XVIII.Come l’invidia con la superbia, così i peccatori di Malebolge hanno qualche cosa di comune con quelli della Ghiaccia: la ripugnanza di nomarsi e d’essere conosciuti. Venedico celar si credette bassando il viso; Alessio Interminei sgrida verso Dante; Niccolò papa sospira e parla con voce di pianto; gl’indovini sono tutti accennati da Virgilio; Ciampolo non dice il suo nome, sì quello degli altri rii, frate Gomita e Michel Zanche; Francesco de’ Cavalcanti e Puccio Sciancato fuggono chiusi; nè Ulisse ha bisogno di rivelarsi, e Guido di Montefeltro risponde senza tema d’infamia perchè crede che Dante non sia mai per tornare al mondo, e Maometto gli si noma perchè lo crede anima che ‛in su lo scoglio muse Forse per indugiar d’ire alla pena’. Vero è che, come dei traditori, così de’ fraudolenti alcuni si svelano da sè stessi, ma per qualche sottil ragione speciale dalla quale non è offeso il fatto generale e il suo perchè. Gl’ipocriti frati godenti dicono il loro nome, perchè, pur essendo nell’inferno, sembrano sperare di nascondere la loro reità, come fecero nel mondo; i seminatori di scandalo e di scisma sembra che vincano l’orrore di palesarsi con la speranza di seminare ancora nuovi scismi e scandali, come quelli che rivelano, nellosvelarsi, nomi d’altri peccatori; o, più semplicemente, con l’amor del male del prossimo, che vive ancora in essi, come si vede specialmente tra i falsari. A ogni modo io osservava che i più dei frodolenti non bramavano la fama, sì il contrario come Bocca; e questo pensavo che fosse perchè come la superbia è amor della propria eccellenza, così la invidia si esercita ‛rispetto a quei beni in cui è vanagloria e in cui gli uomini amano d’essere onorati e aver riputazione’ (2ª 2aeXXXVI). Il che Virgilio diceva nel suo definire:È chi podere, grazia onore e famaTeme di perder...[39]E ciò era confermato dall’antico, di cui tre volte ho riportato le parole; il quale a proposito del peccato degli indovini e ammaliatori, tutti accennati da Virgilio e nessuno palesatosi da sè, dice cheè contenuto sotto la fraude per tanto che questi sì fatti peccatori intendono a vanaglorie e per farsi onorare e tenere saputi.... Così dunque vedevo l’invidia e la superbia assomigliare anche in questo, nell’amor della fama, che l’una teme di perdere e l’altra desidera in un grado sommo, onde nell’Inferno dantesco erano punite col vano desiderio del contrario. Ma qui mi si presentava, a confondere tutti i miei ragionamenti, un peccatore della settima bolgia il quale, non che celarsi e bassareil viso e fuggirsi chiuso, proclamava: son Vanni Fucci bestia! Ma vidi subito che Vanni Fucci mentiva e si dava per quel che non era, sì che il suo palesarsi bugiardo forniva la riprova alla mia osservazione. Se egli era stato veramente quello che diceva essere stato e quale Dante lo aveva veduto, uomo di sangue e di crucci, non sarebbe stato ‛In giù... messo tanto’. Egli che menava vanto di sua vita bestial e di suo essere malo, quando credeva di potere ingannare Virgilio, di trista (l’aggettivo degl’invidi) vergogna si dipinse, quando non potè negare la colpa per la quale era spinto più giù che non sarebbe convenuto per le altre sue colpe. Era dunque in questa colpa una vergogna che non era nelle altre. Ora questa vergogna nasceva certamente per essere egli stato non uomo soltanto di sangue e di crucci, ma ancora ladro, ossia per dirla più in generale, fraudolento. E Dante stesso dice che frode più spiace a Dio: perchè frode è dell’uom proprio male; che è quasi correzione in parte e in parte dichiarazione del detto di Tullio (de off.I 13, 41): ‛utrumque homine alienissimum, sed fraus odio digna maiore’. La ragione adunque, come distingue gli uomini dalle bestie, così rende più grave l’ingiuria che si fa con inganno; onde è con più dolore e più vergogna punita. Di che mi spinsi, poi che della frode, ossia dell’invidia e della superbia, sapevo un elemento, la intelligenza, a cercare gli altri, per vedere non forse avessi errato a credere come credevo. Questoindagando, mi avvenni a un punto della Comedia dove è figurato l’Angel d’inferno nell’atto proprio di commettere il male; e lessi[40]Giunse quel mal voler, che pur mal chiedeCon l’intelletto, e mosse il fummo e il ventoPer la virtù che sua natura diede;nei quali versi, comunque interpretati, riconoscevo attribuiti all’Angel d’inferno, la volontà, rivolta solo al male, l’intelletto e la virtù che sua natura diede. Questa virtù naturale, che mi era alquanto oscura, mi fu chiarita da un altro luogo del poema, dove si loda la Natura di creare ancora bensì elefanti e balene, ma non più Giganti[41]:Chè dove l’argomento della menteS’aggiunge al mal volere ed alla possa,Nessun riparo vi può far la gente.Qui è l’intelletto o mente e il mal volere, come nel luogo del Purgatorio; e per la virtù che sua natura diede, è la possa. La quale ne’ Giganti è del gran corpo: e, nell’Angel d’inferno, del corpo non può essere, poi che corpo non ha, essendo egli totalmente di intellettuale natura. Ma come agli Angeli così ai Demoni sono attribuite passioni e tendenze che supporrebbero in essi la parte sensitiva dell’anima, la quale in essi, perchè incorporei,non può essere. Nel qual proposito leggevo nella Somma (1ª LIX 4) che Dionisio dice che nei demoni è ‛furor irrationabilis et concupiscentia amens’, donde si dedurrebbe che in essi è l’irascibile e il concupiscibile, i quali, per essere nella parte sensitiva dell’anima, non si possono trovare nè nei Demoni nè negli Angeli, che questa parte sensitiva non hanno. Ora Tomaso rispondeva: ‛quod furor et concupiscentia metaphorice dicuntur esse in daemonibus’; e mi pareva che il Poeta avesse seguito Dionisio nella sua affermazione e Tomaso nella sua spiegazione, e che attribuisse, sia pur metaforicamente, all’Angel d’inferno una virtù naturale per riuscire a fare quello che i Giganti facevano con la possa, l’appetito insomma sensitivo, che si divide in concupiscibile ed irascibile (S. 1ª LIX 4 e altrove) e che è ‛proximus motui corporis nostri (ib. XXI)’. Nei demoni adunque Dante poneva, come l’intelletto e la volontà, così anche l’appetito sensitivo. Ora l’obbietto del primo è il vero, della seconda il bene, del terzo il bene sensibile: onde nell’Angel d’inferno, al contrario, dell’intelletto sarà obbietto il falso, della volontà il male, dell’appetito sensitivo il male sensibile. Il che quanto si convenga all’azione del diavolo nel fatto di Buonconte, ognun vede.
Come l’invidia con la superbia, così i peccatori di Malebolge hanno qualche cosa di comune con quelli della Ghiaccia: la ripugnanza di nomarsi e d’essere conosciuti. Venedico celar si credette bassando il viso; Alessio Interminei sgrida verso Dante; Niccolò papa sospira e parla con voce di pianto; gl’indovini sono tutti accennati da Virgilio; Ciampolo non dice il suo nome, sì quello degli altri rii, frate Gomita e Michel Zanche; Francesco de’ Cavalcanti e Puccio Sciancato fuggono chiusi; nè Ulisse ha bisogno di rivelarsi, e Guido di Montefeltro risponde senza tema d’infamia perchè crede che Dante non sia mai per tornare al mondo, e Maometto gli si noma perchè lo crede anima che ‛in su lo scoglio muse Forse per indugiar d’ire alla pena’. Vero è che, come dei traditori, così de’ fraudolenti alcuni si svelano da sè stessi, ma per qualche sottil ragione speciale dalla quale non è offeso il fatto generale e il suo perchè. Gl’ipocriti frati godenti dicono il loro nome, perchè, pur essendo nell’inferno, sembrano sperare di nascondere la loro reità, come fecero nel mondo; i seminatori di scandalo e di scisma sembra che vincano l’orrore di palesarsi con la speranza di seminare ancora nuovi scismi e scandali, come quelli che rivelano, nellosvelarsi, nomi d’altri peccatori; o, più semplicemente, con l’amor del male del prossimo, che vive ancora in essi, come si vede specialmente tra i falsari. A ogni modo io osservava che i più dei frodolenti non bramavano la fama, sì il contrario come Bocca; e questo pensavo che fosse perchè come la superbia è amor della propria eccellenza, così la invidia si esercita ‛rispetto a quei beni in cui è vanagloria e in cui gli uomini amano d’essere onorati e aver riputazione’ (2ª 2aeXXXVI). Il che Virgilio diceva nel suo definire:
È chi podere, grazia onore e famaTeme di perder...[39]
È chi podere, grazia onore e fama
Teme di perder...[39]
E ciò era confermato dall’antico, di cui tre volte ho riportato le parole; il quale a proposito del peccato degli indovini e ammaliatori, tutti accennati da Virgilio e nessuno palesatosi da sè, dice cheè contenuto sotto la fraude per tanto che questi sì fatti peccatori intendono a vanaglorie e per farsi onorare e tenere saputi.... Così dunque vedevo l’invidia e la superbia assomigliare anche in questo, nell’amor della fama, che l’una teme di perdere e l’altra desidera in un grado sommo, onde nell’Inferno dantesco erano punite col vano desiderio del contrario. Ma qui mi si presentava, a confondere tutti i miei ragionamenti, un peccatore della settima bolgia il quale, non che celarsi e bassareil viso e fuggirsi chiuso, proclamava: son Vanni Fucci bestia! Ma vidi subito che Vanni Fucci mentiva e si dava per quel che non era, sì che il suo palesarsi bugiardo forniva la riprova alla mia osservazione. Se egli era stato veramente quello che diceva essere stato e quale Dante lo aveva veduto, uomo di sangue e di crucci, non sarebbe stato ‛In giù... messo tanto’. Egli che menava vanto di sua vita bestial e di suo essere malo, quando credeva di potere ingannare Virgilio, di trista (l’aggettivo degl’invidi) vergogna si dipinse, quando non potè negare la colpa per la quale era spinto più giù che non sarebbe convenuto per le altre sue colpe. Era dunque in questa colpa una vergogna che non era nelle altre. Ora questa vergogna nasceva certamente per essere egli stato non uomo soltanto di sangue e di crucci, ma ancora ladro, ossia per dirla più in generale, fraudolento. E Dante stesso dice che frode più spiace a Dio: perchè frode è dell’uom proprio male; che è quasi correzione in parte e in parte dichiarazione del detto di Tullio (de off.I 13, 41): ‛utrumque homine alienissimum, sed fraus odio digna maiore’. La ragione adunque, come distingue gli uomini dalle bestie, così rende più grave l’ingiuria che si fa con inganno; onde è con più dolore e più vergogna punita. Di che mi spinsi, poi che della frode, ossia dell’invidia e della superbia, sapevo un elemento, la intelligenza, a cercare gli altri, per vedere non forse avessi errato a credere come credevo. Questoindagando, mi avvenni a un punto della Comedia dove è figurato l’Angel d’inferno nell’atto proprio di commettere il male; e lessi[40]
Giunse quel mal voler, che pur mal chiedeCon l’intelletto, e mosse il fummo e il ventoPer la virtù che sua natura diede;
Giunse quel mal voler, che pur mal chiede
Con l’intelletto, e mosse il fummo e il vento
Per la virtù che sua natura diede;
nei quali versi, comunque interpretati, riconoscevo attribuiti all’Angel d’inferno, la volontà, rivolta solo al male, l’intelletto e la virtù che sua natura diede. Questa virtù naturale, che mi era alquanto oscura, mi fu chiarita da un altro luogo del poema, dove si loda la Natura di creare ancora bensì elefanti e balene, ma non più Giganti[41]:
Chè dove l’argomento della menteS’aggiunge al mal volere ed alla possa,Nessun riparo vi può far la gente.
Chè dove l’argomento della mente
S’aggiunge al mal volere ed alla possa,
Nessun riparo vi può far la gente.
Qui è l’intelletto o mente e il mal volere, come nel luogo del Purgatorio; e per la virtù che sua natura diede, è la possa. La quale ne’ Giganti è del gran corpo: e, nell’Angel d’inferno, del corpo non può essere, poi che corpo non ha, essendo egli totalmente di intellettuale natura. Ma come agli Angeli così ai Demoni sono attribuite passioni e tendenze che supporrebbero in essi la parte sensitiva dell’anima, la quale in essi, perchè incorporei,non può essere. Nel qual proposito leggevo nella Somma (1ª LIX 4) che Dionisio dice che nei demoni è ‛furor irrationabilis et concupiscentia amens’, donde si dedurrebbe che in essi è l’irascibile e il concupiscibile, i quali, per essere nella parte sensitiva dell’anima, non si possono trovare nè nei Demoni nè negli Angeli, che questa parte sensitiva non hanno. Ora Tomaso rispondeva: ‛quod furor et concupiscentia metaphorice dicuntur esse in daemonibus’; e mi pareva che il Poeta avesse seguito Dionisio nella sua affermazione e Tomaso nella sua spiegazione, e che attribuisse, sia pur metaforicamente, all’Angel d’inferno una virtù naturale per riuscire a fare quello che i Giganti facevano con la possa, l’appetito insomma sensitivo, che si divide in concupiscibile ed irascibile (S. 1ª LIX 4 e altrove) e che è ‛proximus motui corporis nostri (ib. XXI)’. Nei demoni adunque Dante poneva, come l’intelletto e la volontà, così anche l’appetito sensitivo. Ora l’obbietto del primo è il vero, della seconda il bene, del terzo il bene sensibile: onde nell’Angel d’inferno, al contrario, dell’intelletto sarà obbietto il falso, della volontà il male, dell’appetito sensitivo il male sensibile. Il che quanto si convenga all’azione del diavolo nel fatto di Buonconte, ognun vede.