LE TRE NUTRICI
I.
In quell'occasione solenne mio suocero perdette assolutamente la misura; appena ebbe udito il grido del neonato, mi afferrò per un braccio, mi guardò con due occhi spiritati, poi si avviò di corsa tirandosi me dietro, come se fossi un padre ribelle, e non volessi saperne di riconoscere la mia prole.
Venni così, impreparato alla gioia, fin sul limitare del nostro nuovo amore; colà mio suocero mi voleva indurre a starlo ad aspettare un momentino di fuori, mentre egli, forte della sua esperienza di nonno, andrebbe ad accertare il sesso; ma si era fatto un po' di rumore, ci avevano uditi di dentro, l'uscio si aprì, e il medico, affacciandosi nel vano, ci disse sottovoce:
— Silenzio... è un maschio!
Volli passare la soglia, ma mio suocero, sempre sregolato nella manifestazione dei suoi sentimenti, mi si avvinghiò al collo con un pretesto d'amplesso e per poco non mi tolse il fiato; poi mi lasciò stare e mi ripetè sottovoce:
— Silenzio... è un bel maschio!
Entrammo.
La mia pallida Evangelina, appena mi vide, mi sorrise dal suo letto, e allungò una mano verso di me; corsi a lei, la baciai sulla fronte, le mormorai sottovoce certe parole strane che intendevamo noi soli; ma nel fare tutto ciò mandavo in giro per la camera uno sguardo indagatore, e tenevo d'occhio mio suocero, un po' per gelosia che egli si impadronisse della mia creaturina prima di me, più per timore che, nel suo entusiasmo di nonno, ne facesse scempio con un bacio enorme o con una carezza smisurata. Io sì, mi sentiva la vocazione, e mi sentiva l'arte di portare in braccio mio figlio!
Ma dov'era mio figlio?
Il nonno impaziente si era accostato in punta di piedi alla culla nuova e tirava su con mille precauzioni un lembo della cortina di mussola. Evangelina lo stava a guardare, sorridendo con malizia: aveva lo stesso sorriso di complicità il medico, lo aveva più ancora la signora Geltrude.
— Dov'è? — chiesi sottovoce.
Evangelina volse verso di me gli occhi pieni d'amore, e sollevando un tantino le lenzuola, mi mostrò al suo fianco un corpicino minuscolo stretto in una fascia candida, con una faccetta rossa nascosta fra i merletti di una cuffia troppo larga.
Lo riconoscevo: era lui, mio figlio!
Appena sentì penetrare sotto le lenzuola l'aria più fredda della camera, egli aprì gli occhi. Lochiamai per nome «Augusto!» e mi guardò senza stupore: fatto audace, allungai la mano e sentii sotto un mio dito una guancia morbida e vellutata. Mio figlio fu bonino; prese la carezza senza cacciare uno strillo, ed io ne argomentai subito che dovesse avere un'indole paziente e rassegnata.
Non mi saziavo di guardarlo: era tanto bello! Quando finalmente sollevai il capo, facendo ricadere a malincuore il lenzuolo sotto cui mio figlio spariva come se non esistesse, vidi in faccia a me, all'altra sponda del letto, mio nonno, tutt'occhi e bocca per guardare e per ridere alla muta.
— Lo hai contemplato abbastanza? — mi disse. — Ora dàllo qua, che me lo goda anch'io.
E siccome non gli davo retta e facevo il giro del letto per andargli a dire che il nostro Augusto si trovava bene al caldo e che era meglio lasciarvelo, egli allungò le braccia, e con un garbo da far piangere i sassi, ghermì la mia creaturina e se la prese in braccio. Quando gli fui accanto, egli aveva già la sua preda ed andava su e giù per la camera, niente affatto disposto a cederla. Prima lo guardai con un po' di terrore, poi gli andai dietro come un mendicante; da ultimo, vedendo che mio figlio lasciava fare senza piangere, mi arrestai presso ad Evangelina, presi una sua mano nelle mie e sorrisi io pure con lei, col medico e con la signora Geltrude.
La cosa andò bene finchè mio suocero si accontentò di guardare il nipotino, di chiamarlo «gioia, amore» e simili, di sorridergli, di dondolarlolievemente nelle braccia, di lisciargli le guancie con la punta delle dita; ma quando, vinto dal fascino di quegli occhietti che lo guardavano sbigottiti, sedotto da un sorriso che egli pretendeva di vedere sui labbruzzi rosei, volle dargli un bacio, allora mio figlio gli fece intendere con uno strillo che smettesse, perchè non gli piacevano i baci della gente baffuta. Accorsi subito a proteggerlo, temendo che mio suocero tornasse da capo, ma il povero uomo era contrito e non sapeva che fare per indurre il piccolo disgustato a tacere.
— Dàllo a me — gli dissi solennemente.
E non glielo dissi, ma gli feci intendere che col babbo sarebbe subito stato zitto.
— Dàllo a me — insistei.
Mi guardò in aria di canzonatura e me lo diede.
Fu il caso o una specie di miracolo? Io non vorrei vantarmi, ma mio figlio tacque di repente, apri gli occhietti e me li fissò in faccia estatico.
Sentivo bene che il povero nonno doveva esser mortificato, ma non vedevo nulla in quel momento, fuorchè gli occhietti della mia creatura.
Una risata mi tolse alla contemplazione; non mi mossi neppure; era il nonno che si vendicava. Rise anche il medico, e rise Evangelina, e perfino la signora Geltrude; allora alzai gli occhi.
— Guardati nello specchio — suggerì mio suocero.
Avevo accanto la specchiera di mia moglie, e mi bastò volgere il capo per sentire anch'io la tentazione di corbellarmi. Non avrei mai credutoche vi potesse essere più d'una maniera di portare in braccio la propria prole primogenita, nè sopratutto che ve ne fosse una tanto più burlesca d'ogni altra. Questa appunto avevo scelta. Non ve la starò a descrivere, perchè è indescrivibile come tutte le cose sublimi.
Non importa: mio figlio mi guardava e mi sorrideva — giuro che mi sorrideva — ed io era il babbo più felice di tutto quanto lo stato civile. Per non commettere anch'io lo sproposito di far piangere il mio sangue con un bacio, e per non rinunciare ai miei diritti, ero tentato di mozzarmi i baffi in presenza di tutti o di farmeli mozzare da mio suocero; trovai di meglio, qualche cosa che, se non era un bacio vero e proprio, gli somigliava molto. Con infinite precauzioni mi riuscì d'accostare alla faccetta di Augusto tutte le parti presso a poco liscie del mio viso.
Ossia che il tepore gli ricordasse le sensazioni più dolci della sua vita passata, ossia che il mio naso gli rivelasse le prime dolcezze che lo aspettavano nella vita estrauterina, ad ogni modosta in fatto, come diciamo noi avvocati, che mio figlio trovò quell'amplesso paterno di suo genio. E sfido la parte avversaria a provare il contrario.
La parte avversaria quel giorno era mio suocero, il quale, perchè Augusto non solo si godeva il tepore, ma mi aveva afferrato il naso coi labbruzzi e dondolava la testina, ansimando forte, pretendeva che quelle dimostrazioni erano dirette a tutt'altri che al padre vanaglorioso.
Io lasciava dire.
— Ti piglia per la sua balia — insistè mio suocero — ed è da compatire perchè non ha la pratica. La mia Evangelina appena nata faceva così.
Guardai la mia pallida compagna, che sorrideva nel suo letto, poi il naso di mio suocero, e crollai risolutamente il capo dicendo:
— Non può essere.
Li feci ridere tutti. Perfino la signora Geltrude, la quale andava e veniva in punta di piedi facendo tante cosuccie, prima si arrestò per ridere, poi venne a prendermi di mano la mia creatura con tutto il sussiego di collaboratrice.
— Signora no — le dissi, sfoderando per la prima volta i diritti paterni — mi piace tenermelo ancora un poco, e me lo tengo. Loro ridano se hanno voglia.
Allora quell'eccellente donna andò a prendere in un canto un bicchiere d'acqua tiepida bene inzuccherata, mi accennò di mettermi a sedere dinanzi a un deschetto, vi pose il bicchiere e nel bicchiere immerse una specie di fantoccino di tela che mi cacciò in mano addirittura, dicendo:
— Glielo dia da succhiare.
La stavo a guardare sbalordito della sua disinvoltura; quand'ebbi compreso di che si trattava, mi posi a sedere, accomodai malamente mio figlio sul braccio mancino, e con la mano libera cominciai il mio uffizio di nutrice.
Il pasto di Augusto fu lungo; ogni volta che dovevo immergere il poppatoio nell'acqua inzuccherata,mandavo in giro un'occhiata ammirativa, come per dire: «Che appetito!». E ad uno ad uno, ripetevano tutti: «Che appetito!... e che balia!».
Mio suocero si venne a mettere dietro la mia sedia, appoggiò tranquillamente i gomiti alla spalliera, e stette un pezzo senza parlare; si accontentava di fare a mio figlio dei cenni, delle smorfie e certi suoi sorrisi sgangherati; finalmente, quando Augusto mostrò d'averne abbastanza, gli disse:
— Lo sai, furfantello, che tu succhi da maestro? Chi ti ha insegnato a succhiare così? Non è stata la mamma di sicuro... dunque chi è stato? Non ci vorrai far credere che senza un corso regolare di studi, un uomo mortale, fosse anche un talentone come te, possa venire al mondo per isbalordire suo nonno con la propria dottrina. Dunque chi ti ha insegnato a succhiare così? Ho capito, ho capito... non mi stare a dir altro; è un segreto.
Mio figlio approfittò della licenza, chiuse gli occhietti, piegò la testina per sentire il caldo del mio petto, e si addormentò. Allora, da uomo sicuro del fatto mio, annunziai al nonno incredulo che Augusto era tornato con gli angeli, e lo andai a riporre con infinite precauzioni accanto alla mamma sorridente.
L'uffizio di prima balia di mio figlio durò tre giorni interi, ed io lo tenni scrupolosamente per me fino all'ultima ora, contrastandolo a mio suocero, che ne voleva la sua parte.
Il terzo giorno, all'ora della prima colazione, quando con l'orologio in mano mi feci al capezzale del letto per annunziare a mio figlio che si dava in tavola, che vidi mai?... Vidi commosso, ed allargai le braccia in cui si gettò mio suocero delirante, vidi il nostro angioletto attaccato al seno di sua madre, la quale guardava ora noi ora lui sorridendo. Si stette un pezzo in contemplazione dinanzi a quello spettacolo amoroso, senza timore di dar noia al poppante, che appena appena s'era degnato di alzare il capo per chiedere scusa della licenza alla prima balia.
Estatico dinanzi a quel quadro, quasi non mi avvidi che mio suocero usciva dalle mie braccia come vi era entrato. Egli andò a prendere il deschetto e lo cacciò in un canto, pose il bicchiere dell'acqua inzuccherata sul canterano, ed in tutte le movenze svelte e gioconde mi faceva intendere: «Questi arnesi in avvenire non saranno buoni a nulla, ed io ne sono proprio contento».
Pover'uomo! era geloso; da un pezzo io me ne era accorto. Non gli sembrava vero che mio figlio, il sangue della sua figliuola, dovesse appartenere più a me che a lui. Io mi sentiva pieno d'indulgenza, ma egli ne abusava. E quando, perchè me le faceva più grosse, lo scongiuravo scherzando d'aver riguardo al mio stato di puerperio, egli alzava le mani al soffitto con un atto buffo che non mi faceva ridere, perchè quasi quasi aveva l'aria di esprimere la convinzione che non ci entrassi per nulla e che mio figlio si fosse fatto da sè.
Trovai ben io il mezzo di fargli smettere lo scherzo feroce; finsi di pigliar sul serio quanto diceva per isvilire la mia paternità, anzi andai oltre esagerando e conchiusi:
— Noi diventiamo genitori a buon mercato; i figliuoli nostri ci appartengono appena per quel tanto che ne cedono a noi le loro madri; mio figlio, ne convengo, è più di Evangelina che mio, come Evangelina è più di sua madre buonanima che tua.
Allora mio suocero volledistinguere, tale e quale come un avvocato, per provarmi che le figlie sono un'altra cosa.
— Che cosa sono? — insistei.
— Sono un altro paio di maniche — balbettò; ma non seppe dir altro.
Intanto, era venuto per due giorni soli, ne erano passati tre, e non si moveva: lo aspettavano mille faccende, ed egli non sapeva staccarsi dal nipotino.
Finalmente il medico dichiarò che tutto andava benissimo, che Augusto stava a meraviglia, che lapuerpera era fuor di pericolo; suggerì una regola severa e non tornò più.
La signora Geltrude venne alcuni giorni ancora, tanto per dar lezioni a Evangelina, la quale faceva prodigi d'intelligenza e di buona volontà, e si veniva formando sotto gli occhi nostri una mammina perfetta.
Da ultimo se ne andò anche la buona signora. Solo mio suocero non se ne andava; aveva messo radici. Pensava spesso alle proprie faccende e diceva: «Chi sa come andranno le cose? Senza di me, qualche diavoleria capiterà di sicuro! Partirò domani; non mi state più a dire di fermarmi perchè sarà inutile!».
Ma il domani noi tornavamo all'assalto, imperterriti entrambi: «Rimani oggi ancora, oggi solo». E il pover'uomo rimaneva quel giorno, e non se ne andava l'altro.
La mattina del venerdì, che aveva proprio fermato di lasciarci, si svegliò di umore bisbetico. Era da compatire, gli capitavano tutte quella mattina.
Pensate. La valigia si trovò, non si sa come, divenuta stretta; i pochi panni che da Monza a Milano avevano viaggiato comodamente, non dovevano avere la stessa fortuna da Milano a Monza. Quando mio suocero, perdendo la pazienza, provava in fretta e furia a stendere sotto quel che aveva steso sopra, poi, per la ventesima volta, chiudeva il coperchio della valigia e ci si metteva su in ginocchio, alzando le mani al cielo, avrebbeimpietosito i sassi; ma la valigia era inesorabile. Mancavano sempre due buone dita a poterla chiudere.
— È una stregheria — diceva allora fra i denti — una perfidia; tutta questa robaccia è pur venuta da Monza, o perchè ora non vuol tornare a casa?
Evangelina, che intanto s'era levata da letto, venne sorridendo ad assistere alla scenetta; portava in braccio il piccino, e mi si mise al fianco senza far rumore.
— Torniamo da capo — soggiungeva mio suocero con la calma della disperazione. — Proviamo a lasciar queste camicie della disgrazia per ultime; a riempire i vani faremo servire queste calze del demonio... Angiolo bello... gioia, amore, tesoruccio mio!
E il povero nonno, che si era finalmente accorto della presenza d'Evangelina, balzò in piedi di botto dando un calcio alla valigia per portare una carezza ad Augusto.
Si era trasformato in volto; aveva spianato le rughe della fronte e faceva gli occhi dolci. Dove l'aveva trovato quel sorriso bonario? Chi gliela aveva data quella serenità gioconda? Mio figlio.
Quando ebbe prodigato le carezze ed i nomignoli ad Augusto senza farlo uscire dalla sua olimpica indifferenza, tornò ai preparativi del viaggio.
— Vieni qua — diceva, mettendosi in modo da non perdere d'occhio il bimbo e parlando ora alla valigia, ora a suo nipote — vieni qua, birbona; mi hai fatto disperare abbastanza. Sentiamo che cosa ti dà noia? Sono queste ciabatte della malora?...Caro!... gli vuoi bene al nonno? Sì?... To' un bacio... E tu smettila, ne ho abbastanza, altrimenti ti pianto e me ne vado senza di te a Monza. È questo che tu vuoi, cenciosa maledetta?... Ah! ora vorresti chiuderti, mi pare; ti lascerai chiudere?
Così dicendo cadeva in ginocchio per la ventunesima volta; si aspettava che la valigia facesse ancora la ribelle, ma invece si lasciò chiudere, ed egli, che non era preparato alla nuova arrendevolezza, mi parve per verità più dispettoso che consolato.
— Il nonno se ne va! — disse poi rialzandosi e portando un sospiro ed altre carezze al bimbo; — lo sai che se ne va il nonno?
I malumori di mio suocero non erano finiti; già era venerdì e bisognava aspettarselo, lo diceva lui.
Basti dire che quando la valigia si fu lasciata chiudere, mio suocero si avvide con un orrore novissimo in lui (era il disordine in persona), che stava per mettersi in viaggio senza la cravatta. Si andò in giro per tutta la stanza a cercare l'indumento birbone, che si era cacciato chi sa dove, e naturalmente (quest'avverbio è di mio suocero) e naturalmente non si trovò nulla.
In quanti luoghi impossibili può un uomo di giudizio cercare una cravatta che si nasconde! Io non me ne sarei fatta un'idea mai, se non avessi visto quel brav'uomo sollevare il coperchio della zuccheriera, con la speranza che un prestigiatore invisibile avesse voluto fargli la burletta.
All'ultimo Evangelina ebbe un'idea piena di luce.
— L'avrai cacciata per isbaglio nella valigia!
Fu un lampo nel buio; sissignori, la cravatta era nella valigia, la quale, in penitenza di quest'ultimo tiro, ricevette dal suo padrone un ultimo calcio, di cui non aveva punto bisogno per campare i giorni assegnati in questo mondo fragile a una valigia.
I malumori di mio suocero ancora non dovevano finire; non era per nulla venerdì, e bisognava aspettarselo; era sempre lui che lo diceva.
La partenza del treno era segnata nell'orario alle undici e mezza, bastava uscir di casa alle undici per arrivare in tempo, senza scalmanarsi; se non che quando il nostro infallibile orologio a pendolo segnava i tre quarti, l'orologio da tasca di mio suocero voleva che fosse poco più della mezza, ed era infallibile anch'esso.
A chi credere?
— Il mio orologio è in regola — brontolò il povero viaggiatore — quella vostra baracca vuol mandarmi via dieci minuti prima.
— Se avesse coscienza e giudizio — entrò a dire Evangelina, chiedendo scusa con un'occhiata al nostro unico orologio — se avesse coscienza e giudizio farebbe proprio il contrario. Ma segna l'ora di Roma, e il tuo segnerà quella di Monza.
— E siccome io vado a Monza e non a Roma, ha ragione il mio.
— Ne ha cento! — esclamai ridendo.
— Ne ha mille — rispose mio suocero.
Non ne aveva nemmeno una, e il viaggiatoreostinato giunse alla stazione in tempo per vedersi chiudere sul muso lo sportello dei biglietti.
Con mia gran meraviglia, prese la cosa allegramente.
— In fin dei conti — disse con una serenità insolita — ha forse ragione lui; è meglio ch'io non parta oggi, è venerdì...
— Il meno che ti potesse capitare — interruppi ridendo — era che la locomotiva uscisse dalle rotaie e se ne andasse pei campi del territorio milanese minacciando le gambe dei gelsi punto frettolosi di tirarsi da banda per lasciarla passare.
Mio suocero non aveva l'aria di viaggiatore corbellato, tutta propria di chi ha perduta la corsa e se ne torna soletto a casa con la valigia; pareva anche lui arrivato appena, camminava spedito, e fu il primo a passare sotto gli occhi dei gabellieri, i quali si accontentarono di prendere la valigia in mano e di pesarla per aver tempo di leggere sulla faccia del bravo uomo il candore della sua coscienza, dopo di che ci lasciarono passare.
— Me ne è andata bene una! — esclamò il poveraccio.
— Tutte ti andranno bene se rimarrai una settimana ancora con noi e se vorrai tenere a battesimo il nostro piccolo Augusto.
In quel momento mio suocero non rispose, ma quando ebbe riveduto il nipotino e ne ebbe udito la vocetta di pianto, allora buttò in un canto la valigia e il pastrano, e togliendosi i guanti e soffiandosi le dita per riscaldarle:
— Epaminonda mio — disse — una settimana no, non posso; ho mille faccende a Monza, non posso proprio; ma se vuoi che io battezzi tuo figlio, te lo battezzo domenica, parola di cristiano battezzato.
— Bravo babbo! — esclamò la pallida mammina — bravo babbo! La zia Simplicia mi ha scritto poc'anzi, è guarita, è disposta a venire da Pavia per far la madrina.
— Le manderemo un dispaccio perchè venga subito — aggiunsi.
Mio suocero non diceva nulla; s'era scaldato le dita abbastanza per poter accarezzare il bimbo senza farlo strillare, e non badava ad altro.
Quando credeva che la funzione solenne dovesse compiersi senza di lui, unicamente sotto gli auspicii della zia Simplicia, ne parlava perfino con eresia, facendo dell'acqua benedetta una complice della costipazione. Ora no; il battesimo, se doveva dire il suo pensiero, era una bella cosa.
E volle che lo facessimo con solennità, invitando gli amici a mangiare i confetti; pagava lui.
La zia Simplicia giunse la mattina della domenica; notai subito che era già entrata sul serio nella sua parte di madrina; non era una zia come un'altra, anzi non era più donna, era una corporazionereligiosa, una missione, e nella sua piccola valigia, sembrava portare tutta quanta la fede cristiana.
La zia Simplicia aveva desiderato una femmina, e mio suocero lo sapeva; per lui questo solo desiderio era una colpa, e si sentiva poco disposto a perdonare, ma quando udì la madrina chiamare il cielo in testimonio che il piccolo Augusto era il ritratto parlante del nonno, allora cominciai a vedere sulle labbra del povero uomo un sorriso di beatitudine che vi doveva rimanere tutto quel giorno.
Non dirò le peripezie battesimali; ad Augusto non piacque il sale della sapienza, ma si lasciò immergere nell'acqua benedetta con uno stoicismo ammirando, e permise al nonno di rinunziare per lui al demonio, in latino.
Bisognava vederlo e sentirlo il nonno! Quanto a me non sapevo resistere; quando il latino usciva più tormentato dalla sua bocca era inutile, il demonio era più forte di me: mi tiravo di là o giravo sui tacchi, mi tenevo le costole e commettevo un sacrilegio.
D'una cosa mi stupii grandemente quel giorno, ed è che i convitati al battesimo, dopo d'essere andati in estasi contemplando mio figlio, vantandone tutte le virtù fisiche e morali, cioè il nasino non più grosso di un cece, i labbruzzi rosei, la pelle liscia e il sorriso visto cogli occhi della fede, e poi la pazienza e la prudenza, dopo aver vantato questo ed altro, non sentissero il bisogno distar tutta la sera in contemplazione di tante meraviglie, e preferissero parlar della politica estera od empirsi le tasche di confetti. Anche mio suocero ne fu mortificato, e quando, dopo d'essere andato in giro per la quarta volta col nipotino in braccio per far vedere come sapeva dormire senza che nessuno mai glielo avesse insegnato, comprese che bisognava rimettere in culla il piccino e non chiedere altro, perchè l'indifferenza aveva dato tutta la tenerezza di cui era capace; allora si andò a sedere in un canto, e fece il broncio.
Vennero i momenti degli addii; tutti con pensiero concorde dichiararono di non potersene andare senza rivedere il piccolo battezzato in culla; ed io vidi riaccendersi la luminaria nel viso di mio suocero.
Andarono nella stanza da letto, due alla volta, gli uomini preceduti da me, le signore da Evangelio, e invariabilmente seguiti dal nonno festoso. Facevano circolo intorno alla culla, si curvavano un tantino, poi sottovoce uno esclamava: — Come è bello! — e l'altro: — Non ho mai visto un bimbo simile a questo; — e un altro: — Tesoro! Si farebbe mangiare!
Non ne credevo un'acca, e pure mi batteva il cuore.
D'un'altra cosa mi stupii forte quel giorno; quando tutti se ne furono andati, quando il ciaramellìo di tante voci estranee fu cessato, quando l'illuminazione del nostro salotto fu spenta, e noi ci trovammo in tre accanto alla culla, ad interrogarein silenzio il sonno della nostra creatura, mi stupii forte di non sentire nemmeno l'ombra di quella malinconia, che segue il finire d'ogni festa; anzi, passando poi col lume in mano nel salotto, e notando lo scompiglio delle seggiole, mi parve che la riunione degli amici risalisse a un tempo lontano, tanto rapidamente si era cancellata dal mio spirito.
Tendendo l'orecchio avrei forse potuto udire ancora sulla via la voce di un convitato allegro, e mi bastava chinarmi per raccogliere il tappo di una bottiglia od un confetto sfuggito da una mano men larga della buona intenzione, e pure ero tentato di chiedere a me stesso se davvero ci fosse stata una festa in casa mia.
Gli è che la mia festa, la nostra festa, era un'altra; ed anche allora che tutti si rallegravano con noi e ci colmavano di lusinghe, in salotto ed in anticamera, Evangelina ed io eravamo altrove, e rispondendo parole e sorrisi, lo facevamo da lontano.
La mattina successiva tutto andò benissimo; la valigia si lasciò chiudere senza il secondo fine di nascondere la cravatta alle ricerche del suo proprietario, gli orologi si trovarono d'accordo, mio suocero baciò una volta noi melanconicamente, diede una dozzina di baci tremendi allasuacreatura, e uscì di casa rassegnato. E non perdette la corsa, anzi giunse alla stazione cinque buoni minuti prima della chiusura degli sportelli. Mi parve veramente che si rammaricasse di aver fatto male i suoi conti e d'essere giunto troppo presto; perònon lo disse. E come credete che egli spendesse il tempo prezioso che gli era rimasto? Ve la do in mille.
— Ragazzo mio — mi disse solennemente — ragazzo mio,te lo raccomando.
Misericordie celesti!
Io fui così sbigottito da chiedere: — Chi? — mentre avevo inteso benissimo, ed egli ebbe la incredibile faccia tosta di guardar prima l'orologio, poi di tirare innanzi due buoni minuti a raccomandarmi di averne cura, di non lasciarlo costipare esponendolo all'aria fredda, di aver pazienza, di fargli delle carezze, perchè i bimbi hanno bisogno di carezze, di dargli ogni tanto un cucchiaino di sciroppo di cicoria, e per poco non aggiunse «di volergli bene».
Io lo guardava a bocca aperta; un impiegato gli gridava nelle orecchie: «Chi parte per Sesto, Monza, Seregno, Como!», ed egli, imperterrito, data un'altra guardatina all'orologio, tornava da capo.
Sissignori, tornava da capo a raccomandarmi, a raccomandare proprio a me, d'aver pazienza con mio figlio, di far delle carezze a mio figlio, perchè i bambini ne hanno bisogno, e di non esporre mio figlio all'aria fredda, come se io non aspettassi altro che la partenza del nonno per cavarmi questo capriccio paterno!
— Chi parte per Sesto, Monza, Seregno, Como!
— Va, va — gli dissi spingendolo un tantino — va, altrimenti chiudono e perdi la corsa... Buon viaggio!
Egli mostrò il biglietto alla guardia della sala d'aspetto, e prima d'infilare l'androne, si volse, mi sorrise, sollevò un dito in aria e mi disse:
— Non dimenticare la cicoria!
L'uomo si avvezza a tutto, dicono i filosofi; ed io che ho dovuto avvezzarmi a tante cose, non istento a ripetere che l'uomo si avvezza a tutto, tranne forse alla colica e al mal di denti, sebbene i filosofi non lo dicano. Ma di quante sono abitudini al mondo, affermo che non ve n'ha una che si pigli più presto di quella d'esser felice. Nè so se convenga argomentarne che la felicità sia lo stato naturale dell'uomo, o che lo stato naturale dell'uomo sia l'infelicità, poichè quando abbiamo una contentezza, l'abitudine ce la scolorisce e la sciupa, e inclino a credere che queste due massime contraddittorie e vane possano essere patrocinate con la stessa eloquenza inutile da un medesimo avvocato; ma ripeto con sicurezza, che non è cosa a cui l'uomo si avvezzi meglio che alla felicità.
Queste idee non mi vengono ora per la prima volta; quando ero padre novellino, avevo altro per il capo. E pure ruminando oggi accanto al fuoco la mia filosofia sconquassata e cercando esempi per puntellarla, uno ne vado a pigliare proprio inquel tempo beato e lontano in cui ero padre novellino.
Sbalordito ancora dalla grandezza dell'appartamento di suo padre, Augusto non attraversava mai le nostre quattro stanze, senza girare intorno gli occhietti sbigottiti; se era avviato a piangere, bastava fargli toccare con mano un candeliere inargentato od un bicchiere, o un vetro della finestra, o una qualsiasi meraviglia che nella confusione gli fosse sfuggita, ed egli subito stava zitto ad ammirare; la sera, quando accendevo il lume, era capace di smettere il suo pasto per contemplare lungamente la misteriosa fiammella che ardeva in casa del babbo; per dir tutto in poche parole, Augusto era venuto al mondo da quindici giorni soltanto, e pure a me pareva di averlo avuto sempre. La sua faccetta rotonda era quella di un vecchio amico d'infanzia, la sua vocina svegliava un'eco nel mio cuore; era di pianto, e sonava dentro di me come una nota allegra; gli occhi suoi attoniti, i dondolamenti del capo, i moti delle gambuccie intolleranti della fasciatura, tutto ciò mi ricordava cose dimenticate, cose a cui non avevo badato abbastanza, cose dolci e belle.
Quei quindici giorni di vita nuova si allargavano stranamente, fino ad invadere tutta la mia vita passata, fino a parermi impossibile l'avere vissuto altrimenti; ero proprio tentato di crederlo: mio figlio ed io ci conoscevamo da un pezzo.
Tante volte, nel mezzo della notte, mi svegliavo sul mio letto da un cattivo sogno in cui non eropiù padre, e dopo aver teso l'orecchio per udire la respirazione soave del mio piccolo innocente, mi lasciavo portare senza resistere molto dall'onda dei pensieri, che andavano verso il tempo in cui non ero padre ancora.
Ma mi allontanavo a malincuore; era come se avessi deposto sulla strada il fardello della mia paternità, e potesse passare un ladro e rapirmelo; perciò non lo perdevo di vista, camminavo a ritroso e tornavo indietro ogni tanto; però le memorie tentatrici spesso mi portavano lontano; ritrovavo tutti i miei dolori più acuti, ed erano scioccherie; tutte le mie dolcezze più care, e mi parevano senza sapore; mancava a tutte qualche cosa — mio figlio.
Quanto più lietamente, ripigliato il fardello della mia nuova felicità, io me lo portavo senza sgomento attraverso il labirinto dell'avvenire!
In quel viaggio amoroso, mio figlio pigliava mille aspetti; ora si accontentava di saltare poco più d'un annetto, era slattato appena, moveva i primi passi barcollanti, passava sotto la mensa senza curvarsi e veniva ad appoggiare la testina ricciuta al mio ginocchio; subito dopo era uno studente chiassoso all'università, camminava con un grosso bastone in mano, empiva le strade di Pavia delle sue prodezze notturne, giocava al biliardo e si beccava l'esame di diritto canonico; poi tornava a Milano addottoratoin utroque, a meravigliare con la sua eloquenza mio suocero, il quale l'avrebbe sempre creduto un ingegnere; proteggeva i pupilli e le vedove — furfantello! — poi s'innamorava d'unabella fanciulla di 18 anni, io dava il consenso e lui se la sposava e mi faceva nonno.
Ed io? Non c'era più verso di sognare per me solo; in ogni mio castello in aria io metteva un castellano — ed era lui. Non mi pareva possibile immaginare la mia clientela, la mia fama d'avvocato, i miei guadagni e i miei risparmi senza quel caro bimbo venuto al mondo due settimane prima.
Io gli metteva un dito nella mano ed egli me lo stringeva con tutte le sue forze, e mi guardava:
— Siamo intesi — dicevo scherzosamente per far sorridere la pallida mamma; e ripetevo dentro di me sul serio, con una saldezza di proposito che mi pareva capace di sfidare il destino: «siamo intesi!... finchè la morte non ci divida!».
Avevo sempre pensato alla morte, e vi pensavo ancora, ma infinitamente meno: il fantasma bieco aveva cominciato a tirarsi indietro dacchè mio figlio era al mondo; già non era più che forma vaporosa nel lontano orizzonte, e a quella distanza non mi faceva paura.
Fino a pochi mesi innanzi avevo avuto mille malanni; ero stato prima tisico, poi apopletico, e in un quarto d'ora più crudele, financo idropico; — la mia Evangelina mi aveva guarito da moltimorbi: pur me ne rimaneva qualcuno non confessato, più lento nei suoi effetti, men formidabile della tisi e della idropisia, ma similmente fatale; e mi accadeva tante volte di interrompere a mezzo una ciancia allegra perchè essendosi fatta allusione all'età senile di un Tizio qualunque, io diceva subito fra me e me: «a quell'età non ci arrivo di sicuro».
La mia morte precoce doveva trovarmi preparato; ecco perchè vi pensavo tanto; mi ero anche prefisso di mettere in iscritto le mie ultime volontà; doveva essere un testamento olografo per risparmiare le spese notarili, e se non lo aveva fatto, è perchè i malanni che minavano la mia esistenza facevano la cosa tanto alla sordina da lasciarmi a volte l'illusione che io dovessi campare più di Matusalemme.
Venne mio figlio, e tutte le melanconie mi uscirono dal capo. Mi sentii forte, sano e longevo. Non istentai a persuadermi che l'idropisia dovesse rispettare il babbo d'una creaturina venuta al mondo ieri l'altro, e mi parve che la mia vita si allungasse per lo meno di tutto il tempo necessario a tirar su il mio figliuolo; avevo, a dir poco, vent'anni buoni dinanzi a me. La morte mi concedeva una proroga alla vigilia di presentarmi al tribunale, e non vi fu mai avvocato più felice di averla ottenuta. Mi uscirono dunque dal capo l'idropisia, la tisi, l'apoplessia e perfino il testamento olografo — non avevo io forse un erede legittimo?
Ma poichè la natura umana fa le sue cose pervia di compensazione, a volte mi veniva l'idea contraria. A tutti i miei malanni implacabili avevo già opposto una rassegnazione stoica; avevo detto, contando i miei nemici cronici: «Siete in tanti e siete cronici, ma è tutt'uno, non mi farete morire più d'una volta»; — ora invece sentivo bene che il mio stoicismo non mi avrebbe servito a nulla; se non fosse stata la generosità degli avversari che deponevano le armi, non avrei saputo rassegnarmi di sicuro ad andarmene, a lasciar mio figlio, a vivere press'a poco tranquillamente fino all'ora della partenza.
Fra queste idee e le altre, tirati bene i conti, ero proprio felice: mi venivo facendo certe abitudini nuove di cui mi trovavo benone. Volevo bene alla mia casa, e cominciavo a pensare che chi ne possiede una non ha punto bisogno d'andarsene al caffè a leggere la gazzetta ed a spoliticare cogli amici. Uscivo dopo la colazione e dopo il desinare, portando un bacio di Evangelina sulla bocca e una stretta di mano di mio figlio legata all'indice della mano destra; camminavo diritto e fiero, accelerando il passo se vedevo le larghe spalle d'una balia brianzola che portasse in braccio un bimbo, rallentando l'andatura quando l'avevo raggiunta per aver agio di esaminare quel piccino non mio.
E volevo esser giusto, e mi pareva d'esserlo; pure tutti i bimbi che passavano nella via — e non ve n'era mai passati tanti — erano meno belli del mio. Se ne trovavo qualcuno bianco come la neve, biondo e ricciuto come un amore, con due occhioniazzurri, prima mi provavo a darne il merito all'età, poi vedendo proprio che mio figlio non poteva diventare nè bianco come neve, nè biondo, e forse nemmeno ricciuto, non avendo l'esempio in famiglia, finivo col trovare in Augusto qualche cosa di magnifico che l'altro non aveva.
Tutti quei lattanti che invadevano le vie di Milano per godersi il sole di gennaio, mi guardavano curiosamente; a volte erano patiti e mesti, e pure mi sorridevano perchè io gesticolava alle spalle della loro corpulenta nutrice, e tutti, sani ed infermicci, poveri e ricchi, avevano l'aria di dirmi: «Tante cose ad Augusto!».
Accadeva ora più spesso d'una volta, che un omino alto due spanne, spadroneggiando sul marciapiedi, mi si cacciasse fra le gambe e sollevasse la testina a guardarmi, e non si volesse staccare dai miei calzoni, non ostante i consigli d'una mammina rossa dalla vergogna e dalla compiacenza; — il piccolo prepotente non apriva bocca se non per la meraviglia, ma io lo intendevo benissimo; diceva: «Ti conosco, io ti ho visto quando ero piccino, io, l'anno scorso; allora non camminavo ancora, e tu non ti degnavi neppure di guardarmi perchè non eri babbo allora!».
«Bimbo mio, hai ragione, non ero babbo e non pensavo neppure a diventarlo — ecco perchè non badavo ai bimbi; — più vedevo la gente grossa e pettoruta, e più la pigliavo sul serio, e leggendo nella gazzetta le alte astuzie della politica e la profetica filosofia del listino della borsa, ammiravol'umanità operosa e forte. Ora sì, bimbo mio, ti vedo; e so una cosa che tu non sai: so che tu e i tuoi compagni siete i padroni bisbetici e amorosi di tutta questa gente grossa che lavora a spingere in alto la borsa o a dipanare la politica. E le astuzie finissime, e le grandi imprese degli uomini — te lo dico perchè non m'intendi e non ne puoi abusare — tutte, tutte, non una eccettuata, fanno capo a te. Noi par che si faccia cose grandi, cose enormi (dico noi, per modo di dire, perchè io solo aspetto un cliente che non viene), e invece, bimbo mio, lavoriamo ad allattare voi altri, a tirarvi su felici, almeno contenti; diventiamo ricchi ed avari per voi, ci facciamo un nome onorato per lasciarlo a voi, sudiamo nelle scienze per iscoprire qualche cosa che vi renda più cara la vita, e prepariamo le opere d'arte che ve la facciano parere più bella; e tutto questo e altro con un conforto unico: che le vostre vocette cessino di piangere e ci dicano: bravi! Qualcuno vi dimentica davvero, altri crede di dimenticarvi, ma tutti, e in ogni momento della vita, lavoriamo per voi; quando l'umanità s'immagina di fare le rivoluzioni, le battaglie, le patrie, essa fa una cosa sola sempre: tira su i propri bimbi. Addio, furfantello vezzoso, tu non hai capito un'acca, ma non importa, perchè non hai nemmeno bisogno di capire».
Tornavo a casa, dove mi aspettava la mia festa tranquilla: il bimbo color di rosa, la mammina pallida e sorridente.
Ma un giorno Augusto piangeva forte, attaccandosi al seno della povera madre, che era più pallida del solito, ed aveva gli occhi rossi.
Mi arrestai sulla soglia, côlto da quello sbigottimento che prepara il cuore a ricevere le sciagure.
— Che cosa è stato? — balbettai.
Evangelina chinò la fronte e guardò con occhi lagrimosi il povero bimbo piangente.
— Che ha? — insistei con più coraggio.
— Non so, non so... — rispose la poveretta, e chinava la fronte per nascondermi le lagrime.
— Che hai?... Che cosa ha Augusto?...
— Io, nulla... — balbettava la povera madre.
Mi si piegavano le ginocchia; Evangelina mi guardò. Lesse forse, nel fondo del mio cuore di padre, uno sgomento più tremendo dello stesso suo dolore, perchè gettandomi un braccio al collo, e tirandomi presso a lei, e coprendomi il volto di baci e di lagrime, mi disse con voce rotta dall'angoscia:
— Nostro figlio ha fame!
Da principio non compresi; guardavo ora lei, ora il bimbo e ripetevo come uno smemorato: «Ha fame!», e fissando gli occhi nel pallore della mia povera compagna, lessi tutto, in silenzio,col cuore stretto. Poi mi curvai sopra Evangelina, le asciugai il viso con la pezzuola, e facendo una carezza a lei e una ad Augusto perchè stesse zitto:
— Da quando? — interrogai dolcemente.
— Da ieri — mi rispose la povera madre dandomi uno sguardo di riconoscenza — da ieri soltanto; ne avevo ancora stamane, poco poco: non te ne ho detto nulla, credevo che mi tornasse; ma poc'anzi, quando ho inteso piangere nostro figlio, ho sentito un rivolgimento per tutto il corpo, ed ho pensato: «Sia lodato il Cielo, il latte mi ritorna!», ed ho detto ad Augusto: «Non piangere», e me lo sono stretto al seno. Il poverino avrà creduto che sua madre lo ingannasse, perchè non ha trovato nulla... più nulla. Ha pianto ed ho pianto anch'io.
E così dicendo la poveretta non istaccava gli occhi attoniti da me; sembrava chiedermi scusa.
— Il pianto non rimedia a nulla — dissi dolcemente — rasserenati, il latte tornerà — e vedendo che si sentiva come umiliata, soggiunsi: — Sono tante le madri a cui è toccata prima di te questa piccola disgrazia... e vi hanno rimediato tutte...
— Come hanno fatto?...
— Non si sono disperate, hanno preso a prestito il latte d'un'altra donna, oppure hanno nutrito il bimbo col poppatoio, aspettando tranquillamente che il latte tornasse.
— E tornava?...
— Tornava.
— Presto?
— A volte nello stesso giorno.
Gli occhi d'Evangelina ringraziavano me, invocavano il cielo.
— Ed ecco come avresti dovuto fare — soggiunsi ridendo per farle cuore. — Dove diamine aveva cacciato il poppatoio tuo padre?... Ah! eccolo!... Manderemo a prendere del latte fresco, lo dilungheremo con l'acqua tiepida, condiremo la miscela di zucchero di prima qualità e faremo intendere ad Augusto che oggi la sua prima nutrice lo invita a desinare, e che babbo e mamma gli dànno il permesso.
Evangelina si provò a ridere del mio sussiego, ma il suo riso nascondeva male tutta l'ansia materna.
— Farò io — mi disse poi, e mi voleva pigliare di mano il poppatoio e il bimbo.
— Signora no — risposi — è un diritto acquisito...
Per un po' la faccenda andò benino; Augusto, sentendosi qualche cosa fra le labbra, cessò di piangere, diè una succhiatina piena di avidità, sentì il liquor saporito e tirò innanzi; già io mi voltava verso la povera madre che mi stava a guardare con le lagrime agli occhi, per dirle: «Vedi, ora metti il cuore in pace e lascia fare a me»; ma Augusto diè il primo segno di scontentezza, scostò la testina dal poppatoio, e la scosse gemendo, poi, riafferrando il mio arnese, tacque per succhiare da capo, poi cessò e pianse un'altra volta, e così di seguito; da ultimo non ne volle più sapere, e lasciò il pasto cacciando uno strillo.
Tutte le ansie crudeli riassalsero la povera madre; la quale pigliò la creaturina in braccio, e la portò su e giù per la stanza dondolandola e mormorandole fra i baci cento parole amorose.
— È naturale! — dicevo io andandole dietro — è naturale che faccia lo scontento dopo una scorpacciata, non sarebbe un uomo mortale se non facesse così... vedi quanto latte è rimasto in fondo al bicchiere...
Ma sì, Evangelina non mi dava retta, e nostro figlio, ostinandosi nella sua idea, appoggiava la testina al seno della madre addolorata, e agitava il corpicino in una maniera propriamente bisbetica.
— È una cattiveria — insistevo — ha mangiato come un lupo, non può aver appetito... è un piccolo ostinato... ecco...
Ero quasi indispettito sul serio; Evangelina, per alleviare a nostro figlio il rigore paterno, lo baciò e ribaciò con frenesia; ma egli saldo nella sua idea e tenace nel proposito di farla trionfare piangendo...
Quella giornata passò alla meglio; e passò pure la notte; e qual notte!
Il domani bisognò decidere; il latte non tornava, la mia Evangelina ne era non so se più sgomenta o vergognosa.
— Crederà che faccia a posta — diceva coprendo di baci il piccolo insoddisfatto; e guardando me con occhi sbigottiti, mormorava: — Non sono buona a fare la mamma... non sono buona a nulla!
Le consolazioni di parole erano vane, finchè Augusto non istava zitto; aveva torto, perchè il latte che gli offrivo io era tale e quale come quello della mamma, per confessione della stessa Evangelina, anzi più dolce, più saporito; ed io nel porgerlo mettevo un garbo singolarissimo; aveva torto, ma provatevi a mettere la ragione in un cervellino di poche settimane; il meno che si rischi è di perdere la propria, e me ne avvedevo io, ma in tempo, quando per poco non mi pigliava il dispetto.
Bisognò decidere: l'allattamento artificiale non andava a genio ad Augusto, e nemmeno di noi due, dunque...
— Proviamo un giorno ancora — disse Evangelina — chi sa che il latte non mi ritorni...
— Proviamo...
Il latte non tornò, e il poppatoio non entrò nelle grazie del bimbo.
La gran parola fu detta, ed Evangelina l'udì come l'eco di una voce che già aveva suscitato a tumulto il suo cuore di madre, l'udì lagrimosa, ma rassegnata.
— Bisogna procurargli una balia!
Avevo inteso dire molto male di queste disgraziate madri, che il più delle volte abbandonano i propri figli ad altre donne, per allattare i figliuoli dei ricchi.
— Calunnie! — pensai — bisognerebbe invece dir male della società, che le riduce a campare a prezzo del sentimento materno; e poi ne troveremouna che abbia perduto davvero suo figlio, e a cui paia di ritrovarlo nel nostro Augusto.
Ma questa idea, che consolava me, non andava a versi di Evangelina; il soverchio amore di una nutrice prezzolata offendeva l'amor suo; non me lo diceva, anzi mi assicurava il contrario, ma io vedevo benissimo che essa preferiva una balia piena di latte e di pazienza, e un tantino indifferente. Se avesse osato esprimere tutto il suo pensiero, mi avrebbe detto — e io l'intendeva come se lo dicesse davvero: «Gli dia pure il latte, posto che non so dargliene io; ma non gli voglia bene come una madre, perchè a questo basto io sola».
Dopo essere andato a raccomandarmi al medico, alla signora Geltrude, al farmacista del canto della via, ed avere avuto da tutti e tre la promessa di una balia pel domani, tornando a casa mi grattavo l'orecchio, d'onde erano entrate tre paroline del farmacista.
— Vuole una balia che rimanga in casa con loro? — mi aveva detto.
— Sicuro — avevo risposto — mia moglie non potrebbe separarsi dal piccino.
E il savio farmacista aveva soggiunto che mia moglie era dacompatire, che anzi faceva benissimo, perchèquando si puòè meglio.
Quando si può. Queste tre paroline, che mi avevano solleticato dandomi l'illusione d'essere già un giureconsulto pieno di clientela, mi si erano appiccicate all'orecchio; e perciò io me lo grattavo per via.
Non isvelai le mie ansie e le mie paure alla povera Evangelina; la quale quando seppe che tre balie si disputavano l'onore di allattare il nostro piccino, prima lo baciò, poi sorrise e da ultimo mi disse:
— Sono contenta.
Beata lei! A me le tre paroline del farmacista non lasciavano requie; gran parte della notte la spesi tentando di puntellare nel buio della mia cameretta certi miei calcoli audaci, che si sfasciavano e perdevano ciffe da tutti i lati.
— Devo aver fatto male i conti — dicevo — oppure le balie si fanno pagare più di quello che io credo; possibile che il latte costi tanto caro? Alimentare una balia campagnuola non deve poi essere l'ira del cielo; mangerò un po' meno io, tanto mettevo pancia... il salario si sa che cosa può essere; non andremo più al caffè, magari cesserò di fumare se sarà necessario...
Allineavo le cifre nel buio, sommavo, sottraevo; oh gioia! mi rimaneva un piccolo residuo; e pure non sapevo fidarmi a quell'aritmetica confortatrice; nessuna delle quattro operazioni reggeva alla prova tremenda delle paroline farmaceutiche. Vi doveva essere sbaglio... tornavo da capo, sommavo, sottraevo, e mi rimaneva sempre un piccolo residuo. Finalmente trovai il sonno e la pace.
Nelle prime ore del mattino una tremenda scampanellata annunziò una visita straordinaria, una delle tre nutrici probabilmente, o forse tutte e tre insieme.
Andai io stesso ad aprire, e vidi ammirato una mole rubiconda e fresca, che empiva tutto il vano dell'uscio. Quella contadina grassa e tonda, già fornita a dovizia di fianchi e cose analoghe, aveva spropositato le sue forme, indossando, a dir poco, sei gonnelle; io ne vedeva tre spuntare una sotto l'altra; aveva una pezzuola di seta in capo, e due grossi orecchini che facevano un chiasso da non si dire intorno alla faccia paffuta.
— Sono la balia — mi annunziò, irrompendo nell'anticamera e girando intorno l'occhio curioso — mi ha mandato il farmacista...
Non udii altro; mi parve come se repentinamente qualcuno mi avesse attaccato all'orecchio gli enormi pendenti della balia, tanto era il chiasso che facevano le tre paroline del farmacista.
— Venite avanti — dissi raccogliendo tutto il mio sussiego — venite pure avanti, buona donna.
Io l'avevo chiamatabuona donnacon malizia; sentivo che quella nutrice enorme rimpiccioliva me, e mi pareva così di ridurre lei a proporzioni più modeste.
— L'avvocato... l'avvocato... Acidi...
— Placidi...
— Placidi o Acidi fa lo stesso... È lei l'avvocato?
— Sì, sono io.
La scrutai nel viso per vedere come accogliesse questa notizia; sulla sterminata superficie carnosa apparve un lieve sorriso e nient'altro.
Io mi avviai, essa mi seguì; vedevo con la coda dell'occhio che si guardava sempre intorno, e notai che, passando in salotto, toccò la stoffa delle tende.
Non isperavo nulla di buono.
— È permesso? — dissi sull'uscio della stanza da letto, tanto per far intendere a quella balia spropositata che se le nostre tende erano di lana e cotone, nelle maniere e nel resto non volevamo che di cotone ne entrasse nemmeno un filo.
Le contadine hanno il criterio corto, ma non lo hanno grosso come si dice; al contrario, fin dove arrivano, sono fine, finissime, sopraffine; la buona donna, che quasi spingeva me perchè spingessi l'uscio, intese la lezione, si arrestò, mi diede un'occhiata alla sfuggita, ed aspettò per entrare che Evangelina avesse detto: — Avanti.
Era però incorreggibile; appena entrata, sbirciò la culla, il letto, il canterano, le tende; poi rimase impettita dinanzi a mia moglie, la quale si faceva rossa rossa.
— Come vi chiamate buona donna? — domandò Evangelina, radunando tutto il suo coraggio.
— Benedetta, mi chiamo... Benedetta Corti... il mio uomo fa il carrettiere, e non è mai in casa lui... il mio figlio se l'è voluto prendere il Signore... e per questo vado a far la balia... è la seconda volta che vado in casa deisignori...
Aveva parlato di suo figlio morto con una gran forza d'animo; nel pronunziare la parolasignori, diede ancora una sbirciatina fuggitiva al canterano.
Che cosa non avrei pagato allora per avere in casa i mobili dorati e una cassa forte, tanto da opprimere quel colosso villereccio sotto il peso delle mie ricchezze! Avrei pagato, immagino, una grossa somma che non avevo.
— E anche la prima volta vi era morto il figlio?
— Sissignora — rispose quella femmina — noi povera gente abbiamola croce che ci aiuta.
La croce che ci aiuta! Queste strane parole significavano nè più nè meno che lamortalità dei bambini!E allora quasi me ne adirai; ma dacchè ho parlato con parecchie madri contadine, so che tutte hanno la stessa idea e usano lo stesso frasario, senza perciò essere cattive di cuore; amano i loro piccini finchè sono vivi, si consolano d'averli perduti con l'immagine della croce che aiuta la povera gente. La miseria ha la sua logica, e l'uomo si consola facilmente con una metafora.
— Avete molto latte? — s'arrischiò a domandare Evangelina.
— Altro! — esclamò la balia, e senza dire nemmeno «si guardi» sprigionò dal busto due recipienti enormi, due minaccie d'indigestione.
Io vidi col pensiero il mio piccolo Augusto scomparire in quell'abbondanza, mangiucchiare, satollarsi e crescere a vista d'occhio.
— E potete venir subito? — chiese Evangelina...
Benedetta Corti sorrise, mettendo in mostra certi denti larghi come palette, ma candidissimi, poi rispose che «non sapeva». Ed io intesi, e intese anche Evangelina che ciò significava: «secondo i casi».
— Vediamo — entrai a dire, mettendomi a sedere e rovesciando il corpo indietro come se dessi udienza ad un cliente — vediamo: che cosa vi s'ha a dare?
Presa così di fronte, Benedetta Corti ebbe un momento di debolezza, si dondolò sui fianchi, guardò le sedie ed i quadri, e nella ricerca affannosa delle parole, fu poco fortunata, perchè trovò soltanto queste:
— Mi hanno mandata e sono venuta, io non ne ho colpa!
Ebbi l'intuizione del vero, ed ammutolii.
— Quanto vi dobbiamo dare? — domandò Evangelina.
— Ecco, se ho da dire... la casa è piccola; ma è ben esposta — rispose Benedetta — non ci starei malvolontieri... quanto al mese?... trentacinque lire... me le davano anche gli altrisignori.
Io non respirava più e la balia proseguì:
— Gli usi lor signori li sanno?...
— Sì, li sappiamo — risposi — ma è sempre meglio intendersi.
Benedetta fu della mia opinione.
— Sicuro che è meglio — asserì — una cosa o conviene o non conviene; dico bene?
Io le assicurai che diceva benissimo e che la sua osservazione era profonda; mi pareva così di placarla.
— Dunque abbiamo detto trentacinque lire il mese — ricominciò quel donnone — al primo dente cento lire; altre cento ai primi passi, e alla fine dell'allattamento cinquecento... me le hanno date gli altri signori...
Evangelina non mi staccava più gli occhi di dosso; io, ricevuta la botta formidabile senza batter ciglio, avevo preso il mio partito.
— Le par molto? — mi domandò Benedetta Corti.
— Mi pare abbastanza..., molto veramente no — risposi con sussiego, ed ebbi gusto di vedere che quella mole contadinesca si lasciava prendere e cominciava a non saper più come pensare dei fatti miei. Mandava in giro certe occhiate scrutatrici piene di un'incertezza deliziosa.
Poi si rinfrancò e proseguì, contando sulle dita:
— Due abiti ogni stagione, gli orecchini, il medaglione d'oro, e l'argento nuovoin testa... niente altro...
— Non avete dimenticato nulla?... — dissi alzandomi da sedere.
— Che sappia io, no — fu la risposta ingenua.
— Quand'è così, siamo intesi, proseguii.
— Sì... Proprio?... Devo venire domani?... Vuole che dia un po' di latte al piccino?
— No, non importa, siamo intesi, noi penseremo e vi faremo dare la risposta dal farmacista.
Benedetta Corti cadde dall'alto, e non si fece male; sorrise, salutò con grande inchino mia moglie, e si avviò solennemente, empiendo della sua presenza ognuna delle nostre quattro stanze. Sull'uscio si volse, mi raccomandò di conservarmi e sparve.
Ero contento di me, e corsi a portare una risata allegra al capezzale della mia Evangelina.
La povera madre si era presa in grembo la nostra creatura piangente e la copriva di carezze e di lagrime.
Non mi diceva nulla, a me bastava guardare nel mio cuore per leggere nel suo; stavo zitto, e la lasciavo piangere; pensavo: «Le faranno bene le lagrime»; ma quando, parendomi che avesse pianto abbastanza, e fosse venuto il momento di dirle due parole confortatrici, mi curvai sopra il nostro bimbo, e lo baciai per farmi cuore, allora sentii svanire la strana serenità della mia desolazione, qualche cosa mi fe' intoppo alla gola, volli parlare e singhiozzai. Singhiozzai davvero, non mi vergogno di dirlo, singhiozzai proprio nel momento che mi pareva d'aver trovato la sola idea capace di asciugare le lagrime della povera madre.
L'idea era questa: «L'aria dei campi farà bene a nostro figlio», e mi era sembrata una consolazione; solo nel provarmi a dirla, ne sentii tutta l'ironia amara.
Evangelina non era un'eroina; pure, se le facevo toccare con mano che essa non era neppure la moglie di un eroe, subito pigliava animo, mi diventava un'altra. Già ne avevo fatto l'esperimento più d'una volta, e lo rifeci allora. La poveretta ribaciò il bimbo, cancellò le lagrime con la pezzuola, e mi fece vedere gli occhioni rossi, ma asciutti.
— Epaminonda — mi disse — non far così anche tu; bisogna aver coraggio. Che pena veder pianger te!
— Un uomo grande e grosso, un uomo togato! — dissi io — hai ragione, bisogna aver coraggio... bisogna pigliar le cose come vengono... del resto due lagrime non fanno male neppure a un avvocato... purchè non le vedano i clienti... e i miei non le possono vedere... sono lontani... sa Dio dove sono.
Volevo ridere, come vedete, e vi riuscivo male.
Intanto a forza di baci, Evangelina aveva saputo tranquillare la nostra creatura.
— Non siamo abbastanza ricchi! — disse mia moglie senza staccar gli occhi dal visino di Augusto e parlando al piccolo innocente. — Babbo e mamma sono due poveretti. Tu te ne andrai lontano, ci dimenticherai, e vorrai bene a chi ti darà il latte.
Allora entrai a dire:
— L'aria dei campi gli farà bene; tanti ricchi sfondati fanno allattare le proprie creature in campagna... per igiene... perchè l'ossigeno allarga i polmoni... domandane ai medici, ti diranno tutti che l'aria dei campi fa tanto bene ai bimbi, e che l'ossigeno...
Evangelina mi sorrise melanconicamente, e non lo disse, ed io intesi benissimo quel che ella mi avrebbe voluto rispondere:
— Epaminonda mio — mi avrebbe detto se non avesse temuto di affliggermi — anche le carezze della mamma fanno tanto bene ai bimbi.
Sospirai di nascosto e non dissi altro.
Più tardi trovammo entrambi la forza di ritornare sull'argomento di Benedetta Corti, e di parlarne quasi mettendo lei e noi in canzonatura.
— Trentacinque lire ogni mese! — esclamai — non sarebbe bastato separarmi dal sigaro per sempre; forse avrei dovuto fare qualche altro sacrificio.
— E le cento lire al primo dente, dove si andavano a prendere?
— E le altre cento ai primi passi?
— E le cinquecento ultime? E l'argento nuovo e gli orecchini d'oro?
— E le due vesti ogni stagione?
Ci stringemmo la mano forte, e ridemmo sommessamente per non isvegliare il bimbo.
— Povero Augusto! — dissi parlando al caro dormente. — Tu non pretenderai l'impossibile dababbo e mamma, e ci vorrai bene egualmente, e verrai su sano, forte e buono; metterai il primo dente senza farti pregare, farai i primi passi senza cadere, e senza trascinare nella tua caduta i tuoi genitori poveretti. Non avrai, no, una balia enorme, come Benedetta Corti...
M'interruppi colpito da un'idea che non mi era venuta prima e dissi a mia moglie:
— Se ci pigliavamo in casa quella mole contadinesca, come si faceva a nutrirla? Vi avevi pensato tu?
Evangelina non vi aveva pensato neppur lei, e mi guardava con due occhioni sbalorditi; il mio terrore comico quasi la faceva ridere; ed io ripigliai il filo del mio discorsetto ad Augusto:
— Non avrai, no, una balia enorme, come Benedetta Corti, una balia che, per nutrire te, avrebbe forse mangiato tuo padre, ma avrai un balietta giovine, fresca, bella, che ti sorriderà sempre e ti darà del latte saporito; respirerai l'aria pura dei campi, e ogni tanto noi verremo a vederti.
Queste erano veramente idee consolatrici, ed Evangelina me ne ringraziava con gli occhi.
Un'ora dopo io faceva sapere al farmacista del canto della via che mi ero ingannato, che avevo creduto dipoteree invece nonpotevo, e lo pregavo di trovarmi una balia meno colossale di Benedetta Corti, ma bella, fresca, e che vivesse poco distante da Milano.
L'ottimo farmacista non parve punto meravigliato del mio mutamento di proposito; e dopo d'averosservato con la stessa profondità della prima volta chequando non si può... è meglio, mi disse che aveva il fatto mio, unasposadi Musocco, e che l'avrebbe mandata ad avvertire subito.
Ed io me ne andai a casa a raccomandare a mia moglie ed a mio figlio che stessero allegri, perchè avevamo una sposa di Musocco, fresca, giovine e bella.
Si chiamava Marianna; era piccina, bianca, carnosa, e quando entrò in casa mia seguita dal suo uomo, mi parve che entrasse il buon umore.
Anch'essa cominciò con le parole sacramentali: «sono la balia!» — ma le accompagnò con una risatina gioconda; poi, come ravvedendosi, aggiunse: «Se mi vogliono...» — e rise ancora.
Ci bastò un'occhiata a quella donnina ed una di intelligenza fra di noi, per decidere fermamente tutti e due, Evangelina ed io, che Marianna allatterebbe nostro figlio.
Facemmo alcune domande ora allasposa, ora all'uomo; ma rispondeva sempre la sposa; l'uomo, quando era interpellato direttamente, pigliava un'aria curiosissima; lo vedevamo dibattersi un momento con un avversario invisibile, finchè Marianna non lo toglieva d'impiccio rispondendo lei e ridendo.
Rideva di tutto quella balietta vezzosa; la sua boccuccia pareva fatta unicamente per ridere e per lasciar vedere i denti piccolissimi ed immacolati; perfino quando le chiesi se da Milano a Musocco si poteva andare a piedi senza faticar troppo, essa mi rispose cheerano quattro passi; e rise.
Un quarto d'ora dopo eravamo d'accordo in tutto, e Marianna dava ad assaggiare il proprio latte ad Augusto, il quale non trovò nulla a ridire.
Fu convenuto che lasposaresterebbe con noi un paio di giorni, l'uomose ne andrebbe a Musocco, e tornerebbe poi con la carriola a prendersi la moglie e il poppante.
— Va bene? — chiesi al marito.
— Va benissimo — rispose Marianna; e rivolgendosi al suo uomo gli ordinò d'andarsene e di tornare due giorni dopo con la carriola; e tutto ciò ridendo.
— Come si chiama il vostro uomo? — domandai.
Questa volta, dalla rapida lotta impegnata col suo avversario invisibile, il balio uscì vincitore; aveva capito che non era bello lasciar rispondere lasposaanche in una domanda cosìad hominem.
— Giuseppe! — disse, e si fece tutto rosso in viso; poi rinfrancato dal suono della propria voce, ripetè: — Mi chiamo Giuseppe — ed aggiunse animosamente: — per servirla.
Proprio vero che un eroismo ne tira un altro, e che anche nelle imprese più difficili tutto sta ad incominciare.
Marianna rideva come se avesse udita un'arguzia piena di sale: ridemmo anche noi, e allora Giuseppe si asciugò la fronte sudata col rovescio della manica e ci fece vedere che anche lui aveva i denti bianchi come neve; ma fingeva solo di ridere, non rideva, non ne era capace in momenti simili.
— Vado — disse, dopo essersi provato invano ad andare senza dirlo; ma quando l'ebbe detto, pur troppo bisognava andare; ed era difficile: fare l'inchino, voltarsi, infilar l'uscio, e rinchiuderselo alle spalle. Dio! quanto è mai penosa la vita in casa dei signori! Non sapendo probabilmente risolversi a tanta mimica, il poveraccio ne faceva un'altra: guardava di qua e di là, per avere il pretesto di interrogare sua moglie con un'occhiata fuggitiva.
— Vado — ripetè, senz'altro frutto che peggiorare la sua condizione, perchè ancora non si moveva.
Allora Marianna si staccò dal seno il nostro Augusto, lo depose con garbo nel letto accanto alla mamma, e venne a piantarsi in faccia al marito e a dirgli ridendo:
— Va, che cosa aspetti?
— Vado — disse Giuseppe per la terza volta, e se ne andò davvero, a ritroso, inchinandosi senza perderci d'occhio, finchè ebbe urtato col piede nell'uscio. Allora si voltò rapidamente, si cacciò in testa il cappello e sparve.
Marianna sprigionò la sua risatina d'argento, disse: «Con permesso», e venne dietro al suo uomo.
Rimasti soli, mia moglie ed io sentimmo il bisogno di abbracciarci; doveva essere l'istinto della imitazione, perchè in quel momento Giuseppe e Marianna facevano altrettanto in anticamera.
— Il mio Giuseppe — ci disse la balia rientrando — è un po' timido, se ne saranno accorti anche loro, è un buon figliuolo.
Non rideva.
— Adesso è andato! — soggiunse; e anche questa volta non rise.
Quando mia moglie le disse: «Si vede che vi vuol bene...», Marianna ritrovò tutto il suo buon umore.
— Altro che! — rispose, e ricominciò i trilli ed il gorgheggio.
Marianna fu subito di casa; i nostri mobili non le mettevano soggezione, noi neppure; si pigliò Augusto in braccio e lo portò di qua e di là tutto il giorno, dando una mano a tante cosuccie.
La mia povera Evangelina non la lasciava un momento; aveva sempre un pretesto per venirle dietro, e se anche le mancavano i pretesti, le era dietro ugualmente come un automa; ogni tanto metteva la faccia amorosa sotto il visino di Augusto; e se il piccino allungava la mano mostrando di voler andare con la mamma, che festa!
Ma bisognava avvezzarlo a star con Marianna, perchè più tardi non avesse a patirne troppo!