Eccell.mo Senatore,questo mio studio fu già pubblicato, sebbene con alcuna varietà, nelConvitodi Adolfo de Bosis, del mio Adolfo, uno dei cuori più nobili e degl’ingegni più forti che mi sia stato e mi sia per essere concesso di ammirare e di amare. In quelConvito, in cui elettissimi spiriti offrirono (con quale frutto di lodi e di grazie, Adolfo dirà) ai loro cittadini coppe ideali, ferventi di pensiero generoso, Χαῖρε καὶ πῶ τάνδε dicendo col poeta di Mytilene, anch’io fui così ardito di propinare; e pòrsi, tra altro, questiProlegomenidellaMinerva Oscura, quanto a dire, la chiave per entrare nel mistero di Dante. Era da cinque o sei anni il mio lavoro segreto e prediletto: lo meditavo per giorni interi e ne sognavo (sorrida o rida chi vuole; ma è vero!) le notti. Era la mia compagnia, il mio conforto, il mio vanto. Dai dispregi che mai non mi sono mancati, io mi rifugiava nell’oscuroTesorodelle mie argomentazioni e divinazioni; le contavo e ripetevo, e ne uscivo raggiante di solitario orgoglio. Aver visto nel pensiero di Dante! Io ricordava spesso quella affermazione, che si legge nelConvivio di lui e che è riportata nel Cap. III di questi Prolegomeni:La vera sentenza.... per alcuno vedere non si può, s’io non la conto; ed estendevo alla Comedia ciò che egli dice delle canzoni conviviali; e soggiungevo: E io, la vera sentenza, io l’ho veduta! Sì: io era giunto alPolodel mondo Dantesco, di quel mondo che tutti i sapienti indagano come opera d’un altro Dio! Io aveva scoperto, in certo modo, le leggi di gravità di questa altraNatura; e quest’altra natura, la ragione dell’Universo Dantesco, stava per svelarsi tutta! E così concludevo, nel nostro Convito, con parlare dellagloriache daricerca e scoperta tanto importantedovevaderivarmi.Non sono da allora passati due anni, e, mentre la fede nei miei argomenti si è assodata per sempre, è svanito dal mio cuore ogni desiderio di gloria e di gloriola. Se vanità è la vita, la gloria è l’ombra gettata da quella vanità. Cancelliamo dunque quelle superbe parole! Mi perdoni chiunque ne sia rimasto scandalizzato! Oh! se la gloria è ombra di vanità, se è vaporazione di nulla, non è però così vana e nulla cosa il desiderio di essa. È un desiderio di sopraffare, è un desiderio di deprimere e di avvilire altrui. Via dal cuore così perverso fermento!E il perverso fermento se ne è andato, e non c’è più dentro me se non una grande aspirazione a contemplare e ad amare. Sì che ora mi giova credere che anche in questa povera opera mia io non abbia fatto se non contemplare, con nessun altro fine se non questo di contemplare. Nè alcun altro frutto me ne venga, se non quest’uno, d’essere amato da chi contemplò, con me, ilmiro gurgeDantesco; e, se non da alcun altro, da lei, grande e buono onore e presidio mio; da lei che conosce Dante, come pochialtri; da lei che ne scrive con tanta profondità di pensiero e tanta dignità di stile; da lei che, tra le cure assidue e severe del suo alto uffizio, ne prende il coraggio del bene e l’inspirazione del vero; da lei, infine, che ama Dante e ama (come è difficile, eppur dolce a dire!) ama ancora questo minimo interprete di lui; come a dire, la stella che riluce nel cielo, e la stilla, pendula e caduca, che di quaggiù la riflette.Mi ama, illustre senatore, e io l’amo; e perciò dedico a lei questi Prolegomeni; non senza pensare che così io vengo a fare atto di omaggio anche alla forte terra di Romagna, che fu madre ad ambedue noi, e della quale Ella attesta la sanità e la genialità, la fortezza e la gentilezza, con la virtù sua antica; a quella forte terra che ospitò le grandi memorie e le grandi sventure, l’Impero e Dante; non senza pensare che così per me si dà un supremo tributo d’affetto a quella cara anima nel cui pietoso ricordo si strinse tra lei e me l’indissolubile nodo: a mio padre.Messina, 20 Gennaio 1898.Giovanni Pascoli.
Eccell.mo Senatore,
questo mio studio fu già pubblicato, sebbene con alcuna varietà, nelConvitodi Adolfo de Bosis, del mio Adolfo, uno dei cuori più nobili e degl’ingegni più forti che mi sia stato e mi sia per essere concesso di ammirare e di amare. In quelConvito, in cui elettissimi spiriti offrirono (con quale frutto di lodi e di grazie, Adolfo dirà) ai loro cittadini coppe ideali, ferventi di pensiero generoso, Χαῖρε καὶ πῶ τάνδε dicendo col poeta di Mytilene, anch’io fui così ardito di propinare; e pòrsi, tra altro, questiProlegomenidellaMinerva Oscura, quanto a dire, la chiave per entrare nel mistero di Dante. Era da cinque o sei anni il mio lavoro segreto e prediletto: lo meditavo per giorni interi e ne sognavo (sorrida o rida chi vuole; ma è vero!) le notti. Era la mia compagnia, il mio conforto, il mio vanto. Dai dispregi che mai non mi sono mancati, io mi rifugiava nell’oscuroTesorodelle mie argomentazioni e divinazioni; le contavo e ripetevo, e ne uscivo raggiante di solitario orgoglio. Aver visto nel pensiero di Dante! Io ricordava spesso quella affermazione, che si legge nelConvivio di lui e che è riportata nel Cap. III di questi Prolegomeni:La vera sentenza.... per alcuno vedere non si può, s’io non la conto; ed estendevo alla Comedia ciò che egli dice delle canzoni conviviali; e soggiungevo: E io, la vera sentenza, io l’ho veduta! Sì: io era giunto alPolodel mondo Dantesco, di quel mondo che tutti i sapienti indagano come opera d’un altro Dio! Io aveva scoperto, in certo modo, le leggi di gravità di questa altraNatura; e quest’altra natura, la ragione dell’Universo Dantesco, stava per svelarsi tutta! E così concludevo, nel nostro Convito, con parlare dellagloriache daricerca e scoperta tanto importantedovevaderivarmi.
Non sono da allora passati due anni, e, mentre la fede nei miei argomenti si è assodata per sempre, è svanito dal mio cuore ogni desiderio di gloria e di gloriola. Se vanità è la vita, la gloria è l’ombra gettata da quella vanità. Cancelliamo dunque quelle superbe parole! Mi perdoni chiunque ne sia rimasto scandalizzato! Oh! se la gloria è ombra di vanità, se è vaporazione di nulla, non è però così vana e nulla cosa il desiderio di essa. È un desiderio di sopraffare, è un desiderio di deprimere e di avvilire altrui. Via dal cuore così perverso fermento!
E il perverso fermento se ne è andato, e non c’è più dentro me se non una grande aspirazione a contemplare e ad amare. Sì che ora mi giova credere che anche in questa povera opera mia io non abbia fatto se non contemplare, con nessun altro fine se non questo di contemplare. Nè alcun altro frutto me ne venga, se non quest’uno, d’essere amato da chi contemplò, con me, ilmiro gurgeDantesco; e, se non da alcun altro, da lei, grande e buono onore e presidio mio; da lei che conosce Dante, come pochialtri; da lei che ne scrive con tanta profondità di pensiero e tanta dignità di stile; da lei che, tra le cure assidue e severe del suo alto uffizio, ne prende il coraggio del bene e l’inspirazione del vero; da lei, infine, che ama Dante e ama (come è difficile, eppur dolce a dire!) ama ancora questo minimo interprete di lui; come a dire, la stella che riluce nel cielo, e la stilla, pendula e caduca, che di quaggiù la riflette.
Mi ama, illustre senatore, e io l’amo; e perciò dedico a lei questi Prolegomeni; non senza pensare che così io vengo a fare atto di omaggio anche alla forte terra di Romagna, che fu madre ad ambedue noi, e della quale Ella attesta la sanità e la genialità, la fortezza e la gentilezza, con la virtù sua antica; a quella forte terra che ospitò le grandi memorie e le grandi sventure, l’Impero e Dante; non senza pensare che così per me si dà un supremo tributo d’affetto a quella cara anima nel cui pietoso ricordo si strinse tra lei e me l’indissolubile nodo: a mio padre.
Messina, 20 Gennaio 1898.
Giovanni Pascoli.
INDICELettera a Gaspare FinaliPag.vMinerva Oscura:Prolegomeni,1-149Appendice: Schiarimenti e aggiunte.I. Il Messo del Cielo151II. Il Conte Ugolino159III. Le difficoltà del Bartoli ecc.177IV. Moralium dogma209V. Corrispondenze212
INDICE