Chapter 5

Lʼaveva guardata per la prima volta, così, dal tavolino della sua cena, frammezzo alle chiacchiere di Sanderini ed al cicaleccio di Florina–Bey; lʼaveva guardata in silenzio, con i suoi occhi fermi, come si guarda con un piacere quasi lascivo la rosa rorida, gonfia di pólline, che manda profumo....E dʼimprovviso a lei era sembrato che un lungo bacio dʼamante percorresse la sua viva nudità.In silenzio si era nascosta dietro il velo delle sue lunghe ciglia, quasi per racchiudere in sè stessa, per celare in sè stessa, quellʼinvolontario piacere.Aveva sentito nascere nel suo pudore unʼirresistibile voglia dʼessere sfacciata.Su lʼorlo del bicchiere aveva tentato reprimere la tentazione di parere una femmina.Gli aveva sorriso.Ed ora gli parlava stordita, protesa un poco verso di lui, coinvolta nel suo potere: già sua. Gli parlava senza dirgli nulla, muovendo le parole come gesti della mano che volessero carezzarlo.Similmente, anzi più turbato, forse più irritato, egli parlava con lei. Per dirle cose non ben definite, per chiarire, per nascondere, forse per distruggere tutto quello che sentiva.—Oui, je vous ai vue la première fois au Théâtre Michel; je venais de très loin ce soir–là... Il y avait dans vos mouvements quelque chose que je nʼai jamais puoublier! Et puis, Bluette, certains soirs, la beauté dʼune femme engourdit tout lʼêtre comme une fumée dʼopium. Ce soir–là, vous dansiez des danses lascives, ou bien, que sais–je? cʼétait vous qui étiez lascive... Ma vie est de celles qui nʼadmettent pas la beauté. Jʼai passé à travers mille tempêtes et jʼai vu le soleil se coucher sur tous les océans de la terre... mon cœur est fait pour la distance comme la proue dʼun grand voilier... Mais vous aviez quelque chose de si doux pour moi, et vous étiez si belle, si naïvement belle, si fraîche pour mes yeux, que jʼai senti una espèce dʼénivrement soudain me pénétrer jusquʼà lʼâme... Rien ne pourrait vous expliquer combien ce trouble en moi était absurde! Mais quand vous quittiez la scène, il me semblait que des rideaux noirs étouffaient soudainement la joie dans mon être... Vous avez changé au moins dix costumes ce soir–là, et chacune de vos étoffes me communiquait la joie dʼune caresse, mʼinspirait une volupté différente... Pour désenchantés que nous soyons, il y a toujours une femme qui peut nous rendre, avec sa beauté, notre première jeunesse. Pour moi, vous étiez cette femme. Vous mʼavez plu tellement, que je nʼosais pas chercher à vous connaître. Mais, depuis ce soir, vous êtes devenue ma folie... oui, cʼest le mot. Bluette.... ma véritable folie!...Ellʼascoltava senza sorridere, un poco smorta, come se tutto ciò le facesse profondamente male. Ascoltava con le mani congiunte, premute su la bocca, fissandolo senza batter ciglio. Lo ascoltava maravigliata e ferma, con lʼanima tutta radunata su lʼorlo di quel felice stupore.Poi lasciò cadere le due mani, e disse lentamente, con una specie di vertigine:—Cʼest le premier soir de ma vie où je me sens heureuse dʼêtre belle...E su lʼabito scuro che portava, più azzurri che unʼalba del mese di Maggio, profumati con un profumo di Coty, le stavano bene, quasi presso la spalla, sotto il rovescio dʼun grande collo di zibellino, quei fiori del sole nei campi, quei fiori che andavano sempre insieme con lei, per somigliare quasi al colore deʼ suoi occhi, al colore della sua fragrante anima... i fiordalisi di Mimi Bluette.Allora, su quelle due mani protese verso lui, traverso la tovaglia che brillava, egli posò leggermente una sua mano, e sentì per tutta la persona il fascio dei nervi contrarsi, con un dolore intenso, pieno di gioia, come se avesse per la prima volta sentito nascere il tremore del suo grembo dʼamante, il femminile gaudio che si tradiva dal principio della sua bianca nudità.La mano di Bluette era semplice come il suo spirito, aveva una forma quasi trasparente, portava nel suo colore senza ombra un senso azzurro di verginità. Quelle sottili unghie troppo lucide, troppo rosse, davano alla sua mano quasi unʼespressione di peccato, che ne accresceva lʼinnocenza, come un soverchio belletto messo per celia sul viso dʼun bambina. Quelle mani avevano in sè la tepida gioia bionda dʼun raggio di sole.I braccialetti si rovesciarono sui polsi come catene pesanti; li oppressero, fecero rumore, tacquero. E le due mani rimasero così, ferme, sotto il peso della sua carezza, felici di potersi dare a lui con apparente castità, come avrebbero insieme voluto le sue lunghe braccia seminude, le spalle tepide, il seno dolce che aveva la forma dʼun lungo respiro, e la sua calda bocca umida,e lʼintero suo corpo quasi nudo, in un pensiero dʼinvincibile dedizione.Lʼamava. Era la prima volta che amava. Quasi per miracolo era divenuta un amore. Le pareva una cosa del tutto naturale stare accanto a quel forestiero, lasciarsi carezzare così. Lʼamava dʼimprovviso, per il piacere aspro che le veniva da lui, per la sua faccia calma e stanca, per la sua voce diversa da tutte quelle che udì.Le aveva detto con ebbrezza, come nessuno le aveva detto ancora:—«Depuis ce soir, Bluette, vous êtes devenue ma folie, ma véritable folie...» E questa parola stessa, nel calore della sua voce, pareva chiudere in sè lʼinfinito, le comunicava una specie di paura, un brivido fisico dʼesaltazione spirituale. «Ma folie...»—un breve leggero suono di tre sillabe, che venivano a lei da una bocca sconosciuta, e venivano da lontano, dallʼavventura fortuita che sʼincontra nelle città notturne, chissà, forse dalla tragedia, chissà, forse da un labbro che non le aveva pronunziate ancor mai...Tacquero.La musica dei violini accompagnava una svergognata canzone pederastica dellʼefebo Jean Kiki.Le Americane, inorridite, si premevano i larghi ventagli contro le bocche ridenti. Mon Colonel pizzicava le semi–vergini sedutegli a fianco.—Et alors, Bluette?—Et alors, monsieur Laire?—Si on sʼen allait dʼici?—Où donc?—Nʼimporte.—Allons–y!Ritrasse le mani e chiamò il maggiordomo.—Vite, ma fourrure et lʼaddition, Hector.—Poi soggiunse:—Vous mʼavez servi ce soir un dîner assez illogique.—Oh, Madame!...Il suo dîner costava una bazzecola: 132 franchi—«avec deux louis,—spiegò sottovoce lo scrupoloso Hector—que Monsieur Sanderini me doit depuis quatre semaines. Il mʼa dit de vous demander si cela vous serait égal...»—Oui, ça mʼest égal... Mais, toutefois, dites–lui que je préfère donner moi–même, sans quʼon me tape,—rispose Bluette, avvolgendosi nella pelliccia che le portava il piccolo turco Mohammed.Uscirono insieme, tra i commiati rumorosi di tutta quella onorevole compagnia.—Fi!...—sibilava la Grande Rouquine,—Bluette va faire une sottise!E Limka, tzeco delle Batignolles, strizzando lʼocchio aʼ suoi zingari dalle giubbe scarlatte, suonava con maestrìa, con impeto, le note capziose dellʼantico My Blu.Dopo un centinaio di metri Castillo abbassò un vetro, per dire al meccanico:—Allez au Bois de Boulogne et marchez très doucement.Questi lo guardò come si guardano i clienti esecrabili, poi alzò il bavero della sua casacca e rispose:—Bien, mʼsieu!La neve senza vento cadeva su la città in calme strisceverticali, che sembravano propagare un tremito nella bianchezza dellʼelettricità; si accumulava sui davanzali delle finestre come per chiuderle, costruiva lunghe dighe invarcabili su lʼorlo dei marciapiedi. E lʼautomobile camminava senza urto nel dedalo dei quartieri deserti, per i bianchi anfiteatri delle piazze, andando via, lieve, quasi tacita, su quellʼelemento agevole che i fari avvolgevano dʼun largo alone scialbo nelle zone dʼoscurità.—Monsieur Laire, jʼai presque froid... cette fourrure me glace...Allora egli si mise più vicino a lei, spalla contro spalla, piegando la bocca vicino al suo respiro, quasi per odorarla come un fiore.Intorno ai lumi delle Tuileries la neve ilare turbinava come bianca fuliggine, riddava, simile a sciami di farfalle notturne sul vortice dʼun falò. Le sagome ampie degli edifici incastellavano di bianco la notte invernale; pesanti zattere di nebbia nuotavano su la Senna invisibile; di là, su lʼaltra riva, lunghi rettilinei di globi elettrici assalivano con fatica lʼimmensa remota nuvola. I palazzi di neve, i giardini squallidi, vegliavano la tomba eccelsa del grande Imperatore; lʼArco di Trionfo segnava un limite confuso nella distanza dei Campi Elisei.—Je crois que nous sommes fous, monsieur Laire! A onze heures du soir, au mois de Janvier, faire une promenade au Bois... Quelle idée, nʼest–ce pas, monsieur Laire?La tepidezza dellʼaria interna faceva nascere sui vetri una specie di sottile smeriglio, tutto a fiori di ghiaccio e tortuosi rivoli di gocciole, che si fermavano assiderate.—Est–ce que vous habitez Paris, monsieur Laire?—Presque jamais.—Etes–vous français?—Ma mère était française, moi... je ne suis plus rien.Lʼaria che respiravano era già piena del profumo di Bluette.—Quel est votre hôtel, monsieur Laire?—Jʼai un petit appartement, presque toujours fermé, très vide, là bas, dans le quartier du Luxembourg.—Oh, comme cʼest drôle!—Quʼest–ce qui est drôle, My Blu?—Ce que vous dites...E fuori, traverso lo smeriglio dei vetri, passavano alberi morti sotto il peso bianco dei mantelli di neve. Lontano apparvero le barriere del Bosco.—Vous ne me racontez plus rien, monsieur Laire?—Oui, en effet, je ne vous raconte plus rien... cʼest bête!—Moi je mʼétonne dʼêtre ici... et vous?—Je ne mʼen étonne pas; seulement je pense quʼil vaudrait mieux ne pas y être.—Oh!... je ne suis pas de votre avis, monsieur Laire!—Que voulez–vous, Bluette? Le bonheur est la seule chose à craindre dans la vie. Quant au malheur, quʼimporte?... cʼest ce qui arrive tous les jours... on sʼy fait, on sʼen fiche! Mais aimer ce quʼon aime, voilà un luxe que certains hommes ne devraient pas se permettre.—Vrai? Alors cʼest de la philosophie sans doute, car je nʼy comprends rien. Vous allez peut–être vous imaginerque je suis une femme très facile, mais...—Oh, non, Bluette! Je sais très bien que ce soir... oui, enfin, que ce soir vous êtes peut–être imperceptiblement émue...—Je le suis même très fort... aussi fort que jamais... Cʼest la première fois, je vous lʼaffirme, que Mimi Bluette se promène la nuit avec un inconnu.Egli tacque un attimo, poi disse, mutando voce:—Mais oui, je sais très bien que vous avez un amant, Bluette.—Un amant?... Oui, jʼai un amant. Cela nʼest un mystère pour personne.—Est–ce que vous lʼaimez?—Voilà une question inutile, par exemple!—Est–ce que vous lʼaimez. Bluette?—Mais, pas du tout, monsieur Laire! pas du tout!Egli afferrò involontariamente la sua mano, e tacendo la strinse. Allora ella soggiunse, con una voce affabile:—Quoi quʼil soit un très grand Ministre, à ce quʼil paraît, je puis vous dire, monsieur Laire, que, malgré son talent, il mʼassomme!Si lasciò pesare contro di lui con una turbata pigrizia, e le parve necessario affermare una seconda volta:—Oui, il mʼénerve! Il y a des choses quʼon ne sʼexplique pas.Egli rise con un empito quasi crudele di felicità. Nella penombra della vettura i suoi denti bianchi scintillarono. Lʼavvolse, la circondò, la chiuse nelle sue braccia ruvide. Chinandosi nel cerchio del suo respiro, con ebbrezza la chiamava:—My Blu...—Laire... monsieur Laire...—Je me sens ivre... cʼest une folie qui me hante... Depuis ce soir–là, depuis ce soir de vertige, vos danses voluptueuses ont ensorcelé tout mon être. Je me dis quʼil ne faut pas vous aimer, Bluette, et pourtant je vous aime! Quelle folie!... jʼai besoin de vous... chaque nuit je vous caresse dans mes rêves... quelle folie! Vous êtes pour moi une créature de soleil et de musique... vous êtes ma dernière coupe de Champagne, mon dernier bouquet de roses... quelle folie!...Ella non fece altro che piegare il capo allʼindietro, stordita, come nel momento in cui le vene provano la più forte voluttà; e così rovesciata, supina, con la rossa bocca umida cercava il suo caldo respiro.Ed egli le diceva:—Je suis de ceux auxquels la beauté ne donne pas trop dʼinquiétude; rien au monde ne me paraît aujourdʼhui très sérieux, et même lʼesprit, et même le talent, parfois me découragent ou mʼirritent... Pourtant, lorsque je vous ai vue, Bluette, jʼai senti que vous étiez la beauté, ma beauté, ce qui pour moi sʼappelle vraiment la beauté. Jʼai parcouru toute la terre sans jamais voir de femme qui pour moi fut aussi belle. Que voulez–vous. Bluette?... lorsque mes yeux vous regardent, vous mʼenvoyez du printemps dans lʼâme...Bluette non rispose: alzò le braccia, sperduta, lʼavvolse nel tepore del suo corpo, e lo baciò.Nella grande foresta bianca gli scheletri giganteschi degli alberi sopportavano valanghe di neve; lʼiride lontana dei fari accendeva stelle bianchissime sui ghiaccioli delle fontane.Soltanto la fatica del motore interrompeva lʼassiderato silenzio del Bosco; passavano, come scenarii dʼuna fiabanordica, i laghi pieni di nuvole, gli ippodromi vuoti come steppe, le fattorie chiuse, le cascate immobili, divenute un solo ghiaccio, e pareva che, frammezzo a tanto inverno, mai più non dovesse rinascere la primavera. La primavera del Bosco indimenticabile, odorosa di mammole, di resina e dʼacacie, ove ogni filo dʼerba diventa quasi un fiore, quando, nelle sere di Maggio, in larghi frastagli di serenità il cielo vi scende a profumarsi e il Bosco turgido si gonfia di voluttà primaverile, sopraffacendo la Parigi dorata, su cui lancia in fontane di musica il fiume del suo grande respiro...E questa era poesia.Poesia fortuita, che nasceva dal vizio notturno di una grande metropoli, poesia libera da tutte le falsità, nuda come lʼamore, assurda e semplice comʼè lʼamore.Un uomo ed una donna: due vere anime, due vere lussurie, che andavano in cerca dʼun letto nella Parigi bianca, addormentata.Non avevano altra storia che un sorriso nascosto dietro lʼorlo del bicchiere di Sciampagna.Questa era poesia.Poichè, fra le mille creature che ci passano davanti agli occhi nelle avventure della vita, è sempre una sola, ed è sempre una sconosciuta, quella che al nostro desiderio innamoratamente piace.Quando noi traversiamo una strada, quando i nostri occhi disattenti vagano su la moltitudine, i sensi protesi come una vedetta cercano la donna che il nostro amore ama. Quando si arriva in una città forestiera, quando si entra in una cosa sconosciuta, quando si passa lungo la muraglia dʼun monastero, quando ci si addentra in un quartiere di prostituzione, i sensi protesi come una vedetta cercano la donna che il nostro amore ama. Così nei cimiteri e nei teatri, su le prore dei navigli che partono e dietro le finestre chiuse.Ma non credete allʼamore logico, allʼamore che manca di follìa, nè a quello che osserva nascere i propri germogli come fili dʼerba tenera dalle zolle dʼun seminato.Questo è un fiore di serra calda, perfetto, ma senza profumo.Non credete allʼamore lento, allʼamore casto, allʼamore che si dipana come un gomitolo, che si arruffa come una matassa, che gira intorno a sè medesimo come un topolino intorno alla sua coda.Questo è ciò che i letterati si ostinano a chiamare psicologia.Non credete ai romanzi dʼamore che impiegano trecento pagine per condurre a letto i loro protagonisti, e nemmeno agli scrittori eucaristici che hanno il buon costume di non condurveli mai. Non credete alle donne straordinarie, che si divertono a parer complicate come il teoremadi Pitagora, nè a quelle terribilmente fastidiose che ogni e qualsiasi volta rallentano i loro perfidi ginocchi suppongono di essere diventate una seconda Madame Bovary.Queste certamente son donne cui piace far perdere il tempo.E non credete agli amanti che possiedono teorie su lʼamore nè a quelli che in gelosi diarii vanno registrando le intemperie del proprio spirito come oscillazioni barometriche; non credete allʼamore paziente, allʼamore che resiste, allʼamore che non può innamorarsi in una sera; non credete, vi prego, alle analisi chimiche del sentimento nè alle fredde ipocrisie degli amanti che adoprano lʼideale come una cintura di castità.Poichè tutto questo ha forse una musica, ma veramente non è poesia.Soltanto ciò che la vita fa nascere in voi come una rosa nella primavera e tutto lʼesser naturalmente vi trasmuta in profumo, quando per voi, con voi, turbina di voluttà lʼinfinito, questo, nellʼamore degli uomini, è veramente poesia.Per due giorni e due notti a casa non la videro tornare. Solamente aveva telefonato a Linette:—Si on me demande, Linette, il faudra dire que je suis absente.—Oh!... cʼest vous, Madame?! Allô! Allô! Ecoutez, Madame...—Zut!E la povera Linette, cameriera dalle calze di voilé, si era messa a piangere davanti allʼapparecchio maleducato, che dʼimprovviso taceva.Per due giorni e due notti era stata con lui, perdutamente con lui, nella sua casa nascosta, baciandolo fino ad uccidersi, come si fa quando lʼamore diventa una follìa.Su la neve del mese dʼinverno si era levato nei due pomeriggi un pallido sole.Quella casa era nascosta in una piccola strada, calma, vecchia, di quelle che gli edili ragionevoli vanno cancellando a poco a poco.Si vedeva, lontana, la Colonna di Luglio sorgere dalla piazza della Bastiglia.Ma pranzavan ancora più distante, negli alberghi di barriera, nelle vecchie trattorie di Montrouge e Malakoff.Tornavano a piedi, per lʼombra, di sera, parlandosi piano. Bluette vedeva nei cinematografi splendere a caratteri di fiamma lʼannunzio luminoso del suo nome ilare—Mimi Bluette—od apparire su le muraglie, nei molteplici cartelli dei teatri, la sua fisionomia sorridente fra i mazzi di fiordalisi—Mimi Bluette.Ecco, e lo amava. Era con lui piccina, modesta, umile, come una ragazza del quartiere.Le guardava talvolta con simpatia, queste belle ragazze del quartiere, quando passavano a fianco del loro innamorato, e le pareva di comprenderne la poesia, di amarle con un affetto improvviso, quelle svelte ragazze, umili e ben pettinate, che affrettavano sotto la balza delle gonne dimesse il piede leggero.Mimi Bluette, la rosa delle rose, il fiore dei fiori!... Tutta quella Città immensurabile, quella delirante Città del miracolo aveva pronunziato il suo nome!... Ora, nellʼandarsene al braccio del suo amante, lʼimmenso rumore di Parigi le pareva una musica lontana, e quasi le stringeva il cuore una modesta paura, un umile desiderio di non esser riconosciuta.Mimi Bluette, la ballerina che aveva i più dolci capelli ed il piede più gentile di Francia, Mimi Bluette, la danzatrice che aveva lʼanima e gli occhi azzurri come i suoi fiordalisi, Mimi Bluette, la creatura che pareva nata in un tempo di musica, la forestiera venuta dʼoltrʼalpe con il suo limpido cuore di Transalpina, sentiva improvvisamente la gioia di non essere più nulla, di non guardare in faccia più nessuno, di non amare che lui.Per due giorni e due notti gli diede il suo corpo inesaustamente, lo avviluppò neʼ suoi capelli arruffati, lo strinse nelle sue braccia tenaci, si contorse in lui fino al delirio, con disperata felicità, e le parve che ogni respiro di gioia dovesse lasciare nelle sue fattezze una traccia di perpetuo godimento.Gli diede la sua fragranza rorida e violenta, lo impregnò di sè stessa come un fiore impólvera del suo pólline il tremante cálice che feconda.Gli fece sentire con le labbra, con il grembo e con lʼintera sua bellezza, che una donna veramente innamorata è la più ebbra forza dellʼinfinito.Lo stordì come un veleno soavissimo che accende negli occhi angoli di paradiso.Poi tornò a casa, un mattino che le strade oscillavano davanti aʼ suoi occhi appassiti.Era un mattino freddissimo, limpido, quasi tremolante. La città prendeva un colore di ghiaccio; le forme delle cose, degli uomini, pareva che avessero un contorno di gelo.Quando i suoi specchi familiari la guardarono in faccia, ella si trovò mutata. Povera Bluette, che sonno aveva quel mattino! Comʼera stanca e felice, povera Bluette! Avrebbe dormito fino a sera, nel suo letto grande, poi sarebbe tornata con lui, di nuovo con lui, perdutamente, laggiù, nella strada lontana. Ma un solo pensiero la irritava, quello di dover rispondere a chi le domandasse:—Dove sei stata?Era stata nella felicità, nullʼaltro. E questa era una cosa da non potersi esprimere con parole.Ma Linette, cameriera dalle calze di voilé, non troppo severa, e giovine lei pure, fu la sola che per istinto la capì.Vide i suoi occhi appassiti, e non disse nulla.Vide i suoi abiti sciupati, e non disse nulla.Vide che nel suo corpo stanco era piena di una insolita felicità, e mutamente le sorrise, poichʼella pure, nel suo cuore di ventʼanni, sapeva comprendere la poesia di tornare un mattino, sciupata e bella, dopo due giorni dʼamore.Quando furono entrambe nello spogliatoio, Bluette le mise una mano su la spalla, poi la guardò negli occhi e le disse:—Oh, ma petite Linette, si tu savais comme jʼai été heureuse!...Allora due grosse lacrime caddero dagli occhi di Linette.—Quoi donc? Tu pleures?—Oui, Madame, je pleure... Jʼai été si inquiète à cause de vous! Je ne savais plus que faire. Vous mʼavez répondu: «Zut!»—Cʼest vrai; jʼai dit: «Zut!» parce que je nʼavais pas le temps de mʼexpliquer mieux. Essuie tes yeux, Linette, et déshabille–moi.Stava per incominciare a confidarle il suo secreto, mentre Linette le toglieva e la slacciava le scarpe, quando la bionda Caterina entrò, in vestaglia di lana, spettinata e litigiosa come sono le donne mature prima di sottomettersi al restauro mattutino.—Ah, perdinci! se Dio vuole, eccoti qui!Bluette fece un lungo voluttuoso complicato sbadiglio, al termine del quale disse con naturalezza:—Buongiorno, mammina! Fammi preparare, ti prego, un bel caffelatte con le brioches calde, perchè ho molta fame.—Te le dò io le brioches! Si può sapere dove sei stata in questi giorni?—Sono stata via, mammina, via... via...—Davvero? E adesso, cara, starai fresca!—Io fresca? Perchè?—Ti avverto che Sua Eccellenza è tornata ieri, anziè tornata iermattina. Sarà venuta qui cinque o sei volte per lo meno. E domanda un poʼ a Linette che ira di Dio è stata con quel suo telefono! Sino alle due di notte, mi capisci? Lui, così garbato, aveva perduta la testa e quasi mʼinsolentiva. «Bluette?... Bluette?...» Cosa ne sappiamo noi di Bluette! Insomma voleva perfino chiamare il Capo di Polizia.Bluette si mise a ridere più forte, mentre la cameriera lʼaveva spogliata sino alla camicia.—E ridi anche? Bella insolenza! È una storia che finirà male.—Senti, mammina, fammi portare le brioches! Oppure vámmele a prendere tu, Linette. Ho una fame che muoio.—Già, naturalmente!... quando si fanno le porcherie che fai tu!...—Sei un poʼ matta, cara mammina...—Sì? ti pare?... Adesso, quando verrà Sua Eccellenza, te ne accorgerai.—Quando verrà Sua Eccellenza gli dirai che dormo ed ho bisogno di non essere svegliata.—Eh?... un accidente! Fargli dire che dormi ed hai bisogno...—Sì, di non essere svegliata; fino alle cinque per lo meno; perchè sono stanca, molto stanca, e me nʼinfischio di tutto il Ministero!—Ah, ma se te ne infischi tu, non me ne infischio io, per bacco! Ed a me non accomoda niente affatto che per i tuoi brutti vizi debba andarci di mezzo anche il decoro della casa!—Nientemeno!—Si proprio: il decoro, la situazione ufficiale che occupiamo e la rendita mensile che ti dà. Io non ci voglio perdere per le tue sporcizie, hai capito? E quando verrà Sua Eccellenza mi farai il santo piacere di alzarti súbito, o meglio di riceverlo in letto, spiegandogli con un motivo plausibile questa bella idea di nasconderti per due giorni senza dir niente a nessuno.Mimi, pettinando con un largo pettine i suoi capelli arruffati, si mise dolcemente a cantarellare:«Les mains des femmes,je le proclame,sont des bijouxdont je suis fou!»—Hai capito. Mimi?—seguitava la madre.—Non farmi andare in collera!—...je le proclame...—Ma dove sei stata? Si può sapere dove sei stata?—...dont je suis fou!... oouu!...—Canta, canta! Ma io posso dirti che una scriteriata della tua specie non riuscirà mai a far carriera!Bluette lasciò cadere indietro il grande mazzo deʼ suoi capelli, che le discesero fino alla piegatura delle ginocchia, ed incominciò a togliere dal pettine quelli che sʼera strappati.Allora venne Linette con il vassoio del caffelatte, recando insieme le tepide brioches. Bluette ne rubò una, prima che Linette avesse apparecchiato, e con la bocca piena rideva, guardando sua madre.—Veʼ, che bella ciera!—disse la bionda Caterina.—I sottocchi ti arrivano in bocca e sei lì che mi sembridi ritorno da una messa nera! Voglio vederti allʼetà mia, bambina, se vai avanti di questo passo!—Mi trovi brutta, mammina? Sai cosʼho fatto? Niente... Sono stata, brava brava, in una strada che tu non conosci, in una casa che tu non conosci, con un uomo che tu non conosci... Ma che squisite brioches! Próvale anche tu, mammina.Ella ubbidì. Si mise docilmente a sedere davanti alla sua bella figlia, che divorava le brioches tepide spalmandole di burro. Frattanto Linette, con le sue mani agili, raccoglieva dietro la spalliera della poltrona tutto quel disordine di capelli biondi e leggermente li pettinava.—Tieni, mammina!—Le dette una mezza brioche, lucida, ben preparata.—Non è vero che son buone?—Bella novità! Le brioches sono brioches, il burro è burro, e tu sei una stupida! Cosa cʼè di straordinario nel mangiare quello che mangiamo tutte le mattine?—Eh! dis donc, Linette, fais plus doucement! Ce nʼest pas une raison, parce que jʼai beaucoup de cheveux, pour mʼen arracher des touffes!—Cʼest quʼils sont très embrouillés, Madame!—Te lʼho detto mille volte, Bluette: sii meno civetta e fa la treccia se anche non vai a letto sola. Perchè vi sono certi uomini i quali non sanno muoversi senza mettere i gomiti sui nostri capelli.—Però tu li hai conservati, mammina.—Io non ho mai fatto le sciocchezze che fai tu. Perdere un Ministro per stare qualche ora di più con un amante... è ridicolo!—Diʼ, mammina!... fammi una confidenza, ma propriouna confidenza sincera... Qualʼè lʼuomo del quale sei stata veramente innamorata? quello che ti ha presa, anima e corpo, non appena lʼhai veduto?—Io? Ma che sciocca! Ne ho avuti molti.—No: uno, il più forte... quello che, se ci pensi, tremi ancora.La biondissima Caterina sospirò, chiuse gli occhi per raccapezzarsi, poi divenne seria.—È stato, se vuoi che te lo dica, quel poco di buono al quale ho permesso di diventare tuo padre. Gli volevo tanto bene, che quando sono rimasta incinta di lui non ho avuto nemmeno il coraggio di dirglielo, per non dargli una seccatura, e nemmeno quello di andare da mia sorella, che fa, se ti ricordi, la levatrice.—Ah, sì?...—fece Bluette, guardandola con gli occhi divenuti grandi.—Sì, precisamente. Ma cosa tʼimporta ora di saperlo?—Nulla, mammina. Era una semplice curiosità.In quel momento si udì squillare la scampanellata lunga ed imperiosa con la quale il portinaio soleva distinguere le visite di Sua Eccellenza.La bionda Caterina, impaurita, si rifugiò nella propria camera; Linette, per lo spavento, rimase col pettine affondato nella treccia della sua padrona.—Voyons, Linette, est–ce que tu perds la tête à présent? Passe–moi ma robe de chambre, et file!Subito «Egli» entrò. Aveva una faccia da dittatore accigliato.—Bonjour, «Excellence!» Je vous croyais au Ministère... vous voilà! Cʼest de la chance!—Pas de plaisanteries, Bluette! Je viens pour savoiroù vous avez été ces deux jours et quel était le personnage avec qui vous avez quitté, dimanche soir, à 11 heures, le Bar de la Grande Rouquine.—Tiens! On vous a déjà renseigné? Cʼest parfait!—Jʼattends une réponse, Bluette.—Oui? Et bien, jʼai été avec ce «personnage», évidemment!—Petite coquine!—esclamò il Ministro, andandole presso con aria minacciosa.—Plaît–il?—Vous avez lʼair de vous ficher de moi, si je ne me trompe!—Mais, pas du tout... Jʼai lʼair de vous dire la vérité, puisque vous me posez des questions. Préférez–vous que je vous mente?—Je veux savoir quel est cet homme. Quant au reste... je mʼen moque!—Cela ne vous regarde pas, Monsieur le Ministre. Cʼest quelquʼun, sans doute, qui nʼest pas grossier comme vous lʼêtes.—Hein? vous dites?—Je dis, «Excellence», que je vous prie de me ficher la paix!—Mais... vous plaisantez, jʼespère!—Non, je ne plaisante pas du tout. A partir de ce matin je donne ma démission du Ministère et je rentre dans la vie privée.—Est–ce bien sérieux ce que vous dites?—Forcément... puisque je vous ai trompé. Ce qui serait encore pardonnable, si je nʼavais pas lʼintentionde vous tromper derechef, tous les jours, et même deux fois par jour.—Et cʼest tout ce que vous me dites pour vous justifier?—Cʼest tout...—Ma foi, ce nʼest pas ainsi que je lʼentends!—Tant pis pour vous, «Excellence!» Moi, jʼai tellement sommeil, que jʼen tombe, et je vous serais bien reconnaissante si vous me permettiez de me coucher.—Nous réglerons cette affaire–là, Bluette!—Quand vous voudrez, «Excellence!...»Era un uomo di Stato, non volle insistere, partì.Giorni dʼamore.Solitudine perduta e stupenda in mezzo alla Città piena di strepito, nel potere di questʼuomo, che non sapeva chi fosse; lei, con il suo mazzo di fiordalisi, ma che non era più Bluette.Era una luce fedele su lʼombra della sua via.La neve se ne andò; vennero, per il cielo trasparente,le nuvole azzurre dei mesi di primavera. Gli alberi dei giardini si orlavano al crepuscolo dʼuna trasparenza dʼoro; i vasi della povera gente mettevano già qualche fiore sui davanzali dei quarti piani, sotto le grondaie. Nel fiume che traversa la metropoli, ogni tanto, unʼondata quasi azzurra passava; i frettolosi battelli, sotto i ponti, correvano con ilarità. Le più belle ragazze dʼogni quartiere andavano per istrada con il collo nudo.E così fu primavera.Su la Città grande, rumorosa, che le aveva data la gloria, il suo nome di etera giovine tramontò.Non la videro più i teatri splendere alle ribalte, sui tappeti sparsi di fiordalisi, ove la danzatrice inimitabile danzava.Non la videro più le strade consuete, gli ippodromi fioriti nei giorni di primavera, i viali mattutini del Bosco, i ritrovi pomeridiani che si affollano verso lʼora del tè.Scomparve dalle case di mode, ove i più rari gioielli dellʼingegno parigino a lei gelosamente serbavano i maestri dʼeleganze; scomparve dalle sale degli spettacoli notturni, ove il suo giungere sollevava ondate dʼallegria, battaglie di fiori, e, sui trillanti violini, le cadenze dellʼantico My Blu.Nulla riuscì a vincere la sua volontaria solitudine; sparì comʼera venuta, simile ad un raggio di sole. Sparì come i fiori cadono dal maturo albero, in una sola notte, lasciando ancora nellʼaria il loro inestinguibile profumo.Questa creatura limpida, chʼera stata così bella da innamorare una città, seppe divenir bella per un amante solo. Per lui sentì che ogni donna, quando sʼinnamora,dissuggella e perde veramente la sua più nascosta verginità.Era stata una femmina di gioia, splendida e libera, che si dava con la fredda passione, con la fredda mimica delle sue danze; qualchevolta si dava con una specie dʼinebbriata illusione, quasi ubbidendo alla prepotenza della sua gioventù. Ma ora, dʼimprovviso, dopo tanti anni di vizio, conosceva il pudore.Sì, conosceva il pudore. Voleva mettere un velo sopra il suo corpo divino, che i talami ed i teatri avevano posseduto.Ed era piena di malinconia quandʼegli le diceva una parola che potesse alludere al suo passato. Poichè lʼuomo non riesce mai a comprendere questo rinverginire dellʼanima, che forse rappresenta la più vera e forse lʼunica purità.Era piena dʼirritazione quando, in un modo qualsiasi, nei loro discorsi ripassava la storia di Mimi Bluette.Non era mai stata fanciulla, ora lo diventava. Ora capiva perfettamente il velo bianco delle spose che sʼinginocchiano davanti allʼaltare. Sopra lo splendore deʼ suoi capelli biondi non avrebbe voluto portare il peso di quella bianca trasparenza; nondimeno la intendeva come una poesia, come un candore di quel sentimento che aveva incominciato a nascere anche nellʼanima sua.Dopo aver avuto aʼ suoi piedi la Città più temibile, ora le piaceva immensamente rendersi una piccola schiava. Nascondersi le piaceva, trafugare agli occhi della gente la sua timida felicità, perdersi nella moltitudine sconosciuta, ove non si levasse neppure un bisbiglio dietro il solco di profumo che lasciava, passando, Mimi Bluette.Il suo corpo, nel danzare, nel muoversi, aveva rappresentato il piacere, aveva comunicata la voluttà, per gli occhi, ai molteplici amori che lʼinseguivano; era stata paganamente la bellezza, la rea ma sacra nudità ove ogni desiderio può attingere; il suo corpo era stato quasi una viva opera dʼarte, una fugace gloria della Città voluttuosa;—ed ecco, ella pensava che non avrebbe danzato mai più, che non avrebbe sentito mai più salire dalle platee tumultuose il torbido impudico bacio della folla, che inebbria ed esaspera, il bacio tentacolare della moltitudine, che avviluppa ed esaurisce...I fiordalisi di Mimi Bluette ritornavano ad essere quel che sono:—fiori di semplicità, nascosti nel grano.Ed ella non sapeva nemmeno chi fosse questʼuomo. Glielʼaveva regalato la terribile Città splendente, in una sera dʼebbrezza e di musica. Le sue braccia lo avevano serrato con impeto, senza domandargli: «Chi sei?»Chi era? Nulla, quasi nulla; una cosa davvero indefinibile, davvero semplice: lʼamore.Parigi le aveva data la sua vera bellezza, Parigi le aveva insegnato a danzare, le aveva prodigate ricchezze,lʼaveva immersa come un limpido calice nella sua grande fontana di piacere; Parigi le aveva naturalmente regalata lʼapoteosi, ed ora naturalmente le infliggeva lʼamore.Le città stupende non regalano mai nulla per nulla; neanche agli imperatori.Questʼuomo aveva traversato il mondo, portava nel suo cuore di errante la polvere di tutte le strade. Per la terra piena di miracoli aveva trascinato alla ventura la sua nomade anima pesante.Chi fosse questʼuomo, nessuno in verità sapeva. Egli medesimo forse non se ne rammentava più. Aveva perduta la sua patria e perdute quelle indefinibili apparenze che rendono gli uomini somiglianti alla terra ove son nati. La marea di tutti i mari gli aveva pietrificata unʼonda nel cuore; il sole aveva brillato neʼ suoi occhi fermi con il colore di tutti gli arcobaleni.Era stanco; aveva unʼoscura coscienza dʼessere giunto al termine del suo cammino. In lui si vedeva il tramonto dellʼanima, come nella conca dʼuna fontana si vede sorgere lʼoscurità.Era venuto a lei traverso una vita forse tragica, forse ambigua, forse irritata; questʼuomo portava in sè qualche secreto, che nemmeno lʼamore avrebbe saputo vincere.Su lui correvano molte confuse dicerie; poichè, dovunque passi, lʼuomo non può venir meno allʼobbligo di sopportare una definizione. Anche intorno allo straniero, vʼè un prossimo vigilante che ha bisogno di conoscere la sua storia. Se un uomo non ha storia, o non vuol dirla, questo prossimo lʼinventa. Si raccontava di lui che fosse un avventuriero ed un esiliato; che unadonna tragica lo avesse anni addietro coinvolto in un processo clamoroso. La grande folla parigina, che pure non dimentica nessuno, si ricordava di averlo veduto altre volte apparire, sparire, nei burrascosi dedali della sua vita.Ma era fra quegli uomini che hanno per contorno lʼombra.Era passato di là, per quelle strade, con una donna straordinariamente bella, più incognita e più misteriosa di lui; forse una sorella od una complice, forse una vittima, una padrona od unʼamante. Si era detto pure che egli fosse una spia politica, un agente secreto di comitati rivoluzionari; si era detto persino che fosse un ufficiale di palazzo perseguitato da imperiali gelosie. Di voce in voce, gli avevano fatto esercitare tutte quelle professioni che non è lecito inscrivere sul proprio biglietto da visita.Egli forse nulla era di tutto ciò. Solamente veniva da lontano. Questa lontananza era in lui, contenuta neʼ suoi movimenti, espressa nel colore deʼ suoi occhi, ferma nelle risonanze della sua voce.Veniva da tutto ciò che nel mondo si chiama: «lontano».Era un disperso dalla grande moltitudine che si affolla intorno alle società costituite, un esule dai sentimenti che sono la storia di tutti, uno stanco e taciturno avventuriero, che portava in sè, come sola memoria, la polvere del grande cammino.Forse aveva una casa in qualche terra lontana, ed una sua donna paziente, che ogni sera lʼaspettava in qualche lontana città.Forse, nelle sere profonde, piangeva egli pure di rimorso e di malinconia, pensando alla distanza invarcabile che lo separava dalla sua vita.Era un uomo bellissimo, arido, rapido, forte. Nella sua faccia vigile si vedeva che una volta cʼera stata la serenità. Ora il sorriso non trovava più le sue pieghe fra i lineamenti restii, e, nascendo, pareva li forzasse ad una insolita fatica. La sua vita era modesta, quasi povera, con improvvise liberalità. Non giudicava mai di nulla, non diceva mai: «Questo è bene, questo è male»;—invece parlava dʼogni cosa come uno spettatore freddo e stanco. Si capiva che in lui cʼera una specie di collera contenuta, una specie di opaco dolore, dʼimmobile ribellione, che non lo tormentava neanche più.La sola cosa che paresse ridargli unʼanima, era veramente Bluette. Forse le aveva detto la verità, quella prima sera, dicendole: «... vous êtes ma dernière coupe de Champagne, mon dernier bouquet de roses... quelle folie!...»Che follìa veramente, questa bella creatura giovine, profumata, inebbriante, nel suo cuore terribile di uomo che non aveva più strada... Che follìa veramente, per lui e per lei, questo amore che li stringeva in una specie di funesta gioia, di torbida e paurosa felicità, come se andassero insieme verso il gorgo e la vertigine di un pericolo distante...Qualchevolta, nellʼudirlo parlare, con la sua voce sonora e profonda, egli dava quasi lʼimpressione di un uomo che avesse legata in un sacco la propria anima e andasse in cerca di offrirla per due quattrini al primorigattiere della contrada. Era forse un tale che aveva ben valutato il senso della parola:—vivere.Perciò era un uomo perduto.Quando per gli altri, da ogni fossa e da ogni letamaio nascevano aurore, per lui, su la terra infinita, su le infinite illusioni degli uomini, era tramontata per sempre, per sempre, la poesia.Parlava di solito con una quieta e fredda ilarità; guardava gli uomini senzʼamarli, senza odiarli; ascoltava con indulgenza le loro enormi tragedie futili, perdonava senza bontà i loro miserabili peccati. Forse non aveva più voglia nemmeno dʼavere ingegno, e considerava come un dannoso gioco di pazienza lʼenorme fatica mentale che gli uomini spendono per dare un senso importante a questa vita che non ne ha.Chissà dove, chissà quando, aveva ricevuto in pieno cuore dagli uomini, o dalla fortuita bufera degli avvenimenti, un urto brutale come una stilettata; e poi sʼera messo a camminare, a camminare per la terra grande, nascosto in una equivoca ombra, in un ambiguo mistero che incuriosiva la gente.Vide, nellʼaria densa dei crepuscoli, quando le città stupende sʼinnalzano come isole dellʼinfinito, le vaporiere avvolte di nuvole cacciarsi urlando sotto le tettoie fuligginose delle stazioni; vide, nei limpidi mattini, quando la terra che sta per avvicinarsi al navigante non è che una striscia di fumo nel tremolìo del sole, dʼimprovviso il porto risplendere sotto la montagna trasparente, la terra venire incontro alla prua come unʼapoteosi dellʼinfinito.E vide nascere i fiumi, i tumultuosi fiumi barbari, cherimbalzano giù dal granito inaccessibile, gonfi del lontano estuario; e vide le gigantesche alpi correre sui continenti come ondate di macigno, poi, lentamente, a poco a poco, estenuando la loro forza ciclopica, digradare in vaste zone montuose, abitate dagli alberi, abitate dagli uomini, e pigre adagiarsi quasi dormendo su la terra incollinata, ove crescono messi fiammeggianti e lʼuna dietro lʼaltra sʼinseguono, sul pendìo dellʼalpe caduta, le città vittoriose...Veniva da tutto ciò che nel mondo ha nome: «lontano».Come il navigatore dʼoceani, portava nellʼanima piena di spazio lʼamore della stella più lontana.Era un uomo dappertutto in esilio, un nomade che non aveva più strada.

Lʼaveva guardata per la prima volta, così, dal tavolino della sua cena, frammezzo alle chiacchiere di Sanderini ed al cicaleccio di Florina–Bey; lʼaveva guardata in silenzio, con i suoi occhi fermi, come si guarda con un piacere quasi lascivo la rosa rorida, gonfia di pólline, che manda profumo....

E dʼimprovviso a lei era sembrato che un lungo bacio dʼamante percorresse la sua viva nudità.

In silenzio si era nascosta dietro il velo delle sue lunghe ciglia, quasi per racchiudere in sè stessa, per celare in sè stessa, quellʼinvolontario piacere.

Aveva sentito nascere nel suo pudore unʼirresistibile voglia dʼessere sfacciata.

Su lʼorlo del bicchiere aveva tentato reprimere la tentazione di parere una femmina.

Gli aveva sorriso.

Ed ora gli parlava stordita, protesa un poco verso di lui, coinvolta nel suo potere: già sua. Gli parlava senza dirgli nulla, muovendo le parole come gesti della mano che volessero carezzarlo.

Similmente, anzi più turbato, forse più irritato, egli parlava con lei. Per dirle cose non ben definite, per chiarire, per nascondere, forse per distruggere tutto quello che sentiva.

—Oui, je vous ai vue la première fois au Théâtre Michel; je venais de très loin ce soir–là... Il y avait dans vos mouvements quelque chose que je nʼai jamais puoublier! Et puis, Bluette, certains soirs, la beauté dʼune femme engourdit tout lʼêtre comme une fumée dʼopium. Ce soir–là, vous dansiez des danses lascives, ou bien, que sais–je? cʼétait vous qui étiez lascive... Ma vie est de celles qui nʼadmettent pas la beauté. Jʼai passé à travers mille tempêtes et jʼai vu le soleil se coucher sur tous les océans de la terre... mon cœur est fait pour la distance comme la proue dʼun grand voilier... Mais vous aviez quelque chose de si doux pour moi, et vous étiez si belle, si naïvement belle, si fraîche pour mes yeux, que jʼai senti una espèce dʼénivrement soudain me pénétrer jusquʼà lʼâme... Rien ne pourrait vous expliquer combien ce trouble en moi était absurde! Mais quand vous quittiez la scène, il me semblait que des rideaux noirs étouffaient soudainement la joie dans mon être... Vous avez changé au moins dix costumes ce soir–là, et chacune de vos étoffes me communiquait la joie dʼune caresse, mʼinspirait une volupté différente... Pour désenchantés que nous soyons, il y a toujours une femme qui peut nous rendre, avec sa beauté, notre première jeunesse. Pour moi, vous étiez cette femme. Vous mʼavez plu tellement, que je nʼosais pas chercher à vous connaître. Mais, depuis ce soir, vous êtes devenue ma folie... oui, cʼest le mot. Bluette.... ma véritable folie!...

Ellʼascoltava senza sorridere, un poco smorta, come se tutto ciò le facesse profondamente male. Ascoltava con le mani congiunte, premute su la bocca, fissandolo senza batter ciglio. Lo ascoltava maravigliata e ferma, con lʼanima tutta radunata su lʼorlo di quel felice stupore.

Poi lasciò cadere le due mani, e disse lentamente, con una specie di vertigine:

—Cʼest le premier soir de ma vie où je me sens heureuse dʼêtre belle...

E su lʼabito scuro che portava, più azzurri che unʼalba del mese di Maggio, profumati con un profumo di Coty, le stavano bene, quasi presso la spalla, sotto il rovescio dʼun grande collo di zibellino, quei fiori del sole nei campi, quei fiori che andavano sempre insieme con lei, per somigliare quasi al colore deʼ suoi occhi, al colore della sua fragrante anima... i fiordalisi di Mimi Bluette.

Allora, su quelle due mani protese verso lui, traverso la tovaglia che brillava, egli posò leggermente una sua mano, e sentì per tutta la persona il fascio dei nervi contrarsi, con un dolore intenso, pieno di gioia, come se avesse per la prima volta sentito nascere il tremore del suo grembo dʼamante, il femminile gaudio che si tradiva dal principio della sua bianca nudità.

La mano di Bluette era semplice come il suo spirito, aveva una forma quasi trasparente, portava nel suo colore senza ombra un senso azzurro di verginità. Quelle sottili unghie troppo lucide, troppo rosse, davano alla sua mano quasi unʼespressione di peccato, che ne accresceva lʼinnocenza, come un soverchio belletto messo per celia sul viso dʼun bambina. Quelle mani avevano in sè la tepida gioia bionda dʼun raggio di sole.

I braccialetti si rovesciarono sui polsi come catene pesanti; li oppressero, fecero rumore, tacquero. E le due mani rimasero così, ferme, sotto il peso della sua carezza, felici di potersi dare a lui con apparente castità, come avrebbero insieme voluto le sue lunghe braccia seminude, le spalle tepide, il seno dolce che aveva la forma dʼun lungo respiro, e la sua calda bocca umida,e lʼintero suo corpo quasi nudo, in un pensiero dʼinvincibile dedizione.

Lʼamava. Era la prima volta che amava. Quasi per miracolo era divenuta un amore. Le pareva una cosa del tutto naturale stare accanto a quel forestiero, lasciarsi carezzare così. Lʼamava dʼimprovviso, per il piacere aspro che le veniva da lui, per la sua faccia calma e stanca, per la sua voce diversa da tutte quelle che udì.

Le aveva detto con ebbrezza, come nessuno le aveva detto ancora:—«Depuis ce soir, Bluette, vous êtes devenue ma folie, ma véritable folie...» E questa parola stessa, nel calore della sua voce, pareva chiudere in sè lʼinfinito, le comunicava una specie di paura, un brivido fisico dʼesaltazione spirituale. «Ma folie...»—un breve leggero suono di tre sillabe, che venivano a lei da una bocca sconosciuta, e venivano da lontano, dallʼavventura fortuita che sʼincontra nelle città notturne, chissà, forse dalla tragedia, chissà, forse da un labbro che non le aveva pronunziate ancor mai...

Tacquero.

La musica dei violini accompagnava una svergognata canzone pederastica dellʼefebo Jean Kiki.

Le Americane, inorridite, si premevano i larghi ventagli contro le bocche ridenti. Mon Colonel pizzicava le semi–vergini sedutegli a fianco.

—Et alors, Bluette?

—Et alors, monsieur Laire?

—Si on sʼen allait dʼici?

—Où donc?

—Nʼimporte.

—Allons–y!

Ritrasse le mani e chiamò il maggiordomo.

—Vite, ma fourrure et lʼaddition, Hector.—Poi soggiunse:—Vous mʼavez servi ce soir un dîner assez illogique.

—Oh, Madame!...

Il suo dîner costava una bazzecola: 132 franchi—«avec deux louis,—spiegò sottovoce lo scrupoloso Hector—que Monsieur Sanderini me doit depuis quatre semaines. Il mʼa dit de vous demander si cela vous serait égal...»

—Oui, ça mʼest égal... Mais, toutefois, dites–lui que je préfère donner moi–même, sans quʼon me tape,—rispose Bluette, avvolgendosi nella pelliccia che le portava il piccolo turco Mohammed.

Uscirono insieme, tra i commiati rumorosi di tutta quella onorevole compagnia.

—Fi!...—sibilava la Grande Rouquine,—Bluette va faire une sottise!

E Limka, tzeco delle Batignolles, strizzando lʼocchio aʼ suoi zingari dalle giubbe scarlatte, suonava con maestrìa, con impeto, le note capziose dellʼantico My Blu.

Dopo un centinaio di metri Castillo abbassò un vetro, per dire al meccanico:

—Allez au Bois de Boulogne et marchez très doucement.

Questi lo guardò come si guardano i clienti esecrabili, poi alzò il bavero della sua casacca e rispose:

—Bien, mʼsieu!

La neve senza vento cadeva su la città in calme strisceverticali, che sembravano propagare un tremito nella bianchezza dellʼelettricità; si accumulava sui davanzali delle finestre come per chiuderle, costruiva lunghe dighe invarcabili su lʼorlo dei marciapiedi. E lʼautomobile camminava senza urto nel dedalo dei quartieri deserti, per i bianchi anfiteatri delle piazze, andando via, lieve, quasi tacita, su quellʼelemento agevole che i fari avvolgevano dʼun largo alone scialbo nelle zone dʼoscurità.

—Monsieur Laire, jʼai presque froid... cette fourrure me glace...

Allora egli si mise più vicino a lei, spalla contro spalla, piegando la bocca vicino al suo respiro, quasi per odorarla come un fiore.

Intorno ai lumi delle Tuileries la neve ilare turbinava come bianca fuliggine, riddava, simile a sciami di farfalle notturne sul vortice dʼun falò. Le sagome ampie degli edifici incastellavano di bianco la notte invernale; pesanti zattere di nebbia nuotavano su la Senna invisibile; di là, su lʼaltra riva, lunghi rettilinei di globi elettrici assalivano con fatica lʼimmensa remota nuvola. I palazzi di neve, i giardini squallidi, vegliavano la tomba eccelsa del grande Imperatore; lʼArco di Trionfo segnava un limite confuso nella distanza dei Campi Elisei.

—Je crois que nous sommes fous, monsieur Laire! A onze heures du soir, au mois de Janvier, faire une promenade au Bois... Quelle idée, nʼest–ce pas, monsieur Laire?

La tepidezza dellʼaria interna faceva nascere sui vetri una specie di sottile smeriglio, tutto a fiori di ghiaccio e tortuosi rivoli di gocciole, che si fermavano assiderate.

—Est–ce que vous habitez Paris, monsieur Laire?

—Presque jamais.

—Etes–vous français?

—Ma mère était française, moi... je ne suis plus rien.

Lʼaria che respiravano era già piena del profumo di Bluette.

—Quel est votre hôtel, monsieur Laire?

—Jʼai un petit appartement, presque toujours fermé, très vide, là bas, dans le quartier du Luxembourg.

—Oh, comme cʼest drôle!

—Quʼest–ce qui est drôle, My Blu?

—Ce que vous dites...

E fuori, traverso lo smeriglio dei vetri, passavano alberi morti sotto il peso bianco dei mantelli di neve. Lontano apparvero le barriere del Bosco.

—Vous ne me racontez plus rien, monsieur Laire?

—Oui, en effet, je ne vous raconte plus rien... cʼest bête!

—Moi je mʼétonne dʼêtre ici... et vous?

—Je ne mʼen étonne pas; seulement je pense quʼil vaudrait mieux ne pas y être.

—Oh!... je ne suis pas de votre avis, monsieur Laire!

—Que voulez–vous, Bluette? Le bonheur est la seule chose à craindre dans la vie. Quant au malheur, quʼimporte?... cʼest ce qui arrive tous les jours... on sʼy fait, on sʼen fiche! Mais aimer ce quʼon aime, voilà un luxe que certains hommes ne devraient pas se permettre.

—Vrai? Alors cʼest de la philosophie sans doute, car je nʼy comprends rien. Vous allez peut–être vous imaginerque je suis une femme très facile, mais...

—Oh, non, Bluette! Je sais très bien que ce soir... oui, enfin, que ce soir vous êtes peut–être imperceptiblement émue...

—Je le suis même très fort... aussi fort que jamais... Cʼest la première fois, je vous lʼaffirme, que Mimi Bluette se promène la nuit avec un inconnu.

Egli tacque un attimo, poi disse, mutando voce:

—Mais oui, je sais très bien que vous avez un amant, Bluette.

—Un amant?... Oui, jʼai un amant. Cela nʼest un mystère pour personne.

—Est–ce que vous lʼaimez?

—Voilà une question inutile, par exemple!

—Est–ce que vous lʼaimez. Bluette?

—Mais, pas du tout, monsieur Laire! pas du tout!

Egli afferrò involontariamente la sua mano, e tacendo la strinse. Allora ella soggiunse, con una voce affabile:

—Quoi quʼil soit un très grand Ministre, à ce quʼil paraît, je puis vous dire, monsieur Laire, que, malgré son talent, il mʼassomme!

Si lasciò pesare contro di lui con una turbata pigrizia, e le parve necessario affermare una seconda volta:

—Oui, il mʼénerve! Il y a des choses quʼon ne sʼexplique pas.

Egli rise con un empito quasi crudele di felicità. Nella penombra della vettura i suoi denti bianchi scintillarono. Lʼavvolse, la circondò, la chiuse nelle sue braccia ruvide. Chinandosi nel cerchio del suo respiro, con ebbrezza la chiamava:—My Blu...

—Laire... monsieur Laire...

—Je me sens ivre... cʼest une folie qui me hante... Depuis ce soir–là, depuis ce soir de vertige, vos danses voluptueuses ont ensorcelé tout mon être. Je me dis quʼil ne faut pas vous aimer, Bluette, et pourtant je vous aime! Quelle folie!... jʼai besoin de vous... chaque nuit je vous caresse dans mes rêves... quelle folie! Vous êtes pour moi une créature de soleil et de musique... vous êtes ma dernière coupe de Champagne, mon dernier bouquet de roses... quelle folie!...

Ella non fece altro che piegare il capo allʼindietro, stordita, come nel momento in cui le vene provano la più forte voluttà; e così rovesciata, supina, con la rossa bocca umida cercava il suo caldo respiro.

Ed egli le diceva:

—Je suis de ceux auxquels la beauté ne donne pas trop dʼinquiétude; rien au monde ne me paraît aujourdʼhui très sérieux, et même lʼesprit, et même le talent, parfois me découragent ou mʼirritent... Pourtant, lorsque je vous ai vue, Bluette, jʼai senti que vous étiez la beauté, ma beauté, ce qui pour moi sʼappelle vraiment la beauté. Jʼai parcouru toute la terre sans jamais voir de femme qui pour moi fut aussi belle. Que voulez–vous. Bluette?... lorsque mes yeux vous regardent, vous mʼenvoyez du printemps dans lʼâme...

Bluette non rispose: alzò le braccia, sperduta, lʼavvolse nel tepore del suo corpo, e lo baciò.

Nella grande foresta bianca gli scheletri giganteschi degli alberi sopportavano valanghe di neve; lʼiride lontana dei fari accendeva stelle bianchissime sui ghiaccioli delle fontane.

Soltanto la fatica del motore interrompeva lʼassiderato silenzio del Bosco; passavano, come scenarii dʼuna fiabanordica, i laghi pieni di nuvole, gli ippodromi vuoti come steppe, le fattorie chiuse, le cascate immobili, divenute un solo ghiaccio, e pareva che, frammezzo a tanto inverno, mai più non dovesse rinascere la primavera. La primavera del Bosco indimenticabile, odorosa di mammole, di resina e dʼacacie, ove ogni filo dʼerba diventa quasi un fiore, quando, nelle sere di Maggio, in larghi frastagli di serenità il cielo vi scende a profumarsi e il Bosco turgido si gonfia di voluttà primaverile, sopraffacendo la Parigi dorata, su cui lancia in fontane di musica il fiume del suo grande respiro...

E questa era poesia.

Poesia fortuita, che nasceva dal vizio notturno di una grande metropoli, poesia libera da tutte le falsità, nuda come lʼamore, assurda e semplice comʼè lʼamore.

Un uomo ed una donna: due vere anime, due vere lussurie, che andavano in cerca dʼun letto nella Parigi bianca, addormentata.

Non avevano altra storia che un sorriso nascosto dietro lʼorlo del bicchiere di Sciampagna.

Questa era poesia.

Poichè, fra le mille creature che ci passano davanti agli occhi nelle avventure della vita, è sempre una sola, ed è sempre una sconosciuta, quella che al nostro desiderio innamoratamente piace.

Quando noi traversiamo una strada, quando i nostri occhi disattenti vagano su la moltitudine, i sensi protesi come una vedetta cercano la donna che il nostro amore ama. Quando si arriva in una città forestiera, quando si entra in una cosa sconosciuta, quando si passa lungo la muraglia dʼun monastero, quando ci si addentra in un quartiere di prostituzione, i sensi protesi come una vedetta cercano la donna che il nostro amore ama. Così nei cimiteri e nei teatri, su le prore dei navigli che partono e dietro le finestre chiuse.

Ma non credete allʼamore logico, allʼamore che manca di follìa, nè a quello che osserva nascere i propri germogli come fili dʼerba tenera dalle zolle dʼun seminato.

Questo è un fiore di serra calda, perfetto, ma senza profumo.

Non credete allʼamore lento, allʼamore casto, allʼamore che si dipana come un gomitolo, che si arruffa come una matassa, che gira intorno a sè medesimo come un topolino intorno alla sua coda.

Questo è ciò che i letterati si ostinano a chiamare psicologia.

Non credete ai romanzi dʼamore che impiegano trecento pagine per condurre a letto i loro protagonisti, e nemmeno agli scrittori eucaristici che hanno il buon costume di non condurveli mai. Non credete alle donne straordinarie, che si divertono a parer complicate come il teoremadi Pitagora, nè a quelle terribilmente fastidiose che ogni e qualsiasi volta rallentano i loro perfidi ginocchi suppongono di essere diventate una seconda Madame Bovary.

Queste certamente son donne cui piace far perdere il tempo.

E non credete agli amanti che possiedono teorie su lʼamore nè a quelli che in gelosi diarii vanno registrando le intemperie del proprio spirito come oscillazioni barometriche; non credete allʼamore paziente, allʼamore che resiste, allʼamore che non può innamorarsi in una sera; non credete, vi prego, alle analisi chimiche del sentimento nè alle fredde ipocrisie degli amanti che adoprano lʼideale come una cintura di castità.

Poichè tutto questo ha forse una musica, ma veramente non è poesia.

Soltanto ciò che la vita fa nascere in voi come una rosa nella primavera e tutto lʼesser naturalmente vi trasmuta in profumo, quando per voi, con voi, turbina di voluttà lʼinfinito, questo, nellʼamore degli uomini, è veramente poesia.

Per due giorni e due notti a casa non la videro tornare. Solamente aveva telefonato a Linette:

—Si on me demande, Linette, il faudra dire que je suis absente.

—Oh!... cʼest vous, Madame?! Allô! Allô! Ecoutez, Madame...

—Zut!

E la povera Linette, cameriera dalle calze di voilé, si era messa a piangere davanti allʼapparecchio maleducato, che dʼimprovviso taceva.

Per due giorni e due notti era stata con lui, perdutamente con lui, nella sua casa nascosta, baciandolo fino ad uccidersi, come si fa quando lʼamore diventa una follìa.

Su la neve del mese dʼinverno si era levato nei due pomeriggi un pallido sole.

Quella casa era nascosta in una piccola strada, calma, vecchia, di quelle che gli edili ragionevoli vanno cancellando a poco a poco.

Si vedeva, lontana, la Colonna di Luglio sorgere dalla piazza della Bastiglia.

Ma pranzavan ancora più distante, negli alberghi di barriera, nelle vecchie trattorie di Montrouge e Malakoff.

Tornavano a piedi, per lʼombra, di sera, parlandosi piano. Bluette vedeva nei cinematografi splendere a caratteri di fiamma lʼannunzio luminoso del suo nome ilare—Mimi Bluette—od apparire su le muraglie, nei molteplici cartelli dei teatri, la sua fisionomia sorridente fra i mazzi di fiordalisi—Mimi Bluette.

Ecco, e lo amava. Era con lui piccina, modesta, umile, come una ragazza del quartiere.

Le guardava talvolta con simpatia, queste belle ragazze del quartiere, quando passavano a fianco del loro innamorato, e le pareva di comprenderne la poesia, di amarle con un affetto improvviso, quelle svelte ragazze, umili e ben pettinate, che affrettavano sotto la balza delle gonne dimesse il piede leggero.

Mimi Bluette, la rosa delle rose, il fiore dei fiori!... Tutta quella Città immensurabile, quella delirante Città del miracolo aveva pronunziato il suo nome!... Ora, nellʼandarsene al braccio del suo amante, lʼimmenso rumore di Parigi le pareva una musica lontana, e quasi le stringeva il cuore una modesta paura, un umile desiderio di non esser riconosciuta.

Mimi Bluette, la ballerina che aveva i più dolci capelli ed il piede più gentile di Francia, Mimi Bluette, la danzatrice che aveva lʼanima e gli occhi azzurri come i suoi fiordalisi, Mimi Bluette, la creatura che pareva nata in un tempo di musica, la forestiera venuta dʼoltrʼalpe con il suo limpido cuore di Transalpina, sentiva improvvisamente la gioia di non essere più nulla, di non guardare in faccia più nessuno, di non amare che lui.

Per due giorni e due notti gli diede il suo corpo inesaustamente, lo avviluppò neʼ suoi capelli arruffati, lo strinse nelle sue braccia tenaci, si contorse in lui fino al delirio, con disperata felicità, e le parve che ogni respiro di gioia dovesse lasciare nelle sue fattezze una traccia di perpetuo godimento.

Gli diede la sua fragranza rorida e violenta, lo impregnò di sè stessa come un fiore impólvera del suo pólline il tremante cálice che feconda.

Gli fece sentire con le labbra, con il grembo e con lʼintera sua bellezza, che una donna veramente innamorata è la più ebbra forza dellʼinfinito.

Lo stordì come un veleno soavissimo che accende negli occhi angoli di paradiso.

Poi tornò a casa, un mattino che le strade oscillavano davanti aʼ suoi occhi appassiti.

Era un mattino freddissimo, limpido, quasi tremolante. La città prendeva un colore di ghiaccio; le forme delle cose, degli uomini, pareva che avessero un contorno di gelo.

Quando i suoi specchi familiari la guardarono in faccia, ella si trovò mutata. Povera Bluette, che sonno aveva quel mattino! Comʼera stanca e felice, povera Bluette! Avrebbe dormito fino a sera, nel suo letto grande, poi sarebbe tornata con lui, di nuovo con lui, perdutamente, laggiù, nella strada lontana. Ma un solo pensiero la irritava, quello di dover rispondere a chi le domandasse:—Dove sei stata?

Era stata nella felicità, nullʼaltro. E questa era una cosa da non potersi esprimere con parole.

Ma Linette, cameriera dalle calze di voilé, non troppo severa, e giovine lei pure, fu la sola che per istinto la capì.

Vide i suoi occhi appassiti, e non disse nulla.

Vide i suoi abiti sciupati, e non disse nulla.

Vide che nel suo corpo stanco era piena di una insolita felicità, e mutamente le sorrise, poichʼella pure, nel suo cuore di ventʼanni, sapeva comprendere la poesia di tornare un mattino, sciupata e bella, dopo due giorni dʼamore.

Quando furono entrambe nello spogliatoio, Bluette le mise una mano su la spalla, poi la guardò negli occhi e le disse:

—Oh, ma petite Linette, si tu savais comme jʼai été heureuse!...

Allora due grosse lacrime caddero dagli occhi di Linette.

—Quoi donc? Tu pleures?

—Oui, Madame, je pleure... Jʼai été si inquiète à cause de vous! Je ne savais plus que faire. Vous mʼavez répondu: «Zut!»

—Cʼest vrai; jʼai dit: «Zut!» parce que je nʼavais pas le temps de mʼexpliquer mieux. Essuie tes yeux, Linette, et déshabille–moi.

Stava per incominciare a confidarle il suo secreto, mentre Linette le toglieva e la slacciava le scarpe, quando la bionda Caterina entrò, in vestaglia di lana, spettinata e litigiosa come sono le donne mature prima di sottomettersi al restauro mattutino.

—Ah, perdinci! se Dio vuole, eccoti qui!

Bluette fece un lungo voluttuoso complicato sbadiglio, al termine del quale disse con naturalezza:

—Buongiorno, mammina! Fammi preparare, ti prego, un bel caffelatte con le brioches calde, perchè ho molta fame.

—Te le dò io le brioches! Si può sapere dove sei stata in questi giorni?

—Sono stata via, mammina, via... via...

—Davvero? E adesso, cara, starai fresca!

—Io fresca? Perchè?

—Ti avverto che Sua Eccellenza è tornata ieri, anziè tornata iermattina. Sarà venuta qui cinque o sei volte per lo meno. E domanda un poʼ a Linette che ira di Dio è stata con quel suo telefono! Sino alle due di notte, mi capisci? Lui, così garbato, aveva perduta la testa e quasi mʼinsolentiva. «Bluette?... Bluette?...» Cosa ne sappiamo noi di Bluette! Insomma voleva perfino chiamare il Capo di Polizia.

Bluette si mise a ridere più forte, mentre la cameriera lʼaveva spogliata sino alla camicia.

—E ridi anche? Bella insolenza! È una storia che finirà male.

—Senti, mammina, fammi portare le brioches! Oppure vámmele a prendere tu, Linette. Ho una fame che muoio.

—Già, naturalmente!... quando si fanno le porcherie che fai tu!...

—Sei un poʼ matta, cara mammina...

—Sì? ti pare?... Adesso, quando verrà Sua Eccellenza, te ne accorgerai.

—Quando verrà Sua Eccellenza gli dirai che dormo ed ho bisogno di non essere svegliata.

—Eh?... un accidente! Fargli dire che dormi ed hai bisogno...

—Sì, di non essere svegliata; fino alle cinque per lo meno; perchè sono stanca, molto stanca, e me nʼinfischio di tutto il Ministero!

—Ah, ma se te ne infischi tu, non me ne infischio io, per bacco! Ed a me non accomoda niente affatto che per i tuoi brutti vizi debba andarci di mezzo anche il decoro della casa!

—Nientemeno!

—Si proprio: il decoro, la situazione ufficiale che occupiamo e la rendita mensile che ti dà. Io non ci voglio perdere per le tue sporcizie, hai capito? E quando verrà Sua Eccellenza mi farai il santo piacere di alzarti súbito, o meglio di riceverlo in letto, spiegandogli con un motivo plausibile questa bella idea di nasconderti per due giorni senza dir niente a nessuno.

Mimi, pettinando con un largo pettine i suoi capelli arruffati, si mise dolcemente a cantarellare:

«Les mains des femmes,je le proclame,sont des bijouxdont je suis fou!»

—Hai capito. Mimi?—seguitava la madre.—Non farmi andare in collera!

—...je le proclame...

—Ma dove sei stata? Si può sapere dove sei stata?

—...dont je suis fou!... oouu!...

—Canta, canta! Ma io posso dirti che una scriteriata della tua specie non riuscirà mai a far carriera!

Bluette lasciò cadere indietro il grande mazzo deʼ suoi capelli, che le discesero fino alla piegatura delle ginocchia, ed incominciò a togliere dal pettine quelli che sʼera strappati.

Allora venne Linette con il vassoio del caffelatte, recando insieme le tepide brioches. Bluette ne rubò una, prima che Linette avesse apparecchiato, e con la bocca piena rideva, guardando sua madre.

—Veʼ, che bella ciera!—disse la bionda Caterina.—I sottocchi ti arrivano in bocca e sei lì che mi sembridi ritorno da una messa nera! Voglio vederti allʼetà mia, bambina, se vai avanti di questo passo!

—Mi trovi brutta, mammina? Sai cosʼho fatto? Niente... Sono stata, brava brava, in una strada che tu non conosci, in una casa che tu non conosci, con un uomo che tu non conosci... Ma che squisite brioches! Próvale anche tu, mammina.

Ella ubbidì. Si mise docilmente a sedere davanti alla sua bella figlia, che divorava le brioches tepide spalmandole di burro. Frattanto Linette, con le sue mani agili, raccoglieva dietro la spalliera della poltrona tutto quel disordine di capelli biondi e leggermente li pettinava.

—Tieni, mammina!—Le dette una mezza brioche, lucida, ben preparata.—Non è vero che son buone?

—Bella novità! Le brioches sono brioches, il burro è burro, e tu sei una stupida! Cosa cʼè di straordinario nel mangiare quello che mangiamo tutte le mattine?

—Eh! dis donc, Linette, fais plus doucement! Ce nʼest pas une raison, parce que jʼai beaucoup de cheveux, pour mʼen arracher des touffes!

—Cʼest quʼils sont très embrouillés, Madame!

—Te lʼho detto mille volte, Bluette: sii meno civetta e fa la treccia se anche non vai a letto sola. Perchè vi sono certi uomini i quali non sanno muoversi senza mettere i gomiti sui nostri capelli.

—Però tu li hai conservati, mammina.

—Io non ho mai fatto le sciocchezze che fai tu. Perdere un Ministro per stare qualche ora di più con un amante... è ridicolo!

—Diʼ, mammina!... fammi una confidenza, ma propriouna confidenza sincera... Qualʼè lʼuomo del quale sei stata veramente innamorata? quello che ti ha presa, anima e corpo, non appena lʼhai veduto?

—Io? Ma che sciocca! Ne ho avuti molti.

—No: uno, il più forte... quello che, se ci pensi, tremi ancora.

La biondissima Caterina sospirò, chiuse gli occhi per raccapezzarsi, poi divenne seria.

—È stato, se vuoi che te lo dica, quel poco di buono al quale ho permesso di diventare tuo padre. Gli volevo tanto bene, che quando sono rimasta incinta di lui non ho avuto nemmeno il coraggio di dirglielo, per non dargli una seccatura, e nemmeno quello di andare da mia sorella, che fa, se ti ricordi, la levatrice.

—Ah, sì?...—fece Bluette, guardandola con gli occhi divenuti grandi.

—Sì, precisamente. Ma cosa tʼimporta ora di saperlo?

—Nulla, mammina. Era una semplice curiosità.

In quel momento si udì squillare la scampanellata lunga ed imperiosa con la quale il portinaio soleva distinguere le visite di Sua Eccellenza.

La bionda Caterina, impaurita, si rifugiò nella propria camera; Linette, per lo spavento, rimase col pettine affondato nella treccia della sua padrona.

—Voyons, Linette, est–ce que tu perds la tête à présent? Passe–moi ma robe de chambre, et file!

Subito «Egli» entrò. Aveva una faccia da dittatore accigliato.

—Bonjour, «Excellence!» Je vous croyais au Ministère... vous voilà! Cʼest de la chance!

—Pas de plaisanteries, Bluette! Je viens pour savoiroù vous avez été ces deux jours et quel était le personnage avec qui vous avez quitté, dimanche soir, à 11 heures, le Bar de la Grande Rouquine.

—Tiens! On vous a déjà renseigné? Cʼest parfait!

—Jʼattends une réponse, Bluette.

—Oui? Et bien, jʼai été avec ce «personnage», évidemment!

—Petite coquine!—esclamò il Ministro, andandole presso con aria minacciosa.

—Plaît–il?

—Vous avez lʼair de vous ficher de moi, si je ne me trompe!

—Mais, pas du tout... Jʼai lʼair de vous dire la vérité, puisque vous me posez des questions. Préférez–vous que je vous mente?

—Je veux savoir quel est cet homme. Quant au reste... je mʼen moque!

—Cela ne vous regarde pas, Monsieur le Ministre. Cʼest quelquʼun, sans doute, qui nʼest pas grossier comme vous lʼêtes.

—Hein? vous dites?

—Je dis, «Excellence», que je vous prie de me ficher la paix!

—Mais... vous plaisantez, jʼespère!

—Non, je ne plaisante pas du tout. A partir de ce matin je donne ma démission du Ministère et je rentre dans la vie privée.

—Est–ce bien sérieux ce que vous dites?

—Forcément... puisque je vous ai trompé. Ce qui serait encore pardonnable, si je nʼavais pas lʼintentionde vous tromper derechef, tous les jours, et même deux fois par jour.

—Et cʼest tout ce que vous me dites pour vous justifier?

—Cʼest tout...

—Ma foi, ce nʼest pas ainsi que je lʼentends!

—Tant pis pour vous, «Excellence!» Moi, jʼai tellement sommeil, que jʼen tombe, et je vous serais bien reconnaissante si vous me permettiez de me coucher.

—Nous réglerons cette affaire–là, Bluette!

—Quand vous voudrez, «Excellence!...»

Era un uomo di Stato, non volle insistere, partì.

Giorni dʼamore.

Solitudine perduta e stupenda in mezzo alla Città piena di strepito, nel potere di questʼuomo, che non sapeva chi fosse; lei, con il suo mazzo di fiordalisi, ma che non era più Bluette.

Era una luce fedele su lʼombra della sua via.

La neve se ne andò; vennero, per il cielo trasparente,le nuvole azzurre dei mesi di primavera. Gli alberi dei giardini si orlavano al crepuscolo dʼuna trasparenza dʼoro; i vasi della povera gente mettevano già qualche fiore sui davanzali dei quarti piani, sotto le grondaie. Nel fiume che traversa la metropoli, ogni tanto, unʼondata quasi azzurra passava; i frettolosi battelli, sotto i ponti, correvano con ilarità. Le più belle ragazze dʼogni quartiere andavano per istrada con il collo nudo.

E così fu primavera.

Su la Città grande, rumorosa, che le aveva data la gloria, il suo nome di etera giovine tramontò.

Non la videro più i teatri splendere alle ribalte, sui tappeti sparsi di fiordalisi, ove la danzatrice inimitabile danzava.

Non la videro più le strade consuete, gli ippodromi fioriti nei giorni di primavera, i viali mattutini del Bosco, i ritrovi pomeridiani che si affollano verso lʼora del tè.

Scomparve dalle case di mode, ove i più rari gioielli dellʼingegno parigino a lei gelosamente serbavano i maestri dʼeleganze; scomparve dalle sale degli spettacoli notturni, ove il suo giungere sollevava ondate dʼallegria, battaglie di fiori, e, sui trillanti violini, le cadenze dellʼantico My Blu.

Nulla riuscì a vincere la sua volontaria solitudine; sparì comʼera venuta, simile ad un raggio di sole. Sparì come i fiori cadono dal maturo albero, in una sola notte, lasciando ancora nellʼaria il loro inestinguibile profumo.

Questa creatura limpida, chʼera stata così bella da innamorare una città, seppe divenir bella per un amante solo. Per lui sentì che ogni donna, quando sʼinnamora,dissuggella e perde veramente la sua più nascosta verginità.

Era stata una femmina di gioia, splendida e libera, che si dava con la fredda passione, con la fredda mimica delle sue danze; qualchevolta si dava con una specie dʼinebbriata illusione, quasi ubbidendo alla prepotenza della sua gioventù. Ma ora, dʼimprovviso, dopo tanti anni di vizio, conosceva il pudore.

Sì, conosceva il pudore. Voleva mettere un velo sopra il suo corpo divino, che i talami ed i teatri avevano posseduto.

Ed era piena di malinconia quandʼegli le diceva una parola che potesse alludere al suo passato. Poichè lʼuomo non riesce mai a comprendere questo rinverginire dellʼanima, che forse rappresenta la più vera e forse lʼunica purità.

Era piena dʼirritazione quando, in un modo qualsiasi, nei loro discorsi ripassava la storia di Mimi Bluette.

Non era mai stata fanciulla, ora lo diventava. Ora capiva perfettamente il velo bianco delle spose che sʼinginocchiano davanti allʼaltare. Sopra lo splendore deʼ suoi capelli biondi non avrebbe voluto portare il peso di quella bianca trasparenza; nondimeno la intendeva come una poesia, come un candore di quel sentimento che aveva incominciato a nascere anche nellʼanima sua.

Dopo aver avuto aʼ suoi piedi la Città più temibile, ora le piaceva immensamente rendersi una piccola schiava. Nascondersi le piaceva, trafugare agli occhi della gente la sua timida felicità, perdersi nella moltitudine sconosciuta, ove non si levasse neppure un bisbiglio dietro il solco di profumo che lasciava, passando, Mimi Bluette.

Il suo corpo, nel danzare, nel muoversi, aveva rappresentato il piacere, aveva comunicata la voluttà, per gli occhi, ai molteplici amori che lʼinseguivano; era stata paganamente la bellezza, la rea ma sacra nudità ove ogni desiderio può attingere; il suo corpo era stato quasi una viva opera dʼarte, una fugace gloria della Città voluttuosa;—ed ecco, ella pensava che non avrebbe danzato mai più, che non avrebbe sentito mai più salire dalle platee tumultuose il torbido impudico bacio della folla, che inebbria ed esaspera, il bacio tentacolare della moltitudine, che avviluppa ed esaurisce...

I fiordalisi di Mimi Bluette ritornavano ad essere quel che sono:—fiori di semplicità, nascosti nel grano.

Ed ella non sapeva nemmeno chi fosse questʼuomo. Glielʼaveva regalato la terribile Città splendente, in una sera dʼebbrezza e di musica. Le sue braccia lo avevano serrato con impeto, senza domandargli: «Chi sei?»

Chi era? Nulla, quasi nulla; una cosa davvero indefinibile, davvero semplice: lʼamore.

Parigi le aveva data la sua vera bellezza, Parigi le aveva insegnato a danzare, le aveva prodigate ricchezze,lʼaveva immersa come un limpido calice nella sua grande fontana di piacere; Parigi le aveva naturalmente regalata lʼapoteosi, ed ora naturalmente le infliggeva lʼamore.

Le città stupende non regalano mai nulla per nulla; neanche agli imperatori.

Questʼuomo aveva traversato il mondo, portava nel suo cuore di errante la polvere di tutte le strade. Per la terra piena di miracoli aveva trascinato alla ventura la sua nomade anima pesante.

Chi fosse questʼuomo, nessuno in verità sapeva. Egli medesimo forse non se ne rammentava più. Aveva perduta la sua patria e perdute quelle indefinibili apparenze che rendono gli uomini somiglianti alla terra ove son nati. La marea di tutti i mari gli aveva pietrificata unʼonda nel cuore; il sole aveva brillato neʼ suoi occhi fermi con il colore di tutti gli arcobaleni.

Era stanco; aveva unʼoscura coscienza dʼessere giunto al termine del suo cammino. In lui si vedeva il tramonto dellʼanima, come nella conca dʼuna fontana si vede sorgere lʼoscurità.

Era venuto a lei traverso una vita forse tragica, forse ambigua, forse irritata; questʼuomo portava in sè qualche secreto, che nemmeno lʼamore avrebbe saputo vincere.

Su lui correvano molte confuse dicerie; poichè, dovunque passi, lʼuomo non può venir meno allʼobbligo di sopportare una definizione. Anche intorno allo straniero, vʼè un prossimo vigilante che ha bisogno di conoscere la sua storia. Se un uomo non ha storia, o non vuol dirla, questo prossimo lʼinventa. Si raccontava di lui che fosse un avventuriero ed un esiliato; che unadonna tragica lo avesse anni addietro coinvolto in un processo clamoroso. La grande folla parigina, che pure non dimentica nessuno, si ricordava di averlo veduto altre volte apparire, sparire, nei burrascosi dedali della sua vita.

Ma era fra quegli uomini che hanno per contorno lʼombra.

Era passato di là, per quelle strade, con una donna straordinariamente bella, più incognita e più misteriosa di lui; forse una sorella od una complice, forse una vittima, una padrona od unʼamante. Si era detto pure che egli fosse una spia politica, un agente secreto di comitati rivoluzionari; si era detto persino che fosse un ufficiale di palazzo perseguitato da imperiali gelosie. Di voce in voce, gli avevano fatto esercitare tutte quelle professioni che non è lecito inscrivere sul proprio biglietto da visita.

Egli forse nulla era di tutto ciò. Solamente veniva da lontano. Questa lontananza era in lui, contenuta neʼ suoi movimenti, espressa nel colore deʼ suoi occhi, ferma nelle risonanze della sua voce.

Veniva da tutto ciò che nel mondo si chiama: «lontano».

Era un disperso dalla grande moltitudine che si affolla intorno alle società costituite, un esule dai sentimenti che sono la storia di tutti, uno stanco e taciturno avventuriero, che portava in sè, come sola memoria, la polvere del grande cammino.

Forse aveva una casa in qualche terra lontana, ed una sua donna paziente, che ogni sera lʼaspettava in qualche lontana città.

Forse, nelle sere profonde, piangeva egli pure di rimorso e di malinconia, pensando alla distanza invarcabile che lo separava dalla sua vita.

Era un uomo bellissimo, arido, rapido, forte. Nella sua faccia vigile si vedeva che una volta cʼera stata la serenità. Ora il sorriso non trovava più le sue pieghe fra i lineamenti restii, e, nascendo, pareva li forzasse ad una insolita fatica. La sua vita era modesta, quasi povera, con improvvise liberalità. Non giudicava mai di nulla, non diceva mai: «Questo è bene, questo è male»;—invece parlava dʼogni cosa come uno spettatore freddo e stanco. Si capiva che in lui cʼera una specie di collera contenuta, una specie di opaco dolore, dʼimmobile ribellione, che non lo tormentava neanche più.

La sola cosa che paresse ridargli unʼanima, era veramente Bluette. Forse le aveva detto la verità, quella prima sera, dicendole: «... vous êtes ma dernière coupe de Champagne, mon dernier bouquet de roses... quelle folie!...»

Che follìa veramente, questa bella creatura giovine, profumata, inebbriante, nel suo cuore terribile di uomo che non aveva più strada... Che follìa veramente, per lui e per lei, questo amore che li stringeva in una specie di funesta gioia, di torbida e paurosa felicità, come se andassero insieme verso il gorgo e la vertigine di un pericolo distante...

Qualchevolta, nellʼudirlo parlare, con la sua voce sonora e profonda, egli dava quasi lʼimpressione di un uomo che avesse legata in un sacco la propria anima e andasse in cerca di offrirla per due quattrini al primorigattiere della contrada. Era forse un tale che aveva ben valutato il senso della parola:—vivere.

Perciò era un uomo perduto.

Quando per gli altri, da ogni fossa e da ogni letamaio nascevano aurore, per lui, su la terra infinita, su le infinite illusioni degli uomini, era tramontata per sempre, per sempre, la poesia.

Parlava di solito con una quieta e fredda ilarità; guardava gli uomini senzʼamarli, senza odiarli; ascoltava con indulgenza le loro enormi tragedie futili, perdonava senza bontà i loro miserabili peccati. Forse non aveva più voglia nemmeno dʼavere ingegno, e considerava come un dannoso gioco di pazienza lʼenorme fatica mentale che gli uomini spendono per dare un senso importante a questa vita che non ne ha.

Chissà dove, chissà quando, aveva ricevuto in pieno cuore dagli uomini, o dalla fortuita bufera degli avvenimenti, un urto brutale come una stilettata; e poi sʼera messo a camminare, a camminare per la terra grande, nascosto in una equivoca ombra, in un ambiguo mistero che incuriosiva la gente.

Vide, nellʼaria densa dei crepuscoli, quando le città stupende sʼinnalzano come isole dellʼinfinito, le vaporiere avvolte di nuvole cacciarsi urlando sotto le tettoie fuligginose delle stazioni; vide, nei limpidi mattini, quando la terra che sta per avvicinarsi al navigante non è che una striscia di fumo nel tremolìo del sole, dʼimprovviso il porto risplendere sotto la montagna trasparente, la terra venire incontro alla prua come unʼapoteosi dellʼinfinito.

E vide nascere i fiumi, i tumultuosi fiumi barbari, cherimbalzano giù dal granito inaccessibile, gonfi del lontano estuario; e vide le gigantesche alpi correre sui continenti come ondate di macigno, poi, lentamente, a poco a poco, estenuando la loro forza ciclopica, digradare in vaste zone montuose, abitate dagli alberi, abitate dagli uomini, e pigre adagiarsi quasi dormendo su la terra incollinata, ove crescono messi fiammeggianti e lʼuna dietro lʼaltra sʼinseguono, sul pendìo dellʼalpe caduta, le città vittoriose...

Veniva da tutto ciò che nel mondo ha nome: «lontano».

Come il navigatore dʼoceani, portava nellʼanima piena di spazio lʼamore della stella più lontana.

Era un uomo dappertutto in esilio, un nomade che non aveva più strada.


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