QUINTINO E MARCO

L'avevano chiamato Quintino, perchè bisognava trovare ad ogni costo una parola che, mentre ricordava al pover'uomo tutta la sua miseria, lo insultasse, e facesse ridere; e la parola fu trovata.

S'egli fosse stato meno forte, incontrandolo gli avrebbero allungato dei calci, oppure avrebbero fatto una gran baldoria, buttandogli in faccia dei pugni di sabbia o delle manate di fango; s'egli avesse avuta una casa, una mensa, una donna, sarebbero entrati là dentro per attossicare quel pasto, per offendere quella pace e per tentare quella donna: ma il disgraziato, quantunque paziente e mite, era forte…. ed era solo. Non restava dunque che il veleno dell'ironia; e il pitocco seminudo, che non aveva mai un soldo in saccoccia e non portava con sè che una gran fame per tutto bagaglio, fu chiamato Quintino perchè allora appunto era ministro delle finanze Quintino Sella. Quel nomignolo, buttato là per ischerno da un burlone ben pasciuto, fece dimenticare il vero nome dell'oscuro martire, crocifisso dal buon umore altrui, un nome, che la sua mamma forse, povera pia, avrà voluto scegliere apposta per lui da un vecchio libro di preghiere. Ma Quintino era buono, paziente, rassegnato; e non solo sopportava tutto, anche quell'insulto quasi feroce, sorridendo con un sorriso così mesto che avrebbe dovuto inspirare un po' di compassione, ma per far ridere ancora di più, aveva messo il nome d'un altro ministro delle finanze, di Marco Minghetti, al fido e solo amico ch'egli avesse al mondo; al suo cane. E Marco era proprio degno di Quintino; era una bestiaccia magra, sozza, appuntita; ma però giudiziosa, compassata, prudente…. o dormiva, o pensava. Mai un latrato, mai un ringhio ostile, non faceva mai un salto più del necessario, non faceva mai una corsa alla quale non fosse stata obbligata. Tutto il suo còmpito si riduceva a far da sentinella con uncheppìdi carta ed un randello per fucile. I soldati, a veder quel fantaccino più rassegnato che formidabile, se lo indicavano l'un l'altro, ridevano a crepapelle, gli si fermavano a frotte d'intorno e facevano sì che la bestia fosse più profittevole dell'uomo.

Quintino lo capiva, e quando guardava Marco, accarezzandolo colle mani lunghe ed ossute, i suoi occhi rivelavano una tenerezza infinita.

Come l'uomo, anche la bestia era triste e meditabonda. Quintino diffondeva la sua melanconia su Marco; e tutti e due, confusi nello stesso dolore, parevano maledetti dallo stesso destino.

Certo i due affamati che si scorgevano lontani, sul fondo bianchiccio della strada: certo quell'uomo vestito di rosso, magro ed agile, e quel cane tutto nero che rigava col muso l'arso e polveroso terriccio, camminando a sghimbescio, formavano un quadro triste e lacrimevole al quale non c'era raggio di luce nè colori di maggio che prestassero un solo riflesso giocondo.

L'esistenza di Quintino era simile a quella di un bandito perduto in una macchia, senza un pensiero della vita, senza un desiderio, senza mai una speranza; e alle volte cercava invano una goccia d'acqua, mentre bruciava dalla febbre, cercava invano un mucchio di paglia mentre cadeva sfinito dalla stanchezza.

Tuttavia egli non si lamentava mai; era sempre muto come Marco, e l'uno e l'altro facevan festa a chi donava loro un pezzo di pan nero, anche se non lo dava per carità, ma solo per tenere in vita quelle due strane creature che facevano ridere coi loro giuochi e col loro aspetto così buffo e meschino.

E come non riuscivano a sfamarsi proprio del tutto, così non avevano mal nemmeno un giorno di riposo. Camminavano sempre attraversando le città, i borghi, i villaggi, ed erano sempre in mezzo alle feste, al chiasso e alle allegre ribotte. Quintino colla sua faccia da funerale, e Marco Minghetti colla coda fra le gambe.

Ma quando l'uomo scorgeva di lontano al di là di una strada lunga, arida, corsa dalla polvere o impaludata dal pantano, il paesello nel quale ricorreva un mercato o una fiera, affrettava il passo come un povero ciuco al quale si fa passar la stanchezza e il dolor di reni con una bastonata, e allora dei lunghi e grossi sospiri gli salivano su dal cuore alla gola, come se dietro a quelle bandiere svolazzanti, a quegli archi di mortella, al brulichìo di quella gente, ci fosse stata per lui la gogna o il patibolo. Ma la fame lo faceva affrettare, allungava il passo e con un fischio confortava il suo compagno di viaggio e di gloria che gli trottava alle calcagna, col muso basso, colla lingua fuor dalla bocca, penzolante.

Tutti e due andavano dritto fino in mezzo alla piazza più frequentata; e là Quintino piantava le sue tende: stendeva un canovaccio sudicio per terra, intanto che Marco lo stava a guardare riposando sulle gambe di dietro e il collo piegato per il fastidio della cordicella che gli teneva fermo sul capo ilcheppìdi carta. Quando tutto era pronto, il cane si rizzava su, dritto in piedi, il saltimbanco gittava per aria, salutando la folla, il cappellaccio a tre punte, e la rappresentazione incominciava.

Era un uggioso spettacolo. Pareva che quella maglia di un rosso scialbo e stinto dalla pioggia e dal solleone, coprisse uno scheletro. Quando scattavano in salti e capriole o si allungavano o si torcevano, le ossa del saltimbanco pareva che scricchiolassero. Era un pagliaccio ben triste quel povero Quintino!…

Egli campava la vita sempre chiuso dentro a quelle sue maglie lacere che non lo difendevano nè dal caldo nè dal freddo, coi calzoncini corti a sbuffi verdi filettati di lustrini anneriti, colle scarpacce bianche, sformate, la coda e il cappello da Meneghino, e, da anni, viveva in quella buffonerìa della miseria, come se per lui fosse diventata la sua propria carne; come Marco viveva nel suo pelo lungo e inzaccherato. La faccia di Quintino però era ancora più buffa del muso di Marco: quei capelli nerissimi, ruvidi, dritti, parevano un pennacchio, così tagliati all'ingrosso come erbe selvatiche rotte da un colpo di falce. Nel suo viso si vedevano ogni sorta di rughe; aveva l'occhio senza sguardo, la fronte immota, una rossiccia lanugine sul mento; e perchè all'ironia degli uomini fosse compagna l'ironia della natura, lui, che mangiava così poco, mostrava dalla sua bocca larga dei denti lunghi e bianchi che avrebbero macinato un forno intero.

I suoi esercizi erano numerosi e variati. Dava principio al trattenimento il giuoco dellatartaruga, nel quale si vedeva Quintino ad allungar le gambe all'indietro della testa, accavallandole attorno al collo, mentre, appoggiandosi colle mani sulla stuoia, dondolava col corpo fra le braccia dritte, tese, che parevan di ferro. Poi c'era ilsalto chinese, e poi l'a due, ovverosia lapasseggiata comica: in questo esercizio Quintino faceva sbellicar dalle risa passeggiando guardandosi intorno coll'aria da moscardino, arricciandosi i baffi, fingendo di fumare con un pezzo di legno, che avrebbe dovuto essere un mozzicone di sigaro, tenendosi il cappellaccio piegato sulle ventiquattro; e tutto ciò mentre Marco, col muso basso e colcheppìche gli cadeva sugli occhi, gli entrava e gli usciva di mezzo alle gambe, seguendolo ad ogni passo senza mai farlo incespicare, con una precisione di tempo degna di un matematico. Ma la rappresentazione finiva però sempre col meravigliososalto del Niagara, che veniva annunciato comeun grande e straordinario esercizio, unico nel suo genere. Difatti era questo, si può dire, il cavallo di battaglia del celebre Quintino. Figuratevi ch'egli saliva come un gatto in cima a sei o sette seggiole, messe l'una sull'altra; poi, quand'era arrivato all'ultima, mentre la mobile colonna dondolava sotto il suo peso, Quintino, il capo all'ingiù, si sollevava dritto sulle braccia, colle gambe all'aria, stava là qualche secondo, poi prendeva la spinta e si slanciava a cader lontano su due piedi, nello stesso punto che le seggiole precipitavano per terra con un fracasso di grande effetto.

Marco, che serio serio era stato immobile a guardare il suo padrone durante tutto l'esercizio, a questo punto gli si avvicinava pian piano dimenando lentamente la coda: cerimonia alla quale egli si abbandonava molto di rado.

Ma quantunque colsalto di NiagaraQuintino arrischiasse l'osso del collo ad ogni rappresentazione, tuttavia, quando lo incominciava, non si vedeva mai incoraggiato da un pubblico numeroso. Ciò avveniva perchè, messe le seggiole l'una sull'altra, prima di dar principio alla salita, Quintino andava in giro col piattello, e allora quella gente, pare impossibile ma è proprio vero, diventava in sull'attimo di una sensibilità eccessiva, e chi gli voltava le spalle brontolando che quel genere di giuochi avrebbe dovuto esser proibito dalla Questura, chi spergiurava che gli metteva il capogiro, un altro che gli faceva tornare a gola il desinare; ma però, appena il saltimbanco aveva riposto il piattello e cominciava a salire, tutti i suoi disertori si voltavano uno alla volta e si fermavano un po' discosti per vederlo lavorare. Finito ilsalto del Niagaraegli restituiva le sedie a chi gliele aveva imprestate, raccoglieva da terra il canavaccio piegandolo in quattro, e ripigliava il suo viaggio senza dire una parola, senza barattare un saluto e senza curarsi nemmeno dei monelli che lo seguivano per un buon tratto di via, gridandogli dietro colla vociaccia squarciata:Quintino! Quintino!accompagnando molte volte quel loro saluto con qualche torsolo che capitava a lui nella schiena, ma che non gli facea volgere il capo, o con qualche sassata che arrivava fino a Marco Minghetti, il quale, colto così all'improvviso, benchè continuasse col muso basso per la sua strada, dava però in un guaìto breve e sommesso.

Nè quell'uomo nè quel cane sentivano rancore per quegl'insulti; essi dimenticavano tutto. Ogni giorno avevano troppe angosce da soffrire, perchè potessero ricordare le amarezze del dì innanzi. Una sola volta Quintino ebbe un impeto d'ira furibonda contro un perverso che gli avea chiesto, ghignando, s'egli sapeva dov'era nato. Il saltimbanco, smessa d'un tratto l'abituale mansuetudine, saltò addosso come una belva a quell'uomo senza cuore, lo percosse, lo afferrò per la gola…. e forse lo avrebbe ucciso se non ci fosse stato là chi lo salvò dal commettere un delitto. Ma il tristo che gli avea fatto così male, egli non lo incontrò più sulla sua strada; e quindi si dimenticò ben presto anche del solo ed unico suo odio.

***

Nessuno sapeva bene chi fosse Quintino, nè di dove venisse; ma però, cosa strana, pareva a tutti, anche ai nonni, anche ai più vecchi, anche al campanaro che aveva quasi cent'anni, d'averlo veduto sempre e sempre così, fino da quando durava loro la memoria, con quel cappellaccio a tre punte e le maglie stinte, e lo credevano sempre lo stesso. S'ingannavano però: l'uomo era diverso, benchè fosse la stessa maschera di pagliaccio che appariva di fuori e la stessa sventura che ci soffriva dentro.

Solamente da dieci anni Quintino durava in quella vita e in quel mestiere:—Per la fabbrica dell'appetito—come diceva lui.

Egli era nato fra le acque putride e le canne insulse e giallognole di una campagna paludosa del Veneto, vicino al mare, dentro un casone nero, ampio, umido, diroccato e abbandonato da tutti, che la leggenda paurosa dei contadini chiamava col nome diCà del diavolo. Non vi era pace, non vi erano sorrisi, non vi erano baci, non si sentiva mai una parola d'affetto in quella casaccia dove il lugubre silenzio era interrotto soltanto dal fischio del vento, che vi penetrava come un padrone impetuoso e villano dallo spacco dei tetti e dalle imposte sgangherate.

Ogni volta che Quintino, così solo nel mondo, pensava a quella bicocca, sentiva dei brividi di freddo corrergli per tutto il corpo, e quando la ricordava, prima di addormentarsi sotto un albero nell'estate, o in un fienile o sui gradini di qualche chiesa nell'inverno, egli si faceva fremendo il segno della croce.

***

Suo padre più d'una volta avea dato da fare alla Polizia e, per non incomodarla ancora, dopo una rissa nella quale aveva lasciato correre una coltellata ad un altro contadino proprio sull'uscio della bettola, era emigrato in Sardegna; e nelLombardo-Venetonon si fece più vedere.

Sua madre era stata una faticona tutta cuore…. pareva la bontà divina venuta al mondo per creare un disgraziato. Ma la pellagra, volgarmente detta ilmal di miseria, che in quel tempo infieriva forse ancor più d'adesso, la segnò fra le sue vittime, e un cattivo giorno il povero ragazzo se la vide portare a casa colla faccia livida, enfiata, il corpo gonfio, gli occhi spenti: l'avevano trovata morta in una fossa d'acqua stagnante.

Da varî giorni ella avea già fatto temere che il cervello le dèsse di volta: si faceva ad ogni momento il segno della croce, borbottando: «Gesù, Giuseppe, Maria, vi dono il cuore e l'anima mia—Vi dono il cuore e l'anima mia, Gesù, Giuseppe, Maria!» E colle mani coperte dalle ulceri, si premeva con fremiti di disperazione le testa gialla piagata.

Nella notte il ragazzo fu chiuso in casa tutto solo, colla povera suicida, perchè delle contadine chi non si arrischiava di far la veglia nellaCà del diavolo, e chi si valeva del pregiudizio per andarsene tranquillamente a dormire col su' omo.

Il giorno dopo, quando ritornarono a prender la morta col becchino, il ragazzo, tremante di paura, scappò via appena l'uscio fu schiuso, chè non voleva lo seppellissero anche lui colla mamma, e, fuggendo a casaccio, si smarrì fra le steppe e le distese d'acqua paludosa.

***

Andò ramingando solo solo per varî giorni, finchè fu incontrato da un funambolo che lo prese e lo condusse seco, che gl'insegnò il mestiere e lo avviò alla vita a forza di calci e di percosse; ma che più tardi, quando venne a morire di tisi in una stalla come una scimmia, lasciò in eredità al suo alter ego le proprie maglie sdrucite, il cappellaccio bisunto e una giacca logora di frustagno. Allora Quintino continuò tutto solo quella brutta esistenza, poi, un giorno, s'abbattè nel futuro Marco Minghetti, allo stesso modo ch'era stato incontrato lui, qualche anno innanzi, dal funambolo, e lo prese con sè; ma ricordandosi ancora il bruciore dei calci e delle busse patite, volle risparmiarle al proprio allievo. Quella che non gli poteva certo risparmiare era la fame; però, in compenso, ci si abituarono a patirla insieme, e tanto bene, che Quintino, innanzi alcolto pubblicoe all'inclita, soleva dire con quel sorriso nel quale c'era dell'angoscia mista ad alcunchè di dolcezza—«Di fame, illustrissimi signori, non si muore, ve lo so dire per pratica, ma vi domando un soldo perchè,viceversa, si può morire di sete!»

A questa buffonata, tutta quella gente, ch'era solita a desinare, si metteva a ridere e a batter le mani; anche il povero Quintino, per continuare il giuoco, faceva allora delle smorfie e dei lazzi comicissimi, ma mentre colle mani suonava il tamburone sulla pancia vuota, egli guardava cogli occhi pieni di compassione e di lamenti il suo fido compagno di glorie…. e di digiuni.

Tuttavia era l'inverno il nemico più crudele dei due disgraziati. Quando erano stanchi, affranti, estenuati dai calori dell'estate, si sa bene, trovavano sempre un po' di refrigerio sotto l'ombra densa degli alberi e c'era sempre anche per essi una corrente d'aria fresca e refrigerante sulla riva di un fiume…. ma l'inverno?… l'inverno col freddo, colla neve, colle notti di dodici ore?!…

Ed era appunto l'inverno, sull'imbrunire, dopo una giornata di viaggio, che Quintino e Marco si trovarono finalmente in vista di una cittaduzza. Fra tanta gente non ci sarebbe stata l'anima buona che per carità volesse cavar loro la fame?… Fra tante case accumulate le une colle altre, non avrebbero trovato un buco, una tana, per ripararsi dal freddo e riposare?

Cadeva un'acquerugiola fitta fitta, minuta, ghiacciata. Quintino non aveva più nemmeno la giacca di frustagno; l'aveva dovuta cedere ad un bracciante in cambio di una fetta di polenta…. A confronto suo. Marco Minghetti poteva proprio dirsi un signore, e Quintino glielo fece notare.—Coraggio, Marco! tu hai la pelliccia, come un conte, come un riccone sfondato.—Marco, per tutta risposta, squassò, dimenandosi con violenza, l'acqua che gli si era diacciata sul pelo nero.

Quando arrivarono alle porte, Quintino fece sghignazzare i doganieri che lo guardavano battere i denti con quel freddo cane, non avendo per tutto vestito che un calzoncino e un corsetto di maglia.

—Ohè, ohè, quel ballerino! non hai niente di dazio?—gli gridaron dietro i soldati, per burla.

—Sì…. ho un quarto di vitello nascosto sotto il tabarro.

Questa risposta aumentò il buon umore delle guardie, che lo lasciaron passare senz'altre osservazioni.

Ma a mano a mano che il povero buffone s'inoltrava nella cittaduzza, faceva sempre più freddo e si faceva sempre più buio. Le case erano chiuse, chiusi i negozî dietro ai larghi cristalli, e la poca gente che camminava per le strade correva lesta lesta sotto gli ombrelli perchè la pioggiolina cominciava allora a mutarsi in neve. Quintino sentiva nel petto indolenzito i morsi acuti della fame, il freddo lo intorpidiva, era affranto dalla stanchezza, e però gli si stringeva il cuore vedendo quanto gli riuscirebbe difficile il dare almeno una rappresentazione con quel tempaccio e a quell'ora.

Allungò il passo per arrivar più presto alla Piazza Grande…. Quando vi giunse era deserta, non ci si vedeva anima viva: anche i fiaccherai erano scomparsi, in barba al regolamento, mentre per terra, tutto il vasto piazzale cominciava ad esser bianco di neve.

Quintino si fermò smarrito, sgomento, e guardò Marco Minghetti che fissandolo a sua volta guaiva a mezza voce. Ma intanto i lumai cominciavano ad accendere le lucerne e, dall'altra parte della piazza, Quintino potè notare, sotto un breve porticato a due archi, la luce rossastra d'un caffè e scorse della gente che stava ferma attorno alla porta della bottega. A tal vista si consolò tutto. Dopo di essersi soffiato nelle mani per riscaldarle, allungò, battè le braccia con tutta forza attorno al petto saltando sulla neve per stirare le gambe che avea aggranchite nelle maglie fradice d'acqua, e, attraversata la piazza, si avvicinò a queisignoriche stavan là ben tappati a guardar le falde cadere; poi levandosi il cappellaccio, col più comico de' suoi lazzi:

—Illustrissimi!—cominciò—Favoriscano d'un benigno compatimento il signor Marco Minghetti—e indicava il cane—e l'umilissimo Quintino Sella che sono io, entrambi ministri delle finanze in riposo, i quali si produrranno con degli esercizistraordinarie non mai più veduti, inventati apposta per la fabbrica dell'appetito!…

A tali parole quei messeri si strinsero nelle spalle infastiditi, dando segni non dubbi di noia e di malcontento, ed entrarono nel caffè brontolando fra' denti:

—Ozioso!

—Ubbriacone!

—Va a lavorare!

—Mi salterebbe il ticchio di fartela passare io a calci nel sedere, la frega del Marco e del Quintino—borbottò uncostituzionalearrabbiato, il quale avea presa quella buffonata per una satira di colore politico.

Il povero Quintino, viste le mossacce, restò lì tutto solo, come interdetto, col cappello in mano e il corpo inchinato.

La piazza era diventata tutta bianca e co' suoi pallidi riflessi rischiarava tristamente il vasto squallore di quella notte d'inverno. Il portico soltanto era illuminato da una lucerna che pendeva giù dall'architrave, e dalla luce viva che si diffondeva al di fuori dai cristalli delle grandi portiere del caffè.

Che cosa fare?…

Quintino continuava a guardarsi d'intorno smarrito. Non c'era pubblico punto, tranne un piccolo spazzacamino che s'era fatta una pallottola di neve e la divorava, con un appetito eccellente, tal e quale come fosse una fetta di polenta abbrustolita, guardando con gli occhi imbambolati il pagliaccio vestito in quel modo così buffo e aspettando che dèsse principio alla rappresentazione. Allora, preso da un avvilimento profondo, Quintino si volse come per interrogare con uno sguardo il suo compagno d'arte: Marco Minghetti, per tutta risposta, si levò dritto in piedi, sulle gambe di dietro.

—Vuoitravagliare? Ebbe'…. coraggio e avanti sempre fin che la dura.

Sbirciò dai cristalli del caffè, dopo averli qua e là strofinati col gomito, perchè s'erano appannati, tutta quella gente che vi stava là chiusa beatamente, che rideva, discorrendo e cianciando, che beveva delle acque e del vino fumante, che mangiava pasticcini e leccornìe, seduta in soffici poltrone e coi soprabiti sbottonati, perchè nella sala si sudava dal caldo.

Egli pensò che dalle portiere lo avrebber forse potuto vedere a travagliare, e si animò tutto. Si battè un'altra volta colle mani sulle maglie inzuppate d'acqua, soffiò colla bocca sulle dieci dita raggruppate, guardò lo spazzacamino che continuava a merendare pacificamente colla sua pallottola di neve, e cominciò a mettere a posto, le une sulle altre, tutte le seggiole del caffè ch'eran di fuori sotto il portico. Ma dopo un poco gli tornò a mancar la lena: era tutto intirizzito, gli pareva di venir meno per la fame e per la stanchezza. Le gambe gli si piegavan sotto, aveva la testa che gli martellava per la febbre, e la gola secca, arida, che lo faceva spasimare ad ogni respiro, ad ogni parola, come se vi avesse avuto dentro delle punte sottilissime di acciaio.

Quando le seggiole furono pronte, fece un altro salto per riscaldarsi, ma sdrucciolò sul lastrico diacciato e mancò poco non cadesse giù, lungo disteso.

—Signori!… Si dà principio per la fabbrica dell'appetito.

Marco Minghetti sapeva bene che adesso toccava a lui; si rizzò dritto a sedere e colle due zampette tentò, al solito di accomodarsi ilcheppì.

Il piccolo spazzacamino rise dall'allegrezza godendosi quella mimica, e battè soddisfatto le manine ghiacce marmate, quando il funambolo cominciò a salire adagio adagio sulla colonna dondolante. Una seggiola, due, tre, cinque le ebbe superate; superò anche l'ultima e fu su, in cima: ma quando volle rizzarsi facendo ilbraccio di ferrocolle gambe all'aria, gli scivolò una mano, le sedie si smossero, mancò l'equilibrio a tutto l'edificio e Quintino precipitò riverso a terra, battendo di tutto peso col corpo sul lastrico, mentre le seggiole gli cadevano addosso sulla testa e sul petto.

Non diede un grido, non un gemito; rimase là sotto, senza più muoversi.

Lo spazzacamino diè un urlo e fuggì.

Per qualche tempo nessuno venne in soccorso del povero pagliaccio, nemmeno Marco Minghetti che non osava di muoversi e, ancora seduto sulle gambe di dietro, stanco, si appoggiava di tanto in tanto per terra colla terza zampa per riposare un poco; e allungava il collo guardando il padrone immobile sotto le seggiole, fiutando affannosamente inquieto, come se avesse voluto indovinare il perchè di quella nuova buffonata.

Un facchino fu che si avvicinò il primo al caduto, poi una donnetta che invocò la Madonna e tutti i santi del paradiso, poi a poco a poco gli si fermarono attorno otto o dieci persone, tenendosi però ad una certa distanza, tanto da poter vedere, senza compromettersi, che cosa era accaduto; poi uscì un cameriere del caffè, ma questi rientrò quasi subito dovendo riferire il fatto agli avventori, che lo avevano mandato apposta di fuori per sapere che voleva dire tutto quel baccano. Finalmente capitò anche un vigile il quale mandò subito a prendere una barella dell'ospedale: quando giunse, sollevarono in due il ferito, che continuava a non dar segno di vita, lo misero dentro, sul pagliericcio, poi chiusero il coperchio e lo portaron via.

Marco era stato sempre là, in mezzo alla calca; gli pestavano addosso, ma non fiatava e non si allontanava punto. Seguì però la barella appena si mosse; la seguì vicin vicino, colla coda tra le gambe e il muso basso; ma giunto alla porta dell'ospedale, quando anche lui voleva entrare dietro al suo padrone, un portantino, stizzito, lo cacciò via con una pedata così forte e così bene aggiustata che lo mandò lontano, a ruzzolar nella neve.

***

Per tutta la notte Quintino nulla seppe di sè: era caduto in un deliquio che faceva scrollare il capo sinistramente agli infermieri del suo riparto. Ma quando la mattina vegnente si destò da quel sonno così grave e si guardò all'ingiro, credette allora di cominciare a vaneggiare: per la prima volta in sua vita gli pareva d'essere un signore. Riposava, ben coperto, in un morbido letto di bucato. Dalle ampie vetrate delle finestre, che davan sopra la strada, il sole cominciava allegramente ad entrar co' suoi raggi, rigando le bianche lenzuola con delle strisce luminose, piene di pulviscoli vaganti; e in quell'ambiente sereno di candidezza e di quiete provò un benessere nuovo che gli fece prorompere dall'animo grato come un'espansione di riconoscenza e d'affetto per tutta quella gente ch'egli vedeva andare e venire, con pietà santa, da un letto ad un altro, per quelle sacre immagini che pendevano appese all'ingiro, e per quel Cristo gigantesco dipinto sotto il soffitto, che dalla sua croce pareva diffondere nell'ampio recinto la benedizione e il conforto.

Anche per il povero Quintino, la vita ebbe finalmente un sorriso…. e lo ebbe allora che si svegliava così malconcio all'ospedale!… Gli pareva che il suo male fosse stato il suo bene. La testa gli doleva, nel petto sentiva di tratto in tratto delle fitte acutissime, ma la febbre gli recava, coi suoi turbamenti, anche le sue leggiadre visioni. Lo prese un gran bisogno, un gran desiderio d'amare, e, illuso, anch'egli aspettò con ansia chi lo venisse a trovare, perchè ogni volta che si spalancava la porta entrava nella sala qualcuno che s'indovinava dovesse essere o una madre, o una sorella, o un'amante, oppure un amico, e tutti si avvicinavano lesti e sorridenti all'uno o all'altro dei lettucci, disposti in lunga riga, e vi dispensavano e doni e baci e carezze.

Allora ognuno di quegli infelici aveva pure la sua consolazione!… Quintino vedeva la mano del povero ammalato stretta in una mano affettuosa che lo confortava, vedeva delle lacrime, dei sorrisi, udiva delle grida di dolore o di gioia; ma invano aspettò che la porta della sala fosse aperta da un'anima caritatevole che venisse là per lui. Nessuno sapeva chi fosse quel saltimbanco; nessuno lo conosceva, e il suo letto rimaneva solitario, abbandonato, come s'egli fosse uno straniero anche in quella casa del dolore. Allora pensò a sua madre, sformata dalla pellagra e morta dannata in una fossa d'acqua melmosa, imputridita; pensò a suo padre finito miseramente fra gli stenti e i rimorsi in un'isola lontana, invidiò il sorriso di un'amante, la parola cara di un amico, e rimpianse la vita che gli sfuggiva, per tutto ciò che non aveva goduto. Solo!… solo!… sempre solo!… Eppure…. eppure sì, un compagno, un amico lo aveva anche lui! A questo pensiero balzò con un impeto improvviso fuori dalle coperte e venne giù e guardò e cercò sotto il letto…, ma invano! Era solo, solo, abbandonato da tutti!… Allora tornò a scoraggiarsi, a disperare, e trovò più penosa quella solitudine in mezzo al mondo e alla gente di quanto non lo fosse per lui quella delle sue notti di viaggio, quando si trovava smarrito fra le vaste pianure in riva al mare.

Riadagiatosi nel letto, spasimò più forte e gli sembrò che tutte le liete immagini di prima gli si annerissero cupamente d'intorno. Gli si era mossa la fasciatura della larga ferita che aveva alla testa, e ne usciva il sangue a fiotti. Infermieri e medici e suore gli corsero intorno soccorrendolo, ma, in tutti que' volti sconosciuti, egli non seppe più leggere una sola espressione d'affetto.

Intanto la febbre consumava quella misera esistenza destinata a quel lugubre fine.

Il povero disgraziato era vicino al termine dei suoi patimenti e de' suoi dolori…. era vicino a morire…. ma moriva come un delinquente, senza una lacrima, senza un rimpianto, senza un saluto; e quest'ultimo dolore che lo attendeva là dove tutti gli sventurati trovano un conforto, impresse sul suo volto, fra le tracce di tante angosce sofferte, il solco profondo di un'angoscia nuova, indescrivibile, straziante…. ma poi, prima dell'agonia, l'espressione mutò, e a poco a poco si diffuse su quel volto scarno, distrutto, una tenerezza ineffabile…. le sue labbra balbettarono un nome, piegò il capo sul capezzale, e fu sorridendo che chiuse gli occhi per sempre.

In quel momento, dalla strada, egli aveva udito un ululato lungo, triste, disperato….

Era il saluto di Marco Minghetti.


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