Gli adulatori.
Non ci avete mai pensato, ma la vostra libreria è piena zeppa di cortigiani.
Vedete un po': Stazio s'inchina dinanzi al trono del lurido Domiziano, Virgilio apre le porte dell'Eliso ad Augusto, l'Ariosto tira incenso al suo Cardinale, l'Achillini affastella sonetti per quel sozzo Luigi XIII ed arriva a dirgli goffamente
ai bronzi tuoi serve di palla il mondo,
ai bronzi tuoi serve di palla il mondo,
ai bronzi tuoi serve di palla il mondo,
il Metastasio piega le ginocchia dinanzi alla sua padrona, il Cesarotti e il Monti inneggiano al Bonaparte!
E li conservate voi questi libri? li leggete? li studiate?
L'arte! Ma che arte d'Egitto! Noi non vogliamo colori e immagini: ci basta la natura. Noiabbiamo bisogno di chi sostenga e difenda la verità, di chi sappia educare il nostro carattere. Lo scrittore è un giudice ed ha il dovere di dire ai cattivi: “Io accuso, io protesto!„ Se si lascia intimorire o allettare è un colpevole; e un nuovo Nazzareno dovrebbe cacciare a colpi di fune questo profanatore dal tempio dell'arte!
Si sa, pochi hanno la forza di affrontare pericoli per la propria e l'altrui indipendenza, pochi hanno il coraggio di presentarsi, come Mosè, dinanzi agli eterni Faraoni e perorare la causa del popolo. L'eroismo non si può pretendere da tutti, ma nessuno deve essere vile: la viltà è abiezione. Se non sapete volare, camminate: strisciare è dei rettili, e ai rettili non è dato coltivare l'arte, la quale deve serbarsi immune dalla bassa adulazione.
Plinio, per liberarsi dai malvagi capricci di Nerone, trattava quistioni grammaticali. “Mi piace vivere — diceva — e voglio sfuggire il serpe.„ Il Machiavelli, dovendo scrivere per incarico dei Medici leIstorie di Firenze, diceva al Guicciardini: “Consiglierommi meco medesimo e mi ingegnerò a far sì che pur dicendo la verità a niente possa ella rincrescere„.
Filosseno, per aver dato il suo franco parere sopra alcune sciocche poesie del tiranno Dionisio, fu messo in carcere. Liberato poi per le preghiere degli amici, fu di nuovo chiamato da Dionisio a giudicare altri versi. Filosseno ascolta, ementre la ciurma degli adulatori applaude, egli senza pronunziar parola si avvia alla porta. Domandato dal tiranno dove andasse, “ritorno al carcere„ rispose.
Noi non sappiamo quali opere scrisse Filosseno, non sappiamo quale fu la sua vita, ma quest'atto nobilissimo lo solleva al di sopra di tanti poeti, che pur di avere titoli, decorazioni e ricchezze, vissero come schiavi. Gallonati, stipendiati, vendevano l'arte al miglior offerente.
Grandi artisti furono il Corneille e il Racine, ma quando noi li vediamo nella reggia di quel mostro imbellettato di Luigi XV, vorremmo gridare: “Vergogna! vergogna!„ Sono dolci i drammi del Metastasio, ma chi può perdonargli i salamelecchi a Teresa d'Austria? Ah! questo beato Metastasio è davvero il tipo dell'adulatore gaudente! Dal giorno in cui con gliOrti Esperididette il pomo di Paride all'Imperatrice Elisabetta comincia la sua vita di cortigiano. Vive 50 anni a Vienna, scrivendo drammi per nozze ed onomastici e non si ricorda mai di avere una patria. Per lui la patria è dove si sta bene, dove ci sono quattrini e belle donne. Carlo VI lo nomina barone dell'impero, Maria Teresa gli manda la decorazione di S. Stefano, ma lui come un vezzoso paggio gentilmente rifiuta. Non crediate che lo faccia per un sentimento di dignità: no, il latte e il miele gli è arrivato alla gola. “Nonmi affogate; — par che dica — lasciatemi vivere nella mia corte!„
E così vivevano un po' tutti i nostri letterati.
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Ma noi siamo ingiusti! Prima di bollare col nome di adulatori quei poeti dovremmo ricordarci che nei secoli andati la carriera delle lettere non offriva vantaggi se non all'ombra di una corte.
Oggi la condizione del letterato è molto diversa. Bene o male c'è sempre da sbarcare il lunario. I romanzi si vendono, le novelle si vendono, i lavori critici, storici, si vendono. Insomma chi si dà alle lettere, ed ha davvero un po' d'ingegno, non muore di fame. In ultimo caso c'è l'insegnamento: una cattedra di liceo o di Università si afferra e lo stipendio viene da sè. Non vivono da signori i letterati, ma vivono!
Nel cinquecento, invece, o giù di lì, le cose andavano un po' male. La scuola non rendeva, pochi imparavano a leggere o a scrivere, e quei pochi la pretendevanogratis et amore; la luce non si paga o meglio non si pagava.
Vivere con le pubblicazioni? La stampa era ancora piccina e camminava con le grucce. E poi a chi vendere i libri? Il popolo non leggeva o leggeva senza spendere un soldo. Dunque? dunque i poveri letterati dovevano ricorrere aiprincipi e recitare ad essi ilpater nostercol relativodacci oggi il nostro pane quotidiano. Il principe era il mecenate, il protettore, che dispensava grazie e quattrini. E bisognava aiutarsi con la lode: con la lode toccare il cuore del magnanimo signore, con la lode ben disporlo ai futuri benefici. Non lo dico io, lo dice il Tasso (padre), il quale non fu, o meglio non voleva essere, un cortigiano, ma dinanzi al dilemma — o incensare o morir di fame — prese anche lui un turibolo ed esercitò... l'arte.
Di buona o di mala voglia, un padrone bisognava tenerlo. Cantare come la cicala? Nossignore. Viene l'inverno e bisogna fare i conti con la formica. I poeti, edotti da questa favola, entravano per tempo in Corte, a formare la grande famiglia artistica. Il Cardinale Ippolito aveva a suo servizio circa 300 letterati; e avendogli un giorno Clemente VII fatto osservare che erano troppi, lui rispose: “Non li tengo a Corte, perchè io abbia bisogno di loro, ma perchè essi l'hanno di me„. Sua Eminenza aveva ragione. Per lui era un lusso, per i poeti una necessità.
Ma quel lusso ai principi costava un occhio! I letterati in genere e i poeti in ispecie sono incontentabili! Amano la bella vita; vogliono mangiar bene, vestir bene, divertirsi meglio; e tutto a spese del padrone, tutto, anche gli abiti, anche le scarpe! Il Poliziano scriveva al Magnifico: “Gli stolti ridono dei cenci ond'hocoperto il corpo e dei sandali bucati che ho in piedi. Mandatemi una delle vostre vesti migliori e un paio di scarpe.„ Il Guicciardini ha bisogno della dote per le sue figliuole e il Machiavelli lo consiglia a rivolgersi a Leone X, perchè “tutto consiste nel domandare audacemente e mostrare male contentezza non ottenendo„.
E guai se il principe faceva il sordo o si mostrava un po' spilorcio. Il Giovio aveva due penne: una di oro e un'altra di ferro e “ben sapete — egli diceva — che con questo santo privilegio ne ho vestiti alcuni di brutto cannevaccio!„ L'Aretino mal ricompensato rifiuta. “Vi rimando — scrive a Leone X — i dieci ducati pregandovi che vi degnate rendermi le lodi da me datevi. A quelli che vogliono la fama conviene essere larghi a senno.„
Così i Principi, i Cardinali, i Papi per non essere messi alla berlina sborsarono danaro, e i poeti alla vista dell'oro cambiavano metro.
L'Alemanni, cantando in lode di Carlo V, si sentì rimproverare da costui perchè in altro tempo ne aveva detto corna. “Maestà, — gli rispose con la più grande disinvoltura — l'ufficio della poesia è mentire.„
L'Alemanni si espresse male, egli voleva dire: Maestà, la poesia è una merce; si vende.
E si vendeva davvero. Andrea dell'Anguillara vendeva le sue ottave a mezzo scudo caduna.Curioso davvero questo poeta! Prima d'incominciare la traduzione dell'Eneide, manda ai Principi d'Italia una specie di lettera circolare per far sapere che il suo Enea troverà nell'Eliso tutti i magnanimi, e nell'inferno gli spilorci, e conchiude: “Spero che non mi bisogni mandar Lei e gli altri tutti a casa del diavolo e che Enea non abbia troppo da fare nell'inferno a parlar con tante anime dannate, quante io sono per mandarvene, se non fanno il debito loro„.
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Si potrebbe dire: ma dunque i nostri letterati vivevano bene! Accarezzati, acclamati, festeggiati passavano gli anni in continua agiatezza.
Eh! come inganna l'apparenza. Scorrete la vita di quei poveretti. Quante umiliazioni, quanti rimproveri, quanti disinganni! Bisognava stare sempre agli ordini, secondare il principe nei suoi pettegolezzi, seguirlo nelle insulse guerricciuole. Quei Mecenati oggi decretano pensioni e titoli, domani per un equivoco o capriccio vi mettono fuori; e il povero poeta doveva trovarsi un nuovo padrone e recitare un nuovo atto di fede. Chi dei poeti nostri visse felice o almeno tranquillo? L'Ariosto fa il governatore, il segretario, il messo d'ambasciata, il cavallaro, e un giorno, solo perchènon vuole recarsi in Ungheria, gli è negata la pensione; il Tasso, invidiato, calunniato, burlato, vi perde la ragione e vien rinchiuso in un manicomio; il Guarini è cacciato dalla Corte dei Savoia; il Marino è messo in carcere; il Tassoni passa da una Corte all'altra e dolorosamente esclama: “I principi hanno le mani lunghe, ma non larghe„ e si fa dipingere con un fico in mano per indicare ciò che ha riportato dalle Corti.
Fortunatamente quei tempi passarono e la nostra letteratura a poco a poco ruppe le vergognose catene ed acquistò la propria indipendenza. Al principio dell'ottocento non si lasciò nè allettare, nè intimorire.
Peccato che mentre la coscienza italiana si formava per l'opera di tanti valorosi scrittori, il Monti volle restare all'ombra del manto imperiale. Il Parini si negava finanche di tessere il panegirico a Maria Teresa. “Io non trovo veruna idea soddisfacente su cui tessere l'elogio dell'Imperatrice. Ella non fu che generosa: donare l'altrui non è virtù„. Il Foscolo, pur di non inneggiare agli oppressori se ne andava ramingo, scriveva su riviste inglesi, trattando argomenti pedestri di critica e di storia letteraria. “Mi sono esposto — diceva alla sorella — colla vergogna sul viso e col cuore afflittissimo a dare lezione in pubblico non in università, che sarebbe un onore, bensì in una specie di teatro:senza questo duro espediente non avrei di che vivere.„
Il Monti invece, che pure aveva gran cuore e forte ingegno, s'inchinava ora al Papa, ora a Napoleone, ora all'Austria. Realista con i re, imperiale con gl'imperatori, repubblicano con le repubbliche, fu il poeta dei vincitori.
I suoi contemporanei lo chiamano il Dante redivivo, ma la nuova Italia non l'ha riconosciuto come suo poeta nazionale!
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E basta col passato.
Oggi nell'anno di grazia 1911 non abbiamo più adulatori. Gli scrittori moderni non hanno nulla da temere o da sperare dai Coronati.
È finito il tempo dei Dionisî. Se l'Imperatore di Germania, che si atteggia a letterato, scrivesse domani dei brutti versi, cento critici tedeschi gli direbbero in faccia che la poesia non è per lui.
Che mecenati e protettori! Oggi il Gran Mecenate è il pubblico. Allettate il pubblico, carezzatelo, seguitelo nei suoi gusti, solleticatelo nelle sue passioncelle, distraetelo, divertitelo, storditelo, egli saprà fare il suo dovere: vi darà quattrini ed onori.
Essere attaccati alla gonna di una regina ed esaltarne i begli occhi, le graziose manine, brrr! è una abiezione.
Dall'altra parte non crediate che i re abbiano vaghezza di tenere al loro servizio poeti, che cantino la ninna nanna in tutte le ore del giorno. Hanno da sentire altre ninna nanne, i poveretti! Neppure lo Zar, che si ostina a conservare una imbalsamata autocrazia e manda al fresco eremitaggio siberiano chi alza un po' la voce, vuole poeti imperiali. Ed ha ragione. In quella Corte non ci mancherebbero che una dozzina di poeti per accrescere la confusione ed il disordine.
Ma zitto, noi non dobbiamo mettere il naso nei fatti degli altri. Confusione e disordine ce n'è dovunque!
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Mi frulla un'idea nel cervello e fa ressa per uscire. Ma esci alla malora e non rompermi più la testa!
Ecco: quanti poeti nostri non vorrebbero anche oggi far parte della Real Casa, e vivere all'ombra del Quirinale con un lauto assegno? Rende tanto poco la poesia! Certamente il D'Annunzio, il Pascoli, lo Stecchetti, il Baccelli rinunzierebbero a un tale ufficio: vivono bene a casa loro, ma tanti altri poeti, che si ostinano a cantare al deserto tutto il giorno e gran parte della notte, l'accetterebbero come una manna.
Che cosa canterebbero questi vati? Eh, c'è tanto da cantare!
Il Principino mette un dente? un sonetto; il Principino sa montare a cavallo? una canzone. La Regina cade e si fa male o meglio non si fa male al braccio? un inno di ringraziamento a Giove. La Regina Madre va ai monti? la Regina Figlia va al piano? le Reginette vanno in giardino? Per tutti gli atti reali, grandi e piccoli, una canzone, un sonetto, un madrigale, uno strambotto!
È una insinuazione la mia?
Vorrei che al nostro Re saltasse davvero il grillo di avere una coppia di poeti regi. Naturalmente bandirebbe un concorso. Quanti concorrerebbero? I nostri poeti oggi a tale domanda rispondono sdegnosi: “Nessuno!„ Non li credete: imitano la volpe. Se venisse quel giorno!...
Ma questo giorno non verrà. Il nostro Re è pratico, praticissimo, e se non dà il ben servito ai maggiordomi e compagnia, non dipende da lui: così vuole il cerimoniale. Dei poeti però è poco tenero. Vedete: ogni giorno nomina cavalieri e commendatori. Un decimo degli italiani hanno una croce. Un avvocato, un medico, un negoziante, che acquista, con l'arte o con l'astuzia, un po' di nome, o un numero discreto di biglietti di banca, toh! una croce o un cordone. Ai poeti? Un corno.
Eh! la poesia è finita. Se volete entrare nelle grazie dei potenti, mandate alla malora la poesiae datevi... al giornalismo. Oggi i veri potenti non sono i re, i principi, i duchi, gli arciduchi, i marchesi, i baroni. I Governi costituzionali hanno gentilmente spotestati i re, mettendoli in seconda fila: in prima fila sono i ministri, i quali per restare sempre innanzi e non indietro, si afferrano alla stampa... amica.
Vangelo. Il ministro Giovanni Nicotera con la più grande disinvoltura diceva ad un amico: “Ogni Ministero ha bisogno di un milione all'anno per puntelli.„ Sua Eccellenza per puntelli intendeva laliberastampa.
Come cambia il mondo! Nei secoli scorsi quelli che avevano il mestolo in mano carezzavano e sussidiavano gli storici per essere tramandati ai posteri con un mezzo panegirico. Oggi non si pensa ai posteri. Che immortalità d'Egitto! Ciò che impressiona è il presente, non il futuro.