonne, voilà bien cinq minutes que tu me fais poser dans lʼantichambre! Cela nʼarrive pas chaque jour au comte dʼOlonzac. Assez causé; passe ma carte à Madame Bluette, je tʼen prie.

Linette volle ribattere, ma il conte soggiunse con un tono breve:

—Sans ça, je raconterai à Madame certaine petite histoire, qui ne te fera pas trop dʼhonneur. Car tu sais que le pauvre Godineau...

Le pauvre Godineau, Michel Anselme, agé de 33 ans, de profession dresseur de chiens savants, era stato il primo fallo di Linette. Ora stava scontando in un reclusorio la sua troppo grande abilità nellʼaddomesticare i cani, le ragazze, e le serrature altrui.

Linette divenne rossa al pensiero del pauvre Godineau.

—Alors, tu prétends réellement que je tʼintroduise chez Madame...

—Quant à mʼintroduire, je verrai ça moi–même,—corresse il conte con molto garbo.—Tu nʼas quʼà passer ma carte, comme je tʼai dit.

Linette esitava.

—Et tu iras au moins voir maman, si je te rends cepetit service?—domandò, con la sua voce piena di filiale rimprovero, la graziosa Linette.—Voilà six mois quʼon ne te revoit plus à la maison. Il Conte dʼOlonzac fece una smorfia.

—Jʼirai sans doute... oui, sans doute... un jour que jʼaurai le temps!—Poi alzò le spalle:—Ah, mon Dieu, que cʼest embêtant, lorsquʼon est le comte dʼOlonzac, dʼavoir une soeur femme de chambre!

—Sale fripouille!—gli rispose Linette, andando via, leggera, col suo biglietto da visita.

My Blu in quel momento era molto occupata a studiare un sistema per la roulette, vendutole al prezzo di venticinque luigi da un certo Filipescu, grafologo, spiritista, e professore laureato in non so quale Università rumena. My Blu aveva sul tavolino una piccola roulette e tre o quattro fogli pieni zeppi di cifre complicate. La pallina girava, il sistema guadagnava somme ingentissime, sicchè My Blu era di eccellente umore.

—Madame, il y a quelquʼun qui se dit le comte dʼOlonzac... Voilà sa carte.

E mise il biglietto sul tavolino con un certo disprezzo.

—Comment «qui se dit»?... Est–ce la manière dʼannoncer quelquʼun?

—Ah... je nʼen sais rien. Madame! Il mʼa lʼair dʼun... Mais il peut se faire que je me trompe. Si Madame veut, je le ferai passer.

—Sans doute que oui, puisque je le connais.

—Est–ce que Madame le connait bien, ce comte dʼOlonzac?

—Mais quʼest ce que cela peut bien te faire, Linette?

—A moi?... Rien du tout, Madame!

—Et alors?

—Alors je vais lui dire que Madame lʼattend.

Se ne tornò via di malumore, con un passo veloce. Gli andò fin sotto il naso, e recitò:

—Madame fait dire a Monsieur le comte dʼOlonzac Que Madama attend Monsieur le Comte.

—A la bonne heure, ma mignonne! La prochaine fois, je tʼen prie, sois plus sommaire!...

Ed entrò.

Era diventato veramente il signore dʼOlonzac. Non cʼera più nè un particolare della fisionomia nè una piega dellʼabito che ricordasse lʼex corridore di motociclette; parlava persino con una pronunzia squisitamente affettata e sembrava disceso fresco fresco, non dal quarto piano della madre di Linette, ma da una indiscussa pagina dellʼAlmanacco di Gotha.

Soltanto i suoi cattivi bellissimi occhi rimanevano quelli di Roré; e questi, più che tutto, andavano a genio della capricciosa My Blu. Ella si lasciava scherzosamente fare la corte dal signore dʼOlonzac e sottomettere dagli occhi di Roré. Sapeva benissimo chi era costui: lʼamante di Pinna, lʼamante di Léa la Roseraie, lʼamante di Fred Chinchilla... Ma ciò che solamente la interessava erano per lʼappunto gli occhi di Roré.

Il signore dʼOlonzac le fece una visita breve, compita, elegante; le diede uno strisciante bacio su la mano quasi azzurra ed uscì dalla sala con il suo passo da gatto.

Bluette suonò più volte il campanello per farlo riaccompagnare. Ma lʼimpeccabile maggiordomo era uscito a far compere per la madre Malespano, e fu Linette che lo ricondusse nellʼanticamera.

—Si tu ne vas pas chez notrʼ mère, je te jouerai un sale tour,—gli sibilò, cattiva cattiva.

—Nʼessaye pas, mignonne,—rispose con dolcezza il soddisfatto Roré.

Linette vide sparire dietro lʼuscio il molteplice riflesso della sua bella tuba.

E My Blu pensava:—Lʼimbécile! Il nʼa pas compris que jʼétais dans une de mes journées à béguin! Ces hommes–là, Dieu sait ce quʼils ont dans la caboche! Enfin... essayons toujours cette martingale de Filipescu!

E fece correre la pallina,—che diede, in quel frangente, il numero 27.

Il numero 27—come tutti sanno—è «rouge, impair et passe».


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