MIO FIGLIO STUDIA
I.
Quell'anno nostro figlio ci aveva promesso solennemente di studiare, di essere uno dei primi della scuola.
Evangelina ed io gli avevamo detto:
— Bravissimo! — soggiungendo però con un tacito accordo d'indiscrezione che non doveva bastargli d'essere fra i primi, ma che bisognava mettersi primo addirittura. E allora Augusto aveva spalancato gli occhioni e ci aveva detto con una specie di terrore che il Panseri era troppo forte.
Subito quel signor Panseri cominciò a farmi stizza: solo al pensare che mio figlio aveva tanta paura di lui, mi venivano in mente certe idee prive di senso comune, certi propositi indeterminati, certe baldanze inesplicabili, come se io dovessi cacciarmi non visto nell'ultima panca della scuola, poi, dal posto dell'asino, rizzarmi in piedi e con una vocetta tremenda pronunziare queste parole solenni: — Signor maestro, sfido l'imperatore romano! — E al cospetto di tutta la scolaresca sbigottita, farmiinnanzi a lui, all'imperatore Panseri, e chiamarlo sul terreno dell'analisi grammaticale e logica, e tentarlo nei soggetti, nei verbi e negli attributi, poi avvolgerlo in un sillogismo traditore, spingerlo in un dilemma senza uscita e fargli perdere scettro e corona.
Questa singolare idea di prestare la mia scienza a mio figlio perchè ne facesse un uso tanto fatale al signor Panseri, continuò a trottarmi per la testa anche quando seppi che nelle scuole comunali di Milano non usavano più i tornei meravigliosi d'una volta, e che da un pezzo, fin da quando non si studiava più ilqui quae quodin versi, e non vi era bisogno di nascondere laferuladel signor maestro se non si sapeva la lezione, fin d'allora nessuno aveva più inteso parlare dell'imperatore romano e dell'imperatore cartaginese suo rivale.
In altri momenti, disperando di poter compiere alcuna di quelle mie prodezze, guardavo le cose con occhio diverso; vedevo mio figlio che era piccino e gracile, più gracile e piccino; pensavo quanto il suo corpicciuolo irrequieto dovesse trovarsi a disagio fra le panche della scuola, sotto gli occhi del signor maestro, o me lo immaginavo curvo per lunghe ore sopra una lezione ribelle; allora la vantata forza del signor Panseri non mi tirava a cimento, mi rassegnavo a permettere che quell'imperatore minuscolo si avvolgesse nella sua porpora, senza provare la tentazione di strappargliela di dosso e di far palesi a tutta la scolaresca le sue vergogne grammaticali.
E dicevo ad Augusto pargole riboccanti di senno:
— Tu studia la lezione per aprire la mente alla verità, fa il còmpito giornaliero per esercitarti in ciò che avrai imparato; al Panseri non badare neppure, come se non esistesse, e chissà che un giorno o l'altro non ti trovi d'essergli passato innanzi senza aver patito le ansie del cimento. La scienza, figlio mio, ha questo di divino...
Mio figlio non istava ad ascoltare che cosa avesse di divino la scienza; l'idea di passare innanzi al signor Panseri non gli poteva entrare per nessun verso; bastava accennargliela di passata perchè egli vi si fermasse, sbigottito del mio coraggio, e facesse di no col capo. Assolutamente il signor Panseri era troppo forte, ed io non lo poteva soffrire.
Intanto Augusto mi veniva svelando il segreto del suo nuovo e straordinario amore allo studio; quell'anno doveva avere dei libri nuovi, non so quali e quanti, un'infinità, ed uno più grosso dell'altro, ma tutti grossi abbastanza!
— Costeranno un occhio del capo — diceva Evangelina, non ancora guarita del tutto dai piccoli terrori economici che l'avevano tormentata nei primi anni del nostro matrimonio, quando il mio primocliente non si voleva decidere a chiamare in tribunale la parte avversaria.
— La scienza non costa mai troppo — rispondevo con un sorriso da milionario; così rasserenavo mia moglie e mettevo in capo a mio figlio una massima; ed era bella e buona economia anche questa. Ma sì, Augusto non dava retta a me, non badava a sua madre, lasciava dissipare l'interruzione e ripigliava a fare sulle dita il conto dei suoi libri.
— IlCompendio di Storia, uno, l'Aritmetica, due, iDiritti e i doveri del cittadino, tre, laStoria Sacra, e laGrammatica.
— Non l'hai già laGrammatica? — chiedeva sua madre.
— QuellaeralaGrammatichetta— rispondeva Augusto.
E bisognava vedere a che cosa si riduceva in bocca di mio figlio quella che un tempoeralaGrammatichetta, per comprendere che in avvenire non poteva essere più nulla.
Veramente non era più gran cosa. Quando io volli vederla, sebbene piccola ed indegna, per non so quale recondito istinto di misericordia verso la specie grammaticale, prima Augusto si schermì dicendo che l'aveva nel cassetto, e che nel cassetto non ce l'aveva più, e che non sapeva dov'era, poi portò a sua madre un arnese irriconoscibile. Aveva uno o più occhi disegnati e non finiti in ogni pagina un numero d'orecchi incalcolabili, senza l'aiuto della piccolaAritmeticasua compagna, che non istava meglio, come accertammo subito dopo. Contanti occhi e tanti orecchi, sarebbe stata una crudeltà abbandonare i due libriccini in questo mondo di calcoli sbagliati e di sgrammaticature, ed io vidi senza stupore che la mia Evangelina se n'andava a riporre quegli invalidi in un cassetto.
— Farai lo stesso trattamento ai libri di quest'anno? — domandai a mio figlio senza rancore, ma con un biasimo sottinteso.
Augusto mi rispose assolutamente di no; perchè i libri di quell'anno erano tanti, ed erano grossi, ed erano belli, perciò li avrebbe tenuti con mille riguardi. Ed era proprio come se li avesse davanti; li contemplava con amore e faceva atto di lisciarne la coperta.
— Quando me li compri, babbo?
— Domani.
— Oggi no? — insistè con quella sua civetteria a cui non potevo resistere.
— E perchè no? — chiesi maliziosamente.
Allora lo sfacciatello spiccò un salto, e corse a portare alla mamma la buona novella che il babbo andrebbe subito subito a comprare i libri nuovi.
Non andai solo; venne anche lui, e quando ebbe tutti i suoi libri in un fascio, non li volle più abbandonare; se li prese a braccetto come buoni amici, e con ansia mista di sussiego mi consigliò di far presto per farli vedere subito alla mamma.
Per via non diceva nulla; la sua testina ricciuta aveva pensieri gravi. A quell'età i pensieri gravi rendono il passo leggiero, e io stentava a tener dietro a mio figlio.
Quando fu alla porta di casa, Augusto spiccò un salto così audace, che la nuova Grammatica, novissima agli esercizi della scolaresca, non potè reggere, gli scivolò dal braccio e cadde.
Cadde, e non si fece male, perchè il pianerottolo era pulito: e io ne resi grazia agli Eterni e alla fantesca, pensando all'afflizione che mio figlio avrebbe provato se avesse visto solo un'ombra nell'azzurro della copertina immacolata.
In questa come in molte altre cose, Evangelina non aveva le opinioni di suo figlio; essa diceva, per esempio, che si mettono troppi libri nelle mani della gioventù, per avere il pretesto di chiamarla studiosa, e si permetteva di dubitare che Augusto avesse poi a leggere tutte quelle pagine.
Il piccolo studioso era sicuro del contrario e lo affermava a viso aperto, senza placare la mamma. La quale insisteva:
— Io invece temo che non le leggerai nemmeno mezze; e sono poi sicura d'una cosa... di una cosa...
— Di che cosa?
— Sono sicura che fra una settimana tutti questi bei libri avranno perduta la coperta...
— Come devono fare a perderla? — domandava Augusto fingendo di non capire.
— Se non lo sai tu...
Allora il piccolo furbo faceva un atto dispettosetto e minacciava di andarsi a chiudere in camera e di leggere tutti i libri nuovi d'un fiato, per farla vedere alla mamma. Quanto alle coperte... quantoalle coperte.... Le lisciava con delicatezza, le guardava con amore; aveva ragione lui intanto.
E io dissi senza ridere:
— Serbala sempre questa tenerezza per le coperte dei tuoi libri, non lasciarti vincere mai dalla tentazione di strapparle per fartene un cappello da carabiniere, nè una barca, nè un'oca; bada a non versarvi sopra il contenuto del tuo calamaio; accontentati di scrivervi il tuo nome, senza illustrarlo col ritratto dei tuoi compagni di scuola e tanto meno del signor maestro. Serbala, sì, serbala sempre questa tenerezza che ora dimostri, perchè l'amore delle coperte dei libri è il fondamento...
Avevo un'idea vaga che l'amore delle coperte dei libri fosse il fondamento di qualche cosa; ma non sapevo bene di che, e per non dirla grossa volli tacere, sperando, un po' tardi, che mio figlio non mi avesse dato retta. Invece era là, tutt'occhi e tutt'orecchi, e mi toccò spingere innanzi la frase a ogni costo.
E fu così che quel giorno affermai solennemente in faccia a mio figlio, il quale non ne capì una sillaba, essere l'amore delle coperte e dei frontispizi il fondamento d'ogni dottrina vera... o falsa.
Se riuscimmo a star serii, Evangelina ed io, dopo esserci scambiati un'occhiata, bisogna dire che la coscienza dei nostri doveri seppe fare un miracolo. Augusto ad ogni modo lesse qualche cosa nella nostra faccia, capì che ne avevo detto una grossa, probabilmente veniva ripetendo fra sè e sè la mia frase sconclusionata, ingegnandosi divederne il fondo; ed io, per fargli perdere il filo delle sue idee e correggere alla meglio lo sproposito paterno, mi affrettai a commetterne un altro.
— Fra tutti quei libri — domandai a mio figlio — quale preferisci?
Non mi capiva.
— Quale ti è più caro? A quale vuoi più bene?
Li guardò alla sfuggita, con poca speranza di scorgere in qualcuno delle qualità straordinarie che meritassero un affetto speciale; erano tutti nuovi, non sapeva che rispondere, voleva bene a tutti.
— E pure — insistei con malizia — ve n'è uno che non ti seccherà mai, che non ti darà mai un dispiacere, nè un affanno, nè uno sgomento, che ti sarà amico discreto tutto l'anno... ed è quello lì... quello, sì, proprio quello...
— Il vocabolario! — balbettò Augusto; e soggiunse pigliandolo in mano:
— Ah! sì, perchè è legato, e poi è più grosso.
— Già, è più grosso ed è legato... per questo... Del resto bisogna amarli tutti i libri di scuola, che ci aprono l'intelletto e ci spezzano il primo pane della scienza...
In fondo era l'idea di mio figlio; anzi egli andava più in là: li amava tutti senza secondo fine, e non entrava ombra di metafora nel suo istinto amoroso.
Augusto non era il solo ad amare i propri libri; vi era in casa chi li amava più di lui, e d'un amore più cieco: Laura, sua sorella, una personcina alta due spanne, che si reggeva benissimo sulle gambuccie e non barcollava più camminando, ma ancora non sapeva leggere.
Quello era un amore sviscerato! Se vedeva da lontano un libro d'Augusto dimenticato sulla tavola, accorreva festosa, immaginandosi di poterlo pigliare, ma giunta presso la tavola non vedeva neanche più il libro, e allora mandava in giro certe occhiate smarrite, che facevano ridere il fratello maggiore.
Non rise un pezzo: nella testina di Laura germinò un'ideuzza baldanzosa (quell'idea, coltivata con amore, crebbe rapidamente, diventò sublime) ed un giorno la personcina alta due spanne, visto ilCompendio di Storiasul tavolino, accorse a gran passi, afferrò il tappeto e tirò con tutte le forze centuplicate dalla passione. Non pensava al pericolo di farsi venire addosso una valanga, o per dire meglio vi pensava, ma era preparata a tutto, perchè seguitò a tirare; solo all'ultimo momento chiuse gli occhi, non altro. IlCompendio di Storiacadde travoltonelle pieghe dell'ampio tappeto; Laurina, rimasta incolume, rialzò il caro caduto, se lo strinse al seno palpitante ancora della prodezza compita, e venne a posarlo sulle ginocchia del babbo, il quale aveva visto ogni cosa e rideva.
— Non ridere — mi disse Laurina.
Ammutolii. Essa mi scrutò prima attentamente in faccia per vedere se dovesse fidarsi della mia gravità, poi aprì alla rovescia ilCompendio di Storiadi suo fratello, e, con un seriume bizzarro, cominciò a leggere sopprimendo le virgole:
— «Due più due quattro più due sei più due otto più due ventidue più due ventiquattro più due dodici più due quaranta...».
Chiuse il libro e soggiunse gravemente:
— Ecco, l'ho letto tutto! — poi se n'andò contenta perchè il babbo era stato serio.
Ancora la scienza dei miei figli non mi aveva fatto male ed io poteva crederla assolutamente innocua; delle ariuzze d'omino saputo che pigliava Augusto al ritorno dalla scuola non avevo diffidenza nè sospetto, anzi me ne compiacevo e lo incoraggiavo con tutta la rettorica paterna.
— Studia — gli dicevo solennemente — figliuolo mio, studia con coraggio se vuoi farti uomo.
La frase non aveva bisogno di commento, perchè, almeno per mio figlio, io era unuomo fattoda un pezzo; ma la mia Evangelina credeva necessario soggiungere:
— Piglia esempio dal babbo, studia e diventerai come lui.
— Diventerò anch'io avvocato?
— Senza dubbio — entravo a dire — ed avrai una magnifica clientela, e sarai famoso.
— Tu sei famoso!
— Altro che!
Questa bugia enorme è di mia moglie.
— Quanti libri bisogna studiare per diventare avvocato famoso?
— Tanti.
— Anche ilCompendio di Storia?
— Anche quello.
— E bisogna saperlo tutto?
— Sicuramente.
Senza avvedermene, io avevo commesso il più grosso sproposito della mia carriera di genitore.
Augusto mi lasciò in gran pensiero e poco dopo l'udii cantare nella camera attigua la sua lezione; rileggeva con una specie di puntiglio insolito lo stesso periodo, si provava poi a ripeterlo a memoria, e sbagliava, e si correggeva, e tornava da capo, cantando sempre:
—Il re di Persia, Dario; figlio d'Istaspe, detto anche Assuero, volle scegliere una moglie tra le più oneste...
—Il re di Persia, Dario, figlio d'Istaspe, detto anche... detto anche...(pausa).
—Il re di Persia, Dario, figlio d'Istaspe, detto anche Assuero, volle scegliere una moglie fra le più oneste ed avvenenti...
Ed io, ignaro della mia sorte miseranda, mi fregavo le mani e non pensavo nemmeno a domandarmi qual donna onesta ed avvenente avesse poi menato in moglie quel Dario figliuolo d'Istaspe, detto ancheAssuero, che non voleva entrare in capo a mio figlio.
— Gli entrerà — pensavo. — Augusto è ostinato come suo padre: vedrai che Dario finirà col darsi vinto, ed entrerà prigioniero con tutto il suo seguito.
Nel seguito di Dario, per mia disgrazia, vi era della gente di cui non udivo più parlare da un pezzo, e a me allora non poteva nemmeno passare per il capo che fosse prudente rinfrescarmene la memoria.
Il dì dipoi, Augusto mi venne incontro con un'aria soddisfatta.
— La so tutta! — mi disse da lontano.
— Che cosa?
Incominciò addirittura:
— Il re di Persia, Dario, figlio d'Istaspe, detto ancheAssuero...
Ma io aveva alle calcagna un cliente melanconico che bisognava mandare in appello, e con tutta la buona volontà di far felice Augusto, non gli potei dar retta.
La faccia scura del mio cliente era appena scomparsa dietro l'uscio, quando si affacciò più sotto, nel vano, la faccetta maliziosa di mio figlio.
— Dunque — dissi aprendogli le braccia perchè vi si slanciasse con un salto, come usava fare — dunque il re di Persia, Dario, figlio d'Istaspe, detto ancheAssuero?...
Augusto non si moveva; era pieno di scienza.
— Dunque — insistei spinto dal mio destino — dunque voleva scegliere una moglie tra le più oneste e le più avvenenti?... E l'ha poi trovata?
—Lo sai beneche l'ha trovata?
Allora soltanto vidi l'abisso su cui mi aveva spinto la mia imprudenza; perchè, ahi! non lo sapevo nè bene nè male; me ne ero dimenticato interamente. Mi sentii in balìa di mio figlio, il quale poteva darmi a credere, se glie ne venisse la tentazione, che il re di Persia aveva sposato la sua serva come il nostro vicino dirimpetto, e feci una ginnastica prodigiosa per salvarmi. Per un po' mi riuscì; avevo già strappato ad Augusto la confessione che la moglie di Dario si chiamava Ester, ed era orfana, ed aveva uno zio chiamato Mardocheo; quando venne ad Augusto la curiosità di sapere perchè Mardocheo non si fosse dato a conoscere al re suo parente. Un perchè ci doveva essere, «tanto più — soggiungeva mio figlio — che se Mardocheo non avesse fatto così, Dario non si sarebbe fidato tanto diquell'altro, sai,quell'altro... aspetta...»
Io sorrisi ed aspettai con una pazienza esemplare, ma (pensi chi ha cuor di padre la mia tortura)quell'altronon sapevo proprio chi fosse. Aspettavo e sorridevo;quell'altronon venne.
— L'ho sulla punta della lingua — diceva Augusto,e sollevava gli occhioni al soffitto, o me li metteva in faccia alla sfuggita sperando l'impossibile, cioè che io gli venissi in aiuto senza offenderlo.
Me ne piangeva il cuore, ma fui inesorabile.
— Non la sai ancora bene — dissi — una ripassatina ci vuole...
— L'ho qui... aspetta...
Questa volta uscì di corsa.
Quando egli tornò trionfante a dirmi che quell'altro si chiamava Amanno, io mi era tirato dinanzi un grosso volume di Pandette, e potei far credere a mio figlio di essere immerso nella scienza, mentre non facevo che ripetere a me stesso: — Dottore mio, sei un asino!
La natura benigna non ha permesso all'uomo, e sia pure l'asino più convinto, d'incrudelire contro sè stesso. QuellePandette, che avevo dinanzi agli occhi e non vedevo, erano mie buone amiche da un pezzo: approfittando dello stupore che segue ogni gran disastro dell'amor proprio, esse mi parlarono blandamente così:
—Justiniani Institutionum libri quatuor... I bei tempi passati dell'Università! Le belle notti vegliate insieme!
Io sospirava e voltava le pagine senza interrompere.
—Capitis diminutio tria genera sunt— insistevano le dotte pagine; ed io proseguiva rialzando gli occhi dal libro con una compiacenza istintiva; —maxima, media, minima; tria enim sunt quae habemus: libertatem, civitatem, familiam. Igitur quum omnia haec amittimus... Omnia haecle so ancora.
Mandavo un sospiro a Mardocheo e voltavo pagina.
—Proetoris verba dicunt: Infamia notatur....
Ed io sorridevo e senza avvedermene tiravo innanzi a ripetere a occhi chiusi le parole confortatrici del pretore.
Ad ogni sentenza latina veniva dietro un codazzo di memorie allegre; mi ricordavo in che luogo, in qual'ora e in compagnia di chi avevo imparato a distinguere leres mancipidallenec mancipi, l'hereditasdallabonorum possessio, mi era persino rimasto in mente che ilvadimonium(quelvadimoniumche gli studenti di terzo anno mandano inevitabilmente al diavolo per far ridere i matricolini) aveva prima messo di buon umore me, poi mi aveva servito a far lo spiritoso con altri.
Ah! Giustiniano! quello era un gran re! Altro che Dario figlio d'Istaspe!
E mentre una voce nemica mi gridava da lontano: «E che ne sai tu di Dario figlio di Istaspe?» Giustiniano mi metteva sotto gli occhi una sentenza, che diede un altro corso ai miei pensieri.
—Nasciturus pro jam nato habetur, — dicevanolePandette; ed io, colpito da un senso nuovo che mi si rivelava in quella massima, esclamavo:
— È vero! mio figlio era vivo prima che nascesse!
Lieto di questa chiosa, che mi pareva più profonda di tutta la dottrina del pretore, me ne andai allegramente ai tempi lontani, in cui non avevo nè un figlio, nè un cliente.
Ritrovando più tardi il re di Persia implacabile, prima mi strinsi nelle spalle, poi lo mandai a farsi benedire.
— Il tuo regno è finito — gli dissi — è finito da... (qui, se lo avessi saputo, avrei messo un numero preciso d'anni, di mesi e di giorni per dar solennità al mio periodo), è finito da secoli, e ad un galantuomo dev'essere lecito vivere senza immischiarsi nei fatti tuoi. Io poi faccio l'avvocato, e lo faccio bene, domandane al tuo collega Giustiniano; ho tante faccende io, e se a suo tempo mi sono rotto la testa per fartici entrare, oggi sono nel mio diritto pretendendo che tu ne esca tutto d'un pezzo.
E per istinto d'arte oratoria agitavo la testa come se vi fosse rimasto.
La mimica che accompagnava il mio monologo durava ancora e il monologo era finito, quando mi avvidi d'avere un testimonio. Augusto, il quale con lo zaino ad armacollo veniva a darmi il bacio, prima di andar a scuola.
Per solito quella scenetta seguiva così: «Si può?» diceva mio figlio. Non altro, ed io intendevo: «Sonoqua per il bacio», e subito, da qualunque lontananza di codice, accorrevo col pensiero, aprivo le braccia, egli vi si slanciava facendo un tentativo per respingere lo zaino, che entrava sempre di mezzo, in quell'amplesso, ed i nostri tre corpi si allacciavano stretti. «Mi raccomando», dicevo poi con solennità paterna, sprigionando Augusto, il quale se ne andava seguito dal suo zaino enorme, ed io stentavo a ritrovarel'alineain cui ero rimasto, perchè mettevo bensì gli occhi sul codice, ma il pensiero accompagnava un tratto mio figlio.
Questa volta, baciando Augusto, sentii che qualche cosa s'era mutato nei rapporti tra me e lui, e che il mio amore paterno, l'unico amore in cui credevo non dovesse entrar mai la civetteria, aveva anch'esso le sua vanità.
Ero stato sempre per mio figlio il migliore degli uomini, e non avevo mai rifiutata nessuna delle perfezioni che egli mi attribuiva. Perchè me lo mettevo a sedere sul braccio teso e lo portavo in giro per la camera, egli mi ammirava dicendo: — Come sei forte! — ed era perfino andato a dire in cucina allo spaccalegna che il babbo era più forte di lui.
Gli era bastato vedermi curvo sopra i grossi volumi, e contare i palchetti della mia libreria per non dubitar più che io fossi un portento di dottrina.
— Tu sai tutto! — mi diceva nel tempo in cui egli non sapeva nulla, e in questa idea trovava un conforto alla sua ignoranza.
— Tu sai più del maestro! — affermava qualchevolta, ed io capivo subito che quel giorno il signor maestro aveva abusato della sua scienza per tormentarlo.
Non dico che fossi propriamente in buona fede intascando tutta quell'ammirazione, ma vi trovavo gusto e sapevo di far felice mio figlio.
Ahi! L'opinione magnifica che Augusto s'era fatta del babbo non poteva più durare! Già Dario figlio d'Istaspe aveva dato il primo colpo alla mia grandezza bugiarda; chi sa se prima di sera un altro personaggio famoso non dovesse uscire dalle pagine delCompendio di Storia per isvergognarmi in faccia a mio figlio!
Mi sentii ripigliare dai miei dubbi; tutto ciò che mi ero messo dinanzi per farne una barricata in cui la mia ignoranza si avesse a trovare al sicuro, mi sembrò a un tratto inutile e biasimevole; e ragionando precisamente all'opposto di poco prima, mi parve che non mi fosse lecito vivere un'ora di più su questa terra se non mi fossi ficcato bene in capo tutta la storiella dello zio della moglie del re di Persia.
Nessuno mi vedeva; frugai nella libreria, ne estrassi una storia antica e vi cercai avidamente la tranquillità della mia coscienza turbata.
Non lo avessi mai fatto!
In capo a mezz'ora io era il più desolato degli uomini; e dopo aver sfogliato il volume, leggicchiando qua e là e trovando in ogni pagina un capo d'accusa, arrestai l'occhio attonito nell'indice che pareva messo a posta in fine del libro comeuna requisitoria, a dimostrarmi compendiosamente quello che io era colpevole di sapere male o di non sapere niente affatto.
Era caduta la benda alla mia ignoranza! Poc'anzi mi potevo illudere pensando che, perchè tante cose me l'ero messe in capoin illo temporee non le avevo mai mandate via come Dario,potesseroesservi rimaste. M'accorgevo ora che tutta quella buona gente ebraica, assira, persiana, se n'era andata alla chetichella, lasciando una gran confusione di date e di regni nel mio cervello.
Non era più luogo a dubbiezze; mi trovavo in faccia a un dilemma inesorabile: o rassegnarmi a passare per un asino agli occhi di mio figlio, o rifare coraggiosamente il mio bagaglio storico.
— La storia è la maestra della vita — diceva qualcuno dentro di me — non ti è lecito goderti il tuo presente se non hai sulle dita il passato dell'umanità.
— Baie! — rispondeva dentro di me un altro — te lo sei pur goduto finora il tuo tempo senza l'aiuto di alcuna gente morta; tu continui a far così in avvenire e te la ridi. Che poi la storia sia la maestra della vita, lo vanno dicendo da un pezzo, ma ancora non è provato; se te l'ho a dire in confidenza, questa mi pare una bella frase messa lì come un puntello, per reggere una scienza enorme e vana. La storia non ha mai generato alcuna cosa al mondo, fuorchè compendi di storia e monografie storiche. Le dinastie dei Faraoni si succedono, passano, e che cosa lasciano all'umanità?Poche piramidi che non servono a nulla. Eccoti la storia.
Queste parole dell'anonimo che ragionava dentro di me furono un raggio di luce al mio spirito rabbuiato; io aveva trovata un'uscita al terribile dilemma, e quest'uscita era lafilosofia.
Si sa che la filosofia serve i dotti e gl'indotti senza guardar in faccia a nessuno: io vado più oltre e dico che per un ignorante non vi ha altra via di scampo che diventar filosofo e farsiun sistema.
Il mio sistema filosofico doveva servirmi ad inculcare a mio figlio la necessità di studiare tutte le cose che il babbo aveva studiatoper aver poiil dirittodi dimenticarle tutte come il babbo.
Era un'idea grande ed ardita; da principio mi piacque, l'ammirai, poi mi parve d'un'arditezza impertinente, d'una grandezza spropositata; nuovo alla ginnastica dei filosofi, ebbi vergogna, lo confesso, e tornai a sentimenti più umili.
Quel giorno, invece di recarmi in tribunale con la baldanza d'un uomo preparato a tutte le sorprese della procedura civile, vi andai col fare dimesso di uno scolaro che non sappia bene la lezione.
E mentre l'avvocato avversario esponeva le sue ragioni e citava non so quale sentenza della Corte Suprema per ottenere addirittura il sequestro della roba del mio cliente, io fissava lo sguardo sul presidente, sui giudici, sull'avvocato, ricercando sotto quelle toghe e quei berrettoni la mia gente persiana. Pensavo: «Se ora sorgessi all'improvviso a domandare uno schiarimento sopra Mardocheo,chi di costoro me lo direbbe? quel giudice che sonnecchia no certo; e nemmeno il presidente con tutto il suo sussiego!»
Quando poi toccò a me rispondere alle enormi pretese della parte avversaria, sorsi baldanzosamente a dire che mi opponevo al sequestro, invocando il codice e la civiltà. — «Abbiamo ancora delle buone ragioni da esporre — esclamai — e vogliamo essere ascoltati!» — E soggiunsi eloquentemente: — «Non siamo più ai tempi dei Faraoni e dei re persiani. Oggi Assuero non farebbe impiccare Amanno senza dargli il tempo diprovvedersi in appello».
Ditelo voi: che c'entrava Amanno? E pure la frase fece effetto, e al mio cliente non fu sequestrata la roba; segno che la storia può servire a qualche cosa.
Radunai tutta la mia buona volontà, e rubando ogni sera mezz'ora alle mie cause e il compendio di storia a mio figlio, mi avviai anch'io in mezzo agli Assiri e ai Persiani. Camminavo senza fretta, non ero punto assetato di scienza storica, come potreste credere, e mi bastava precedere d'un passo mio figlio nel suo compendio, tanto da non essereesposto a tavola a certe sorprese, che avrebbero guastato a me la digestione, a mio figlio il rispetto ammirativo che egli doveva all'autore dei suoi giorni.
Le cose andarono bene per un po'; ma venne un disgraziato mattino in cui la scolaresca, che era rimasta meco in Persia, e precisamente al regno di Dario III Codomano, se n'andò, senza avvertirmi, in Assiria, e la sera medesima mio figlio, non immaginando quanto male mi facesse, nominò alla mia presenza Salmanassarre e Sennacheribbo.
Io prima finsi di non intendere, e fatto un vano tentativo per ricondurlo in Persia, dove mi sarei ritrovato come in casa mia, fui costretto a lasciarlo dire.
Poi vennero altre sorprese; la geografia, la storia sacra e perfino l'aritmetica di mio figlio avevano conservato meco dei segreti. Incoraggiati dall'esempio del catechismo, che era con me pieno di misteri, quei tre libriccini di poche pagine mi tormentarono mattina e sera, mi guastarono regolarmente il desinare per parecchie settimane, e turbarono i miei sonni.
Io lasciava un sacramento per seguire il corso di un fiume americano, che a farlo apposta non poteva essere più tortuoso; scendevo un monte dopo aver interrogato l'aspetto di un paese, e trovavo la geometria piana, una geometria che mi facea venir la tentazione di rifar la salita del monte e non scendere più alla pianura.
Cieli misericordiosi! Quanto era grande la miaignoranza! Non sapevo più nulla, peggio ancora: sapevo degli errori, perchè quel po' che mi era rimasto in mente era confuso ed inesatto.
Ripigliare da bel principio tutti i miei studi, come se dovessi ancora presentarmi agli esami, rifarmi una dottrina nuova, ecco il rimedio eroico; ma io fui vile, mi accontentai di rattoppare la mia scienza dove lasciava vedere i gomiti e le ginocchia.
E non andò molto che Augusto mi colse in fallo una volta, due, dieci, prima con istupore, poi con dolore, da ultimo con malizia. Non mi diceva più, come nei bei tempi della sua innocenza: tu sai tutto: al contrario gli accadeva di spropositare coraggiosamente in faccia mia nelle cose più elementari, perfino nei diritti e nei doveri dei cittadini, che erano il mio pane quotidiano, e di rifiutare senza arroganza, ma con sicurezza, la mia correzione, dicendomi la frase sacramentale, che ha fatto impallidire tanti genitori:
— L'ha detto il maestro!
Evangelina si provava a difendermi, metteva tutte le sue forze centuplicate dall'affetto e dalla buona fede nel sollevare me sopra il signor maestro; ma era inutile. Augusto non diceva già che non fosse vero; se non che alla prima occasione mi lasciava intendere che sulla mia dottrina famosa non si faceva più alcuna illusione, ripetendo quasi sottovoce:
— L'ha detto il maestro!
Ed io studiava in segreto, con un disordine che dipingeva lo stato della mia mente, le montagne,le popolazioni, il quadrato dell'ipotenusa, l'eucarestia.
Invano. Incalzato dal mio destino, venni finalmente in faccia alla prova suprema.
Avevano dato a mio figlio un difficile problema da risolvere, e il poveretto, che non era forte nelle matematiche, non se ne poteva cavare.
— Augusto non sa fare il còmpito — mi venne a dire Evangelina. Questi maestri non so dove si abbiano la testa. La bella maniera di tormentare un povero ragazzo! È tutta la mattina che lo vedo curvo a tavolino; mi fa proprio pena: dovresti aiutarlo.
— Aiutarlo io! — esclamai — e allora che gli giova l'andare a scuola? Se i problemi glieli dànno, è segno che deve saperli risolvere; e se non sa, è meglio che il maestro se ne avveda e rifaccia la spiegazione; e poi, sono tanto occupato!
Evangelina, meno scrupolosa, andò probabilmente a provarsi lei a fare quel che io non volevo, perchè poco dopo tornò a dirmi:
— È un problema difficilissimo; v'entra la geometria piana. Augusto non può risolverlo, piange...
— Piange?
Andai subito, e nell'attraversar la soglia dello stanzino in cui Augusto si torturava da un'ora, ebbi come il presentimento d'una catastrofe. Ma non ero più in tempo a dare indietro; mi accostai a mio figlio, gli accarezzai prima il visino lagrimoso, poi, con un po' di sussiego:
— Dà qua — dissi... — «Un fabbricante di mattoni deve consegnare tanti mattoni quanti ne occorrono all'ammattonato di una stanza di forma trapezoidale, i cui lati misurano... ecc.» Non è difficile — dissi. — E non sei buono a cavartene?
Mio figlio non rispose; mi guardava con quell'ammirazione ingenua di altri tempi mista a un tantino di stupore. E io soggiunsi:
— Io non ho tempo, e poi tocca a te fare il còmpito; se i tuoi còmpiti dovessi farli io, sarebbe inutile che tu andassi a scuola. Ora però hai lavorato troppo; divàgati: va in cortile e corri; poi torna su e ti sarà più facile.
— È troppo difficile — disse lui.
— È facile — dissi io.
Egli andò in cortile a correre, e io presi il suo posto dinanzi al tavolino.
La misericordia celeste risparmi a ogni padre la tortura che provai quella mattina. Ciò che mi sembrava facile da lontano, mi apparve irto di mille difficoltà appena volli riflettere. Evangelina mi stava a guardare, indovinando anche essa il mio imbarazzo; io sentiva Augusto che faceva il chiasso nel cortile, vedevo col pensiero una comparsaurgente che avevo lasciata sulla mia scrivania, e continuavo a star lì come inchiodato, sfogliando dispettosamente la geometria piana, calcolando, cancellando, rifacendo i calcoli sbagliati.
A poco a poco la testa mi si empì siffattamente di cifre, che non mi raccapezzai più; sbagliavo perfino le somme, e per ritrovare l'errore d'unità (un'unità di mattoni!) perdevo un tempo prezioso. Mi vennero a dire che un cliente mi voleva parlare; gli feci rispondere che ero occupatissimo e non potevo dargli udienza. Ma si fece una luce nel mio cervello; il problema mi si affacciò netto, e io non istentai cinque minuti a risolverlo.
— È fatto — dissi a Evangelina. — Davvero non era facile; io poi non ci ho più pratica...
Era inutile che mendicassi delle scuse, Evangelina mi ammirava, nè più nè meno; e io vidi quella sua ammirazione passare tutta d'un pezzo nello spirito smaliziato d'Augusto, quando egli venne su e trovò il problema risoluto.
E non mi parve davvero di aver perduto il mio tempo; anzi, rientrando nel mio studio, avevo una certa solennità, come se vi portassi la fiaccola della scienza.
A questo punto mi aspettava il mio destino. Invece di tornare da scuola allegro e di far irruzione nella mia camera a dirmi che aveva preso dieci decimi e la lode per il còmpito, Augusto entrò in casa come un cane battuto, e se ne stette in cucina.
E quando io volli sapere che cosa avesse, mirispose di mala voglia che il problema era sbagliato.
— È impossibile! — esclamai.
— Guarda — mi disse melanconicamente mio figlio; — doveva dare 4526 mattoni, e invece ne dà 3916.
Io guardai, non vidi nulla. Se tutti quei mattoni mi fossero caduti addosso, non mi avrebbero fatto tanto male.
Ma accanto alle sventure il cielo mette le consolazioni, e io ne trovai una dinanzi alla scrivania. Era Laurina, la piccola studiosa; essa si era arrampicata sulla poltrona e leggeva attentamente il codice di procedura.
— Senti, babbo — mi disse appena mi vide entrare — senti; la so tutta: «due più due quattro più due otto più due dieci più due ventidue più due ventiquattro più due trenta.»