ATTO PRIMO

ATTO PRIMO————SCENA I.Una sala nella casa aurea di Nerone—Statue negli intercolunni, e fra queste una di Venere. Nerone siede in atto di dettare alcuni versi ad Epafrodito liberto che sta in piedi vicino all’Imperatore, avendo tra le mani le tavolette cerate e lo stilo; sopraggiunge dal fondo della scena l’istrione Menecrate, e s’avanza sogghignando.MENECRATEClaudio Nerone, del romano mondoImperatore Augusto, per la quartaVolta Console, padre della patria,Pontefice massimo...NERONEBasta, buffone,E vieni all’argomento.MENECRATE(curvandosi maliziosamente sull’orecchio dell’Imperatore)Nella salaVicina due persone aspettan l’oraD’essere ammesse al tuo cospetto: il calvoPrincipe del Senato—ed una vagaFanciulla dai capelli biondi e folti;(dopo una pausa e guardandolo)A qual dei due vuoi dar l’ingresso?NERONEAl primo.MENECRATE (meravigliandosi)Al calvo?NERONE (sorridendo)A lui.—Gli affari dell’ImperioInnanzi a tutto.MENECRATE (andando verso il fondo della scena)Segno questo giornoTra i nefasti.NERONE (ad Epafrodito)Tu vattene; più d’uopoNon ò per ora dell’opera tua.(Epafrodito depone le tavolette e lo stilo, ed esce)SCENA II.Nerone, Cluvio Rufo, Menecrate.RUFO (avanzandosi verso l’Imperatore)Il Senato a Nerone invia salute.NERONE (alzando le spalle e rimanendo seduto)Grazie agl’Iddii l’abbiamo, e vigorosa.Ieri nel circo atterrammo il più fortePugillatore della Gallia: un ErcoleVero. In mezzo ai plausi rovesciatoAvea gli emuli tutti un dopo l’altro,Ma i nostri polsi lo scrollaron quasiFosse un fanciullo; i nostri polsi adunqueStanno bene, o buon Rufo, e fanno a menoDella salute che c’invia il Senato;Però t’insegneremo uno che langueIn periglio di vita e ch’à bisognoDi tutte le cure dei Padri coscritti:Il nostro erario.MENECRATELe gabelle noveGuariranno il malato.RUFO (guardando impensierito Nerone)E vuoi?...MENECRATELe nostreProvince sono tante e tanto ricche!NERONE (dopo aver sorriso all’istrione)Che ne pensi, buon Rufo? L’istrionePar che s’intenda un po’ di medicina.—(alzandosi e mutando tono di voce)Domani sorgerà di nuovo il soleIllustrator della battaglia d’Azio,Ed io d’Augusto erede aveva in menteDi festeggiare il grande anniversarioCon larghezza di giuochi e di conviti;Feci chiamare il capo de’ bestiariDel nostro circo massimo, e indovina,Buon Rufo? Non vi sono più che trentaLeoni, e poche belve di minoreConto.(erompendo in un grido di collera)Per Giove Statore! Avrei fattoIo, Claudio Nerone, una bella figuraAl cospetto del popolo romanoCon quella miseria di trenta leoni!RUFOLascia i giuochi del circo, e invita il popoloA pubblico banchetto.MENECRATEHan tanta fameQuesti Quiriti!NERONEE vorrei sazïarli,Inebriarli tutti, ma non posso.RUFONon puoi?NERONETel dissi: l’erario è malato.RUFOEppure le province...NERONELe provinceDànno lievi tributi, ed io son troppoBenefico. Perchè mi metti in visoGli occhi tuoi spaventati, o mio buon Rufo?Ti comprendo: nessuno vorrà credereChe questo imperïal paludamentoNasconda i cenci d’un mendico e ch’io,Dominatore della terra tutta,Seduto innanzi a questa aurea mia casaSarò forse costretto di protendereLa mano supplicante ai cittadiniChe passano per via.(scotendo violentemente per la toga Rufo, che è rimasto attonito ad ascoltarlo)Pensi il SenatoA sì misero caso e vi provveda.Io non ò più monete; i pretorianiStessi, la guardia della mia persona,Da tre mesi contemplano l’effigieDel loro prediletto imperatoreSoltanto nelle insegne.MENECRATE (sospirando)Ed anche questoConforto sarà tolto ai poveretti,Se indugi ancora...NERONEE come?...MENECRATE (freddo)VenderannoLe insegne.NERONEAbbia l’Averno la tua lingua!MENECRATEAhi lingua trista! Essa à parlato il vero.—(dopo una pausa, a Nerone)Tu sei ridotto in povertà, ma vivonoMolti ricchi patrizi.NERONE (dispiacente e fingendo meraviglia)Odi, buon Rufo?I patrizi son ricchi!MENECRATEUno ad esempioNominerò: Cassio Longino; è questiPerito nelle leggi e cieco d’occhi;À quattro ville—due sulla ridentePiaggia napolitana, una a Pompei,L’altra ne’ colli tuscolani. VidiQuest’ultima ier l’altro. Qual stupendaMagnificenza! V’è un intero popoloDi statue.NERONE (battendosi la fronte con la mano)Per Giove! in casa miaV’è penuria di statue.MENECRATEFra quelleChe adornano il superbo peristilioUna mi spaventò; tale tal marmoMettea fierezza!NERONE (interrogando con curiosità)Ed era?MENECRATE (sorridendo)Bruto, il vilePercussore di Cesare.NERONECotestaStatua non la vorrei.MENECRATE (con prontezza)Nè conservarlaAlcun vorrebbe che non fosse cieco.NERONEE il cieco è un uomo per metà già morto.Non è vero, buon Rufo?MENECRATE(allegro d’aver dato nel gusto dell’imperatore)Che gli DeiMi perdano s’io pur non feci questoRagionamento! Quel Bruto di pietra,Dissi, rivela nel suo possessoreIl desiderio d’adorarlo vivo:È dunque un pompeiano.RUFO (sorridendo)Ma in ritardo.MENECRATEE che importa? È ribelle nel pensiero,E reo di lesa maestà.NERONE (battendo sulla spalla del buffone)Per questaVolta do lode alla tua lingua.MENECRATEÀ dettoil falso?NERONEO mio buon Rufo, apri gli orecchi,E sia tua cura che li tenga apertiIl nostro buon Senato: esso è il custodeDelle leggi, e accusar deve i nemiciDell’imperio e punirli;—io non pretendoChe i diritti del fisco.MENECRATEI più odïati.NERONEAmo l’odio patrizio perchè figlioDella paura.—Da quel dì che Silla,Quasi fanciul stizzoso, gittò viaI fasci della truce dittaturaCome rotti giocattoli, morivaIl patriziato, e sulle sue ruineSurse il genio di Cesare, l’arditoVendicator di Mario e della plebe;E per noi successori nell’imperioPlebe romana non fu già quel pugnoDi valorosi che da questi colliUn astuto Senato avventò sopraI più lontani popoli;—romanaÈ per noi quanta gente abita il mondo.—MENECRATEIeri due Sciti andavano pel fôro:Scommetto che imparavano il mestiereDel roman cittadino.RUFO (a Nerone)È a te ben notoChe veglia alla salvezza del tuo capoLa mente del Senato. Ti ricordaDella congiura de’ Pisoni: estremoEra il periglio, ma la venerandaAutorità de’ Padri ti coverse;Ed acclamata scese la tua scureSul collo dei ribelli. Avrà tal penaQualunque sconsigliato in Roma osasseDi tentar novità. Sol non vorreiGittar il peso di tributi noviSulle province: lettere venuteDi Gallia dànno annunzio che tra quelleLegioni v’è tumulto.NERONE (spaventandosi)V’è tumulto?...E che chiedono? Vindice doveaDecimar le legioni.MENECRATEA tanto uffizioNon saranno bastati i suoi littori.NERONEBada, buffone, per te basta un solo.MENECRATE (tastandosi il collo)Ed è troppo.NERONEDi’ dunque, o mio buon Rufo,Che chiedon que’ soldati?RUFOUna coorteArdìa di salutare imperatoreVindice, ma s’opposer l’altre.NERONE (sempre più spaventandosi)Il veroNarri?... Per tutti i Numi dell’OlimpoE dello Stige io qui dichiaro VindiceNemico della patria! Ei ceda tostoL’esercito e ritorni a render contoDi sua perduellione... Ma fidarmiPosso di te?... Via, parla: io sono ancoraL’imperatore?RUFOTal sei, nè il SenatoVolle ordinare per la tua salvezzaSupplicazioni pubbliche, sì lieveCosa stimò que’ gridi militariDella Gallia—e ad offrirti un lieto augurioTi chiede in grazia che cotesto meseDi Aprile sia chiamato in avvenireDal nome tuoNeroniano.NERONEEd ioV’acconsento.MENECRATENerone è generoso!NERONEAnzi mi sembra che sarebbe giustoDal nome mio chiamare non l’AprileMa Roma.MENECRATEE in verNeropoliè parolaDi gran magnificenza!NERONEEd ò dirittoIncontrastato a così grande onore.—Romolo fabbricò poche capanne,E mura da saltarsi per trastullo;Meglio di Augusto, sui tuguri antichiIo portici distesi, archi, teatri,E terme, dove forzeremo il mareA portare il tributo.RUFOIl desiderioTuo sarà legge al Senato.NERONEVa dunque,Buon Rufo, e sappia il popolo ch’io stessoOggi darò spettacolo, cantandoNel pubblico teatro... AmmirerannoL’Edipo Re.—Che artista sovrumanoQuel Sofocle! Che limpida armoniaDi concetti e di versi!...(correndo dietro a Rufo che sta per uscire)Una parola,Ancor, buon Rufo: Vindice sia tostoRichiamato... M’intendi?—Il traditoreTroverà la sua croce.(Rufo esce)SCENA III.Nerone, MenecrateNERONEE tu introduciAdesso la fanciulla, e poi disgombra.Insieme armonizzavano il buffoneE il principe del nostro buon Senato,Ma la bellezza, Menecrate mio,Ahi! stonerebbe avanti a quel tuo ceffoCome un verso d’Omero accompagnatoDalla cetra d’un barbaro.MENECRATEMi sembraOmerico il confronto.(Il buffone esce)SCENA IV.Nerone,poiEgloge.NERONEEi fu gridatoImperatore... Vindice!—Ed io tremoDi lui? Stolto! La plebe è mia, m’adora,E, immane belva dalle mille teste,Incitarla saprò contro il felloneChe ardisse di contendermi l’imperio.(Vedendo comparire Egloge)Ch’io passi intanto i giorni nel piacere,Ed eccone la dea!—T’inoltra: ieriDanzar ti vidi assai leggiadramente,E mi piacesti.—Il tuo nome?EGLOGEMi chiamanoEgloge.NERONELa tua patria?EGLOGEIo nacqui in Grecia.NERONE (guardandola con entusiasmo)Tu pure Greca! Amabile paeseÈ il tuo, bionda fanciulla: à il privilegioDella bellezza. In quella terra tuttoÈ bello, dall’Iliade al Partenone.Fin Leonida re co’ suoi trecentoQuando morì, creava la più bellaDelle battaglie.—Oh benedetto il suoloDove natura artistica produceStatue divine e più divine donne!E gli anni tuoi?EGLOGEInterroga il mio voltoE avrai risposta. Io danzo spensierata,E danzo sempre come vuol mio stato,E non ò mai contato gli anni.NERONESeiLibera?EGLOGESono schiava.NERONESchiava!—NarraCiò che conosci de’ tuoi casi.EGLOGEI mieiCasi son brevi.—Fanciulletta appena,Con altre mie compagne atenïesiFui rivenduta in pubblico mercatoAd un padrone astuto nel mestiereDi offrir giochi e spettacoli alla plebe.—Costui comprava insieme orsi e fanciulle:Ei mi fece erudir nell’arte lietaDelle danze, e danzando trasvolaiPer le città dell’Africa e d’Italia.Ecco i miei casi.—Qualche volta ai plausiAggiunsero le genti una corona,Ed ànno detto che son vispa e bella.—NERONE (pigliando un’aria feroce)Sai chi son io?EGLOGE (sorridendo)Nerone imperatore.NERONEAbbi un’idea di mia potenza.—AvvenneChe in certa notte io m’annoiassi:—in questeAule ahi sovente penetra la noia,Tetra visitatrice e non chiamata!EGLOGEIo mai non la conobbi.NERONETu, fanciulla,Non conosci la noia?EGLOGEIo danzo, e rido.NERONEE ridi sempre?EGLOGESempre.NERONEIo non t’ò fede;Anche Giove s’annoia—e in que’ momentiSovverte le città, sveglia tempeste,E par che pensi a scardinare il mondo.È doppia voluttà: chi crea distrugge,Ed io, Giove terreno, imitai l’altroCh’abita nell’Olimpo. Ardea la lampaMonotona d’innanzi agli occhi mieiChe cercavano il sonno;—arda una lucePiù vasta, io dissi—e sorsi e bruciai Roma.—EGLOGE (sorridendo)Ài terribil potenza.NERONEEppur non giungeA quella de’ tuoi sguardi, o allettatriceBellissima! Oh mai più questo tuo corpo,Che le mani formaron delle Grazie,Tenti il desìo ne’ torbidi teatriD’una plebe villana!—A te fo tempioDella mia casa.—D’ora innanzi i tuoiBiondi capelli spargerai d’unguentiPrezïosi, e le morbide caroleMoverai col tuo piè sopra i tappetiAlessandrini; plaudirò sol io,Io, che m’intendo nell’arte di Fidia,Il tuo compatriota—e questa molleVoluttà delle giovani tue formeEternerò fingendola nel marmo.Tu mi piaci, o fanciulla.EGLOGE (sfuggendo dalle braccia di Nerone)In Grecia intesiNarrar che una fanciulla piacque a GioveQuando Giove venìa sopra la terraIn umana sembianza.—Ahi! l’infelice,Spinta da cieco amor, volle abbracciarloNella fulgente maestà del Dio,E cadde incenerita.—Uccide adunqueUn amplesso di Giove.NERONE (vezzeggiandola nei capelli e nel viso)Queste sonoIstorie vecchie, e niuno più vi credeAl nostro tempo.EGLOGEUn giorno, appena i tuoiLittori apparver nel teatro, il gridoUniversale si levò: SaluteA Cesare!—Febèa, la mia compagna,Allor mi disse: vedi tu quell’uomoChe pare un Dio?—Sciagura sulla donnaCh’egli ama!NERONECosì disse?EGLOGE (guardando maliziosamente e sorridendo)Io già sapevoChe avevi ucciso le tue mogli.NERONE (pieno di meraviglia e scostandosi da lei)SaiQuesto, mi stai d’innanzi, e mi sorridi?EGLOGEE a che dovrei tremare? Un sol tuo cennoMi può tôrre la vita—e cosa è maiLa vita, o imperatore? Io vo’ sorridereFinchè mi brilla in viso giovinezza,E giovinezza d’una schiava è comeQuella corona che si pone in capoIl convitato all’ora del banchetto:Fra l’urto e il fumo delle tazze pieneLa povera ghirlanda ecco è cadutaDalla fronte dell’ebbro, e la raccoglieIl servo, e via la gitta spensieratoA marcir sulla strada.NERONETu non seiPiù schiava.EGLOGEE il mio padrone?NERONEIo son padroneDi tutti e, se n’ò voglia, sopra un dadoPosso giocare tutte le provinceD’un tributario Re.EGLOGEDunque son ioLibera?...NERONEPiù che libera, tu seiIn queste sale imperatrice; io vestoLa tua persona con la luce mia,E innanzi a te come d’innanzi a DivaRoma si prostrerà per adorarti.Schiava per ora, dal tuo ciglio schiaviTutti dipenderanno; e sapïenzaFu degli antichi se inalzaron templiE votive corone alla bellezza!Danza frattanto. Sofocle m’aspetta,Sofocle ch’ò svegliato dal sepolcroPerchè con la mia voce un’altra voltaInsegni dalla scena i luttuosiFati del figlio di Giocasta.(Nerone esce)SCENA V.EglogeIo sonoLibera! E posso dir questa parolaOve alberga colui cui serva è Roma!E non è sogno il mio?—Libera!—SentoUn’ebbrezza nel sangue, e a me d’intornoEsulta un’aria nova.—E se poi fosseUn sogno... un sogno d’un’ora?...(inginocchiandosi avanti la statua di Venere)O divina,Tu che prodotta fosti dalle biancheSpume del mare, e ti compiaci in GnidoDi avere inni e sospir dalle fanciulle,Custodisci, ti prego, queste chiomeE la bellezza mia, tu regni il mondo!SCENA VI.Egloge, AtteATTEUna donna!...(avanzandosi verso Egloge)Chi sei? Che ufficio è il tuoIn questa sala imperïale?EGLOGEIo sonoEgloge saltatrice.—E tu?ATTENon giovaChe tu sappi il mio nome.EGLOGETi comprendo,O poveretta, tu sei schiava.ATTESchiava!EGLOGESe tal non sei, meglio per te.—Poc’anziIo pure ero una schiava, e occultamentePiangeva questo mio giovane tempoChe il padrone spendea siccome il pazzoSpende la sua moneta; or però sciolgoLibere danze, e il mio vasto teatroÈ la casa di Cesare.ATTEA lui deviLa libertà?EGLOGEA lui.—Perchè mi guardiCosì?... Quanto son truci gli occhi tuoi!Tu mi metti spavento.ATTE(prendendo affettuosamente per le mani la saltatrice)Odi! rivelaOgni tuo detto un’infantile e gaiaNatura—e vo’ salvarti.EGLOGEVuoi salvarmi?...ATTERitraggi il piede, o folle giovinetta,E non danzar sull’orlo d’un abisso.Sai tu bene chi sia questo NeroneChe ti chiamava a sè? Fidi tu forseNelle impromesse sue?—Lieta di fioriTu fingi innanzi a’ passi tuoi la strada,Ed ahi! t’è ignoto che in cotesta casaI fiori stessi ne’ loro profumiAccolgono la morte!—Va, fanciulla,Al tuo Dio salvatore offri un incenso,Nè rivolgerti indietro a rimirareL’incantato palagio. Sopra l’uomoCh’abita qui, signore delle genti,Non tiene imperio che una donna sola.EGLOGEE cotesta felice?ATTETi sta innanzi,O fanciulla; son io.EGLOGETu dunque seiAtte liberta?ATTEQuella.EGLOGEE tu non tremiDi Nerone, tu sola?ATTEIo sola.EGLOGEVengoA contrastarti questo privilegio.ATTEChe dici?EGLOGEIo pur non tremo del feroceImperatore.ATTETremerai, ma quandoGiovarti non potrà la tua paura.—Ascoltami, o fanciulla: al dolce modoDel tuo parlar conobbi che sei Greca.EGLOGEÀi detto il vero.ATTEEbbene, anch’io son nataNella patria di Pericle e di Fidia,E schiava anch’io venni gittata in questoMeraviglioso ergastolo di schiaviChe si nomina Roma. Eppur benignaProvai la sorte: nelle case crebbiDella gente Domizia, e quel NeroneCh’oggi ài veduto imperator del mondoIo l’incontrai fanciullo, e seco i giochiDell’infanzia divisi e l’allegrezza.Oh! egli allora non sembrò malvagio,E implorata da lui mi fu concessaLa cara libertà.—Gli anni passaro;Io rimasi una povera liberta,Ed ei saliva al paventato seggioChe fa dell’uomo un Dio; ma tutta interaLa ricordanza non morì di quellaEtà felice, e in sua grazia non sonoEsclusa dalla turba a cui vien datoIn ogn’ora del dì goder la divaFaccia del sommo imperatore. E quanteStragi non vidi?—La potenza, comeInebbriante vino, disnaturaL’intelletto,—e quell’indole sì mite,Ch’adorai nel fanciullo, a poco a pocoStrana ferocia addiventò nell’uomo;Occulta da principio e rara—e poiErompente implacabile su tutti,E contro tutto. La sua madre, dueSue mogli, il suo maestro, emuli, amici,Empia ravvolse una fortuna stessa,E i delator che inventano congiure,Seduti presso alle gemonie scale,Contan monete sanguinose, e scherzanoSui rotolati capi e sulle orrendeAgonie.—Va, fanciulla spensierata,E che mai speri qui?... Nerone suoleIncoronar la vittima di rose:Negagli fede, ancor n’ài tempo—vanne...Esci di questa casa.EGLOGE (sorridendo sempre)Io vi rimango.ATTETu vi rimani!EGLOGEE perchè no? La tetraStoria che mi narrasti erami nota,E al tuo consiglio, o amica, debbo soloUna risposta.ATTEE quale?EGLOGETu sei viva.ATTEE che intendi?EGLOGESfavilla novamenteL’ira dagli occhi tuoi... Perchè t’incresceChe qui rimanga?—Oh lasciami ch’io godaDi questa cara gioventù che fuggeAlmeno un’ora! Al labbro mio la tazzaIo porsipôrsi appena del piacere, e vuoiChe via la getti senza inebbriarmi?L’imperatore stesso m’à donataLa libertà; qui per la prima voltaIn queste sale rilucenti d’oroTrovo un’idea di cielo nella terra,E tu, cattiva amica, mi consigliA ritornar sotto l’amara sferzaDel mio padrone? Predicesti un’albaFosca alla notte de’ miei folli sogni:Ebben, che importa? Un’ora di tal vitaVale ben più di molti anni trascorsiIn servitù.—Godiam, godiamo adessoChe la gioconda Venere ci baciaCon l’odorata bocca sulla fronte;Vecchiezza ne sta dietro e il regno mortoOve più non si danza e non si gode!ATTEIl mio consiglio, o semplice fanciulla,Non è di farti schiava un’altra volta.Dimmi: da che lasciasti il bel paese,Non t’assalse giammai la tormentosaFebbre di rivederlo?EGLOGEÈ ver, talvolta,Bench’io tenti scacciarla, in fondo al coreMi siede una crudel melanconia,E in que’ momenti come in visïoneDi sogno mi sorride un altro cielo,E una città bellissima, e i suoi templiEleganti. Ma dura breve tempoL’illusione, perocchè lontaniE confusi ricordi ò della sacraCittà dove son nata... Ero bambinaQuasi, allorchè dalla fuggente naveVolsi al Pireo gli ultimi sguardi. RidoAllora di me stessa, e in più serenaCosa fermo il pensiero. Mi domandiSe ò mai desìo di rivedere la patria:E a che dovrei vederla? Alcuna portaNon s’aprirebbe innanzi a questa novaPeregrina, nè un coro di compagneMi verrebbe d’intorno a farmi festa.Come in ogn’altro loco della terra,Sono straniera anche in Atene.ATTEIo possoMutar la tua fortuna, e troveraiCon essa le compagne, e quella vastaTurba di parassiti e adulatoriChe s’accalca devota intorno al ricco.Va, ritorna in Atene,—avrai tesoriQuanti finora immaginar non seppeLa tua povera mente.EGLOGELi promiseA me l’imperatore.ATTEEgli!... Nè vuoiPartir?...EGLOGETel dissi, io rimango abbracciataAlla fortuna mia.ATTESu te sciagura,O malaccorta!EGLOGEOh, che vuoi dire?...ATTEIo dicoChe dall’impuro stato ove giaceviI tuoi provocatori occhi levastiFino al trono di Cesare, fidandoNel reo potere della tua bellezza;Ma non vi perverrai, stolta fanciulla;Distruggere saprò con le mie maniLa turpe tua bellezza.(leva un pugnale e corre sopra Egloge)EGLOGE (mandando un grido e fuggendo)Oh, chi mi salvaDa questa furibonda?ATTE (inseguendola)Non mi fuggi!SCENA VII.Atte,Egloge,Nerone,Faonte,Liberti,SchiaveNERONE (accorrendo)Chi manda tali strida?EGLOGE (cadendo svenuta tra le braccia di Nerone)O imperatore,Aiutami!NERONE (ad Atte)Va indietro, o donna!ATTE (allontanandosi)SempreSalvar non la potrai.NERONEEsci—nè un motto nonAggiungere.—Sarebbe il motto estremo.—(Atte esce)E voi, schiave, traete la svenutaAlle mie stanze: balsami e profumiAvvolgano la bella creatura,E spargete di fiori il suo cammino.—Tu, mio Faonte, bada! col tuo capoMi rispondi del suo.(Le schiave trasportano via Egloge;Faonte e i liberti la seguono)SCENA VIII.NeroneFatal possanzaquell’Atte su me:—sovente ardisceGelosa opporsi alle mie voglie, ed ioChe potrei con un cenno l’eloquenteGola troncar di tutti i senatoriMi trovo inerme in faccia a questa solaFemmina.—Non è caso naturale:Costei per certo ottenne un incantatoFiltro da qualche maga di TessagliaE a me lo porse... Ma l’incanto infameRomperò...(passeggia inquieto)L’improvviso impeto d’iraEcco toglie la dolce limpidezzaAlla mia voce... E in tal momento!... VieniMenecrate. Quai nuove?SCENA IX.Nerone,MenecrateMENECRATEImmensa follaSi mostra per le vie; corre a bearsiNell’artista divino.NERONEOggi son rauco.—E i pretoriani?MENECRATEArmati ànno accerchiatoTutto il teatro. Avrai sonanti applausi,E spontanei.NERONEMi siegui.MENECRATE (fermandolo)Un’altra nuova:Cassio Longino è morto.NERONE (meravigliato)Così presto!MENECRATEAppena udì l’accusa del Senato,Sorse dal desco, salutò gli amici,E stoicamente si tagliò le vene.NERONE (sorridendo)I romani àn coraggio.MENECRATE (sorridendo anch’esso)E il morto aveaQuattro ville... tel dissi.NERONEEbbene?...MENECRATEEbbene?...Io non ò ville.NERONEIntendo; ne avrai una.—Ora al teatro!MENECRATEI lauri al gran cantore!(escono)Fine dell’atto primo

ATTO PRIMO————SCENA I.Una sala nella casa aurea di Nerone—Statue negli intercolunni, e fra queste una di Venere. Nerone siede in atto di dettare alcuni versi ad Epafrodito liberto che sta in piedi vicino all’Imperatore, avendo tra le mani le tavolette cerate e lo stilo; sopraggiunge dal fondo della scena l’istrione Menecrate, e s’avanza sogghignando.MENECRATEClaudio Nerone, del romano mondoImperatore Augusto, per la quartaVolta Console, padre della patria,Pontefice massimo...NERONEBasta, buffone,E vieni all’argomento.MENECRATE(curvandosi maliziosamente sull’orecchio dell’Imperatore)Nella salaVicina due persone aspettan l’oraD’essere ammesse al tuo cospetto: il calvoPrincipe del Senato—ed una vagaFanciulla dai capelli biondi e folti;(dopo una pausa e guardandolo)A qual dei due vuoi dar l’ingresso?NERONEAl primo.MENECRATE (meravigliandosi)Al calvo?NERONE (sorridendo)A lui.—Gli affari dell’ImperioInnanzi a tutto.MENECRATE (andando verso il fondo della scena)Segno questo giornoTra i nefasti.NERONE (ad Epafrodito)Tu vattene; più d’uopoNon ò per ora dell’opera tua.(Epafrodito depone le tavolette e lo stilo, ed esce)SCENA II.Nerone, Cluvio Rufo, Menecrate.RUFO (avanzandosi verso l’Imperatore)Il Senato a Nerone invia salute.NERONE (alzando le spalle e rimanendo seduto)Grazie agl’Iddii l’abbiamo, e vigorosa.Ieri nel circo atterrammo il più fortePugillatore della Gallia: un ErcoleVero. In mezzo ai plausi rovesciatoAvea gli emuli tutti un dopo l’altro,Ma i nostri polsi lo scrollaron quasiFosse un fanciullo; i nostri polsi adunqueStanno bene, o buon Rufo, e fanno a menoDella salute che c’invia il Senato;Però t’insegneremo uno che langueIn periglio di vita e ch’à bisognoDi tutte le cure dei Padri coscritti:Il nostro erario.MENECRATELe gabelle noveGuariranno il malato.RUFO (guardando impensierito Nerone)E vuoi?...MENECRATELe nostreProvince sono tante e tanto ricche!NERONE (dopo aver sorriso all’istrione)Che ne pensi, buon Rufo? L’istrionePar che s’intenda un po’ di medicina.—(alzandosi e mutando tono di voce)Domani sorgerà di nuovo il soleIllustrator della battaglia d’Azio,Ed io d’Augusto erede aveva in menteDi festeggiare il grande anniversarioCon larghezza di giuochi e di conviti;Feci chiamare il capo de’ bestiariDel nostro circo massimo, e indovina,Buon Rufo? Non vi sono più che trentaLeoni, e poche belve di minoreConto.(erompendo in un grido di collera)Per Giove Statore! Avrei fattoIo, Claudio Nerone, una bella figuraAl cospetto del popolo romanoCon quella miseria di trenta leoni!RUFOLascia i giuochi del circo, e invita il popoloA pubblico banchetto.MENECRATEHan tanta fameQuesti Quiriti!NERONEE vorrei sazïarli,Inebriarli tutti, ma non posso.RUFONon puoi?NERONETel dissi: l’erario è malato.RUFOEppure le province...NERONELe provinceDànno lievi tributi, ed io son troppoBenefico. Perchè mi metti in visoGli occhi tuoi spaventati, o mio buon Rufo?Ti comprendo: nessuno vorrà credereChe questo imperïal paludamentoNasconda i cenci d’un mendico e ch’io,Dominatore della terra tutta,Seduto innanzi a questa aurea mia casaSarò forse costretto di protendereLa mano supplicante ai cittadiniChe passano per via.(scotendo violentemente per la toga Rufo, che è rimasto attonito ad ascoltarlo)Pensi il SenatoA sì misero caso e vi provveda.Io non ò più monete; i pretorianiStessi, la guardia della mia persona,Da tre mesi contemplano l’effigieDel loro prediletto imperatoreSoltanto nelle insegne.MENECRATE (sospirando)Ed anche questoConforto sarà tolto ai poveretti,Se indugi ancora...NERONEE come?...MENECRATE (freddo)VenderannoLe insegne.NERONEAbbia l’Averno la tua lingua!MENECRATEAhi lingua trista! Essa à parlato il vero.—(dopo una pausa, a Nerone)Tu sei ridotto in povertà, ma vivonoMolti ricchi patrizi.NERONE (dispiacente e fingendo meraviglia)Odi, buon Rufo?I patrizi son ricchi!MENECRATEUno ad esempioNominerò: Cassio Longino; è questiPerito nelle leggi e cieco d’occhi;À quattro ville—due sulla ridentePiaggia napolitana, una a Pompei,L’altra ne’ colli tuscolani. VidiQuest’ultima ier l’altro. Qual stupendaMagnificenza! V’è un intero popoloDi statue.NERONE (battendosi la fronte con la mano)Per Giove! in casa miaV’è penuria di statue.MENECRATEFra quelleChe adornano il superbo peristilioUna mi spaventò; tale tal marmoMettea fierezza!NERONE (interrogando con curiosità)Ed era?MENECRATE (sorridendo)Bruto, il vilePercussore di Cesare.NERONECotestaStatua non la vorrei.MENECRATE (con prontezza)Nè conservarlaAlcun vorrebbe che non fosse cieco.NERONEE il cieco è un uomo per metà già morto.Non è vero, buon Rufo?MENECRATE(allegro d’aver dato nel gusto dell’imperatore)Che gli DeiMi perdano s’io pur non feci questoRagionamento! Quel Bruto di pietra,Dissi, rivela nel suo possessoreIl desiderio d’adorarlo vivo:È dunque un pompeiano.RUFO (sorridendo)Ma in ritardo.MENECRATEE che importa? È ribelle nel pensiero,E reo di lesa maestà.NERONE (battendo sulla spalla del buffone)Per questaVolta do lode alla tua lingua.MENECRATEÀ dettoil falso?NERONEO mio buon Rufo, apri gli orecchi,E sia tua cura che li tenga apertiIl nostro buon Senato: esso è il custodeDelle leggi, e accusar deve i nemiciDell’imperio e punirli;—io non pretendoChe i diritti del fisco.MENECRATEI più odïati.NERONEAmo l’odio patrizio perchè figlioDella paura.—Da quel dì che Silla,Quasi fanciul stizzoso, gittò viaI fasci della truce dittaturaCome rotti giocattoli, morivaIl patriziato, e sulle sue ruineSurse il genio di Cesare, l’arditoVendicator di Mario e della plebe;E per noi successori nell’imperioPlebe romana non fu già quel pugnoDi valorosi che da questi colliUn astuto Senato avventò sopraI più lontani popoli;—romanaÈ per noi quanta gente abita il mondo.—MENECRATEIeri due Sciti andavano pel fôro:Scommetto che imparavano il mestiereDel roman cittadino.RUFO (a Nerone)È a te ben notoChe veglia alla salvezza del tuo capoLa mente del Senato. Ti ricordaDella congiura de’ Pisoni: estremoEra il periglio, ma la venerandaAutorità de’ Padri ti coverse;Ed acclamata scese la tua scureSul collo dei ribelli. Avrà tal penaQualunque sconsigliato in Roma osasseDi tentar novità. Sol non vorreiGittar il peso di tributi noviSulle province: lettere venuteDi Gallia dànno annunzio che tra quelleLegioni v’è tumulto.NERONE (spaventandosi)V’è tumulto?...E che chiedono? Vindice doveaDecimar le legioni.MENECRATEA tanto uffizioNon saranno bastati i suoi littori.NERONEBada, buffone, per te basta un solo.MENECRATE (tastandosi il collo)Ed è troppo.NERONEDi’ dunque, o mio buon Rufo,Che chiedon que’ soldati?RUFOUna coorteArdìa di salutare imperatoreVindice, ma s’opposer l’altre.NERONE (sempre più spaventandosi)Il veroNarri?... Per tutti i Numi dell’OlimpoE dello Stige io qui dichiaro VindiceNemico della patria! Ei ceda tostoL’esercito e ritorni a render contoDi sua perduellione... Ma fidarmiPosso di te?... Via, parla: io sono ancoraL’imperatore?RUFOTal sei, nè il SenatoVolle ordinare per la tua salvezzaSupplicazioni pubbliche, sì lieveCosa stimò que’ gridi militariDella Gallia—e ad offrirti un lieto augurioTi chiede in grazia che cotesto meseDi Aprile sia chiamato in avvenireDal nome tuoNeroniano.NERONEEd ioV’acconsento.MENECRATENerone è generoso!NERONEAnzi mi sembra che sarebbe giustoDal nome mio chiamare non l’AprileMa Roma.MENECRATEE in verNeropoliè parolaDi gran magnificenza!NERONEEd ò dirittoIncontrastato a così grande onore.—Romolo fabbricò poche capanne,E mura da saltarsi per trastullo;Meglio di Augusto, sui tuguri antichiIo portici distesi, archi, teatri,E terme, dove forzeremo il mareA portare il tributo.RUFOIl desiderioTuo sarà legge al Senato.NERONEVa dunque,Buon Rufo, e sappia il popolo ch’io stessoOggi darò spettacolo, cantandoNel pubblico teatro... AmmirerannoL’Edipo Re.—Che artista sovrumanoQuel Sofocle! Che limpida armoniaDi concetti e di versi!...(correndo dietro a Rufo che sta per uscire)Una parola,Ancor, buon Rufo: Vindice sia tostoRichiamato... M’intendi?—Il traditoreTroverà la sua croce.(Rufo esce)SCENA III.Nerone, MenecrateNERONEE tu introduciAdesso la fanciulla, e poi disgombra.Insieme armonizzavano il buffoneE il principe del nostro buon Senato,Ma la bellezza, Menecrate mio,Ahi! stonerebbe avanti a quel tuo ceffoCome un verso d’Omero accompagnatoDalla cetra d’un barbaro.MENECRATEMi sembraOmerico il confronto.(Il buffone esce)SCENA IV.Nerone,poiEgloge.NERONEEi fu gridatoImperatore... Vindice!—Ed io tremoDi lui? Stolto! La plebe è mia, m’adora,E, immane belva dalle mille teste,Incitarla saprò contro il felloneChe ardisse di contendermi l’imperio.(Vedendo comparire Egloge)Ch’io passi intanto i giorni nel piacere,Ed eccone la dea!—T’inoltra: ieriDanzar ti vidi assai leggiadramente,E mi piacesti.—Il tuo nome?EGLOGEMi chiamanoEgloge.NERONELa tua patria?EGLOGEIo nacqui in Grecia.NERONE (guardandola con entusiasmo)Tu pure Greca! Amabile paeseÈ il tuo, bionda fanciulla: à il privilegioDella bellezza. In quella terra tuttoÈ bello, dall’Iliade al Partenone.Fin Leonida re co’ suoi trecentoQuando morì, creava la più bellaDelle battaglie.—Oh benedetto il suoloDove natura artistica produceStatue divine e più divine donne!E gli anni tuoi?EGLOGEInterroga il mio voltoE avrai risposta. Io danzo spensierata,E danzo sempre come vuol mio stato,E non ò mai contato gli anni.NERONESeiLibera?EGLOGESono schiava.NERONESchiava!—NarraCiò che conosci de’ tuoi casi.EGLOGEI mieiCasi son brevi.—Fanciulletta appena,Con altre mie compagne atenïesiFui rivenduta in pubblico mercatoAd un padrone astuto nel mestiereDi offrir giochi e spettacoli alla plebe.—Costui comprava insieme orsi e fanciulle:Ei mi fece erudir nell’arte lietaDelle danze, e danzando trasvolaiPer le città dell’Africa e d’Italia.Ecco i miei casi.—Qualche volta ai plausiAggiunsero le genti una corona,Ed ànno detto che son vispa e bella.—NERONE (pigliando un’aria feroce)Sai chi son io?EGLOGE (sorridendo)Nerone imperatore.NERONEAbbi un’idea di mia potenza.—AvvenneChe in certa notte io m’annoiassi:—in questeAule ahi sovente penetra la noia,Tetra visitatrice e non chiamata!EGLOGEIo mai non la conobbi.NERONETu, fanciulla,Non conosci la noia?EGLOGEIo danzo, e rido.NERONEE ridi sempre?EGLOGESempre.NERONEIo non t’ò fede;Anche Giove s’annoia—e in que’ momentiSovverte le città, sveglia tempeste,E par che pensi a scardinare il mondo.È doppia voluttà: chi crea distrugge,Ed io, Giove terreno, imitai l’altroCh’abita nell’Olimpo. Ardea la lampaMonotona d’innanzi agli occhi mieiChe cercavano il sonno;—arda una lucePiù vasta, io dissi—e sorsi e bruciai Roma.—EGLOGE (sorridendo)Ài terribil potenza.NERONEEppur non giungeA quella de’ tuoi sguardi, o allettatriceBellissima! Oh mai più questo tuo corpo,Che le mani formaron delle Grazie,Tenti il desìo ne’ torbidi teatriD’una plebe villana!—A te fo tempioDella mia casa.—D’ora innanzi i tuoiBiondi capelli spargerai d’unguentiPrezïosi, e le morbide caroleMoverai col tuo piè sopra i tappetiAlessandrini; plaudirò sol io,Io, che m’intendo nell’arte di Fidia,Il tuo compatriota—e questa molleVoluttà delle giovani tue formeEternerò fingendola nel marmo.Tu mi piaci, o fanciulla.EGLOGE (sfuggendo dalle braccia di Nerone)In Grecia intesiNarrar che una fanciulla piacque a GioveQuando Giove venìa sopra la terraIn umana sembianza.—Ahi! l’infelice,Spinta da cieco amor, volle abbracciarloNella fulgente maestà del Dio,E cadde incenerita.—Uccide adunqueUn amplesso di Giove.NERONE (vezzeggiandola nei capelli e nel viso)Queste sonoIstorie vecchie, e niuno più vi credeAl nostro tempo.EGLOGEUn giorno, appena i tuoiLittori apparver nel teatro, il gridoUniversale si levò: SaluteA Cesare!—Febèa, la mia compagna,Allor mi disse: vedi tu quell’uomoChe pare un Dio?—Sciagura sulla donnaCh’egli ama!NERONECosì disse?EGLOGE (guardando maliziosamente e sorridendo)Io già sapevoChe avevi ucciso le tue mogli.NERONE (pieno di meraviglia e scostandosi da lei)SaiQuesto, mi stai d’innanzi, e mi sorridi?EGLOGEE a che dovrei tremare? Un sol tuo cennoMi può tôrre la vita—e cosa è maiLa vita, o imperatore? Io vo’ sorridereFinchè mi brilla in viso giovinezza,E giovinezza d’una schiava è comeQuella corona che si pone in capoIl convitato all’ora del banchetto:Fra l’urto e il fumo delle tazze pieneLa povera ghirlanda ecco è cadutaDalla fronte dell’ebbro, e la raccoglieIl servo, e via la gitta spensieratoA marcir sulla strada.NERONETu non seiPiù schiava.EGLOGEE il mio padrone?NERONEIo son padroneDi tutti e, se n’ò voglia, sopra un dadoPosso giocare tutte le provinceD’un tributario Re.EGLOGEDunque son ioLibera?...NERONEPiù che libera, tu seiIn queste sale imperatrice; io vestoLa tua persona con la luce mia,E innanzi a te come d’innanzi a DivaRoma si prostrerà per adorarti.Schiava per ora, dal tuo ciglio schiaviTutti dipenderanno; e sapïenzaFu degli antichi se inalzaron templiE votive corone alla bellezza!Danza frattanto. Sofocle m’aspetta,Sofocle ch’ò svegliato dal sepolcroPerchè con la mia voce un’altra voltaInsegni dalla scena i luttuosiFati del figlio di Giocasta.(Nerone esce)SCENA V.EglogeIo sonoLibera! E posso dir questa parolaOve alberga colui cui serva è Roma!E non è sogno il mio?—Libera!—SentoUn’ebbrezza nel sangue, e a me d’intornoEsulta un’aria nova.—E se poi fosseUn sogno... un sogno d’un’ora?...(inginocchiandosi avanti la statua di Venere)O divina,Tu che prodotta fosti dalle biancheSpume del mare, e ti compiaci in GnidoDi avere inni e sospir dalle fanciulle,Custodisci, ti prego, queste chiomeE la bellezza mia, tu regni il mondo!SCENA VI.Egloge, AtteATTEUna donna!...(avanzandosi verso Egloge)Chi sei? Che ufficio è il tuoIn questa sala imperïale?EGLOGEIo sonoEgloge saltatrice.—E tu?ATTENon giovaChe tu sappi il mio nome.EGLOGETi comprendo,O poveretta, tu sei schiava.ATTESchiava!EGLOGESe tal non sei, meglio per te.—Poc’anziIo pure ero una schiava, e occultamentePiangeva questo mio giovane tempoChe il padrone spendea siccome il pazzoSpende la sua moneta; or però sciolgoLibere danze, e il mio vasto teatroÈ la casa di Cesare.ATTEA lui deviLa libertà?EGLOGEA lui.—Perchè mi guardiCosì?... Quanto son truci gli occhi tuoi!Tu mi metti spavento.ATTE(prendendo affettuosamente per le mani la saltatrice)Odi! rivelaOgni tuo detto un’infantile e gaiaNatura—e vo’ salvarti.EGLOGEVuoi salvarmi?...ATTERitraggi il piede, o folle giovinetta,E non danzar sull’orlo d’un abisso.Sai tu bene chi sia questo NeroneChe ti chiamava a sè? Fidi tu forseNelle impromesse sue?—Lieta di fioriTu fingi innanzi a’ passi tuoi la strada,Ed ahi! t’è ignoto che in cotesta casaI fiori stessi ne’ loro profumiAccolgono la morte!—Va, fanciulla,Al tuo Dio salvatore offri un incenso,Nè rivolgerti indietro a rimirareL’incantato palagio. Sopra l’uomoCh’abita qui, signore delle genti,Non tiene imperio che una donna sola.EGLOGEE cotesta felice?ATTETi sta innanzi,O fanciulla; son io.EGLOGETu dunque seiAtte liberta?ATTEQuella.EGLOGEE tu non tremiDi Nerone, tu sola?ATTEIo sola.EGLOGEVengoA contrastarti questo privilegio.ATTEChe dici?EGLOGEIo pur non tremo del feroceImperatore.ATTETremerai, ma quandoGiovarti non potrà la tua paura.—Ascoltami, o fanciulla: al dolce modoDel tuo parlar conobbi che sei Greca.EGLOGEÀi detto il vero.ATTEEbbene, anch’io son nataNella patria di Pericle e di Fidia,E schiava anch’io venni gittata in questoMeraviglioso ergastolo di schiaviChe si nomina Roma. Eppur benignaProvai la sorte: nelle case crebbiDella gente Domizia, e quel NeroneCh’oggi ài veduto imperator del mondoIo l’incontrai fanciullo, e seco i giochiDell’infanzia divisi e l’allegrezza.Oh! egli allora non sembrò malvagio,E implorata da lui mi fu concessaLa cara libertà.—Gli anni passaro;Io rimasi una povera liberta,Ed ei saliva al paventato seggioChe fa dell’uomo un Dio; ma tutta interaLa ricordanza non morì di quellaEtà felice, e in sua grazia non sonoEsclusa dalla turba a cui vien datoIn ogn’ora del dì goder la divaFaccia del sommo imperatore. E quanteStragi non vidi?—La potenza, comeInebbriante vino, disnaturaL’intelletto,—e quell’indole sì mite,Ch’adorai nel fanciullo, a poco a pocoStrana ferocia addiventò nell’uomo;Occulta da principio e rara—e poiErompente implacabile su tutti,E contro tutto. La sua madre, dueSue mogli, il suo maestro, emuli, amici,Empia ravvolse una fortuna stessa,E i delator che inventano congiure,Seduti presso alle gemonie scale,Contan monete sanguinose, e scherzanoSui rotolati capi e sulle orrendeAgonie.—Va, fanciulla spensierata,E che mai speri qui?... Nerone suoleIncoronar la vittima di rose:Negagli fede, ancor n’ài tempo—vanne...Esci di questa casa.EGLOGE (sorridendo sempre)Io vi rimango.ATTETu vi rimani!EGLOGEE perchè no? La tetraStoria che mi narrasti erami nota,E al tuo consiglio, o amica, debbo soloUna risposta.ATTEE quale?EGLOGETu sei viva.ATTEE che intendi?EGLOGESfavilla novamenteL’ira dagli occhi tuoi... Perchè t’incresceChe qui rimanga?—Oh lasciami ch’io godaDi questa cara gioventù che fuggeAlmeno un’ora! Al labbro mio la tazzaIo porsipôrsi appena del piacere, e vuoiChe via la getti senza inebbriarmi?L’imperatore stesso m’à donataLa libertà; qui per la prima voltaIn queste sale rilucenti d’oroTrovo un’idea di cielo nella terra,E tu, cattiva amica, mi consigliA ritornar sotto l’amara sferzaDel mio padrone? Predicesti un’albaFosca alla notte de’ miei folli sogni:Ebben, che importa? Un’ora di tal vitaVale ben più di molti anni trascorsiIn servitù.—Godiam, godiamo adessoChe la gioconda Venere ci baciaCon l’odorata bocca sulla fronte;Vecchiezza ne sta dietro e il regno mortoOve più non si danza e non si gode!ATTEIl mio consiglio, o semplice fanciulla,Non è di farti schiava un’altra volta.Dimmi: da che lasciasti il bel paese,Non t’assalse giammai la tormentosaFebbre di rivederlo?EGLOGEÈ ver, talvolta,Bench’io tenti scacciarla, in fondo al coreMi siede una crudel melanconia,E in que’ momenti come in visïoneDi sogno mi sorride un altro cielo,E una città bellissima, e i suoi templiEleganti. Ma dura breve tempoL’illusione, perocchè lontaniE confusi ricordi ò della sacraCittà dove son nata... Ero bambinaQuasi, allorchè dalla fuggente naveVolsi al Pireo gli ultimi sguardi. RidoAllora di me stessa, e in più serenaCosa fermo il pensiero. Mi domandiSe ò mai desìo di rivedere la patria:E a che dovrei vederla? Alcuna portaNon s’aprirebbe innanzi a questa novaPeregrina, nè un coro di compagneMi verrebbe d’intorno a farmi festa.Come in ogn’altro loco della terra,Sono straniera anche in Atene.ATTEIo possoMutar la tua fortuna, e troveraiCon essa le compagne, e quella vastaTurba di parassiti e adulatoriChe s’accalca devota intorno al ricco.Va, ritorna in Atene,—avrai tesoriQuanti finora immaginar non seppeLa tua povera mente.EGLOGELi promiseA me l’imperatore.ATTEEgli!... Nè vuoiPartir?...EGLOGETel dissi, io rimango abbracciataAlla fortuna mia.ATTESu te sciagura,O malaccorta!EGLOGEOh, che vuoi dire?...ATTEIo dicoChe dall’impuro stato ove giaceviI tuoi provocatori occhi levastiFino al trono di Cesare, fidandoNel reo potere della tua bellezza;Ma non vi perverrai, stolta fanciulla;Distruggere saprò con le mie maniLa turpe tua bellezza.(leva un pugnale e corre sopra Egloge)EGLOGE (mandando un grido e fuggendo)Oh, chi mi salvaDa questa furibonda?ATTE (inseguendola)Non mi fuggi!SCENA VII.Atte,Egloge,Nerone,Faonte,Liberti,SchiaveNERONE (accorrendo)Chi manda tali strida?EGLOGE (cadendo svenuta tra le braccia di Nerone)O imperatore,Aiutami!NERONE (ad Atte)Va indietro, o donna!ATTE (allontanandosi)SempreSalvar non la potrai.NERONEEsci—nè un motto nonAggiungere.—Sarebbe il motto estremo.—(Atte esce)E voi, schiave, traete la svenutaAlle mie stanze: balsami e profumiAvvolgano la bella creatura,E spargete di fiori il suo cammino.—Tu, mio Faonte, bada! col tuo capoMi rispondi del suo.(Le schiave trasportano via Egloge;Faonte e i liberti la seguono)SCENA VIII.NeroneFatal possanzaquell’Atte su me:—sovente ardisceGelosa opporsi alle mie voglie, ed ioChe potrei con un cenno l’eloquenteGola troncar di tutti i senatoriMi trovo inerme in faccia a questa solaFemmina.—Non è caso naturale:Costei per certo ottenne un incantatoFiltro da qualche maga di TessagliaE a me lo porse... Ma l’incanto infameRomperò...(passeggia inquieto)L’improvviso impeto d’iraEcco toglie la dolce limpidezzaAlla mia voce... E in tal momento!... VieniMenecrate. Quai nuove?SCENA IX.Nerone,MenecrateMENECRATEImmensa follaSi mostra per le vie; corre a bearsiNell’artista divino.NERONEOggi son rauco.—E i pretoriani?MENECRATEArmati ànno accerchiatoTutto il teatro. Avrai sonanti applausi,E spontanei.NERONEMi siegui.MENECRATE (fermandolo)Un’altra nuova:Cassio Longino è morto.NERONE (meravigliato)Così presto!MENECRATEAppena udì l’accusa del Senato,Sorse dal desco, salutò gli amici,E stoicamente si tagliò le vene.NERONE (sorridendo)I romani àn coraggio.MENECRATE (sorridendo anch’esso)E il morto aveaQuattro ville... tel dissi.NERONEEbbene?...MENECRATEEbbene?...Io non ò ville.NERONEIntendo; ne avrai una.—Ora al teatro!MENECRATEI lauri al gran cantore!(escono)Fine dell’atto primo

————

Una sala nella casa aurea di Nerone—Statue negli intercolunni, e fra queste una di Venere. Nerone siede in atto di dettare alcuni versi ad Epafrodito liberto che sta in piedi vicino all’Imperatore, avendo tra le mani le tavolette cerate e lo stilo; sopraggiunge dal fondo della scena l’istrione Menecrate, e s’avanza sogghignando.

MENECRATE

Claudio Nerone, del romano mondoImperatore Augusto, per la quartaVolta Console, padre della patria,Pontefice massimo...

NERONE

Basta, buffone,E vieni all’argomento.

MENECRATE

(curvandosi maliziosamente sull’orecchio dell’Imperatore)

Nella salaVicina due persone aspettan l’oraD’essere ammesse al tuo cospetto: il calvoPrincipe del Senato—ed una vagaFanciulla dai capelli biondi e folti;

(dopo una pausa e guardandolo)

A qual dei due vuoi dar l’ingresso?

NERONE

Al primo.

MENECRATE (meravigliandosi)

Al calvo?

NERONE (sorridendo)

A lui.—Gli affari dell’ImperioInnanzi a tutto.

MENECRATE (andando verso il fondo della scena)

Segno questo giornoTra i nefasti.

NERONE (ad Epafrodito)

Tu vattene; più d’uopoNon ò per ora dell’opera tua.

(Epafrodito depone le tavolette e lo stilo, ed esce)

Nerone, Cluvio Rufo, Menecrate.

RUFO (avanzandosi verso l’Imperatore)

Il Senato a Nerone invia salute.

NERONE (alzando le spalle e rimanendo seduto)

Grazie agl’Iddii l’abbiamo, e vigorosa.Ieri nel circo atterrammo il più fortePugillatore della Gallia: un ErcoleVero. In mezzo ai plausi rovesciatoAvea gli emuli tutti un dopo l’altro,Ma i nostri polsi lo scrollaron quasiFosse un fanciullo; i nostri polsi adunqueStanno bene, o buon Rufo, e fanno a menoDella salute che c’invia il Senato;Però t’insegneremo uno che langueIn periglio di vita e ch’à bisognoDi tutte le cure dei Padri coscritti:Il nostro erario.

MENECRATE

Le gabelle noveGuariranno il malato.

RUFO (guardando impensierito Nerone)

E vuoi?...

MENECRATE

Le nostreProvince sono tante e tanto ricche!

NERONE (dopo aver sorriso all’istrione)

Che ne pensi, buon Rufo? L’istrionePar che s’intenda un po’ di medicina.—

(alzandosi e mutando tono di voce)

Domani sorgerà di nuovo il soleIllustrator della battaglia d’Azio,Ed io d’Augusto erede aveva in menteDi festeggiare il grande anniversarioCon larghezza di giuochi e di conviti;Feci chiamare il capo de’ bestiariDel nostro circo massimo, e indovina,Buon Rufo? Non vi sono più che trentaLeoni, e poche belve di minoreConto.

(erompendo in un grido di collera)

Per Giove Statore! Avrei fattoIo, Claudio Nerone, una bella figuraAl cospetto del popolo romanoCon quella miseria di trenta leoni!

RUFO

Lascia i giuochi del circo, e invita il popoloA pubblico banchetto.

MENECRATE

Han tanta fameQuesti Quiriti!

NERONE

E vorrei sazïarli,Inebriarli tutti, ma non posso.

RUFO

Non puoi?

NERONE

Tel dissi: l’erario è malato.

RUFO

Eppure le province...

NERONE

Le provinceDànno lievi tributi, ed io son troppoBenefico. Perchè mi metti in visoGli occhi tuoi spaventati, o mio buon Rufo?Ti comprendo: nessuno vorrà credereChe questo imperïal paludamentoNasconda i cenci d’un mendico e ch’io,Dominatore della terra tutta,Seduto innanzi a questa aurea mia casaSarò forse costretto di protendereLa mano supplicante ai cittadiniChe passano per via.

(scotendo violentemente per la toga Rufo, che è rimasto attonito ad ascoltarlo)

Pensi il SenatoA sì misero caso e vi provveda.Io non ò più monete; i pretorianiStessi, la guardia della mia persona,Da tre mesi contemplano l’effigieDel loro prediletto imperatoreSoltanto nelle insegne.

MENECRATE (sospirando)

Ed anche questoConforto sarà tolto ai poveretti,Se indugi ancora...

NERONE

E come?...

MENECRATE (freddo)

VenderannoLe insegne.

NERONE

Abbia l’Averno la tua lingua!

MENECRATE

Ahi lingua trista! Essa à parlato il vero.—

(dopo una pausa, a Nerone)

Tu sei ridotto in povertà, ma vivonoMolti ricchi patrizi.

NERONE (dispiacente e fingendo meraviglia)

Odi, buon Rufo?I patrizi son ricchi!

MENECRATE

Uno ad esempioNominerò: Cassio Longino; è questiPerito nelle leggi e cieco d’occhi;À quattro ville—due sulla ridentePiaggia napolitana, una a Pompei,L’altra ne’ colli tuscolani. VidiQuest’ultima ier l’altro. Qual stupendaMagnificenza! V’è un intero popoloDi statue.

NERONE (battendosi la fronte con la mano)

Per Giove! in casa miaV’è penuria di statue.

MENECRATE

Fra quelleChe adornano il superbo peristilioUna mi spaventò; tale tal marmoMettea fierezza!

NERONE (interrogando con curiosità)

Ed era?

MENECRATE (sorridendo)

Bruto, il vilePercussore di Cesare.

NERONE

CotestaStatua non la vorrei.

MENECRATE (con prontezza)

Nè conservarlaAlcun vorrebbe che non fosse cieco.

NERONE

E il cieco è un uomo per metà già morto.Non è vero, buon Rufo?

MENECRATE

(allegro d’aver dato nel gusto dell’imperatore)

Che gli DeiMi perdano s’io pur non feci questoRagionamento! Quel Bruto di pietra,Dissi, rivela nel suo possessoreIl desiderio d’adorarlo vivo:È dunque un pompeiano.

RUFO (sorridendo)

Ma in ritardo.

MENECRATE

E che importa? È ribelle nel pensiero,E reo di lesa maestà.

NERONE (battendo sulla spalla del buffone)

Per questaVolta do lode alla tua lingua.

MENECRATE

À dettoil falso?

NERONE

O mio buon Rufo, apri gli orecchi,E sia tua cura che li tenga apertiIl nostro buon Senato: esso è il custodeDelle leggi, e accusar deve i nemiciDell’imperio e punirli;—io non pretendoChe i diritti del fisco.

MENECRATE

I più odïati.

NERONE

Amo l’odio patrizio perchè figlioDella paura.—Da quel dì che Silla,Quasi fanciul stizzoso, gittò viaI fasci della truce dittaturaCome rotti giocattoli, morivaIl patriziato, e sulle sue ruineSurse il genio di Cesare, l’arditoVendicator di Mario e della plebe;E per noi successori nell’imperioPlebe romana non fu già quel pugnoDi valorosi che da questi colliUn astuto Senato avventò sopraI più lontani popoli;—romanaÈ per noi quanta gente abita il mondo.—

MENECRATE

Ieri due Sciti andavano pel fôro:Scommetto che imparavano il mestiereDel roman cittadino.

RUFO (a Nerone)

È a te ben notoChe veglia alla salvezza del tuo capoLa mente del Senato. Ti ricordaDella congiura de’ Pisoni: estremoEra il periglio, ma la venerandaAutorità de’ Padri ti coverse;Ed acclamata scese la tua scureSul collo dei ribelli. Avrà tal penaQualunque sconsigliato in Roma osasseDi tentar novità. Sol non vorreiGittar il peso di tributi noviSulle province: lettere venuteDi Gallia dànno annunzio che tra quelleLegioni v’è tumulto.

NERONE (spaventandosi)

V’è tumulto?...E che chiedono? Vindice doveaDecimar le legioni.

MENECRATE

A tanto uffizioNon saranno bastati i suoi littori.

NERONE

Bada, buffone, per te basta un solo.

MENECRATE (tastandosi il collo)

Ed è troppo.

NERONE

Di’ dunque, o mio buon Rufo,Che chiedon que’ soldati?

RUFO

Una coorteArdìa di salutare imperatoreVindice, ma s’opposer l’altre.

NERONE (sempre più spaventandosi)

Il veroNarri?... Per tutti i Numi dell’OlimpoE dello Stige io qui dichiaro VindiceNemico della patria! Ei ceda tostoL’esercito e ritorni a render contoDi sua perduellione... Ma fidarmiPosso di te?... Via, parla: io sono ancoraL’imperatore?

RUFO

Tal sei, nè il SenatoVolle ordinare per la tua salvezzaSupplicazioni pubbliche, sì lieveCosa stimò que’ gridi militariDella Gallia—e ad offrirti un lieto augurioTi chiede in grazia che cotesto meseDi Aprile sia chiamato in avvenireDal nome tuoNeroniano.

NERONE

Ed ioV’acconsento.

MENECRATE

Nerone è generoso!

NERONE

Anzi mi sembra che sarebbe giustoDal nome mio chiamare non l’AprileMa Roma.

MENECRATE

E in verNeropoliè parolaDi gran magnificenza!

NERONE

Ed ò dirittoIncontrastato a così grande onore.—Romolo fabbricò poche capanne,E mura da saltarsi per trastullo;Meglio di Augusto, sui tuguri antichiIo portici distesi, archi, teatri,E terme, dove forzeremo il mareA portare il tributo.

RUFO

Il desiderioTuo sarà legge al Senato.

NERONE

Va dunque,Buon Rufo, e sappia il popolo ch’io stessoOggi darò spettacolo, cantandoNel pubblico teatro... AmmirerannoL’Edipo Re.—Che artista sovrumanoQuel Sofocle! Che limpida armoniaDi concetti e di versi!...

(correndo dietro a Rufo che sta per uscire)

Una parola,Ancor, buon Rufo: Vindice sia tostoRichiamato... M’intendi?—Il traditoreTroverà la sua croce.

(Rufo esce)

Nerone, Menecrate

NERONE

E tu introduciAdesso la fanciulla, e poi disgombra.Insieme armonizzavano il buffoneE il principe del nostro buon Senato,Ma la bellezza, Menecrate mio,Ahi! stonerebbe avanti a quel tuo ceffoCome un verso d’Omero accompagnatoDalla cetra d’un barbaro.

MENECRATE

Mi sembraOmerico il confronto.

(Il buffone esce)

Nerone,poiEgloge.

NERONE

Ei fu gridatoImperatore... Vindice!—Ed io tremoDi lui? Stolto! La plebe è mia, m’adora,E, immane belva dalle mille teste,Incitarla saprò contro il felloneChe ardisse di contendermi l’imperio.

(Vedendo comparire Egloge)

Ch’io passi intanto i giorni nel piacere,Ed eccone la dea!—T’inoltra: ieriDanzar ti vidi assai leggiadramente,E mi piacesti.—Il tuo nome?

EGLOGE

Mi chiamanoEgloge.

NERONE

La tua patria?

EGLOGE

Io nacqui in Grecia.

NERONE (guardandola con entusiasmo)

Tu pure Greca! Amabile paeseÈ il tuo, bionda fanciulla: à il privilegioDella bellezza. In quella terra tuttoÈ bello, dall’Iliade al Partenone.Fin Leonida re co’ suoi trecentoQuando morì, creava la più bellaDelle battaglie.—Oh benedetto il suoloDove natura artistica produceStatue divine e più divine donne!E gli anni tuoi?

EGLOGE

Interroga il mio voltoE avrai risposta. Io danzo spensierata,E danzo sempre come vuol mio stato,E non ò mai contato gli anni.

NERONE

SeiLibera?

EGLOGE

Sono schiava.

NERONE

Schiava!—NarraCiò che conosci de’ tuoi casi.

EGLOGE

I mieiCasi son brevi.—Fanciulletta appena,Con altre mie compagne atenïesiFui rivenduta in pubblico mercatoAd un padrone astuto nel mestiereDi offrir giochi e spettacoli alla plebe.—Costui comprava insieme orsi e fanciulle:Ei mi fece erudir nell’arte lietaDelle danze, e danzando trasvolaiPer le città dell’Africa e d’Italia.Ecco i miei casi.—Qualche volta ai plausiAggiunsero le genti una corona,Ed ànno detto che son vispa e bella.—

NERONE (pigliando un’aria feroce)

Sai chi son io?

EGLOGE (sorridendo)

Nerone imperatore.

NERONE

Abbi un’idea di mia potenza.—AvvenneChe in certa notte io m’annoiassi:—in questeAule ahi sovente penetra la noia,Tetra visitatrice e non chiamata!

EGLOGE

Io mai non la conobbi.

NERONE

Tu, fanciulla,Non conosci la noia?

EGLOGE

Io danzo, e rido.

NERONE

E ridi sempre?

EGLOGE

Sempre.

NERONE

Io non t’ò fede;Anche Giove s’annoia—e in que’ momentiSovverte le città, sveglia tempeste,E par che pensi a scardinare il mondo.È doppia voluttà: chi crea distrugge,Ed io, Giove terreno, imitai l’altroCh’abita nell’Olimpo. Ardea la lampaMonotona d’innanzi agli occhi mieiChe cercavano il sonno;—arda una lucePiù vasta, io dissi—e sorsi e bruciai Roma.—

EGLOGE (sorridendo)

Ài terribil potenza.

NERONE

Eppur non giungeA quella de’ tuoi sguardi, o allettatriceBellissima! Oh mai più questo tuo corpo,Che le mani formaron delle Grazie,Tenti il desìo ne’ torbidi teatriD’una plebe villana!—A te fo tempioDella mia casa.—D’ora innanzi i tuoiBiondi capelli spargerai d’unguentiPrezïosi, e le morbide caroleMoverai col tuo piè sopra i tappetiAlessandrini; plaudirò sol io,Io, che m’intendo nell’arte di Fidia,Il tuo compatriota—e questa molleVoluttà delle giovani tue formeEternerò fingendola nel marmo.Tu mi piaci, o fanciulla.

EGLOGE (sfuggendo dalle braccia di Nerone)

In Grecia intesiNarrar che una fanciulla piacque a GioveQuando Giove venìa sopra la terraIn umana sembianza.—Ahi! l’infelice,Spinta da cieco amor, volle abbracciarloNella fulgente maestà del Dio,E cadde incenerita.—Uccide adunqueUn amplesso di Giove.

NERONE (vezzeggiandola nei capelli e nel viso)

Queste sonoIstorie vecchie, e niuno più vi credeAl nostro tempo.

EGLOGE

Un giorno, appena i tuoiLittori apparver nel teatro, il gridoUniversale si levò: SaluteA Cesare!—Febèa, la mia compagna,Allor mi disse: vedi tu quell’uomoChe pare un Dio?—Sciagura sulla donnaCh’egli ama!

NERONE

Così disse?

EGLOGE (guardando maliziosamente e sorridendo)

Io già sapevoChe avevi ucciso le tue mogli.

NERONE (pieno di meraviglia e scostandosi da lei)

SaiQuesto, mi stai d’innanzi, e mi sorridi?

EGLOGE

E a che dovrei tremare? Un sol tuo cennoMi può tôrre la vita—e cosa è maiLa vita, o imperatore? Io vo’ sorridereFinchè mi brilla in viso giovinezza,E giovinezza d’una schiava è comeQuella corona che si pone in capoIl convitato all’ora del banchetto:Fra l’urto e il fumo delle tazze pieneLa povera ghirlanda ecco è cadutaDalla fronte dell’ebbro, e la raccoglieIl servo, e via la gitta spensieratoA marcir sulla strada.

NERONE

Tu non seiPiù schiava.

EGLOGE

E il mio padrone?

NERONE

Io son padroneDi tutti e, se n’ò voglia, sopra un dadoPosso giocare tutte le provinceD’un tributario Re.

EGLOGE

Dunque son ioLibera?...

NERONE

Più che libera, tu seiIn queste sale imperatrice; io vestoLa tua persona con la luce mia,E innanzi a te come d’innanzi a DivaRoma si prostrerà per adorarti.Schiava per ora, dal tuo ciglio schiaviTutti dipenderanno; e sapïenzaFu degli antichi se inalzaron templiE votive corone alla bellezza!Danza frattanto. Sofocle m’aspetta,Sofocle ch’ò svegliato dal sepolcroPerchè con la mia voce un’altra voltaInsegni dalla scena i luttuosiFati del figlio di Giocasta.

(Nerone esce)

Egloge

Io sonoLibera! E posso dir questa parolaOve alberga colui cui serva è Roma!E non è sogno il mio?—Libera!—SentoUn’ebbrezza nel sangue, e a me d’intornoEsulta un’aria nova.—E se poi fosseUn sogno... un sogno d’un’ora?...

(inginocchiandosi avanti la statua di Venere)

O divina,Tu che prodotta fosti dalle biancheSpume del mare, e ti compiaci in GnidoDi avere inni e sospir dalle fanciulle,Custodisci, ti prego, queste chiomeE la bellezza mia, tu regni il mondo!

Egloge, Atte

ATTE

Una donna!...

(avanzandosi verso Egloge)

Chi sei? Che ufficio è il tuoIn questa sala imperïale?

EGLOGE

Io sonoEgloge saltatrice.—E tu?

ATTE

Non giovaChe tu sappi il mio nome.

EGLOGE

Ti comprendo,O poveretta, tu sei schiava.

ATTE

Schiava!

EGLOGE

Se tal non sei, meglio per te.—Poc’anziIo pure ero una schiava, e occultamentePiangeva questo mio giovane tempoChe il padrone spendea siccome il pazzoSpende la sua moneta; or però sciolgoLibere danze, e il mio vasto teatroÈ la casa di Cesare.

ATTE

A lui deviLa libertà?

EGLOGE

A lui.—Perchè mi guardiCosì?... Quanto son truci gli occhi tuoi!Tu mi metti spavento.

ATTE

(prendendo affettuosamente per le mani la saltatrice)

Odi! rivelaOgni tuo detto un’infantile e gaiaNatura—e vo’ salvarti.

EGLOGE

Vuoi salvarmi?...

ATTE

Ritraggi il piede, o folle giovinetta,E non danzar sull’orlo d’un abisso.Sai tu bene chi sia questo NeroneChe ti chiamava a sè? Fidi tu forseNelle impromesse sue?—Lieta di fioriTu fingi innanzi a’ passi tuoi la strada,Ed ahi! t’è ignoto che in cotesta casaI fiori stessi ne’ loro profumiAccolgono la morte!—Va, fanciulla,Al tuo Dio salvatore offri un incenso,Nè rivolgerti indietro a rimirareL’incantato palagio. Sopra l’uomoCh’abita qui, signore delle genti,Non tiene imperio che una donna sola.

EGLOGE

E cotesta felice?

ATTE

Ti sta innanzi,O fanciulla; son io.

EGLOGE

Tu dunque seiAtte liberta?

ATTE

Quella.

EGLOGE

E tu non tremiDi Nerone, tu sola?

ATTE

Io sola.

EGLOGE

VengoA contrastarti questo privilegio.

ATTE

Che dici?

EGLOGE

Io pur non tremo del feroceImperatore.

ATTE

Tremerai, ma quandoGiovarti non potrà la tua paura.—Ascoltami, o fanciulla: al dolce modoDel tuo parlar conobbi che sei Greca.

EGLOGE

Ài detto il vero.

ATTE

Ebbene, anch’io son nataNella patria di Pericle e di Fidia,E schiava anch’io venni gittata in questoMeraviglioso ergastolo di schiaviChe si nomina Roma. Eppur benignaProvai la sorte: nelle case crebbiDella gente Domizia, e quel NeroneCh’oggi ài veduto imperator del mondoIo l’incontrai fanciullo, e seco i giochiDell’infanzia divisi e l’allegrezza.Oh! egli allora non sembrò malvagio,E implorata da lui mi fu concessaLa cara libertà.—Gli anni passaro;Io rimasi una povera liberta,Ed ei saliva al paventato seggioChe fa dell’uomo un Dio; ma tutta interaLa ricordanza non morì di quellaEtà felice, e in sua grazia non sonoEsclusa dalla turba a cui vien datoIn ogn’ora del dì goder la divaFaccia del sommo imperatore. E quanteStragi non vidi?—La potenza, comeInebbriante vino, disnaturaL’intelletto,—e quell’indole sì mite,Ch’adorai nel fanciullo, a poco a pocoStrana ferocia addiventò nell’uomo;Occulta da principio e rara—e poiErompente implacabile su tutti,E contro tutto. La sua madre, dueSue mogli, il suo maestro, emuli, amici,Empia ravvolse una fortuna stessa,E i delator che inventano congiure,Seduti presso alle gemonie scale,Contan monete sanguinose, e scherzanoSui rotolati capi e sulle orrendeAgonie.—Va, fanciulla spensierata,E che mai speri qui?... Nerone suoleIncoronar la vittima di rose:Negagli fede, ancor n’ài tempo—vanne...Esci di questa casa.

EGLOGE (sorridendo sempre)

Io vi rimango.

ATTE

Tu vi rimani!

EGLOGE

E perchè no? La tetraStoria che mi narrasti erami nota,E al tuo consiglio, o amica, debbo soloUna risposta.

ATTE

E quale?

EGLOGE

Tu sei viva.

ATTE

E che intendi?

EGLOGE

Sfavilla novamenteL’ira dagli occhi tuoi... Perchè t’incresceChe qui rimanga?—Oh lasciami ch’io godaDi questa cara gioventù che fuggeAlmeno un’ora! Al labbro mio la tazzaIo porsipôrsi appena del piacere, e vuoiChe via la getti senza inebbriarmi?L’imperatore stesso m’à donataLa libertà; qui per la prima voltaIn queste sale rilucenti d’oroTrovo un’idea di cielo nella terra,E tu, cattiva amica, mi consigliA ritornar sotto l’amara sferzaDel mio padrone? Predicesti un’albaFosca alla notte de’ miei folli sogni:Ebben, che importa? Un’ora di tal vitaVale ben più di molti anni trascorsiIn servitù.—Godiam, godiamo adessoChe la gioconda Venere ci baciaCon l’odorata bocca sulla fronte;Vecchiezza ne sta dietro e il regno mortoOve più non si danza e non si gode!

ATTE

Il mio consiglio, o semplice fanciulla,Non è di farti schiava un’altra volta.Dimmi: da che lasciasti il bel paese,Non t’assalse giammai la tormentosaFebbre di rivederlo?

EGLOGE

È ver, talvolta,Bench’io tenti scacciarla, in fondo al coreMi siede una crudel melanconia,E in que’ momenti come in visïoneDi sogno mi sorride un altro cielo,E una città bellissima, e i suoi templiEleganti. Ma dura breve tempoL’illusione, perocchè lontaniE confusi ricordi ò della sacraCittà dove son nata... Ero bambinaQuasi, allorchè dalla fuggente naveVolsi al Pireo gli ultimi sguardi. RidoAllora di me stessa, e in più serenaCosa fermo il pensiero. Mi domandiSe ò mai desìo di rivedere la patria:E a che dovrei vederla? Alcuna portaNon s’aprirebbe innanzi a questa novaPeregrina, nè un coro di compagneMi verrebbe d’intorno a farmi festa.Come in ogn’altro loco della terra,Sono straniera anche in Atene.

ATTE

Io possoMutar la tua fortuna, e troveraiCon essa le compagne, e quella vastaTurba di parassiti e adulatoriChe s’accalca devota intorno al ricco.Va, ritorna in Atene,—avrai tesoriQuanti finora immaginar non seppeLa tua povera mente.

EGLOGE

Li promiseA me l’imperatore.

ATTE

Egli!... Nè vuoiPartir?...

EGLOGE

Tel dissi, io rimango abbracciataAlla fortuna mia.

ATTE

Su te sciagura,O malaccorta!

EGLOGE

Oh, che vuoi dire?...

ATTE

Io dicoChe dall’impuro stato ove giaceviI tuoi provocatori occhi levastiFino al trono di Cesare, fidandoNel reo potere della tua bellezza;Ma non vi perverrai, stolta fanciulla;Distruggere saprò con le mie maniLa turpe tua bellezza.

(leva un pugnale e corre sopra Egloge)

EGLOGE (mandando un grido e fuggendo)

Oh, chi mi salvaDa questa furibonda?

ATTE (inseguendola)

Non mi fuggi!

Atte,Egloge,Nerone,Faonte,Liberti,Schiave

NERONE (accorrendo)

Chi manda tali strida?

EGLOGE (cadendo svenuta tra le braccia di Nerone)

O imperatore,Aiutami!

NERONE (ad Atte)

Va indietro, o donna!

ATTE (allontanandosi)

SempreSalvar non la potrai.

NERONE

Esci—nè un motto nonAggiungere.—Sarebbe il motto estremo.—

(Atte esce)

E voi, schiave, traete la svenutaAlle mie stanze: balsami e profumiAvvolgano la bella creatura,E spargete di fiori il suo cammino.—Tu, mio Faonte, bada! col tuo capoMi rispondi del suo.

(Le schiave trasportano via Egloge;Faonte e i liberti la seguono)

Nerone

Fatal possanzaquell’Atte su me:—sovente ardisceGelosa opporsi alle mie voglie, ed ioChe potrei con un cenno l’eloquenteGola troncar di tutti i senatoriMi trovo inerme in faccia a questa solaFemmina.—Non è caso naturale:Costei per certo ottenne un incantatoFiltro da qualche maga di TessagliaE a me lo porse... Ma l’incanto infameRomperò...

(passeggia inquieto)

L’improvviso impeto d’iraEcco toglie la dolce limpidezzaAlla mia voce... E in tal momento!... VieniMenecrate. Quai nuove?

Nerone,Menecrate

MENECRATE

Immensa follaSi mostra per le vie; corre a bearsiNell’artista divino.

NERONE

Oggi son rauco.—E i pretoriani?

MENECRATE

Armati ànno accerchiatoTutto il teatro. Avrai sonanti applausi,E spontanei.

NERONE

Mi siegui.

MENECRATE (fermandolo)

Un’altra nuova:Cassio Longino è morto.

NERONE (meravigliato)

Così presto!

MENECRATE

Appena udì l’accusa del Senato,Sorse dal desco, salutò gli amici,E stoicamente si tagliò le vene.

NERONE (sorridendo)

I romani àn coraggio.

MENECRATE (sorridendo anch’esso)

E il morto aveaQuattro ville... tel dissi.

NERONE

Ebbene?...

MENECRATE

Ebbene?...Io non ò ville.

NERONE

Intendo; ne avrai una.—Ora al teatro!

MENECRATE

I lauri al gran cantore!

(escono)

Fine dell’atto primo


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