II.Il Conte Ugolino.Mi domando con un valentuomo, critico arguto se mai altri, il d’Ovidio: Per qual colpa il conte Ugolino è in inferno, nella ghiaccia? Ma non mi appago della sua risposta la quale è che egli è dannato per i suoi tradimenti contro il nepote Ugolino Visconti. Perchè allora non è nella Caina? NellaCaina, dove è Sassol Mascheroni, uccisore d’un giovinetto cugino, dove è il Camicion de’ Pazzi, pure uccisore d’un congiunto? Nella Caina, dove sono puniti quelli che ruppero il vincolo d’amore che congiunge, non solo figli a genitori, ma parenti in genere a parenti? Quelli, come a me pare d’aver dimostrato, che violarono il quarto comandamento?A questa obbiezione, per dire il vero, io ho una risposta, e altri ne avrà cento; ma io espongo la mia, la quale, mentre solve il nodo che è in quella domanda, rende probabile un’altra, non dirò ipotesi, ma conclusione. Perchè sarà, all’ultimo, tenzone tra due credenze, una del tutto congetturale, che non ha alcun rinfianco dalla lettera di Dante, l’altra che dalla lettera di Dante riceve grandissima verisimiglianza. Invero altri sono posti nell’inferno e pur nella ghiaccia, senza che il Poeta dica il perchè, tanto il perchè doveva essere ed era noto; e così può darsi che sia posto il conte Ugolino; ma se il perchè risultasse da un più attento esame del testo? da una più ragionevole interpretazione?Il Bartoli; caro e illustre nome, non più ahimè! che nome, purmolta partedi lui; il Bartoli trova nel racconto di Ugolino un cenno alla colpa del tradimento contro Nin gentile e contro i Guelfi. Egli dice (Storia della letteratura italiana, IV, parte II, p. 111): “Nel Poema c’è una frase che conferma tale supposizione, quel “fidandomi di lui„ (v. 17), che altrimenti, se non ci fosse stato un accordo tra il conte e l’arcivescovo, non avrebbe senso. Ma il fidarsi dell’Ubaldini volea dir necessariamente essersi stretto in lega colla parte ghibellina, e questo non poteva essere che a danno del nepote. Doppio tradimento quindi...„ Ma io non credo che quelfidandomidi luivalga ad altro, se non a richiamare la definizione del tradimento (Inf.XI 52 e seg.):La frode, ond’ogni coscienza è morsa,può l’uomo usare in colui che ’n lui fida.Dante fa dire ad Ugolino il perchè della condanna non sua ma dell’arcivescovo. Dice anzi: “Tu sai il tradimento che mi fece, quindi sai perchè sia in questa ghiaccia; non sai però come cruda fosse la morte che soffrii per il suo tradimento, quindi non sai perchè io me gli mangi il capo„. Non è dunque il cenno che dice il Bartoli quello, che del resto è ben più che cenno, che dico io essere nel testo, della colpa di Ugolino. O quale è dunque?Rispondo prima all’obbiezione fatta all’avviso del d’Ovidio: come Ugolino non è nella Caina, se ha rotto il vincolo che lega parente a parente? Rispondo: Ugolino è in vero nella Caina.Sento unoh lungo e roco... Spieghiamoci meglio. Non è nella Caina, mi riprendo; maci sarebbese fosse al suo posto. Ma al suo posto, dove la sua colpa l’avrebbe balestrato, non c’è. Egli è... Leggete:vididueghiacciati inunabuca;doveunaha il suo valor numerale diuna sola, e non l’indeterminato, dal contrapposto condue. La buca era fatta per uno solo. Se due rei vi sono, uno vi sta fuor dell’ordinario. Chi ponga mente poi, come in questa ghiaccia i rei sono, secondo la reità loro, non solo collocati a mano a mano piùin ver lo mezzo, ma più meno sporgenti dal ghiaccio, poichè nella Caina:livide insin là dove appar vergognaeran l’ombre dolenti nella ghiaccia,e nell’Antenora si vedono ivisi, cagnazzi fatti per freddo, onde nel passeggiare Dante dà col piede nellegotea Bocca, e nella Tolomea la gente ènon volta in giù ma tutta riversata,e nella Giudeccal’ombre eran tutte coperte,e trasparean come festuca in vetro;chi ponga mente a questa gradazione, vedrà o, diciamo meglio, sospetterà subito che i due ghiacciati in una buca non sono puniti per colpa del tutto uguale, perchèl’un capo all’altro era cappello.Il che non è ozioso. Dante avrebbe potuto porre questi due peccatori l’uno lungo l’altro, come i due tragici fratelli Alberti. Ma no. Quelli eranosì strettiche il pel del capo aveano insieme misto;questi,sì che l’un capo all’altro era cappello.Dante ci ha messo in guardia, facendo risaltare la differenza in espressioni che hanno del simile tra loro:pel del capo misto, capo cappello.Rispondo adunque: il conte Ugolino non è al suo posto nell’Antenora, poichè è nella buca destinata a un altro, a un solo che già c’è. L’aver egli il capo tutto fuori della ghiaccia, sì che con esso sopravanza quello dell’altro, fa comprendere ch’egli dovrebbe essere nella Caina, dove i rei sporgono col capo, sì che con esse possono cozzare insieme come becchi. E ciò è confermato da un’altra osservazione.I dannati della ghiaccia, nella loro qualità disuperbie perciò supremamente vaghi, in vita, di fama, sono in morte descritti dal Poeta come fieramente avversi ad essa. Così Dante dice a Bocca:Vivo son io, e caro esser ti puote,fu mia risposta, se domandi fama,ch’io metta il nome tuo tra l’altre note.Ed egli a me: Del contrario ho io brama:levati quinci, e non mi dar più lagna,che mal sai lusingar per questa lama.Il che poi si riscontra nel resto della ghiaccia, e propriamente nella Tolomea, nella quale frate Alberigo si noma sì, ma perchè i due visitatori egli li stima anime crudeli cui sia data l’ultima posta. Or bene, non veramente tutti i dannati della ghiaccia sono così nemici di nomarsi e d’essere nomati; poichè quelli della prima circuizione si nomano, si noma, cioè, di loro l’unico che parli:E perchè non mi metti in più sermoni,sappi ch’io fui il Camicion de’ Pazzi,ed aspetto Carlin che mi scagioni;e si preparano a nomarsi i due fratelli, poichè ergono li visi, se non chegli occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli,gocciar su per le labbra, e il gelo strinsele lagrime tra essi e riserrolli:con legno legno mai spranga non cinseforte così; ond’ei, come due becchi,cozzaro insieme, tant’ira li vinse.Pensando quanto atroci siano i delitti commessi dai rei della Caina, ricordando, per esempio, Sassol Mascheroni assassino d’un fanciullo, mal si può spiegarequesta differenza nel ribrezzo della fama tra essi e i rei più ver lo mezzo, non più feroci di loro, se non si crede a ciò che io ho esposto: che la Caina punisce un peccato che è sì superbia, ma è finitimo all’invidia; un peccato che non è contro al principio universale dell’essere come gli altri tre, ma contro quello particolare; un peccato che offende non direttamente Dio, benchè offenda chi di Dio più tiene; un peccato che fa contro il quarto comandamento, che non è della prima tavola sebbene le sia molto vicino e affine. Ma di ciò ho parlato altrove. Qui osservo che il conte Ugolino si noma e subito:Tu dei saper ch’io fui Conte Ugolino.Per qual ragione se nonprincipalmenteper questa, che egli è della Caina?E riprendiamo la questione: di qual colpa reo? Certo che di peccato contro congiunti. Non ditradimentocontro congiunti? Mi periterei a dire, tradimento. Secondo Dante,tradimentosì, ma senz’altro, senza quelle parolecontro congiunti.Tradereè in Dante obliare l’amoreche fa natura, e quel ch’è poi aggiunto,di che la fede spezial si cria.Ora per il mo’ ditradere, che è punito nella Caina, si oblìa quell’amore naturale e aggiunto, anche se non interviene frode raggiro agguato, anche se non interviene il tradimento quale noi lo concepiamo. Il marito di Francesca, per aver ucciso il fratello e la moglie, è atteso da Caina, sebbene il traditore non fosse lui, pover’uomo!E in vero anche nelle altre tre specie di frode in chi si fida, la frode quale noi intendiamo non ènecessario che ci sia; e Bruto e Cassio non sono così puniti perchè di sorpresa colsero Cesare nella curia, ma perchè lo uccisero, perchè in lui violarono Dio. Tuttavia in queste tre specie è pur sempre il corrompimento d’un patto, quando non è a dirittura un giuramento, d’un patto che non par sempre a noi così tacito e naturale come pareva a Dante per tutte e quattro, e come pare a noi per la prima. Diciamo dunque, che la colpa di Ugolino, pur degna della Caina, non è necessario che fosse offesa fraudolenta del vincolo di sangue, sì offesa senz’altro; ciò che si può dire, più o meno, delle altre colpe punite nelle tre circuizioni interne della ghiaccia, ma sempre meno che della esterna, specialmente considerando gli uccisori di commensali, sempre spergiuri. Non è necessario, anzi non è probabile. Un’aggravante qualunque, di agguato, di spergiuro, di società violata, di parte abbandonata avrebbe indotto il Poeta a porre piùin ver lo mezzoil conte.Probabile dunque mi pare che la colpa di Ugolino fosse un’offesa al vincolo del sangue, non complicata d’insidia. Ma qui può dire alcuno: L’obbiezione che da prima facesti al d’Ovidio, non occorreva che tu la facessi e che tu rispondessi, poichè, se Ugolino è nell’Antenora, si deve comprendere che c’è perchè offese bensì un parente, ma violando, oltre il vincolo familiare, anche i legami di parte o di patria. No, rispondo ancora: egli è nell’Antenora, ma non è dell’Antenora. Comunque sia cominciato il mio ragionamento, certo è che il conte appartiene alla Caina, per tre argomenti che stanno saldi: l’essere egli nella buca d’un altro, lo sporgere col capo, il nomarsi senz’orrore per la fama. Ma a proposito di quest’ultimo argomento, prevengo un’opposizionenuova. È tale: anche in Malebolge si ha orrore alla fama, in Malebolge dove è punita l’invidia, e ciò per la somiglianza che vi è tra invidia e superbia; onde derivano effetti somiglianti; sì che venendo l’invidia dal timore di perderepodere, grazia, onore e fama,come la superbia viene dalla speranza di eccellenza, tutte e due sono punite con l’odio di ciò che le fece nascere e crescere. Or bene questa opposizione nuova altro non porta se non la conferma a ciò che io affermo: che la Caina punisce un peccato mezzo tra la superbia e la invidia, perchè ha pur questa nota comune a Malebolge, che tanto in Malebolge quanto nella Caina la posta regola di non nomarsi soffre eccezioni, e le soffre per due motivi, tutti e due derivanti dall’essere l’invidia peccato contro gli uomini, mentre la superbia è contro Dio: motivo primo, che gl’invidi mostrano con ciò di tenersi, come sono, non pessimi; secondo, che il desiderio di fare il male al prossimo in loro, non così stolti come i superbi che alzarono le ciglia contro Dio, persiste ancora, o subdolo come in Capocchio e in maestro Adamo, o feroce come in Ugolino. Questa differenza tra invidi e superbi è significata, come esposi, da Anteo, che, non essendo stato coi suoi fratelli all’alta guerra, non solo è disciolto e parla, ma è sensibile allo scongiuro della fama. Del resto nella ghiaccia è tipico per il primo motivo che dicemmo, Camicion de’ Pazzi che esclama:Sappi ch’io fui il Camicion de’ Pazzied aspetto Carlin che mi scagioni;e per il secondo Ugolino che dichiara:Ma se le mie parole esser den semeche frutti infamia al traditor ch’io rodo,parlare e lagrimar vedrai insieme.Ora in Malebolge questi due tipi si riscontrano qua e là. Coloro in esse che si nomano o accennano, nomano poi e accennano qualcuno più reo di loro, a lor credenza, e fanno loro o dicono il peggio che possono: Ciampolo noma frate Gomita e Michel Zanche; Catalano Caifasso; Pier da Medicina predice sventuraA messer Guido ed anco ad Angiolello,il Mosca accenna a peggioramento della gente tosca, Bertram del Bornio ricorda Achitofel, Capocchio, con ironìa propria degl’invidi che vogliono dir male senza parere, enumera Stricca e Niccolò e Caccia d’Asciano e l’Abbagliato, e Griffolino rivela Gianni Schicchi e Mirra. Nè si dimentichi l’orribile mischia dei ladri, nè si tralasci la sconcia contesa di Maestr’Adamo con Sinone, nella quale è compendiato tutto il pensiero di Dante intorno agl’invidi dell’inferno. Di Vanni Fucci dissi già assai.Concludo adunque per la seconda volta che il conte Ugolino è dannato da Caina, se non di Caina. Quale la sua offesa al vincolo di sangue? quale? Una, stimo, a cui lo spingesse appunto il traditore ch’ei rode per vendicarsene. Perchè non dellaprimamorte, ma dellasecondaè ragionevole che si vendichi un dannato nell’inferno. Chi e di che accusa Pier della Vigna? Si è ucciso: sua colpa e suo danno! Ma no: Pier della Vigna accusa:La meretrice che mai dall’ospiziodi Cesare non torse gli occhi putti,morte comune e delle corti vizio,infiammò contra me gli animi tutti;e gl’infiammati infiammar sì Augustoche i lieti onor tornaro in tristi lutti.L’animo mio per disdegnoso gustocredendo col morir fuggir disdegnoingiusto fece me contra me giusto.È stato l’animo, l’irascibile cioè, che lo spinse al suicidio, ma questo era stato eccitato dagl’invidi della corte. Nè della sua morte accusa questi, ma dell’essere stato fatto ingiusto; come a dire, della sua dannazione. Ed esso, come colui che fu ingiusto in quell’unico fatto e sotto gli stimoli del θυμός, parla misurato ed equo, accusando l’invidiapiuttosto che gl’invidi e affermandodegno d’onorecolui che era stata la causa più diretta della sua morte. Ma pensiamo a Guido di Montefeltro:Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero,credendomi, sì cinto, fare ammenda;e certo il creder mio veniva intero,se non fosse il gran prete, a cui mal prenda,che mi rimise nelle prime colpe:e come e quare voglio che m’intenda.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .e pentuto e confesso mi rendei:ahi miser lasso! e giovato sarebbe.Lo principe de’ nuovi fariseicon quel che segue. Egli accusa dunque Bonifazio della sua morte; morte s’intende, spirituale, non corporale:seconda, nonprima. Oh! non Manfredi accusa alcuno, sebbene morisse conrotta la personadi due punte mortali,poichè non quella è vera morte per cui non si perdel’eterno amore, anzi si ha inspirazione a riacquistarlo; non Buonconte, poichè potè finire la parola nel nome di Maria; non la Pia cui non disfece Maremma sì da dannare la sua anima soave. La Pia non accusacolui che inanellata pria,disposando, l‛avea con la sua gemma,come non accusa Piccarda gli uominia mal più ch’a ben usiche la rapirono dal convento, poichè vana riuscì la loro opera o quasi vana, ed ella canta lassùAve Maria; ma un’altra accusa bensì e si duole e impreca, Francesca, sebbene rea:Amor, che al cor gentil ratto s’apprende,prese costui della bella personache mi fu tolta,e il modo ancor m’offende,...Amor condusse noi ad una morte:Caina attende chi vita ci spense.Perchè impreca, o mal predice, Francesca? Perchè la vita che le fu spenta non è solo quella temporale, ma la eterna; perchè la bella persona le fu tolta in un modo cheancor l’offende, cioè, le è di danno per sempre, perchè non lasciò luogo al pentimento. Sì cheoffensechiama Dante quelle anime rimaste vittime dell’amore, d’unpunto solo. Ora non dice Ugolino ciò appunto che Francesca? Ugolino e Francesca piangono nel raccontare, come chi faccia larga parte ad altri della colpa che pur non disconoscono.Farò come colui che piange e dice,sospira l’una; e l’altro:Parlar e lagrimar vedrai insieme.Or questi dolenti chiaramente si dichiaranolesi, l’una dicendoe il modo ancor m’offende;e l’altro esclamando:e vedrai se m’ha offeso.In che Ugolino si dichiaraoffeso?Però quel che non puoi avere inteso,ciò ècomela morte mia fu cruda,udirai, e saprai se m’ha offeso.(come=quomodo). So bene: tutti interpretano:I particolari della mia morte di fame, avvenuta dopo quella dei figli e nepoti, non li sai: quindi non sai come io abbia diritto di odiare questo traditore. Ma a tale interpretazione io oppongo questa che mi pare in tutto e per tutto più ragionevole ed espressiva:Tu non puoi però avere inteso il modo della mia morte: solo allora saprai che non mi ha solo data la morte corporale, ma anche la spirituale: poichè fu unmodocheancor mi offende. Astragga il lettore un momento dal senso che ha per abitudine più, si può dire, nell’orecchio che nell’intelletto. Astragga... e dica se non è quasi ridicolo, quelsaprai se m’ha offeso.Ah! tu dubiti che a ragione io mi pianga di lui? Puoi dubitarne, sapendo solo, come sai, che io fui tradito da lui, preso e morto — morto nella muda, di fame, coi miei figli (anche questo Ugolino sa che Dante deve sapere:Breve pertugio dentro dalla mudala qual per me ha il titol della fame;erano cose notorie, e come di tali, ne parla il conte senza preamboli) — : sapendo solo ciò, puoi dubitarne: ma potrai dubitareche m’abbia offeso, quando saprai che sentii piangere nel sonno i figlioli; che Anselmuccio mi disse: Tu guardi sì, padre che hai?; che mi morsi le mani, e vai dicendo? No no no: che l’arcivescovo avesse offeso e in gravissimo modo Ugolino, Dante lo sapeva già, perchè sapeva la presura e la morte nella Muda. Alla sua domanda:O tu che mostri per sì bestial segnoodio sopra colui che tu ti mangi,dimmi il perchè, diss’io, per tal convegnoche, se tu a ragion di lui ti piangi,sappiendo chi voi siete, e la sua pecca,nel mondo suso ancor io te ne cangise quella con ch’io parlo non si secca;a questa domanda, alle parole,se tu a ragion di lui ti piangi, è risposto adeguatamente conTu dei saper che io fui conte Ugolinoe questi l’arcivescovo Ruggieri.Perchè Ugolino continua:Or ti dirò perchè i son tal vicino,ossia —me lo mangio— ? Perchè Ugolino ha inteso meglio dei commentatori; ha inteso che a ragione non può piangersi del suo traditore, egli morto di lui morto, se non per un danno, un’offensione(Purg.XVII 82) secondo il senso che Dante pare attribuire a questo verbooffendereelederein più luoghi; un’offensionee un danno che duri tuttavia. E questo danno non è la morte, sebben crudelissima, ma l’esser morto in peccato.Qui si può dire: E bene è codesto e nessuno lo nega, anche se nessuno l’afferma. L’arcivescovo ha offeso il conte nel farlo morire così crudelmente, che egli non pensò a pentirsi de’ suoi peccati o disperò della salute eterna.... Vedete, che ciò è inverosimiledantescamenteparlando. Dante era giusto; e un padre, così martoriato, non lo avrebbe poi così condannato, tanto più che un cronista racconta che questo padre urlava dalla Muda: Penitenza! penitenza! E poi c’è altro. Dante, come viaggiatore di così strano paese, al suo ritorno dà contezza di cose che non altrimenti che con simile viaggio si sarebbero sapute. Appaga, o fa prova di appagare, le curiosità inappagabili, solvendo i problemi insolubili. Buonconte dove andò a morire? Che ne fu della Pia? Manfredi morì pentito o contumace? E nel caso nostro, il conte Ugolino... Sì; poteva alcuno chiedere in che ordine morirono i figli e i nipoti e lui, quali parole pronunziassero, quali sentimenti provassero, che sogni, che terrori, che angoscie, che strazi; ma da tutti, a quei tempi, si doveva chiedere a un reduce dal mondo dei morti, e come di Manfredi così della Pia, come di Buonconte così di Ugolino: Si pentirono? sono in luogo di salute? Ora di Manfredi e di Buonconte e di Pia, nessuno sapeva nulla, se si fossero o no pentiti, e tutti, di due almeno di loro, dovevano pendere a credere che no: di Ugolino, di cui si affermava che sì, aveva domandato penitenza, ed era morto alla presenza dei figli morti prima di lui, Dante avrebbe risposto: “Naturalmente è nell’inferno, per traditore, non però per aver tradito Pisadelle castella, ma per un altro tradimento, che non importa accennare„? Ciò ripugna. Ma egli è poeta, si soggiungerà; e il dramma de’ due nella buca, che l’uno rode ilcapo all’altro, doveva singolarmente piacergli, piacergli più della giustizia. Già: solo quell’esser due in una buca e quell’uno mangiar l’altro, se mai; chè il racconto di Ugolino egli l’avrebbe potuto mettere anche nel Purgatorio, con quello di Manfredi, con quello di Buonconte; anche nel Paradiso, sto per dire... Possibile che si creda che quel particolare preso a Stazio tanto valesse nell’anima di Dante, da fargli obliare la pietà, che pur tanta dimostra, per l’infelicissimo padre?Ma concludiamo. Pare verosimile che Ugolino sia nella ghiaccia per un peccato che egli commise proprio là nella muda, nella morte, in relazione colla crudeltà di essa morte. Quale? Dante lo accenna quando dice —colui che tu ti mangi. Ugolino dice di rodere, ma Dante dice chemangiava. Tideo si rose le tempie a Menalippo, ma Ugolino lavoravanel teschio e l’altre cose. Dante lo accenna anche meglio con lo scrosciare delle ossa sotto i denti di cane, col quale atto il dannato sottolinea e commenta il misterioso verso:Poscia più che il dolor potè il digiuno.Il padre e avo violò coi denti le carni, forse il teschio, di alcuno de’ suoi figli e nepoti. Fu ciò vero? Non è raccontato; ma a Dante potè essere fatto credere, vero o non vero che fosse. O potè imaginarlo e inventarlo. E ciò sarebbe degno del poeta giusto? Non sarebbe indegno; chè la giustizia di lui vuol mostrare che chi fallò è punito e chi si pentì e bene operò è premiato; non pretende già di essere creduto in proposito del fallo e della pena, della opera buona e del premio, e specialmente in certi particolari, che è chiaro che egli inventa, come la conversionedi Manfredi e la morte di Buonconte e il fiero ultimo pasto di Ugolino. Ma inventare cose contrarie alla verità conosciuta? poichè c’è chi racconta che vide i cadaveri e li vide senza segni che facessero sospettare. Ma bisognerebbe provare che Dante sapesse di tal riconoscimento, o non piuttosto avesse della tragedia pisana notizie incerte, quali si scorgono in questo passo del Bargigi: “fiera crudeltà usarono in lasciarli morire in prigione:per certo si tiene che morirono di fame„. E si metta a confronto questo altro luogo di un cronista pisano: “gli autri tre morinno quella medesima septimana;ancoper distretta di fame, perchè non pagonno„. E che Dante non sapesse il dramma proprio come andò in tutto e per tutto, si può rilevare dal fatto che egli chiamafigliuolitutti e quattro i compagni di prigionia e di morte del conte, e lo fa chiamarpadreda Anselmuccio, e diceetà novella, tale da fareinnocenti, quella di Gaddo e di Uguccione. Se inventò, è ben certo ch’egli inventò in un campo, dirò così, libero all’invenzione, come per Buonconte e Manfredi, e non pretendeva di esser creduto; ma volle per l’ultimo episodio del suo inferno, dopo tanti altri pietosi, orridi, atroci, il pietosissimo, l’orridissimo, l’atrocissimo.Ma così l’episodio non è bello! Tante belle osservazioni, che vogliono ora puntellare, ora rintonacare la poesia di Dante, si sgretolano e cadono! Adagio. Provatevi. Non voglio qui ripetere osservazioni d’altri, belle e giuste, specialmente di Antonio Dall’Acqua Giusti, nè qui tento di ricostruire il dramma, che ben più efficace riesce con tale più ragionevole interpretazione. Qui mi contento di qualche cenno.Meditate questo passo:Ed Anselmuccio miodisse: Tu guardi sì, padre, che hai?Quando il padre divennecieco, che gli fece egli a quel povero Anselmuccio?Ed ei, pensando ch’io il fessi per vogliadi manicar, di subito levorsi,e disser: Padre....ahimè essi non avevano pensiero che di lui, si offrivano a lui come pasto; ed esso... dopo... quando fu cieco...Ahi, dura terra perchè non t’apristi?a che, se non a impedire l’orribile fatto, l’accoglimento nefandissimo della pietosissima offerta? Ma questo è il pensiero più tragico, piùindicibile:due dì li chiamai....Nessuno creda che.... Oh! no: non si può dire: Eranomorti, intendete?Non erano ancora vivi, nemmeno un poco, un poco da sentire... quel lavorio di denti, quel rodere, quel mordere. E colui che brancolava sopra loro, ilpadre, era già cieco... Il digiuno fu che potè. Oh! come suona a questo punto, pieno e intero, lasciando che i denti ci si ritrovino e cozzino a traverso, l’osso del teschio! Come giusta prorompe l’imprecazione allanovella Tebe! Tebe novella, perchè ella fece che Ugolino rinnovasse Tideo,effracti perfusum tabe cerebri, e vivo scelerantem sanguine fauces(Theb. VIII 761 e seg.) Non altro aveva in mente il poeta, che appunto comincia il racconto col ricordo di Tideo, e lo finisce con quella esclamazione, in cui le parole: “Poichè i vicini, etc.„ sono derivate dalprincipio del IX libro della Tebaide:Asperat Aonios rabies audita cruenti Tydeos; e le altre: “che se il conte etc.„ sembrano il commento alla forte espressione di Stazio (IX 3 e seg.)rupisse fas odii. Anche: per concludere, è in Stazio un’espressione che sola può insegnare qual sia il senso d’un verso di Dante:io scorsiper quattro visi il mio aspetto stesso.Stazio racconta:Erigitur Tydeus vultuque occurrit et amensLaetitiaque iraque, ut singultantia viditOra trahique oculos, seseque agnovit in illo;Imperat abscisum porgi....Tideo nel trovare lasua mortenel viso del suo uccisore concepisce il suo atto atroce: fa tagliare quella testa, se la fa porgere, la rode, la mangia. Ugolino... si morde le mani, maper furore, in tanto. Pure, da quel gesto i figli presentiscono; dalle parole dei figli che in quel gesto avevano veduto la voglia dimanicare(l’avevano intraveduta come in un lampo perchèdi subitolevorsi;)egli, l’infelice, forse presentisce la conclusione ferina, anzicanina, della tragedia.Oh! chi ha già pianto sull’ultimo episodio dell’Inferno, come pianse sul primo (i due amanti, i due nemici: quanto si assomigliano!), non ha pianto assai, se non interpretava come interpreto io. Guardi i suoi figliuoli, se è padre; e pensi che Dante ha osato imaginare e rappresentare un padre ridotto da una disperazione enorme e infame a mettere i denti nel teschio di essi, di essi, di essi!
Mi domando con un valentuomo, critico arguto se mai altri, il d’Ovidio: Per qual colpa il conte Ugolino è in inferno, nella ghiaccia? Ma non mi appago della sua risposta la quale è che egli è dannato per i suoi tradimenti contro il nepote Ugolino Visconti. Perchè allora non è nella Caina? NellaCaina, dove è Sassol Mascheroni, uccisore d’un giovinetto cugino, dove è il Camicion de’ Pazzi, pure uccisore d’un congiunto? Nella Caina, dove sono puniti quelli che ruppero il vincolo d’amore che congiunge, non solo figli a genitori, ma parenti in genere a parenti? Quelli, come a me pare d’aver dimostrato, che violarono il quarto comandamento?
A questa obbiezione, per dire il vero, io ho una risposta, e altri ne avrà cento; ma io espongo la mia, la quale, mentre solve il nodo che è in quella domanda, rende probabile un’altra, non dirò ipotesi, ma conclusione. Perchè sarà, all’ultimo, tenzone tra due credenze, una del tutto congetturale, che non ha alcun rinfianco dalla lettera di Dante, l’altra che dalla lettera di Dante riceve grandissima verisimiglianza. Invero altri sono posti nell’inferno e pur nella ghiaccia, senza che il Poeta dica il perchè, tanto il perchè doveva essere ed era noto; e così può darsi che sia posto il conte Ugolino; ma se il perchè risultasse da un più attento esame del testo? da una più ragionevole interpretazione?
Il Bartoli; caro e illustre nome, non più ahimè! che nome, purmolta partedi lui; il Bartoli trova nel racconto di Ugolino un cenno alla colpa del tradimento contro Nin gentile e contro i Guelfi. Egli dice (Storia della letteratura italiana, IV, parte II, p. 111): “Nel Poema c’è una frase che conferma tale supposizione, quel “fidandomi di lui„ (v. 17), che altrimenti, se non ci fosse stato un accordo tra il conte e l’arcivescovo, non avrebbe senso. Ma il fidarsi dell’Ubaldini volea dir necessariamente essersi stretto in lega colla parte ghibellina, e questo non poteva essere che a danno del nepote. Doppio tradimento quindi...„ Ma io non credo che quelfidandomidi luivalga ad altro, se non a richiamare la definizione del tradimento (Inf.XI 52 e seg.):
La frode, ond’ogni coscienza è morsa,può l’uomo usare in colui che ’n lui fida.
La frode, ond’ogni coscienza è morsa,
può l’uomo usare in colui che ’n lui fida.
Dante fa dire ad Ugolino il perchè della condanna non sua ma dell’arcivescovo. Dice anzi: “Tu sai il tradimento che mi fece, quindi sai perchè sia in questa ghiaccia; non sai però come cruda fosse la morte che soffrii per il suo tradimento, quindi non sai perchè io me gli mangi il capo„. Non è dunque il cenno che dice il Bartoli quello, che del resto è ben più che cenno, che dico io essere nel testo, della colpa di Ugolino. O quale è dunque?
Rispondo prima all’obbiezione fatta all’avviso del d’Ovidio: come Ugolino non è nella Caina, se ha rotto il vincolo che lega parente a parente? Rispondo: Ugolino è in vero nella Caina.
Sento unoh lungo e roco... Spieghiamoci meglio. Non è nella Caina, mi riprendo; maci sarebbese fosse al suo posto. Ma al suo posto, dove la sua colpa l’avrebbe balestrato, non c’è. Egli è... Leggete:
vididueghiacciati inunabuca;
vididueghiacciati inunabuca;
doveunaha il suo valor numerale diuna sola, e non l’indeterminato, dal contrapposto condue. La buca era fatta per uno solo. Se due rei vi sono, uno vi sta fuor dell’ordinario. Chi ponga mente poi, come in questa ghiaccia i rei sono, secondo la reità loro, non solo collocati a mano a mano piùin ver lo mezzo, ma più meno sporgenti dal ghiaccio, poichè nella Caina:
livide insin là dove appar vergognaeran l’ombre dolenti nella ghiaccia,
livide insin là dove appar vergogna
eran l’ombre dolenti nella ghiaccia,
e nell’Antenora si vedono ivisi, cagnazzi fatti per freddo, onde nel passeggiare Dante dà col piede nellegotea Bocca, e nella Tolomea la gente è
non volta in giù ma tutta riversata,
non volta in giù ma tutta riversata,
e nella Giudecca
l’ombre eran tutte coperte,e trasparean come festuca in vetro;
l’ombre eran tutte coperte,
e trasparean come festuca in vetro;
chi ponga mente a questa gradazione, vedrà o, diciamo meglio, sospetterà subito che i due ghiacciati in una buca non sono puniti per colpa del tutto uguale, perchè
l’un capo all’altro era cappello.
l’un capo all’altro era cappello.
Il che non è ozioso. Dante avrebbe potuto porre questi due peccatori l’uno lungo l’altro, come i due tragici fratelli Alberti. Ma no. Quelli erano
sì strettiche il pel del capo aveano insieme misto;
sì stretti
che il pel del capo aveano insieme misto;
questi,
sì che l’un capo all’altro era cappello.
sì che l’un capo all’altro era cappello.
Dante ci ha messo in guardia, facendo risaltare la differenza in espressioni che hanno del simile tra loro:pel del capo misto, capo cappello.
Rispondo adunque: il conte Ugolino non è al suo posto nell’Antenora, poichè è nella buca destinata a un altro, a un solo che già c’è. L’aver egli il capo tutto fuori della ghiaccia, sì che con esso sopravanza quello dell’altro, fa comprendere ch’egli dovrebbe essere nella Caina, dove i rei sporgono col capo, sì che con esse possono cozzare insieme come becchi. E ciò è confermato da un’altra osservazione.I dannati della ghiaccia, nella loro qualità disuperbie perciò supremamente vaghi, in vita, di fama, sono in morte descritti dal Poeta come fieramente avversi ad essa. Così Dante dice a Bocca:
Vivo son io, e caro esser ti puote,fu mia risposta, se domandi fama,ch’io metta il nome tuo tra l’altre note.Ed egli a me: Del contrario ho io brama:levati quinci, e non mi dar più lagna,che mal sai lusingar per questa lama.
Vivo son io, e caro esser ti puote,
fu mia risposta, se domandi fama,
ch’io metta il nome tuo tra l’altre note.
Ed egli a me: Del contrario ho io brama:
levati quinci, e non mi dar più lagna,
che mal sai lusingar per questa lama.
Il che poi si riscontra nel resto della ghiaccia, e propriamente nella Tolomea, nella quale frate Alberigo si noma sì, ma perchè i due visitatori egli li stima anime crudeli cui sia data l’ultima posta. Or bene, non veramente tutti i dannati della ghiaccia sono così nemici di nomarsi e d’essere nomati; poichè quelli della prima circuizione si nomano, si noma, cioè, di loro l’unico che parli:
E perchè non mi metti in più sermoni,sappi ch’io fui il Camicion de’ Pazzi,ed aspetto Carlin che mi scagioni;
E perchè non mi metti in più sermoni,
sappi ch’io fui il Camicion de’ Pazzi,
ed aspetto Carlin che mi scagioni;
e si preparano a nomarsi i due fratelli, poichè ergono li visi, se non che
gli occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli,gocciar su per le labbra, e il gelo strinsele lagrime tra essi e riserrolli:con legno legno mai spranga non cinseforte così; ond’ei, come due becchi,cozzaro insieme, tant’ira li vinse.
gli occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli,
gocciar su per le labbra, e il gelo strinse
le lagrime tra essi e riserrolli:
con legno legno mai spranga non cinse
forte così; ond’ei, come due becchi,
cozzaro insieme, tant’ira li vinse.
Pensando quanto atroci siano i delitti commessi dai rei della Caina, ricordando, per esempio, Sassol Mascheroni assassino d’un fanciullo, mal si può spiegarequesta differenza nel ribrezzo della fama tra essi e i rei più ver lo mezzo, non più feroci di loro, se non si crede a ciò che io ho esposto: che la Caina punisce un peccato che è sì superbia, ma è finitimo all’invidia; un peccato che non è contro al principio universale dell’essere come gli altri tre, ma contro quello particolare; un peccato che offende non direttamente Dio, benchè offenda chi di Dio più tiene; un peccato che fa contro il quarto comandamento, che non è della prima tavola sebbene le sia molto vicino e affine. Ma di ciò ho parlato altrove. Qui osservo che il conte Ugolino si noma e subito:
Tu dei saper ch’io fui Conte Ugolino.
Tu dei saper ch’io fui Conte Ugolino.
Per qual ragione se nonprincipalmenteper questa, che egli è della Caina?
E riprendiamo la questione: di qual colpa reo? Certo che di peccato contro congiunti. Non ditradimentocontro congiunti? Mi periterei a dire, tradimento. Secondo Dante,tradimentosì, ma senz’altro, senza quelle parolecontro congiunti.Tradereè in Dante obliare l’amore
che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto,di che la fede spezial si cria.
che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto,
di che la fede spezial si cria.
Ora per il mo’ ditradere, che è punito nella Caina, si oblìa quell’amore naturale e aggiunto, anche se non interviene frode raggiro agguato, anche se non interviene il tradimento quale noi lo concepiamo. Il marito di Francesca, per aver ucciso il fratello e la moglie, è atteso da Caina, sebbene il traditore non fosse lui, pover’uomo!
E in vero anche nelle altre tre specie di frode in chi si fida, la frode quale noi intendiamo non ènecessario che ci sia; e Bruto e Cassio non sono così puniti perchè di sorpresa colsero Cesare nella curia, ma perchè lo uccisero, perchè in lui violarono Dio. Tuttavia in queste tre specie è pur sempre il corrompimento d’un patto, quando non è a dirittura un giuramento, d’un patto che non par sempre a noi così tacito e naturale come pareva a Dante per tutte e quattro, e come pare a noi per la prima. Diciamo dunque, che la colpa di Ugolino, pur degna della Caina, non è necessario che fosse offesa fraudolenta del vincolo di sangue, sì offesa senz’altro; ciò che si può dire, più o meno, delle altre colpe punite nelle tre circuizioni interne della ghiaccia, ma sempre meno che della esterna, specialmente considerando gli uccisori di commensali, sempre spergiuri. Non è necessario, anzi non è probabile. Un’aggravante qualunque, di agguato, di spergiuro, di società violata, di parte abbandonata avrebbe indotto il Poeta a porre piùin ver lo mezzoil conte.
Probabile dunque mi pare che la colpa di Ugolino fosse un’offesa al vincolo del sangue, non complicata d’insidia. Ma qui può dire alcuno: L’obbiezione che da prima facesti al d’Ovidio, non occorreva che tu la facessi e che tu rispondessi, poichè, se Ugolino è nell’Antenora, si deve comprendere che c’è perchè offese bensì un parente, ma violando, oltre il vincolo familiare, anche i legami di parte o di patria. No, rispondo ancora: egli è nell’Antenora, ma non è dell’Antenora. Comunque sia cominciato il mio ragionamento, certo è che il conte appartiene alla Caina, per tre argomenti che stanno saldi: l’essere egli nella buca d’un altro, lo sporgere col capo, il nomarsi senz’orrore per la fama. Ma a proposito di quest’ultimo argomento, prevengo un’opposizionenuova. È tale: anche in Malebolge si ha orrore alla fama, in Malebolge dove è punita l’invidia, e ciò per la somiglianza che vi è tra invidia e superbia; onde derivano effetti somiglianti; sì che venendo l’invidia dal timore di perdere
podere, grazia, onore e fama,
podere, grazia, onore e fama,
come la superbia viene dalla speranza di eccellenza, tutte e due sono punite con l’odio di ciò che le fece nascere e crescere. Or bene questa opposizione nuova altro non porta se non la conferma a ciò che io affermo: che la Caina punisce un peccato mezzo tra la superbia e la invidia, perchè ha pur questa nota comune a Malebolge, che tanto in Malebolge quanto nella Caina la posta regola di non nomarsi soffre eccezioni, e le soffre per due motivi, tutti e due derivanti dall’essere l’invidia peccato contro gli uomini, mentre la superbia è contro Dio: motivo primo, che gl’invidi mostrano con ciò di tenersi, come sono, non pessimi; secondo, che il desiderio di fare il male al prossimo in loro, non così stolti come i superbi che alzarono le ciglia contro Dio, persiste ancora, o subdolo come in Capocchio e in maestro Adamo, o feroce come in Ugolino. Questa differenza tra invidi e superbi è significata, come esposi, da Anteo, che, non essendo stato coi suoi fratelli all’alta guerra, non solo è disciolto e parla, ma è sensibile allo scongiuro della fama. Del resto nella ghiaccia è tipico per il primo motivo che dicemmo, Camicion de’ Pazzi che esclama:
Sappi ch’io fui il Camicion de’ Pazzied aspetto Carlin che mi scagioni;
Sappi ch’io fui il Camicion de’ Pazzi
ed aspetto Carlin che mi scagioni;
e per il secondo Ugolino che dichiara:
Ma se le mie parole esser den semeche frutti infamia al traditor ch’io rodo,parlare e lagrimar vedrai insieme.
Ma se le mie parole esser den seme
che frutti infamia al traditor ch’io rodo,
parlare e lagrimar vedrai insieme.
Ora in Malebolge questi due tipi si riscontrano qua e là. Coloro in esse che si nomano o accennano, nomano poi e accennano qualcuno più reo di loro, a lor credenza, e fanno loro o dicono il peggio che possono: Ciampolo noma frate Gomita e Michel Zanche; Catalano Caifasso; Pier da Medicina predice sventura
A messer Guido ed anco ad Angiolello,
A messer Guido ed anco ad Angiolello,
il Mosca accenna a peggioramento della gente tosca, Bertram del Bornio ricorda Achitofel, Capocchio, con ironìa propria degl’invidi che vogliono dir male senza parere, enumera Stricca e Niccolò e Caccia d’Asciano e l’Abbagliato, e Griffolino rivela Gianni Schicchi e Mirra. Nè si dimentichi l’orribile mischia dei ladri, nè si tralasci la sconcia contesa di Maestr’Adamo con Sinone, nella quale è compendiato tutto il pensiero di Dante intorno agl’invidi dell’inferno. Di Vanni Fucci dissi già assai.
Concludo adunque per la seconda volta che il conte Ugolino è dannato da Caina, se non di Caina. Quale la sua offesa al vincolo di sangue? quale? Una, stimo, a cui lo spingesse appunto il traditore ch’ei rode per vendicarsene. Perchè non dellaprimamorte, ma dellasecondaè ragionevole che si vendichi un dannato nell’inferno. Chi e di che accusa Pier della Vigna? Si è ucciso: sua colpa e suo danno! Ma no: Pier della Vigna accusa:
La meretrice che mai dall’ospiziodi Cesare non torse gli occhi putti,morte comune e delle corti vizio,infiammò contra me gli animi tutti;e gl’infiammati infiammar sì Augustoche i lieti onor tornaro in tristi lutti.L’animo mio per disdegnoso gustocredendo col morir fuggir disdegnoingiusto fece me contra me giusto.
La meretrice che mai dall’ospizio
di Cesare non torse gli occhi putti,
morte comune e delle corti vizio,
infiammò contra me gli animi tutti;
e gl’infiammati infiammar sì Augusto
che i lieti onor tornaro in tristi lutti.
L’animo mio per disdegnoso gusto
credendo col morir fuggir disdegno
ingiusto fece me contra me giusto.
È stato l’animo, l’irascibile cioè, che lo spinse al suicidio, ma questo era stato eccitato dagl’invidi della corte. Nè della sua morte accusa questi, ma dell’essere stato fatto ingiusto; come a dire, della sua dannazione. Ed esso, come colui che fu ingiusto in quell’unico fatto e sotto gli stimoli del θυμός, parla misurato ed equo, accusando l’invidiapiuttosto che gl’invidi e affermandodegno d’onorecolui che era stata la causa più diretta della sua morte. Ma pensiamo a Guido di Montefeltro:
Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero,credendomi, sì cinto, fare ammenda;e certo il creder mio veniva intero,se non fosse il gran prete, a cui mal prenda,che mi rimise nelle prime colpe:e come e quare voglio che m’intenda.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .e pentuto e confesso mi rendei:ahi miser lasso! e giovato sarebbe.Lo principe de’ nuovi farisei
Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero,
credendomi, sì cinto, fare ammenda;
e certo il creder mio veniva intero,
se non fosse il gran prete, a cui mal prenda,
che mi rimise nelle prime colpe:
e come e quare voglio che m’intenda.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
e pentuto e confesso mi rendei:
ahi miser lasso! e giovato sarebbe.
Lo principe de’ nuovi farisei
con quel che segue. Egli accusa dunque Bonifazio della sua morte; morte s’intende, spirituale, non corporale:seconda, nonprima. Oh! non Manfredi accusa alcuno, sebbene morisse con
rotta la personadi due punte mortali,
rotta la persona
di due punte mortali,
poichè non quella è vera morte per cui non si perdel’eterno amore, anzi si ha inspirazione a riacquistarlo; non Buonconte, poichè potè finire la parola nel nome di Maria; non la Pia cui non disfece Maremma sì da dannare la sua anima soave. La Pia non accusa
colui che inanellata pria,disposando, l‛avea con la sua gemma,
colui che inanellata pria,
disposando, l‛avea con la sua gemma,
come non accusa Piccarda gli uominia mal più ch’a ben usiche la rapirono dal convento, poichè vana riuscì la loro opera o quasi vana, ed ella canta lassùAve Maria; ma un’altra accusa bensì e si duole e impreca, Francesca, sebbene rea:
Amor, che al cor gentil ratto s’apprende,prese costui della bella personache mi fu tolta,e il modo ancor m’offende,...Amor condusse noi ad una morte:Caina attende chi vita ci spense.
Amor, che al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui della bella persona
che mi fu tolta,e il modo ancor m’offende,...
Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi vita ci spense.
Perchè impreca, o mal predice, Francesca? Perchè la vita che le fu spenta non è solo quella temporale, ma la eterna; perchè la bella persona le fu tolta in un modo cheancor l’offende, cioè, le è di danno per sempre, perchè non lasciò luogo al pentimento. Sì cheoffensechiama Dante quelle anime rimaste vittime dell’amore, d’unpunto solo. Ora non dice Ugolino ciò appunto che Francesca? Ugolino e Francesca piangono nel raccontare, come chi faccia larga parte ad altri della colpa che pur non disconoscono.
Farò come colui che piange e dice,
Farò come colui che piange e dice,
sospira l’una; e l’altro:
Parlar e lagrimar vedrai insieme.
Parlar e lagrimar vedrai insieme.
Or questi dolenti chiaramente si dichiaranolesi, l’una dicendo
e il modo ancor m’offende;
e il modo ancor m’offende;
e l’altro esclamando:
e vedrai se m’ha offeso.
e vedrai se m’ha offeso.
In che Ugolino si dichiaraoffeso?
Però quel che non puoi avere inteso,ciò ècomela morte mia fu cruda,udirai, e saprai se m’ha offeso.
Però quel che non puoi avere inteso,
ciò ècomela morte mia fu cruda,
udirai, e saprai se m’ha offeso.
(come=quomodo). So bene: tutti interpretano:
I particolari della mia morte di fame, avvenuta dopo quella dei figli e nepoti, non li sai: quindi non sai come io abbia diritto di odiare questo traditore. Ma a tale interpretazione io oppongo questa che mi pare in tutto e per tutto più ragionevole ed espressiva:
Tu non puoi però avere inteso il modo della mia morte: solo allora saprai che non mi ha solo data la morte corporale, ma anche la spirituale: poichè fu unmodocheancor mi offende. Astragga il lettore un momento dal senso che ha per abitudine più, si può dire, nell’orecchio che nell’intelletto. Astragga... e dica se non è quasi ridicolo, quel
saprai se m’ha offeso.
saprai se m’ha offeso.
Ah! tu dubiti che a ragione io mi pianga di lui? Puoi dubitarne, sapendo solo, come sai, che io fui tradito da lui, preso e morto — morto nella muda, di fame, coi miei figli (anche questo Ugolino sa che Dante deve sapere:
Breve pertugio dentro dalla mudala qual per me ha il titol della fame;
Breve pertugio dentro dalla muda
la qual per me ha il titol della fame;
erano cose notorie, e come di tali, ne parla il conte senza preamboli) — : sapendo solo ciò, puoi dubitarne: ma potrai dubitareche m’abbia offeso, quando saprai che sentii piangere nel sonno i figlioli; che Anselmuccio mi disse: Tu guardi sì, padre che hai?; che mi morsi le mani, e vai dicendo? No no no: che l’arcivescovo avesse offeso e in gravissimo modo Ugolino, Dante lo sapeva già, perchè sapeva la presura e la morte nella Muda. Alla sua domanda:
O tu che mostri per sì bestial segnoodio sopra colui che tu ti mangi,dimmi il perchè, diss’io, per tal convegnoche, se tu a ragion di lui ti piangi,sappiendo chi voi siete, e la sua pecca,nel mondo suso ancor io te ne cangise quella con ch’io parlo non si secca;
O tu che mostri per sì bestial segno
odio sopra colui che tu ti mangi,
dimmi il perchè, diss’io, per tal convegno
che, se tu a ragion di lui ti piangi,
sappiendo chi voi siete, e la sua pecca,
nel mondo suso ancor io te ne cangi
se quella con ch’io parlo non si secca;
a questa domanda, alle parole,se tu a ragion di lui ti piangi, è risposto adeguatamente con
Tu dei saper che io fui conte Ugolinoe questi l’arcivescovo Ruggieri.
Tu dei saper che io fui conte Ugolino
e questi l’arcivescovo Ruggieri.
Perchè Ugolino continua:
Or ti dirò perchè i son tal vicino,
Or ti dirò perchè i son tal vicino,
ossia —me lo mangio— ? Perchè Ugolino ha inteso meglio dei commentatori; ha inteso che a ragione non può piangersi del suo traditore, egli morto di lui morto, se non per un danno, un’offensione(Purg.XVII 82) secondo il senso che Dante pare attribuire a questo verbooffendereelederein più luoghi; un’offensionee un danno che duri tuttavia. E questo danno non è la morte, sebben crudelissima, ma l’esser morto in peccato.
Qui si può dire: E bene è codesto e nessuno lo nega, anche se nessuno l’afferma. L’arcivescovo ha offeso il conte nel farlo morire così crudelmente, che egli non pensò a pentirsi de’ suoi peccati o disperò della salute eterna.... Vedete, che ciò è inverosimiledantescamenteparlando. Dante era giusto; e un padre, così martoriato, non lo avrebbe poi così condannato, tanto più che un cronista racconta che questo padre urlava dalla Muda: Penitenza! penitenza! E poi c’è altro. Dante, come viaggiatore di così strano paese, al suo ritorno dà contezza di cose che non altrimenti che con simile viaggio si sarebbero sapute. Appaga, o fa prova di appagare, le curiosità inappagabili, solvendo i problemi insolubili. Buonconte dove andò a morire? Che ne fu della Pia? Manfredi morì pentito o contumace? E nel caso nostro, il conte Ugolino... Sì; poteva alcuno chiedere in che ordine morirono i figli e i nipoti e lui, quali parole pronunziassero, quali sentimenti provassero, che sogni, che terrori, che angoscie, che strazi; ma da tutti, a quei tempi, si doveva chiedere a un reduce dal mondo dei morti, e come di Manfredi così della Pia, come di Buonconte così di Ugolino: Si pentirono? sono in luogo di salute? Ora di Manfredi e di Buonconte e di Pia, nessuno sapeva nulla, se si fossero o no pentiti, e tutti, di due almeno di loro, dovevano pendere a credere che no: di Ugolino, di cui si affermava che sì, aveva domandato penitenza, ed era morto alla presenza dei figli morti prima di lui, Dante avrebbe risposto: “Naturalmente è nell’inferno, per traditore, non però per aver tradito Pisadelle castella, ma per un altro tradimento, che non importa accennare„? Ciò ripugna. Ma egli è poeta, si soggiungerà; e il dramma de’ due nella buca, che l’uno rode ilcapo all’altro, doveva singolarmente piacergli, piacergli più della giustizia. Già: solo quell’esser due in una buca e quell’uno mangiar l’altro, se mai; chè il racconto di Ugolino egli l’avrebbe potuto mettere anche nel Purgatorio, con quello di Manfredi, con quello di Buonconte; anche nel Paradiso, sto per dire... Possibile che si creda che quel particolare preso a Stazio tanto valesse nell’anima di Dante, da fargli obliare la pietà, che pur tanta dimostra, per l’infelicissimo padre?
Ma concludiamo. Pare verosimile che Ugolino sia nella ghiaccia per un peccato che egli commise proprio là nella muda, nella morte, in relazione colla crudeltà di essa morte. Quale? Dante lo accenna quando dice —colui che tu ti mangi. Ugolino dice di rodere, ma Dante dice chemangiava. Tideo si rose le tempie a Menalippo, ma Ugolino lavoravanel teschio e l’altre cose. Dante lo accenna anche meglio con lo scrosciare delle ossa sotto i denti di cane, col quale atto il dannato sottolinea e commenta il misterioso verso:
Poscia più che il dolor potè il digiuno.
Poscia più che il dolor potè il digiuno.
Il padre e avo violò coi denti le carni, forse il teschio, di alcuno de’ suoi figli e nepoti. Fu ciò vero? Non è raccontato; ma a Dante potè essere fatto credere, vero o non vero che fosse. O potè imaginarlo e inventarlo. E ciò sarebbe degno del poeta giusto? Non sarebbe indegno; chè la giustizia di lui vuol mostrare che chi fallò è punito e chi si pentì e bene operò è premiato; non pretende già di essere creduto in proposito del fallo e della pena, della opera buona e del premio, e specialmente in certi particolari, che è chiaro che egli inventa, come la conversionedi Manfredi e la morte di Buonconte e il fiero ultimo pasto di Ugolino. Ma inventare cose contrarie alla verità conosciuta? poichè c’è chi racconta che vide i cadaveri e li vide senza segni che facessero sospettare. Ma bisognerebbe provare che Dante sapesse di tal riconoscimento, o non piuttosto avesse della tragedia pisana notizie incerte, quali si scorgono in questo passo del Bargigi: “fiera crudeltà usarono in lasciarli morire in prigione:per certo si tiene che morirono di fame„. E si metta a confronto questo altro luogo di un cronista pisano: “gli autri tre morinno quella medesima septimana;ancoper distretta di fame, perchè non pagonno„. E che Dante non sapesse il dramma proprio come andò in tutto e per tutto, si può rilevare dal fatto che egli chiamafigliuolitutti e quattro i compagni di prigionia e di morte del conte, e lo fa chiamarpadreda Anselmuccio, e diceetà novella, tale da fareinnocenti, quella di Gaddo e di Uguccione. Se inventò, è ben certo ch’egli inventò in un campo, dirò così, libero all’invenzione, come per Buonconte e Manfredi, e non pretendeva di esser creduto; ma volle per l’ultimo episodio del suo inferno, dopo tanti altri pietosi, orridi, atroci, il pietosissimo, l’orridissimo, l’atrocissimo.
Ma così l’episodio non è bello! Tante belle osservazioni, che vogliono ora puntellare, ora rintonacare la poesia di Dante, si sgretolano e cadono! Adagio. Provatevi. Non voglio qui ripetere osservazioni d’altri, belle e giuste, specialmente di Antonio Dall’Acqua Giusti, nè qui tento di ricostruire il dramma, che ben più efficace riesce con tale più ragionevole interpretazione. Qui mi contento di qualche cenno.
Meditate questo passo:
Ed Anselmuccio miodisse: Tu guardi sì, padre, che hai?
Ed Anselmuccio mio
disse: Tu guardi sì, padre, che hai?
Quando il padre divennecieco, che gli fece egli a quel povero Anselmuccio?
Ed ei, pensando ch’io il fessi per vogliadi manicar, di subito levorsi,e disser: Padre....
Ed ei, pensando ch’io il fessi per voglia
di manicar, di subito levorsi,
e disser: Padre....
ahimè essi non avevano pensiero che di lui, si offrivano a lui come pasto; ed esso... dopo... quando fu cieco...
Ahi, dura terra perchè non t’apristi?
Ahi, dura terra perchè non t’apristi?
a che, se non a impedire l’orribile fatto, l’accoglimento nefandissimo della pietosissima offerta? Ma questo è il pensiero più tragico, piùindicibile:
due dì li chiamai....
due dì li chiamai....
Nessuno creda che.... Oh! no: non si può dire: Eranomorti, intendete?Non erano ancora vivi, nemmeno un poco, un poco da sentire... quel lavorio di denti, quel rodere, quel mordere. E colui che brancolava sopra loro, ilpadre, era già cieco... Il digiuno fu che potè. Oh! come suona a questo punto, pieno e intero, lasciando che i denti ci si ritrovino e cozzino a traverso, l’osso del teschio! Come giusta prorompe l’imprecazione allanovella Tebe! Tebe novella, perchè ella fece che Ugolino rinnovasse Tideo,effracti perfusum tabe cerebri, e vivo scelerantem sanguine fauces(Theb. VIII 761 e seg.) Non altro aveva in mente il poeta, che appunto comincia il racconto col ricordo di Tideo, e lo finisce con quella esclamazione, in cui le parole: “Poichè i vicini, etc.„ sono derivate dalprincipio del IX libro della Tebaide:Asperat Aonios rabies audita cruenti Tydeos; e le altre: “che se il conte etc.„ sembrano il commento alla forte espressione di Stazio (IX 3 e seg.)rupisse fas odii. Anche: per concludere, è in Stazio un’espressione che sola può insegnare qual sia il senso d’un verso di Dante:
io scorsiper quattro visi il mio aspetto stesso.
io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso.
Stazio racconta:
Erigitur Tydeus vultuque occurrit et amensLaetitiaque iraque, ut singultantia viditOra trahique oculos, seseque agnovit in illo;Imperat abscisum porgi....
Erigitur Tydeus vultuque occurrit et amens
Laetitiaque iraque, ut singultantia vidit
Ora trahique oculos, seseque agnovit in illo;
Imperat abscisum porgi....
Tideo nel trovare lasua mortenel viso del suo uccisore concepisce il suo atto atroce: fa tagliare quella testa, se la fa porgere, la rode, la mangia. Ugolino... si morde le mani, maper furore, in tanto. Pure, da quel gesto i figli presentiscono; dalle parole dei figli che in quel gesto avevano veduto la voglia dimanicare(l’avevano intraveduta come in un lampo perchè
di subitolevorsi;)
di subitolevorsi;)
egli, l’infelice, forse presentisce la conclusione ferina, anzicanina, della tragedia.
Oh! chi ha già pianto sull’ultimo episodio dell’Inferno, come pianse sul primo (i due amanti, i due nemici: quanto si assomigliano!), non ha pianto assai, se non interpretava come interpreto io. Guardi i suoi figliuoli, se è padre; e pensi che Dante ha osato imaginare e rappresentare un padre ridotto da una disperazione enorme e infame a mettere i denti nel teschio di essi, di essi, di essi!