Dopo lo stabilimento delle monarchie adunque non più arti, nè lettere, nè storia, nè filosofia.
Dante si è trasformato in Metastasio, il poeta che cantò Cola da Rienzi nell'abate Chiari, Macchiavelli in Algarotti, e Michelangelo Buonarroti in Michelangelo da Caravaggio; le lettere, le arti e la filosofia non vivono che sotto le grandi ali della Libertà. E se qualche poeta o storico o filosofo in nome dell'inviolabilità della ragione è sorto apostolo di verità e di progresso, morì martire; Galileo torturato, Paolo Sarpi pugnalato, Pietro Carnesecchi, Giordano Bruno, e altri bruciati vivi dal Papa; Macchiavelli torturato dai Medici, Campanella torturato sette volte e tenuto in carcere ventisette anni dal proconsole spagnuolo in Napoli, Pietro Giannone dannato a prigione perpetua.
E se in questi tre secoli di lutto e di degradazione qualche raggio di vita gloriosa ha solcato il cimitero d'Italia, non è certamente uscito dalle aule dei re o dal Vaticano, ma dalle viscere stesse del popolo.
Fu il popolo che scosse il giogo spagnuolo in Napoli nel 1647—e nell'anno medesimo, capitanato da Giuseppe d'Alessio, operaio battiloro, cacciò Los Velez vicerè e tutti gli spagnuoli da Palermo e nel 1746 ributtò gli austriaci da Genova.
Fu Venezia repubblica, comechè decrepita e oligarchica, che fece risuonar alto il nome italiano dalle acque di Candia ove vinse i turchi in due battaglie navali, e dalle mura della città ove sostenne un assedio lunghissimo ed eroico.
Finalmente suonò l'ora della resurrezione universale dei popoli. La rivoluzione francese del 1789 diede il segnale del riscatto. La testa di Luigi XVI rotolata ai piedi del patibolo dimostrò che il diritto divino e l'umano appartengono agli oppressi, dopo di cui la storia rovesciò il volume e cominciò a scrivere il cominciamento della fine.
D'allora mutarono i protagonisti del gran dramma della vita: prima erano i re, poi principiarono ad essere le nazioni: scoppiata la lotta definitiva fra queste e quelli, fu una vicenda di disfatte e di vittorie.
A questo punto Alberto Mario domandava:
—Quale è stata la condotta dei re nostri in Italia? Tutti in compagnia dell'Austria, loro naturale sostegno, studiarono di opporsi al torrente delle nuove idee. Il re di Piemonte cercò d'impedire il passo delle Alpi ai repubblicani francesi: vinto e minacciato anche dal popolo, fuggì in Sardegna; il papa fu fatto prigioniero e il re di Napoli riparò in Sicilia. Poco di poi piegate le sorti in loro favore si vendicano atrocemente da Napoli sino a Torino, e migliaia di patriotti periscono per mano del carnefice, e fra essi gli uomini più eminenti d'Italia, o agonizzano nelle segrete, o errano sulla via dolorosa dell'esilio. Nel 1820 e 21, ridestatosi nel popolo il sentimento dell'indipendenza nazionale, egli ne commette l'incarico ai principi che simularono di partecipare, ed è tradito tanto a Napoli come altrove da re i quali passarono in Ispagna sotto le armi francesi a combattere quella medesima costituzione che avevano giurata dinanzi a Dio ed agli uomini. E quivi comincia la tragedia dello Spielberg.
Continuava ricordando che nel 1831 questo popolo insorge di nuovo e crede nel duca di Modena. Il duca svela il disegno all'Austria, fugge in Mantova, trascina seco Ciro Menotti, depositario di tutto il segreto e capo della cospirazione, ritorna e lo impicca.
Nel 1833 nuova illusione, un re italiano offre all'Austria, in espiazione dell'antica macchia dicarbonaronon abbastanza lavata al Trocadero, un'ecatombe di patrioti, e onde cattivarsela con nuovi segni di sincera amicizia dà la mano di suo figlio a un'arciduchessa.
Nel 1848 il popolo sorge con tale unanimità di sforzi, con propositi così risoluti e con auspici tanto favorevoli che parve anche agli stessi nemici il tempo segnato dal dito di Dio per la libertà d'Italia, anzi per la libertà europea.
Un'altra volta il popolo italiano, immemore delle terribili lezioni avute, generoso sempre sino ad essere incauto, ne affida il còmpito sublime a due dei suoi re ancora tiepidi del sangue dei fratelli Bandiera, di Vochieri e di Effisio Tola: al granduca di Toscana austriaco e al papa che non ha patria. Che ne consegue? Il papa, alla vigilia della vittoria finale, disapprova la guerra con una lettera-enciclica, e santamente intenerito, stringe in un amplesso paterno i croati suoi figliuoli in Cristo; il granduca cospira occultamente con l'imperatore, e intanto spreme sugo di papaveri sulla Toscana commossa, e più tardi fugge; il re Bomba pensa a massacrare la Sicilia, richiama le truppe dal teatro della guerra nazionale, insanguina Napoli co' suoi svizzeri, e spergiuro e scellerato riconfermasi re assoluto.
L'altro re stassi spettatore indifferente alla lotta ciclopica dei milanesi, e arresta al Ticino la gioventù ligure-piemontese che correva a dividere con Milano i cimenti e la gloria. Cacciati gli austriaci dal popolo, il re costretto dalla minacciosa attitudine dei propri sudditi, passa il Ticino cinque giorni dopo la vittoria lombarda, collo scopo reale dichiarato alle potenze europee di soffocare lo sviluppo della rivoluzione e con quello apparente dichiarato agli italiani di aiutarli fraternamente all'espulsione degli austriaci oltralpe.
Intanto lascia libera la ritirata agli Austriaci che poteva tagliare per la via di Piacenza e di Cremona, si accampa fra l'Adige e il Mincio; in vari scontri col nemico, vince ma non profitta mai della vittoria, e così spegne l'entusiasmo e scema il valore mirabile delle sue truppe, rifiuta il sussidio dei volontari, ammorza l'ardore del popolo, ordina alla sua flotta di non attaccare l'austriaca, lascia aperta la porta del Tirolo, non si cura punto del Veneto, offre agio al nemico di rimpolparsi con nuovi rinforzi, viola i patti preliminari di decidere le sorti interne a guerra vinta, volendo che i Lombardo-Veneti si fondano nel suo regno.
Ottenuta la fusione il 29 maggio, lascia massacrare nel giorno medesimo quasi sotto ai propri occhi in Curtatone e Montanara 5000 fra Toscani e Napoletani che combatterono un giorno intiero contro 16.000 Austriaci. Attaccato egli pure il giorno appresso in Goito, comechè i Piemontesi fossero inferiori di numero sul campo di battaglia, rovescia e sbaraglia Radetzki, che disfatto si ritira in Verona.
E qui il sovrano invece di profittarne inseguendo il nemico, si arresta in Goito e dà un crollo mortale alla fede e alla disciplina dell'esercito, e fa dire al Parlamento in Torino, per bocca di Franzini, ministro della guerra, che non venne perseguitato il nemico, perchè pioveva, quasi che per gli Austriaci il cielo fosse stato sereno. Nella giornata di Goito ebbe anche Peschiera resasi per fame.
Intanto Radetzki passa nel Veneto, si unisce a Welden e con tutte le sue forze, 44.000 uomini, dieci giorni dopo assalta Vicenza che gli resiste per diciotto ore.
L'occasione era suprema. Si sarebbe potuto decidere le sorti d'Italia valicando l'Adige sgombero, e piombando alle spalle del nemico con quindici o ventimila uomini.
Nulla, nulla di tutto ciò.
Radetzki ritorna trionfante a Verona, e il re raccolto il nerbo della sua armata nelle paludi di Mantova per bloccarla e disteso il resto sino a Rivoli, l'assottiglia con le febbri e le scema la virtù con l'inazione.
Ma che voleva egli adunque? Aspettava la fusione di Venezia.
Avuta Venezia il 4 luglio, la offre all'Austria il 7 come prezzo della sovranità di Lombardia. Così rimanevano ancora deluse le speranze dei patrioti italiani.
Intanto Radetzki ricevuti i debiti rinforzi gettasi unito sui Piemontesi e li rompe. Il re, fallitogli il disegno di aver la Lombardia, pensa unicamente a mettere in sicuro la Corona consegnando al maresciallo Milano che era il cuore della rivoluzione: così ammansato il nemico, salvasi dalla temuta invasione oltre il Ticino. Ritornato nel proprio regno, si lusinga nel sollecito ritorno dellostatu quo.
Ma 20.000 milanesi, e più di 50.000 delle provincie Lombarde esulati ne'suoi domini, fomentano l'ardore del popolo piemontese di vendicare la umiliazione dell'armistizio di Salasco e di ispazzare l'alta Italia dall'ultimo soldato straniero. E tanto crebbe questo fermento che il re forzato nuovamente alle armi, sguainò la spada unicamente per vedere di stipulare coll'Austria una pace onorevole.
Senonchè i reazionari, ossia i bigotti della monarchia, vedendo, in una vittoria qualsiasi dell'esercito piemontese, risuscitata più gagliarda che mai la rivoluzione in tutta la penisola, e quindi riconoscendo impossibile di venire a patti col nemico quando al re fosse piaciuto, perchè la volontà della nazione risollevata e in armi sarebbe stata più forte della volontà del re e avrebbe travolto il regno nella gran tempesta che sarebbe scoppiata, si accinsero a sfabbricare la disciplina dell'esercito con tutti i mezzi e riuscirono a far nominare un generale straniero, Ciarnowski, esecutore delle sue mene segrete.
Furono adunque disposte le cose in maniera che parte dell'esercito fosse messo fuori di combattimento, parte fuggisse e si disperdesse; ed è quanto avvenne ad eccezione di alcuni reggimenti.
Così Carlo Alberto fu vittima dei suoi cortigiani e dovette abdicare: e la Monarchia Sarda tuttavia pagava nel 1858 una pensione come generale al Ciarnowski.
Siffattamente in tre giorni finiva la seconda campagna regia, e Vittorio Emanuele re successore firmava un trattato coll'Austria nel quale la riconosceva legittima padrona del Lombardo-Veneto, le prometteva pace e buona amicizia, le pagava 75 milioni di franchi per buona mano, accettava che i croati facessero la sentinella nella fortezza di Alessandria, e fra lui e l'imperatore eravi un ricambio di croci e di decorazioni.
* * *
Dopo questa fiera requisitoria contro le monarchie, Alberto Mario chiedeva:
—Ora vi pare che i duchi, i granduchi, i re e i papi sieno elementi nazionali che il popolo italiano deve tesaurizzare e coi quali deve unirsi nuovamente per iscuotersi di dosso gli austriaci e diventare una nazione signora e sovrana dei propri destini? No per fermo.
E affermava quindi che l'unione, di cui aveva tenuto antecedentemente parola, doveva consistere in un'associazione di pensiero e di azione del popolo italiano, la quale avesse per oggetto di abbattere i duchi, i granduchi, i re e il papa come nemici naturali dell'indipendenza italiana, e di scacciare lo straniero coi mezzi e colle forze che allora erano nelle mani di quei granduchi, di quei re e di quel papa.
—Ma qualcuno—seguitava—mi farà l'obbiezione seguente: non più patti col papa, col re di Napoli e coi duchi, e la ragione è evidente; ma la Monarchia Sarda vuolsi eccettuata, perchè ci pare rinsavita: da dieci anni, in mezzo al turbine della reazione europea, conserva uno statuto liberale, tiene in piedi un'armata valorosa, dà asilo agli esuli politici delle altre parti d'Italia, e mostra buona intenzione per la guerra nazionale.
Rispondeva l'oratore che l'obbiezione era apparentemente grave. Egli aveva vissuto nove anni continui negli Stati sardi e si trovava in grado di dare alquanti schiarimenti su quello scrupolo di coscienza.
Dopo la disfatta di Novara due vie erano aperte alla Monarchia Sarda per l'avvenire: la ristaurazione dell'assolutismo o il mantenimento dello statuto. La prima le rapiva per sempre ogni speranza d'ingrandimento allineandola fra i nemici aperti dell'emancipazione italiana, tanto più che nel marzo del 1849 il moto rivoluzionario europeo era ben lungi dalla sua fine.
Per l'Ungheria erano quelli i più bei giorni della sua lotta gigantesca contro l'Austria; la Toscana si reggeva a popolo, gli Stati Romani del pari; la Sicilia combatteva contro il Borbone, e Venezia stava incolume in mezzo alle sue lagune cogli allori di Cavallino e di Mestre, e nel marzo 1849 veruno poteva seriamente temere il crimine del 2 dicembre 1851 per la Francia, ove la repubblicana assemblea costituente ancora esisteva.
—La Monarchia Sarda, adunque—conchiudeva—provvide largamente ai propri interessi conservando lo Statuto.
Aggiungeva che per abbattere lo Statuto volevasi o l'uso delle armi proprie contro i cittadini, che l'avrebbero difeso, e queste armi furono disperse a Novara, e le poche rimaste si adoperavano a bombardar Genova; ovvero volevasi il sussidio degli Austriaci; ma la Francia non avrebbe permesso alle schiere dell'Austria di avvicinarsi alle Alpi, ed all'uopo valicarle per domar la Savoia ove questa fosse sorta a propugnare il nuovo Patto conquistato dalla rivoluzione sulla monarchia; in ogni modo la Corte di Sardegna invocando i soccorsi austriaci avrebbe perduta l'indipendenza.
—Fu adunque—ripeteva—accorto consiglio conservare lo Statuto. Lo Statuto porta i seguenti vantaggi alla Casa di Savoia: dapprima seminando speranze di futura riscossa fra gli italiani delle altre parti della Penisola, e inducendoli a confidare in lei che si vanta di spiare l'occasione propizia a ricominciare la guerra contro l'Austria, tiene lontana per quanto è possibile l'insurrezione nazionale; ed è facile trovare partigiani quando si dice loro: Voi non avete altro ufficio che di starvene tranquilli, voi non correte pericolo di sorta, perchè il mio esercito incomincerà la battaglia; allora voi verrete esercito di riserva e formerete la guarnigione dei forti, delle piazze e delle città; il momento opportuno per me di scendere in campo non è giunto, ma verrà; intanto voi accrescerete con la propaganda pacifica le vostre file. In tali termini sta la situazione della Monarchia Sarda.
—Così—continuava—i suoi seguaci possono fare del patriottismo a buon mercato. Così mentre s'illudono di essere liberali e patriotti, sono nel fatto, e forse inconsapevolmente, egoisti. Che se l'Italia non avesse dovuto confidare se non nelle proprie forze e nel proprio diritto, puossi senza illusione congetturare che invece di disperdere i tesori morali guadagnatisi alle barricate di Milano, ai bastioni di Roma, ai forti di Venezia, a Vicenza, a Bologna, a Brescia, seguendo una fallace fantasima, non avrebbe sopportata per dieci anni la tirannide atroce dell'Austria, del papa e dei loro vicari, nè sarebbe solcata da due partiti, ma, animata da un solo pensiero, sarebbesi con forze compatte affrettata alla riscossa.
—In secondo luogo—diceva l'oratore con sentimento profetico—ove, o emersa dalle viscere istesse della nazione, o procurata dall'esempio di un altro popolo oppresso, la rivoluzione finalmente scoppiasse—Casa di Savoia, mercè dello Statuto, si renderebbe possibile col nuovo ordine di cose. Casa di Savoia potrebbe dire all'Italia con le solite amplificazioni: «Mira, per trent'anni in mezzo alla reazione universale, fra mille spinose difficoltà mi conservai fedele alla tua causa, ho fatto rispettare sulle mie torri il tuo stendardo, ho ammaestrato alla guerra il mio esercito in Crimea, affinchè potesse affrontare vittoriosamente i tuoi perpetui nemici. Eccomi armata e pronta a suggellare col trionfo la battaglia da te incominciata. Io ti precedo, seguimi.» E l'Italia immemore del passato, sorda agl'insegnamenti della storia, e alle lezioni dell'esperienza, la seguirebbe probabilissimamente e le confiderebbe i suoi fati.
Esaminato il passato e il presente della Monarchia Sabauda, che restringeva la libertà di stampa, che non cambiava i codici, che anche si alleava con quell'imperatore francese che occupava Roma militarmente, che poneva mano alla restaurazione del murattismo, Mario insisteva nel sostenere che la insurrezione doveva precedere l'aiuto sardo e che chi amava l'Italia doveva unirsi a coloro che consacravano tutti gli sforzi a preparare quell'insurrezione.
—La bandiera che questi spiegheranno nel giorno della sollevazione, sarà la bandiera a tre colori, la bandiera che non rappresenta nè un partito, nè una classe, nè una tendenza esclusiva, ma la bandiera di ventisei milioni, che rappresenta la sovranità della nazione. Chi si rifiuterà di seguirla, di combattere e di morire per essa? E quando dinanzi a questa bandiera saranno scomparsi il re di Napoli, il papa e i duchi, quando tutta l'Italia meridionale e centrale padrona di sè e delle proprie forze, rovesciandosi sovra gli Austriaci e suscitando l'insurrezione Lombardo-Veneta, o rafforzandola se scoppiata, li avrà ributtati oltre le Alpi, a Roma l'Assemblea nazionale liberamente delibererà come la nazione dovrà essere amministrata. E se il re Sardo avrà gagliardamente partecipato a quella lotta, l'Italia, se il crederà opportuno, gl'imporrà sul capo la corona di torri.
Ma l'insurrezione, ripeteva, non nasce, nè si sviluppa da sè come i fiori del prato; è indispensabile apparecchiarla. E già essa stavasi alacremente organizzando per opera di patrioti sparsi da Palermo a Milano, in Grecia, nelle isole Jonie, a Costantinopoli, a Smirne, in Alessandria, a Tunisi, in Barcellona, in Inghilterra, a Buenos-Aires e a New-York.
—Or bene—concludeva—io non vi ho qui invitati per dirvi soltanto parole; le parole sono suoni vacui e inutili ove non si traducano in fatti. E il fatto che voi dovete compiere è di unirvi agli altri fratelli vostri, di prestar loro il vostro concorso al riscatto della patria comune. Venite dunque a questa tribuna a dare il vostro nome. Vi invito in nome dell'Italia nostra, schiava e insultata, in nome dei nostri fratelli morti per essa sul patibolo e nell'esilio, in nome dei centomila che per essa tuttora gemono nelle carceri dei nostri tormentatori.
* * *
Quella conferenza, come si disse, fruttò seduta stante parecchie centinaia di dollari che furono subito spedite a Giuseppe Mazzini.
Dello stesso Autore:
Un italiano in America—Milano, fratelli Treves, editori, 1892—L. 3,50.
Da Napoli ad Amburgo (Escursioni di un giornalista)—Roma, stabilimento tipografico dellaTribuna, 1893—L. 2.