XXXI.

XXXI.Altri spiriti erano in Inferno, di cui avrei detto fossero puniti per accidia, sentendo uno di loro dire: ‛Non per far, ma per non fare (Purg.VII 25)’. E questi sono in luogonon tristo da martiri,Ma di tenebre solo, ove i lamentiNon suonan come guai, ma son sospiri;[52]sospiri di desiderio senza speranza (Inf.IV 42); ‛di desiderio Ch’eternalmente è dato lor per lutto (Purg.III 42)’. Essi tardi conobbero l’alto sole e per un difetto (Inf.IV 40), non per una colpa, sono perduti, perchè essi non peccarono, sebbene i loro meriti non bastino, e tra loro, oltre parvoli innocenti, sono onrevol gente e spiriti magni (Inf.IV 72 e 119). Sono nel primo cerchio dell’abisso; prima di loro, separati dall’Acheronte, sopra loro, appena di un gradino, sono solo gli ignavi per cui inutile dono fu quello della libera volontà. Ora io pensavo che altro luogo era ininferno, dove Dante avrebbe trovato il primo di quelli che a ben far poser gl’ingegni, di quelli che egli tanto desiderava vedere: Farinata (Inf.IX e X). Anche d’essi peccatori poteva dirsi che erano in quelle arche non per altro rio che per non avere adorato o riconosciuto il Creatore e per aver fatta morta l’anima col corpo. E poi anche qui sonavano sospir dolenti, certo più intensi dei sospiri che nel Limbo facevano tremare l’aura eterna perchè quello era duol senza martiri e qui erano sì i martiri (IX 133, X 2) e rio il tormento e i lamenti duri (IX 111, 121). Nè il Poeta trascura qui, come non ha trascurato nel Limbo (IV 25) di notare l’oscurità del luogo; poi che Cavalcante chiama cieco il carcere, come Virgilio del Limbo dice che è tristo di tenebre. E dal Limbo i Poeti s’affacciano a luogo oscurissimo e tempestosissimo, come dal cimitero degli Epicurei vengono sopra più crudele stipa. Un tristo fiato è la novità che sentono qua, l’oscurità perfetta e i guai, quella che sentono là. Sono gli epicurei dentro Dite, sebbene agli spaldi, come i sospesi del Limbo dentro l’inferno, sebbene ‛Nel primo cerchio che l’abisso cinge’. E Dite è nella valle, in un avvallamento della palude Stigia, quindi quasi allo stesso piano, come il Limbo è quasi allo stesso piano di Acheronte. E nella palude Stigia sono anime sdegnate da Dite, come oltre Acheronte sono altre anime sdegnate dall’Inferno quanto egli è: accidiosi gli uni e gli altri, sebbene in diverso modo, essendo respinti questi di qua dalcielo, di là dall’inferno, e quelli, di qua dall’inferno dell’incontinenza e di là da quello della malizia. Io vedevo queste corrispondenze e dicevo che una somiglianza era in verità tra i sepolti nelle arche e i sospesi nel Limbo. E notavo un’altra somiglianza, tra quelli di là d’Acheronte e quelli di qua; la quale consisteva in questo, che i sospesi erano tali in quanto avevano, per il primo peccato, perduto il libero arbitrio, almeno secondo la restrizione di Tomaso (1ª LXXXIII 2),non quantum ad libertatem naturalem, quae est a coactione, sed quantum ad libertatem, quae est a culpa et a miseria; e gli sciaurati, che mai non fur vivi, ne erano stati come privi, essendo vissuti come bestie, che libero arbitrio non hanno, e non come uomini o angeli. Che anzi considerando questi ultimi, meglio si giunge al concetto di Dante; poi che gli angeli nel primo istante in che furono creati in grazia, meritarono bensì, ma poi alcuni mortificarono subito il loro precedente merito (S.1ª LXIII 5 e 6); e ‛il loro libero arbitrio essendo inflessibile dopo l’elezione, se dopo il primo istante, in cui ebbe un naturale movimento al bene, non avesse posto impedimento alla sua beatitudine, sarebbe stato confermato nel bene’. Si tratta dunque d’un atto solo e istantaneo di libero arbitrio, nel quale “proruppero„ gli angeli, scegliendo quali il bene, quali il male. Ma Dante, non seguendo in questo i teologi, pone una terza schiera d’angeli che in atto di libero arbitrio non proruppero e non scelsero nè il benenè il male: respingendo il dono che Dio loro faceva, del libero arbitrio. E così gli uomini che con loro sono punti da mosconi e da vespe. Or dunque in questo difetto di libero arbitrio assomigliano quelli del vestibolo infernale e quelli del primo cerchio; ma differiscono in quanto nei primi volontario fu il rifiuto dell’atto della volontà, e involontario nei secondi, non ostante che anch’essi potessero essere salvi credendo, come altri crederono, e si salvarono, in Cristo venturo. Ma in ciò è un mistero che per Dante resta mistero anche in Paradiso, come alcuni fossero predestinati e altri no; peraltro noi possiamo intendere come egli non giudichi al tutto involontaria la mancanza di fede e in quelli che vissero avanti il Cristianesimo e in quelli che morirono prima d’essere battezzati. E così possiamo renderci ragione del fatto che egli pone il Limbo dentro l’Inferno, al che del resto era invitato dalla dottrina dei teologi (S. suppl.LXIX 5). Adunque gli ignavi e i non battezzati assomigliano per una parte e per l’altra differiscono: in che, ora chiedevo, differiscono quelli delle arche e quelli del Limbo? poi che avevo veduto in che assomigliavano. E rispondevo che differivano i non credenti dai non battezzati, in ciò in cui i non battezzati differivano dai non mai vivi, nella volontà. Volontaria al tutto era stata la mancanza della fede negli uni; quasi involontaria negli altri; gli uni, anche dopo Cristo, non crederono; gli altri, benchè prima di Cristo, adorarono, sebbene non debitamente,Iddio; e tennero certe cristiane credenze, come quella dell’anima immortale. E i primi erano rei di malizia poi che erano puniti dentro Dite. Ma sebbene mala fosse adunque negli eresiarchi la volontà, pure, umanamente parlando, posero gl’ingegni a ben fare, e perciò non furono messi più sotto, come non ebbero luogo più sopra perchè la volontà era mala. In fine io pensavo che sola la vista della verità fa libero dritto sano l’arbitrio (Purg.XXVII 140) e che l’ignoranza è quella che l’offende e lo travia; e che si può dire che tutti i peccati che da ignoranza provengono, si possono ridurre ad accidia (S. 1ª 2aeLXXXIV 4). Accidiosi erano dunque, in certo modo, e quelli del Limbo e quelli delle arche. Perchè, come espressamente dice Dante (Purg.XVII 130), l’amore del bene può essere lento sì ad acquistarlo sì a vederlo. Accidiosi tutti quelli dell’Antinferno e quelli dell’Antidite, e, degli uni e degli altri, quelli di là del fiume e immersi nella palude pingue, accidiosi rispetto alla vita attiva; quelli di qua dall’Acheronte e lungo gli spaldi di Dite, accidiosi rispetto alla vita contemplativa o intellettuale. Or come della vita attiva la più alta virtù e che assomma le altre è la giustizia, che Dante (Conv. I 12) dice la più propria dell’uomo e perciò la più amabile, e dichiara ottimamente disposto il mondo (De Mon. I 13),cum iustitia in eo potissima est; così l’ingiustizia è il peggior male. Ma si può omettere la giustizia e fare l’ingiustizia; il che specialmente nei Principi, ministridi giustizia, è viltà o delitto. Ora nel brago dello Stige come tutti stanno per difetto nella vita attiva, così tutti ma specialmente i re sono puniti per non essere stati giusti, il che vale quanto essere stati ingiusti, sebbene ingiustizia non avessero commesso altra che questa, di non fare giustizia, ossia non essere stati quello che deve essere un re o più in generale l’uomo, drittamente attivo, ciò è giusto. E qui mi occorreva una nuova causa di meraviglia, vedendo non tutti i commentatori, che anzi sono pochissimi, avere accolta un’opinione di chi nel miro gurge del Poema Dantesco consunse la sua veduta.[53]Questi aveva rettamente nel Messo del Cielo, che apriva con una verghetta le porte di Dite, veduto Enea, e ne aveva date ragioni ottime e chiarissime, che non sto a ripetere. Ma a me queste ragioni apparivano indubitabili, quando io consideravo che nessuno poteva essere scelto da Dante ad attraversare Stige, la palude della non attività o non giustizia o viltà o ignobilità o disordine nell’irascibile; dove avevano a essere immersi gran regi; meglio di chi da Dante stesso è preso a modello (Conv.IV 26) del buon cavalcatore che frena e sprona il concupiscibile e l’irascibile con la temperanza e la fortezza: con la prima avendo egli vinto di lasciare il piacere e la dilettazione di Didone; con la seconda essendo riuscito solo con Sibilla a entrare nello Inferno; meglio di chi da Dante (DeMon.II 3) è dichiarato esempio della nobiltà, sì propria, sì avita, con ricordo di versi Virgiliani, tra i quali:Rex erat Aeneas nobis, quoiustioralter Nec pietate fuit nec bello maior et armis(Aen.I 544 e seg.). Il Messo del cielo era veramente Enea, e passava Stige con le piante asciutte, come i Poeti nel Limbo passano il bel fiumicello come terra dura, chè se il rio che segrega dal volgo il nobile castello della sapienza, non è difesa contro i sapienti, la palude dell’ignobilità non può ritardare e affondare chi è supremamente nobile.

Altri spiriti erano in Inferno, di cui avrei detto fossero puniti per accidia, sentendo uno di loro dire: ‛Non per far, ma per non fare (Purg.VII 25)’. E questi sono in luogo

non tristo da martiri,Ma di tenebre solo, ove i lamentiNon suonan come guai, ma son sospiri;[52]

non tristo da martiri,

Ma di tenebre solo, ove i lamenti

Non suonan come guai, ma son sospiri;[52]

sospiri di desiderio senza speranza (Inf.IV 42); ‛di desiderio Ch’eternalmente è dato lor per lutto (Purg.III 42)’. Essi tardi conobbero l’alto sole e per un difetto (Inf.IV 40), non per una colpa, sono perduti, perchè essi non peccarono, sebbene i loro meriti non bastino, e tra loro, oltre parvoli innocenti, sono onrevol gente e spiriti magni (Inf.IV 72 e 119). Sono nel primo cerchio dell’abisso; prima di loro, separati dall’Acheronte, sopra loro, appena di un gradino, sono solo gli ignavi per cui inutile dono fu quello della libera volontà. Ora io pensavo che altro luogo era ininferno, dove Dante avrebbe trovato il primo di quelli che a ben far poser gl’ingegni, di quelli che egli tanto desiderava vedere: Farinata (Inf.IX e X). Anche d’essi peccatori poteva dirsi che erano in quelle arche non per altro rio che per non avere adorato o riconosciuto il Creatore e per aver fatta morta l’anima col corpo. E poi anche qui sonavano sospir dolenti, certo più intensi dei sospiri che nel Limbo facevano tremare l’aura eterna perchè quello era duol senza martiri e qui erano sì i martiri (IX 133, X 2) e rio il tormento e i lamenti duri (IX 111, 121). Nè il Poeta trascura qui, come non ha trascurato nel Limbo (IV 25) di notare l’oscurità del luogo; poi che Cavalcante chiama cieco il carcere, come Virgilio del Limbo dice che è tristo di tenebre. E dal Limbo i Poeti s’affacciano a luogo oscurissimo e tempestosissimo, come dal cimitero degli Epicurei vengono sopra più crudele stipa. Un tristo fiato è la novità che sentono qua, l’oscurità perfetta e i guai, quella che sentono là. Sono gli epicurei dentro Dite, sebbene agli spaldi, come i sospesi del Limbo dentro l’inferno, sebbene ‛Nel primo cerchio che l’abisso cinge’. E Dite è nella valle, in un avvallamento della palude Stigia, quindi quasi allo stesso piano, come il Limbo è quasi allo stesso piano di Acheronte. E nella palude Stigia sono anime sdegnate da Dite, come oltre Acheronte sono altre anime sdegnate dall’Inferno quanto egli è: accidiosi gli uni e gli altri, sebbene in diverso modo, essendo respinti questi di qua dalcielo, di là dall’inferno, e quelli, di qua dall’inferno dell’incontinenza e di là da quello della malizia. Io vedevo queste corrispondenze e dicevo che una somiglianza era in verità tra i sepolti nelle arche e i sospesi nel Limbo. E notavo un’altra somiglianza, tra quelli di là d’Acheronte e quelli di qua; la quale consisteva in questo, che i sospesi erano tali in quanto avevano, per il primo peccato, perduto il libero arbitrio, almeno secondo la restrizione di Tomaso (1ª LXXXIII 2),non quantum ad libertatem naturalem, quae est a coactione, sed quantum ad libertatem, quae est a culpa et a miseria; e gli sciaurati, che mai non fur vivi, ne erano stati come privi, essendo vissuti come bestie, che libero arbitrio non hanno, e non come uomini o angeli. Che anzi considerando questi ultimi, meglio si giunge al concetto di Dante; poi che gli angeli nel primo istante in che furono creati in grazia, meritarono bensì, ma poi alcuni mortificarono subito il loro precedente merito (S.1ª LXIII 5 e 6); e ‛il loro libero arbitrio essendo inflessibile dopo l’elezione, se dopo il primo istante, in cui ebbe un naturale movimento al bene, non avesse posto impedimento alla sua beatitudine, sarebbe stato confermato nel bene’. Si tratta dunque d’un atto solo e istantaneo di libero arbitrio, nel quale “proruppero„ gli angeli, scegliendo quali il bene, quali il male. Ma Dante, non seguendo in questo i teologi, pone una terza schiera d’angeli che in atto di libero arbitrio non proruppero e non scelsero nè il benenè il male: respingendo il dono che Dio loro faceva, del libero arbitrio. E così gli uomini che con loro sono punti da mosconi e da vespe. Or dunque in questo difetto di libero arbitrio assomigliano quelli del vestibolo infernale e quelli del primo cerchio; ma differiscono in quanto nei primi volontario fu il rifiuto dell’atto della volontà, e involontario nei secondi, non ostante che anch’essi potessero essere salvi credendo, come altri crederono, e si salvarono, in Cristo venturo. Ma in ciò è un mistero che per Dante resta mistero anche in Paradiso, come alcuni fossero predestinati e altri no; peraltro noi possiamo intendere come egli non giudichi al tutto involontaria la mancanza di fede e in quelli che vissero avanti il Cristianesimo e in quelli che morirono prima d’essere battezzati. E così possiamo renderci ragione del fatto che egli pone il Limbo dentro l’Inferno, al che del resto era invitato dalla dottrina dei teologi (S. suppl.LXIX 5). Adunque gli ignavi e i non battezzati assomigliano per una parte e per l’altra differiscono: in che, ora chiedevo, differiscono quelli delle arche e quelli del Limbo? poi che avevo veduto in che assomigliavano. E rispondevo che differivano i non credenti dai non battezzati, in ciò in cui i non battezzati differivano dai non mai vivi, nella volontà. Volontaria al tutto era stata la mancanza della fede negli uni; quasi involontaria negli altri; gli uni, anche dopo Cristo, non crederono; gli altri, benchè prima di Cristo, adorarono, sebbene non debitamente,Iddio; e tennero certe cristiane credenze, come quella dell’anima immortale. E i primi erano rei di malizia poi che erano puniti dentro Dite. Ma sebbene mala fosse adunque negli eresiarchi la volontà, pure, umanamente parlando, posero gl’ingegni a ben fare, e perciò non furono messi più sotto, come non ebbero luogo più sopra perchè la volontà era mala. In fine io pensavo che sola la vista della verità fa libero dritto sano l’arbitrio (Purg.XXVII 140) e che l’ignoranza è quella che l’offende e lo travia; e che si può dire che tutti i peccati che da ignoranza provengono, si possono ridurre ad accidia (S. 1ª 2aeLXXXIV 4). Accidiosi erano dunque, in certo modo, e quelli del Limbo e quelli delle arche. Perchè, come espressamente dice Dante (Purg.XVII 130), l’amore del bene può essere lento sì ad acquistarlo sì a vederlo. Accidiosi tutti quelli dell’Antinferno e quelli dell’Antidite, e, degli uni e degli altri, quelli di là del fiume e immersi nella palude pingue, accidiosi rispetto alla vita attiva; quelli di qua dall’Acheronte e lungo gli spaldi di Dite, accidiosi rispetto alla vita contemplativa o intellettuale. Or come della vita attiva la più alta virtù e che assomma le altre è la giustizia, che Dante (Conv. I 12) dice la più propria dell’uomo e perciò la più amabile, e dichiara ottimamente disposto il mondo (De Mon. I 13),cum iustitia in eo potissima est; così l’ingiustizia è il peggior male. Ma si può omettere la giustizia e fare l’ingiustizia; il che specialmente nei Principi, ministridi giustizia, è viltà o delitto. Ora nel brago dello Stige come tutti stanno per difetto nella vita attiva, così tutti ma specialmente i re sono puniti per non essere stati giusti, il che vale quanto essere stati ingiusti, sebbene ingiustizia non avessero commesso altra che questa, di non fare giustizia, ossia non essere stati quello che deve essere un re o più in generale l’uomo, drittamente attivo, ciò è giusto. E qui mi occorreva una nuova causa di meraviglia, vedendo non tutti i commentatori, che anzi sono pochissimi, avere accolta un’opinione di chi nel miro gurge del Poema Dantesco consunse la sua veduta.[53]Questi aveva rettamente nel Messo del Cielo, che apriva con una verghetta le porte di Dite, veduto Enea, e ne aveva date ragioni ottime e chiarissime, che non sto a ripetere. Ma a me queste ragioni apparivano indubitabili, quando io consideravo che nessuno poteva essere scelto da Dante ad attraversare Stige, la palude della non attività o non giustizia o viltà o ignobilità o disordine nell’irascibile; dove avevano a essere immersi gran regi; meglio di chi da Dante stesso è preso a modello (Conv.IV 26) del buon cavalcatore che frena e sprona il concupiscibile e l’irascibile con la temperanza e la fortezza: con la prima avendo egli vinto di lasciare il piacere e la dilettazione di Didone; con la seconda essendo riuscito solo con Sibilla a entrare nello Inferno; meglio di chi da Dante (DeMon.II 3) è dichiarato esempio della nobiltà, sì propria, sì avita, con ricordo di versi Virgiliani, tra i quali:Rex erat Aeneas nobis, quoiustioralter Nec pietate fuit nec bello maior et armis(Aen.I 544 e seg.). Il Messo del cielo era veramente Enea, e passava Stige con le piante asciutte, come i Poeti nel Limbo passano il bel fiumicello come terra dura, chè se il rio che segrega dal volgo il nobile castello della sapienza, non è difesa contro i sapienti, la palude dell’ignobilità non può ritardare e affondare chi è supremamente nobile.


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