Bibliomani, biblioclasti, bibliofagi!
Brutti nomi, non è vero? Ma pazienza, oggi c'è il vezzo di ricorrere sempre alla lingua greca. Ci ricorrono i medici, quando dopo tante analisi arrivano — beati loro — a scoprire nuove malattie; ci ricorrono i chimici-farmacisti per dare un nome domenicale a quelle miscele solide o liquide, più o meno dannose alla salute pubblica; ci ricorrono gli ingegneri, ci ricorrono i matematici, i fisici; i letterati potrebbero restare indietro? Essi più degli altri debbono essere ossequenti all'Alma Grecia. E se questa povera madre è ridotta a chiedere protezione alle sue figliuole per non cadere nelle mani de' Turchi, le resta però il vanto di dare il nome di battesimo a tutte le cose nuove, o che si presentano come tali.
Strano! Proprio oggi che si vuol mettere fuori dalle nostre scuole il greco e tutto il bagaglio classico, noi siamo addiritturaingreciati.
Le parole francesi si usano, ma con una certa parsimonia; le inglesi, le tedesche, con una certa timidità; con le parole greche invece giubileo perpetuo. Tutti ne possono usare a sazietà. Per fino sulle porte de' negozî vengono incisi, a grandi caratteri, paroloni greci.
Un tempo, per dirne una, sul frontespizio di certe botteghe si leggeva: occhiali, canocchiali, binocoli; oggi,lenti periscopiche, isoperiscopiche, iptometri, optalmoscopii. E chi non ha avuto la disgrazia d'ingoiare a suo tempo la grammatica di Curtius, è costretto a leggere scandendo queste parole, senza capirne affatto il significato.
Noi non siamo pedanti; alle cose nuove un nome bisogna darlo, come diceva la buon'anima di Giovan Santi Saccenti:
Dobbiam forse aspettar che torni DanteA insegnarci chiamar la cioccolata,Il the, la paladina, il guardinfante?Cosa che viene in uso alla giornataBisogna ben che un nome le si ponga,Perchè si sappia come va chiamata;
Dobbiam forse aspettar che torni DanteA insegnarci chiamar la cioccolata,Il the, la paladina, il guardinfante?Cosa che viene in uso alla giornataBisogna ben che un nome le si ponga,Perchè si sappia come va chiamata;
Dobbiam forse aspettar che torni Dante
A insegnarci chiamar la cioccolata,
Il the, la paladina, il guardinfante?
Cosa che viene in uso alla giornata
Bisogna ben che un nome le si ponga,
Perchè si sappia come va chiamata;
ma ricorrere alla lingua greca per tutti i bisogni, grandi, piccoli e medî, non è una bella cosa.
“Non sarà una bella cosa — esclamano alcuni — peròc'è grande economia. La lingua greca è economica, non ciarliera come la nostra.„
È vero, ma l'uomo ha fatto mai economia di parole? Facciamo qualche volta economia di tempo, di danaro, di buone azioni; di parole, no. La cicala canta tre soli mesi, quando il caldo le va alla testa; noi cantiamo tredici mesi all'anno giorno e notte. E se il Signore non ci avesse donata una gola di prima qualità, a venti anni dovremmo esser tutti rauchi, tanto abuso si fa di questo povero organetto!
E poi, pensandoci bene, non credo che la lingua greca sia economica. Sentite: “l'aver paura di viaggiare sulle strade ferrate„ si dicesiderodromofobia. Immaginate ora che un povero diavolo e per giunta un po' balbuziente — i balbuzienti, come a farlo apposta, si espongono di più a certi pericoli! — voglia dire appunto in linguaggio illustre che ha paura delle strade ferrate. Non vi garantisco se il poveretto, economicamente, possa mettere fuori in mezz'ora e sana e salva la simpatica parolasiderodromofobo!
Ma vedi un po', parlando di strade ferrate sono uscito dalle rotaie. Chiedo venia e mi metto in moto. Del resto ognuno parli e scriva come vuole. Per parte mia se le parole greche vi urtano, vi autorizzo a cancellare quelle tre che ho scritto in testa al presente capitolo.
Io intanto entro in argomento.
Bibliomane è quel modesto idolatra di buonafede che passa la vita a raccogliere libri, a far collezioni di opere rare, siano o no pregevoli.
Che brutta malattia è quella delle collezioni!
Chi raduna francobolli, chi medaglie, chi bastoni, chi bottiglie, chi pipe, chi sugheri. Si vedono uomini, divorati dai debiti, che pensano a comprare quadri antichi; pazzi, che consumano patrimoni vistosi, per possedere tabacchiere di re e papi; infelici, che non hanno un tozzo di pane e cercano autografi illustri e non illustri. Un tale — peccato che il Müller non ce ne dica nome e cognome — spese la bella somma di quattro mila lire per acquistare — indovinate un po' — una lettera del padre di Schiller. Che cosa importasse a quel signore un pezzo di carta, scarabocchiato dal padre oscuro di un uomo illustre, lo sa Iddio! A Parigi un altro signore comprava per 25 sterline un recipiente molto... intimo, di cui si era servito il Byron per parecchi anni, specie la notte!
Noi le chiamiamo manìe dello spirito umano, debolezze innocenti e puerili, ma sono invece delle vere passioni, che spesso apportano conseguenze deplorevoli e fatali.
Il Descuret parla di un ufficiale di marina a riposo che s'era dato a raccogliere fagioli. “Ha molte cassette piene di questi legumi; tali cassette son divise in spartimenti, suddivisi in una gran quantità di cellette. A destra fagioli rossi, a sinistra i bianchi, qua i grigi, là i misti, i variegati, i brizzolati; altrove i tondi, gli ovali, queifatti a losanga, i microscopici, finalmente i giganteschi. Venti volte al giorno costui, d'altronde istruito e di carattere serio, va ad aprire ciascuna cassetta, poi la richiude per aver il piacere di riaprirla. E così apri e chiudi, chiudi e apri, i suoi antichi travagli vanno in oblìo, tutti i suoi dispiaceri divengono un nulla, quando gode la felicità di contemplare i diletti fagioli.„ Beato lui, che si accontenta di fagioli!
Ma il poveretto ha un'altra debolezza: adora i bottoni militari. Che volete? quei gingilli gli ricordano forse gli anni del glorioso servizio. N'è pazzo e spende qualunque somma per arricchire la sua collezione. Una mattina, mentre se ne sta alla finestra, vede brillare qualche cosa sui calzoni di un uomo mal vestito. Corbezzoli! lui non s'inganna: è un bottone di uniforme, un bottone che manca alla sua ricca serie. Lesto lesto scende le scale e si precipita su quel disgraziato.
“A te, quanto t'ho a dare per questo bottone?„
— Ma, signore — esclama maravigliato l'altro — questo bottone? e perchè vuole questo bottone? Io non lo vendo.
“Come, non lo vendi! Tu lo devi vendere, tu lo venderai, io lo voglio, io ne ho bisogno; eccoti cinque franchi!„
“Che pazzìa è questa, signore! Io non lo vendo.„
“Eccotene dieci!„
— Ma si tenga il suo danaro, io non vo' vendere il mio bottone.
“Quindici!„
— Ma, signore....
“Ah! tu non vuoi fare a modo mio?„ e in un attimo rovescia a terra il malcapitato, gli strappa il bottone e via a gambe.
***
Ma la più estesa, la più seducente, la più rovinosa è la manìa dei libri. Il bibliomane non legge i suoi libri, non li sottopone ad alcun giudizio, li compra a balle, li accatasta nelle sue camere, ed è capace di dar fondo a tutti i suoi risparmi pur di aggiungere scaffali a scaffali.
La storia ci parla di un certo Andreoli De Orchis, che vendette tutti i suoi beni per comprare libri; ci parla di un certo Semphort, che divenne ladro e finì la vita in carcere per i benedetti libri.
Ma io credo che il vero tipo del bibliomane, puro sangue, sia il Boulard. In lui si riscontrano tutte le fasi di questa terribile malattia. Onesto e intelligente notaio, era stimato moltissimo a Parigi; ma appena potè cedere il posto al figliuolo maggiore, si dette forsennatamente a raccogliere libri.
“Una parte del giorno — scrive il Descuret — la passava presso i librai, un'altra parte pressoi venditori di libri usati. Compra oggi, compra domani, la sua casa era diventata una grande biblioteca. Libri da per tutto; pieni zeppi gli scaffali, piena la stanza da studio, accatastava libri financo nella camera da letto, e in ultimo pensò bene di congedare i pigionali del primo piano per convertire anche questo in una vasta biblioteca.„
La povera moglie con le preghiere, con il pianto lo supplica a non comprare più libri. Alla fine il Boulard si commuove e promette, sulla sua fede di antico notaio, di non comprare più un volume. Mantiene la parola, ma — incredibile! — dopo un mese, perde a poco a poco l'appetito e incomincia una febbre nervosa. Febbre, febbre, febbre, l'infelice non può lasciare più il letto. La sua signora e il medico per guarirlo ricorsero al seguente stratagemma.
Un rivenditore di libri usati rizza il suo banco dinanzi alla finestra del nostro bibliomane e ad un segno convenuto, si mette a gridare: “Buoni libri, buoni libri!„
— Che cos'è? — domanda il Boulard alla moglie.
“Nulla, mio caro; è un rivenditore che cerca esitare qualche libro vecchio.„
Il malato manda un profondo sospiro.
— Se potessi almeno andarli a vedere! — esclama dolorosamente. — L'aria aperta mi farebbe bene — e poi oggi non mi sento male. —
“Se vuoi vestirti, — aggiunge la moglie — ci proveremo a scendere.„
— E quei libri?...
“Vuoi comprarne? Beh! per oggi te lo permetto.„
Il malato si veste e scende con molta facilità le scale. Giunto dinanzi al banco del rivenditore, lascia il braccio della moglie e pien di gioia percorre rapidamente quei libri. Quali deve comprare? Nell'imbarazzo della scelta li compra tutti. Giulivo ritorna a casa; cessa la febbre come per incanto, e dopo pochi giorni è completamente guarito.
Ma la smania de' libri crebbe con l'età. A sessant'anni si vedeva ancora per le vie di Parigi, nelle fredde e uggiose mattine d'inverno, ravviluppato in un ampio pastrano turchino, con le grandi tasche di dietro piene di libri. E quando morì furono trovati in casa sessantamila volumi!
Non tutti i bibliomani però somigliano al signor Boulard. Almeno questi trattò molto bene i volumi raccolti. Ma altri hanno avuto delle smanie dannose: nientedimeno si è arrivato a guastare libri per far collezione di indici, di frontespizî, di illustrazioni, proprio come fanno i nostri bambini, che tagliuzzano i giornali illustrati!
Un tale Giovanni Ragod si dette a raccogliere frontespizî e ne compose una serie di cento volumi, che ora si conservano alBritish Museum. Cento volumi di frontespizî! E quante migliaia e migliaia di libri non furono rovinati da questo maniaco?
***
La storia, questo Regio Notaio, che registra come Atti di Ultima Volontà, tutte le stranezze degli uomini, ci fa sapere, così di sfuggita, che i poveri libri sono stati sempre vittime del nostro capriccio. Chi li raccoglie con gran cura, chi li stima ingombrante nullità, chi li tratta come ferri vecchi, chi li odia spietatamente.
Si dice e si dirà sempre che noi abbiamo le migliori opere classiche dell'antichità; ma ad esaminarle bene sono per lo più opere greche e latine. E gli altri popoli? I Caldei, i Siri, i Babilonesi, che erano molto innanzi nella civiltà, non ebbero poeti, storici, filosofi? Conoscevano a maraviglia l'arte dello scrivere e nulla scrissero, proprio nulla?
E poi, abbiamo davvero le migliori opere dei greci e dei latini?
Di Menandro, per dirne una, che cosa ci è pervenuto? La storia della letteratura greca ci dice che Menandro fu il papà della Commedia e che ne scrisse la miseria di 108. Ma dove sono? Noi non abbiamo che qualche brano di scena, qualche spunto di dialogo e quel bellissimo verso, logorato per il troppo uso
muor giovane colui che al cielo è caro.
muor giovane colui che al cielo è caro.
muor giovane colui che al cielo è caro.
Tutto il resto..... distrutto o smarrito.
Il Califfo Omar, quando seppe dall'astuto Amru che in Alessandria, caduta sotto la sua dominazione, vi era una ricca biblioteca, se ne uscì con un dilemma veramente degno di un pascià. “Se tutti quei libri — disse — sono conformi al libro di Dio diventano superflui, se contrarî non debbonsi tollerare.„ E così santamente, per dar piacere a Dio e al Profeta, ordinò che con quei libri si scaldassero i quattromila bagni della città.
Ecco perdute tante migliaia e migliaia di lavori preziosi!
Disgraziatamente l'esempio di Omar fu seguito dagli ebrei, dai cattolici, dai protestanti, e quel dilemma ricorda parecchi incendî. Domandatene al Cardinale Ximenes, che fece bruciare cinque mila volumi; domandatene agli Anabattisti, che dettero fuoco alla ricca biblioteca di Langiò; domandatene al Savonarola, il quale, convinto che solo dalla santa ignoranza procedeva il benessere sociale, faceva bruciare senza misericordia montagne di codici.
Più barbaro, ma più logico fu Nabonassar, fondatore del Secondo Impero Babilonese. Costui, non per capriccio — i re non hanno capricci! — ma per apparire innanzi ai posteri il primo re di Babilonia, bruciò tutti i libri dell'Impero, volendo così cancellare il più lontano ricordo della dinastia, da lui distrutta. Non vi riuscì; ma il poveretto mise tutto del suo. Per un mese intero, pertrenta giorni continui, ci fu fuoco nelle principali piazze.
E il mondo è sempre mondo! Ricordatevi di quel decreto, emanato da queimacellaidella rivoluzione francese. “Bruciamo tutte le biblioteche di Francia! I libri teologici contengono fanatismi; quelli di storia, bugie; quelli di filosofia, stranezze; quelli di scienza...„ Quei signori non seppero dire che contiene la scienza, ma dissero che si dovevano bruciare anche i libri scientifici, perchè sono inutili.
Per fortuna il decreto non fu eseguito e in Francia restarono i fanatismi, i cavilli, le bugie e le stranezze.
E i monaci? Sono benemeriti della cultura nazionale, hanno conservato le migliori opere, sissignore; ma anch'essi ne sanno qualcosa.
Benvenuto da Imola ci fa sapere in quale stato miserando il Boccaccio abbia trovato la biblioteca di Montecassino. “Essendo il venerabile maestro mio — egli dice — andato nelle Puglie, si fermò al nobile monastero di Montecassino e avido di vedere la libreria, che aveva inteso di essere colà nobilissima, domandò ad un monaco graziosamente che gli dovesse di grazia aprire la biblioteca. Ma questi rispose bruscamente mostrandogli un'alta scala: salite, che è aperta. Lieto vi ascese e trovò il luogo di tanto tesoro senza porte nè chiave ed entrato vide l'erba nata per la finestra e libri e scaffali coperti di polvere alta.
Maravigliato cominciò ad aprire ora questo, ora quel libro e vi trovò molti e varî volumi d'antichi e rari, dei quali ad alcuni erano strappati dei quaderni, a altri recisi i margini delle carte e così in molte guise sformati. Compassionando che le fatiche e gli studî di tanti incliti ingegni fossero venuti in mano di gente ignorantissima, se ne partì con le lacrime agli occhi. E imbattutosi in un monaco del chiostro, gli domandò perchè sì preziosi libri fossero tanto indegnamente mutilati. Il quale rispose che alcuni monaci per guadagnare due o cinque soldi radevano un quaderno e ne facevano uffiziuoli da vendere ai bambini e con i ritagli dei margini formavanobreviper le donne. Or va — conchiude dolorosamente Benvenuto — va, uomo studioso, e rompiti il capo per far libri!„
Ma non solo i monaci di Montecassino la pensavano così: i colleghi di Saint Gall avevano per i libri lo stesso culto. Il Poggio, che andava arrampicandosi per i solai del convento, trovò una gran parte della Biblioteca in una cantina, in mezzo a ragnatele e a sudiciume. “OttoOrazionidi Cicerone, leIstituzionidi Quintiliano, treLibridi Valerio Fiacco li rinvenni — dice il Poggio — in una specie di prigione, oscura e umida, ove non si sarebbe pur voluto gettare un condannato a morte.„
Ed anche oggi c'è il bel costume di imitare quei frati; imitarli fino a un certo punto, perchèi moderni, più pratici, invece di mettere i libri a marcire accanto alle botti, li barattono con quattrini.
Vedete: muore un letterato, uno scienziato, un porporato? Gli eredi, dopo cinque o sei mesi, mandano via per poche migliaia di lire la biblioteca dell'illustre estinto. Peccato mortale vendere il vecchio pianoforte, anche se deve restare di passatempo ai topi; sacrilegio mettere al fuoco certi armadi-nonni, lasciati dai capostipiti; insomma tutto si conserva con più o meno cura e venerazione, solo i libri, via! Quei volumi che si trovano in buone condizioni vanno a cadere tra gli artigli dei librai; gli altri, più malconci, perchè più consultati dal povero estinto, restano per uso di famiglia, cioè per i piccoli bisogni di casa, in cucina o... altrove.
***
Ma i veri nemici dei libri, i nemici accaniti e brutali, che si possono a tutta ragione chiamare biblioclasti, sono stati quei Re, quegli Imperatori, quei Capi di Governo, che si dettero forsennatamente a perseguitare la stampa.
Questi Dittatori, questi Autocrati, questi voluti Onnipotenti, che si facevano chiamaresacrieinviolabili, che venivano pomposamente coronati inun tempio, che avevano in mano la vita e la morte di milioni di sudditi, odiavano la stampa; e spesso per una parola, per una frase, distruggevano opere pregevolissime. I poveri scrittori erano tenuti d'occhio e spiati come miseri delinquenti. Guai a pubblicare un libro senza ilR. Imprimatur, senza sottoporlo alla censura reale! Confisca di beni, esilio, ergastolo, rogo!
Il tiranno, circondato da ministri e da consiglieri, forte di cannoni e di sgherri, aveva paura del libro, che arrivava nella reggia come un terribile monito, come una sfida, come una minaccia, come la mano nera, apparsa a Baldassarre.
Egli perdonava al ladro e l'assassino per comprarsi l'affetto del popolo, per farsi chiamareclemente, pio, benigno, ma era inesorabile con chi avesse alzata la voce in nome della libertà.
Francesco I diceva: “Io voglio sudditi che sappiano ubbidire, non leggere.„ Ed è giusto. Il dispotismo ama l'ignoranza e vive di tenebre. Solo così una corona può coprire delitti.
Ma la storia ci dice che il loro desiderio fu vano. Le congiure si scovrono con l'astuzia e si sciolgono col patibolo; il popolo s'inganna con le feste e si rende docile con i cannoni, ma contro il libro, — contro quest'atomo, che sembra meno importante di un granellino di sabbia, meno pungente di una spilla, scritto da un uomo solo, spesso povero, sconosciuto, errante, — chi può opporsi? chi può lottare?
Quel libro è la coscienza. E la coscienza non si strappa come i beni di fortuna, non cede come la vita.
Perseguitate, esiliate lo scrittore; il libro resta. Iddio vuole che ogni tiranno abbia il suo giudice, ogni Cesare il suo Svetonio!