MONACA E ROMANZIERE“En ces temps-là, le désert était peuplè d'anachorètes.„ Con questo umile tono di leggenda principia Anatolio France il romanzoTaïs.Chi, anche solo per lontane letture, ricorda la schietta poesia delle storie del Cavalca e le pagine magniloquenti del Chateaubriand, si pone con desiderio a scorrere questo racconto in cui si riflette, per toccanti e curiosi episodi e per quadri vivacissimi, la grande epopea spirituale dell'ascetismo cristiano in Oriente, nei due ultimi secoli dell'Impero romano.Il romanzo di Anatolio France (che a lui è piaciuto di intitolareConte philosophique) è presto riassunto nelle sue linee principali. — Pafunzio, nato di nobile e ricca famiglia cristiana in Alessandria, si avvede per tempo dei pericoli del mondo e ripara alla Tebaide, ove con la santità della vita rigidissima è venuto presto in grande autorità, così che i cenobiti della solitudine d'Antinoe l'hanno scelto per loro capo spirituale. Un giorno mentre Pafunzio è solo nella sua cella meditando e orando, ecco che gli viene un ricordo della sua vita mondana: rivede Taide, la celebre mima, la cortigiana bellissima, per la quale tutta Alessandria delirava e con la quale egli stesso, al tempo “del dolce giovanile errore„, una volta fu sul punto di peccare. La vede, pensa alla vita miserabile che questa donna conduce, ai tanti peccati che essa commette e fa commettere, ed è preso da un desiderioinfiammato di carità per lei. È Dio che gli manda questo desiderio. Pafunzio risolve di lasciare la sua solitudine, di rientrare in Alessandria e convertire a Cristo quell'anima errabonda.Di lì a pochi giorni il giovane anacoreta, non d'altro vestito che del suo cilicio, è in Alessandria. Rivede i luoghi della sua infanzia; va al teatro ove gli appare Taide, sempre bellissima e regina dei cuori; va da Nicia, un amico della sua giovinezza, che vive sibariticamente nella sapienza scettica degli ultimi pagani; piglia da lui ricche vesti e danaro e si fa insegnare il modo di giungere a Taide.La trova nella sua ricchissima dimora, circonfusa da tutti i fascini della bellezza, della voluttà, della eleganza greca, della magnificenza orientale. Egli non si limita, come Giovanni il Precursore dinanzi a Erodiade, a rimproverarle i suoi peccati; ma le parla anche di una lucedivina che è in lei e che essa ogni giorno offende e contamina; le fa travedere i gaudi di un amore santo, eterno, nel quale solo la sua anima, assetata invano di felicità, potrà riposare e sentirsi beata. La cortigiana Taide, che da bambina aveva ricevuto il battesimo, e talora vagamente se ne ricordava, rimane colpita dall'improvvisa apparizione, dall'aspetto strano, dalle ardenti parole del monaco. — Sì è vero, essa non è felice; in fondo al cuore ha tristezze e desideri ineffabili che tutti i favori e tutte le delizie di quel pazzo mondo che le sta a torno non valgono a placare e a contentare. Ma chi potrà darle la pace del cuore? — Cristo! risponde Pafunzio.... La mima, nel suo bellissimo atteggiamento di ninfa seminuda, guarda dal suo letto coi grandi occhi immobili quel singolare uomo che, potendo, non la vuol possedere e che le harivolte parole di un così misterioso e potente significato....Intanto arrivano le schiave ad abbigliarla per una cena che Cotta, il grande ammiraglio della flotta romana, darà quella sera stessa in onor suo. Chiede a Pafunzio d'accompagnarla ed egli acconsente; anzi giura che non l'abbandonerà più fin che non abbia compita la salvazione della sua anima, per la quale Dio gli comandò di abbandonare il deserto e rimettere i piedi nel fango della nuova Babilonia.***La cena in casa dell'ammiraglio Cotta si svolge in un quadro stupendo. È la vecchia orgia romana arricchita e quasi spiritualizzata da tutte le raffinatezze decadenti della cultura greca e alessandrina. Mentre le mime e le etère scherzano, motteggiano, baciano e abbracciano sui letti sontuosi del triclinio, mentre dalleschiave e dagli schiavi s'alternano balli voluttuosi e grotteschi, e girano i vini più generosi e le vivande più prelibate, i convitati di Cotta, che sono fra i più colti ed eruditi spiriti di quel tempo, espongono nella bella forma di un dialogo platonico le loro opinioni sulla Divinità, sulla Natura, sulla Vita. Parlano Nicia, Dorione, Zenotemo, Ermodoro, Eucrite e lo stesso anfitrione Cotta, difendendo le idee proprie a seconda della scuola filosofica a cui appartengono. Echi dell'Accademia, della Stoa, del Peripato; Pirrone, Epicuro, Plotino, Proclo, Porfirio tengono a volta a volta il campo nel cortese certame. I vecchi miti della Grecia, le nuove teurgie orientali s'incontrano e s'intrecciano in evocazioni e trasfigurazioni ingegnose e fantastiche. Anche la nuova dottrina di Cristo ha il suo valoroso rappresentante in questo dialogo. È Marco, l'apostolo ariano, che svolge la sua teoria dellagnosidivina personificata nel Nazareno; e qui va notato che Pafunzio, il quale ha ascoltato in calma tutti quei pagani, alle bestemmie ereticali di Marco non può contenersi: “A ces mots, Paphunce, blême et le front baigné d'une sueur d'agonie, fait le signe de la croix...„La cena finisce all'improvviso con un episodio orribilmente tragico. Eucrite lo stoico, il quale aveva già annunziato con vaghe parole una sorpresa per quella sera, si pone a disputare della libertà umana con Nicia, che la nega. A un dato punto, mentre l'alba piove la prima sua luce pallida sulle fronti dei convitati, egli trae dalla veste un pugnale e se lo pianta nel petto. È l'atto, la prova suprema della sua libertà. Gli amici raccolgono il corpo tutto sanguinante e lo adagiano sopra un letto del triclinio; ma Eucrite è già morto. Ognuno immagina la scena che segue. Cotta, il soldato romano, dicel'ultima parola: “Mourir! vouloir mourir quand on peut encor servir l'Ètat! Quel non-sens!„ — Ma questa cena ha deciso del destino di Taide. Le parole di Pafunzio l'avevano turbata e scossa; quegli ultimi orrori della vita mondana l'hanno vinta. Ella s'abbandona alla volontà del monaco e farà tutto quello che esso le prescriverà.Tornano insieme alla casa di Taide. Ma che fare di tutte quelle immense ricchezze che essa ha accumulato col mercato del suo corpo, di tutti quegli oggetti eleganti e preziosi che rappresentano la seduzione e ricordano la colpa? — Al rogo! — grida il monaco. E subito, chiamati i servi, sulla piazza che sta dinanzi alla casa, inalzano una grande catasta di legna e quando le fiamme cominciano ad inalzarsi vi buttano ad uno ad uno gli ori, gli argenti, i profumi, i mobili, tutto, non risparmiando gli oggetti più meravigliosi,che pareva si raccomandassero con l'incanto dell'arte. Invano il popolo accorre tumultuando e tenta d'impedire quello sterminio; invano Nicia, con la voce amorevole della ragione tollerante, cerca dissuadere. Tutto il mondo del peccato di Taide deve perire nelle fiamme!Pafunzio e Taide sono usciti dalla città, e camminano soli lungo il mare verso il luogo di solitudine, di macerazione e di preghiera che esso le ha destinato.La via è aspra e lunga, il sole è cocente e la povera giovine sente il suo corpo delicato piegare sotto il peso della fatica. Ma Pafunzio si compiace di tutto ciò; le mostra il mare e le dice che tutte quelle acque non basterebbero a lavare le orribili colpe di lei; vuole che soffra perchè possa espiare.... A un tratto, pensando che quel suo corpo è stato tante volte contaminato dagli uomini, il fiero monaco è invaso da una specie di asceticofurore. Si mette dinanzi a lei, pallido, terribile, la guarda un poco nel bianco degli occhi e le sputa sulla faccia! Ma poi, vedendo una goccia di sangue uscire dal piccolo piede nudo di Taide, è colto da una frenesia di pietà, si butta per terra e le bacia i piedi... Taide, arrivati che sono ad una sorgente, beve nella palma della sua mano e dice al compagno: “io non ho mai bevuto dell'acqua così fresca nè respirato dell'aria così leggera!„Di lì a poco sono giunti all'eremo ove Albina, la santa penitente nata di famiglia imperiale, accoglie la povera Taide “nel tabernacolo della vita„. La chiudono in una piccola capanna ove non è che un letto di paglia ed una brocca. Pafunzio stesso vuol chiudere l'uscio e sigillarlo coi proprii capelli; poi dice ad una delle vergini presenti di passare a Taide per la piccola finestra dell'acqua, del pane e unflauto acciocchè la peccatrice canti sovr'esso le lodi del Signore.....***Pafunzio monta in una barca sul Nilo e torna alla sua lontana Tebaide. Che cosa accade di lui? Gode egli nelle solitudini il frutto della sua opera evangelica? Pur troppo, no. Egli non è più visitato dalle dolci visioni, il suo cuore è arido, la preghiera non lo conforta. Pare che Dio siasi ritirato da lui, mentre il Maligno, a segni manifesti, lo avvolge in un circolo sempre più ristretto e accenna a impadronirsi di lui. Delle torbide apparizioni entrano nella sua cella e occupano le sue notti; e in mezzo a loro vede sempre una figura di donna: Taide!... Mentre essa nella fetida cella, che Pafunzio le ha prescritta come una tomba, sta macerando il proprio corpo, quello stesso corpo suo è sempre dinanzi alla mente del poverosolitario pieno di fascini, pieno di tentazioni. Egli ha sempre dinanzi quella goccia di sangue che vide stillare dal suo piccolo piede, là nelle sabbie del deserto; gli par sempre di sentire il fruscìo leggero che faceva la sua veste color di viola, mentre ella si moveva là sul letto del triclinio; nell'aria sente sempre il profumo delicatissimo che vaporava dalla sua bella persona... Misteri della giustizia divina! Egli ha convertita Taide a Cristo e ora Cristo glie la volta contro in tentazione, forse in perdizione dell'anima sua immortale. Ai ribollimenti del sangue e alle suggestioni peccaminose della fantasia s'uniscono dubbi tremendi, che fanno sudar freddo e allibire e fremere di spavento il povero cenobita. Invano egli raddoppia le preghiere, i digiuni, le macerazioni d'ogni genere; invano si raccomanda alle preghiere degli altri solitari. Il desiderio di Taide lo consuma sempre più. Allora eglifugge dalla sua cella e va come uno smarrito vagando notte e giorno per le solitudini, entra nella tomba dei Faraoni, fruga fra le ruine degli antichi templi, sale in cima di una colonna, e fattosi penitentestilita, rimane lassù per dei mesi immobile al sole e alla pioggia. Tutto inutile. Non un'ora della vita egli può cacciare da sè l'immagine e il desiderio tormentoso di quella donna.Allora egli pronuncia la novissima bestemmia delle anime disperate: Dio lo abbandona al Nemico. E sia; ma almeno Taide deve essere sua, una volta! Non ne ha egli il diritto, se questo è il prezzo della sua eterna dannazione?In mezzo a questi pensieri gli giunge la notizia: Taide è moribonda! Egli accorre come una belva furente che si vede fuggire la preda da lungo tempo agognata. Nel tacito asilo delle pie donne egli la trova morente, muta, con le maniin croce, coperta d'una bianchissima veste. — Taide! le grida soffocato il monaco; ed ella aprendo l'ultima volta i bellissimi occhi: “Siete voi, mio padre? Vi ricordate dell'acqua di quella sorgente che io bevvi con voi? Quel giorno, o padre mio, io sono nata all'amore... alla vita!„ — Ma Pafunzio le sta sopra con sì orribile viso e la guarda con occhi così cupidi e balenanti di lussuria, che la santa madre Albina ha come la intuizione di quanta bruttura sia in quel momento nell'anima di quell'uomo; e gli intima di allontanarsi. Intanto le altre monache, guardando la faccia di Pafunzio, gridano spaventate: Un vampiro! Un vampiro! — “Il était devenu si hideux, qu'en passant la main sur son visage il sentit sa laideur.„E la storia è finita.***Ho riassunto, il più brevemente che ho potuto, il nuovo e singolare romanzo diAnatolio France solo per concludere: che diranno i lettori quando sappiano e vedano che questo racconto non solo in embrione, ma nella suacompletaossatura e nella distribuzione di tutte le sue parti importanti, esiste già da ben dieci secoli e si trova nell'opera letteraria di una monaca tedesca del secolo nono?Entro la badia di Grandersheim in Sassonia (fondata nell'852) visse nella seconda metà del secolo decimo una monaca, la quale, mentre sui baroni e sulle plebi cristiane incombevano i terrori del Mille, si dilettava senza scrupoli a leggere le commedie di Terenzio, a comporne a imitazione e, scrive essa, a emulazione di lui:in emulationem Terentii. Il suo nome ci è pervenuto variamente scritto; ma noi la chiameremo Rosvita, che suona: rosa bianca. Vorremmo ancora conoscere i nomi delle monacelle, che nelle lunghe serate dei rigidi inverni sidivertivano a rappresentare le produzioni drammatiche della compagna poetessa; ma non ci sono pervenuti che il nome di Rikkarda, che le fu maestra, e quello di Gerberta, dell'imperial sangue degli Ottoni, in quel tempo badessa a Grandersheim e donna molto famosa per la sua dottrina in tutta l'Allemagna.La Rosvita compose poemi, commedie e drammi, sempre d'argomento religioso. È sorta naturalmente la domanda se l'opera della monaca sassone abbia, e in qual misura, contribuito alla formazione della drammaturgia sacra e deiMisteri, che assunsero così vasta fioritura presso le nazioni cristiane nel medio evo. Il D'Ancona opina (e credo con buon fondamento) che qui si tratti di un'opera individuale e solitaria, la quale si annoda per conto proprio alla tradizione classica, mentre ilMistero, di fonte popolare, ebbe altri modi di formazione e di svolgimento.***Nella imitazione del commediografo latino seguace dei modelli greci, nessuno può pretendere che una monaca tedesca, in pieno medio evo, andasse molto innanzi. Avranno i lettori, un poco più oltre, un saggio della sua latinità e della sua versificazione e giudicheranno. Se Terenzio è licenzioso, la suora cristiana sarà naturalmente castigatissima; anzi appare evidente il suo proposito di purificare e santificare la vecchia commedia pagana, volgendola a edificazione delle anime, nella stessa guisa che i vecchi templi si toglievano agli dei falsi e bugiardi per sacrarli al culto di Cristo e della Vergine. Rosvita scrive nel preambolo de' suoi drammi. “Mi proposi di sostituire storie edificanti di vergini pure al racconto dei traviamenti delle donne pagane: volli, conle mie povere forze, celebrare le vittorie del pudore e quella specialmente in cui la fiacchezza della donna fu vista trionfare della brutalità dell'uomo.„Tutto il suo teatro infatti potrebbe qualificarsi un poema cantato alla castità della donna, uscente sempre vittoriosa da pericoli, contrasti e cadute; ove talora il comico va fino alle più volgari buffonerie e la nota drammatica si leva alla pietà più toccante e alla più schietta e fulgida misticità. Nel dramma intitolatoCallimacusla passione d'amore è assai caldamente colorita, passando dalla tenerezza malinconica alla cupa e tragica disperazione. Il giovane Callimaco, ancora pagano, si innamora di Drusiana sposa d'Andromaco, bella donna e sposa cristiana, casta e timorata al punto che domanda a Dio la morte per essere tolta ai pericoli della tentazione. E Dio la chiama a sè. Ma l'amore di Callimaco è “piùforte che la morte„ e va e viola il sepolcro della donna amata. Nell'atto però che sta per stringere nell'amplesso sacrilego il bel corpo inanimato, è reso anch'egli cadavere dalla mano di Dio..... Sopraggiungono il marito Andronico e lo apostolo Giovanni. Quest'ultimo con un miracolo restituisce Drusiana viva allo sposo; e risuscita anche Callimaco perchè sia rinnovellato nella fede di Cristo e nel pentimento.Come si vede dalla scena penultima di questo dramma, Rosvita non schiva le situazioni audaci. Le affronta essa e le risolve con una semplicità e una speditezza, che oggi farebbero sorridere anche un pubblico di ragazzi; ma che non lasciavano quasi il tempo di cogliere il lato scabroso della scena. Un esempio. Callimaco, condotto dall'amico Fortunato, entra nel sepolcro di Drusiana.Fortunato— Guarda que' lineamenti suiquali non diresti che sia scesa la morte!Callimaco— Drusiana, Drusiana! Con che trasporto non t'amavo io, benchè tu non ti stancassi di rigettarmi! Ma adesso chi ti toglie a me?Fortunato— Aiuto! Un orribile serpente! (Muore)Callimaco— Me misero! Oh il nefando delitto a cui mi traesti!... Tu spiri morsicato dal rettile ed io muoio di terrore con te! (Muore).***Il soggetto sul quale Anatolio France ha svolto il suo romanzoThaïs, ossia la conversione di una meretrice intrapresa da un santo monaco, nel teatro di Rosvita è trattato ben due volte; nellaMariae nelPaphunctius.Maria, nipote all'anacoreta Abramo evivente in solitudine con lui, è sedotta da un perverso monaco; fugge una notte dalla Tebaide alla città vicina e si mette presso un oste a condurre la mala vita. È toccantissimo il racconto che il vecchio Abramo fa ad Efrem, suo fratello di religione. — Da prima egli è avvertito della sventura che gli sovrasta da un sogno: vede un dragone orribile divorare una candida colomba che gli sta vicina. Turbato dal sogno e non udendo più dalla cella di Maria venire i soliti canti spirituali, il vecchio accorre trepidando; e trova la cella vuota.... Ma egli ha avuto notizie del luogo infame ove essa vive. Andrà a lei in sembianze di un suo adoratore e cercherà di salvarla. Abramo, a cavallo e riccamente vestito da soldato arriva all'osteria ove dimora la nipote. Alla grande scena di simulata galanteria del vecchio, cui tiene dietro il riconoscimento e la conversione della giovane, nonmancano le facezie dell'oste introduttore:Stabularius— Fortunata Maria,Laetare quiaNon solum, ut hactenus, tui coaevi,Sed etiam seni jam confectiTe adeunt,Te ad amandum confluunt!Maria— Quicumque me diliguntAequalem amoris vicem a me recipiunt.Abraham— Accede, Maria, et da mihi osculum.Maria— Non solum dulcia oscula libabo,Sed etiam crebris senile collumAmplexibus mulcebo....Il dramma termina con una scena nel deserto fra Abramo ed Efrem. Il primo narra le vicende e l'esito fortunato del suo viaggio: e i due vecchi romiti s'uniscono in un inno di ringraziamento alla pietà divina che si compiacque di richiamare Maria a vita di penitenza.NelPafunziolo stesso tema è ripreso,ma con un concetto più ideale e insieme con più larga oggettività. Nessun vincolo di sangue nè altro obbligo di tutela spirituale congiunge Pafunzio a Taide. È per mera ispirazione divina che il monaco si decide a tentare la conversione della donna; e un senso di giustizia ascetica e trascendentale balena in quella ispirazione. A che verrebbero i santi, con le preghiere e coi digiuni, in tanta abbondanza di grazia presso Dio, se in pro delle anime erranti non si dovesse volgere una parte di essa? Per questo l'anima del romito interrompe la preghiera e vola dalla casta sua cella alla casa di Taide la grande cortigiana. Questo spirituale bisogno di communione nella carità è molto scolasticamente spiegato da Pafunzio ai suoi discepoli nel dialogo col quale comincia il dramma. Anatolio France rende umano e con più semplicità il pensiero dell'anacoreta, in una apostrofe di lui a Dio: “Sije m'intéresse à cette femme, c'est parce qu'elle est ton ouvrage. Les anges aux-mêmes se penchent vers elle avec sollicitude. N'est elle pas, ô Seigneur, le souffle de ta bouche?.. Une grande pitié s'est élevée pour elle dans mon sein....„Le scene del dramma di Rosvita si ripetono col medesimo ordine di successione nel racconto del romanziere parigino. L'andata di Pafunzio ad Alessandria, il suo dialogo con Nicia perchè gli insegni il modo di pervenire in casa di Taide, la scena della conversione, la scena del rogo, la partenza per il deserto, la reclusione perpetua della donna penitente in una cella oscura e fetida... A questo punto le due narrazioni principiano a diversificare sostanzialmente. Secondo la monaca sassone, Pafunzio torna contento alla sua Tebaide e non rivede mai più la povera Taide se non il giorno in cui, consumata dalle macerazioni, ella sta per rendere l'anima aDio. Benchè vecchio cadente, egli trova la forza d'accorrere a lei per assisterla piamente in quella ultima ora di prova; e mentre essa muore egli innalza questa bella preghiera. “... Permetti, o Dio, che gli elementi di cui è composta questa creatura caduca vadano a ricongiungersi coi principi della loro origine; che l'anima venuta dal cielo partecipi alle gioie celesti, e che il corpo trovi una sede fraterna e amica nel grembo della terra, ond'esso è venuto, fino al giorno in cui, questa polvere riunendosi e un soffio spirituale rianimando queste membra, questa medesima Taide risusciterà creatura completa, quale essa fu nella prima vita, per pigliar posto fra le bianche pecorelle del Pastore!„Abbiam visto quanto diversa fine faccia il povero Pafunzio nel racconto di Anatolio France.***Non parliamo affatto di plagio; anzi io credo che qui abbiamo un nuovo argomento per metterci in guardia contro i facili scuopritori di plagi.Oltre la vaghezza di un riscontro — certamente singolare e curioso fra due composizioni nate in tanta diversità d'epoca e d'ambiente eppure tanto somiglianti nella materiale sostanza e in moltissimi particolari — ciò che sovra tutto mi ha indotto a scrivere, è stata l'ammirazione provata da me nel vedere come il France da una stoffa vecchissima abbia saputo cavare una veste nuova, tutto moderna, di forma elegante e smagliante di colori bellissimi. Quest'arte e questo coraggio di svecchiare i temi usati è molto propria degli autori francesi. Ilmulta renascentur quæ jam cecidere, essi lo pigliano sempre per un augurio buono; e io credoche anche a questo essi debbano la loro fortunata e invidiabile fecondità.Basta poi scorrere il romanzoThäis, per convincersi di quanta ricchezza di fantasia e di che sentimento di modernità, nelle idee e nelle forme, il France abbia saputo valersi. L'ascetismo cristiano delle antiche Tebaidi ci torna innanzi signoreggiato e trasfigurato da un concetto filosofico e da un sentimento artistico. Uno spirito nuovo ci trasporta a immensa distanza dalla umile coscienza della monaca tedesca che sentiva e scriveva prima del Mille. Ma, appunto per questo, è ricco d'interesse e d'insegnamento il vedere come l'ingegno umano possa diversamente investigare un medesimo soggetto, e renderlo vivo nei colori dell'Arte.
“En ces temps-là, le désert était peuplè d'anachorètes.„ Con questo umile tono di leggenda principia Anatolio France il romanzoTaïs.
Chi, anche solo per lontane letture, ricorda la schietta poesia delle storie del Cavalca e le pagine magniloquenti del Chateaubriand, si pone con desiderio a scorrere questo racconto in cui si riflette, per toccanti e curiosi episodi e per quadri vivacissimi, la grande epopea spirituale dell'ascetismo cristiano in Oriente, nei due ultimi secoli dell'Impero romano.
Il romanzo di Anatolio France (che a lui è piaciuto di intitolareConte philosophique) è presto riassunto nelle sue linee principali. — Pafunzio, nato di nobile e ricca famiglia cristiana in Alessandria, si avvede per tempo dei pericoli del mondo e ripara alla Tebaide, ove con la santità della vita rigidissima è venuto presto in grande autorità, così che i cenobiti della solitudine d'Antinoe l'hanno scelto per loro capo spirituale. Un giorno mentre Pafunzio è solo nella sua cella meditando e orando, ecco che gli viene un ricordo della sua vita mondana: rivede Taide, la celebre mima, la cortigiana bellissima, per la quale tutta Alessandria delirava e con la quale egli stesso, al tempo “del dolce giovanile errore„, una volta fu sul punto di peccare. La vede, pensa alla vita miserabile che questa donna conduce, ai tanti peccati che essa commette e fa commettere, ed è preso da un desiderioinfiammato di carità per lei. È Dio che gli manda questo desiderio. Pafunzio risolve di lasciare la sua solitudine, di rientrare in Alessandria e convertire a Cristo quell'anima errabonda.
Di lì a pochi giorni il giovane anacoreta, non d'altro vestito che del suo cilicio, è in Alessandria. Rivede i luoghi della sua infanzia; va al teatro ove gli appare Taide, sempre bellissima e regina dei cuori; va da Nicia, un amico della sua giovinezza, che vive sibariticamente nella sapienza scettica degli ultimi pagani; piglia da lui ricche vesti e danaro e si fa insegnare il modo di giungere a Taide.
La trova nella sua ricchissima dimora, circonfusa da tutti i fascini della bellezza, della voluttà, della eleganza greca, della magnificenza orientale. Egli non si limita, come Giovanni il Precursore dinanzi a Erodiade, a rimproverarle i suoi peccati; ma le parla anche di una lucedivina che è in lei e che essa ogni giorno offende e contamina; le fa travedere i gaudi di un amore santo, eterno, nel quale solo la sua anima, assetata invano di felicità, potrà riposare e sentirsi beata. La cortigiana Taide, che da bambina aveva ricevuto il battesimo, e talora vagamente se ne ricordava, rimane colpita dall'improvvisa apparizione, dall'aspetto strano, dalle ardenti parole del monaco. — Sì è vero, essa non è felice; in fondo al cuore ha tristezze e desideri ineffabili che tutti i favori e tutte le delizie di quel pazzo mondo che le sta a torno non valgono a placare e a contentare. Ma chi potrà darle la pace del cuore? — Cristo! risponde Pafunzio.... La mima, nel suo bellissimo atteggiamento di ninfa seminuda, guarda dal suo letto coi grandi occhi immobili quel singolare uomo che, potendo, non la vuol possedere e che le harivolte parole di un così misterioso e potente significato....
Intanto arrivano le schiave ad abbigliarla per una cena che Cotta, il grande ammiraglio della flotta romana, darà quella sera stessa in onor suo. Chiede a Pafunzio d'accompagnarla ed egli acconsente; anzi giura che non l'abbandonerà più fin che non abbia compita la salvazione della sua anima, per la quale Dio gli comandò di abbandonare il deserto e rimettere i piedi nel fango della nuova Babilonia.
***
La cena in casa dell'ammiraglio Cotta si svolge in un quadro stupendo. È la vecchia orgia romana arricchita e quasi spiritualizzata da tutte le raffinatezze decadenti della cultura greca e alessandrina. Mentre le mime e le etère scherzano, motteggiano, baciano e abbracciano sui letti sontuosi del triclinio, mentre dalleschiave e dagli schiavi s'alternano balli voluttuosi e grotteschi, e girano i vini più generosi e le vivande più prelibate, i convitati di Cotta, che sono fra i più colti ed eruditi spiriti di quel tempo, espongono nella bella forma di un dialogo platonico le loro opinioni sulla Divinità, sulla Natura, sulla Vita. Parlano Nicia, Dorione, Zenotemo, Ermodoro, Eucrite e lo stesso anfitrione Cotta, difendendo le idee proprie a seconda della scuola filosofica a cui appartengono. Echi dell'Accademia, della Stoa, del Peripato; Pirrone, Epicuro, Plotino, Proclo, Porfirio tengono a volta a volta il campo nel cortese certame. I vecchi miti della Grecia, le nuove teurgie orientali s'incontrano e s'intrecciano in evocazioni e trasfigurazioni ingegnose e fantastiche. Anche la nuova dottrina di Cristo ha il suo valoroso rappresentante in questo dialogo. È Marco, l'apostolo ariano, che svolge la sua teoria dellagnosidivina personificata nel Nazareno; e qui va notato che Pafunzio, il quale ha ascoltato in calma tutti quei pagani, alle bestemmie ereticali di Marco non può contenersi: “A ces mots, Paphunce, blême et le front baigné d'une sueur d'agonie, fait le signe de la croix...„
La cena finisce all'improvviso con un episodio orribilmente tragico. Eucrite lo stoico, il quale aveva già annunziato con vaghe parole una sorpresa per quella sera, si pone a disputare della libertà umana con Nicia, che la nega. A un dato punto, mentre l'alba piove la prima sua luce pallida sulle fronti dei convitati, egli trae dalla veste un pugnale e se lo pianta nel petto. È l'atto, la prova suprema della sua libertà. Gli amici raccolgono il corpo tutto sanguinante e lo adagiano sopra un letto del triclinio; ma Eucrite è già morto. Ognuno immagina la scena che segue. Cotta, il soldato romano, dicel'ultima parola: “Mourir! vouloir mourir quand on peut encor servir l'Ètat! Quel non-sens!„ — Ma questa cena ha deciso del destino di Taide. Le parole di Pafunzio l'avevano turbata e scossa; quegli ultimi orrori della vita mondana l'hanno vinta. Ella s'abbandona alla volontà del monaco e farà tutto quello che esso le prescriverà.
Tornano insieme alla casa di Taide. Ma che fare di tutte quelle immense ricchezze che essa ha accumulato col mercato del suo corpo, di tutti quegli oggetti eleganti e preziosi che rappresentano la seduzione e ricordano la colpa? — Al rogo! — grida il monaco. E subito, chiamati i servi, sulla piazza che sta dinanzi alla casa, inalzano una grande catasta di legna e quando le fiamme cominciano ad inalzarsi vi buttano ad uno ad uno gli ori, gli argenti, i profumi, i mobili, tutto, non risparmiando gli oggetti più meravigliosi,che pareva si raccomandassero con l'incanto dell'arte. Invano il popolo accorre tumultuando e tenta d'impedire quello sterminio; invano Nicia, con la voce amorevole della ragione tollerante, cerca dissuadere. Tutto il mondo del peccato di Taide deve perire nelle fiamme!
Pafunzio e Taide sono usciti dalla città, e camminano soli lungo il mare verso il luogo di solitudine, di macerazione e di preghiera che esso le ha destinato.
La via è aspra e lunga, il sole è cocente e la povera giovine sente il suo corpo delicato piegare sotto il peso della fatica. Ma Pafunzio si compiace di tutto ciò; le mostra il mare e le dice che tutte quelle acque non basterebbero a lavare le orribili colpe di lei; vuole che soffra perchè possa espiare.... A un tratto, pensando che quel suo corpo è stato tante volte contaminato dagli uomini, il fiero monaco è invaso da una specie di asceticofurore. Si mette dinanzi a lei, pallido, terribile, la guarda un poco nel bianco degli occhi e le sputa sulla faccia! Ma poi, vedendo una goccia di sangue uscire dal piccolo piede nudo di Taide, è colto da una frenesia di pietà, si butta per terra e le bacia i piedi... Taide, arrivati che sono ad una sorgente, beve nella palma della sua mano e dice al compagno: “io non ho mai bevuto dell'acqua così fresca nè respirato dell'aria così leggera!„
Di lì a poco sono giunti all'eremo ove Albina, la santa penitente nata di famiglia imperiale, accoglie la povera Taide “nel tabernacolo della vita„. La chiudono in una piccola capanna ove non è che un letto di paglia ed una brocca. Pafunzio stesso vuol chiudere l'uscio e sigillarlo coi proprii capelli; poi dice ad una delle vergini presenti di passare a Taide per la piccola finestra dell'acqua, del pane e unflauto acciocchè la peccatrice canti sovr'esso le lodi del Signore.....
***
Pafunzio monta in una barca sul Nilo e torna alla sua lontana Tebaide. Che cosa accade di lui? Gode egli nelle solitudini il frutto della sua opera evangelica? Pur troppo, no. Egli non è più visitato dalle dolci visioni, il suo cuore è arido, la preghiera non lo conforta. Pare che Dio siasi ritirato da lui, mentre il Maligno, a segni manifesti, lo avvolge in un circolo sempre più ristretto e accenna a impadronirsi di lui. Delle torbide apparizioni entrano nella sua cella e occupano le sue notti; e in mezzo a loro vede sempre una figura di donna: Taide!... Mentre essa nella fetida cella, che Pafunzio le ha prescritta come una tomba, sta macerando il proprio corpo, quello stesso corpo suo è sempre dinanzi alla mente del poverosolitario pieno di fascini, pieno di tentazioni. Egli ha sempre dinanzi quella goccia di sangue che vide stillare dal suo piccolo piede, là nelle sabbie del deserto; gli par sempre di sentire il fruscìo leggero che faceva la sua veste color di viola, mentre ella si moveva là sul letto del triclinio; nell'aria sente sempre il profumo delicatissimo che vaporava dalla sua bella persona... Misteri della giustizia divina! Egli ha convertita Taide a Cristo e ora Cristo glie la volta contro in tentazione, forse in perdizione dell'anima sua immortale. Ai ribollimenti del sangue e alle suggestioni peccaminose della fantasia s'uniscono dubbi tremendi, che fanno sudar freddo e allibire e fremere di spavento il povero cenobita. Invano egli raddoppia le preghiere, i digiuni, le macerazioni d'ogni genere; invano si raccomanda alle preghiere degli altri solitari. Il desiderio di Taide lo consuma sempre più. Allora eglifugge dalla sua cella e va come uno smarrito vagando notte e giorno per le solitudini, entra nella tomba dei Faraoni, fruga fra le ruine degli antichi templi, sale in cima di una colonna, e fattosi penitentestilita, rimane lassù per dei mesi immobile al sole e alla pioggia. Tutto inutile. Non un'ora della vita egli può cacciare da sè l'immagine e il desiderio tormentoso di quella donna.
Allora egli pronuncia la novissima bestemmia delle anime disperate: Dio lo abbandona al Nemico. E sia; ma almeno Taide deve essere sua, una volta! Non ne ha egli il diritto, se questo è il prezzo della sua eterna dannazione?
In mezzo a questi pensieri gli giunge la notizia: Taide è moribonda! Egli accorre come una belva furente che si vede fuggire la preda da lungo tempo agognata. Nel tacito asilo delle pie donne egli la trova morente, muta, con le maniin croce, coperta d'una bianchissima veste. — Taide! le grida soffocato il monaco; ed ella aprendo l'ultima volta i bellissimi occhi: “Siete voi, mio padre? Vi ricordate dell'acqua di quella sorgente che io bevvi con voi? Quel giorno, o padre mio, io sono nata all'amore... alla vita!„ — Ma Pafunzio le sta sopra con sì orribile viso e la guarda con occhi così cupidi e balenanti di lussuria, che la santa madre Albina ha come la intuizione di quanta bruttura sia in quel momento nell'anima di quell'uomo; e gli intima di allontanarsi. Intanto le altre monache, guardando la faccia di Pafunzio, gridano spaventate: Un vampiro! Un vampiro! — “Il était devenu si hideux, qu'en passant la main sur son visage il sentit sa laideur.„
E la storia è finita.
***
Ho riassunto, il più brevemente che ho potuto, il nuovo e singolare romanzo diAnatolio France solo per concludere: che diranno i lettori quando sappiano e vedano che questo racconto non solo in embrione, ma nella suacompletaossatura e nella distribuzione di tutte le sue parti importanti, esiste già da ben dieci secoli e si trova nell'opera letteraria di una monaca tedesca del secolo nono?
Entro la badia di Grandersheim in Sassonia (fondata nell'852) visse nella seconda metà del secolo decimo una monaca, la quale, mentre sui baroni e sulle plebi cristiane incombevano i terrori del Mille, si dilettava senza scrupoli a leggere le commedie di Terenzio, a comporne a imitazione e, scrive essa, a emulazione di lui:in emulationem Terentii. Il suo nome ci è pervenuto variamente scritto; ma noi la chiameremo Rosvita, che suona: rosa bianca. Vorremmo ancora conoscere i nomi delle monacelle, che nelle lunghe serate dei rigidi inverni sidivertivano a rappresentare le produzioni drammatiche della compagna poetessa; ma non ci sono pervenuti che il nome di Rikkarda, che le fu maestra, e quello di Gerberta, dell'imperial sangue degli Ottoni, in quel tempo badessa a Grandersheim e donna molto famosa per la sua dottrina in tutta l'Allemagna.
La Rosvita compose poemi, commedie e drammi, sempre d'argomento religioso. È sorta naturalmente la domanda se l'opera della monaca sassone abbia, e in qual misura, contribuito alla formazione della drammaturgia sacra e deiMisteri, che assunsero così vasta fioritura presso le nazioni cristiane nel medio evo. Il D'Ancona opina (e credo con buon fondamento) che qui si tratti di un'opera individuale e solitaria, la quale si annoda per conto proprio alla tradizione classica, mentre ilMistero, di fonte popolare, ebbe altri modi di formazione e di svolgimento.
***
Nella imitazione del commediografo latino seguace dei modelli greci, nessuno può pretendere che una monaca tedesca, in pieno medio evo, andasse molto innanzi. Avranno i lettori, un poco più oltre, un saggio della sua latinità e della sua versificazione e giudicheranno. Se Terenzio è licenzioso, la suora cristiana sarà naturalmente castigatissima; anzi appare evidente il suo proposito di purificare e santificare la vecchia commedia pagana, volgendola a edificazione delle anime, nella stessa guisa che i vecchi templi si toglievano agli dei falsi e bugiardi per sacrarli al culto di Cristo e della Vergine. Rosvita scrive nel preambolo de' suoi drammi. “Mi proposi di sostituire storie edificanti di vergini pure al racconto dei traviamenti delle donne pagane: volli, conle mie povere forze, celebrare le vittorie del pudore e quella specialmente in cui la fiacchezza della donna fu vista trionfare della brutalità dell'uomo.„
Tutto il suo teatro infatti potrebbe qualificarsi un poema cantato alla castità della donna, uscente sempre vittoriosa da pericoli, contrasti e cadute; ove talora il comico va fino alle più volgari buffonerie e la nota drammatica si leva alla pietà più toccante e alla più schietta e fulgida misticità. Nel dramma intitolatoCallimacusla passione d'amore è assai caldamente colorita, passando dalla tenerezza malinconica alla cupa e tragica disperazione. Il giovane Callimaco, ancora pagano, si innamora di Drusiana sposa d'Andromaco, bella donna e sposa cristiana, casta e timorata al punto che domanda a Dio la morte per essere tolta ai pericoli della tentazione. E Dio la chiama a sè. Ma l'amore di Callimaco è “piùforte che la morte„ e va e viola il sepolcro della donna amata. Nell'atto però che sta per stringere nell'amplesso sacrilego il bel corpo inanimato, è reso anch'egli cadavere dalla mano di Dio..... Sopraggiungono il marito Andronico e lo apostolo Giovanni. Quest'ultimo con un miracolo restituisce Drusiana viva allo sposo; e risuscita anche Callimaco perchè sia rinnovellato nella fede di Cristo e nel pentimento.
Come si vede dalla scena penultima di questo dramma, Rosvita non schiva le situazioni audaci. Le affronta essa e le risolve con una semplicità e una speditezza, che oggi farebbero sorridere anche un pubblico di ragazzi; ma che non lasciavano quasi il tempo di cogliere il lato scabroso della scena. Un esempio. Callimaco, condotto dall'amico Fortunato, entra nel sepolcro di Drusiana.
Fortunato— Guarda que' lineamenti suiquali non diresti che sia scesa la morte!
Callimaco— Drusiana, Drusiana! Con che trasporto non t'amavo io, benchè tu non ti stancassi di rigettarmi! Ma adesso chi ti toglie a me?
Fortunato— Aiuto! Un orribile serpente! (Muore)
Callimaco— Me misero! Oh il nefando delitto a cui mi traesti!... Tu spiri morsicato dal rettile ed io muoio di terrore con te! (Muore).
***
Il soggetto sul quale Anatolio France ha svolto il suo romanzoThaïs, ossia la conversione di una meretrice intrapresa da un santo monaco, nel teatro di Rosvita è trattato ben due volte; nellaMariae nelPaphunctius.
Maria, nipote all'anacoreta Abramo evivente in solitudine con lui, è sedotta da un perverso monaco; fugge una notte dalla Tebaide alla città vicina e si mette presso un oste a condurre la mala vita. È toccantissimo il racconto che il vecchio Abramo fa ad Efrem, suo fratello di religione. — Da prima egli è avvertito della sventura che gli sovrasta da un sogno: vede un dragone orribile divorare una candida colomba che gli sta vicina. Turbato dal sogno e non udendo più dalla cella di Maria venire i soliti canti spirituali, il vecchio accorre trepidando; e trova la cella vuota.... Ma egli ha avuto notizie del luogo infame ove essa vive. Andrà a lei in sembianze di un suo adoratore e cercherà di salvarla. Abramo, a cavallo e riccamente vestito da soldato arriva all'osteria ove dimora la nipote. Alla grande scena di simulata galanteria del vecchio, cui tiene dietro il riconoscimento e la conversione della giovane, nonmancano le facezie dell'oste introduttore:
Stabularius— Fortunata Maria,Laetare quiaNon solum, ut hactenus, tui coaevi,Sed etiam seni jam confectiTe adeunt,Te ad amandum confluunt!Maria— Quicumque me diliguntAequalem amoris vicem a me recipiunt.Abraham— Accede, Maria, et da mihi osculum.Maria— Non solum dulcia oscula libabo,Sed etiam crebris senile collumAmplexibus mulcebo....
Stabularius— Fortunata Maria,
Laetare quia
Non solum, ut hactenus, tui coaevi,
Sed etiam seni jam confecti
Te adeunt,
Te ad amandum confluunt!
Maria— Quicumque me diligunt
Aequalem amoris vicem a me recipiunt.
Abraham— Accede, Maria, et da mihi osculum.
Maria— Non solum dulcia oscula libabo,
Sed etiam crebris senile collum
Amplexibus mulcebo....
Il dramma termina con una scena nel deserto fra Abramo ed Efrem. Il primo narra le vicende e l'esito fortunato del suo viaggio: e i due vecchi romiti s'uniscono in un inno di ringraziamento alla pietà divina che si compiacque di richiamare Maria a vita di penitenza.
NelPafunziolo stesso tema è ripreso,ma con un concetto più ideale e insieme con più larga oggettività. Nessun vincolo di sangue nè altro obbligo di tutela spirituale congiunge Pafunzio a Taide. È per mera ispirazione divina che il monaco si decide a tentare la conversione della donna; e un senso di giustizia ascetica e trascendentale balena in quella ispirazione. A che verrebbero i santi, con le preghiere e coi digiuni, in tanta abbondanza di grazia presso Dio, se in pro delle anime erranti non si dovesse volgere una parte di essa? Per questo l'anima del romito interrompe la preghiera e vola dalla casta sua cella alla casa di Taide la grande cortigiana. Questo spirituale bisogno di communione nella carità è molto scolasticamente spiegato da Pafunzio ai suoi discepoli nel dialogo col quale comincia il dramma. Anatolio France rende umano e con più semplicità il pensiero dell'anacoreta, in una apostrofe di lui a Dio: “Sije m'intéresse à cette femme, c'est parce qu'elle est ton ouvrage. Les anges aux-mêmes se penchent vers elle avec sollicitude. N'est elle pas, ô Seigneur, le souffle de ta bouche?.. Une grande pitié s'est élevée pour elle dans mon sein....„
Le scene del dramma di Rosvita si ripetono col medesimo ordine di successione nel racconto del romanziere parigino. L'andata di Pafunzio ad Alessandria, il suo dialogo con Nicia perchè gli insegni il modo di pervenire in casa di Taide, la scena della conversione, la scena del rogo, la partenza per il deserto, la reclusione perpetua della donna penitente in una cella oscura e fetida... A questo punto le due narrazioni principiano a diversificare sostanzialmente. Secondo la monaca sassone, Pafunzio torna contento alla sua Tebaide e non rivede mai più la povera Taide se non il giorno in cui, consumata dalle macerazioni, ella sta per rendere l'anima aDio. Benchè vecchio cadente, egli trova la forza d'accorrere a lei per assisterla piamente in quella ultima ora di prova; e mentre essa muore egli innalza questa bella preghiera. “... Permetti, o Dio, che gli elementi di cui è composta questa creatura caduca vadano a ricongiungersi coi principi della loro origine; che l'anima venuta dal cielo partecipi alle gioie celesti, e che il corpo trovi una sede fraterna e amica nel grembo della terra, ond'esso è venuto, fino al giorno in cui, questa polvere riunendosi e un soffio spirituale rianimando queste membra, questa medesima Taide risusciterà creatura completa, quale essa fu nella prima vita, per pigliar posto fra le bianche pecorelle del Pastore!„
Abbiam visto quanto diversa fine faccia il povero Pafunzio nel racconto di Anatolio France.
***
Non parliamo affatto di plagio; anzi io credo che qui abbiamo un nuovo argomento per metterci in guardia contro i facili scuopritori di plagi.
Oltre la vaghezza di un riscontro — certamente singolare e curioso fra due composizioni nate in tanta diversità d'epoca e d'ambiente eppure tanto somiglianti nella materiale sostanza e in moltissimi particolari — ciò che sovra tutto mi ha indotto a scrivere, è stata l'ammirazione provata da me nel vedere come il France da una stoffa vecchissima abbia saputo cavare una veste nuova, tutto moderna, di forma elegante e smagliante di colori bellissimi. Quest'arte e questo coraggio di svecchiare i temi usati è molto propria degli autori francesi. Ilmulta renascentur quæ jam cecidere, essi lo pigliano sempre per un augurio buono; e io credoche anche a questo essi debbano la loro fortunata e invidiabile fecondità.
Basta poi scorrere il romanzoThäis, per convincersi di quanta ricchezza di fantasia e di che sentimento di modernità, nelle idee e nelle forme, il France abbia saputo valersi. L'ascetismo cristiano delle antiche Tebaidi ci torna innanzi signoreggiato e trasfigurato da un concetto filosofico e da un sentimento artistico. Uno spirito nuovo ci trasporta a immensa distanza dalla umile coscienza della monaca tedesca che sentiva e scriveva prima del Mille. Ma, appunto per questo, è ricco d'interesse e d'insegnamento il vedere come l'ingegno umano possa diversamente investigare un medesimo soggetto, e renderlo vivo nei colori dell'Arte.