PESCI FUOR D'ACQUA.
— Sì, sì — ripetette, seduto di faccia a me alla medesima tavola, il mio compagno d'ufficio de Laurenzi — io son deciso a resistere! Staremo a vedere! L'ufficio? I doveri dell'ufficio? L'orario? Ma l'ufficio non conta nulla, mio caro, a fronte di tutta una vita, di tutti i ricordi che v'inchiodano al posto ov'è stato il padre. Il padre, capisci? E io dunque dovrei rinunziare alla scrivania di mio padre, alla stanza dov'è stato mio padre, all'aria che ha respirato mio padre! Ah, sì per esempio! Ma voglio vederlo, voglio!
S'interruppe. Il cameriere, un de' più anziani di quella ignobilegargotteove s'andava a far colazione tra preti, avvocati, studenti, e cantanti del teatro vicino ora gli poneva davanti un piatto di baccalà alla livornese fumigante in una brodagliarossastra. Gli occhi miopi del de Laurenzi s'appressarono al piatto e vi si sprofondarono e lo interrogarono avidamente: tra quel vapor succulento le nari d'un lungo naso floscio palpitarono e si dilatarono.
— Alla livornese, professore — disse il cameriere — Poi me ne parlerà. E appresso ha ordinato?
— Un formaggio e un finocchio.
— Il vino solito?
— Solito.
Si mise a mangiare, voracemente. E io, che avevo terminato il mio modesto asciolvere, sorseggiando un caffè e fumando mezzo toscano mi misi a guardarlo come se lo vedessi per la prima volta.
Alto, magro, con le spalle incurvate, con una gran barba grigiastra e incolta pel cui pelo intricato or si disseminavano le briciole del pane e le gocce del brodo untuoso, con orribili mani dalle dita nodose e lunghe che parevano artigli, mal vestito, tutto chiuso in un vecchio cappotto stinto e rattoppato il cui bavero che un tempo era stato ornato di pelomarrone or ne serbava sol quattro o cinque ignobili ciuffetti, il mio compagno di ufficio de Laurenzi, un uomo sui cinquantacinque anni suonati, incarnava pittorescamente la pietosa straccioneria del travettismo. Ammogliato, carico di figliuoli e di piccoli debiti, pe' quali il suo stipendio era strappato a brani e giorno per giorno alla cassa dell'economo, egli era un di quelli sciagurati il cui contatto uggioso ve ne sollecita quasi a non indulgere alle volgari abitudini e a' miserabili vizii, ma ch'io m'inducevo a creder degno, il più delle volte, della più malinconica commiserazione.
Era stato — raccontava — giornalista di grido, nell'Alta Italia, a' suoi be' tempi: lo era ancora qui, adesso, in una gazzetta quotidiana che stentava parecchio la vita e nelle cui trascurate colonne il de Laurenzi poneva, di volta in volta, certe sue rievocative narrazioni partenopee scialbe e sciatte, disseminate di ampollosi rimpianti e miserabilmente intessute sulle cronache de' giornali del tempo, in cui frugava tutta la santa giornata.
Nella biblioteca governativa ov'ero anch'ioil de Laurenzi era entrato quando essa aveva a capo un prelato di cui bastava soltanto soddisfare l'olimpica vanità per guadagnare, se non la stima, la indifferente acquiescenza. Morto costui la biblioteca non aveva più potuto offerire alle gratuite libertà, che l'ex giornalista vi s'era conquistate, un comodo asilo remuneratore. Ora bisognava lavorare e frequentare l'ufficio. Il nuovo bibliotecario era severissimo: guardava nel registro d'ingresso degl'impiegati, segnava le ore e i minuti a' tardi arrivati, mandava in giro, di volta in volta, ordini del giorno in cui si raccomandavano lo zelo, l'ossequenza all'orario, la diligenza ne' compiti, e pretendeva che tutti firmassero quelliukasein segno di rispettosa adesione.
Una schiavitù, sissignori: una soppressione spietata, implacabile dell'ingegno e della personalità, una scettica considerazione dell'io pensante e creante, degli altrui nervi, dell'altrui cultura quando non fosse quella delle scienze naturali e delle matematiche, nelle quali quel nuovo direttore era spaventosamente agguerrito.
Ah, sì: portate in questi polverosi e silenziosi antri foderati della storia cartacea del pensiero umano, portatevi, se vi riesce, la giovialità, l'arditezza, il libero arbitrio, la poesia, l'indipendenza: portatevi il vostro talento, la vostra modernità, le vostre abitudini sincere e svegliate, se vi vorrete vedere a mano a mano sfiorire tutta codesta ancor viva giovinezza dell'animo vostro! Mio Dio, che aridità e che tristezza tra queste mute pareti, gravi d'in folioe d'enciclopedie: tra queste mura sorde a ogni voce impulsiva e pur così impregnate de' pettegolezzi, delle invidie e delle guerricciuole che constituiscono il tessuto connettivo della vita degl'impiegati, il continuo esercizio della loro parola aspra e mordace, l'alimentazione quotidiana dell'ozio e dell'ignoranza del loro pensiero!
Che diamine, dunque, pretendeva di non volere lasciare qui, come un brano del suo cuore dolente, il mio compagno de Laurenzi? E di dove gli veniva tutto questo attaccamento atavo-topografico, espresso con tanto impeto melodrammatico? Io non sapevo, in verità, figurarmie ammettere tra il baccalà alla livornese e l'evocazione paterna alcuna tollerabile analogia. Quest'uomo dunque componeva con tanta assoluta ignoranza della loro espressione dissimile le sensazioni della psiche con la più brutale delle soddisfazioni fisiologiche?
— Comprenderai — disse lui, quasi come per rispondere al mio pensiero, e dopo aver vuotato il suo terzo bicchiere di vino bianco siciliano — comprenderai ch'io mi trovo nelle biblioteche non per le mie aspirazioni, non per elezione mia. Ti pare? Un impiego governativo! Cioè una sgobbatura! Una servitù! Ma, poi che là dentro mio padre, ch'era uno studioso, v'è stato impiegato anche lui e vi ha vissuto metà della sua vita io vi ho voluto iniziare come una tradizione metodica ed esemplare nella storia di queste successioni familiari. Usciamo?
— Usciamo. Difatti è ora di tornare lassù.
De Laurenzi afferrò un tovagliolo e si forbì le labbra, in fretta, e poi lo buttò sulla tavola tutto insudiciato, come uno straccio. Si levò: cacciò la mano nellaprofondità d'una delle saccocce del suo cappotto, vi pescò e ripescò per buon tratto e infine cavò fuori quell'artiglio armato d'un mozzicone di sigaro.
— Andiamo — mi fece, dopo avere acceso il mozzicone.
Sulla soglia della trattoria s'arrestò, per ricominciare il discorso.
— E così eccomi in guerra aperta col signor direttore. Si capisce: io sono uno straordinario, pel momento, io sono entrato nelsancta sanctorumsenza i titoli che ci vogliono. Titoli? E il mio ingegno, il mio passato? Questi signori non vedono che bibliografia, schedatura, inventarii: e guai a chi è qualcuno o qualcosa! E poi sotterfugi, rapporti segreti, denunzie: ecco la loro maniera di battagliare. Ora, come l'hanno insegnata anche a me, loro mandano ufficii — e io mi dò per malato e vado a Roma.
Si scappellò, con un saluto profondo.
Colui ch'egli avea salutato gli fece pur di cappello e passò via, in mezzo a quattro o cinque altri che lo accompagnavano e con cui discuteva calorosamente.
—Lupus in fabula— disse de Laurenzi — L'onorevoleMaliberti. Non lo conosci?
— No.
— Vuoi che ti presenti, un'altra volta?
— Ma no!..
— Fai male. Una potenza sai. È lui che m'ha presentato al ministro. Ed è così che sono a posto, adesso.
Riaccese il suo mozzicone di sigaro, che s'era spento. E soggiunse:
— Vedrai, mio caro. S'è battagliato, a Roma, giorni addietro. Ma l'ho spuntata, questa volta. Francamente, se io fossi te, cercherei di conoscere l'onorevole. Non sei elettore, tu? No? Come, non sei elettore, non ti sei fatto inscrivere?..
Affrettavo il passo. Egli s'accorse della poca attenzione onde accoglievo le sue parole e s'arrestò, a un tratto.
— Tu dunque rientri in ufficio?
— E tu non ci vieni?
— Io no. Vado al giornale. Ho un articolo da correggere in bozze di stampa. E mi preme più quello, naturalmente.
Feci l'atto di rincamminarmi.
— Se domandano di me...
— Ebbene?
— Ecco Si potrebbe inventare una frottola. Un figlio malato, per esempio. L'influenza. Si può dire che mi son venuti a chiamare da casa mia, d'urgenza. Una malattia a tua scelta. E poi mi telefoni al giornale. D'accordo?
— Sì — mormorai — d'accordo.
Egli s'era già allontanato, a gran passi, trascinando pel fango di via Costantinopoli le sue scarpacce inzaccherate sulle quali sbattevano, molli e intrise di mota, le bocche larghe e logore de' suoi pantaloni.
Ora passava un carro funebre, di quelli che fanno continuamente la via di Foria e s'avviano al cimitero. Il de Laurenzi, curvo, con la mano alla falda del cappello, scivolò accanto all'enorme e nero carrozzone, dalla cui cimasa dorata pareva che volessero spiccare il volo, ad ali spiegate, quattro deformi angioletti di legno. La via, su quel transito, s'era fatta silenziosa, a un tratto. E a me parve che tanto da quel lento carro come da quell'uomo pur funebre si sprigionasse in quel punto una medesima espressione mortuaria il cui senso mi durò dentroper qualche secondo. Poi tutto si tolse dalla mia vista. Ma sopra di me e sull'animo mio, mentre m'avviavo alla porta del mio ufficio, pesava ancora, come l'ultimo segno di tanta malinconia, un cielo invernale plumbeo e greve. L'aria mi pareva satura d'una umidità uggiosa, e associata a tutta quella tristezza, a tutta quella miseria.
— Spero che non mi chieggano di costui — m'auguravo, salendo le scale della biblioteca.
Come mi seccava di dover mentire, se mai! Una collera sorda, commista d'insofferenza e di sprezzo, or m'agitava contro quest'uomo che intendeva piegarmi a una ripugnante complicità. Lui tenero dell'ufficio, della stanza paterna, della vita di quel luogo severo e nobile, lui così svogliato, così cinico, così pronto a barattare la sua dignità e il suo amor proprio con una menzogna da scolare?
Un uomo di quasi sessant'anni!
— Stazza l'aspetta — mi disse l'usciere di guardia alla porta, come mi vide — Ha domandato di lei più volte.
— Stazza? E che vuole? Dov'è?
— Nella stanza del direttore.
Era un degl'impiegati più anziani, un uomo eccellente, nel cui bonario sorriso io m'abbattevo ogni mattina, da quattro o cinque anni che frequentavo l'ufficio: il solo sincero sorriso che ritrovassi là dentro. Nella biblioteca Stazza era entrato a trent'anni; or ne aveva sessantacinque suonati. Era ancora un colosso: nelle sue larghe mani poderose s'ammucchiavano pile enormi di libri ed egli le reggeva e le portava qua e là senza alcuno sforzo visibile, con le braccia tese, lento, paziente, tranquillo. E come la pratica scienza del luogo ove quasi aveva vissuto tutta la sua vita ve lo ritrovava acconcio e disposto alle fatiche più improbe egli non se ne stancava. Si conosceva illetterato, sapeva la insufficienza della sua cultura men che mediocre enull'affatto accresciuta nemmen dalle più immediate e continue comunioni co' sapienti compagni locali e con i lettori — e però badava, offerendo e adoperando come un valor succedaneo la forza delle sue membra poderose, a compensare questa sua grande pochezza spirituale.
Di volta in volta, quando per cercare qualche libro mi capitava di entrare nella sua stanza — ov'egli non s'era fatto portare che una delle più vecchie e più umili scrivanie e due seggiole, una delle quali per riporvi il cappello — la bonaria semplicità di quell'uomo mi vi tratteneva per un pezzo. Era la mezz'ora in cui Stazza si concedeva un breve riposo. Facevamo quattro chiacchiere, io addossato a uno scaffale, con tra le mani il libro che mi occorreva, lui seduto alla sua scrivania, coi gomiti sulla tavola.
Una volta, non so come, non ricordo più perchè, gli chiesi, sorridendo:
— E lei crede che si possa aver passione per la biblioteca, noialtri?
Stazza, serio, socchiuse gli occhi, con quel suo solito vezzo di quando voleva dir cose gravi.
— Si possa? Si deve, caro collega. Guardi, io non ho moglie, non genitori, non fratelli. E per me la biblioteca è la moglie, è la madre, qualcosa come una famiglia. Penso, talvolta, che avrei avuto quasi il diritto di nascer qui, in una di queste stanze. Lei ride?
— No, anzi, trovo naturale. S'intende, naturale per lei che non fa altro, che non conosce altro, perdoni.
— Già, lei fa un'altra vita. E poi...
Rimase in forse un momento. Poi soggiunse, con aria di sincera umiliazione:
— E poi lei sa tante cose ch'io non so. E poi è giovane, e ha da pensare a tante altre cose.
— No, non è questo. Dica che ciascuno non comprende se non quel che ritrova in se stesso.
— Sarà. Ma glie ne voglio dire una: stanotte, per esempio, sa lei che cosa ho sognato? Il nostro gatto rosso che scorazzava nella sala degl'incunaboli.
Sorrideva, candidamente. In quel punto mi sentii quasi intenerito da quella innocenza pacata e soddisfatta, illuminata, come da un dolce riverbero dell'anima,da due limpidi occhi azzurrini. No, non ponevo, è vero, quell'inconscia virtù in relazione con tante altre della vita, più stimabili, più alte, e non mi pareva di doverne cavare ammaestramento: quella era una forma nulla, una espressione quasi brutale di accontentamento, l'indizio ignaro e pietoso d'una natura inferiore, tranquillamente passiva. Tuttavia quella felicità fortificante, d'un tonico effetto morale, pareva che mi volesse ammonire sulle cose della vita.
O non avevo davanti a me un essere ch'io forse giudicavo troppo frettolosamente? La mia fantasia, disposta ad architettare, ora mi offeriva un più sottile giudizio intorno ad esso: io gli supponevo, adesso, una rinunzia progressiva, una riduzione continuata delle sue pretensioni, delle sue speranze, della sua libertà, e tutto questo mi sembrava mascherato da quel faccione rosso e pletorico, traspirante una giovalità e una contentezza fanciullesche e rischiarato da un sorriso perenne.
Così, talvolta, quando potevo coglierlo in qualche momento in cui mi si mettessetutto quanto sottocchi, io facevo scorrere sulla superficie di quest'uomo il mio sguardo investigatore e tentavo di penetrarla. Sapevo ch'egli era solo, che in casa non aveva che una vecchia serva, che l'abito suo di trovarsi sempre pel primo in ufficio e d'uscirne sempre l'ultimo — urtante metodicità per gli apprezzamenti d'un malato di nervi com'io sono — non s'era mutato una sola volta da quando Stazza era entrato in biblioteca. Costui dunque non aveva avuto gioventù, passioni, disillusioni, scoraggiamenti? Che cosa era nel passato di questo gigante rubicondo che violentava e superava tutte le leggi impulsive alle quali tre quarti dell'umanità va soggetta?
Finii per arrendermi a quella impenetrabilità pacifica e indifferente. Ma un senso di tedio e di stanchezza mi allontanò dal mio compagno. Lo incontravo, ci salutavamo freddamente, ed io gli sfuggivo, accrescendo così, senza forse desiderarlo, il numero delle persone la cui comunione mi diventava, là dentro, ogni giorno più insopportabile.
Entrai nella stanza del direttore.
Stazza, impiedi davanti alla costui scrivania, si voltò. Mi venne incontro e mi tese le mani.
— Mille scuse! Ma io non potevo andarmene senza averla salutato. Addio, caro signore. Io me ne vado.
Interrogavo con gli occhi il direttore e gli altri miei compagni, che circondavano Stazza, silenziosi.
— Un fatto deplorevole — disse il direttore, rompendo il silenzio — L'ottimo Stazza è stato collocato a riposo. Ci lascia.
— Come! — esclamai — Così! Di punto in bianco?
Stazza chinò la testa.
Il direttore con la punta del tagliacarte additò un foglio, sulla sua tavola.
— M'arriva ora la comunicazione ministeriale. Le solite sorprese. Ma, Dio mio, non avrei mai immaginato!....
Le mani di Stazza mi si protendevano, tremanti. Lasciai cadere in quelle le mie,e le strinsi, due, tre volte. Guardai in faccia il colosso: era turbato, ma si sforzava di parer tranquillo. Soltanto s'era arrossato un poco più, nella faccia. Si passò una mano sulla fronte, si guardò intorno, tornò a voltarsi verso la tavola del direttore, smarritamente.
— Dunque — gli balbettò — Se lei mi permette... Vado. Spero bene di rivederla, qualche volta.
— Macchè! Ma vuole andarsene proprio adesso? Ma v'è tempo. Guardi, faccia come se il decreto non glie l'avessi comunicato ancora.....
— No, no! — disse lui — Mi permetta, mi scusi. Voglio essere ossequente....
— Peccato! — esclamò il direttore, come lo vide uscire e scomparir dietro l'uscio. Dopo trent'anni!
Si levò, s'incamminò fino alla porta, si arrestò sulla soglia. Di fuori s'udivano le voci degl'impiegati, la voce di Stazza che si licenziava, confuse.
Il direttore rientrò. Andò al balcone, guardò nella via, senza badarvi.
Eravamo rimasti soli. Lui, tornò addietro, s'appressò alla scrivania, vi cercòqualche carta, la lesse e la buttò lì, sulla tavola, con un moto sdegnoso.
— Mi permette? — chiedevo.
— Guardi, guardi — esclamò — Guardi un po' con chi mi sostituiscono quel disgraziato. Aspetti. Legga pure.
Mi pose quella carta sottocchi.
— Come! De Laurenzi!
— Già, s'intende, ha brigato e v'è riescito. Entra in organico e prende il posto di Stazza.
Soggiunse, dopo un momento, rimettendosi a sedere alla sua scrivania:
— S'accomodi pure.
Passò un mese. In questo tempo gli studenti fecero chiasso, al solito, e ruppero vetri e banchi: l'Università fu chiusa e il numero de' lettori, nella nostra biblioteca, s'accrebbe del doppio. Vi fu un gran da fare e Stazza fu dimenticato. Soltanto qualche volta, in un momento di tregua, il suo nome ricorreva nel vaniloquio degl'impiegati raccolti nella saladella distribuzione intorno all'ultimo bollettino del ministero, ove apparivano — già indicati, con una crocetta, da qualche necrologo de' nostri compagni — i nomi di coloro che o eran morti o erano stati collocati a riposo. La constatazione de' decessi e de'ritiri— un refrigerio per i superstiti — occupava quelle constatazioni e quelle conversazioni fredde e indifferenti; per lo più si discuteva sugli anni di servizio del croce segnato o sulla somma della sua pensione. Ma la psicologia di queste sparizioni — un legame di troppo sottili o pietose induzioni che in altri spiriti potevano forse rampollare dall'esame di casi somiglianti — non veniva certo a turbare l'animo de' miei compagni. Stazza, dopo tutto, sottobibliotecario a tremila, liquidava, come si dice, quasi dugento lire al mese. Una fortuna per un illetterato, unatabula rasacome lui, che la doveva a quei benedetti tempi borbonici ne' quali era così facile di entrare, senza le qualità di cultura che vi occorrono, in un instituto scientifico come di mettersi a tavola in una publica taverna.
— Vuol vedere Stazza? — mi fece undi que' giorni l'usciere addetto alla spolveratura della mia camera.
Con lo straccio tra le mani s'era avvicinato al balcone chiuso e guardava nella via, traverso a' vetri.
— Venga, venga! Eccolo lì...
Mi levai e corsi al balcone.
— Lo vede?
— Dov'è?
— Non lo vede? Lì, seduto fuori al caffè di rimpetto. Lo vede? A quel tavolo a sinistra della porta. Eccolo che leva gli occhi. Guarda quassù, guarda i nostri balconi.
— Difatti.
Il colosso era lì, seduto a una tavola sulla quale stavano il vassoio e la chicchera del caffè. Posava le mani sulle ginocchia e di volta in volta alzava gli occhi e li faceva correre sulla facciata della biblioteca, lentamente.
— Così fa ogni giorno, da un mese — disse l'usciere.
E ripassò lo straccio sui vetri perchè ci vedessi meglio.
— Arriva al caffè sulle nove ore, si mette a sedere lì fuori, e vi resta finoa mezzodì. Poi torna dopo pranzo e si rimette alla stessa tavola e non se ne leva che alle quindici.
— E tu come fai a saper tutto questo?
— Me l'ha detto il caffettiere. Il signor Stazza gli dà una lira al giorno, per l'incomodo.
Mi rimisi a sedere, pensoso. L'usciere, che non si partiva dal balcone, rideva e continuava a guardare rimpetto. E come l'alito suo tepido appannava la vetrata di volta in volta egli tornava a soffregarla con lo straccio.
— Insomma — seguitava — la biblioteca non se la vuol proprio scordare. Se n'è dovuto andare e nemmeno la lascia in pace. Adesso ci fa all'amore da lontano, tutti i giorni.
Non risposi. Ordinavo macchinalmente un mucchio di schede ed aspettavo, con una certa nervosità, che l'inserviente smettesse e se ne andasse.
— Ecco che s'addormenta — fece lui a un tratto — Venga a vedere. S'è addormentato.
Tornai a levarmi e mi accostai daccapo alla vetrata. Stazza aveva allungato unbraccio sul tavolino e reclinato la testa sul braccio. Il cappello di paglia gli era scivolato, di su le ginocchia, a terra. Ora un lustrascarpe, che aveva posta la sua cassetta all'ombra, a pochi passi, glie lo raccoglieva e lo posava sul tavolo, accanto al vassoio.
L'ora meridiana avanzava: il sole batteva su' muri. Uscì, a un tratto, dalla bottega il garzone del caffettiere e si mise a girar la manovella per fare abbassare la tenda, che scese lenta, e sul deserto e largo marciapiedi, su' tavoli, su Stazza diffuse un'ombra uguale, per buon tratto.
Mancava qualche diecina di minuti alla chiusura della biblioteca. E svogliatamente, aspettando che trascorressero, ricominciavo a ordinar le mie schede. L'inserviente se n'era andato: le vaste sale, fino a poco prima turbate dal molesto vocio de' distributori, s'acchetavano, adesso, in una pace profonda.
Improvvisamente — mi dimenticavo nella mia bisogna — il grande orologio della stanza de' manoscritti suonò le quindici. Vibrò quel suono nel silenzio, con un tintinno allegro, come di cristalli percossi. Era l'ora. M'avviai alla porta.
Ma, sulla soglia, uscendo, m'arrestai, sorpreso. Lì sulla soglia, sul ballatoio, su per le scale vedevo agitarsi una folla attonita, mormorante, che quasi m'impediva il passo.
Risaliva le scale, di furia, Pandolfelli, un distributore.
Una voce gli chiese, dal ballatoio:
— Dì, è vero? È vero?
Pandolfelli rispose, alto:
— Si, è morto.
Mi vidi di faccia l'inserviente, in quel punto. Apriva le braccia, smarrito.
— Stazza! — mi fece.
E battè palma a palma, convulso.
— Lì davanti al caffè, poco prima. Un colpo. Si ricorda? Quando pareva addormentato.
Apparve il direttore, pallidissimo. Accorrevano altri compagni. Tre o quattro lettori s'indugiavano sul ballatoio, curiosamente.
Il direttore mi chiese:
— Scende?
Non mi sentivo la forza. Ma lo seguii, e ci seguirono pur tutti gli altri.
Nella via, come uscimmo dal palazzodella biblioteca, il caffè ci apparve subito, rimpetto.
La folla si pigiava davanti alla porta.
Pandolfelli si fece largo ed entrò nella bottega.
Subito ne riuscì, annunziando:
— L'hanno posto in una vettura e portato aiPellegrini. Ma era morto. Ho parlato col medico che s'è trovato a passare. Una sincope.
Uscì sulla via il padrone del caffè, con le lagrime agli occhi.
— Quel povero signore! Che disgrazia, hanno visto? Veniva qui ogni giorno, sempre alla medesima ora. Anzi, ieri, m'aveva detto, col suo solito buon sorriso: Lei si meraviglia non è vero? Già: son puntuale. Mi hanno mandato via di là — e mi mostrava il palazzo ove stanno lor signori — ma io ci continuo a stare, col pensiero, almeno.
La moglie del caffettiere, una piccola donnetta, era uscita anche lei sulla strada.
Mi pose una mano sul braccio. Mormorò:
— Ma è vero che l'hanno mandato via?
La guardavo, senza risponderle. Udivodietro di me le voci, tranquille, de' miei compagni.
Diceva Pandolfelli a un altro:
— È morto in orario, hai visto?
La voce di quello che segnava le crocette fece notare, lenta:
— Un posto vuoto.