CORAGGIO E AVANTI!

CORAGGIO E AVANTI!

I.

— Ed ora va — mi disse mia moglie — non farlo aspettare.

— Lascia che aspetti — risposi allegramente — l'ho aspettato tanto anch'io. Mi vendico.

Ma in così dire fui colto da una strana paura, cioè che il mio primo cliente, abbandonato a sè stesso, si pentisse e pigliasse l'uscio alla chetichella. Non ero nemmeno ben sicuro che fosse una persona vera, sebbene grassa e tonda; poteva essere una visione, un'ombra che fingesse la mole carnosa d'una parte contendente. Mi uscirono dal cuore tutti i sentimenti di vendetta; mi mossi, attraversai il salotto con quattro passi affrettati, ed entrai nello studio senza nemmeno mettermi indosso un cencio di sussiego dottorale.

Il mio cliente non era dileguato, e mentre mi adattavo sulla faccia una gravità non mai veduta, sorridevo e ridevo dentro di me della sciocca paura che mi era passata per la testa.

— Prego... si acco... modi — dissi, e lo dissi con tanta solennità, mettendo un intervallo così lungo tra una sillaba e l'altra, che la mia prima vittima potè magari credere un momento che io la volessi pregare di accopparsi per risparmiarne a me la noia.

— È per un muro divisorio — cominciò a dire quell'uomo prezioso; io lo interruppi chiedendogli scusa e pregandolo di dirmi prima il suo nome e cognome, la patria, la professione.

— Venanzio Solera da Cuggiono, possidente.

Scrissi quel nome e quel domicilio sul primo foglietto capitato, come se vi fosse pericolo di dimenticarmene, poi feci un sorriso che significava: — noi avvocati abbiamo una tale confusione di nomi per la testa!... — E il signor Venanzio Solera ne cominciò un altro, che probabilmente voleva dire: — Già loro avvocati... — Io lo interruppi rifacendomi serio:

— Dunque si tratta d'un muro divisorio?

— Sissignore, d'un muro divisorio.

E man mano, prima con la gravità suggeritagli dal mio sussiego, poi con la vivacità della sua indole litigiosa, che si veniva accalorando al pensiero delle torture morali patite da un anno, Venanzio Solera mi espose l'iliade di certi infissi che voleva far togliere da un muro.

Il mio cliente aveva tutte le ragioni di esercitare un diritto sacrosanto che gli era stato assicurato dalla prudenza di suo nonno buon'anima; aveva in suo favore un atto notarile, il codice, la giurisprudenza;solo aveva contrario il signor Luigi Magni del fu Pietro, e gliinfissirimanevano nel muro.

— Mi fanno male — diceva candidamente il signor Venanzio, e si toccava il petto come se li avesse cacciati attraverso il corpo.

Ma io non lo potevo compiangere; lo ammiravo nè più nè meno; il suo male mi pareva uno di quei fenomeni meravigliosi che si manifestano in terra per incominciare la clientela di un avvocato novellino; quel muro coi suoiinfissiio me lo vedeva dinanzi alto e solenne come un baluardo.

— Dietro quel muro è il tuo avvenire — dicevo mentalmente a me stesso; — dietro quel muro è la tua clientela numerosa; dietro quel muro sono i trionfi forensi, gli agi di Evangelina e di tuo figlio.

E a questi pensieri sentivo dentro un rimescolìo strano, in cui si perdeva il mio sussiego posticcio, e insieme col lampo oratorio che mi balenava negli occhi appariva il sorriso bonario del padre di famiglia contento. Non dicevo nulla a parole, ma dovevo avere un poema scritto sulla faccia, perchè il mio cliente, che da un po' parlava a spizzico e senza staccarmi gli occhi di dosso, a un tratto ammutolì e sorrise.

— Dica, dica — balbettai, cercando di richiamare la mia gravità fuggitiva.

— Le ho domandato se voleva trattare la mia causa, ed ha fatto di no col capo.

— Scusi — diss'io — ero distratto; noi andremo in tribunale e vinceremo la lite.

— Sarà una cosa lunga?

Mentii.

— Sarà una cosa spiccia; abbiamo tutto in nostro favore; lei mi faccia la procuraad lites, penso io al resto.

E senza dargli tempo a riflettere, mi tirai dinanzi un foglio di grossa carta, su cui scrissi in rondo:Solera contro Magni, poi sollevai il capo e dissi:

— È fatto.

Lo dissi con una cert'aria di trionfo che mi doveva parere stranissima più tardi, pensandoci, ma che in quel punto mi veniva fuori così naturale da indurre in errore il mio cliente, il quale si credette in obbligo di curvarsi per ammirare da vicino il mio rondo e lasciarmi intendere che approvava pienamente la mia maniera energica di spingere innanzi le cose.

Ebbi paura che mi canzonasse, e senza guardarlo in faccia lo pregai di dirmi che cosa avesse fatto dal canto suo per evitare la lite.

Evitare la lite!Sì, io ebbi il disperato coraggio di pronunziare queste parole, e quando le ebbi sillabate interamente senza trattenerne neppure un briciolo coi denti, alzai gli occhi. Ero rassegnato a contemplare un orrore: Venanzio Solera che si pentiva di aver voluto trascinare in tribunale Luigi Magni del fu Pietro, e che ringraziandomi infinitamente d'avergli fatto venire un buon pensiero, si rizzava in piedi, mi stringeva la mano, infilava l'uscio... spariva!

Invece no; il mio cliente non si moveva; gliera passata da un pezzo la voglia di pigliar con le buone quell'orso male allevato; era venuto perchè era tempo di farla finita, e non se ne voleva andare senza lasciarmi nelle mani il suo litigio.

— Dio ti benedica! — volli esclamare in un impeto di contentezza. Invece domandai con sussiego: — Che uomo è?

Intese subito che parlavo della parte avversaria, e rispose semplicemente: —Un orso!...

Ma mentre egli me lo metteva innanzi tinto dei più neri colori, io lo guardava con gratitudine, quasi con amore.

Vedevo in Luigi Magni del fu Pietro il cardine, il fondamento della mia clientela, il capo stipite d'una razza di gente litigiosa disposta ad andare fino in cassazione contro di me prima, poi contro mio figlio, e mi pareva che avrei voluto averlo dinanzi per ringraziarlo, stringergli la mano, chiedergli la sua fotografia, poi farlo condannare nelle spese e nei danni.

Un'altra via si apriva al mio pensiero. — Come mai — dicevo mentalmente guardando in faccia Venanzio Solera — come mai è venuta in capo a questo brav'uomo l'idea di farsi rappresentare in tribunale da me?

Pensavo a mio suocero che dal giorno del matrimonio di sua figlia non aveva fatto se non consigliare inutilmente le liti più spropositate ai suoi amici e conoscenti di Monza, e che invano era diventato egli stesso intrattabile nei negozi, dacchè aveva un genero avvocato. Ma non era statolui a mandarmi il mio cliente, perchè, avendo interrogato abilmente il signor Venanzio, egli mi fece intendere che non si occupava nè di seta, nè di bozzoli, nè di bachi, e che a Monza non era stato mai.

Non mi sarebbe spiaciuto andar debitore della clientela a mio suocero; pure quando ebbi dal signor Venanzio l'assicurazione del contrario, provai un senso di piacere affatto nuovo ed inesplicabile, pensando che la mia fama era volata fino a Cuggiono. E come aveva fatto a volare, se non mi ero accorto che le fossero spuntate le ali?

Dolce mistero! Nè mi affannai a volerlo svelato; in sostanza, è sempre meglio per l'amor proprio di un avvocato che l'origine della sua clientela si perda in un'incertezza deliziosa.

Venanzio Solera fu docilissimo; ascoltò tutti i miei consigli, promise di fare quello che io gli raccomandai, e siccome era letterato, sottoscrisse la procura, tirando un po' in lungo questa delicata operazione, ma in sostanza con onore; e in fine, senza che io gli dicessi nulla, da uomo ben informato, fece il deposito per le prime spese processuali.

A tutti questi miracoli io assisteva senza stupore, perchè già mi ero avvezzato alla mia fortuna.

— Basteranno? — mi chiese il mio cliente miracoloso, accennando il mucchietto di biglietti di banca che aveva deposto sulla scrivania.

Compresi, e senza dir parola contai la somma e feci la ricevuta. Allora il signor Venanzio ebbepaura di aver ferito la mia dignità e ripetè con diverso accento: — Basteranno?

Feci un gesto sibillino, e il mio cliente dovette accontentarsene. Lasedutaera finita e ci avviammo.

— Bisognerà pure che paghiluiin ultimo — diss'egli allegramente.

— Non dubiti — risposi con un sorriso.

E come se avessi detta un'arguzia saporita, Venanzio Solera si arrestò in anticamera, mi prese le mani, me le strinse, e rise forte.

Indovinai che era uno di quegli uomini i quali arrivano tardi nelle ciancie, e che incominciano soltanto quando si può ragionevolmente credere che il discorso sia finito. Gli leggevo in faccia il desiderio di trattenermi una buona mezz'ora sull'uscio a ripetermi la storiella del muro. Il suo ideale sarebbe stato di poter discutere la lite fra di noi, e condannare Luigi Magni in contumacia; invece io non vedeva l'ora che il mio cliente se ne fosse andato per ridiventare fanciullo con la mia Evangelina, che, proprio come se la vedessi, era già lì, dinanzi alla mia scrivania, piena di felicità e d'impazienza.

— E glieli faremo staccare! — insistè il signor Venanzio.

Parlava degliinfissi, ed io lo feci ridere chiassosamente un'altra volta, dicendo:

— Bisognerà pure che li stacchi!

— Dovesse anche staccarli con le sue proprie mani — aggiunse il mio cliente.

E mi guardò in faccia aspettando un'altra arguzia. Ebbi uno scrupolo di coscienza e lo accontentai.

— Dovesse anche staccarli coi denti!

La felicità del signor Venanzio non si descrive; basti dir questo che egli ebbe paura della soverchia gioia, ed aprì l'uscio per darsi alla fuga. Sperava certo che io lo trattenessi, perchè lo vidi farsi serio come per tirarsi in mente qualche cosa, in realtà perchè cercava un pretesto di chiudere un'altra volta l'uscio e ripigliare la posizione di prima. Ma io avevo spinto prudentemente un piede nel vano aperto, rasente allo stipite, e non lo ritrassi. Venanzio Solera dopo essersi provato a dondolare un paio di volte la porta senza che gli potesse tornare in mente la cosa importantissima che ancora mi voleva dire, diede un'occhiata disperata al mio piede, si battè la fronte per punirla della sua smemorataggine, e se n'andò a malincuore, promettendo di tornar presto.

— Non dimentichi di mandarmi tutte le carte — gli dissi, quando ebbe sceso un paio di gradini.

Si arrestò di botto e si volse; col sorriso rassegnato diceva: «Sono quaggiù misero e sconsolato, non posso far altro che sorridere prima di andarmene».

Egli continuò a scendere, ed io tornai nel mio scrittoio, dove Evangelina, che aveva preso il mucchietto di banconote e le stava contando, appena mi vide mi buttò le braccia al collo, e scrollandomi tutto mi fece perdere in un attimo l'ultimo avanzo del mio sussiego dottorale.

***

— Ed ora, coraggio e avanti! — esclamò mia moglie — il primo cliente ce l'hai.

— Ce l'abbiamo, devi dire; il signor Venanzio Solera è patrimonio comune, è mio, è tuo, è di nostro figlio; la sua lite è entrata in casa per non uscirne mai più.

— Per non uscirne mai più? — balbettò Evangelina guardandomi negli occhi con una specie di terrore ingenuo — dunque quel povero uomo litigherà sempre?

— Sì — asseverai con enfasi — Venanzio Solera litigherà sempre con Luigi Magni del fu Pietro.

Spiegai subito l'allegoria ardita:

— Venanzio Solera è la clientela.Solera contro Magniè l'impresa della mia vita.

Allora Evangelina, facendosi rossa in viso pel piacere, battè le mani ed entrò in metafora anche lei.

— Venanzio Solera ci empirà la guardaroba di bella biancheria con le cifre; Venanzio Solera metterà una bella tavola di mogano in salotto, un attaccapanni di rovere in anticamera, tanto bel rame lucente in cucina. Non è vero che farà tutto questo?

Io aveva preso i biglietti di banca che erano sulla scrivania e li venivo contando con molta freddezza d'animo; alla domanda singolare dellamia Evangelina sorrisi, ma proseguii a contare, e solo quando ebbi finito risposi tranquillamente:

— Sì, credo anch'io che Venanzio Solera abbia questa missione in terra, e chi sa?... egli farà forse di meglio.

— Che cosa? — domandò mia moglie, che trovava gusto ad anticipare col pensiero tutte le prodigalità della mia clientela.

— Per esempio — risposi — ci allargherà la casa; cinque stanze sono veramente troppo poche per un avvocato, ce ne vogliono almeno nove, e non sarà male che l'abitazione abbia due ingressi sul medesimo pianerottolo, per uno dei quali passeranno soltanto i clienti...

— E ci si metterà tanto di scritta:Avvocato Placidi... di porcellana o d'ottone.

— Meglio di porcellana... è meno comune.

— Meglio d'ottone... — disse Evangelina — è meno fragile. Un bel giorno poi — soggiunse — per l'anniversario del nostro matrimonio, mi regalerà una bella macchina da cucire...

— A doppio punto e col pedale — dissi ridendo.

Prima mia moglie mandò un sospiro a quel tempo lontano, poi rise anch'essa delle fanciullaggini del nostro bel tempo presente.

Ma era rimasta un'ombra sulla sua fronte, e non ce l'aveva potuta mettere la macchina Howe a doppio punto.

— Per incominciare — dissi mutando tono — Venanzio Solera farà qualche cosa oggi stesso...

L'ombra non se ne andava, e mia moglie non si affrettò a chiedere:che cosa?

— Oggi stesso — ripetei misteriosamente.

— Che cosa? — domandò Evangelina.

— Me l'hai da dire tu che cosa hai, e perchè, mentre si parla della nostra reggia futura, tu mi pianti qui per andartene col pensiero... dove? dimmelo subito; a che pensavi?

— Pensavo — rispose Evangelina melanconicamente — che se Venanzio Solera fosse arrivato un anno prima, non sarebbe stato necessario mandare Augusto a Musocco.

Io la consolai facendole osservare che, per pigliarci la balia in casa, un anno di patrocinio non sarebbe bastato.

— Che cosa farà oggi stesso? — mi chiese poi alludendo a Venanzio Solera.

— Ti comprerà un calendario, perchè sa che ne hai piacere... un bel calendario da appendere sopra il caminetto. È un lusso che ci possiamo permettere.

Evangelina approvò la spesa, osservando giudiziosamente che un bel calendario si doveva poterlo comprare con ribasso, essendo già passato tutto gennaio e più di mezzo febbraio.

***

Bisognava informare della nostra fortuna anche mio suocero, perchè trovasse requie e non perdesse il suo tempo correndo dietro ai clienti dei suoi figli; bisognava descrivergli la bellezza di Musocco, il latte della balia, l'appetito di Augusto, la rassegnazione d'Evangelina, e tutto ciò fu fatto in quattro pagine fitte, in principio da me, poi da mia moglie.

Rileggendo la lettera prima di mandarla, Evangelina si avvide che aveva dimenticato di parlare del balio; il povero Giuseppe, facendosi piccino piccino, trovò posto nei margini; dopo di che, chiuso il foglio nella busta, uscimmo per andarlo a gettare insieme in una buca.

Al momento di appiccicare sulla lettera il francobollo, guardai mia moglie, che mi guardava sorridendo. Il suo sorriso, espresso a voce alta edintelligibile, significava che quello era un francobollo speso bene, ed io, che era della medesima opinione, mentre cacciavo la lettera nella buca ripetei:

— Ecco un francobollo bene speso!

Invece no, quello era un francobollo sprecato, tanto è fallace la contentezza umana!

Tornati a casa, mezz'ora dopo, chi trovammo a braccia aperte, ingombrando il vano dell'uscioe gridando con voce stentorea che per entrare in casa ci bisognava passare sul suo corpo?

— Il babbo! — esclamò Evangelina.

Proprio lui, mio suocero.

L'amarezza del francobollo sprecato per un po' scomparve travolta nel piccolo tumulto della gioia, poi si mostrò un istante, per sparire di nuovo in eterno.

— Peccato! — disse mia moglie.

— Peccato ch'io sia venuto? — interrogò mio suocero, fingendo di intendere così per farsi fare un'altra carezza.

— No — rispose ingenuamente Evangelina — peccato che ti abbiamo scritto una lunga lettera, e non sono dieci minuti che l'abbiamo impostata.

— Sicuro — insistei — non sono dieci minuti.

Era invece una mezz'ora buona e lo sapevamo benissimo; ma ogni dolore vuole il suo balsamo e la sua vendetta, e dopo d'aver sagrificato quei venti minuti alla rettorica tiranna, il francobollo ci parve vendicato abbastanza e non ci fece ombra di male.

Nell'abbracciare sua figlia, mio suocero era quell'eccellente allevatore di bachi che avevo sempre conosciuto; nel baciar me, nello stringerci la mano, nel guardarmi, aveva una certa aria diplomatica che non gli avevo visto mai.

— Ho bisogno di parlarti — mi disse solennemente quando fummo soli.

E perdendo ad un tratto la pazienza, e con la pazienza la solennità, aggiunse alla buona:

— Ti porto una lite.

— Una lite! — esclamai guardando con occhio sospettoso.

Egli rimase serio e ripetè gravemente:

— Ti porto una lite, una bella e buona lite; si tratta d'un compromesso. Giovanni Resta si era obbligato a comprare dei bozzoli ad un dato prezzo, ora nega il suo obbligo... ed io...

— Tu!... sei dunque tu l'avversario?

— Sicuro; non ti pare che io possa stare in giudizio come un altro? Ho detto a Giovanni Resta che ha torto, e deve sentirselo ripetere in tribunale, in appello ed in cassazione. Litigheremo, e vogliamo ridere; sarà una cosa lunga...

— C'è un contratto? — domandai.

— Di scritto nulla, ed è perciò che si fa la lite; se avessi in mano un po' di nero sul bianco, credi tu che Giovanni Resta andrebbe in tribunale con la sicurezza di farsi dar torto? Ma noi sosterremo la validità del contratto verbale, lo faremo giurare, e se giura, lo accuseremo d'aver giurato il falso. Io dicofaremo, ma sei tu che farai tutto questo; io torno a Monza col primo treno.

— C'erano dei testimoni? — domandai con una pacatezza che metteva mio suocero alla desolazione.

— Ce n'era uno, ma non si ricorda di nulla. Che importa? ti dico che tu lo fai giurare, e che se giura...

— Se dài retta a me — interruppi solennemente — accomodi le cose alla buona, non litighie non ti guasti con Giovanni Resta, di cui puoi aver bisogno.

— Dunque credi che mi darebbero torto?

— Ne ho paura.

— Non importa; ho detto a Giovanni Resta che lo volevo trascinare in tribunale, e lo trascineremo.

Io scrollava il capo così risolutamente, che mio suocero, sbalordito, s'interruppe lasciando cadere le braccia lungo i fianchi.

— Hai sbagliato carriera — mi disse beffandomi senza amarezza — dovevi farti prete. Evangelina sarebbe venuta a confessarsi da te, avresti conciliato tutti i litigi terreni al cospetto del tribunale celeste; la tua eloquenza, perchè io sono sicuro che ne hai una, sebbene non sappi che farne, ti avrebbe servito a far la predica.

L'idea di vedermi prete e di confessare la mia Evangelina mi metteva di buon umore; mio suocero tirava innanzi a ferirmi con le sue ironie, ma era come se mi facesse il solletico.

— Non c'è da ridere — mi disse ad un tratto — bada che rifiuti il tuo primo cliente... bada che...

— Ma dunque non sai? — proruppi. — È vero, tu non puoi sapere... te l'abbiamo scritto poc'anzi, e siccome la lettera è impostata, mi pareva quasi che tu dovessi sapere...

— Che cosa?

— Che ho un cliente, che ho una lite!

— Davvero? — balbettò il pover'uomo; e, cosastrana! nella sua faccia si alternavano luci ed ombre, come se alla contentezza si mescesse un po' di dispetto. — E come si chiama?

— Si chiama Venanzio Solera, il suo avversario è Luigi Magni del fu Pietro; stanno a Cuggiono tutti e due, sono vicini di casa; v'è un muro divisorio comune in cui Luigi Magni ha piantato certi infissi che il mio cliente è in diritto di fargli staccare.

— Sono vicini di casa?

— Già.

— Hanno un muro comune?

— E Luigi Magni ha piantato gli infissi.

— Non v'è dunque pericolo che facciano la pace, non è vero?... se sono vicini di casa ed hanno un muro comune? Ah! quanto sono contento!

Mi buttò le braccia al collo e mi confessò commosso che aveva voluto litigare con Giovanni Resta tanto per darmi una causa, che del rimanente Giovanni Resta era un galantuomo, ed avrebbe benissimo potuto giurare il falso in buona fede.

In quel punto rientrava Evangelina.

— Vieni qua — le disse suo padre, aprendo le braccia con un gesto teatrale.

L'abbracciò e baciò in silenzio, poi la spinse verso di me perchè io facessi altrettanto.

— Il primo passo è fatto — soggiunse il padre contento — coraggio e avanti! Ed ora parliamo del piccino... È un bel paese Musocco? La balia è bella? Augusto ne è soddisfatto? E non ha sofferto troppo non vedendo più il nonno?

Vide negli occhi di Evangelina un luccichìo sospetto, e soggiunse abbassando la voce ed accarezzandole il viso:

— L'aria dei campi gli farà bene!

Coraggio e avanti!

Dopo Evangelina mio suocero, e dopo mio suocero qualcuno dentro di me venne ripetendomi in ogni ora della vita: «Coraggio e avanti!».

Ah quanto bene mi fecero queste dolci parole! A noi piace prefiggere un termine ai nostri sacrifizi per aiutarci a sopportarli. Diciamo volentieri: porterò il mio fardello fin là, poi camminerò libero e spedito; e così aveva detto anche io. Facendo il mio piccolo sacrifizio quotidiano, già aveva pensato: «Ancora uno oggi, e un paio ancora domani e doman l'altro, la sorte farà il resto, mi manderà un cliente!».

E il primo cliente era venuto, ma senza portarci se non cose che avevamo in casa: una maggiore contentezza e una speranza più robusta, non contando un calendario a prezzo ribassato. Avevamo ancora alcune finestre senza cortine, e ce ne consolavamo ancora amando smodatamente laluce, ed io portava bravamente il mio cappello a staio delle nozze, il più lisciato di tutti i cappelli del mondo incivilito, col pretesto sempre nuovo che «non ci avevo testa», s'intende ad occuparmi di simili bazzecole. Ahimè! no, non era così affaccendato, come volevo parere; ci accadeva ancora di uscire entrambi a braccetto, Evangelina ed io, unicamente per andare a gettare una lettera in una buca lontana.

Ma non pativamo nè noia, nè sgomento, perchè ci dava abbastanza da fare l'impiego delle nostre rendite. In ciò mia moglie aveva fatto studi profondi; io devo a lei la convinzione che ogni lira si compone di un gran numero di centesimi; molto prima di lei me l'aveva detto mia madre buon'anima, e, poverina, non era riuscita a persuadermi.

Quando volevamo stare allegri, come altri viaggia per isvagarsi, o va alla commedia od all'opera, noi ce ne andavamo a braccetto lungo le vie fiorite del nostro avvenire. Ed erano sempre nuove vedute, orizzonti più dorati di quelli del tropico, castelli ricolmi d'ogni delizia, teatri in cui assistevamo a scene attraenti e udivamo canti consolatori, accompagnati da suoni, che parevano carezze.

Quelli erano i giorni di sole.

E vennero i giorni di pioggia e di vento, al cui ricordo mia moglie rabbrividisce ancora ed io sorrido. Per lo più erano i lunedì dell'ultima settimana del mese, ma sempre e ad ogni modo giungevano inaspettati, anzi contro tutte le nostreprevisioni; si era allegri, quasi spensierati, il calendario segnavatempo costante;ed ecco Evangelina si accostava alla finestra e tornava a dirmi che pioveva; cioè che nei nostri calcoli della vigilia avevamo dimenticato il conto della legna, o quello della lavandaia, e che in sostanza prima del mezzodì in tutta la casa dell'avvocato Placidi non sarebbe rimasto un soldo, a pagarlo un milione.

Allora la fronte dell'avvocato Placidi si oscurava per ricevere le ispirazioni del suo genio, e il suo genio, senza perder tempo, gli suggeriva di cavare dal taschino del panciotto l'orologio d'oro, un Vacheron di Ginevra, di metterlo fra due fiocchi di bambagia in uno scatolino di cartone, cacciare lo scatolino col suo contenuto in una tasca, abbottonarsi ben bene ed incamminarsi senza paura. E l'avvocato Placidi, fatto docile dalla esperienza, non si ribellava più come la prima volta; quanto era pronto il consiglio, altrettanto era spiccia l'esecuzione; egli cavava dal taschino il suo orologio, gli domandava scusa per celia, o gli faceva un discorsetto sulla sorte degli orologi, che vengono al mondo con la calotta d'oro, sentenziava che le calotte e le altre cose d'oro, tanto invidiate, hanno il loro lato cattivo anzi pessimo; e quando con la sua parlatina era riuscito a far ridere sua moglie, che lo stava guardando con occhi di pietà, allora si rifaceva serio, si abbottonava per resistere in strada all'istinto di guardar l'ora e si avviava senza paura...

Si avviava; mi avviavo.

Finchè attraversavo le vie popolose, la mia disinvoltura non era esposta a dure prove; tutto al più qualche monello, vedendomi abbottonato fin sotto il mento, per il gusto di farmi sbottonare e poi ridere della mia bonarietà coi colleghi, mi chiedeva che ora era.

Ma io usciva di casa preparato a tutto, e rispondevo allungando il passo: — Sono le otto e mezza.

Entrando nella viottola deserta, dove si apriva la nota porticina col numero 3, sentivo battere il cuore, e giravo intorno sguardi sospettosi; dalle finestre e dalle porte cent'occhi erano attaccati ai miei passi, e al momento d'infilare l'uscio fatale mi pareva che tutti i segreti bisbigli di cui ero consapevole alzassero il tono a un tratto.

L'abitudine, che a poco a poco doveva darmi un po' di sicurezza, in questo non mi servì a nulla, perchè a ogni mia apparizione nella viottola paurosa, io aveva prima la coscienza, poi la prova testimoniale d'essere diventato più celebre; il falegname del canto era il primo a vedermi e subito lasciava il suo banco e veniva sull'uscio con la pialla in mano; il calzolaio dirimpetto, docile al richiamo, alzava il capo. E giungevano al mio orecchio dialoghetti come questo:

— È lui, l'amico del numero 3.

— Chi sa mai chi sia?

— Chi lo sa?

Tacevano.

Dalle finestre d'un primo piano si affacciavano due donnette di buon umore, che ridevano semprenon badavo a nessuno, tiravo dritto con lo sguardo fisso, e nel passare la soglia tremenda mi pareva d'udire il falegname ed il calzolaio, che mi avevano seguìto con gli occhi, esclamare quasi all'unissono: — È entrato!

Quando ero entrato, e lo spettacolo era finito, quei due potevano ripigliare il lavoro senza scrupoli, badando solo ad alzar gli occhi ogni tanto per vedermi ripassare all'uscita, ma le mie afflizioni non sempre erano al termine. Se avevo la fortuna d'affacciarmi solo allo sportello, la cosa era facile e spiccia; lapadronami conosceva, mi salutava come un vecchio avventore, domandandomi notizie della mia salute con una segreta e rispettosa pietà nell'accento e nelle parole; io cavava di tasca l'orologio; essa diceva:È sempre quello, non già per canzonarmi, solo per farmi intendere che non era necessario raschiarlo con un temperino, nè sfregarlo sulla pietra di paragone. —Sempre quello— rispondevo. Anche la somma che mi veniva prestata era sempre quella; ma per un'abitudine del suo commercio la buona donna prima me l'annunziava:Cinquanta lire!Chinavo la testa sul petto, intascavo il mio tesoro. — A rivederla, — diceva lapadrona, e io la ringraziava con un sorriso, perchè avevo notato che quando poi tornavo a riscattare il pegno, essa non mi diceva più arivederla, sebbene avesse molte ragioni di sperare che mi rivedrebbe ancora.

A volte non ero solo; giungevo in coda ad un drappello di donne, e mi toccava aspettare inun canto, sotto le occhiate curiose, col cuore stretto dalla miseria di quella povera gente, che per due lire impegnava un lenzuolo o tre camicie. E mi veniva un pensiero maligno e dolce, cioè che la mia umiliazione doveva servire almeno a qualche cosa: a consolare quegli infelici, a far loro sapere che nella gente che essi guardano con occhio di invidia vi può essere chi soffre più di loro, perchè è costretto a vergognarsi della propria miseria.

In quella brigata di donne vi erano le ardite che scherzavano del dolore e parlavano della sventura a voce alta; vi erano le timide e le dolenti; io ne vidi più d'una che piangeva, asciugarsi le lagrime e guardarmi con rispetto, e vidi le risancione smettere il riso sguaiato per sorridermi, facendo omaggio a una miseria che credevano peggiore della loro, perchè era diversa.

Tutto ciò era triste, tanto triste, che nell'atto di consegnare il mio orologio sotto gli occhi di quelle donne, non mi pareva più di essere l'avvocato Placidi, d'avere una casa, una clientela e un avvenire. Ma ritrovavo tutto me stesso appena svoltato il canto della viottola tremenda, e non ostante la consapevolezza di dovervi tornare, dimenticavo nelle braccia della mia Evangelina tutte le umiliazioni patite.

Forse il merito era un po' del mio umore bonario, e certamente ne aveva la sua gran parte la faccia melanconica e sorridente della mia Evangelina; ma non devo tacere che, nell'andare e nel tornare e per tutto il tempo della difficile operazionedel pegno, qualcuno mi era venuto continuamente ripetendo all'orecchio, senza che io gli dessi retta, le note parole: — Coraggio e avanti! — E possiamo non badare una volta e dieci a una voce che ci dice: — Coraggio! — viene poi il momento che questa parola benefica trova la via del nostro cuore.

— Come è andata? — mi chiedeva Evangelina.

— Cinquanta lire — rispondevo: — eccole.

— Questo lo so; c'era molta gente? Ti ha veduto qualcuno di nostra conoscenza? E quella donna ti ha riconosciuto?

— È andata benissimo — dicevo io; e quando era andata malissimo, non aggiungevo altro.

— Se quella donna sapesse che sei l'avvocato Epaminonda Placidi! Non vi andrai più, non i vero?

— Bisognerà pure che vada per ripigliare il mio orologio. Sai?... ieri notte mi ero dimenticato di caricarlo, pareva che lo sapessi... e pure poverino! camminava ancora... si fermerà alle dieci.

— A riscattarlo manderemo qualcuno.

— No, andrò io; oramai sono conosciuto; e poi, chi sa? sarà forse l'ultima volta.

Forse? Evangelina ne era sicura, e come potete credere, finchè mi fu possibile, non le tolsi la dolce illusione.

E venne una domenica in cui corsi trionfando a riscattare il mio Vacheron, ma venne pure un lunedì in cui attraversai la viottola paurosa per andarlo ad impegnare un'altra volta.

Augusto intanto cresceva a vista d'occhio, si faceva rosso e tondo come un puttino modellato senza economia, nel gesso.

Le passeggiate a piedi fanno bene alla salute. Ci avviammo spesso, Evangelina e io, prima a braccetto lungo la strada maestra, poi pel sentieruolo, tenendoci per mano come due innamorati, fino a Musocco, dove ci aspettava lo spettacolo meraviglioso della nostra creatura indifferente, non d'altro occupata che di vantare con le opere l'eccellentissimo latte della balia.

Io, l'indifferenza sublime di mio figlio la pigliavo con una certa filosofia; Evangelina no; la sua superbiuzza materna non le dava tanta forza da nascondere a' miei sguardi che era gelosa.

Ed era forse geloso io pure, quando, mettendo la faccia presso a quella di mio figlio, egli per un po' mi guardava stupito, poi invece di buttarmi le braccia al collo, come gli doveva consigliare la voce del sangue, cacciava uno strillo.

Questo disastro seguiva raramente, ma ci piombava entrambi nella desolazione. Quei giorni sitirava in lungo la visita, dimenticando Milano, il tribunale e i clienti; non si avrebbe avuto cuore di venir via senza prima aver fatta la pace con nostra figlio, e all'ultimo, riconfortati alla meglio da un'ombra di sorriso che era passata sui suoi labbruzzi, o da una carezza che egli aveva ricevuto con rassegnazione, ci avviavamo a passi lenti a Milano.

Poi ritrovavamo il nostro passo spedito, la nostra piccola filosofia quotidiana, noi stessi. E ci consolavamo a vicenda dell'ingiustizia di Augusto, e io ridiventava l'avvocato Placidi per difendere la mia progenitura.

— La voce del sangue! — dicevo cinicamente — chi vi crede oramai? Non si fa sentire nemmeno più sul palcoscenico. E non bisogna lagnarsene; aveva detto tante corbellerie questa voce famosa! Invece la voce del latte!...

Ma non avendo la lena di andar oltre, mi provavo a ridere. Evangelina non rideva, ed io tirava innanzi con crescente convinzione.

— Corrono molte voci nel mondo che nessuno ha mai udito: la voce del popolo, la voce di Dio, la voce della coscienza, eccetera; invece non si sente mai dire: la voce della minestra, la voce dell'arrosto, come se non parlassero ogni santo giorno, non escluse le vigilie, ad ogni uomo digiuno. Non ho io ragione?

— Hai ragione — mi rispondeva Evangelina — ma bisognerà tornare presto a trovarlo; è necessario che egli si avvezzi fin d'ora a vederci, aconoscerci, a volere un po' di bene a noi, che gliene vogliamo tanto.

Parlava di lui, ed io che non aveva cessato un momento di pensarvi, mi rifacevo grave per dire:

— Lo svezzeremo presto e lo toglieremo da balia. Fino a che età poppano i bimbi? Lo sai tu?

— Secondo i casi — rispondeva la povera mammina sospirando — fino a un anno e mezzo; ve n'è di quelli che vogliono il latte fino a due anni, magari fino a tre.

«Il nostro non sarà di quelli — sentenziava il padre, baldanzoso in apparenza, sgomentato in fondo. — Intanto hai ragione, bisogna andar spesso a vederlo; è necessario che egli impari a volerci bene».

***

A quel che bisognava fare non mancavamo davvero; l'ottima Marianna non doveva avere più nemmeno una settimana di sicurezza, sapendo che da un momento all'altro le potevamo capitare alle spalle e coglierla in flagrante reato di disamore alla nostra creatura, ma non perciò si sgominava o smetteva il suo bel riso; aveva anch'essa il suo talismano: voleva un gran bene ad Augusto.

— È proprio come se fosse mio — diceva per rassicurarci; e a queste parole ingenue io, da un piccolo tumulto che seguiva dentro di me, indovinava una battaglia nel cuore di Evangelina.

— È furbo — asseriva talvolta la vezzosa balietta — sa farsi voler bene; quando vuole poppare, le sa ben lui le piccole moine... è proprio pieno di malizia. Io dico che diventeràqualche cosa... perchè ha talento.

Ascoltavamo in silenzio, tra contenti e mortificati di dover apprendere tutto il valore della nostra creatura da un'estranea; poi Evangelina si chinava a baciucchiare il piccolo tesoro, ed io, che non mi potevo permettere altrettanto a causa dei baffi, invece di dichiararmi lieto di apprendere che mio figlio era pieno di malizia, balbettavo chelo sapevamo.

Allora la balia mi faceva vedere i denti immacolati, e approfittando di un momento in cui la faccia rosea di Augusto era scoperta, gli scoccava con disinvoltura un bacio rumoroso che il piccino si pigliava senza mormorare.

Se avessimo fatto noi altrettanto, Dio sa che strilli!

— Mi conosce, da me lascia fare — diceva Marianna — non c'è pericolo che voglia andare con altri... la notte, quando ha freddo, si fa sentire: allora me lo piglio in letto, ed egli sa dove mettere la faccetta per sentire il calduccio.

Tutte queste notizie ci davano una consolazione strana, che ci faceva molto felici e un po' desolati. Avevamo pure raccomandato cento volte alla balia che di notte non si pigliasse in letto nostro figlio; ma non volevamo nemmeno che egli piangesse nella culla o che patisse il freddo.

— Dio buono! — mormorava Evangelina — e se lo soffocasse?

— Soffocarlo! — esclamava la balia — dillo un po' tu se ti faccio male?...

E siccome Augusto non diceva nulla, ella spiegava minutamente alla mammina mal pratica l'arte sua amorosa di tener in letto il bimbo senza alcun pericolo, ed era così felice e così allegra nella sua dimostrazione, che Evangelina doveva finire col dichiararsi interamente soddisfatta.

E non era vero, povera Evangelina, che tu fossi interamente soddisfatta.

***

Io che mi venivo ammaestrando sui libri nell'arte di allevare i figliuoli, un giorno dissi alla balia:

— Bisognerebbe cominciare fin d'ora a dargli la pappa...

— La pappa! — balbettò Marianna sbigottita — è troppo presto; non ha che sei mesi.

Mia moglie mi guardava non osando darmi torto, come le suggeriva il suo istinto di madre, e forse sperando che io avessi ragione.

— Dovrà cominciare dal poco — insistei gravemente — in principio il guscio d'un uovo sarà la sua scodella; prima una volta il giorno, poi due; siano le pappe di semolina di buona qualità,non molto dense e ben cotte in buon brodo di pollo o di manzo...

Una risata interruppe la lezione che io sapeva così bene a memoria.

Era la balia che, non ostante il rispetto da me ispiratole, non aveva saputo frenare il suo buon umore.

— Scusi — diceva — è più forte di me.

Sì, l'idea del brodo di pollo era più forte di lei.

— Per fare il brodo di pollo o di manzo — osservò correggendo con un tantino di gravità il suo irriverente buon umore — ci vuole il pollo o per lo meno il manzo; i signori come loro queste cose le hanno sempre... ma noi....

Un'occhiata furba di Evangelina mi ripetè «i signori come noi...» e un mio sorriso finì la frase: «queste cose le hanno sempre...», poi mi venne un'idea luminosa:

— Al brodo penseremo noi — dissi — ma bisogna prometterci di dare per davvero le pappe al bimbo; avete inteso come si fa... il guscio di un uovo... la semolina ben cotta...

Aveva inteso, prometteva tutto.

Evangelina mi guardò un istante dubbiosa; poi le lessi in faccia che ella aveva indovinato la mia bell'idea.

Quella sera, al momento di assestare i conti della giornata, aggiungemmo allegramente al nostro bilancio la spesa mensile di un vasetto di estratto di carne.

La nostra casa intanto si veniva facendo bella; quasi non passava settimana che non si arricchisse di qualche piccolo ornamento utile; oltre del calendario, che faceva bella mostra di sè nel mio studiolo, avevamo un termometro Réamur, le cortine bianche in quasi tutte le finestre, dei geranii, delle rose, dei garofani in anticamera, sopra una gradinata di legno fatta a posta e inverniciata come la guardaroba, in modo da fingere benissimo il legno di rovere (pensiero applauditissimo di Evangelina); sopra il tavolino della sala un portasigari sempre pieno divirginieche invecchiavano al servizio del nostro decoro domestico (pensiero poco applaudito dell'avvocato Epaminonda che non fumava) — e non era tutto: possedevamo un orologio a muro, che sonava le ore e le mezz'ore con una gravità insolita, un cannocchiale da teatro, un bel calamaio di vetro, e perfino due candelabri di porcellana. Possedevamo pure altre cose che sarebbe non difficile ma noioso enumerare, e altre ne venivamo aggiungendo festosamente man mano. Una però ci mancava ancora, desideratissima fra tutte e più costosa di tutte, una lampada che scendesse dal soffitto delsalotto, proprio nel mezzo della stanza, sopra il tavolino.

Ci eravamo ingegnati in mille modi di resistere a quel pensiero rovinoso; io, per esempio, aveva comprato un albo di ritratti, e l'aveva messo sopra il tavolino, parendomi che così dovessi rinunziare più facilmente alla lampada; Evangelina un giorno mi aveva fatto trovare all'improvviso un successore al nostro merlo buon'anima, di cui la gabbia portava il lutto da più d'un anno.

Tutto ciò era qualche cosa, anzi era molto, ci faceva felici, ma non contenti; dopo di aver distribuito con molta simmetria i parenti e gli amici nell'albo, istintivamente Evangelina alzava gli occhi al soffitto, e io, quando avevo ascoltato per un po' il fischio del merlo nel vano della finestra, io stesso mi trovava senz'avvedermene in contemplazione dinanzi alla famosa lampada che ancora non pendeva sul tavolino.

Doveva pendere, era necessario, era fatale; giudicatene voi stessi.

Senza dirmi nulla, non così segretamente che io non fiutassi, tornando a casa, il mistero, Evangelina era venuta preparandomi con le sue mani una bella improvvisata.

Io fingeva, per contentarla, di non mi avvedere di nulla, e solo la vigilia del gran giorno, quando un'allegria insolita di mia moglie e certi suoi sorrisi strani avrebbero fatto scorgere a un cieco che l'improvvisata era pronta, solo allora mi credei in dovere di far l'uomo avveduto, e le dissi moltoastutamente: — «Evangelina mia, tu me n'hai fatta qualcuna, o me la stai facendo».

Se avessi insistito un po' la poveretta mi avrebbe detto tutto allora, come ne aveva gran voglia, ma io non le volli permettere di sprecare in un momento di fragilità mezza la compiacenza a cui aveva diritto; volevo pagare con un grande stupore e a tempo opportuno tutto il prezzo della sua segreta fatica; pigliai per buona moneta la sua prima bugia, mutai discorso, e uscii dicendo dentro di me: «Sarà per domani; e che cosa sarà mai?».

Non dovevo aspettare tanto a saperlo. Evangelina ebbe pietà di me e di lei, e al mio ritorno mi fece trovare — indovinate — appeso al mezzo del soffitto del nostro salotto, un magnifico cestello di carta di varii colori, sorretto da ghirlande pure di carta e da cui uscivano fiori ed erbe a profusione.

— Ti piace? — mi chiese Evangelina con un tremito di contentezza nella voce.

— Bravissima! — le risposi prontamente — hai avuto un'idea bella, proprio bella.

— Non è vero che sta bene?

— Sì, sta proprio bene; è come se ci fosse la lampada; almeno l'effetto è identico.

— È quello che ho pensato anch'io: quando dal mezzo del soffitto penderà un cestello, rinunzieremo più facilmente alla lampada che costa troppo, almeno per ora, finchè non fiocchino i clienti.

— Hai ragione, alla lampada ora non ci si penserà più.

Ahi! vanità dei propositi umani! e quanto è mai fallace la medicina delle nostre passioni!

Il cestello, che doveva farci dimenticare la lampada, ce la ricordava invece ad ogni momento.

«Vi pare che io qui stia bene, e non avete torto: ma al mio posto starà meglio la lampada; io poi starò benissimo nel vano della finestra, fra le cortine bianche di bucato!».

Così parlava il cestello, ora grazioso, ora beffardo, ora brutale, sempre con insistenza muta.

Per farla corta, dopo una settimana di quell'ossessione, una mattina mia moglie ed io uscimmo di casa come cacciati dal nostro destino, andammo di buon passo al più prossimo bazar, entrammo senza titubanza, e dopo una scelta penosissima, ce ne tornammo a casa seguìti da un facchino che portava la nostra lampada.

Entrando nel salotto, il cestello per la prima volta mi fece pietà, ma non lo dissi; fu Evangelina a esclamare allegramente guardandolo: «Oh! miseria! e dire che ci pareva una bella cosa!»

Due ore dopo ci tenevamo per mano sul limitare dell'uscio per giudicare dell'effetto che faceva il nostro salotto guardato in distanza, con la meravigliosa lampada nel mezzo e il cestello nel vano della finestra.

Era uno spettacolo magnifico; noi, fatti accorti dall'esperienza e frenando il nostro entusiasmo, ci accontentavamo di dire che la casa dell'avvocato Placidi «cominciava a pigliare un certo aspetto...».

***

Ancora Augusto non aveva visitato la casa paterna; prima il freddo invernale, poi le pioggie di primavera, e il tempo incostante avevano consigliato la prudenza; ma ora splendeva il magnifico sole di luglio, le giornate erano lunghe, egli poteva venire senza pericolo la mattina e andarsene la sera.

Venne.

Ci eravamo levati di buon'ora, perchè ci pareva d'avere tante cose da fare per prepararci degnamente alla nostra festa; dopo aver dato alcuni ordini in cucina e assestato i mobili della casa, Evangelina, non sapendo che altro fare, se ne venne ad assistere alla delicata operazione della mia barba.

— Or ora sarà qui — mi disse col tremito dell'impazienza nella voce. E siccome non le potevo rispondere, si andò a mettere dinanzi ai vetri per guardare in cortile e vederlo passare, non accorgendosi neppure che mi toglieva la luce.

— Evangelina... — dissi dolcemente.

Essa si volse, mi comprese, e senza dir nulla lasciò la finestra. Io con un'occhiata fuggitiva le lessi in faccia che era in uno di quei momenti difficili in cui la felicità soverchia le nostre forze, e per sopportarla abbiamo bisogno come di un pretesto di dolore.

— Quanto tempo oggi per quella barba! — disse mia moglie un momento dopo.

Mi volsi e le sorrisi. Pensavo: «Ecco come è fatto l'uomo! se non ci si bada, si è insoddisfatti, irascibili, maligni, unicamente perchè si è felici». E con una calma feroce:

— Non vedi l'ora, non è vero? — le dissi.

— Non ho la tuaplacidezza— mi rispose — è tardi, egli non viene, e tu sei sempre lì dinanzi allo specchio. Che cosa ti è venuto in mente stamane di raderti?

— Che cosa ti viene in mente stamane di darti alla desolazione perchè mi rado?

Ladesolazioneera di troppo; me ne pentii subito, ma era tardi.

Evangelina non mi rispose, cominciava a farmi il broncio. Per un po' tirai innanzi tranquillamente poi non seppi reggere:

— Ahi! — dissi.

Speravo che mi domandasse almeno se m'ero fatto male col rasoio; non fiatò neppure; toccò a me soggiungere con un po' d'ironia:

— Consolati, è stato uno sbaglio, non mi sono fatto nulla.

Ella si rizzò da sedere di scatto, ed io, vinto alla mia volta dal mio piccolo demonio, era disposto a lasciarla uscire dalla camera, senza correrle dietro per impedirle di piangere, quando un rumore di passi mi ferì l'orecchio e curvandomi istintivamente a guardare attraverso i vetri, vidi lui, proprio lui, che attraversava il cortile in braccio della balia, la quale cercava inutilmente di farlo guardare alla finestra del babbo.

— Evangelina! — dissi voltandomi; ed essa, che aveva indovinata al pari di me, fu pronta a ricevere la carezza del babbo felice.

— Perdonami — mormorò con un bacio... — stavo diventando cattiva.

— Lo stavo diventando anch'io — risposi in fretta... — ora è passato, andiamogli incontro.

Evangelina non mi ascoltava più; aveva aperto la porta di casa ed era già sulle scale per essere la prima ad impadronirsi di suo figlio.

***

Quel giorno fu festa in casa dell'avvocato Placidi.

Io aveva lasciato un bel po' che Evangelina si tenesse Augusto in braccio a mormorargli fra baci, che non finivano mai, certe paroline senza senso, a ripetergli mille volte con voce di carezza una domanda melanconica e dolce: «Non la conosci ancora la mamma?» Sì, da uomo che sa aspettare, io aveva lasciato che ella facesse i suoi comodi; doveva venire la mia volta e mi accontentavo di sorridere ad Augusto da lontano, andando dietro a mia moglie per la camera, appoggiandomi alla spalliera della sua seggiola.

E poi la balia si credeva forse in dovere di non staccarsi dal piccino, e sebbene non osasse mettersi a sedere sulle nuove seggiole imbottite che le davano soggezione, era sempre lì, non se ne andava.M'indispettivo pensando come non le venisse voglia di girellare un po' per Milano, di andare a vedere la galleria, o il duomo, e non sapevo come mandarla via senza offenderla.

Fortunatamente ci pensava anche mia moglie.

— Marianna — le disse a un tratto con molto garbo — va in cucina e di' alla fantesca che ti faccia scaldare un po' di brodo; mangerai pure una zuppa?

Marianna non disse di no, raccomandò a mio figlio di aspettarla senza piangere e sparve.

E io le venni dietro tranquillamente e le chiusi l'uscio alle spalle senza far rumore. Poi mi volsi, Evangelina mi presentò il bimbo e me lo accomodò sulle braccia. Pareva una cosa intesa.

Feci sapere a mio figlio che mi ero raso lungamente poco prima a posta per lui, non avesse paura di avvicinare la sua faccetta al faccione del babbo, e gli spiegai che cosa fosse il babbo, quanto amore e quanta gratitudine egli dovesse all'autore de' suoi giorni.

Augusto fu buono e mi lasciò dire senza piangere; ogni tanto mi guardava in bocca con molta curiosità, come se avesse visto uscirne le mie stranissime parole, poi girava gli occhi sbigottiti per la camera. Allora presi ardire e lo condussi a visitare tutta la casa paterna, salvo la cucina, arrestandomi per toccare ogni cosa che dava un suono, mettendolo dinanzi a tutti gli specchi di casa, che erano tre, compreso quello della barba, per veder crescere il suo stupore.

Ma il suo stupore non cresceva; era, come la nostra festa, come il nostro amore, una cosa profonda ed eguale, inalterabile, tranquilla. Egli non piangeva, e noi non sapevamo che fare per dimostrargli la nostra gratitudine.

— Gli diamo la pappa?

— Diamogliela.

Mia moglie andò in cucina, lasciando Augusto in mie mani, ed io non fui tranquillo finchè non la vidi rientrare con uno scodellino e... senza la balia.

Augusto prima si schermì, poi assaggiò la pappa e parve trovarla saporita, perchè ne volle ancora; noi non rifinivamo di lodarlo per la sua valentìa e d'incoraggiarlo ad ogni cucchiaio.

— Proviamo a sfasciarlo — dissi poi — gli farà piacere sentirsi libero.

Provammo, e quando quella fascia che pareva doversi allungare all'infinito fu snodata interamente, e ci apparve nostro figlio col solo camicino indosso, ritto come un piccolo personaggio mitologico sul tavolino:

— Voglio vederlo tutto — sclamai.

Gli slacciammo il camicino, ed egli si mostrò nudo nudo al nostro sguardo amoroso.

— Frine dinanzi all'areopago! — dissi celiando sulla nostra felicità.

Evangelina mi guardò, sorrise per acconsentire alla mia malizia, poi soggiunse seria seria:

— E più bello!

Quella giornata non doveva finire, e finì più presto delle altre.

Venne l'ora crudele, in cui nostro figlio, rifasciato, rivestito con la cuffia in testa, sebbene nelle braccia della mamma, non altro aspettava che Giuseppe per andarsene.

E venne anche Giuseppe col berretto in una mano e una grande incertezza di movimenti nell'altra. Poi la notte entrò nelle nostre stanze piene ancora del caro assente, senza che noi ci accorgessimo del buio.

Fu la fantesca a portare molto tempo dopo il lume acceso; allora anche l'amato fantasma se ne andò; rimanemmo interamente soli.

— A quest'ora dorme — mi disse Evangelina rispondendo al mio pensiero.

— E sogna babbo e mamma.... il babbo sopratutto...

Siccome lo scherzo non bastava, chiamai la fantesca, e le feci un cenno che essa comprendeva benissimo.

Allora soltanto Evangelina sorrise.

Aspettai un po' trattenendo mia moglie con unagravità teatrale, e interrogando con gli occhi il nostro orologio a pendolo, dissi:

— Possiamo andare.

Diedi il braccio a Evangelina, e ci avviammo tutti e due, io grave, essa ridente, a goderci il magnifico lume della nostra lampada accesa in salotto.

***

Dopo quel giorno le visite d'Augusto e le nostre si fecero più frequenti, e sul finire d'autunno tornando da Musocco a casa non avevamo più il segreto affanno di una volta. Fra nostro figlio e noi si era fatta amicizia: egli ormai conoscevababbo e mamma, e facendosi pregare un po' pronunziava malamente questi teneri nomi per mandarci in estasi.

La via maestra non ci pareva più tanto polverosa e la pianura lombarda apriva agli occhi nostri orizzonti nuovi, deliziose vedute.

— Hai badato? Mi ha riconosciuta da lontano ed ha agitato le braccia per l'allegrezza! — diceva la mamma.

— Verissimo — rispondeva il babbo — ci ha riconosciuti subito; e quando io gli feci vedere i bei grappoli d'uva che avevamo portato per lui... te ne sei accorta?... ha allungato tutte e due le mani...

— Sì, e dicevadue, perchè voleva averne un grappolo in ciascuna mano.

Tutto questo era verissimo; nostro figlio conosceva noi, conosceva l'uva, sebbene la vendemmia non fosse incominciata ancora, e quando d'una cosa che gli andava a genio ne voleva molta, per misurare la quantità e la capacità massime, egli pigliava le sue mani, che eranodue.

Sì, Augusto faceva tutto questo, mettendo di buon umore sua madre, e svegliando gl'istinti filosofici del babbo, il quale faceva — ahi! non sempre dentro di sè — delle considerazioni, che avrebbero dovuto essere curiose, sulla proprietà e sul possesso.

— Osserva — dissi un giorno — come si manifesta l'istinto della proprietà in Augusto; egli vede sulla tavola una cosa che gli piace, ne piglia con tutte e due le mani; quanto ha afferrato èsuo; tutto quel che è rimasto sulla tavola non gli appartiene. — E entrando mentalmente nella mia toga di avvocato, soggiunsi con un tantino di enfasi oratoria: — Quanto è dunque vero che la proprietà richiede il possesso! Badiamo però a non esagerare il principio, argomentandone che in ogni caso il possesso tenga luogo di titolo, cioè che la proprietà sia il furto. La proprietà non nasce mai senza il possesso, ma può senza il possesso mantenersi... — A poco a poco avevo preso il tono giusto, cioè mi canzonavo coscienziosamente, ma parendomi di vedere io stesso nelle mie ultime parole una luce che i giurisperiti non ci avevano messo; m'infervorai sul serio.

— Senti bene, Evangelina, perchè è una trovata; senti bene.

Evangelina voltò la faccia verso di me, ma pensava ad altro, e io, benchè sicuro che non mi ascoltava, ripetei, contando le sillabe d'ogni parola, e dando un giro più elegante alla mia frase:

— La proprietà senza il possesso non nasce, ma può senza il possesso mantenersi.

Evangelina disseah!appena appena; io mi dichiarai soddisfatto.

Si tornò a parlare di Augusto.

Se ne parlava sempre, era la nostra felicità futura.

— In marzo avrà quattordici mesi; del latte della balia non saprà più che farne; ha già messo quattro dentuzzi bellissimi; ne sta mettendo altri due; per mangiar le pappe e le minestre basteranno; non è vero che basteranno?

***

E un giorno, un bellissimo giorno d'aprile, Augusto venne con un mazzolino di viole in ogni mano. Le viole piacevano tanto alla mamma, e la balia lo sapeva, ma qualcuno forse aveva detto a mio figlio che, regalate da lui, le viole sarebbero piaciute tanto anche al babbo, e perciò egli ne aveva voluto due.

Quel giorno Augusto entrò in casa, com'era sempre entrato, girando sguardi curiosi di qua e di là, sorrise a babbo e mamma, come lui solo sapevasorridere, si lasciò menare in giro per le stanze senza piangere, e dormì il sonnellino di un'ora nella culla, tal quale come le altre volte; ma facendo tutto ciò che aveva sempre fatto, egli aveva forse una solennità insolita, un'amorevolezza nuova, perchè metteva nel nostro cuore una gioia più luminosa e più grave? No: Augusto veniva per non andarsene più.

Tutto quel giorno vidi luccicare due grosse lagrime negli occhi della balia. Non perciò la compiangevo. La felicità mi rendeva crudele.

E quando fu l'ora degli addii, Evangelina venne a porgere a Marianna il bambinello, perchè lo baciasse, e prima la povera donna rise per obbedienza al proprio temperamento, poi pianse senza far piangere mio figlio, poi rise un'altra volta del suo Giuseppe, che si asciugava le lagrime con l'ala del cappello, io ebbi un rimescolìo di sentimenti buoni e cattivi, e un sentimento sopra tutti: la gioia di veder mio figlio indifferente.

E glielo dissi tra il serio e il faceto:

— Bravo, tu sei un eroe!

Allora la balia non rise.

Evangelina mi diede uno sguardo di pietà che mi fece vedere il fondo del mio cuore di padre, e mi consegnò Augusto per essere libera di baciare replicatamente quella faccia lagrimosa in cui nostro figlio aveva imparato a sorridere.

E allora la balia rise.

A quella scena, di cui più tardi dovevano venirmi in mente tutti i particolari penosi, allora io assistevacon un'impazienza dissimulata appena; tutto il dolore della povera donna, che cessava d'esser madre di Augusto, diventava piccino al paragone della nuova grandezza che pigliava a un tratto il sentimento della mia paternità.

Tenevo Augusto in braccio, pensando che fra pochi minuti egli comincerebbe a essere interamente mio figlio. Sorridevo al disgraziato Giuseppe, e intanto pensavo che lo avrei spinto volentieri fuori dell'uscio.

Se n'andarono — e Augusto non pianse!

Rimasti soli col piccolo eroe, ci sentimmo per un po' come impacciati della nostra felicità; non sapevamo in che modo fargli festa, e dimostrargli la consolazione che ci dava col suo contegno esemplare, e glielo dicevamo fra i baci come se ci dovesse intendere. E chi sa? egli forse ci capiva benissimo.

— È un omino — dicevamo — è pieno di giudizio!

— Sei un omino, sei pieno di giudizio!

— Mi guardi? Sono il babbo...

— Sono io la tua mamma!...

Non piangeva!

— Ridi — gli dicevamo, stuzzicandolo sui labbruzzi — ridi, così, bravo: di' un po' «mamma!» dillo...

Egli non rideva, nè dicevamamma, ed era tutt'uno come se facesse quanto gli chiedevamo, perchè non piangeva.

Ma la sera, quando fu l'ora di metterlo a dormire, ed egli si vide in un'altra culla, in un luogo diversodal camerone enorme in cui aveva passato tutta la sua esistenza, parve cercare intorno qualche cosa e qualcuno. Ci curvammo sopra di lui, mettendo tutto il nostro amore negli occhi, per dargli forza — invano. Augusto mandò un grido, che mi passò il cuore, e pianse.

Pianse molto, pianse troppo, pianse tanto da farmi pietà e dispetto.

— Ha sonno — dicevo — e si ostina a stare sveglio per piangere. Non lo guardiamo più. Strilli quanto vuole.

Egli strillava più forte, appena facevamo atto di allontanarci dalla culla, e noi tornavamo al suo capezzale commossi e lusingati.

— Fa il cattivo, ma ci vuol bene — dicevo a mia moglie — ci vuol proprio bene!

Finalmente il sonno lo pigliò a tradimento. Fu un gran silenzio in casa dell'avvocato Placidi.

***

Con che gioia salutai l'alba del domani, che ce lo mostrò nella culla, tranquillo e con gli occhi aperti! E con quanto terrore vidi approssimarsi l'ora fatale di metterlo a dormire un'altra volta!

— Ora sentirai che smanie — dicevo ad Evangelina, quasi per tentare mio figlio a darmi una mentita.

Evangelina non mi rispose, e Augusto non si lasciòpigliare nel mio tranello, e pianse come non si piange nemmeno nelle grandi afflizioni; però questa volta pianse con metodo, concedendosi ogni tanto un brevissimo intervallo di silenzio per ripigliare fiato. In uno di tali intervalli mi giunsero all'orecchio queste parole pronunziate dal mio vicino di casa, con l'intenzione palese di farle passare attraverso la parete:

— Che cosa fanno a quel bambino? Gli cavano la pelle?

— No, signore — risposi imitando il suo accento — lo fasciamo appena.

Evangelina rise, Augusto ricominciò a piangere.

La cosa andò così per parecchi giorni ancora; provammo di tutto, a fasciarlo in un'altra camera, ad aspettare che il sonno lo pigliasse in braccio alla mamma per adagiarlo poi nella culla; ma quando ci allontanavamo in punta di piedi, il piccolo disgraziato si svegliava, riconosceva lasituazionee ci richiamava con uno strillo.

Si vedeva chiaro, era un puntiglio; ogni sera mi pareva di non doverlo perdonare vita natural durante a mio figlio; e ogni mattina, alla sua prima occhiata innocente, si faceva la pace.

E poi, s'egli faceva le bizze al momento di andare a letto, tutto il giorno invece era buono come il pane, buono come la pappa e come le minestrine che gli piacevano tanto.

Già cominciava a sorridermi, ad allungare la mano quando voleva afferrarmi per la barba, a dirmi certe sue paroline garbate che io intendeva benissimo,se dalle braccia della mamma voleva venire nelle mie. Faceva anche di più; stava ritto senza cadere, sol che avesse una seggiola a cui appoggiarsi ed il suo bubbolino coi sonagli per passare il tempo.

Insomma ci faceva felici, e prometteva di farci felicissimi più tardi.

Avere nella vita uno scopo che si è prossimi ad ottenere e che, ottenuto, non mozzerà le ali di nessuna illusione, non è forse la maggiore delle felicità della terra? — Lo scopo nostro era di vedere Augusto camminare da solo di stanza in stanza, per pigliar possesso di tutta la casa paterna.


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