MIO FIGLIO S'INNAMORA

MIO FIGLIO S'INNAMORA

I.

Era stato un tempo, quando mio figlio non studiava ancora la storia antica, che egli pigliava me a confidente dei suoi segreti pensieri, e mi faceva cento domande difficili. Voleva sapere, ed era nel suo diritto, se le stelle fossero veramente lumicini, e perchè il sole si nascondesse ogni sera, e se, camminando sempre diritti per tante ore di seguito, s'incontrasse poi la fine del mondo. Ma quando, non contento di penetrare in compagnia del babbo nei più ardui misteri cosmici, chiedeva che io gli svelassi tutti i segretuzzi paterni, per esempio, chi è che fa i bambini, e come li fa, allora io mi raccomandava alla più savia delle figure rettoriche, e con una serie di reticenze ben combinate riuscivo in breve a mettergli una castissima confusione d'idee nel cervello.

— Ho capito — diceva quando disperava assolutamente di capire, e se n'andava a giocare, dandomi però di nascosto una certa occhiata nellaquale a me pareva di leggere: «Bada bene, fra noi due c'è un segreto, e non ce l'ho messo io».

Ne ero sconfortato e dispettoso, e pure che farci? Evangelina, mio suocero, i parenti, gli amici, le amiche, i moralisti, i pedagoghi, quelli del vecchio e quelli del nuovo sistema, tutti, dalla cattedra, dal pulpito, dal confessionale, dai libri, tutti quanti erano e sono d'accordo nel sentenziare che «certe cose i fanciulli non le devono sapere.»

— Sciocchezze! — diceva io, quando mi pungeva l'estro della ribellione — anzi asinerie! Questa massima si riduce nella pratica ad una commedia ridevole, e pazienza se fosse soltanto ridevole, ma è anche pericolosa. Augusto fingerà di non saper nulla, e noi faremo sembiante di credere alla sua innocenza fin che egli abbia baffi e mosca! Allora ci degneremo di confessargli che non lo abbiamo comprato alla fiera, nè trovato sotto un cavolo dell'orto; ma egli probabilmente non ci verrà più a domandare, come oggi, perchè per trovare dei figli sotto i cavoli dell'orto bisogna mettersi in due, e se è proprio necessario che prima siano sposati.

Evangelina non trovava nulla da opporre, quando io sentenziava che non bisognava confondere l'ignoranza con l'innocenza. Era pronta essa pure a ribellarsi teoricamente; ma quanto a mettere la mia ribellione in pratica, cioè svelare e spiegare ad Augusto, alla prima occasione, che lei ed io, che lui, eccetera, non sentiva proprio il cuore. Non me lo sentiva nemmeno io.

La conseguenza fu che Augusto continuò a dichiararcid'aver capito, quando altro non aveva inteso se non che gli si voleva nascondere la verità, finchè si fu avviato alla scuola pubblica per intraprendere più gravi e nobili studi.

Per far uscire dal capo dei fanciulli certe curiosità malsane, ancora non si è trovato di meglio che l'antico testamento; e la virtù del testo sacro deve essere miracolosa.

Infatti appena messo il piede nel paradiso terrestre, veduto un po' da vicino il pericoloso albero del bene e del male, intesa all'ingrosso la storia del pomo e della foglia del fico, mio figlio non mi fece più alcuna domanda.

Quel silenzio sgomentava il mio cuore di padre; avevo paura d'una dottrina segreta che si veniva formando tutta a scuola, e avrei pagato qualche cosa per sapere almeno a che punto si trovasse. Speravo che i colleghi di mio figlio non ne sapessero molto più di lui, e pure in ogni monello che passava per la via, trascinando lo zaino sul lastrico del marciapiedi, vedevo un maestro dotto e pericoloso. A tavola mi provavo talvolta a tentare Augusto; gli dicevo per esempio:

— Non mangiare troppo in fretta, potresti fare un'indigestione, e noi non vogliamo perderti; ci sei costato caro.

E la piccola Laurina interrompeva:

— Anch'io sono costata tanti soldi?

Allora l'enigmatico fratello le rispondeva con un po' di canzonatura:

— Tu sei costata un po' meno, perchè sei unadonna; le donne — soggiungeva, dando un'occhiata maliziosa alla mamma, per farle intendere che scherzava — le donne costano meno degli uomini.

Laurina era d'opinione contraria.

— Non è vero — asseriva senza scomporsi — costano più.

— Costano meno — insisteva Augusto.

— E allora — diceva Laurina che in fondo era indifferente — quando avrò dei soldi, io comprerò bambine soltanto, per averne di più.

— E che cosa ne faresti delle bambine? — chiedeva io.

— Le vestirei.

— E il latte? — interrompeva mio figlio bruscamente — glielo daresti tu il latte?

Laura era pronta a tutto, anche a dare il latte alle sue bambine, e Augusto si lasciava sfuggire:

— Per dare il latte ci vogliono... ci vuole una cosa che tu non hai.

Si faceva rosso in viso, e io non riusciva a capire se quella parte della sua dottrina mi dovesse far paura.

— Per dare il latte ai bambini — diceva Evangelina — prima bisogna diventar grandi.

— E per diventar grandi bisogna essere sempre buoni — sentenziava Laurina col suo sussieguzzo di donnina minuscola.

— Quando sarò grande, sposerò te, babbo — mi disse un giorno mia figlia.

Col medesimo accento, con le identiche parole, tale e quale aveva parlato in altri tempi Augusto. Ora non più.

Senza nemmeno sollevare gli occhi dal piatto, crollò il capo sdegnosamente e continuò a mangiare la sua porzione di lesso.

— Sì, che lo sposerò — insistè Laura; — non è vero che ti sposerò?

— Sì, mi sposerai.

— Lo vedi!

Mio figlio non seppe resistere e disse alla sorellina:

— Fa per celia, non capisci? Quando tu sarai grande, il babbo sarà vecchio vecchio.... avrà i capelli bianchi — (mi guardava per anticipare con la immaginazione i guasti che il tempo avrebbe fatto nella mia persona) — avrà la faccia tutta così — (e me la tagliava intenzionalmente a fette con la mano); non avrà più denti...

Io lo interruppi in quella disgraziata rappresentazione, dicendogli che denti ne avrei in ogni tempo, perchè me li farei rimettere.

— Ah! — disse Augusto senza scomporsi; — e allora ti metterai anche la parrucca...

— No, perchè avrò i capelli bianchi, l'hai detto tu stesso...

— Sì... ma pochi, pochi, pochi; appena un po' qui e qui — (si toccava dietro le orecchie) — come il nostro direttore...

Laurina aveva inteso benissimo che quel deterioramento di suo padre sarebbe stato un ostacolo grave alle nozze, e rinunziò subito al suo fidanzato, per sceglierne un altro.

— Ebbene — disse — io sposerò te, mamma!

Ma allora Augusto rise così forte, che sua sorella ebbe paura d'aver detto una corbelleria, e guardò prima la mamma, poi me, interrogandoci alla muta.

Stavamo serii entrambi per far intendere a nostro figlio che il suo buonumore passava il segno, ma non glielo volevamo dire apertamente per non metterlo in sospetto del nostro intimo sgomento.

— Sposare la mamma! — esclamò finalmente Augusto — non lo sai che per sposarsi bisogna essere un uomo e una donna...

— E poi — entrò a dire Evangelina — quando tu sarai in età di sposarti, sarò vecchia anch'io come il babbo; avrò anch'io la faccia tutta così e i capelli bianchi.... sarò brutta, non piacerò più a nessuno.

— A me piacerai sempre — disse Laurina.

— Anche a me — disse Augusto; e di passata, con la frettolosità di chi ha un'idea fissa che vuol esprimere, si lasciò scappare una sentenza che io raccolsi e pagai con un bacio.

— Le mamme non diventano mai brutte — disse egli; prese il mio bacio con rassegnazione e proseguì: — ma non è questo; per sposarsi bisogna essere un uomo e una donna.

Laurina trovò un'uscita alla legge inesorabile:

— L'uomo sarò io — disse — mi metterò i calzoni!

Pensate l'ilarità impertinente di quello scolaro di quarta elementare!

Avevamo voglia di ridere anche noi, e stavamo sempre serii, fin troppo.

— Bella figura che faresti tufacendo l'amorecoi calzoni.

Facendo l'amore!pensai annuvolandomi.

—Facendo l'amore!— dissi forte — che significa ciò? Che parole son queste? Le hai imparate a scuola?

— No — mi rispose Augusto candidamente — hai detto tu stesso un giorno che prima di sposarsisi fa l'amore.

Ah! Era vero, e io me n'ero dimenticato; prima di sposarsi si fa l'amore!

E diedi a mio figlio un altro bacio che egli mi restituì con una certa diffidenza.

A troncare quella scenetta pericolosa venne in tavola il pesce.

— Ragazzi — esclamai solennemente — bisogna smettere le ciancie e badare bene alle spine; tu, Augusto, non hai bisogno di raccomandazioni, e tu, pallina mia, sta bene attenta, perchè se ti va una spina in corpo, muori.

Laurina non mi rispose, aveva gli occhi fissi nel proprio piatto, dove Evangelina, non si fidando interamente alla mia raccomandazione, veniva levando essa stessa le spine dalla porzioncella di pesce.

— Mamma, come fanno i pesci che hanno le spine in corpo a non morire?

Con tutta quella dottrina in capo, non era sperabile che mio figlio si accontentasse lungamente della teorica, e io mi aspettava che da un giorno all'altro si provasse a farne l'applicazione, innamorandosi. Ma quando immaginavo di veder prorompere l'incendio amoroso, la prima fiamma di mio figlio era già spenta; nata e alimentata in segreto, egli l'aveva soffocata senza ricercare la perduta confidenza di babbo e mamma, i quali non ne avrebbero nemmeno veduto la traccia, se il caso non li avesse fatti padroni di un piccolo documento, che diceva così:

«CaraGiovanna,Ieri sera ridevi troppo, tu ridi sempre troppo, e poi sei troppo magra, non mi piaci più. Ti scrivo per farti sapere che ti tradisco...Augusto».

«CaraGiovanna,

Ieri sera ridevi troppo, tu ridi sempre troppo, e poi sei troppo magra, non mi piaci più. Ti scrivo per farti sapere che ti tradisco...

Augusto».

Povera Giovanna! Io non sapevo chi fosse, ma l'idea di quel coricino così precocemente ulcerato dall'abbandono, mi faceva ripetere tra il serio ed il faceto:

— Povera Giovanna! Povera bimba tradita!

Evangelina mi aveva preso il foglio di mano, lo rileggeva senza poter frenare l'ilarità.

— È crudele, ma schietto — osservai — il piccolo traditore...

Mia moglie mi interrompeva per raccomandarsi...

— Taci: non ne posso più...

— Il piccolo traditore — proseguivo — conserva ancora delle abitudini generose che perderà più tardi; tradisce le innamorate magre, ma annunzia il tradimento. Ahi! Povera Giovanna, povera bimba abbandonata!

E mi veniva un altro pensiero.

— Il tradimento amoroso è un fatto complesso — dicevo a Evangelina, che continuava inutilmente a farmi cenno di star zitto: — suppone un altro amore neonato. Augusto, ci scommetto, pianta la sua cara Giovanna... la chiamacara, non è vero?... ultima ipocrisia involontaria...

—Cara, sì,cara, ed è sottolineato — mi rispose mia moglie.

— È sottolineato? Dunque è un'ironia? E nostro figlio è solo in quarta elementare! Pensa che uso disgraziato farà della rettorica in ginnasio e in liceo! Ma dicevamo... Che cosa dicevamo?

— Dicevi che Augusto pianta la sua cara Giovanna per un'altradonna...

—Donna... già, donna. E bisogna sapere chi è la fortunata rivale... Ma prima di tutto, chi è Giovanna? Lo sai tu?

— Sì che lo so — mi rispose Evangelina ridendo sempre — è la bambinaia del padrone di casa.

— Una bambina di vent'anni almeno!

— Ne confessa ventidue.

La conoscevo anch'io quella bimba lunga e magra come il digiuno, capelli rossi, sul musetto biricchino una gran contentezza di tutta la sua persona.

Si erano veduti e amati in cortile, alla luce del crepuscolo, quando, dopo il desinare, tutti gli inquilini mandavano i bimbi a scorrazzare e le bambinaie a far stragi in quei teneri cuori; ma senza far torto a Giovanna, mi pareva che mio figlio si fosse comportato come qualche volta a tavola, quando, docile ai consigli della ghiottoneria più che a quelli del buon gusto, sceglieva la porzione più grossa o il confetto più lungo.

Fra le bimbe dell'età sua che si rincorrevano in giardino, ve n'erano parecchie assai carine, e una fra le altre che si chiamava Angela, e aveva la singolare abilità di svegliare lamusa(dico lamusa) dell'avvocato Placidi. In fatti, io che da tempo immemorabile non aveva più chiamato gli occhi, la bocca e i capelli altrimenti che col loro nome di vocabolario, dicevo volentieri che gli occhi di Angela erano due spiragli di cielo, i suoi capelli uno strano tessuto di seta e d'oro, e che quando era aperta al sorriso la sua bella boccuccia — Dio ne scampie liberi ogni bella donnina! — pareva una ciliegia matura beccata da un passero intelligente.

E poichè nella classica terra di Dante è destino di ogni umana creatura di sesso maschio che a nove anni perda la testa per una Beatrice, io avrei visto di buon occhio che la Beatrice di mio figlio si chiamasse Angela. E sapendo per pratica che degli amori di uno scolaro non si vantaggiano se non la calligrafia e la letteratura nelle sue forme epistolare e poetica, mi pareva che mi sarei rassegnato più facilmente a vederlo maltrattare la storia antica e l'aritmetica per farne omaggio ai due spiragli di cielo della sua innamorata.

Ma Angela aveva un grave difetto agli occhi di mio figlio; era una bambina, non toccava ancora i nove anni! Augusto giocava a nascondersi con lei come con le altre, nè la cercava di preferenza, nè la trovava con gioia maggiore, nè, trovatala, se la stringeva al petto col pretesto di non lasciarla scappare. Lo vedeva bene io stando alla finestra; non voleva saperne di fare l'amore con lei!

E la tradita Giovanna intanto? La tradita Giovanna portava la sua croce con bastante rassegnazione, a volte esalando dei sospiri esagerati, smaniando a volte per gelosia, ma per lo più ridendo. Spesso, in un trasporto d'amorosa follia, si pigliava in braccio il ricalcitrante innamorato, e lo baciava a forza, al cospetto di tutta la gente minuscola del cortile, per punirlo della sua perfidia; subito dopo si calmava, e una volta accettò perfino di farsi la mediatrice dei novelli amori di Augusto recapitandoun suo bigliettino calligrafico... a chi? Alla bella Giulia, alla sorella maggiore di Angela.

Questa giovinetta non scendeva mai in cortile, aveva diciott'anni compiti ed era alla vigilia di farsi sposa ad un ufficiale di cavalleria. Tanti ostacoli insieme non avevano sgomentato l'eroica audacia di mio figlio, il quale appena ebbe visto Giulia alla finestra, subito le scrisse che la voleva sposare, e che la sciabola dell'ufficiale di cavalleria non gli faceva paura.

Giovanna aveva portato la lettera e la risposta in forma d'un cartoccio di confetti, e il piccolo Don Giovanni, sempre più ardito, una domenica, all'ora in cui Giulia soleva uscire per andare alla messa, l'aveva aspettata sulle scale per darle un bacio; ma vedendola, si era sentito mancare il coraggio ed era fuggito ignominiosamente.

Il tiro a ogni modo era fatto, perchè, saputo del cartoccio di confetti, dopo aver sgridato suo figlio, soffocando a stento una gran voglia di ridere, Evangelina si sentì in dovere di far visita alla famiglia della bella Giulia, e una settimana dopo Augusto con le sue maniere strambe aveva sedotto padroni e servi in quella casa, non escluso l'ufficiale di cavalleria suo rivale, a cui dichiarava in faccia d'avergli rubato la sposa.

Che farci? Ridevano tutti e ridevamo anche noi. Per un po' Augusto servì di legame fra i due fidanzati senza saperlo, e non tardò forse a notare che quando egli aveva colto un bacio sulla bocca di Giulia, subito l'uffizialetto lo chiamava a sè perpigliarselo caldo caldo. Una volta manifestò innanzi a tutti il suo sospetto.

— Perchè non la baci anche tu? — conchiuse — te lo permetto.

La cavalleria fu proprio sgominata; per la prima volta in vita mia quel giorno vidi un uffiziale dell'esercito farsi rosso.

Poi Augusto spiccò un salto sulle ginocchia della bella fanciulla e la baciucchiò sulle guancie, sugli occhi, sui capelli, perfino sulle orecchie; per pigliarne possesso, diceva lui.

— Ora sei mia — asserì — ti ho baciata tutta.

L'uffizialetto cercava di fare il disinvolto, sorrideva, rideva, e non riusciva a nascondere una gran voglia di fare altrettanto, e in fondo faceva una grama figura.

— Tu seiinvidioso? — gli chiese poi mio figlio, e come se gli leggesse nell'anima, soggiunse per consolarlo: — Non te l'ho guastata... e poi è mia.

— Non sonogeloso— ripetè l'uffizialetto, e lo ripetè inutilmente: — non sonogeloso.

Augusto, senza perdere il filo della sua idea, sentenziò con un sussiego corbellatorio:

— L'invidia è un peccato mortale; andrai a bruciare all'inferno.

L'uffizialetto prima fece come gli altri, rise; poi sospirò come un mantice, guardando negli occhi la sua Giulia, poi disse che, senza fare un viaggio così lungo, gli pareva già di bruciare benino.

Anche Giulia sospirò leggermente, appena il tanto da tenersi accesa, dopo di che continuarono a bruciare in silenzio tutti e due.

L'inferno dell'uffizialetto durò ancora parecchie settimane; una mattina la bella Giulia lo pigliò per mano e lo introdusse solennemente nel paradiso del palazzo municipale, e subito dopo in chiesa, come chi dicesse in un nuovo purgatorio. Poi gli sposi, più pallidi del solito, si avviarono a casa per fare una refezione leggera prima di partire.

Qui gli aspettava di piè fermo mio figlio; aveva la faccia un po' stravolta, gli occhi lucenti, e quando cominciò a parlare gli tremava la voce. Non smanie, nè rimproveri, nè collere di gelosia, ma qualche cosa di peggio: versi!

In questo giorno sospirato e bello

In questo giorno sospirato e bello

In questo giorno sospirato e bello

egli aveva chiesto un prestito alla Musa, che non doveva ispirarlo se non più tardi, in seconda ginnasiale; e la Musa gli aveva concesso nientemeno che quattordici versi, di quei lunghi, endecasillabi e anche più, tutti facilmente riconoscibili alle rime chiare e lampanti, salvo una.

Fin d'allora le Muse corsero rischio di pentirsi della loro arrendevolezza, perchè Augusto, anticipando i novissimi tempi, voleva leggersi stampato, e toccò a me suo padre, in quel giorno nefasto (egli dicevasospirato e bello; ma si sa... i poeti!) incui un ufficiale di cavalleria gli rapiva legalmente l'innamorata, toccò a me, suo padre, negargli un'innocente consolazione, col pretesto specioso chevelodella seconda quartina non rimava perfettamente conbellonè conanellodella prima.

Gli sposi partirono, e mio figlio, dopo aver detto addio tranquillamente alla bella fuggitiva, se ne tornò a casa a piangere in versi. Pianse l'abbandono e maledisse l'esistenza, ma con la maledizione ancora calda calda sul labbro mi confessò che facevaper celia, e che in fondo non era mai stato così contento di vivere come ora, che aveva trovato quel giochetto nuovo.

— Non bisogna dire le bugie — consigliò sua madre.

— Non sono bugie — spiegò Augusto — è poesia... la poesia è così; non è vero, babbo?.

Per alcune settimane fu come un'orgia di endecasillabi mal contati in quel cervellino di poeta. Augusto aveva trovato, in un vecchio scaffale, un arcade antico e polveroso, e se ne era fatto il suo compagno, il suo maestro. Facendo come vedeva fare in quel codice amoroso, egli battezzava la sua nuova fiamma anonima ora Filli, ora Clori; vittima volontaria del suo estro, si infliggeva la tortura lenta di intarsiare le rime del suo autore nei propri versi; così non gli accadde più di far rimareveloconanello, senza averne la poetica licenza. Ne venivano fuori ogni giorno sonetti con tanto di coda, e pure senza capo nè coda, come vi potete immaginare, in cui il rancidume arcadico era temperatomolto opportunamente da un po' direalismoanticipato, nei punti in cui gli era cascato l'asino.

E nondimeno chi avesse guardato allora in fondo al mio cuore di padre vi avrebbe visto un'indulgenza strana, anzi una specie di contentezza stupida di sapere mio figlio, a dieci anni,autorerecidivo di birbonate simili.

Le scappatelle amorose e poetiche di Augusto ancora non mi avevano dato ombra di afflizione; il piccolo poeta, quando aveva preso commiato dalla sua Musa, come quando scendeva dalle ginocchia della sua Giulia, se n'andava tranquillamente a studiare la lezione e fare il còmpito; a scuola era attento, e negli esami finali di quell'anno, con prodezze verbali e scritte, fece onore a babbo e mamma, a Filli, a Clori e alla Musa. Ma ahi! un giorno, un disgraziato giorno, dopo essere andato al ginnasio con la febbre d'un conquistatore, Augusto tornò a casa come un vinto. Là, sulle panche della scuola, egli aveva ritrovato la Musa, ma non già la sua ispiratrice, la sua cara e italica Musa, bensì un'altra, priva di rime, piena di dittonghi e di desinenze strane;Musa, Musae, la musa della prima declinazione latina!

Egli mi confessò che da principio era stato tentato di farle festa, come a una vecchia amica, la quale gli fosse venuta incontro per introdurlo nel tempio della grammatica latina; ma da quel poco che avevano potuto vedere, a lui e ai suoi colleghi rimaneva poca speranza di stare allegri in seguito, nelle declinazioni in us e in es, nei verbi e nei pronomi.

Già nel numero plurale della prima declinazione, quando la musa diventavamusarum, cominciava ad essere irriconoscibile... «E che necessità, diceva lui, che necessità di studiare il latino, dal momento che è una lingua morta?». Io gli spiegava che la lingua latina è la lingua madre, cioè la lingua di Cicerone, che è il babbo dei grandi avvocati, cioè la lingua di Virgilio, che è il babbo di Dante, cioè la lingua di Orazio, che è il babbo della buona satira, cioè la lingua di Giustiniano, eccettera, eccettera.

E soggiungevo con sussiego:

— Quando tu sarai avvocato, dovrai sapere il latino per intendere gli antichi codici; anche se sarai medico, questa lingua morta ed immortale non ti sarà inutile; pensa che fino a poco tempo fa le ricette si facevano in latino; la scienza antica è scritta in latino: quasi tutte le citazioni con cui si dà una certa grandezza agli argomenti piccini, quasi tutte le citazioni con cui si puntellano gli argomenti zoppi sono latine.

Mio figlio mi ascoltava a bocca aperta, senza intendere gran che, ma con uno sgomento crescente.

— Allora deve essere molto difficile! — sospirava.

— No — dicevo — è facilissimo; in principio sembra così, ma poi è cosa da nulla.

— Tu l'hai studiato?

— Altro che!

— L'hai studiato tutto?

— Tutto.

— Anche i verbi? Anchehic, haec e hoc? Anchedies, diei?

L'insistenza di mio figlio aveva un significato occulto. Più d'una volta con la sua geometria fresca fresca, o con la sua storia antica della vigilia, egli aveva colto in fallo la mia scienza; ora mi pigliavo la rivincita.

— L'ho studiato otto anni — rispondevo con sicurezza — e non me ne pento; quando l'avrai studiato otto anni anche tu...

Augusto m'interruppe:

— Allora, se ti dànno qualunque scritto in latino, tu lo capisci tutto?

Il tranello era perfido.

— Quando l'avrai studiato otto anni anche tu — proseguii senza batter ciglio — ne saprai quanto ne so io! ma non devi scoraggiarti da principio, nè stancarti in seguito: bisogna studiare molto le declinazioni, le coniugazioni, e più tardi il reggimento dei verbi...

— Il reggimento dei verbi? — balbettò Augusto.

E gli si dipinse in volto un'immensa paura di non poter mai resistere all'urto d'un avversario simile.

— Il reggimento dei verbi — soggiunsi ridendo — non è un reggimento come l'intendi tu.

Gli spiegai all'ingrosso come lo intendeva io, senza rassicurarlo interamente.

Contro ogni mia aspettazione, la cosa andò peggiorando in seguito; dopo aver dato del tu alle nove muse, non era più possibile che mio figlio si rassegnasse a studiare il latino con un po' di metodo.

— Le regole! — diceva lui con una ribellione da monello: — non so che farne io delle regole! A che servono le regole? Chi le ha fatte le regole della grammatica latina?

— Le hanno fatte i grammatici — rispondevo con molta serenità — studiando gli autori classici, lo spirito della lingua...

— E perchè non le hanno fatte anche per il milanese?

— Perchè il milanese non è una lingua, ma un dialetto...

Egli stette un po' in pensiero, e parve trovare dentro di sè un argomento convincente.

— Già il milanese è più facile; la Laurina, senza declinazioni e senza coniugazioni, a due anni e mezzo parlava il milanese benissimo... invece per il latino ci vogliono otto anni.

Mi scappò detto:

— E non bastano — e mi pentii subito e soggiunsiserio serio: — bisogna poi esercitarsi tutta la vita.

— Tu ti sei esercitato sempre? — mi domandò a bruciapelo Augusto. — Non ne fai più degli errori?

Non vi era scampo; per mettere in salvo la dignità paterna senza dire una bugia, bisognava rispondere in latino.

—Errare humanum est; homo sum et nihil humani a me alienum puto.

Augusto prima mi guardò in bocca curiosamente, poi si strinse nelle spalle e se ne andò mugolando fra i denti:nominativo domus la casa, genitivo domi della casa, dativo domo alla casa, accusativo...

Laurina, che da un'ora udiva suo fratello parlare dentro di sè quello strano linguaggio, a un certo punto credette di aver capito, e mi venne a dire trionfando:

— Babbo, io lo so quello che dice Augusto.

— Davvero, e che cosa dice?

— Dice che il duomo è più grande di una casa.

— E non ha forse torto...

Tutt'altro! Laurina gli dava ragione, ma non credeva che fosse necessario ripeterlo tante volte. Era andata anche lei in duomo, e aveva ben visto che era grande; e ciò che l'aveva colpita più di tutto era stato un quadro, dove si vedeva una Madonna con le mani giunte, in mezzo a tanti angeli rotti.

Rimasi un po' sbigottito anch'io, ma finii coll'intendere che gliangeli rottidi mia figlia erano testine alate.

Augusto, sentendomi ridere, ripigliava ferocemente la sua declinazione:singolare nominativo, domus la casa...

La sua voce passava per varie gradazioni, si faceva tenera, poi beffarda, per diventar dispettosa al primo intoppo, e tornar da capo con ferocia.

Presa per quel verso, anche la seconda declinazione s'impuntava a non volergli entrare in capo.

— Smetti — gli dissi — va a giocare, divàgati; ora studieresti inutilmente, perchè pensi ad altro.

Ammutolì, segno che avevo indovinato.

— A che pensavi studiando?

— Pensavo che Laurina non sa il milanese soltanto, ma sa anche l'italiano, senza essere mai andata a scuola; pensavo che a scuola...

— Ebbene a scuola?... — chiesi raccogliendo in un'interrogazione tutta la severità paterna.

Non volle finire il suo pensiero, ed io intesi benissimo che egli cominciava a pensare quello che ai miei tempi avevo pensato io, senza confessarlo in casa.

Fu per opera della disperazione.

Non sapendo come consolarsi altrimenti della grama figura che faceva a scuola col latino, mio figlio decise in cuor suo d'innamorarsi un'altra volta. Quando uno studente ha preso una deliberazione così fatale alla sua pace, per solito si guarda attorno, e se la fortuna lo aiuta, non tarda a ritrovare ilcaro oggetto. Così fece mio figlio, e io ne fui testimonio.

Una sera, verso il tramonto, le mammine e i babbi stavano alle finestre del cortile a godersi le risate dei bimbi e la frescura.

Si giocava a mosca cieca, un giuoco allegro e senza pericoli, a cui igrandiavevano lasciato che pigliassero parte anche i più piccini, per contentarli. E io raccomandava appunto alla mia Evangelina di non perdere d'occhio le mosse furbe d'un marioletto alto una spanna, il quale si accostava in punta di piedi per tirare la falda dell'abito amosca cieca, poi fuggiva un gran tratto, credendosi inseguito, poi si fermava in distanza e alzava la testina trionfante verso un balcone del terzo piano, per ricevere il plauso di uno spettatore indulgente.

Augusto no, non ci guardava; ci aveva interamente dimenticati; egli aveva fatto alleanza conAngela, con la bionda Angela, quella dei labbruzzi di ciliegia, ed era attentissimo a non lasciarla cadere nelle mani dimosca.

Angela veniva su a vista d'occhio, ed era sempre la più vaga creaturina che io avessi mai veduto; giocando si era fatta rossa rossa in viso, e alcuni ricciolini di capelli erano sfuggiti al pettine; vi potete bene immaginare che non ci perdeva nulla. Correndo intorno al penitente, e voltandosi bruscamente quando aveva gridatomosca, si trovava ogni tanto nelle braccia di mio figlio; allora si pigliavano per mano, e mentre correvano così allacciati, Evangelina mi faceva notare che Angela era due buone dita più alta di Augusto.

— Non può essere — diceva io — è la pettinatura che la fa sembrare così.

Invece era propriocosì, anzi per ciò solo aveva dato nell'occhio ad Augusto.

Egli le parlava senza impaccio, la maltrattava anche un tantino, col pretesto di darle un savio consiglio o uno spintone salutare, ma ogni tanto, guardandola di nascosto, pareva stupito di vedere cose a cui non aveva mai badato, cioè un nasino birichino, due occhioni aperti e sereni, e il resto.

A volte si distraeva in questa contemplazione e toccava ad Angela a pigliarlo per un braccio, salvarlo damoscae tirarselo dietro un tratto.

Una di quelle distrazioni fu fatale ai due futuri innamorati:moscavenne presso a loro, allungò le mani, afferrò qualche cosa, strinse, e tutto il coro dei bambini squillò battendo le mani:presa! presa!

Sì, Angela era presa; il disgraziato, che da mezz'ora brancolava nel buio, si era già tolta la benda, si fregava gli occhi abbagliati e rideva del proprio trionfo.

Angela pure rideva. Si fecero innanzi per metterle la benda tre dei più impazienti e dei più audaci, ma così piccini che sarebbero stati imbarazzati a cavarsene con onore, se Angela non si fosse chinata.

Allora entrò di mezzo mio figlio:

— Che cosa volete fare voi altri?

Prese la benda, appoggiò le labbra all'orecchio di Angela, per dirle qualche cosa che nessuno doveva intendere, poi fece egli stesso la bendatura, una bendatura che era una carezza, senza stringere troppo, senza tappare le orecchie, senza imprigionare i ricciolini belli.

Insospettiti da tante precauzioni e dalle parole che mio figlio aveva pronunziato all'orecchio dimosca, qualcuno, chinandosi a guardare sotto il naso di Angela, insinuò:ci vede!

— Non vedo niente! — protestò la fanciulla.

A ogni modo bisognava stringere un po' più la benda per salvare le apparenze della giustizia, e mio figlio non lasciò che altri se ne immischiasse.

Una risata, un gridio confuso:mosca! mosca!; tre o quattro spinte di qua e di là, e tutti i monelli si sbandarono lasciando la povera ragazza sola nel mezzo del cortile.

La biondina era proprio impacciata, si moveva, appena chinandosi, allungando le mani, ma non osando fare un passo per non cadere.

Si faceva già un gran ridere della sua disadattaggine e ne rideva anche lei.

— State a vedere — disse Augusto con molto sussiego — state a vedere che la vado a baciare e non mi piglia.

— Anch'io! — esclamò un altro.

— Tu no — rispose Augusto — soltanto io.

E come se avesse dato le migliori ragioni per convincere un avversario, con queste quattro parole e con uno spintone il piccolo prepotente ottenne che l'altro rinunziasse all'impresa; dopo di che vi si accinse lui.

Si accostò in punta di piedi un tratto; poi tossì, poi disse «sono qua» e si fece indietro, poi si spinse innanzi, la rasentò e fuggì — impostore! — come se avesse paura d'esser preso; all'ultimo afferrò Angela per le mani e la baciò più volte sulla bocca ridente. Ma o la fanciulla era forte davvero, o mio figlio s'indebolì di troppo; il fatto è che fu preso, e rimase lungamente stretto fra le braccia di Angela, in mezzo alle risate del coro, che di nuovo strillava in buona fede:mosca! mosca!

A tarda sera, quando le voci delle mammine timorose dell'umidità scesero dalle finestre in cortile a richiamare i bimbi, e s'udì a un tratto: —Angela!— e noi aggiungemmo:Augusto! Laura!— due piccole ombre si staccarono dal muro, salutandosi alla libera, senza stringersi la mano, senza guardarsi neppure in faccia, e si separarono (ipocriti!) senza voltarsi.

Più difficile fu staccare Laura da un marioletto precoce, di tre anni appena, il quale, perchè mia figlia gli faceva da mammina con una pazienza da angelo, strillava come un piccolo demonio e voleva portarsela a casa.

Quella notte Augusto vegliò a tavolino un'ora più tardi del solito, perchè doveva rifare il còmpito, diceva lui. Quel còmpito, fatto e rifatto dieci volte, incominciava invariabilmente, ineluttabilmente così: «adorata fanciulla!»

Egli si provò anche, e io ne ritrovai le traccie, a scriverle dei versi, ma vedendo forse che non gli tornava comodo dire a sillabe contate e in rima tutto il suo pensiero, vi rinunziò quella notte, e non credo che ricadesse mai più in tentazione. Perchè voleva amare sul serio, amò in prosa; ma,o Muse! quale prosa e quanta! In ogni ora del giorno io trovava mio figlio intento a consegnare a un pezzetto di carta il suo grande amore.

Egli non si confidava meco, come potete immaginare: aveva al contrario una gran paura dei miei sorrisi, delle mie parole buttate all'aria come per proporgli la mia complicità, e custodiva gelosamente i tentativi mal riusciti del suo stile epistolare, ma non così che io non trovassi modo di seguirne nascostamente la formazione e lo sviluppo.

Nei primi giorni era uno stile saltellante a stento, come certa prosa moderna; ma a poco a poco il suo periodo si allargò per lasciar entrare in folla gli aggettivi, gli avverbi, le metafore e perfino qualche pensiero originale e qualche sentimento genuino. E allora il suo stile apparve gonfio, come certa prosa moderna. In capo a due mesi di tale esercizio, Augusto era il primo della scuola per l'italiano, e il signor maestro, uomo di modestia antica, si domandava in buona fede come avesse fatto il birboncello a cavar tanto sugo dalle sue lezioni.

E come accoglieva Angela la prosa di mio figlio? Tranquillamente, con una gravità che era per me una rivelazione sempre nuova.

Lo dissi una volta a Evangelina, ed Evangelina trovò che avevo ragione: «le fanciulle sono sempre mature per l'amore».

Forse perchè ancora non le erano spuntate le ali della rettorica, e di quelle della grammatica e della ortografia non si poteva fidare interamente, forse perciò solo era restia a scrivere, o lo faceva con un laconismo degno dei bei tempi di Sparta; ma a ogni modo quella prudente parsimonia di parole otteneva un doppio e magnifico effetto: il suocero curioso ammirava l'anticipata dignità femminile di sua nuora, non badando a qualche peccatuzzo contro l'ortografia, e all'adorato Augusto, anche con doppia t, non pareva d'essereadoratoabbastanza.

Se quella fiamma avesse continuato un pezzetto ancora ad ardere con la medesima felicità, non turbata da un alito di vento maligno, probabilmente sarebbe andata a finire come le altre; un bel giorno Augusto avrebbe scritto ad Angela per farle sapere che la tradiva, e si sarebbe guastato un'altra volta col latino. Ma ad alimentare il fuoco amoroso intervenivaogni tanto qualche piccolo litigio, e vegliava come una rigida vestale, indovinate chi... la gelosia!

Sì, Augusto era geloso, e ah! non aveva che troppe occasioni di esperimentare il morso del suo piccolo demonio. I giuochi innocenti del crepuscolo erano dolcezza e fiele che la sorte gli mesceva quotidianamente; i baci che egli otteneva di nascosto, squisita ambrosia, erano attossicati da quelli che taluno più di lui ardito carpiva in palese; vi era fra gli altri un suo compagno di scuola, anche meno forte di lui nel latino, che non è dir poco, ma più forte a pugni, il quale baciava impunemente tutte le ragazze e dava degli scapaccioni ai maschi. Mio figlio restituiva coscienziosamente gli scapaccioni, ma era impotente a vendicare i baci.

— Ti sei lasciata baciare! — rimproverava egli.

Angela non vi aveva colpa, era stata presa alla sprovveduta, e poi giurava di non voler niente bene a quel monello.

— Che cosa devo fare? — diceva.

Che cosa doveva fare la poverina? Augusto pensava un po'; non sapeva nemmeno lui.

— Mordilo — consigliava a casaccio.

Se il destino non aveva deciso altrimenti, queste scenette finivano così, e finivano bene; ma a volte si tiravano dietro uno strascico di musoneria crudele.

Allora mio figlio, invece di correre in cortile subito dopo il desinare, con una freddezza calcolata si accingeva, contro l'igiene, a fare il còmpito, ilcòmpito vero e proprio, o studiava la lezione ad alta voce, in modo da essere inteso in cortile. Intanto io, senza far le meraviglie del caso nuovo, mi andava a mettere alla finestra. Angela, col musetto melanconico per aria, mi sorrideva, e io a lei; pensavo con una contentezza che ora mi sembra singolare: «gli vuol proprio bene!»

Avrei voluto gridarle: — non dubitare, verrà; — avrei anche voluto andare a prendere mio figlio per un orecchio e trascinarlo ai piedi della sua innamorata; ma il mio dovere di padre era di non accorgermi di nulla.

Augusto resisteva un po', facendo anche lui lo sbadato; e quando io, dopo un breve silenzio, chiamavo forte: Angela! e domandavo alla cara fanciulla perchè non giocasse con gli altri, mio figlio prima gridava più forte il suo latino della lezione, alzandone improvvisamente il tono a simiglianza degli acquazzoni estivi, poi, come un acquazzone estivo, improvvisamente abbassava la voce fino al mormorìo, poi deponeva il libro sulla scrivania e si veniva a mettere accanto a me per farsi vedere da Angela.

Ma vedendo lei così afflitta e così bella, sebbene essa non dicesse parola e chinasse a terra la faccia arrossata dal piacere, un repentino rivolgimento accadeva nell'animo del piccolo innamorato. «Ora vengo» annunziava: «la so tutta!» soggiungeva rivolgendosi a me con poca speranza di corbellarmi. — «Bravo!» conchiudeva io con molto sussiego.

Il monello è già lontano, è in cortile, è a braccetto d'Angela, e interroga sospettoso la finestra del babbo, il quale guarda una nuvola, come gl'insegna il suo dovere di padre.

Vedersi all'alba dalle finestre, affidare all'etere compiacente il principio di un bacio che sarà compiuto con sicurezza più tardi, incontrarsi poi su per le scale, in cortile, per via andando a scuola, e potersi abbandonare verso il tramonto, col pretesto di rimpiattello o di mosca cieca, ai teneri cicalecci dell'amore; ditelo voi che dalla strada, perduti in mezzo alla folla, mandate i sospiri a una finestra del quarto piano, chiusa da un padre severo, ditelo voi: non è soverchia felicità?

E pure mio figlio non ne aveva abbastanza; gli rimaneva un desiderio insoddisfatto, un desiderio prepotente: impadronirsi di Angela, non lasciarla più... sposarla, sissignori! Povero Augusto! Io indovinava la strana condizione del suo spirito innamorato; il tempo severo, il tempo inesorabile non trattava la futura coppia allo stesso modo; era conluilento, pigro, sgarbato; conleiera vario, industrioso, galante.

Già, sebbene minore di due anni, Angela eraquattro dita più alta di Augusto; e crescendo ogni giorno a vista d'occhio, rimaneva bella.

Un giorno scese in cortile coi capelli annodati in una foggia più semplice, e un altro giorno la mamma le allungò le vesti, e un altro giorno, tornando da scuola, non portò più i libri in mano, ma li consegnò alla fantesca. Era semplice e innamorata ancora; ma non era più la bimba d'una volta.

Augusto assisteva a questa trasformazione col cuore sgomento; maltrattato dall'età, egli aveva il naso fiorito e la fronte piena di bernoccoli; dimagrava senza crescere in proporzione e la sua faccetta espressiva era oscurata da pensieri amari.

Fu un periodo di torture.

Dopo tutti i guasti che l'amore, l'età e il latino avevano fatto nel corpo di mio figlio, la sorte gli riserbava un'altra afflizione ben più amara: la partenza d'Angela!

Angelapartiva, cioè a dire abbandonava a Pasqua il cortile e la casa. Addio facili colloqui, addio sicuri baci, addio giuochi innocenti, addio per sempre, addio, addio, addio!

Così scrivevano gl'innamorati, esagerando il tono pel gusto d'essere molto infelici.

— Giurami che sarai mia o di niun altro — scriveva mio figlio, e Angela giurava, per non sbagliare, su ciò che aveva di più sacro al mondo.

Venne il giorno crudele della separazione; Angela portò l'amor suo in una via lontana, in un quartierino con le finestre verso corte. Il disastro era compiuto.

No, ancora il disastro non era compiuto; ma che si dovesse compiere era destino.

Facendo ogni giorno una carezza ad Angela, dando ogni giorno uno scapaccione ad Augusto, aggiungendo un vezzo a lei, un furuncolo a lui, il tempo maligno intraprese l'opera villana di separare l'inseparabile, di distaccare due cuori che si erano giurati «su ciò che di più caro eccetera» di battere l'uno per l'altro.

Solo un mese dopo lapartenzad'Angela, essendo andati a far visita ai suoi genitori, la nostra nuora ci apparve trasformata; già Augusto nel farsele intorno provava una soggezione istintiva.

Si adoravano ancora per iscritto, ma a quattr'occhi la bimba d'ieri l'altro aveva certe movenze, certi sguardi da donna che sconvolgevano tutto il sistema amoroso di mio figlio.

Fu peggio quando Angela, dopo essere rimasta cinque mesi in campagna, tornò a Milano in novembre. Io stesso, vedendola, alla presenza di mio figlio la chiamaisignorina. E m'avvidi, dalla risposta, dall'accento, da un certo sussiego carino assai, che non per la prima volta un uomo barbuto le dava questo titolo che fa battere il cuore a tredici anni.

Ma aveva essa tredici anni veramente?

Sì, tredici anni compiti, e li portava come una donnina: Augusto, a disagio nei suoi quindici, se ne stava in un canto, solo col suo amore spaiato. Non vi era più da farsi illusioni; al paragone di Angela, mio figlio era un fanciullo; il giochetto d'amarsi poteva durare alcuni mesi ancora, purchèegli si acconciasse alla parte di vittima predestinata; doveva poi inevitabilmente finire per una sciabola che picchiasse sul lastrico in onore della signorina, o per un sigaro votivo che si accendesse nel buio della notte in una finestra borghese verso corte.

Mio figlio sentì il destino che gli piombava addosso e lo prevenne. Il suo sistema di tradimento perfezionato da una lunga pratica epistolare, gli suggeriva di scrivere; ed avendo differito troppo, il caso volle che egli si facesse bello d'un eroismo non suo: parlò.

Quel che egli dicesse alla sua bella, quali frasi adoperasse per farle intendere che la lasciava libera di accettare gli omaggi dell'ufficialità dell'esercito, non lo seppi mai.

Furono probabilmente poche parole dette nel vano della finestra in salotto, un giorno che Angela era venuta a farci visita, mentre la mamma, Evangelina e io affermavamo con mirabile accordo che la temperatura si faceva rigida e che già il termometro segnava...

Che cosa segnava il termometro?

Io seguiva con la coda dell'occhio le mosse dei due che si erano avvicinati con un po' di titubanza. Mio figlio parlava, scrivendo col dito degliAmaiuscoli sui vetri appannati, e cancellandoli tosto; Angela ascoltava guardandolo fissamente.

— Va bene — mormorò essa in ultimo.

E mio figlio, scattando come una molla, annunziò con molta disinvoltura:

— Nevica!

— Davvero?

— Davvero?

Ma già avremmo dovuto immaginarlo; da alcuni giorni la temperatura si era fatta rigida, il termometro segnava...

Che cosa segnava il termometro?

Un'ora dopo Angela se ne volava dalla mia casa come un uccelletto a cui avessero aperto la gabbia; doveva essere impaziente di portare nel mondo la libertà spensierata dei suoi tredici anni sonati.

Un amore bambinesco è un impaccio quando l'età annunzia alla fanciulla che il vero amore non è lontano.

Come se non avesse aspettato mai altro, Angela approfittò così bene della licenza, che in pochi mesi nessuno più potè supporre che essa avesse avuto qualche cosa di comune col suo primo adoratore.

Ed era sempre più bella, la perfida! sempre più carina, sempre più adorabile, la spergiura! Se ne avvedevano tutti, lo dicevano tutti, tranne mio figlio.

Dall'alto del suo cielo amoroso, egli era ricaduto nella sua sepoltura latina.

Già erano parecchi annetti che lottava con le regole, già si era acciuffato con la sintassi e con laprosodia, già ripeteva enfiando le gote:Quousque tandem abutere, quando un giorno entrò in casa una gran notizia: Angela era sposa!

Laurina istintivamente si guardò nello specchio; mio figlio non impallidì, non disse verbo; ma la mattina successiva trovai sulla sua scrivania un rimasuglio di distico latino andato a male.

Si leggeva ancora non ostante le cassature:


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