Poiché c'è fra gli uomini certa stoltissima razza, che schifale patrïe cose, e all'estranie rivolge bramoso lo sguardo,con irrita speme sviandosi dietro fantasime vane.Pindaro:Ode PitiaIII.
Poiché c'è fra gli uomini certa stoltissima razza, che schifale patrïe cose, e all'estranie rivolge bramoso lo sguardo,con irrita speme sviandosi dietro fantasime vane.
Pindaro:Ode PitiaIII.
Nei primissimi giorni della guerra, un professore tedesco, in non ricordo quale giornalone di Monaco, ammoniva solenne: «Ricordino soprattutto i nostri nemici che dinanzi alle nostre schiere non marciano i quattrocentoventi, bensí la vergine egidarmata Minerva».
Si poteva discutere l'opportunità della reminiscenza classica; ma l'idea era ben chiara. Non già l'immane materiale bellico accumulato in cinquant'anni di tenace preparazione aveva consentita ai tedeschi la strepitosa gesta contro il misero Belgio; bensí quella famigerata superiorità intellettuale che dovrebbe autorizzare l'homo germanicusa rimpastare secondo la propria effigie tutti i popoli della terra.
A prima giunta immalinconii: ché mi sembrò vedere la pura Dea dell'Acropoli inquadrata, come una qualsiasi principessa prussiana, tra le file dell'esercito di Guglielmo, fitto sulle chiome ambrosieil negro colbacco degli usseri della morte. Ma subito mi sovvenne che nessuna affinità, né etnica, né psicologica, esiste fra l'antico popolo ellenico e l'accozzaglia versicolore che obbedisce oggi ai cenni del re Costantino o del presidente Venizelos[5]: onde l'ibrida immagine dileguò presto dal mio spirito; e un'altra ve ne fulse, d'uno sconcio urango, che con le lunghe braccia villose e con la ventosa della sozza bocca irrompeva sulla fanciulla divina. Ma facilmente questa, con un colpo della sua lancia invincibile, allontanava l'amplesso mostruoso.
Da questa fantasia germinò l'idea prima del mio libro.
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Alcune ragioni dell'alterigia teutonica son certo da ricercare in qualità profondamente insite nello spirito dei tedeschi. Ma conviene aggiungere, a loro discolpa, che alla folle prosunzione li ha spinti anche la tedescolatria che per tanti e tanti anni ha imperversato in tutto il mondo, e massime in Europa.
Ed anche questa tedescolatria, nella sua forma generica, ha fondamenti e giustificazioni. Oggi come oggi, di fronte agli altri popoli d'Europa, i tedeschi hanno questo fortuito vantaggio: che il loro rinascimento, venuto ultimo, è, per conseguenza, piú vicino a noi. I loro poeti, i filosofi, gli storici, gli umanisti, e i musicisti sommi, sono, si può dire, nostri contemporanei. Le loro opere rispecchiano quindi sentimenti, passioni, aspirazioni, ed anche usi, che ci sono familiari, che sono quasi i nostri: onde possiamo penetrarle senza alcuno di quei sussidî e riferimenti eruditi che sono indispensabili a intendere ed apprezzare interamente gli artisti e gli scienziati del passato, e siano pure della nostra stirpe. Perciò, per un effetto di prospettiva, li vediamo giganteggiare dinanzi ai nostri occhi, e ne restiamo stupefatti.
E questa vicinanza implica un'altra illusione. Il momento glorioso del pensiero e dell'arte germanica è oramai tramontato. Incominciato, a tracciar grandi linee, con Bach, con Winckelmann, con Lessing, si può dire concluso con Heine, con Mommsen, con Wagner. Quelli che vengono dopo, sono epigoni assai minori. Ma questi epigoni seguitano a fruire in larga misura i benefizi della loro nobile origine. Vicinissimi ai loro grandi padri, appaiono ancora tutti circonfusi della loro luce. E dovrannocorrere lunghi anni prima che le maggioranze, le quali vedono sempre in ritardo, imparino a distinguere queste lucerne da quelle stelle.
Ché se poi restringiamo la nostra osservazione al campo degli studî storici e letterarî, noi vediamo come la sconfinata ammirazione, il credito immenso onde godono i grandi tedeschi del passato e, piú ancora, i piccoli d'oggi, si debba a un certo metodo che questi ultimi sono andati via via foggiando e imponendo, e grazie al quale il primo venuto, pur senza vocazione, pur senza ingegno specifico, e senza ingegno di nessun genere, può aver l'illusione di divenire critico storico umanista, può aver la soddisfazione di sentirsi proclamare tale da una schiera eletta di accoliti e da una folla innumera di persone bevigrosso. L'applicazione di questo metodo, che da parecchio tempo travolge a decadenza gli studî anche in Germania, riuscí fatale al nostro paese. A tale dimostrazione è consacrato il presente libro.
***
Il quale è formato di articoli apparsi in una rivista di Milano[6], e ripubblicati quasi integralmente.E a riunirli e ripubblicarli mi hanno indotto alcune considerazioni che espongo qui brevemente.
Io non oserei certo fare alcun prognostico circa il tempo e il modo onde finirà la guerra che insanguina il mondo. Ma una cosa mi sembra di vederla chiara: che cioè, qualunque sia per essere il suo risultato, essa, nei nostri riguardi, sarà stata combattuta invano, se, all'infuori d'ogni mutamento politico, dal suo gorgo cruento non debba uscire una Italia assai differente da quella di prima, ringiovanita, anche se estenuata, in ogni sua fibra, come un corpo umano dopo la crisi d'un terribile morbo. La patria nostra deve essere rinnovellata dalle radici, in ogni ordine di attività, nelle industrie, nei commerci, nei pubblici ufficî, e anche, e soprattutto, negli studî.
Un simile problema si era già imposto nella prima fase del nostro risorgimento; e si crede' di risolverlo egregiamente intedescando la cultura italiana. Mezzo secolo di esperimento dovrebbe oramai aver dimostrato anche agli orbi che le conseguenze del dominio intellettuale tedesco sono state, senza iperbole, funeste. Tuttavia, ora che esso, per tanti segni palesi, accenna a crollare, molti scienziati e studiosi, durante il fragore della guerra che assorda e distoglie, già foggiano le catene per un nuovo servaggio.
E non parlo di quelli che fanno apertamente l'apologia della Germania. In questi momenti, riuscirebbe forse piú opportuno e simpatico il loro silenzio; ma almeno hanno il coraggio delle proprie predilezioni; e poi, un nemico palese si combatte meglio. Assai piú pericolosa è l'opera di altri, i quali, pur protestando fiera ed intransigente italianitàpolitica, fanno poi ampie riserve intorno alla questionescientifica, e sotto sotto tengono caldo il posto al futuro dispotismo intellettuale tedesco.
Il loro ragionamento, per dire la verità, è seducente e specioso. — I problemi dello spirito — dicono su per giú questi signori — devono rimanere lontani ed illesi dalle considerazioni politiche. Noi odiamo e protestiamo con tutte le nostre forze contro la brutalità militare tedesca. Ma quanto alla scienza, oh, la scienza bisogna lasciarla da parte. Qui i tedeschi sono maestri ai maestri, e noi dobbiamo inchinarci a loro, e continuare ad essere loro discepoli.
E perché non si affermi, come altra volta intervenne, che questi signori esistono solamente nella mia immaginazione, e che io mi fabbrico un fantoccio di fantasia per divertirmi poi a buttarlo giú a palle di stracci, addurrò tre esempî, sotto i quali, come sotto a moduli, si possono aggruppare le varie forme di apologia della Germania scientifica.
1) Fervorino di smisurata esaltazione scientifica, spiccando il salto, per arrivare piú su, dal trampolino dell'aborrimento politico.
Sua Eccellenza Luigi Luzzatti, nel discorso solenne all'Istituto Veneto:
I Tedeschi hanno due coscienze non comunicanti fra loro, e si possono assomigliare aicompartimenti stagnidi un poderoso naviglio da guerra. In una di queste coscienze vi èla scienza eccelsa, eletta, meravigliosa nelle analisi e nelle sintesi, ideale e pratica, colle sue alateindipendenze, colle sue improvvise temerità, intrepida ricercatrice, e all'uopo demolitrice delle cose umane e divine; nell'altro compartimento vi è l'ossequio supino allo Stato, cioè al Governo che lo rappresenta, quale si sia.
I Tedeschi hanno due coscienze non comunicanti fra loro, e si possono assomigliare aicompartimenti stagnidi un poderoso naviglio da guerra. In una di queste coscienze vi èla scienza eccelsa, eletta, meravigliosa nelle analisi e nelle sintesi, ideale e pratica, colle sue alateindipendenze, colle sue improvvise temerità, intrepida ricercatrice, e all'uopo demolitrice delle cose umane e divine; nell'altro compartimento vi è l'ossequio supino allo Stato, cioè al Governo che lo rappresenta, quale si sia.
2) Parata difensiva e botta a fondo contro gli iconoclasti.
Programma della Rivista Indo-Greca-Italica(Napoli, 20 agosto 1916).
La Direzione e gli amici della Direzione non appartengono alla classe di quei facili costruttori di ideologie che ogni giorno dalle colonne di certi quotidiani procedono, in assenza di avversarî, e con quanta autorità nessuno saprebbe dire, alla piú allegra e lucianesca svalutazione o vendita all'incanto di filologi e filosofi di vecchio stile.Entro e al disopra di ogni sano sentimento nazionalenoi abbiamo vivo il culto e giusto il riconoscimento di quanto da noi o da altri è ormai acquisito alla scienza e patrimonio del genere umano.
La Direzione e gli amici della Direzione non appartengono alla classe di quei facili costruttori di ideologie che ogni giorno dalle colonne di certi quotidiani procedono, in assenza di avversarî, e con quanta autorità nessuno saprebbe dire, alla piú allegra e lucianesca svalutazione o vendita all'incanto di filologi e filosofi di vecchio stile.Entro e al disopra di ogni sano sentimento nazionalenoi abbiamo vivo il culto e giusto il riconoscimento di quanto da noi o da altri è ormai acquisito alla scienza e patrimonio del genere umano.
3) Propositi e incitamenti a tornare, finita appena la guerra, al dolce giochetto della tedescolatria.
Girolamo Vitelli,Marzocco, 30 luglio 1916.
Debbo alla Germania moltissimo del poco che so,e principalmente la visione sicura del quanto e del come importi sapere. E poiché né le mie deboli forze in quaranta e piú anni di onesto lavoro, né le maggiori doti dei miei colleghi riuscirono in tempo relativamente cosí breve a togliere ai tedeschi la gloria della filologia classica e cacciarli di nido, dopo che sapientemente avevano organizzate le filologiche trincee,mi è toccato d'insistere in ogni occasione sulla necessità assoluta di far capo ai Tedeschiper chi volesse proficuamente giungere ad Omero e Tucidide. Molti dei miei scolari non ignorano, e qualcuno me lo ha ricordato non a titolo d'onore, come io pretendessi da ogni futuro filologo quale condizione indispensabile la conoscenza sicura della lingua.... tedesca!E pur troppo, neppure dopo questa guerra, che ai governanti e a tanta parte di governati tedeschi toglierà molte cose — fra il resto la facoltà e la voglia di asservire l'Europa, —potrei fare e farei diversamente, se mi fosse concesso di vivere e fossi riobbligato a fare il professore.
Debbo alla Germania moltissimo del poco che so,e principalmente la visione sicura del quanto e del come importi sapere. E poiché né le mie deboli forze in quaranta e piú anni di onesto lavoro, né le maggiori doti dei miei colleghi riuscirono in tempo relativamente cosí breve a togliere ai tedeschi la gloria della filologia classica e cacciarli di nido, dopo che sapientemente avevano organizzate le filologiche trincee,mi è toccato d'insistere in ogni occasione sulla necessità assoluta di far capo ai Tedeschiper chi volesse proficuamente giungere ad Omero e Tucidide. Molti dei miei scolari non ignorano, e qualcuno me lo ha ricordato non a titolo d'onore, come io pretendessi da ogni futuro filologo quale condizione indispensabile la conoscenza sicura della lingua.... tedesca!E pur troppo, neppure dopo questa guerra, che ai governanti e a tanta parte di governati tedeschi toglierà molte cose — fra il resto la facoltà e la voglia di asservire l'Europa, —potrei fare e farei diversamente, se mi fosse concesso di vivere e fossi riobbligato a fare il professore.
Ora io inviterei questi assennati discriminatori a fare un altro paio di distinzioni, o se preferiamo, considerazioni.
1) A distinguere la scienza tedesca sino al '70, da quella dei nostri giorni[7]. La prima fu veramentegrande e mirabile. L'altra, la famigerata Kultur, è, come io m'industrio di provare per la filologia, come valenti scienziati vanno dimostrando per altre discipline, è troppo spesso una vera cultura di scempiaggini e di follie. Abbiano un po' la bontà, i sullodati germanolatri, di levarsi i parocchi, di distogliersi un po' dalle rotaie su cui hanno incominciato sin da ragazzi a camminare con cieca fiducia, di dare un'occhiata in giro, e di vedere se per caso quelle rotaie invece di guidarli a sicura mèta non li inabissino verso qualche oscuro precipizio.
2) Si mettano un po' a riflettere sul serio se davvero in ogni caso possa riuscire utile un travaso di cultura e di metodi da popolo a popolo. Senza dubbio avviene spesso che un popolo barbaro e senza eredità di cultura propria, per un certo tempo divenga scolaro di un altro popolo. Se tra i due popoli interceda affinità etnica, cioè intellettuale, i risultati possono anche essere buoni, come buoni furono in Roma quelli dell'assimilazione ellenica. Ma nel caso nostro doppiamente erroneo fu il tentativo di travasamento. Primo, perché fra la mente italiana e la mente tedescavaneggia un abisso che nulla saprebbe colmare. Secondo, perché l'Italia non era un paese inculto, bensí un paese già cultissimo, in cui la cultura era decaduta e arretrata. Ma non c'era bisogno e non conveniva a nessun patto andare ad accattar fuori di casa germi forestieri da coltivare faticosamente. Bisognava, e perché non fu fatto allora, bisognerà farlo adesso, ricercare gli antichi virgulti sviati, erratici, intristiti, e ricondurli, riallacciarli, rieducarli amorosamente.
Intendiamoci bene su questo punto, che poi non vengano a dirmi che io consiglio di trascurare l'immenso lavoro che in ogni campo di studî hanno fatto i tedeschi. Dio me ne guardi e liberi!
No, il problema è differente.
Ecco. Non esiste ramo di studî in cui l'Italia non abbia aperta la via alle altre nazioni, compresa la Germania, con opere immortali. E queste opere hanno le impronte della mente latina, cioè la limpidità, la sobrietà, l'equilibrio, e l'unione strettissima dell'arte con la scienza.
La Germania, prendendo le mosse da noi, ha prodotto per suo conto un lavoro colossale. E in questo lavoro è andata via via imprimendo le caratteristiche della propria mente: caratteristiche che sono antipode a quelle della mente italiana.
Ora noi non possiamo certo fare astrazione daquesto lavoro. Assai spesso ce ne dobbiamo servire, e sarebbe da sciocchi non farlo. Ma dobbiamo guardarci bene dall'attaccarci quelle caratteristiche mentali, che sono troppo disformi dalle nostre, e che anche in linea assoluta sono tutt'altro che ammirevoli e degne d'imitazione.
Invece la tendenza della recente e della recentissima filologia italiana è quella di scimmiottare i tedeschi specialmente nei loro procedimenti logici e nelle loro determinazioni estetiche; i quali e le quali, sono, come si dimostra ampiamente in questo libro, sgangherati e bestiali. Da questa lebbra bisogna guarire, radicalmente, gli studî italiani. I giovani devono certamente impadronirsi della lingua tedesca, per adoperare il ricchissimo materiale di studio accumulato in Germania, con un lavoro che specialmente nei suoi primi periodi fu ammirevole per serietà, per onestà, per abnegazione. Ma il modo d'elaborare quel materiale, ma gli auspici, le norme per intendere i grandi autori classici, non li devono chiedere a Wilamowitz, a Blass, a Leo: bensí a Giacomo Leopardi, ad Ugo Foscolo, ad Angelo Poliziano.
***
Io intendo benissimo che questa abolizione del dominio intellettualetedesconon debba riusciretroppo accetta agli scienziati germanofili. Essi per mezzo secolo si sono modellati,cogitatione verbo et opere, sui tedeschi: per mezzo secolo hanno faticosamente elevato il proprio piedistallo, tutto di macigno tedesco. Crollato il dominio tedesco, crolla il piedistallo. Intendo pure, che, spezzati i dolci legami con lavita filologicad'Allemagna, non è cosí facile trovare all'estero un altro mercatoscientificonel quale i loro titoli vengano scontati con tanto magnanima larghezza. E quindi riconosco che la loro opposizione è giustificabile, umana la loro disperata difesa.
Ma questo non deve indurre ad una intempestiva tolleranza quanti reputano che l'invasione intellettuale tedesca sia stata e sia tuttora funesta per gli studî italiani. Perciò pubblico oggiMinerva e lo Scimmione.
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E non è un libro, come ora si dice,severamente scientifico, nel quale il pro ed il contro delle quistioni si pesino con gli scrupoli dell'orafo, con la gelida insensibilità del notomista. No, questo è un libro di passione.
Ma non di passione estemporanea.
Pochi mesi prima che scoppiasse la guerra, uncollega, in un documento ufficiale, mi rimproverava la mia poca simpatia per la Germania[8]. L'accusa era doppiamente inesatta. Chi eventualmente abbia seguito i miei scritti, ha potuto vedere che ho sempre nettamente distinto fra la Germania veramente scientifica ed artistica, e il moderno esercito difilologi scientifici, che, catafratti di tutte le armi della pedanteria, hanno proceduto alla sistematica distruzione d'ogni finezza e d'ogni gentilezza di studio. Meglio che parole d'oggi, riuscirà convincente un brano ch'io stralcio da un mio articolo del 1910 (Cronache Letterarie, 17 luglio).
All'uscir dall'adolescenza io mi smarrii nella gran selva del romanticismo germanico: nella selva in cui Nestore il filisteo udí stupito cantare gli alberi i fiori e l'azzurro del cielo. Suonavano ancora per tutti i tramiti e i verdi anfratti gli echi soavi delle odi di Klopstock. Brentano susurrava le sue favole, e Gian Paolo le sue fantasticherie lunari. Fra i tronchi e i cespugli si vedevano errare le figure eroiche e chimeriche di Achim von Arnim, e a notte ammiccavano le creature grottesche di Hoffmann. Dagli invisibili campi remoti giungevano velati gli squilli del Corno meraviglioso del fanciullo. Ma gli steli, le frondi, i rivoli, ripetevano con ondulazioni e oscillii magici le divine melodie di Schubert; e gli accordi di Schumann esalavano un aroma d'ebbrezza. Il turbine Beethoven investiva talora la selva, e tutta laselva si piegava come un arbusto, e si torceva sotto l'impeto dei canti immortali. Ma dopo il turbine, nel cielo terso, effondeva la sua luce tranquilla Goethe, il sidere scintillante.E questo mondo d'incanti si dissipò quasi dal mio animo, allorché dovei sottopormi all'obbligatorio regime degli studî universitarî. Imperversava allora nel cosí detto mondo dell'alta cultura il fanatismo pel metodoscientifico germanico. E mai opera di sterilizzazione fu compiuta con piú testarda tenacia, con piú pettegolo accanimento. Per anni ed anni infierí la guerra sacra all'arte, alla poesia, all'ingegno, combattuta in nome del germanesimo.Non già, badiamo, in nome dei veri grandi dell'erudizione germanica, di Winckelmann, di Lobeck, di Herder, di Curtius: sotto certe bandiere non si combattono certe battaglie; ma in nome del primo bertoldo che tenesse cattedra in una qualsiasi scuola germanica, in nome dell'ultimo compilatore diBeiträge, diErläuterungen, diVindiciae, che periodicamente usasse concedere alle strette dei torchi le goffe lucubrazioni da lui perpetrate per intendere quello che per difetto di natura non poteva intender mai. Come una pianta maligna, la mentalità scientifica italiana rifiutò i succhi generosi che avevano dato fiori e frutti cosí nobili nel paese di Goethe, e assorbí tutti i tossici e tutti gli umori acri, per maturarne bacche venefiche ed irti pugnitopi.
All'uscir dall'adolescenza io mi smarrii nella gran selva del romanticismo germanico: nella selva in cui Nestore il filisteo udí stupito cantare gli alberi i fiori e l'azzurro del cielo. Suonavano ancora per tutti i tramiti e i verdi anfratti gli echi soavi delle odi di Klopstock. Brentano susurrava le sue favole, e Gian Paolo le sue fantasticherie lunari. Fra i tronchi e i cespugli si vedevano errare le figure eroiche e chimeriche di Achim von Arnim, e a notte ammiccavano le creature grottesche di Hoffmann. Dagli invisibili campi remoti giungevano velati gli squilli del Corno meraviglioso del fanciullo. Ma gli steli, le frondi, i rivoli, ripetevano con ondulazioni e oscillii magici le divine melodie di Schubert; e gli accordi di Schumann esalavano un aroma d'ebbrezza. Il turbine Beethoven investiva talora la selva, e tutta laselva si piegava come un arbusto, e si torceva sotto l'impeto dei canti immortali. Ma dopo il turbine, nel cielo terso, effondeva la sua luce tranquilla Goethe, il sidere scintillante.
E questo mondo d'incanti si dissipò quasi dal mio animo, allorché dovei sottopormi all'obbligatorio regime degli studî universitarî. Imperversava allora nel cosí detto mondo dell'alta cultura il fanatismo pel metodoscientifico germanico. E mai opera di sterilizzazione fu compiuta con piú testarda tenacia, con piú pettegolo accanimento. Per anni ed anni infierí la guerra sacra all'arte, alla poesia, all'ingegno, combattuta in nome del germanesimo.
Non già, badiamo, in nome dei veri grandi dell'erudizione germanica, di Winckelmann, di Lobeck, di Herder, di Curtius: sotto certe bandiere non si combattono certe battaglie; ma in nome del primo bertoldo che tenesse cattedra in una qualsiasi scuola germanica, in nome dell'ultimo compilatore diBeiträge, diErläuterungen, diVindiciae, che periodicamente usasse concedere alle strette dei torchi le goffe lucubrazioni da lui perpetrate per intendere quello che per difetto di natura non poteva intender mai. Come una pianta maligna, la mentalità scientifica italiana rifiutò i succhi generosi che avevano dato fiori e frutti cosí nobili nel paese di Goethe, e assorbí tutti i tossici e tutti gli umori acri, per maturarne bacche venefiche ed irti pugnitopi.
Dunque, ho sempre distinto bene. E neanche era esatto chiamare antipatia il mio sentimento verso la filologia novissima. Era un sentimento assai piú violento che non l'antipatia; ma anche aveva maggior fondamento che le antipatie non sogliano avere. Un sentimento molto complesso,che neppure saprei determinare con un nome preciso. Mi spiegherò con un esempio.
Voi state parlando con un pezzo d'uomo aitante, sicuro di sé, pieno di facondia. Quest'uomo è armato.
Per un po' di tempo la conversazione procede benone. Ma ad un tratto vi accorgete che i suoi ragionamenti non filano piú tanto diritti: anzi la loro linea logica va diventando via via malcerta e sgangherata. Ad un tratto, in uno strano lampo delle sue pupille vedete brillar la follia. E il terrore v'invade. Se a un tratto gli saltasse in capo di far uso delle armi?
Non voglio già dire che io prevedessi la guerra: già di politica allora non m'occupavo quasi affatto. Ma pure, sotto il complicato macchinismo delle lucubrazioni filologiche sentivo qualche cosa di sinistro. Vedevo una mastodontica erudizione posta a servizio di facoltà mentali squilibrate e maniache. E nella mia coscienza profondamente latina, avida di chiarezza e di equilibrio, provavo un disagio, un ribrezzo quasi di paura. L'odio mio tenace, specialmente per i piú insigni rappresentanti di quei metodi, ebbe sempre questo solo fondamento, e non mai verun addentellato personale. Coi non moltissimi filologi tedeschi che m'avvenne di conoscere,ebbi sempre rapporti cordiali: per qualcuno di essi debbo ancora, nonostante la guerra, nutrire stima ed affetto.
***
Nel momento di abbandonare alla sua sorte questo mio libro, prevedo che qualcuno, lettolo, potrà farmi una ovvia obbiezione: «Ammettiamo pure che sia giusto il quadro clinico che voi avete tracciato del metodo scientifico tedesco. Ma quanto risponde al vero la immagine che dalle vostre pagine si ricaverebbe, d'una Università italiana interamente minata e mal ridotta dal morbo germanico? Non ci sono forse molti professori, giovani e non giovani, i quali, sebbene abbiano formata la loro cultura su libri tedeschi, sebbene abbiano studiato in Germania, mantengono intatta quella indipendenza e quella italianità di metodo che voi augurate agli studî italiani?».
È vero. Ma sono floridi rami travolti in una torbida fiumana: nel loro complesso tanto le Università quanto le Accademie, che hanno poi non piccola influenza sugli studî superiori e sopra ogni ordine di studî, sono tuttavia quasi interamente infeudate agli stolti pregiudizî del metodo scientifico tedesco.
E perciò, muovi pure senza esitazione, oh miotenue libretto. Io non so quale sarà la tua sorte. Ma la battaglia che tu combatti a viso aperto non è superflua né intempestiva.
E rivolgiti specialmente agli uomini che, pur non essendo accademici, si interessano della nostra cultura, della odierna sua decadenza, del suo possibile risorgimento. Forse troverai in essi piú volonterosi ascoltatori. Ma se ti riesce, appressati anche a qualcuno dei piú intransigentiscienziati, di quelli che chiederanno la mia testa già solo nel vedere la tua veste, che ti ha leggiadramente istoriata un genialissimo artista d'Italia.
Appressati e digli: «Ritorna un po' a tua scienza, tu che pure sei nato in Italia, e dovresti avere una mente da italiano. Non badare se qualche volta le parole sono un po' grosse; e vedi se queste mie pagine, formalmente eccessive, non contengano per avventura qualche argomentazione degna di essere per lo meno discussa. E allora, piglia la penna, argomenta anche tu, difendi, combatti, cònfuta. È questa la via diritta, l'unica via, per giungere alla verità, che tu ed io amiamo d'uguale amore».
Mi cullo in una chimerica illusione? Forse. Ma non vogliate che io soffi via questo granello di ottimismo dalla prefazione d'un libro che non è precisamente ispirato ai principî di Pangloss immortale.
La seppia è, come tutti sanno, uno scaltrissimo animaletto. Provocata e inseguita, spruzza dalla sua borsa un liquido nero come l'inchiostro, e intorbida le acque, in guisa da rimanere invisibile e inafferrabile.
La filologia è come la seppia. Essa, in un travaglio oramai secolare, ha accumulato un prodigioso tesoro di parole tecniche, di segni convenzionali, formule, abbreviazioni, sigle, riferimenti, ed anche peculiari stranissimi atteggiamenti di pensiero: tutto un gergo ostico ed incomprensibile ai profani. Provate a toccarla con la punta d'un dito, ed essa schizza intorno a sé nero e nero, senza parsimonia. Nessuno ci capisce piú nulla; e appena i filologi si mettono a discutere, i non filologi scappano.
Ora io vorrei provare a chiarire un po' le acque, a ridurre il gergo in linguaggio comprensibile, a rendere accessibili a tutte le persone culte alcunidei piú ardenti dibattiti «filologici» agitati questi ultimi anni in Italia. L'eco ne sarà giunta anche a molti dei cosí detti profani.
— Un momento — m'interrompe l'amico lettore. — A chi volete che giovi, a questi lumi di luna, tale chiarificazione? Chi volete che s'interessi alla filologia, ai filologi, alle loro diatribe bizantine?
Non sono bizantine come tu pensi, amico lettore. Chi dice filologia, dice, in ultima analisi, cultura tedesca. La filologia è il tipo, il modulo, l'impronta che la mente tedesca ha impresso e va imprimendo su tutti gli studî. Un tempo c'erano la storia, la letteratura, l'eloquenza, la lessigrafia, la stilistica; e ciascuna di tali discipline aveva contenuto e metodo proprî. Adesso tutto è filologia,Philologie. Questo cefalopodo (metafora, come sei giusta!), nato e cresciuto in Germania, ha lanciato i suoi viscidi tentacoli sopra ogni provincia di cultura, e tenta di soffocare quanto ciascuna di esse aveva di caratteristico e di nazionale.
Il processo di soffocazione è tuttavia in corso: apro una parentesi e cito un esempio. Nelle Università italiane ci sono tre cattedre: di grammatica greca e latina, di letteratura latina, e di letteratura greca. Ora laCommissione Reale per la riforma universitariaha proposto pari pari che queste tre cattedre si trasformino in due cattedreugualidiFilologia classica. Capite bene, eh! Anche la letteratura latina, la prima gloriosa pagina della nostra civiltà, deve convertirsi, anodinamente, come nelle università tedesche, in «filologia classica»: anche il nome:latinodeve sparire dalle università italiane! E molti universitarî italiani hanno approvato ed applaudito. Domani un'altraCommissione realeproporrà anche la conversione dellaLetteratura italianainFilologia moderna, alla pari con laLetteratura tedesca; e allora applaudiranno anche i barbassori di Berlino. — La parentesi è chiusa.
La filologia, dicevo dunque, cioè il metodo tedesco, cerca di soffocare dappertutto, e anche e soprattutto in Italia, ogni altro metodo. Proteste si sono levate, e si levano: è di ieri la polemica di Alessandro Bacchiani sulGiornale d'Italia. Ma ad ogni tentativo di protesta, interviene la «competenza scientifica», ed impone silenzio al buon senso. Comincia la diffusione del nero di seppia, e la gente volta le spalle. Vediamo un po' se una volta tanto ci riesce di afferrare il malizioso mollusco. Vediamo se ci riesce di scernere ben chiaro che cosa sia questa benedettafilologia tedesca, e quanto abbia giovato il suo dominio alla scuola italiana, e quanto abbia nociuto, e se convenga lasciarla ancora spadroneggiare e imperversare. Parlerò più specialmente della filologia classica,perché è questa il centro e la matrice in cui s'è formata e da cui s'irradia ogni specie di filologia: e ciò che si dice di essa si può estendere, piú o meno, a tutte le sue derivazioni.
***
Che cosa è dunque questa benedettafilologia? — Se rivolgete la domanda, non dico ai profani, ma anche ai piú profondi iniziati, otterrete tante risposte diverse quanti saranno gl'interpellati. Lafilologiaè, o sembra a prima giunta, proteiforme. E perciò non ti sgomentare, amico lettore, se, dopo averne sentito parlare come d'un cefalopodo, adesso, ai primi approcci, te la vedi giganteggiare dinanzi come un colosso.
Proprio cosí. Aprite un catalogo tedesco, di Teubner, di Weidmann, di Reimer. Non c'è autore che non sia pubblicato in edizioni critiche, in edizioni scolastiche, in edizioniscientifiche. Aprite una di queste edizioni. Ecco un solido blocco di varianti, l'apparato critico: segue il testo, in pagine fitte fitte, e, in genere, tipograficamente corrette: copiosi indici chiudono i volumi. Le note formicolano di erudizione. Per tutti i principali autori c'è un lessico speciale. Poi vengono i dizionarî generali delle lingue, poi i dizionarî di cultura,d'arte, di vita, e via dicendo, dove son registrati minutamentetuttii fatti,tuttele notizie dell'antichità classica. Insomma, c'è tutto, c'è piú che tutto. E tutto in ordine, schierato, ammassato, pronto a far fuoco. Sicché, dopo un esame anche superficiale, non potrete a meno di esclamare: sí, la filologia tedesca è un colosso di bronzo.
***
È un colosso di bronzo. Ma questo colosso ha un piede di creta. Ed io voglio nel mio primo articolo, anche per cominciare senza troppo tedio, picchiare su questo piede di creta. Apri con me, amico lettore, una delle piú grandi creazioni del genio ellenico: l'Agamennoned'Eschilo. Leggilo pure in una qualsiasi versione: io terrò sotto gli occhi una delle edizioni tedesche che vanno per la maggiore: quella del signor Keck.
E leggiamo dalla prima scena.
La scolta notturna che veglia sulla reggia degli Atridi, in Argo, ha visto brillare fra le tenebre il segnale di fuoco, che, acceso da monte a monte, è giunto da Troia ad Argo, ad annunciare la caduta della città di Priamo. La scolta ha avvertito la regina Clitennestra, e questa ha chiamato a sé i vecchi d'Argo (il Coro), ed ha partecipato lanotizia. Rimasti soli, i vecchi levano preghiere di ringraziamento, e indugiano nei ricordi del passato, quando la città suona improvvisamente di grida: ed essi fanno i seguenti commenti. Traduco, poi si vedrà perché, verso per verso, parola per parola.
Del fuoco per il lieto messaggio —attraverso la città muove un veloce —clamore: se veritiero —chi sa, se sia un divino inganno? =Chi è cosí fanciullesco o dissennato —(che) del fuoco per gli annunzi —recenti essendosi infiammato in cuore, poi —per il mutamento (arrecato dai) dei discorsi s'abbatta? =Ad indole di femmina s'addice —prima che appaia il fatto allegrarsi =Troppo credula l'indole femminile è —precipitosa; ma sollecita —muore la buona notizia data da donne. =
Del fuoco per il lieto messaggio —attraverso la città muove un veloce —clamore: se veritiero —chi sa, se sia un divino inganno? =
Chi è cosí fanciullesco o dissennato —(che) del fuoco per gli annunzi —recenti essendosi infiammato in cuore, poi —per il mutamento (arrecato dai) dei discorsi s'abbatta? =
Ad indole di femmina s'addice —prima che appaia il fatto allegrarsi =
Troppo credula l'indole femminile è —precipitosa; ma sollecita —muore la buona notizia data da donne. =
Nei codici che ci hanno conservato l'Agamennone, codesti versi appaiono cosí, uno dopo l'altro, senza distinzione o designazione di personaggi. Ma appare ovvio che nella recita saranno stati distribuiti in quattro gruppi: quelli che ho distinti con le sbarrette doppie. Ora, sapete che cosa haescogitato il Keck? In uno di quegli accessi d'ipersensibilità estetica assai frequenti nei nipoti di Arminio, ha visto una scena molto piú mossa: ha cioè immaginato che ciascuno di quei versi fosse recitato da un attore diverso. Avete ben capito? Uno dei vecchi avrebbe incominciato:Del fuoco per il lieto messaggio....; e il secondo, levandogli la parola di bocca:attraverso la città muove un veloce...; e il terzo, interrompendo il secondo, a vendicare il primo:clamore: se veritiero...; e il quarto:chi sa, o se sia un divino inganno; e il quinto dopo il quarto, e cosí via sino al dodicesimo. — Uccellin volò volò: comegiuoco di societàè raccomandabile. — E dopo questa «teoria», il Keck, glorioso e trionfante come un mio pappagallo buon'anima, che, messa a posto una beccata, si gonfiava e pavoneggiava tutto, commenta: «In ogni caso, la simmetria di queste esclamazioni involontarie, scoppiettanti qua e là fra le righe dei coreuti come un fuoco di plotone (ah, prussiano!) è cosí perfetta, che non solo ne risulta la divisione (fra varî personaggi) di questo brano,ma d'ora in poinon si puòneppure dubitare che il numero dei coreuti in questa tragedia era di dodici»[9]. — Convincente, eh! — Adesso poi, seun lettore malizioso va a contare i versi, vede che invece sono tredici. Ma il Keck non si arresta dinanzi a cosí lieve ostacolo. Rimaneggia un po' il testo, aggiunge di suo un emistichio al 2.º verso, un emistichio e un verso intero al 4.º, affida a due dei personaggi due versi per ciascuno, e fa tornare il conto giusto. Sistema comodissimo, pratico, concludente, che i tedeschi hanno applicato ed applicano in lungo e in largo ai poeti greci, riuscendo in tal modo ad ottenere simmetrie e fondare «teorie» divertentissime.
***
Ma — obietteranno i competenti — questo ed altri non meno sollazzevoli esempî che si possono raccogliere dall'opera del Keck, non concludono molto. Il Keck è senza dubbio uno scientificissimo filologo; e per questo noi lo pigliamo sul serio, ad onta della incontestabile sua grullaggine: manon è addirittura una sommità. Sceglietene uno di prima fila.
Vi servo subito, illustri competenti. Scelgo un altro nome che riuscirà nuovo ai profani (è l'allegra vendetta del buon senso), ma farà chinar reverenti le fronti degli iniziati: Federico Blass.
Federico Blass è senza dubbio filologo d'erudizione immensa e sicura; e possiede anche una nitidità di pensiero e d'espressione non troppo comune fra i tedeschi. Ma stringi stringi, è tedesco anche lui: e sentite un po' che cosa va ad arzigogolare intorno ad una scena delleEumenididi Eschilo. La sacerdotessa del santuario d'Apollo entra un istante nel tempio, e ne esce esterrefatta da una visione orribile. Sentiamo le sue stesse parole (traduco fedelmente):
Ai penetrali ed alle sacre bendem'accosto: e vedo su la pietra un uomosupplice, sozzo d'un delitto: sanguestillano ancor le mani, e il ferro ignudo;e stringe un ramo di montano ulivotutto avvolto di pii candidi bioccoli.E dinanzi a costui, sovressi i troni,sopito giace un mostruoso stuolodi femmine: non femmine, anzi Gòrgoniio le dirò: se ben, neppure a Gòrgonile posso assimigliar, quali dipinteio le vidi a Finèo predar la mensa:ché senz'ali son queste, e negre, e tuttelorde: con ammorbanti aliti russano,e sozze marce giú dai cigli colano.
Ai penetrali ed alle sacre bendem'accosto: e vedo su la pietra un uomosupplice, sozzo d'un delitto: sanguestillano ancor le mani, e il ferro ignudo;e stringe un ramo di montano ulivotutto avvolto di pii candidi bioccoli.E dinanzi a costui, sovressi i troni,sopito giace un mostruoso stuolodi femmine: non femmine, anzi Gòrgoniio le dirò: se ben, neppure a Gòrgonile posso assimigliar, quali dipinteio le vidi a Finèo predar la mensa:ché senz'ali son queste, e negre, e tuttelorde: con ammorbanti aliti russano,e sozze marce giú dai cigli colano.
Dunque Oreste, sgozzata la madre in Argo, è corso a rifugiarsi, inseguito dalle Furie, ai piedi dell'altare d'Apollo; ed ha le mani ancora intrise di sangue.
Penseresti, amico lettore, a chiedere di chi sia quel sangue? — Ma i tedeschi sono coscienziosi, vogliono mettere tutti i puntini su tutti gli «i». Quindi Federico Blass, angustiato dal dubbio scientifico, si propone e cerca di risolvere il grave problema. E, cerca cerca, scavizzola un po' oltre le seguenti parole, che Oreste, abbandonato il santuario di Apollo, pronuncia ai piedi del simulacro di Minerva:
Langue su la mia man, si strugge il sangue.Del matricidio la recente macchialavata è già: col sangue d'un porcellopresso l'ara del Dio fu cancellata.
Langue su la mia man, si strugge il sangue.Del matricidio la recente macchialavata è già: col sangue d'un porcellopresso l'ara del Dio fu cancellata.
Che raggio di luce! Oreste ha dunque sacrificato un porcello ad Apollo: il sacrificio fu compiuto prima della scena in cui Oreste ci è apparso tra le Furie, perché al fine di quella scena Oreste fugge, né in séguito torna piú nel santuario d'Apollo:conclusione... conclusione: «naturalmente il sangue non è quello della madre, bensí quello del porcello sacrificato ad Apollo»[10]. E dice proprio naturalmente:natürlich. Perché è incredibile quante cose che a noi sembrano dell'altro mondo, siano naturali per i filologi tedeschi e per i loro tirapiedi italiani. Scommetto che qualcuno di essi, leggendo queste mie righe, mentre tu, o lettor profano, ridi, starà meditando gravemente se il Blass non possa per avventura aver ragione lui[11].
Dunque, o profani, avete inteso bene anche questa volta? I poeti greci sono grandi, ma sono anche remoti; e per intenderli occorre l'aiuto dell'ermeneuta. Eccolo, l'ermeneuta. Mentre voi, dinanzi a quella portentosa fantasia tragica, raccapricciate, mirando le mani insanguinate del matricida, l'ermeneuta viene, barbone e occhiali, e vi susurra misterioso all'orecchio: Attento bene, o profano! Quello è sangue di porco!
***
E senza abbandonare Eschilo, veniamo finalmente al piú grande dei moderni ellenisti, alpontefice massimo, al gran lama, al kaiser della filologia moderna: Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff. Questo nome, sí, fa tremare le vene e i polsi a tutti i filologi autentici, serî, veramente scientifici. Per avere denunciate alcune sue gustosissime amenità pindariche[12], io mi sono attirato l'odio teologico di quasi tutti i filologi italiani. Ma questo non interessa il lettore. Il Wilamowitz è poi anche abbastanza noto al gran pubblico, perché durante la guerra è piú volte uscito dal suo guscio filologico, per fare clamorose ed esilaranti dimostrazioni patriotiche. Un giorno, in una seduta magna dell'accademia di Berlino, dopo che altri luminari ebbero schiccherato parecchi discorsi imperialisti e mangiacristiani, come usavano allora, si levò solenne, nella candida maestà della barba fluente. Religioso silenzio. E mentre tutti attendevano dio sa quali fiumi di eloquenza demostenica, intonò con voce gagliarda ilDeutschland über alles. Sarebbe come se, a una tornata solenne deiLincei, Pasquale Villari, putacaso, si alzasse a cantare:Si scuopron le tombe, si levano i morti. — Un'altra volta interruppe la lezione, e dopo un discorsetto di circostanza, rivolto alle studentesse: È guerra — disse — le studentesse alla calza! — L'ultima fu ilpermesso solennemente accordato alla patria tedesca di rappresentare sulle scene alemanne i drammi di Shakespeare. Eravamo ai grassi giorni della neutralità, e codeste bertoldaggini erano riferite nei giornali italiani dai corrispondenti germanofili con accenti di commossa ammirazione.
Il Wilamowitz, dunque, ha pubblicato, pochi mesi fa, un grosso volume diinterpretazionieschilee; e nella prefazione scrive queste sacrosante parole: «L'interprete d'un'opera d'arte deve fare ben piú che spiegare parole e proposizioni: egli devesentire simpaticamentecol poeta, deve sentire l'opera e il poeta come qualche cosa di vivo, edinsegnare agli altri a sentire». — Benissimo! Proprio quello che io vado ripetendo da oltre un decennio ai wilamowitziani d'Italia, i quali rimarranno adesso un po' male, sentendo queste parole pronunciate dal loro idolo.
Benissimo! Ma comesentepoi il Wilamowitz? Comeinsegna a sentire? — Del suo volume mi occupo altrove, lungamente[13]. Qui, a conclusione di questo già lungo articolo, citerò un paio di esempî.
Apriamo, anche una volta, l'Agamennone. Quando il re d'Argo, reduce vittorioso da Troia, si presenta sul carro dinanzi alla reggia. Clitennestra, che medita già in cuor suo di ucciderlo, lo saluta con un lungo discorso tutto miele, infinte lusinghe, velati sarcasmi. E conclude:
Ed or che il malesofferto è già, con cuor lieto, quest'uomodirò cane fedel della sua casa,gómena che salvezza è della nave,saldo pilastro dell'eccelso tetto,figliuolo unico al padre, terra apparsaai naviganti contro ogni speranza,giorno fulgente dopo il turbine, acquadi vena al peregrino arso di sete!Questo è il saluto ond'io t'onoro.
Ed or che il malesofferto è già, con cuor lieto, quest'uomodirò cane fedel della sua casa,gómena che salvezza è della nave,saldo pilastro dell'eccelso tetto,figliuolo unico al padre, terra apparsaai naviganti contro ogni speranza,giorno fulgente dopo il turbine, acquadi vena al peregrino arso di sete!Questo è il saluto ond'io t'onoro.
Sapete che cosa ha inventato il Wilamowitz? NeiCanti popolari Toscaniha letto i seguenti versi:
L'è rivenuto il fior di primavera,l'è ritornata la verdura al prato:l'è ritornato chi prima non c'era,è ritornato il mio 'nnamorato:l'è ritornata la pianta col frutto,quando c'è il vostro cuore, il mio c'è tutto:l'è ritornato il frutto con la pianta;quando c'è il vostro cuore, il mio non manca:l'è ritornato il frutto con la rosa;quando c'è il vostro cuore, il mio riposa.
L'è rivenuto il fior di primavera,l'è ritornata la verdura al prato:l'è ritornato chi prima non c'era,è ritornato il mio 'nnamorato:l'è ritornata la pianta col frutto,quando c'è il vostro cuore, il mio c'è tutto:l'è ritornato il frutto con la pianta;quando c'è il vostro cuore, il mio non manca:l'è ritornato il frutto con la rosa;quando c'è il vostro cuore, il mio riposa.
Questo canto e le parole di Clitennestra sembrano al Wilamowitz una sola cosa; onde egli induce dalla somiglianza non so qual profondo misterioso rapporto; e scrive, senza paura: «Io credo fermamente che i carmi convivali o i canti popolari greci offrissero qualche cosa di simile. Questo non si può riuscire a provarlo;ma questo rispetto amoroso ci fa vederea quale sfera il poeta abbia attinto i colori per la finzione ipocrita (di Clitennestra)», etc., etc.[14].
Per capire bene l'amenità di questa osservazione, bisogna rileggere l'intera scena e l'intero discorso di Clitennestra, e vedere come tutto quel che precede prepara l'animo in modo che queste ultime lusinghe della femmina feroce suonano nell'anima del lettore come un sarcasmo d'altezza tragica infinita. Allora vienel'ermeneuta, e vi susurra all'orecchio che dovete pensare ad uno stornello paesano.... Con che cuore, con che cuore! — E poi notate: «a quale sfera il poeta abbia attinto i colori!» Come se Eschilo, la fantasia piú vulcanicache il mondo abbia mai avuto, andasse a racimolare qua e là bricciche per comporre le sue tragedie. Avrebbe potuto almeno ricordare, il kaiser dei filologi, che nelleRaned'Aristofane appunto Eschilo rimprovera al suo rivale Euripide un simile sistema di composizione poetica!
E quasi piú interessante è la interpretazione ovisionewilamowitziana della scena di Cassandra.
Come tutti rammentano, la fanciulla profetica rimane muta ed immobile durante tutta la scena dell'arrivo. Esce poi Agamennone, esce Clitennestra, i coreuti intonano il loro tristissimo canto, né essa dà segno di vita. Sembra, secondo la icastica espressione del coro, una belva or ora presa. Riappare Clitennestra, la invita a piú riprese ad entrare nella reggia, i coreuti la esortano, ma non ottengono risposta. La regina rientra, i coreuti rivolgono alla fanciulla un'ultima affettuosa esortazione. Né essa risponde; bensí, d'un tratto, rompe in un inatteso grido straziante, che fa tuttora correre un immenso brivido tra le file degli spettatori.
Il Wilamowitz, come ho detto, offre di questa scena una interpretazione sua: e per apprezzare questa interpretazione, bisogna che rileggiamo insieme tutta la scena. Riferisco la mia versione.
ClitennestraEsce dalla reggia, e si rivolge a Cassandra.