I.

c127PARTE SECONDAI.Ida rimase meditabonda in faccia a quella traduzione. Da due mesi viveva con Jela, la quale fedele alla propria promessa di fanciullina era corsa a cercarla nel villaggio. L'aveva trovata col vecchio abito nero oramai diafano, il viso spento dalle sofferenze di ogni sorta. Quindi, saltando a piè pari tutte le scuse e i ritardi, l'aveva condotta seco come un'amica o una maestra, che la perfezionasse negli studii; ma, caso o felice cortesia, non aveva pronunciato quel titolo abborrito, porgendo l'invito con una affettuosità così fresca, che Ida fu doppiamente lieta di accondiscendervi.Il viaggio non fu lungo.Appena giunte al palazzo le due fanciulle si ritirarono nell'appartamento di Jela, e allora, sola in faccia a questa educanda, che aveva appena il senno di un fiore e lo spirito di un frutto, Ida riconquistò sè medesima. Però fu guardinga, e non si lasciò sfuggire nessuna di quelle risposte filosofiche, capaci di arruffare quella testolina di angelo monello. Quindi le raccontò con arte di consumato romanziere la propria sciagura, mostrandole così nudo e gladiatoriamente atteggiato il proprio orgoglio, che Jela ebbequasi rimorso di averle chiesto aiuto per gli studii. Ma Ida sorrise abbracciandola; poi la intrattenne del convento, facendole indovinare tanta esperienza di vita ed insieme tanta facilità d'indulgenza frizzante di spirito, che la contessina ne rimase addirittura entusiasmata.Se non che lasciando la casa, dove le erano morti il padre e la madre, Ida non aveva letteralmente più un soldo. Il suo abito pareva anche più miserabile con quella schizzinosa mondezza; aveva le scarpe scalcagnate, un cappellino lagrimevole sulla testa. La miseria aveva abbracciato quel suo corpo, nato per le orgie di un sultano, come una gramigna lo stelo di un garofano. Jela e Ida se ne accorgevano col medesimo sentimento. Ma la contessina, che le aveva già disposto un appartamentino provvisorio attiguo al proprio, entrandole in camera il mattino seguente e sedendosele sulla sponda del letto, le riparlò di tutti i discorsi della sera coll'amabilità leggermente servile di chi sta per chiedere una grazia. Ma non ne fu niente; parlò ancora d'altro, scherzò, fu bambina, sguaiata come tutti i bambini, tornò seria, tornò servile, e dopo tutto questo armeggio:—Oh! senti Ida, facciamo i conti.L'altra spalancò gli occhi senza rispondere. Ed ella seguitò esponendole il bilancio del proprio spillatico, abbastanza grosso e nullameno troppo tenue per tutti i capricci. L'altro giorno da un orefice avea veduto un diadema brillantato di contessa, una follia di bellezza e di prezzo: Dio! come era carino! Jela aggiungeva sospirando:—Peccato che noi ragazze non possiamo avere nè gioie, nè quattrini. Dunque senti: ci conviene aver giudizio. Il mio appartamento è orribile, papàha poco gusto; andrebbe appena per una nonna. Non v'è che la stanza da letto accomodata dalla povera mamma. È un appartamento serio come Giovanni il cavallerizzo: hai visto le sue basette? Beh! dunque?... ma se non m'aiuti, non ne vengo più a capo,—guaì rabbiosamente con le lagrime agli occhi, gettandosi fra le braccia dell'amica.—Come stavo bene piccina a casa tua; e tu?—No.—No? non vorrai star bene con me? Bel gusto di umiliarmi per farmi piangere. No, siamo intese: tu hai più giudizio di me e mi sgriderai, ma se non hai giudizio, io piango tanto che te lo faccio spuntare.E la fanciulla, superba di averle fatto tutto accettare senza nulla offrirle, si diè a saltare per la camera come una matta, finendo per strapparsi la veste e cacciarsi sotto le lenzuola con Ida.E Ida s'installò nel castello dei conti di Monteno. Jela era tutta un sorriso, occupata nella vita come una bambina ad una festa di ballo, che ammira i fiori ed intasca i confetti. Appena fuori del convento se lo era scordato, quantunque ne avesse, varcandola, bagnata la soglia di molte lagrime; ma la sua armoniosa natura si conformava a tutti gli ambienti, respirava con eguale facilità in tutte le atmosfere. Era bella perchè era felice, era felice perchè era bella. Le sue idee, lunghe come i suoi capelli del biondo più soave, avevano tutte il colore di viola de' suoi occhi; la sua coscienza aveva la bianca freschezza della sua pelle; era delicata e leggiera. Non aveva sedici anni. Non sapeva nulla, non ambiva nulla, desiderando tutto. Poteva interrogare, ma non era curiosa; conosceva poco, capiva meno, non indovinava affatto.La nota della sua anima era il riso; rideva con tutto, coi dorati riverberi dei capelli, colle iridi inumidite degli occhi, colle labbra rosse, coi denti bianchi. Le parole le cadevano come i fiori del mandorlo, colorandosi al bel sole della sua giovinezza come tante bolle di sapone, che si sciolgono senza scoppio nè traccia. Le sue mani si tendevano involontariamente per fare una carezza, appena si presentasse qualcuno a riceverla, con una delicatezza di puerilità bionda, di follia profumata. Era bella come un'apparizione, ed infatti appariva allora nella vita, di quella bellezza che non ha nome nè durata, che non significa nulla e ricorda tutto, i desiderii più puri, le fantasie più liete, le insulsaggini più perfette; capolavoro di una doppia giovinezza di corpo e di spirito, bellezza di una natura assurda, che ha spogliato la donna e la fanciulla per creare la giovinetta. Era come una camelia che avesse ceduto a un diamante la spenta morbidezza del proprio candore, un diamante che avesse ceduto a una camelia la propria soavità di gemma.Jela non poteva essere amata e non poteva amare, ma attirava e sentivasi attirata. Se i fiori si movessero liberamente, pochi vorrebbero restare nel loro vaso di terra concimata, e li vedremmo al pari di noi cercare i siti più espressivi. Molte rose si poserebbero a fiorire sul seno di una donna, più di una viola malinconica andrebbe ad insinuarsi fra la tastiera di un pianoforte, per apprendere forse dalla musica il secreto della propria malinconia. Così Jela andava verso tutti, amava tutti, Dio e il mondo, il passato, il presente e l'avvenire, di un uguale affetto. Adorava suo padre, adorava la mamma senza ricordarsela, adorava la vecchia cameriera, adorava lacagnina, il canarino, il suo abito cilestro, la veste da camera bianca, le pantofole turche, la fanciulletta giapponese in avorio, un regalo dello zio, e tutti l'amavano, perfino i domestici. Era un giocattolo di tutti, che apparteneva a tutti, dal palafreniere che le insegnava equitazione al calzolaio che le misurava ammirando i minimi piedini. Non potendo dormire col canarino, dormiva con Nelly la piccola danese; ma fra tutti questi affetti, susurranti come un cespo di erba odorosa e poco più alti, uno solo sorgeva dominando, l'amore per Ida. Si conoscevano da bambine, e sino da allora la piccola rosea scherzava nelle braccia dell'altra, seria, cogli occhioni spalancati e i moti imperiosi. Una glicine abbarbicata ad una quercia. Gli anni erano trascorsi, ma le due donnine erano ancora nello stesso atteggiamento.Quindi trascorrendo insieme tutta la giornata in incessante chiacchierio, Jela non impegnava mai una questione, non poneva un problema, o se presentavasi da sè, Ida ne dava indifferentemente la soluzione, senza premesse nè conseguenze, là, come uno scoppio di tromba in un preludio di violini. Jela accettava, guardava l'amica tirando innanzi. Ma tutte quelle risposte alteravano la flora della sua testolina, mentre la sua coscienza, che dovea pure fortificarsi, si assimilava lo spirito della sorella di latte.Jela imitava inconsciamente Ida perfino nella frase e nel gesto; adorabile scimmia, più donna della donna che copiava, appendice brillante di un libro poderoso.Ella non si era mai chiesta come Ida fosse povera: Ida avrebbe potuto mai esserlo anche essendolo?! E nemmeno come stesse nel suo palazzo senza farparte della famiglia nè dei famigliari, se vi resterebbe sempre, perchè spendesse il suo denaro non avendo il suo nome, donde venisse e dove andrebbe un giorno a finire, poichè Jela sapeva finalmente che ella stessa non sarebbe sempre una ragazzina. Che cosa il mondo diceva già di questa amicizia? Anzi una volta la vecchia cameriera, adesso più vecchia e golosa della affezione della padroncina, avendo voluto arrischiare qualche osservazione, Jela si era vezzosamente inferocita.—Ida,—aveva esclamato,—è Ida.Non ne sapeva oltre.Ma se la serietà pensosa dell'altra non le avesse imposto, chissà che cosa quella pazzerella non avrebbe detto o fatto, perchè in questa sua passione composta di minuzie e di grandezze Ida era tutto per lei, la madre morta, il padre vivo, le amiche del convento, la suora prediletta, l'amante incognito ed ancora lontano lontano, il mondo con tutti i suoi misteri, la vita con tutte le sue febbri, la poesia con tutti i suoi splendori, la musica con tutte le sue soavità. Ida ascoltava, gettava il raggio del pensiero dove l'altra vibrava appena il filo luminoso della sua pupilla, alzava il velo cui ella toccava incertamente: le riempiva tutti i vani del cuore, le occupava tutti gli spazi della vita, era la parola di tutte le sue idee mute, l'eco di tutte le sue voci indistinte, l'anima del suo spirito, l'artista del suo corpo.Jela era troppo bella per non essere civetta, ma era troppo giovane per saperlo essere, quindi scappava dalle mani della cameriera appena compiuta la toeletta, come Cosimo il canarino dalla gabbia aperta, e correva dalla maestra (questa volta Ida aveva accettato il titolo) a farsi vedere. Allora eraun esame minuzioso e profondo: le stoffe e i colori, le trine e le frappe, le foggie ed i tagli, i nastri e le pieghe, armonie ed antinomie, sfumature e risalti, audacie e timidezze, tutto era discusso. Da ogni particolare esalavano profumi, su ogni curva strisciava un appetito, in ogni ondulazione palpitava una scoperta. Jela afferrava: la bellezza aveva un avvenire, ogni bellezza uno scopo. Quindi le pareva che le pieghe le penetrassero come nelle carni e le rivelazioni le salissero lambendo i piedi per la tenebrosa bianchezza delle sottane, mentre Ida le girava intorno parlandole colla sua voce più velata, quasi nella solennità di un mistero, creandola improvvisamente donna fra un'umida nebbia di caldezze. Allora la fanciulla si ricordava tutti i riserbi delle suore e le allusioni delle cameriere; si sentiva le palpitazioni della voluttà nella testa e giù nel cuore le vertigini dell'ignoto, ancora più ignoto dopo averlo immaginato. L'ignoto era l'uomo.Ma tali conversazioni non erano se non parole, che erravano intorno a quell'arcano come un nuvolo di farfalle intorno ad un arbusto fiorito. Il riso vibrava sonoro e si spegneva di un tratto; v'era una lotta di ombre e di bagliori, di modestie e d'impudenze, poi Jela ritornava bambina ai discorsi insignificanti, alle divagazioni semplicemente birichine, senza una memoria di quanto aveva imparato e le sonnecchiava nell'animo.Le due fanciulle non si lasciavano.La mattina si correvano subito incontro, ciarlavano, si vestivano; ma Ida, che non aveva voluto cameriera, seguitava a vestirsi sempre in nero, adattandosi gli abiti da per sè. Indi facevano colazione, poi ritornavano nel loro appartamento, e Jela leinsegnava il pianoforte, nel quale era abilissima delle dita come tutte le sue pari. Ida imparava con una rapidità spaventevole. Quindi scendevano nel cortile delle scuderie, dove un vecchio palafreniere le metteva a cavallo, vestite di una lunga amazone nera, in capo un bonnettino capriccioso inventato da Ida, gli stivali lucidi al piede, il frustino col manico d'oro o di agata in mano. Jela aveva paura, Ida era temeraria. Invano il cavallerizzo voleva rattenerla, quando partiva troppo spesso di galoppo sfrenato, più invano una volta avea voluto spaventarla gridandole:—Se non si ferma, le farò saltare la barriera.Ida col viso animato dalla corsa aveva gettato un urlo di gioia.Si dovette per forza portare la barriera: mentre il maestro si raccomandava, Jela rideva senza sapere il perchè, e Ida tormentava ferocemente il cavallo.Galoppò in giro, evitò l'ostacolo per due volte, tanto che il maestro e Jela non respiravano, ma alla terza storse Febo, lo lanciò dritto, dandogli la strappata così presto che le gambe anteriori gli percossero nei travicelli, la barriera si rovesciò ed ella sbalzò lungi quattro passi rattrappita sulle ginocchia.—Ah!—gridò, rizzandosi prontamente e riafferrando le briglie.Jela era pallida come un cencio.L'altra volle rimontare, volle saltare e saltò. Il conte, che sopravvenne a quel punto, le battè le mani, Ida si volse salutandolo del frustino con una civetteria da circo equestre, e fece spiccare due altri balzi al cavallo.—Siete ben forte,—le disse il conte avvicinandosia guardarla seduta coi fianchi classicamente evidenti.—Eppure Giovanni mi complimenta sempre sulla mia mano leggiera.—Per reggere i cavalli la mano più sicura è la mano leggiera.—Come cogli uomini.Il conte raccolse il frizzo.—Avete saltato la barriera alla prima prova?—Alla seconda. La prima volta sono caduta.—Male,—rispose il conte, frenando sulle labbra una risposta meno castigata, perchè Jela ascoltava, ma che Ida indovinò benissimo.—Sono caduta in piedi,—ribattè sul medesimo tono.Il conte tornò a guardarla negli occhi, parlando d'altro.Del resto la vita al castello di Valdiffusa era così noiosa, che Ida si pentiva sovente di averla raccomandata a Jela, sulla proposta del padre, nei primi mesi di mondo, per eludere l'incomodo di tutte le visite e prepararsi meglio all'inverno venturo. Allora erano nel mese di aprile.Il castello, come lo chiamavano, grosso palazzo di stile cittadino, coi pilastri al portone ed un giardino nel cortile, sorgeva da un largo prato cinto di siepi tosate, ai piedi di un colle, sul quale la sua massa biancastra spiccava pesantemente. Vi si accedeva per un'enorme cancellata di ferro a sei battenti, separata da colonne di pietra culminate da una cimasa di granito, meno le due di mezzo abitate da due leoni, i quali nell'inverno riparavano entro un casotto di legno per eccellenti ragioni d'igiene della pelle. La gente non passava mai senza guardarlicon ammirazione, e li chiamava i leoni del signor conte. Erano lo spauracchio di tutti i bambini e una fola per tutte le mamme. Un viale fiancheggiato di oleandri e di limoni, alto su basamenti di pietra, sboccava nel prato dirimpetto al portone, sormontato da una ringhiera a fiori, sui quali o per l'acqua o pel sole si poteva abbassare una tenda bianca, filettata di turchino. Alla facciata, e non v'era altro di ornato, colle finestre incorniciate e divise da magre colonne prese nel muro, cogli abbaini dei solai rotondi e tagliati a croce, il palazzo si sarebbe detto quadro; ma i suoi fianchi si prolungavano nudi, forati da una infinità di vani sino ad un altro muro, che chiudeva il cortile della cavallerizza, colle scuderie, le rimesse e gli alloggi dei servitori.Dinanzi al castello il prato si rompeva in aiuole incassate da tegole rosse e turchine, piene di fiori e di pianticelle puntute e rotonde, dominate dal getto pretensioso di una fontana, nella cui vasca i soliti pesci variopinti aspettavano dopo pranzo le briciole di Jela di qualche visitatore impacciato del villaggio vicino. Ed erano un'altra meraviglia della villa, quei pesci che ricomparivano sempre come nei paragoni lirici della Bibbia.Quest'ultima osservazione era del curato.Il castello si alzava bianco, verniciato, fra quei monti bruni di boschetti cedui e di marroneti, pei quali si scorgevano a quando a quando le case verdognole coi tetti a lastre di fiume. Il paesaggio era ampio e severo. Anche nel mezzogiorno, quando il cielo era terso come uno specchio e il sole fulgente come solamente un sole può fulgere, la vallata non si facea mai allegra. Pochi campi si adagiavano sulla riva sinistra del fiume, le querceasserragliavano i campi, attorno alle querce, oltre le querce salivano i querciuoli, qualche pino, qualche elce, e lungi castagneti. Una frana gettava fra quel bruno il sorriso biancastro del suo galestro, remota remota una vetta si colorava di scialbo azzurro sopra i monti terrigni. Era il regno dei querciuoli denso ed oppressore, nel quale sembrava che le altre erbe ed i fiori non avessero mai potuto penetrare e l'uomo stesso vi fosse rifuggito. Molti armenti vi pascolavano invisibili nel fogliame, non si discernevano strade. La maggiore, la sola veramente degna di questo nome, lambiva il castello, allargandosi devotamente per buon tratto nel passargli davanti, e conduceva al villaggio nascosto dalle svolte, lontano circa tre miglia.Per essa non transitavano che carbonai, o nell'autunno i carrettieri trasportando i marroni, la prima se non l'unica ricchezza del paese. Tutte le birocce dipinte di rosso avevano la sonagliera; i carbonai, radi conquistatori di quel regno dei querciuoli, erano ancora più neri e più foschi.Ma fra quei monti troppo uniformi e quel castello troppo cittadino sorgeva un bosco di elci. Lo si vedeva dal portone, dietro il cortile, aprirsi in un immenso stradone a volta, coi forti rami intrecciati, sotto nudi di foglie. E la sua volta, capace come la navata di un tempio, si allungava mano mano più scura, abbassandosi senza cadere, così che lo stradone parea finire in un antro, e non finiva, e nelle sue ombre il pensiero si ombrava esso pure. Ma lungo l'enorme viale altri se ne staccavano, a portico, come larghe fessure per le quali rideva il cielo e l'anima si alzava un momento. I viali serpeggiavano senza scopo o disegno apparente, avvicinandosi, allontanandosi,incrociandosi come in un labirinto, moltiplicando il bosco con tutti i loro giri e le prospettive imprevedute, i gruppi bizzarri, le vacuità misteriose. Qua e là, fra due alberi, due arbusti improvvisavano una nicchia o una capanna; un sasso su due sassi apprestava un sedile, il suolo oppresso dall'ombra era bruno, nudo, e la poca erba distesavi pareva come calpestata da un piede invisibile. Dagli alberi rampollavano altri alberi, cespugli gigantescamente snaturati, ai quali l'edera si mesceva insinuando per tutti i fori, lungo i forti steli e i tronchi nodosi, su per le forcate muschiose sino alle cime arruffate, i suoi capelli famelici, piovra del bosco, parassita prudente, che non uccide quasi mai per non morire essa medesima. Ma l'edera sempre verde anneriva le bacche solo quando la neve pretendeva di tutto imbiancare. Quindi i viali, ondulando per la pianura, sembravano accerchiare il castello quasi fino sulla strada, o salivano le prime falde del monte assottigliandosi. Il viale diventava viottolo, il viottolo sentiero; le foglie morte lo ingombravano, i cespugli lo attraversavano violentemente coi rami interrompendolo tratto tratto, finchè più in alto, l'erta diventando più erta, il sentiero si stancava. Talvolta però più fortunato o più forte montava ancora, torcendosi a tutti i capricci delle macchiette, infilandosi per tutte le screpolature, sparendo tratto tratto sotto la pelle verde del muschio o spezzandosi in scalini, finchè toccava l'orlo scapigliato d'un largo spazio.Allora la vista si abbassava sui boschi cedui, sull'altro più profondo, sul palazzo bianco, urtandosi alla ripa opposta del fiume e ripiegandosi per tutta la vallata lunga e stretta, sino alle elci dense comeun prato, sotto al quale s'indovinava una vacuità piena di mistero, un silenzio avvolto nell'ombra, una moltitudine di ombre susurranti nel silenzio. Lo sguardo vi si sommergeva col pensiero come dentro un'incognita foresta sottomarina. I viali tendevano tuttavia le loro volte, le gramigne si stiravano nocchiolute ai piedi degli alberi, i rami secchi ingombravano qua e là il terreno, l'edera infittiva la oscurità e intristiva la cupezza, i viali erano muti come gli alberi. Quello era il bosco delle elci e del sonno, che il giorno non poteva interrompere, ma cui gli uccelli giungevano forse a far sorridere i sogni colla nota perlata del loro cinguettìo; un bosco invecchiato nell'ozio di un'inutile vegetazione, nel quale il vento non entrava più del sole, e la luna filtrava appena qualche fantasia notturna. Il sudore viscoso dell'umidità vi gocciolava a tutti i tronchi, mentre la terra arenosa strideva sempre ad ogni più piccola pressione, e gli uccelli folleggianti per quella solitudine di vegetazione, la popolavano di amori spensierati e canori.Quel bosco era la passione di Ida, che vi si obliava lunghe ore.Sempre alzata per tempo, faceva toeletta e si andava a chiudere in biblioteca, finchè Jela non venisse a distorla per gli ordinarii sollazzi. Allora traduceva l'Ahasverodi Hamerling, coll'ardore di altre volte, poichè quella vita signorile, veduta dappresso, le aveva già smentiti tutti i lunghi sogni. Il conte era gentile ma nullo, Jela carina ma nulla, il castello comodo ma nullo; il suo lusso era senza raffinatezza come la campagna d'intorno senza varietà.Però della vita intima del castello, tranne il contatto delle due cameriere e di Giovanni il cavallerizzo,esse non sapevano altro. La vecchia faceva con loro da governante, ma in presenza di Ida non parlava quasi mai, scusandosi astiosamente del non saperlo fare: del che Jela la derideva contraffacendola e colmandola di carezze. Del resto volendole tiranneggiare finiva sempre coll'ubbidirle o per l'amore di Jela o per l'abilità di Ida.In principio, la sera o la mattina presto, uscivano per lunghe trottate colla Nencia e Giovanni, poi Ida era riuscita a sopprimere la vecchia, a mutare il calesse in unphaeton, che guidava ella stessa sotto la sorveglianza di Giovanni, il quale avrebbe voluto insegnare inutilmente anche a Jela. Ida aveva un occhio e una mano da cocchiere inglese con una temerità da americano. Poi le trottate le annoiarono: l'ultima fu a tiro a quattro, una scommessa di Ida col conte, che ella vinse a stento, ma vinse. Quindi vennero le passeggiate a cavallo, che non finirono più, solamente si fecero più rade; qualche volta, a grande scandalo della Nencia, Ida osava uscire sola senza staffiere. A Jela non lo avrebbero permesso.Ma le giornate erano lunghe. Jela si rifaceva sui romanzi della mamma di vent'anni fa, Ida studiando finchè suonasse l'ora solenne del pranzo, servito da domestici sempre gallonati, con un lusso principesco e una raffinatezza degna di Brillat Savarin. La sera arrivava il curato per la partita a scopa o al bigliardo. Ida vi si rifiutava quasi sempre, Jela potendolo, e divertendosi un quarto d'ora coll'invariabile imbarazzo del prete. Ma la partita restava spesso a mezzo, il conte parlava di campagna, d'insulsaggini dette le mille volte e che l'altro accettava sempre come nuove, rispondendovi alla sua maniera, cosìche il conte sapeva già prima la risposta. Una volta Jela glielo disse.—È un imbecille,—le rispose col suo tono abituale d'indifferenza.—Però i contadini lo credono un grand'uomo!—Forse ciò è conciliabile.—Perchè no?—interloquì Ida, soffiando col suo sarcasmo su quella leggera ironia;—la più goffa delle imbecillità è forse nell'essere un grand'uomo.Ma le due giovinette si annoiavano: una smania latente cominciava ad irritarle di essere così fuori del mondo ancora per molti mesi, senza udirne nemmeno gli echi e vederne di notte i fuochi lontani. Jela pensava alle feste, alle toelette da teatro o da ballo, alle passeggiate tra la folla; e a certi momenti le pareva di mancare di tutto.Entro quell'enorme cornice di verdura, che a forza di riposare la vista la stancava, e quella calma greve come un'afa, il castello diventava più noioso. Dal mattino si aprivano porte e finestre; il conte o partiva per la caccia o si chiudeva nel proprio appartamento al pian terreno; la famiglia non si riuniva se non la sera. Quegli appartamenti così vasti, aereati, colle tappezzerie non meno lucide dei mobili e le dorature ancora fresche, parevano non aver mai appartenuto ad alcuno, siccome negli alberghi, dei quali aveano il lusso impersonale senza la vita tumultuosa del continuo sgombero. Tutte le tende armonizzavano colle pareti, tutti i mobili fra loro e tutti i saloni. Il conte occupava il pian terreno, Jela e Ida due quartierini in una specie di casetta interna agglomerata nel palazzo. Il piano nobile, un rettangolo di saloni infilati, era vuoto dal giorno che la contessa, accortasi di essere mortalmente ammalata,l'avea finita colle feste e coi ricevimenti. Ma dopo la sua morte la Nencia ne aveva assunta specialmente la cura. Quindi nessuna mano vi aveva più turbato l'ordine minuzioso e la regolarità implacabile. Nessun sopramobile si era mosso, nessuna poltrona aveva scivolato sulle ruote, nessuna piega di cortinaggio si era distesa. Le candele dei lampadari, aspettando da vent'anni di essere accese, si erano annerite, il tempo aveva fermato sui caminetti di marmo tutte le pendole dorate. Quegli appartamenti deserti non servivano più che ai vecchi ritratti, immobili nelle pose convenzionali, imbruniti dagli anni in fondo alle loro ombre rapprese.Dalle larghe finestre la campagna entrava confondendo l'inerte ampiezza del paesaggio alla vuota ampiezza delle stanze, nelle quali la luce sembrava perdere anch'essa la rutilante giovinezza, come la vita vi avea perduto la confusione e la sonorità.E a poco a poco il pensiero subiva quella smorta influenza. Una noia di luogo abbandonato si addensava in tutto l'ambiente cadendo sull'anima delle fanciulle, coprendovi come sotto uno strato di polvere tutti i floridi desiderii e le bionde passioni. Ma era così lieve che non l'avvertivano, se non quando era già troppo alta.Jela fuggiva quasi subito, Ida tentava di resistere, cacciandosi attraverso le ruine dei suoi mille mondi, sempre frantumati nel secondo momento della loro creazione: poi le fanciulle si trovavano giù nelle stanze abitate, e la conversazione del conte col curato ricadeva loro addosso come una polvere più grossa e più disgustosa.—Come mai papà non si annoia?—Mia cara, dovresti domandarglielo: è un problema,di cui la soluzione può interessarci seriamente.—Non mi risponderebbe: dimmelo tu.—Chiedilo piuttosto al curato. Egli ti dirà che la noia del mondo è l'eco della voce di Dio, che ci chiama dal paradiso.—E papà?—Forse è sordo.—Ma io mi annoio,—gridò Jela ridendo:—e tu?Ida s'alzò, e pigliandola per mano la condusse alla finestra. La notte era scura; grosse nuvole aspettavano nel cielo.—Credi che quelle nuvole si annoino?—Chissà! che cosa fanno lassù? si annoieranno anch'esse.—Avrebbero torto, perchè hanno la tempesta nel seno.c2143II.Una mattina Jela corse mezzo spettinata nella camera della sorella, non la trovò; era nella biblioteca.—Indovina,—esclamò subito, spingendo il grosso portone colla spalla.—Stasera arriva lo zio col conte Alidosi: me lo ha detto ora la Nencia,—e si fermò come soffocata dall'emozione.—Ho indovinato,—rispose Ida pensierosa.L'altra pure si fe' grave.—Lo vedremo.—L'ho già veduto,—disse a precipizio, togliendosi di saccoccia una fotografia, e porgendogliela e ritirandogliela col vezzo dei bambini.—È bello?!—I ritratti mentono più degli originali.Ma con grande meraviglia di Jela, sfuggita di sotto il pettine della cameriera per confidare tosto alla sorella l'enorme segreto, la conversazione cadde. Ida guardò le pagine del libro, la fanciulla non seppe più che cosa dire. Fece una smorfia.—Lo vedremo,—riprese Ida con accento quasi annoiato.—E mi dirai poi che cosa ne pensi?—Senza dubbio.Quella mattina al castello ci fu moto specialmente del cuoco e della Nencia. Il conte provò alcuni cavalli nel cortile della cavallerizza, e, ricordandosi improvvisamente del salto di Ida alla barriera, si sentì come il bisogno di parlarle. Sapeva di trovarla in biblioteca.—Studiate davvero come una maestra,—le disse colla sua gentilezza un po' stordita.Ella ebbe un sussulto, ma non trovò risposta.—Sarebbe indiscrezione domandarvi il titolo del libro?—Un libro antico: Leone Ebreo,Filosofia dell'amore.—Lo studiate per voi?—Per me!—rispose con un gesto di elegante pessimismo,—per Jela.Il conte, che conobbe il proprio secreto già propalato, se ne imbarazzò; poi gli balenò nella mente la posizione della fanciulla dopo il probabile matrimonio di Jela, ed osservandole le gote allividite dall'ombra di quelle due grandi pupille nere, n'ebbe quasi pietà. Conosceva già le sue stravaganti superbie di maestra, e vi si interessava a quando a quando come ad uno dei pochi romanzi letti nella vita.La biblioteca, uno stanzone oblungo, colle paretinascoste fino al cornicione della volta dagli scaffali e due grandi finestre, che la riempivano di una luce taciturna, aveva una specie di nudità conventuale polverosa e severa. Le finestre alte, riparate da tende scolorate dal sole e striate dalle pioggie, non lasciavano vedere della scena ebraica dipinta nella volta se non qualche vistosità di abiti dietro il profilo sfuggente di una palma. Una umidità di sotterraneo appannava i lastroni quadrati del pavimento, ed annerendo gli scaffali di quercia, cogli sportelli a rete di filo di ferro, agghiacciava ancora quello stanzone, nel quale la vita del pensiero sembrava non essere entrata che per morirvi mutamente. Alcuni busti di filosofi, affondati dietro le cimase degli scaffali, gettavano tratto tratto bianchi bagliori di teschi, mentre una vecchia lucerna in fondo, sopra al tavolo di Ida, spenta chissà da quanti anni, sembrava accrescere ancora quell'ombra. Il conte, che non vi entrava quasi mai, si guardò attorno.—Osservi,—gli disse la fanciulla, vedendo il suo sguardo fermarsi sul Cristo gigantesco, inchiodato sulla porta dominando quel cimitero di pensieri con la propria figura cadaverica.Il conte si rivolse invece a guardare lei, e fu colpito dalla strana rassomiglianza di quei due pallori, ai quali il nero della croce e il nero dell'abito davano un funebre risalto.—Osservi,—ella ripetè dopo una pausa, con accento velato:—quel Cristo non ha la corona di spine.—Gli sarà forse caduta.—Nella biblioteca... e qualcuno l'avrà raccolta. Ma la fanciulla, evidentemente pentita della malinconiadelle proprie parole, gli lanciò un sorriso vivace, riconducendo il discorso su Jela e i cavalli provati la mattina. Era forse la prima volta che il conte si trovasse in colloquio così libero e stretto con lei, dopo averla concessa a Jela come la distrazione più adatta appena fuori del convento e prevedendo bene che un giorno o l'altro se ne sarebbe stancata. Solamente, nella sua generosità di gran signore, egli si riserbava di fornire alla maestra un collocamento o una dote per pagarle così l'ultimo debito della educazione di Jela. E poichè nell'andare a riprenderla con Jela al villaggio, si era ingannato immaginandola di costumi e di apparenza volgari, dopo non aveva più analizzato il proprio disinganno su quella grande fanciulla dal portamento altero e dalla conversazione di una mobilità così intelligente. Invece vi si compiaceva inconsciamente, perchè le armonie si avvertono meno quanto sono più perfette.Ma a volta a volta gli occhi gli si posavano sul bel corpo della fanciulla, che pareva offrirgli nel sorriso di una parola la chiave di una rivelazione. Allora un desiderio alzava la testa fra molti dubbi, agitandosi in un guizzo di fiamma; ma la fanciulla aveva già abbassato gli occhi parlando ingenuamente con Jela, e il desiderio del conte si riaddormiva come uno svegliato innanzi tempo o per errore. Egli era un gentiluomo di modi squisiti, profondamente convinto della propria nobiltà, troppo ricco per avere mai lavorato, e troppo corto d'ingegno per essersi mai annoiato nell'ozio. Un tempo aveva amato le cacce e i cavalli, ma col cadere della gioventù anche queste passioni se ne erano andate, lasciandolo in una calma d'inerzia, che aveva come la voluttà di un riposo e gli dava nel mondo la superiorità diun uomo molto addentro nella vita. Allora non amava più nulla e non si ricordava d'altro.Da qualche anno si ritirava lunghi tratti in campagna fra quei monti pieni di selvaggina, vivendovi da solo una vita da gran signore. Di donne vi si occupava più poco, come di lepri alle quali somigliavano fin troppo nella timidezza selvatica e nell'agro del sapore.Possedeva quattro belle tenute e una figlia ancora più bella: aveva poco oltre quarant'anni, era solo, eppure non molto tenero di quella bambina, capolavoro della sua gioventù, più incantevole della mamma, perchè più sana e con altrettanta delicatezza. Gli piaceva, l'amava, le dava in dote le due più belle tenute, qualche cosa come due milioni, le permetteva qualunque capriccio, non l'aveva mai sgridata e non la sgriderebbe; era contento insomma di vederla bella e felice e che la fortuna le stendesse lungo la strada della vita i morbidi tappeti della ricchezza, ma non si chinava mai a respirare il profumo di quel fiorellino o a percuotere quella piccola anima, adorabile appunto perchè piccola, per trarne un suono, che fosse l'eco dei suoni della sua anima di uomo e di padre.Era uno di quei fortunati, pei quali la vita non ha problemi, e ai quali una salute di ferro metallizzando l'egoismo, non si può dire che siano cattivi, perchè non possono nemmeno esser buoni. La robustezza della sua costituzione lo aveva salvato dalla cancrena de' vizi, l'abitudine della caccia e della vita campestre lo preservava dalle morbosità vanitose delle piccole cariche. Gran signore, che sentiva parlare volentieri del medio evo, coll'istinto della prepotenza impedito dalla indolenza del carattere,aveva una muta ed educata ironia per le manìe progressiste e le borie democratiche del proprio tempo. Non era nè religioso nè empio, o più italiano che straniero; accettava egualmente la repubblica e la monarchia, ma era ancora un gran signore, nel quale la grandezza, diventata natura, pareva semplice e l'ozio meritato da servigi inconoscibili. E Jela, gracile pianta alimentata dal succo della madre sul terreno paterno, ne risentiva l'aridezza, affrettandosi ad esaurire tutta la propria vitalità in una festa mattinale di bottoni e di fiori.Ida, che avendo compreso subito il conte non vi aveva fatto nessun calcolo, al vederlo entrare in biblioteca ne fu piuttosto meravigliata.Il conte era sempre in piedi, colle mani appoggiate al tavolone, gustando la buona impressione, che gli faceva la maestra quel mattino, abbandonata sopra un braccio della vecchia poltrona di cuoio a spalliera dritta, alta come una cattedra.—Come potete mai passare tante ore in questo tetro camerone, sempre sola?—Forse che in due sarebbe più facile?—Forse.—Allora provi. Jela avrà troppo da fare colla toeletta e non verrà a cercarmi che fra due ore.—Non sono uomo di studio,—replicò col suo tono leggiero, cercando cogli occhi una seggiola.—Piccolo guaio! in due non studiano che i ragazzi preparandosi all'esame.—Ma è dunque un invito!—A che cosa, signor conte?—ribattè con un sorriso così fine, che egli comprese d'aver a fronte una donna, contro la quale le sorprese non erano possibili, e colla quale la commedia avrebbe dovutoessere di una grande perfezione. Si fermò, poi avvolgendola in un'occhiata di gentiluomo uso a comprare le donne e i cavalli, la squadrò, l'ammirò e ridivenne l'uomo amabile del salone, che ha sempre una spiegazione per ogni audacia e una ritirata per ogni sconfitta.—È un invito per una trottata. Mentre Jela aspetta, noi che non abbiamo nulla d'aspettare andremo loro incontro. Oggi è una stupenda giornata.—Ma così interromperò laFilosofia dell'amore.—Sarà forse meglio per entrambi...—e fece sorridendo una sospensione,—che non possono andare uniti.Ida si levò accettando l'invito con atto grazioso ed uscì dalla biblioteca, mentre il conte scendeva lo scalone agitando il frustino in una maniera, che per lui indicava molto buon umore. Fe' sellare il suo cavallo favorito, bel sauro dalle forme pesanti ma di una rara eleganza, gli mutò egli stesso la testiera di cuoio in un'altra di seta, costume mezzo orientale e mezzo di fantasia, esaminò coll'occhio dell'intelligente la bardatura di Febo, ed attese la fanciulla nel mezzo del cortile schioccando il frustone, intanto che i cavalli saltavano come per strapparsi alle mani degli stallieri.—Febo!—esclamò Ida arrivando colla lunga veste sul braccio, che le si vedevano gli stivali di pelle lucida. Il cavallo si volse nitrendo.Il conte gettò il frustone e le si appressò.—Febo, Febo!—ripeteva la fanciulla, accarezzando il collo del vivace animale:—Ha lo stesso nome ed è bello come il sole.—Avete dunque una vera passione per i cavalli?—Anche.Il conte piegò un ginocchio; ella si lasciò prendere con tale atto di sapiente civetteria, che persino gli stallieri se ne accorsero. Quindi egli la sollevò fra le braccia, lambendole quasi colla fronte il seno sotto al suo viso pallido, che lo dominava con una moina inimitabile, dall'alto, senza una preoccupazione del cavallo.—Ida!—s'intese chiamare Jela da una finestra del primo piano:—senza dire nulla... mi rubi papà.Questo scherzo innocente capitava così a proposito, che il conte sentì dietro le spalle fremere gli stallieri. Si slanciò sul suo sauro.—Ida!—tornò a chiamare la fanciulla più forte, mentre l'altra si era voltata a vedere il conte inforcare il proprio cavallo impennatosi appena libero dal cocchiere. Vi fu una lotta, ma il conte perfetto cavallerizzo la vinse e, spingendosi innanzi ad Ida con tre salti, fe' un cenno alla figlia. Ida gli cacciò dietro Febo di un balzo temerario, e salutò Jela col frustino.All'uscire dal portone i due cavalli già quieti caracollavano col collo arcuato e il passo sospeso. Il conte era fermo in sella come una statua, Ida invece acconsentiva ad ogni moto di Febo colla più graziosa morbidezza di flessioni.—Cavalca pur bene!—esclamò Jela dalla finestra.Ma la vecchia cameriera, che la spiava accigliata, mormorò:—Gli vanno incontro... anche lei!—Davvero!—gridò Jela tornando a guardarli, che erano già sulla cancellata. Il conte si ritraeva per lasciarla passare, e Ida innanzi gli si rivolgeva scherzando col frustino nel fiocco nero sulla fronte del suo sauro, con uno scorcio, che anche da lontano era di una audace bellezza.—Civetta!—balbettò la Nencia, togliendosi dalla finestra.Jela rimase impensierita.Dopo circa due ore una elegantevictoriaentrava con un forte tintinnìo di sonagli il gran cancello del palazzo, seguita da Ida e dal conte sui cavalli bianchi di schiuma. Tutti i servitori erano accorsi, ma il duca, gettandosi prestamente dal predellino, volle aiutare la fanciulla a discendere, e le offerse il braccio per lo scalone.In cima Jela, che fingeva di accorrere incontro al padre, si fermò percossa sulla soglia del proprio appartamento.—Jela!—esclamò gaiamente il vecchio duca, chiamandola con un gesto:—sei proprio decisa a non darmi più un bacio?La fanciulla, che aveva già guardato il conte Alidosi, rossa come una rosa corse allo zio per nascondergli il proprio turbamento sul petto. Egli le cinse col braccio libero la testa e, sfiorandogliela colle labbra, le presentò l'amico, così quasi nascosto, mentre ella tentava un piccolo inchino comico abbassando gli occhi. Poi entrarono nel salone. Allora il duca scherzò con Jela, disse qualche amabilità a Ida, intanto che il conte Alidosi s'insinuava elegantemente nella conversazione, mescendo la propria voce quasi femminile al concerto di quelle due voci tremule ed armoniose. Ma nonostante l'abilità degli attori la scena languiva, Jela non trovava più che dei monosillabi, l'altro con tutta l'apparenza di un giovane perfettamente alla moda, poco uso a simili convegni, perdeva la prima spigliatezza.—È un tipo dunque?—rispondeva il duca al conte, sbirciando Ida.—Mi pare interessante. E tu?—seguì con fatuo sorriso di corruttela.Il conte Alberto alzò le spalle.—Troppo difficile...—Bah!E il duca si appressò galantemente per ripeterle un complimento sulla sua abilità di cavallerizza e il buon gusto della sua amazone.—Ida veste sempre di nero,—disse Jela, che si sentiva opprimere dal silenzio del bel forastiere.—Come Mazzini,—questi interloquì ironicamente, alludendo alla morte recentissima del grande rivoluzionario.—Mazzini portava il lutto della patria, che non aveva,—ribattè Jela.—E che poi creò?—seguì il duca sul tono dell'Alidosi.—Forse no, perchè vestì di nero fino alla morte. Il conte Alberto, fiutando una lotta, si era avvicinato, ma a questa risposta più scettica delle loro domande sorrise. Poi Jela dovette mettersi al piano con dietro il conte Enrico, che le voltava le pagine, chinandosele tratto tratto a guardarla sulla fronte con un garbo più cortese che galante, mentre ella tanto sicura delle proprie dita se le sentiva tremare sui tasti e le note le svolazzavano intorno alle orecchie come tanti frantumi di un secreto spezzato.—Non è forse un bel gruppo?—rispondeva Ida al duca, che le domandava perchè li guardasse tanto. Ma in quel punto Jela agli estremi chiamò Ida, perchè suonasse ella pure, denunciandola allo zio come una principiante portentosa.—Una volta era anch'io un principiante mostruoso, per fortuna sono rimasto sempre tale.—Allora suoneremo un pezzo a quattro mani.—Così le mani possono sbagliare più facilmente.—Gli è per questo che il signor duca ricusa?—Oh!—rispose, offrendole il braccio e sedendosele accanto al piano.—Mettiti laggiù, Jela: certa musica ha bisogno di prospettiva. Che cosa suoniamo, signorina?—Per me è tutt'uno, non so nessun pezzo.—Allora suoniamo senza musica.—Sia.Disposero le dita, poi si guardarono ridendo. Pareva si conoscessero da lungo tempo.—Zio, aspetto,—disse Jela.—Eccomi,—ed alzandosi porse la mano a Ida.—Permettete: oggi si sono incontrati, domani si scontreranno.—Un duello sulla tastiera?—Un duello.—All'ultimo sangue?—Con una donna... val meglio il primo.Ida dissimulò la lubrica impertinenza dello scherzo susurrato a bassa voce e, chinando il capo quasi ad un complimento, mutò discorso. Quella giornata passò rapidamente. Il conte Alberto, che conosceva intimamente l'Alidosi, non fece cerimonie e si ritirò. Lo zio propose una passeggiata pel bosco, la magnificenza della villa. Jela era al braccio di Enrico, Ida a quello del duca, ma intanto che la coppia dei fidanzati s'impacciava ogni tanto nel silenzio, egli già tutto allegro di essere il corruttore di una civettuola, doveva tratto tratto indietreggiare ad una risposta, che gli si accendeva dinanzi come un razzo. Naturalmente il duca parlava di donne, di Parigi, donde arrivava da poco, delle grandi signore, della vita facile; se non che provandosi a trascinare il dialogo troppo in basso, la fanciulla, che aveva ascoltatosino allora ridendo, dava una forte strappata, e risaliva anche più in alto.—È proprio un tipo!—egli ripeteva, colto nel fascino di quella originalità.Ma cicaleggiando Ida l'interrogò a più riprese sul conte Alidosi. Girarono lungamente pel bosco tutto imbalsamato di viole; quindi il duca parlò della Patti a Parigi nella parte di Violetta, laDame aux Camélias; aveva pure conosciuto Dumas in un salone.—Ma Violette non ne ho mai trovato, non ne esistono.—È una fortuna: sarebbero le donne più ridicole della nostra civiltà.—Una donna, che muore d'amore, è ridicola?—Forse, ma l'amore di Margherita era ridicolo con tutti quegli scrupoli sentimentali e quelle timidezze borghesi. Una donna, che muore, non si lascia rapire l'amante. E perchè? per una sorella di lui, che non conosce nemmeno. La passione è egoista come tutti i forti.—Ecco un'opinione singolare.Ida gli gittò un'occhiata di superiorità.—Singolare!—riprese, come tenendo a quell'oggetto di conversazione.—Quali sono dunque le donne forti?—Quelle che si fanno amare.—Non amando?—Fors'anco.—Ed avete detto questo con Jela?—Jela è una bambina.Quindi discorsero del bosco, della vita campestre, del mondo, che Ida non conosceva se non per fantasia, e del quale il duca era un indigeno. Ida ascoltavaa quattro orecchie, sollevando il cortinaggio di ogni parola per scoprirvi sotto un secreto. Si accorgeva della strambezza della loro conversazione, specialmente per lei damigella di compagnia e non già la sorella di Jela agli occhi del mondo; ma esasperata dal lungo attendere della sua vita, si avventava nella battaglia, considerando il duca come un araldo, che il mondo le mandasse colla sfida.Aveva un'urgenza febbrile di torsi la maschera e, aprendo gli scrigni del proprio spirito, gettarne a pugni le perle nel viso della gente. D'altronde Jela non l'abbandonava ella pure? Al braccio di Enrico, leggera, sospesa come una sciarpa, il viso in alto, ella non pensava più certo all'amica, trascinata da quel cavaliere ancora incognito verso il mondo lontano, al quale Ida era condannata a non avvicinarsi mai, e dal quale rivolgendosi a un ricordo improvviso e passeggero Jela avrebbe appena potuto travederla. Questo pensiero l'attristò.—A che pensate?—le disse il duca in francese arrestandosi, mentre ella camminava a testa china.Ida sollevò la fronte e, vedendo i due fidanzati che retrocedevano loro incontro, biondi e leggeri sotto quelle volte massicce di verdura, s'incantò, quasi non avesse udita la domanda. Il suo sguardo, urtandosi in quella coppia, si divise su Jela e sul conte e li sentì entrambi così simili, che dovette indietreggiare per meglio comprenderli; ma la gracile eleganza di Enrico le parve allora come la forza della delicatezza di Jela. Si distinguevano più alle vesti che alla figura, se non che egli, più alto, la dominava colla fronte bianca come quella di Jela. Quindi ricordandosi su nel salone il suo primosguardo frizzante di ironia come un zaffiro di azzurro, vi sentì tutta una fisonomia di perversità adorabile e di stupenda ambiguità.—Pensavo,—fe' scuotendosi,—ad un difficile problema: Jela due ore fa non amava.—Adesso credete che ami?—Sono sicura del fatto, ma non giungo a comprenderlo. Sapreste aiutarmi voi, signor duca, voi che sapete la vita?—V'interessano dunque molto i casi dell'amore?—Molto! curiosità di viaggiatore che domanda, vedendola, il nome di una pianta a lui sconosciuta.Ma il duca, che non si era mai proposto simili quesiti, non potendo trovarne subito la soluzione, ebbe lo spirito di non cercarla.—E così?—gli chiese il conte Alberto, quando furono di ritorno per il pranzo.—Aspetta: ti dirò domani mattina la mia opinione.—La notte porta consiglio.—Mio caro, questa volta per aiutarmi davvero dovrebbe portarmi la ragazza.Il pranzo fu allegro. Ida non era mai stata più nobile e più spiritosa. Alla galanteria piena di spirito, colla quale trattava gli ospiti, si sarebbe quasi detta la padrona di casa, così non dimenticava un sorriso e non lasciava cadere una frase. Il duca di Rivola e il conte Alidosi, sebbene arrivati da poco, s'accorgevano già della novità; mentre Jela, dimenticata nel fondo di quella brillante conversazione, spiava prima curiosa, poi indispettita, l'amica, che le rubava persino l'attenzione di Enrico, rivelandosi in una insolita bellezza quasi prestigiosa come una nudità.Quindi dalla sala da pranzo passarono nel salone, si fece ancora un po' di musica, Jela cantò una romanza di Gluck, fresca di una primavera immortale, si rise, vi fu ancora una discussione, dalla quale Ida uscì trionfante, e la compagnia si sciolse. Le fanciulle si ritirarono prime. Jela era imbronciata. Traversarono l'appartamento di Ida, e l'altra passava già nel proprio, che non si erano ancora detta una parola.—Jela!Ella si volse.—Ma te lo dirà, non dubitare.—Quando?—Forse posdomani, forse pure domani.Un rossore di fiamma le tinse la fronte, Ida aperse le braccia e Jela vi si precipitò con un groppo di singhiozzi alla gola. Stettero abbracciate. Jela le baciava il collo, ma nel calore di quel bacio il groppo dei singhiozzi le si sciolse in una risata.—È bello!—Tu non dovresti accorgertene. Gli uomini lo diranno brutto.—E le donne?—Lo ripeteranno.Jela si grattò la testina.—Ma ne parleremo: adesso va' a letto, e non aprire la finestra.—La sua è di contro,—esclamò sorridendo.Ida ebbe un sorriso di sprezzo a quella furberia della Nencia di mettere i fidanzati in faccia per farli più presto innamorare, guardandosi la notte nel chiaro mistero della luna; accompagnò Jela fino nel salottino e dandole un bacio ritornò nella propria camera. Ma invece di coricarsi entrò in biblioteca.L'indomani passò senza nota. I due ospiti, partiti di buon mattino per una partita di caccia, non ritornarono che a vespro carichi di lepri e di fango. Jela era malinconica, Ida tornata all'ordinaria indifferenza per tenere in iscacco il duca, che affettava una certa noncuranza di galante già inoltrato. Ma Jela, incapace di capire un simile gioco, coll'anima piena del nuovo sentimento, si avviluppava nelle odorose mestizie del romanticismo, rifabbricandosi nella testina i lirici mondi di tutti i primi amori. Il conte Enrico le pareva tanto bello, che l'avea sempre amato; e questa sola parola era un oceano, nel quale navigava perdendosi per tutta la lene vastità delle acque sino alle vaporose incertezze dell'orizzonte. Era felice e soffriva. Con tutta la sua malizia di educanda, il pensiero di essere un giorno o una notte sola con Enrico in una camera, le sconcertava perfino i desiderii, mentre non avrebbe osato per cosa al mondo confessargli nemmeno la propria passione. Però si lusingava di essere compresa e che egli parlerebbe per il primo. Non glielo aveva assicurato anche Ida? Ida, ecco chi era disimpacciata. Ella ne provava quasi un rancore.Quella inferiorità di spirito alla presenza dell'uomo adorato (e la fanciulla credeva già di adorarlo) in un circolo formato unicamente per lei, giacchè nè lo zio nè il conte erano certamente venuti al castello per altri, la umiliava troppo nella vanità, perchè istintivamente non si cercasse attorno una rivincita. Per la prima volta, pensando all'amica si accorse di essere contessa e milionaria. Fu una rivelazione, ne gioì, poi se ne afflisse. Infine se Ida aveva ingegno, aveva anche bisogno di averne! Quindi ricordandosi una per una tutte le pungentiosservazioni della Nencia, le parve di comprenderle solamente allora; ma poi non volle pensarci altrimenti, e presa da una più dolce mestizia, perdonò a Ida lo splendore della intelligenza, promettendosi di esserle sempre, per tutta la vita, l'amica più devota.Questa vittoria la calmò. Le parve di essere tanto buona, che ne trasse la sicurezza di essere amata. Si era ritirata nel gabinetto lilla e vi aveva abbassato tutte le tende, sedendosi sopra una poltrona da un'ora colla persuasione di non essere già più la Jela degli altri giorni, ma così cangiata, che tutti se ne dovevano accorgere della povera Jela, la quale amava ed era tanto infelice. Per fortuna Ida stette chiusa tutta il giorno nella biblioteca, non comparendo nemmeno a colazione, giacchè avrebbe indubbiamente sorriso di quella idilliaca disperazione e l'altra se ne sarebbe adontata, ritornando alle cattiverie del sapersi contessa.Ma Ida dal canto proprio aveva ricevuto dal duca una rivelazione del mondo reale, vedendo risolversi in fumo tutti i vecchi disegni. Quell'uomo, che parlava con tanta facilità delle donne, doveva dar loro ben poca importanza in quella abitudine di trovarsele sempre fra i piedi, offrentisi per un tozzo di pane o per un braccio di velluto. Ella, così superba di un'eccezione, e talora inorgogliendosene come di un'aristocrazia, si avvide di essere nella regola e che migliaia e migliaia di donne correvano la sua strada alla sua meta, scinte come le baccanti degli antichi bassorilievi, affaticandosi a spiccare con un gesto fra la moltitudine perchè qualcuno le chiamasse da un balcone, forse a dispetto delle dame oneste appoggiate col gomito sulla finestra a guardare nella strada con sprezzante curiosità.Ma ella non aveva altra superiorità che la intellettuale, inadatta alla vita libertina moderna. Da molti secoli le Aspasie erano passate di moda e non si trovavano più Pericli per farle regine, o Socrati per divertirle immortalandole. Oggi l'arma più tremenda stava nell'eccentricità, impossibile senza una certa ricchezza. Invece le sue abitudini intellettuali la trascinavano quasi sempre a conversazioni troppo concettose per divertire persone di un dialogo leggero come la loro vita, ed esclusivamente sensibili alla finezza delle maniere. Quindi si accorgeva che le proprie conservavano ancora nell'acre profumo dell'originalità un piccolo sito triviale.La sera fu amabile senza sforzo, suonò il pezzo a quattro mani col duca, tenendolo a distanza cogli scherzi, ma non potè malgrado ogni premeditazione permettere a Jela di brillare. Così passò anche il giorno seguente, e nell'altro avvenne il colloquio di Jela con Enrico. Questi, che lo aveva preparato di lunga mano, lo condusse secondo le vecchie regole dei romanzi, inebriando la fanciulla così, che appena potè corse nella camera di Ida, la cercò dappertutto, finchè scese nel bosco e se la vide venire incontro al braccio del duca. Allora raccontò tutto. Il duca l'ammonì sorridendo, ma lasciandosi strappare la promessa di trattare egli col conte Alberto.—Ama ed è felice,—disse il duca con Ida dopo una pausa, mostrandole Jela, che si allontanava;—ecco una risposta alla vostra teoria dell'altro ieri.—Ma sarà amata?Questa fu l'ultima parola del loro dialogo. Il giorno seguente gli ospiti partirono, tre giorni dopo Jela sapeva dalla Nencia che era stata chiesta la sua mano e che il conte Alberto aveva dichiarato di rimettersiperfettamente al suo arbitrio. La fanciulla spiccò un salto.Giù in cucina si parlò molto del matrimonio criticandolo, perchè il cocchiere sapeva sicuramente dell'Alidosi che era mezzo rovinato e si serviva del favore del signor duca per rimettere l'equipaggio con quella dote, non vergognandosi nemmeno di venire a fare all'amore in quello di un altro. I pareri oscillavano, ma Giovanni, innamorato come un babbo della padroncina, si lasciava sfuggire qualche bestemmia, sintomo di una profonda collera.—Si vede bene che è un pitocco: non sa nemmeno cavalcare! Le ginocchia gli ballano sulla sella, non stringe.—Abitudine!—lo interruppe con un ghigno il cocchiere:—le donne...—Le donne?—ripetè Giovanni, percotendosi gli stivali coll'inseparabile frustino.—Donne e cavalli, tutta la differenza è nella sella: sarà avvezzo senza, ecco perchè non stringe.Il cocchiere superbo del frizzo diè in un'enorme risata, alla quale tutti fecero coro con un fracasso così schietto, che Giovanni rosso dal dispetto non seppe trovare una risposta. Ma quando l'ilarità fu calmata:—Sai chi gli darei io a quel biondino, che ha paura?—rispose colla sua tagliente serietà:—Gli darei la signorina Ida. T'assicuro che te lo farebbe ballare sul pomo del frustino; ma Jela!—egli solo ardiva chiamarla per nome.—Già i biondi sono tutti vigliacchi, ne ho conosciuti tanti, e i vigliacchi sono tutti cattivi.Il cocchiere, che era biondo, si morse le labbra,ma non ardì rispondere a Giovanni, secco come il ferro e fermo altrettanto; gli altri ghignarono ed il vecchio cavallerizzo uscì. Per le scale s'incontrò colla Nencia.Una volta si diceva che s'erano voluti bene.—Jela è proprio contenta?—le domandò con voce strozzata.La Nencia trovò così strano il dubbio, che alzò le spalle in aria di compassione.—Allora poi...Ma Jela non fu contenta che otto giorni dopo.

c127PARTE SECONDAI.Ida rimase meditabonda in faccia a quella traduzione. Da due mesi viveva con Jela, la quale fedele alla propria promessa di fanciullina era corsa a cercarla nel villaggio. L'aveva trovata col vecchio abito nero oramai diafano, il viso spento dalle sofferenze di ogni sorta. Quindi, saltando a piè pari tutte le scuse e i ritardi, l'aveva condotta seco come un'amica o una maestra, che la perfezionasse negli studii; ma, caso o felice cortesia, non aveva pronunciato quel titolo abborrito, porgendo l'invito con una affettuosità così fresca, che Ida fu doppiamente lieta di accondiscendervi.Il viaggio non fu lungo.Appena giunte al palazzo le due fanciulle si ritirarono nell'appartamento di Jela, e allora, sola in faccia a questa educanda, che aveva appena il senno di un fiore e lo spirito di un frutto, Ida riconquistò sè medesima. Però fu guardinga, e non si lasciò sfuggire nessuna di quelle risposte filosofiche, capaci di arruffare quella testolina di angelo monello. Quindi le raccontò con arte di consumato romanziere la propria sciagura, mostrandole così nudo e gladiatoriamente atteggiato il proprio orgoglio, che Jela ebbequasi rimorso di averle chiesto aiuto per gli studii. Ma Ida sorrise abbracciandola; poi la intrattenne del convento, facendole indovinare tanta esperienza di vita ed insieme tanta facilità d'indulgenza frizzante di spirito, che la contessina ne rimase addirittura entusiasmata.Se non che lasciando la casa, dove le erano morti il padre e la madre, Ida non aveva letteralmente più un soldo. Il suo abito pareva anche più miserabile con quella schizzinosa mondezza; aveva le scarpe scalcagnate, un cappellino lagrimevole sulla testa. La miseria aveva abbracciato quel suo corpo, nato per le orgie di un sultano, come una gramigna lo stelo di un garofano. Jela e Ida se ne accorgevano col medesimo sentimento. Ma la contessina, che le aveva già disposto un appartamentino provvisorio attiguo al proprio, entrandole in camera il mattino seguente e sedendosele sulla sponda del letto, le riparlò di tutti i discorsi della sera coll'amabilità leggermente servile di chi sta per chiedere una grazia. Ma non ne fu niente; parlò ancora d'altro, scherzò, fu bambina, sguaiata come tutti i bambini, tornò seria, tornò servile, e dopo tutto questo armeggio:—Oh! senti Ida, facciamo i conti.L'altra spalancò gli occhi senza rispondere. Ed ella seguitò esponendole il bilancio del proprio spillatico, abbastanza grosso e nullameno troppo tenue per tutti i capricci. L'altro giorno da un orefice avea veduto un diadema brillantato di contessa, una follia di bellezza e di prezzo: Dio! come era carino! Jela aggiungeva sospirando:—Peccato che noi ragazze non possiamo avere nè gioie, nè quattrini. Dunque senti: ci conviene aver giudizio. Il mio appartamento è orribile, papàha poco gusto; andrebbe appena per una nonna. Non v'è che la stanza da letto accomodata dalla povera mamma. È un appartamento serio come Giovanni il cavallerizzo: hai visto le sue basette? Beh! dunque?... ma se non m'aiuti, non ne vengo più a capo,—guaì rabbiosamente con le lagrime agli occhi, gettandosi fra le braccia dell'amica.—Come stavo bene piccina a casa tua; e tu?—No.—No? non vorrai star bene con me? Bel gusto di umiliarmi per farmi piangere. No, siamo intese: tu hai più giudizio di me e mi sgriderai, ma se non hai giudizio, io piango tanto che te lo faccio spuntare.E la fanciulla, superba di averle fatto tutto accettare senza nulla offrirle, si diè a saltare per la camera come una matta, finendo per strapparsi la veste e cacciarsi sotto le lenzuola con Ida.E Ida s'installò nel castello dei conti di Monteno. Jela era tutta un sorriso, occupata nella vita come una bambina ad una festa di ballo, che ammira i fiori ed intasca i confetti. Appena fuori del convento se lo era scordato, quantunque ne avesse, varcandola, bagnata la soglia di molte lagrime; ma la sua armoniosa natura si conformava a tutti gli ambienti, respirava con eguale facilità in tutte le atmosfere. Era bella perchè era felice, era felice perchè era bella. Le sue idee, lunghe come i suoi capelli del biondo più soave, avevano tutte il colore di viola de' suoi occhi; la sua coscienza aveva la bianca freschezza della sua pelle; era delicata e leggiera. Non aveva sedici anni. Non sapeva nulla, non ambiva nulla, desiderando tutto. Poteva interrogare, ma non era curiosa; conosceva poco, capiva meno, non indovinava affatto.La nota della sua anima era il riso; rideva con tutto, coi dorati riverberi dei capelli, colle iridi inumidite degli occhi, colle labbra rosse, coi denti bianchi. Le parole le cadevano come i fiori del mandorlo, colorandosi al bel sole della sua giovinezza come tante bolle di sapone, che si sciolgono senza scoppio nè traccia. Le sue mani si tendevano involontariamente per fare una carezza, appena si presentasse qualcuno a riceverla, con una delicatezza di puerilità bionda, di follia profumata. Era bella come un'apparizione, ed infatti appariva allora nella vita, di quella bellezza che non ha nome nè durata, che non significa nulla e ricorda tutto, i desiderii più puri, le fantasie più liete, le insulsaggini più perfette; capolavoro di una doppia giovinezza di corpo e di spirito, bellezza di una natura assurda, che ha spogliato la donna e la fanciulla per creare la giovinetta. Era come una camelia che avesse ceduto a un diamante la spenta morbidezza del proprio candore, un diamante che avesse ceduto a una camelia la propria soavità di gemma.Jela non poteva essere amata e non poteva amare, ma attirava e sentivasi attirata. Se i fiori si movessero liberamente, pochi vorrebbero restare nel loro vaso di terra concimata, e li vedremmo al pari di noi cercare i siti più espressivi. Molte rose si poserebbero a fiorire sul seno di una donna, più di una viola malinconica andrebbe ad insinuarsi fra la tastiera di un pianoforte, per apprendere forse dalla musica il secreto della propria malinconia. Così Jela andava verso tutti, amava tutti, Dio e il mondo, il passato, il presente e l'avvenire, di un uguale affetto. Adorava suo padre, adorava la mamma senza ricordarsela, adorava la vecchia cameriera, adorava lacagnina, il canarino, il suo abito cilestro, la veste da camera bianca, le pantofole turche, la fanciulletta giapponese in avorio, un regalo dello zio, e tutti l'amavano, perfino i domestici. Era un giocattolo di tutti, che apparteneva a tutti, dal palafreniere che le insegnava equitazione al calzolaio che le misurava ammirando i minimi piedini. Non potendo dormire col canarino, dormiva con Nelly la piccola danese; ma fra tutti questi affetti, susurranti come un cespo di erba odorosa e poco più alti, uno solo sorgeva dominando, l'amore per Ida. Si conoscevano da bambine, e sino da allora la piccola rosea scherzava nelle braccia dell'altra, seria, cogli occhioni spalancati e i moti imperiosi. Una glicine abbarbicata ad una quercia. Gli anni erano trascorsi, ma le due donnine erano ancora nello stesso atteggiamento.Quindi trascorrendo insieme tutta la giornata in incessante chiacchierio, Jela non impegnava mai una questione, non poneva un problema, o se presentavasi da sè, Ida ne dava indifferentemente la soluzione, senza premesse nè conseguenze, là, come uno scoppio di tromba in un preludio di violini. Jela accettava, guardava l'amica tirando innanzi. Ma tutte quelle risposte alteravano la flora della sua testolina, mentre la sua coscienza, che dovea pure fortificarsi, si assimilava lo spirito della sorella di latte.Jela imitava inconsciamente Ida perfino nella frase e nel gesto; adorabile scimmia, più donna della donna che copiava, appendice brillante di un libro poderoso.Ella non si era mai chiesta come Ida fosse povera: Ida avrebbe potuto mai esserlo anche essendolo?! E nemmeno come stesse nel suo palazzo senza farparte della famiglia nè dei famigliari, se vi resterebbe sempre, perchè spendesse il suo denaro non avendo il suo nome, donde venisse e dove andrebbe un giorno a finire, poichè Jela sapeva finalmente che ella stessa non sarebbe sempre una ragazzina. Che cosa il mondo diceva già di questa amicizia? Anzi una volta la vecchia cameriera, adesso più vecchia e golosa della affezione della padroncina, avendo voluto arrischiare qualche osservazione, Jela si era vezzosamente inferocita.—Ida,—aveva esclamato,—è Ida.Non ne sapeva oltre.Ma se la serietà pensosa dell'altra non le avesse imposto, chissà che cosa quella pazzerella non avrebbe detto o fatto, perchè in questa sua passione composta di minuzie e di grandezze Ida era tutto per lei, la madre morta, il padre vivo, le amiche del convento, la suora prediletta, l'amante incognito ed ancora lontano lontano, il mondo con tutti i suoi misteri, la vita con tutte le sue febbri, la poesia con tutti i suoi splendori, la musica con tutte le sue soavità. Ida ascoltava, gettava il raggio del pensiero dove l'altra vibrava appena il filo luminoso della sua pupilla, alzava il velo cui ella toccava incertamente: le riempiva tutti i vani del cuore, le occupava tutti gli spazi della vita, era la parola di tutte le sue idee mute, l'eco di tutte le sue voci indistinte, l'anima del suo spirito, l'artista del suo corpo.Jela era troppo bella per non essere civetta, ma era troppo giovane per saperlo essere, quindi scappava dalle mani della cameriera appena compiuta la toeletta, come Cosimo il canarino dalla gabbia aperta, e correva dalla maestra (questa volta Ida aveva accettato il titolo) a farsi vedere. Allora eraun esame minuzioso e profondo: le stoffe e i colori, le trine e le frappe, le foggie ed i tagli, i nastri e le pieghe, armonie ed antinomie, sfumature e risalti, audacie e timidezze, tutto era discusso. Da ogni particolare esalavano profumi, su ogni curva strisciava un appetito, in ogni ondulazione palpitava una scoperta. Jela afferrava: la bellezza aveva un avvenire, ogni bellezza uno scopo. Quindi le pareva che le pieghe le penetrassero come nelle carni e le rivelazioni le salissero lambendo i piedi per la tenebrosa bianchezza delle sottane, mentre Ida le girava intorno parlandole colla sua voce più velata, quasi nella solennità di un mistero, creandola improvvisamente donna fra un'umida nebbia di caldezze. Allora la fanciulla si ricordava tutti i riserbi delle suore e le allusioni delle cameriere; si sentiva le palpitazioni della voluttà nella testa e giù nel cuore le vertigini dell'ignoto, ancora più ignoto dopo averlo immaginato. L'ignoto era l'uomo.Ma tali conversazioni non erano se non parole, che erravano intorno a quell'arcano come un nuvolo di farfalle intorno ad un arbusto fiorito. Il riso vibrava sonoro e si spegneva di un tratto; v'era una lotta di ombre e di bagliori, di modestie e d'impudenze, poi Jela ritornava bambina ai discorsi insignificanti, alle divagazioni semplicemente birichine, senza una memoria di quanto aveva imparato e le sonnecchiava nell'animo.Le due fanciulle non si lasciavano.La mattina si correvano subito incontro, ciarlavano, si vestivano; ma Ida, che non aveva voluto cameriera, seguitava a vestirsi sempre in nero, adattandosi gli abiti da per sè. Indi facevano colazione, poi ritornavano nel loro appartamento, e Jela leinsegnava il pianoforte, nel quale era abilissima delle dita come tutte le sue pari. Ida imparava con una rapidità spaventevole. Quindi scendevano nel cortile delle scuderie, dove un vecchio palafreniere le metteva a cavallo, vestite di una lunga amazone nera, in capo un bonnettino capriccioso inventato da Ida, gli stivali lucidi al piede, il frustino col manico d'oro o di agata in mano. Jela aveva paura, Ida era temeraria. Invano il cavallerizzo voleva rattenerla, quando partiva troppo spesso di galoppo sfrenato, più invano una volta avea voluto spaventarla gridandole:—Se non si ferma, le farò saltare la barriera.Ida col viso animato dalla corsa aveva gettato un urlo di gioia.Si dovette per forza portare la barriera: mentre il maestro si raccomandava, Jela rideva senza sapere il perchè, e Ida tormentava ferocemente il cavallo.Galoppò in giro, evitò l'ostacolo per due volte, tanto che il maestro e Jela non respiravano, ma alla terza storse Febo, lo lanciò dritto, dandogli la strappata così presto che le gambe anteriori gli percossero nei travicelli, la barriera si rovesciò ed ella sbalzò lungi quattro passi rattrappita sulle ginocchia.—Ah!—gridò, rizzandosi prontamente e riafferrando le briglie.Jela era pallida come un cencio.L'altra volle rimontare, volle saltare e saltò. Il conte, che sopravvenne a quel punto, le battè le mani, Ida si volse salutandolo del frustino con una civetteria da circo equestre, e fece spiccare due altri balzi al cavallo.—Siete ben forte,—le disse il conte avvicinandosia guardarla seduta coi fianchi classicamente evidenti.—Eppure Giovanni mi complimenta sempre sulla mia mano leggiera.—Per reggere i cavalli la mano più sicura è la mano leggiera.—Come cogli uomini.Il conte raccolse il frizzo.—Avete saltato la barriera alla prima prova?—Alla seconda. La prima volta sono caduta.—Male,—rispose il conte, frenando sulle labbra una risposta meno castigata, perchè Jela ascoltava, ma che Ida indovinò benissimo.—Sono caduta in piedi,—ribattè sul medesimo tono.Il conte tornò a guardarla negli occhi, parlando d'altro.Del resto la vita al castello di Valdiffusa era così noiosa, che Ida si pentiva sovente di averla raccomandata a Jela, sulla proposta del padre, nei primi mesi di mondo, per eludere l'incomodo di tutte le visite e prepararsi meglio all'inverno venturo. Allora erano nel mese di aprile.Il castello, come lo chiamavano, grosso palazzo di stile cittadino, coi pilastri al portone ed un giardino nel cortile, sorgeva da un largo prato cinto di siepi tosate, ai piedi di un colle, sul quale la sua massa biancastra spiccava pesantemente. Vi si accedeva per un'enorme cancellata di ferro a sei battenti, separata da colonne di pietra culminate da una cimasa di granito, meno le due di mezzo abitate da due leoni, i quali nell'inverno riparavano entro un casotto di legno per eccellenti ragioni d'igiene della pelle. La gente non passava mai senza guardarlicon ammirazione, e li chiamava i leoni del signor conte. Erano lo spauracchio di tutti i bambini e una fola per tutte le mamme. Un viale fiancheggiato di oleandri e di limoni, alto su basamenti di pietra, sboccava nel prato dirimpetto al portone, sormontato da una ringhiera a fiori, sui quali o per l'acqua o pel sole si poteva abbassare una tenda bianca, filettata di turchino. Alla facciata, e non v'era altro di ornato, colle finestre incorniciate e divise da magre colonne prese nel muro, cogli abbaini dei solai rotondi e tagliati a croce, il palazzo si sarebbe detto quadro; ma i suoi fianchi si prolungavano nudi, forati da una infinità di vani sino ad un altro muro, che chiudeva il cortile della cavallerizza, colle scuderie, le rimesse e gli alloggi dei servitori.Dinanzi al castello il prato si rompeva in aiuole incassate da tegole rosse e turchine, piene di fiori e di pianticelle puntute e rotonde, dominate dal getto pretensioso di una fontana, nella cui vasca i soliti pesci variopinti aspettavano dopo pranzo le briciole di Jela di qualche visitatore impacciato del villaggio vicino. Ed erano un'altra meraviglia della villa, quei pesci che ricomparivano sempre come nei paragoni lirici della Bibbia.Quest'ultima osservazione era del curato.Il castello si alzava bianco, verniciato, fra quei monti bruni di boschetti cedui e di marroneti, pei quali si scorgevano a quando a quando le case verdognole coi tetti a lastre di fiume. Il paesaggio era ampio e severo. Anche nel mezzogiorno, quando il cielo era terso come uno specchio e il sole fulgente come solamente un sole può fulgere, la vallata non si facea mai allegra. Pochi campi si adagiavano sulla riva sinistra del fiume, le querceasserragliavano i campi, attorno alle querce, oltre le querce salivano i querciuoli, qualche pino, qualche elce, e lungi castagneti. Una frana gettava fra quel bruno il sorriso biancastro del suo galestro, remota remota una vetta si colorava di scialbo azzurro sopra i monti terrigni. Era il regno dei querciuoli denso ed oppressore, nel quale sembrava che le altre erbe ed i fiori non avessero mai potuto penetrare e l'uomo stesso vi fosse rifuggito. Molti armenti vi pascolavano invisibili nel fogliame, non si discernevano strade. La maggiore, la sola veramente degna di questo nome, lambiva il castello, allargandosi devotamente per buon tratto nel passargli davanti, e conduceva al villaggio nascosto dalle svolte, lontano circa tre miglia.Per essa non transitavano che carbonai, o nell'autunno i carrettieri trasportando i marroni, la prima se non l'unica ricchezza del paese. Tutte le birocce dipinte di rosso avevano la sonagliera; i carbonai, radi conquistatori di quel regno dei querciuoli, erano ancora più neri e più foschi.Ma fra quei monti troppo uniformi e quel castello troppo cittadino sorgeva un bosco di elci. Lo si vedeva dal portone, dietro il cortile, aprirsi in un immenso stradone a volta, coi forti rami intrecciati, sotto nudi di foglie. E la sua volta, capace come la navata di un tempio, si allungava mano mano più scura, abbassandosi senza cadere, così che lo stradone parea finire in un antro, e non finiva, e nelle sue ombre il pensiero si ombrava esso pure. Ma lungo l'enorme viale altri se ne staccavano, a portico, come larghe fessure per le quali rideva il cielo e l'anima si alzava un momento. I viali serpeggiavano senza scopo o disegno apparente, avvicinandosi, allontanandosi,incrociandosi come in un labirinto, moltiplicando il bosco con tutti i loro giri e le prospettive imprevedute, i gruppi bizzarri, le vacuità misteriose. Qua e là, fra due alberi, due arbusti improvvisavano una nicchia o una capanna; un sasso su due sassi apprestava un sedile, il suolo oppresso dall'ombra era bruno, nudo, e la poca erba distesavi pareva come calpestata da un piede invisibile. Dagli alberi rampollavano altri alberi, cespugli gigantescamente snaturati, ai quali l'edera si mesceva insinuando per tutti i fori, lungo i forti steli e i tronchi nodosi, su per le forcate muschiose sino alle cime arruffate, i suoi capelli famelici, piovra del bosco, parassita prudente, che non uccide quasi mai per non morire essa medesima. Ma l'edera sempre verde anneriva le bacche solo quando la neve pretendeva di tutto imbiancare. Quindi i viali, ondulando per la pianura, sembravano accerchiare il castello quasi fino sulla strada, o salivano le prime falde del monte assottigliandosi. Il viale diventava viottolo, il viottolo sentiero; le foglie morte lo ingombravano, i cespugli lo attraversavano violentemente coi rami interrompendolo tratto tratto, finchè più in alto, l'erta diventando più erta, il sentiero si stancava. Talvolta però più fortunato o più forte montava ancora, torcendosi a tutti i capricci delle macchiette, infilandosi per tutte le screpolature, sparendo tratto tratto sotto la pelle verde del muschio o spezzandosi in scalini, finchè toccava l'orlo scapigliato d'un largo spazio.Allora la vista si abbassava sui boschi cedui, sull'altro più profondo, sul palazzo bianco, urtandosi alla ripa opposta del fiume e ripiegandosi per tutta la vallata lunga e stretta, sino alle elci dense comeun prato, sotto al quale s'indovinava una vacuità piena di mistero, un silenzio avvolto nell'ombra, una moltitudine di ombre susurranti nel silenzio. Lo sguardo vi si sommergeva col pensiero come dentro un'incognita foresta sottomarina. I viali tendevano tuttavia le loro volte, le gramigne si stiravano nocchiolute ai piedi degli alberi, i rami secchi ingombravano qua e là il terreno, l'edera infittiva la oscurità e intristiva la cupezza, i viali erano muti come gli alberi. Quello era il bosco delle elci e del sonno, che il giorno non poteva interrompere, ma cui gli uccelli giungevano forse a far sorridere i sogni colla nota perlata del loro cinguettìo; un bosco invecchiato nell'ozio di un'inutile vegetazione, nel quale il vento non entrava più del sole, e la luna filtrava appena qualche fantasia notturna. Il sudore viscoso dell'umidità vi gocciolava a tutti i tronchi, mentre la terra arenosa strideva sempre ad ogni più piccola pressione, e gli uccelli folleggianti per quella solitudine di vegetazione, la popolavano di amori spensierati e canori.Quel bosco era la passione di Ida, che vi si obliava lunghe ore.Sempre alzata per tempo, faceva toeletta e si andava a chiudere in biblioteca, finchè Jela non venisse a distorla per gli ordinarii sollazzi. Allora traduceva l'Ahasverodi Hamerling, coll'ardore di altre volte, poichè quella vita signorile, veduta dappresso, le aveva già smentiti tutti i lunghi sogni. Il conte era gentile ma nullo, Jela carina ma nulla, il castello comodo ma nullo; il suo lusso era senza raffinatezza come la campagna d'intorno senza varietà.Però della vita intima del castello, tranne il contatto delle due cameriere e di Giovanni il cavallerizzo,esse non sapevano altro. La vecchia faceva con loro da governante, ma in presenza di Ida non parlava quasi mai, scusandosi astiosamente del non saperlo fare: del che Jela la derideva contraffacendola e colmandola di carezze. Del resto volendole tiranneggiare finiva sempre coll'ubbidirle o per l'amore di Jela o per l'abilità di Ida.In principio, la sera o la mattina presto, uscivano per lunghe trottate colla Nencia e Giovanni, poi Ida era riuscita a sopprimere la vecchia, a mutare il calesse in unphaeton, che guidava ella stessa sotto la sorveglianza di Giovanni, il quale avrebbe voluto insegnare inutilmente anche a Jela. Ida aveva un occhio e una mano da cocchiere inglese con una temerità da americano. Poi le trottate le annoiarono: l'ultima fu a tiro a quattro, una scommessa di Ida col conte, che ella vinse a stento, ma vinse. Quindi vennero le passeggiate a cavallo, che non finirono più, solamente si fecero più rade; qualche volta, a grande scandalo della Nencia, Ida osava uscire sola senza staffiere. A Jela non lo avrebbero permesso.Ma le giornate erano lunghe. Jela si rifaceva sui romanzi della mamma di vent'anni fa, Ida studiando finchè suonasse l'ora solenne del pranzo, servito da domestici sempre gallonati, con un lusso principesco e una raffinatezza degna di Brillat Savarin. La sera arrivava il curato per la partita a scopa o al bigliardo. Ida vi si rifiutava quasi sempre, Jela potendolo, e divertendosi un quarto d'ora coll'invariabile imbarazzo del prete. Ma la partita restava spesso a mezzo, il conte parlava di campagna, d'insulsaggini dette le mille volte e che l'altro accettava sempre come nuove, rispondendovi alla sua maniera, cosìche il conte sapeva già prima la risposta. Una volta Jela glielo disse.—È un imbecille,—le rispose col suo tono abituale d'indifferenza.—Però i contadini lo credono un grand'uomo!—Forse ciò è conciliabile.—Perchè no?—interloquì Ida, soffiando col suo sarcasmo su quella leggera ironia;—la più goffa delle imbecillità è forse nell'essere un grand'uomo.Ma le due giovinette si annoiavano: una smania latente cominciava ad irritarle di essere così fuori del mondo ancora per molti mesi, senza udirne nemmeno gli echi e vederne di notte i fuochi lontani. Jela pensava alle feste, alle toelette da teatro o da ballo, alle passeggiate tra la folla; e a certi momenti le pareva di mancare di tutto.Entro quell'enorme cornice di verdura, che a forza di riposare la vista la stancava, e quella calma greve come un'afa, il castello diventava più noioso. Dal mattino si aprivano porte e finestre; il conte o partiva per la caccia o si chiudeva nel proprio appartamento al pian terreno; la famiglia non si riuniva se non la sera. Quegli appartamenti così vasti, aereati, colle tappezzerie non meno lucide dei mobili e le dorature ancora fresche, parevano non aver mai appartenuto ad alcuno, siccome negli alberghi, dei quali aveano il lusso impersonale senza la vita tumultuosa del continuo sgombero. Tutte le tende armonizzavano colle pareti, tutti i mobili fra loro e tutti i saloni. Il conte occupava il pian terreno, Jela e Ida due quartierini in una specie di casetta interna agglomerata nel palazzo. Il piano nobile, un rettangolo di saloni infilati, era vuoto dal giorno che la contessa, accortasi di essere mortalmente ammalata,l'avea finita colle feste e coi ricevimenti. Ma dopo la sua morte la Nencia ne aveva assunta specialmente la cura. Quindi nessuna mano vi aveva più turbato l'ordine minuzioso e la regolarità implacabile. Nessun sopramobile si era mosso, nessuna poltrona aveva scivolato sulle ruote, nessuna piega di cortinaggio si era distesa. Le candele dei lampadari, aspettando da vent'anni di essere accese, si erano annerite, il tempo aveva fermato sui caminetti di marmo tutte le pendole dorate. Quegli appartamenti deserti non servivano più che ai vecchi ritratti, immobili nelle pose convenzionali, imbruniti dagli anni in fondo alle loro ombre rapprese.Dalle larghe finestre la campagna entrava confondendo l'inerte ampiezza del paesaggio alla vuota ampiezza delle stanze, nelle quali la luce sembrava perdere anch'essa la rutilante giovinezza, come la vita vi avea perduto la confusione e la sonorità.E a poco a poco il pensiero subiva quella smorta influenza. Una noia di luogo abbandonato si addensava in tutto l'ambiente cadendo sull'anima delle fanciulle, coprendovi come sotto uno strato di polvere tutti i floridi desiderii e le bionde passioni. Ma era così lieve che non l'avvertivano, se non quando era già troppo alta.Jela fuggiva quasi subito, Ida tentava di resistere, cacciandosi attraverso le ruine dei suoi mille mondi, sempre frantumati nel secondo momento della loro creazione: poi le fanciulle si trovavano giù nelle stanze abitate, e la conversazione del conte col curato ricadeva loro addosso come una polvere più grossa e più disgustosa.—Come mai papà non si annoia?—Mia cara, dovresti domandarglielo: è un problema,di cui la soluzione può interessarci seriamente.—Non mi risponderebbe: dimmelo tu.—Chiedilo piuttosto al curato. Egli ti dirà che la noia del mondo è l'eco della voce di Dio, che ci chiama dal paradiso.—E papà?—Forse è sordo.—Ma io mi annoio,—gridò Jela ridendo:—e tu?Ida s'alzò, e pigliandola per mano la condusse alla finestra. La notte era scura; grosse nuvole aspettavano nel cielo.—Credi che quelle nuvole si annoino?—Chissà! che cosa fanno lassù? si annoieranno anch'esse.—Avrebbero torto, perchè hanno la tempesta nel seno.

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PARTE SECONDA

Ida rimase meditabonda in faccia a quella traduzione. Da due mesi viveva con Jela, la quale fedele alla propria promessa di fanciullina era corsa a cercarla nel villaggio. L'aveva trovata col vecchio abito nero oramai diafano, il viso spento dalle sofferenze di ogni sorta. Quindi, saltando a piè pari tutte le scuse e i ritardi, l'aveva condotta seco come un'amica o una maestra, che la perfezionasse negli studii; ma, caso o felice cortesia, non aveva pronunciato quel titolo abborrito, porgendo l'invito con una affettuosità così fresca, che Ida fu doppiamente lieta di accondiscendervi.

Il viaggio non fu lungo.

Appena giunte al palazzo le due fanciulle si ritirarono nell'appartamento di Jela, e allora, sola in faccia a questa educanda, che aveva appena il senno di un fiore e lo spirito di un frutto, Ida riconquistò sè medesima. Però fu guardinga, e non si lasciò sfuggire nessuna di quelle risposte filosofiche, capaci di arruffare quella testolina di angelo monello. Quindi le raccontò con arte di consumato romanziere la propria sciagura, mostrandole così nudo e gladiatoriamente atteggiato il proprio orgoglio, che Jela ebbequasi rimorso di averle chiesto aiuto per gli studii. Ma Ida sorrise abbracciandola; poi la intrattenne del convento, facendole indovinare tanta esperienza di vita ed insieme tanta facilità d'indulgenza frizzante di spirito, che la contessina ne rimase addirittura entusiasmata.

Se non che lasciando la casa, dove le erano morti il padre e la madre, Ida non aveva letteralmente più un soldo. Il suo abito pareva anche più miserabile con quella schizzinosa mondezza; aveva le scarpe scalcagnate, un cappellino lagrimevole sulla testa. La miseria aveva abbracciato quel suo corpo, nato per le orgie di un sultano, come una gramigna lo stelo di un garofano. Jela e Ida se ne accorgevano col medesimo sentimento. Ma la contessina, che le aveva già disposto un appartamentino provvisorio attiguo al proprio, entrandole in camera il mattino seguente e sedendosele sulla sponda del letto, le riparlò di tutti i discorsi della sera coll'amabilità leggermente servile di chi sta per chiedere una grazia. Ma non ne fu niente; parlò ancora d'altro, scherzò, fu bambina, sguaiata come tutti i bambini, tornò seria, tornò servile, e dopo tutto questo armeggio:

—Oh! senti Ida, facciamo i conti.

L'altra spalancò gli occhi senza rispondere. Ed ella seguitò esponendole il bilancio del proprio spillatico, abbastanza grosso e nullameno troppo tenue per tutti i capricci. L'altro giorno da un orefice avea veduto un diadema brillantato di contessa, una follia di bellezza e di prezzo: Dio! come era carino! Jela aggiungeva sospirando:

—Peccato che noi ragazze non possiamo avere nè gioie, nè quattrini. Dunque senti: ci conviene aver giudizio. Il mio appartamento è orribile, papàha poco gusto; andrebbe appena per una nonna. Non v'è che la stanza da letto accomodata dalla povera mamma. È un appartamento serio come Giovanni il cavallerizzo: hai visto le sue basette? Beh! dunque?... ma se non m'aiuti, non ne vengo più a capo,—guaì rabbiosamente con le lagrime agli occhi, gettandosi fra le braccia dell'amica.

—Come stavo bene piccina a casa tua; e tu?

—No.

—No? non vorrai star bene con me? Bel gusto di umiliarmi per farmi piangere. No, siamo intese: tu hai più giudizio di me e mi sgriderai, ma se non hai giudizio, io piango tanto che te lo faccio spuntare.

E la fanciulla, superba di averle fatto tutto accettare senza nulla offrirle, si diè a saltare per la camera come una matta, finendo per strapparsi la veste e cacciarsi sotto le lenzuola con Ida.

E Ida s'installò nel castello dei conti di Monteno. Jela era tutta un sorriso, occupata nella vita come una bambina ad una festa di ballo, che ammira i fiori ed intasca i confetti. Appena fuori del convento se lo era scordato, quantunque ne avesse, varcandola, bagnata la soglia di molte lagrime; ma la sua armoniosa natura si conformava a tutti gli ambienti, respirava con eguale facilità in tutte le atmosfere. Era bella perchè era felice, era felice perchè era bella. Le sue idee, lunghe come i suoi capelli del biondo più soave, avevano tutte il colore di viola de' suoi occhi; la sua coscienza aveva la bianca freschezza della sua pelle; era delicata e leggiera. Non aveva sedici anni. Non sapeva nulla, non ambiva nulla, desiderando tutto. Poteva interrogare, ma non era curiosa; conosceva poco, capiva meno, non indovinava affatto.

La nota della sua anima era il riso; rideva con tutto, coi dorati riverberi dei capelli, colle iridi inumidite degli occhi, colle labbra rosse, coi denti bianchi. Le parole le cadevano come i fiori del mandorlo, colorandosi al bel sole della sua giovinezza come tante bolle di sapone, che si sciolgono senza scoppio nè traccia. Le sue mani si tendevano involontariamente per fare una carezza, appena si presentasse qualcuno a riceverla, con una delicatezza di puerilità bionda, di follia profumata. Era bella come un'apparizione, ed infatti appariva allora nella vita, di quella bellezza che non ha nome nè durata, che non significa nulla e ricorda tutto, i desiderii più puri, le fantasie più liete, le insulsaggini più perfette; capolavoro di una doppia giovinezza di corpo e di spirito, bellezza di una natura assurda, che ha spogliato la donna e la fanciulla per creare la giovinetta. Era come una camelia che avesse ceduto a un diamante la spenta morbidezza del proprio candore, un diamante che avesse ceduto a una camelia la propria soavità di gemma.

Jela non poteva essere amata e non poteva amare, ma attirava e sentivasi attirata. Se i fiori si movessero liberamente, pochi vorrebbero restare nel loro vaso di terra concimata, e li vedremmo al pari di noi cercare i siti più espressivi. Molte rose si poserebbero a fiorire sul seno di una donna, più di una viola malinconica andrebbe ad insinuarsi fra la tastiera di un pianoforte, per apprendere forse dalla musica il secreto della propria malinconia. Così Jela andava verso tutti, amava tutti, Dio e il mondo, il passato, il presente e l'avvenire, di un uguale affetto. Adorava suo padre, adorava la mamma senza ricordarsela, adorava la vecchia cameriera, adorava lacagnina, il canarino, il suo abito cilestro, la veste da camera bianca, le pantofole turche, la fanciulletta giapponese in avorio, un regalo dello zio, e tutti l'amavano, perfino i domestici. Era un giocattolo di tutti, che apparteneva a tutti, dal palafreniere che le insegnava equitazione al calzolaio che le misurava ammirando i minimi piedini. Non potendo dormire col canarino, dormiva con Nelly la piccola danese; ma fra tutti questi affetti, susurranti come un cespo di erba odorosa e poco più alti, uno solo sorgeva dominando, l'amore per Ida. Si conoscevano da bambine, e sino da allora la piccola rosea scherzava nelle braccia dell'altra, seria, cogli occhioni spalancati e i moti imperiosi. Una glicine abbarbicata ad una quercia. Gli anni erano trascorsi, ma le due donnine erano ancora nello stesso atteggiamento.

Quindi trascorrendo insieme tutta la giornata in incessante chiacchierio, Jela non impegnava mai una questione, non poneva un problema, o se presentavasi da sè, Ida ne dava indifferentemente la soluzione, senza premesse nè conseguenze, là, come uno scoppio di tromba in un preludio di violini. Jela accettava, guardava l'amica tirando innanzi. Ma tutte quelle risposte alteravano la flora della sua testolina, mentre la sua coscienza, che dovea pure fortificarsi, si assimilava lo spirito della sorella di latte.

Jela imitava inconsciamente Ida perfino nella frase e nel gesto; adorabile scimmia, più donna della donna che copiava, appendice brillante di un libro poderoso.

Ella non si era mai chiesta come Ida fosse povera: Ida avrebbe potuto mai esserlo anche essendolo?! E nemmeno come stesse nel suo palazzo senza farparte della famiglia nè dei famigliari, se vi resterebbe sempre, perchè spendesse il suo denaro non avendo il suo nome, donde venisse e dove andrebbe un giorno a finire, poichè Jela sapeva finalmente che ella stessa non sarebbe sempre una ragazzina. Che cosa il mondo diceva già di questa amicizia? Anzi una volta la vecchia cameriera, adesso più vecchia e golosa della affezione della padroncina, avendo voluto arrischiare qualche osservazione, Jela si era vezzosamente inferocita.

—Ida,—aveva esclamato,—è Ida.

Non ne sapeva oltre.

Ma se la serietà pensosa dell'altra non le avesse imposto, chissà che cosa quella pazzerella non avrebbe detto o fatto, perchè in questa sua passione composta di minuzie e di grandezze Ida era tutto per lei, la madre morta, il padre vivo, le amiche del convento, la suora prediletta, l'amante incognito ed ancora lontano lontano, il mondo con tutti i suoi misteri, la vita con tutte le sue febbri, la poesia con tutti i suoi splendori, la musica con tutte le sue soavità. Ida ascoltava, gettava il raggio del pensiero dove l'altra vibrava appena il filo luminoso della sua pupilla, alzava il velo cui ella toccava incertamente: le riempiva tutti i vani del cuore, le occupava tutti gli spazi della vita, era la parola di tutte le sue idee mute, l'eco di tutte le sue voci indistinte, l'anima del suo spirito, l'artista del suo corpo.

Jela era troppo bella per non essere civetta, ma era troppo giovane per saperlo essere, quindi scappava dalle mani della cameriera appena compiuta la toeletta, come Cosimo il canarino dalla gabbia aperta, e correva dalla maestra (questa volta Ida aveva accettato il titolo) a farsi vedere. Allora eraun esame minuzioso e profondo: le stoffe e i colori, le trine e le frappe, le foggie ed i tagli, i nastri e le pieghe, armonie ed antinomie, sfumature e risalti, audacie e timidezze, tutto era discusso. Da ogni particolare esalavano profumi, su ogni curva strisciava un appetito, in ogni ondulazione palpitava una scoperta. Jela afferrava: la bellezza aveva un avvenire, ogni bellezza uno scopo. Quindi le pareva che le pieghe le penetrassero come nelle carni e le rivelazioni le salissero lambendo i piedi per la tenebrosa bianchezza delle sottane, mentre Ida le girava intorno parlandole colla sua voce più velata, quasi nella solennità di un mistero, creandola improvvisamente donna fra un'umida nebbia di caldezze. Allora la fanciulla si ricordava tutti i riserbi delle suore e le allusioni delle cameriere; si sentiva le palpitazioni della voluttà nella testa e giù nel cuore le vertigini dell'ignoto, ancora più ignoto dopo averlo immaginato. L'ignoto era l'uomo.

Ma tali conversazioni non erano se non parole, che erravano intorno a quell'arcano come un nuvolo di farfalle intorno ad un arbusto fiorito. Il riso vibrava sonoro e si spegneva di un tratto; v'era una lotta di ombre e di bagliori, di modestie e d'impudenze, poi Jela ritornava bambina ai discorsi insignificanti, alle divagazioni semplicemente birichine, senza una memoria di quanto aveva imparato e le sonnecchiava nell'animo.

Le due fanciulle non si lasciavano.

La mattina si correvano subito incontro, ciarlavano, si vestivano; ma Ida, che non aveva voluto cameriera, seguitava a vestirsi sempre in nero, adattandosi gli abiti da per sè. Indi facevano colazione, poi ritornavano nel loro appartamento, e Jela leinsegnava il pianoforte, nel quale era abilissima delle dita come tutte le sue pari. Ida imparava con una rapidità spaventevole. Quindi scendevano nel cortile delle scuderie, dove un vecchio palafreniere le metteva a cavallo, vestite di una lunga amazone nera, in capo un bonnettino capriccioso inventato da Ida, gli stivali lucidi al piede, il frustino col manico d'oro o di agata in mano. Jela aveva paura, Ida era temeraria. Invano il cavallerizzo voleva rattenerla, quando partiva troppo spesso di galoppo sfrenato, più invano una volta avea voluto spaventarla gridandole:

—Se non si ferma, le farò saltare la barriera.

Ida col viso animato dalla corsa aveva gettato un urlo di gioia.

Si dovette per forza portare la barriera: mentre il maestro si raccomandava, Jela rideva senza sapere il perchè, e Ida tormentava ferocemente il cavallo.

Galoppò in giro, evitò l'ostacolo per due volte, tanto che il maestro e Jela non respiravano, ma alla terza storse Febo, lo lanciò dritto, dandogli la strappata così presto che le gambe anteriori gli percossero nei travicelli, la barriera si rovesciò ed ella sbalzò lungi quattro passi rattrappita sulle ginocchia.

—Ah!—gridò, rizzandosi prontamente e riafferrando le briglie.

Jela era pallida come un cencio.

L'altra volle rimontare, volle saltare e saltò. Il conte, che sopravvenne a quel punto, le battè le mani, Ida si volse salutandolo del frustino con una civetteria da circo equestre, e fece spiccare due altri balzi al cavallo.

—Siete ben forte,—le disse il conte avvicinandosia guardarla seduta coi fianchi classicamente evidenti.

—Eppure Giovanni mi complimenta sempre sulla mia mano leggiera.

—Per reggere i cavalli la mano più sicura è la mano leggiera.

—Come cogli uomini.

Il conte raccolse il frizzo.

—Avete saltato la barriera alla prima prova?

—Alla seconda. La prima volta sono caduta.

—Male,—rispose il conte, frenando sulle labbra una risposta meno castigata, perchè Jela ascoltava, ma che Ida indovinò benissimo.

—Sono caduta in piedi,—ribattè sul medesimo tono.

Il conte tornò a guardarla negli occhi, parlando d'altro.

Del resto la vita al castello di Valdiffusa era così noiosa, che Ida si pentiva sovente di averla raccomandata a Jela, sulla proposta del padre, nei primi mesi di mondo, per eludere l'incomodo di tutte le visite e prepararsi meglio all'inverno venturo. Allora erano nel mese di aprile.

Il castello, come lo chiamavano, grosso palazzo di stile cittadino, coi pilastri al portone ed un giardino nel cortile, sorgeva da un largo prato cinto di siepi tosate, ai piedi di un colle, sul quale la sua massa biancastra spiccava pesantemente. Vi si accedeva per un'enorme cancellata di ferro a sei battenti, separata da colonne di pietra culminate da una cimasa di granito, meno le due di mezzo abitate da due leoni, i quali nell'inverno riparavano entro un casotto di legno per eccellenti ragioni d'igiene della pelle. La gente non passava mai senza guardarlicon ammirazione, e li chiamava i leoni del signor conte. Erano lo spauracchio di tutti i bambini e una fola per tutte le mamme. Un viale fiancheggiato di oleandri e di limoni, alto su basamenti di pietra, sboccava nel prato dirimpetto al portone, sormontato da una ringhiera a fiori, sui quali o per l'acqua o pel sole si poteva abbassare una tenda bianca, filettata di turchino. Alla facciata, e non v'era altro di ornato, colle finestre incorniciate e divise da magre colonne prese nel muro, cogli abbaini dei solai rotondi e tagliati a croce, il palazzo si sarebbe detto quadro; ma i suoi fianchi si prolungavano nudi, forati da una infinità di vani sino ad un altro muro, che chiudeva il cortile della cavallerizza, colle scuderie, le rimesse e gli alloggi dei servitori.

Dinanzi al castello il prato si rompeva in aiuole incassate da tegole rosse e turchine, piene di fiori e di pianticelle puntute e rotonde, dominate dal getto pretensioso di una fontana, nella cui vasca i soliti pesci variopinti aspettavano dopo pranzo le briciole di Jela di qualche visitatore impacciato del villaggio vicino. Ed erano un'altra meraviglia della villa, quei pesci che ricomparivano sempre come nei paragoni lirici della Bibbia.

Quest'ultima osservazione era del curato.

Il castello si alzava bianco, verniciato, fra quei monti bruni di boschetti cedui e di marroneti, pei quali si scorgevano a quando a quando le case verdognole coi tetti a lastre di fiume. Il paesaggio era ampio e severo. Anche nel mezzogiorno, quando il cielo era terso come uno specchio e il sole fulgente come solamente un sole può fulgere, la vallata non si facea mai allegra. Pochi campi si adagiavano sulla riva sinistra del fiume, le querceasserragliavano i campi, attorno alle querce, oltre le querce salivano i querciuoli, qualche pino, qualche elce, e lungi castagneti. Una frana gettava fra quel bruno il sorriso biancastro del suo galestro, remota remota una vetta si colorava di scialbo azzurro sopra i monti terrigni. Era il regno dei querciuoli denso ed oppressore, nel quale sembrava che le altre erbe ed i fiori non avessero mai potuto penetrare e l'uomo stesso vi fosse rifuggito. Molti armenti vi pascolavano invisibili nel fogliame, non si discernevano strade. La maggiore, la sola veramente degna di questo nome, lambiva il castello, allargandosi devotamente per buon tratto nel passargli davanti, e conduceva al villaggio nascosto dalle svolte, lontano circa tre miglia.

Per essa non transitavano che carbonai, o nell'autunno i carrettieri trasportando i marroni, la prima se non l'unica ricchezza del paese. Tutte le birocce dipinte di rosso avevano la sonagliera; i carbonai, radi conquistatori di quel regno dei querciuoli, erano ancora più neri e più foschi.

Ma fra quei monti troppo uniformi e quel castello troppo cittadino sorgeva un bosco di elci. Lo si vedeva dal portone, dietro il cortile, aprirsi in un immenso stradone a volta, coi forti rami intrecciati, sotto nudi di foglie. E la sua volta, capace come la navata di un tempio, si allungava mano mano più scura, abbassandosi senza cadere, così che lo stradone parea finire in un antro, e non finiva, e nelle sue ombre il pensiero si ombrava esso pure. Ma lungo l'enorme viale altri se ne staccavano, a portico, come larghe fessure per le quali rideva il cielo e l'anima si alzava un momento. I viali serpeggiavano senza scopo o disegno apparente, avvicinandosi, allontanandosi,incrociandosi come in un labirinto, moltiplicando il bosco con tutti i loro giri e le prospettive imprevedute, i gruppi bizzarri, le vacuità misteriose. Qua e là, fra due alberi, due arbusti improvvisavano una nicchia o una capanna; un sasso su due sassi apprestava un sedile, il suolo oppresso dall'ombra era bruno, nudo, e la poca erba distesavi pareva come calpestata da un piede invisibile. Dagli alberi rampollavano altri alberi, cespugli gigantescamente snaturati, ai quali l'edera si mesceva insinuando per tutti i fori, lungo i forti steli e i tronchi nodosi, su per le forcate muschiose sino alle cime arruffate, i suoi capelli famelici, piovra del bosco, parassita prudente, che non uccide quasi mai per non morire essa medesima. Ma l'edera sempre verde anneriva le bacche solo quando la neve pretendeva di tutto imbiancare. Quindi i viali, ondulando per la pianura, sembravano accerchiare il castello quasi fino sulla strada, o salivano le prime falde del monte assottigliandosi. Il viale diventava viottolo, il viottolo sentiero; le foglie morte lo ingombravano, i cespugli lo attraversavano violentemente coi rami interrompendolo tratto tratto, finchè più in alto, l'erta diventando più erta, il sentiero si stancava. Talvolta però più fortunato o più forte montava ancora, torcendosi a tutti i capricci delle macchiette, infilandosi per tutte le screpolature, sparendo tratto tratto sotto la pelle verde del muschio o spezzandosi in scalini, finchè toccava l'orlo scapigliato d'un largo spazio.

Allora la vista si abbassava sui boschi cedui, sull'altro più profondo, sul palazzo bianco, urtandosi alla ripa opposta del fiume e ripiegandosi per tutta la vallata lunga e stretta, sino alle elci dense comeun prato, sotto al quale s'indovinava una vacuità piena di mistero, un silenzio avvolto nell'ombra, una moltitudine di ombre susurranti nel silenzio. Lo sguardo vi si sommergeva col pensiero come dentro un'incognita foresta sottomarina. I viali tendevano tuttavia le loro volte, le gramigne si stiravano nocchiolute ai piedi degli alberi, i rami secchi ingombravano qua e là il terreno, l'edera infittiva la oscurità e intristiva la cupezza, i viali erano muti come gli alberi. Quello era il bosco delle elci e del sonno, che il giorno non poteva interrompere, ma cui gli uccelli giungevano forse a far sorridere i sogni colla nota perlata del loro cinguettìo; un bosco invecchiato nell'ozio di un'inutile vegetazione, nel quale il vento non entrava più del sole, e la luna filtrava appena qualche fantasia notturna. Il sudore viscoso dell'umidità vi gocciolava a tutti i tronchi, mentre la terra arenosa strideva sempre ad ogni più piccola pressione, e gli uccelli folleggianti per quella solitudine di vegetazione, la popolavano di amori spensierati e canori.

Quel bosco era la passione di Ida, che vi si obliava lunghe ore.

Sempre alzata per tempo, faceva toeletta e si andava a chiudere in biblioteca, finchè Jela non venisse a distorla per gli ordinarii sollazzi. Allora traduceva l'Ahasverodi Hamerling, coll'ardore di altre volte, poichè quella vita signorile, veduta dappresso, le aveva già smentiti tutti i lunghi sogni. Il conte era gentile ma nullo, Jela carina ma nulla, il castello comodo ma nullo; il suo lusso era senza raffinatezza come la campagna d'intorno senza varietà.

Però della vita intima del castello, tranne il contatto delle due cameriere e di Giovanni il cavallerizzo,esse non sapevano altro. La vecchia faceva con loro da governante, ma in presenza di Ida non parlava quasi mai, scusandosi astiosamente del non saperlo fare: del che Jela la derideva contraffacendola e colmandola di carezze. Del resto volendole tiranneggiare finiva sempre coll'ubbidirle o per l'amore di Jela o per l'abilità di Ida.

In principio, la sera o la mattina presto, uscivano per lunghe trottate colla Nencia e Giovanni, poi Ida era riuscita a sopprimere la vecchia, a mutare il calesse in unphaeton, che guidava ella stessa sotto la sorveglianza di Giovanni, il quale avrebbe voluto insegnare inutilmente anche a Jela. Ida aveva un occhio e una mano da cocchiere inglese con una temerità da americano. Poi le trottate le annoiarono: l'ultima fu a tiro a quattro, una scommessa di Ida col conte, che ella vinse a stento, ma vinse. Quindi vennero le passeggiate a cavallo, che non finirono più, solamente si fecero più rade; qualche volta, a grande scandalo della Nencia, Ida osava uscire sola senza staffiere. A Jela non lo avrebbero permesso.

Ma le giornate erano lunghe. Jela si rifaceva sui romanzi della mamma di vent'anni fa, Ida studiando finchè suonasse l'ora solenne del pranzo, servito da domestici sempre gallonati, con un lusso principesco e una raffinatezza degna di Brillat Savarin. La sera arrivava il curato per la partita a scopa o al bigliardo. Ida vi si rifiutava quasi sempre, Jela potendolo, e divertendosi un quarto d'ora coll'invariabile imbarazzo del prete. Ma la partita restava spesso a mezzo, il conte parlava di campagna, d'insulsaggini dette le mille volte e che l'altro accettava sempre come nuove, rispondendovi alla sua maniera, cosìche il conte sapeva già prima la risposta. Una volta Jela glielo disse.

—È un imbecille,—le rispose col suo tono abituale d'indifferenza.

—Però i contadini lo credono un grand'uomo!

—Forse ciò è conciliabile.

—Perchè no?—interloquì Ida, soffiando col suo sarcasmo su quella leggera ironia;—la più goffa delle imbecillità è forse nell'essere un grand'uomo.

Ma le due giovinette si annoiavano: una smania latente cominciava ad irritarle di essere così fuori del mondo ancora per molti mesi, senza udirne nemmeno gli echi e vederne di notte i fuochi lontani. Jela pensava alle feste, alle toelette da teatro o da ballo, alle passeggiate tra la folla; e a certi momenti le pareva di mancare di tutto.

Entro quell'enorme cornice di verdura, che a forza di riposare la vista la stancava, e quella calma greve come un'afa, il castello diventava più noioso. Dal mattino si aprivano porte e finestre; il conte o partiva per la caccia o si chiudeva nel proprio appartamento al pian terreno; la famiglia non si riuniva se non la sera. Quegli appartamenti così vasti, aereati, colle tappezzerie non meno lucide dei mobili e le dorature ancora fresche, parevano non aver mai appartenuto ad alcuno, siccome negli alberghi, dei quali aveano il lusso impersonale senza la vita tumultuosa del continuo sgombero. Tutte le tende armonizzavano colle pareti, tutti i mobili fra loro e tutti i saloni. Il conte occupava il pian terreno, Jela e Ida due quartierini in una specie di casetta interna agglomerata nel palazzo. Il piano nobile, un rettangolo di saloni infilati, era vuoto dal giorno che la contessa, accortasi di essere mortalmente ammalata,l'avea finita colle feste e coi ricevimenti. Ma dopo la sua morte la Nencia ne aveva assunta specialmente la cura. Quindi nessuna mano vi aveva più turbato l'ordine minuzioso e la regolarità implacabile. Nessun sopramobile si era mosso, nessuna poltrona aveva scivolato sulle ruote, nessuna piega di cortinaggio si era distesa. Le candele dei lampadari, aspettando da vent'anni di essere accese, si erano annerite, il tempo aveva fermato sui caminetti di marmo tutte le pendole dorate. Quegli appartamenti deserti non servivano più che ai vecchi ritratti, immobili nelle pose convenzionali, imbruniti dagli anni in fondo alle loro ombre rapprese.

Dalle larghe finestre la campagna entrava confondendo l'inerte ampiezza del paesaggio alla vuota ampiezza delle stanze, nelle quali la luce sembrava perdere anch'essa la rutilante giovinezza, come la vita vi avea perduto la confusione e la sonorità.

E a poco a poco il pensiero subiva quella smorta influenza. Una noia di luogo abbandonato si addensava in tutto l'ambiente cadendo sull'anima delle fanciulle, coprendovi come sotto uno strato di polvere tutti i floridi desiderii e le bionde passioni. Ma era così lieve che non l'avvertivano, se non quando era già troppo alta.

Jela fuggiva quasi subito, Ida tentava di resistere, cacciandosi attraverso le ruine dei suoi mille mondi, sempre frantumati nel secondo momento della loro creazione: poi le fanciulle si trovavano giù nelle stanze abitate, e la conversazione del conte col curato ricadeva loro addosso come una polvere più grossa e più disgustosa.

—Come mai papà non si annoia?

—Mia cara, dovresti domandarglielo: è un problema,di cui la soluzione può interessarci seriamente.

—Non mi risponderebbe: dimmelo tu.

—Chiedilo piuttosto al curato. Egli ti dirà che la noia del mondo è l'eco della voce di Dio, che ci chiama dal paradiso.

—E papà?

—Forse è sordo.

—Ma io mi annoio,—gridò Jela ridendo:—e tu?

Ida s'alzò, e pigliandola per mano la condusse alla finestra. La notte era scura; grosse nuvole aspettavano nel cielo.

—Credi che quelle nuvole si annoino?

—Chissà! che cosa fanno lassù? si annoieranno anch'esse.

—Avrebbero torto, perchè hanno la tempesta nel seno.

c2143II.Una mattina Jela corse mezzo spettinata nella camera della sorella, non la trovò; era nella biblioteca.—Indovina,—esclamò subito, spingendo il grosso portone colla spalla.—Stasera arriva lo zio col conte Alidosi: me lo ha detto ora la Nencia,—e si fermò come soffocata dall'emozione.—Ho indovinato,—rispose Ida pensierosa.L'altra pure si fe' grave.—Lo vedremo.—L'ho già veduto,—disse a precipizio, togliendosi di saccoccia una fotografia, e porgendogliela e ritirandogliela col vezzo dei bambini.—È bello?!—I ritratti mentono più degli originali.Ma con grande meraviglia di Jela, sfuggita di sotto il pettine della cameriera per confidare tosto alla sorella l'enorme segreto, la conversazione cadde. Ida guardò le pagine del libro, la fanciulla non seppe più che cosa dire. Fece una smorfia.—Lo vedremo,—riprese Ida con accento quasi annoiato.—E mi dirai poi che cosa ne pensi?—Senza dubbio.Quella mattina al castello ci fu moto specialmente del cuoco e della Nencia. Il conte provò alcuni cavalli nel cortile della cavallerizza, e, ricordandosi improvvisamente del salto di Ida alla barriera, si sentì come il bisogno di parlarle. Sapeva di trovarla in biblioteca.—Studiate davvero come una maestra,—le disse colla sua gentilezza un po' stordita.Ella ebbe un sussulto, ma non trovò risposta.—Sarebbe indiscrezione domandarvi il titolo del libro?—Un libro antico: Leone Ebreo,Filosofia dell'amore.—Lo studiate per voi?—Per me!—rispose con un gesto di elegante pessimismo,—per Jela.Il conte, che conobbe il proprio secreto già propalato, se ne imbarazzò; poi gli balenò nella mente la posizione della fanciulla dopo il probabile matrimonio di Jela, ed osservandole le gote allividite dall'ombra di quelle due grandi pupille nere, n'ebbe quasi pietà. Conosceva già le sue stravaganti superbie di maestra, e vi si interessava a quando a quando come ad uno dei pochi romanzi letti nella vita.La biblioteca, uno stanzone oblungo, colle paretinascoste fino al cornicione della volta dagli scaffali e due grandi finestre, che la riempivano di una luce taciturna, aveva una specie di nudità conventuale polverosa e severa. Le finestre alte, riparate da tende scolorate dal sole e striate dalle pioggie, non lasciavano vedere della scena ebraica dipinta nella volta se non qualche vistosità di abiti dietro il profilo sfuggente di una palma. Una umidità di sotterraneo appannava i lastroni quadrati del pavimento, ed annerendo gli scaffali di quercia, cogli sportelli a rete di filo di ferro, agghiacciava ancora quello stanzone, nel quale la vita del pensiero sembrava non essere entrata che per morirvi mutamente. Alcuni busti di filosofi, affondati dietro le cimase degli scaffali, gettavano tratto tratto bianchi bagliori di teschi, mentre una vecchia lucerna in fondo, sopra al tavolo di Ida, spenta chissà da quanti anni, sembrava accrescere ancora quell'ombra. Il conte, che non vi entrava quasi mai, si guardò attorno.—Osservi,—gli disse la fanciulla, vedendo il suo sguardo fermarsi sul Cristo gigantesco, inchiodato sulla porta dominando quel cimitero di pensieri con la propria figura cadaverica.Il conte si rivolse invece a guardare lei, e fu colpito dalla strana rassomiglianza di quei due pallori, ai quali il nero della croce e il nero dell'abito davano un funebre risalto.—Osservi,—ella ripetè dopo una pausa, con accento velato:—quel Cristo non ha la corona di spine.—Gli sarà forse caduta.—Nella biblioteca... e qualcuno l'avrà raccolta. Ma la fanciulla, evidentemente pentita della malinconiadelle proprie parole, gli lanciò un sorriso vivace, riconducendo il discorso su Jela e i cavalli provati la mattina. Era forse la prima volta che il conte si trovasse in colloquio così libero e stretto con lei, dopo averla concessa a Jela come la distrazione più adatta appena fuori del convento e prevedendo bene che un giorno o l'altro se ne sarebbe stancata. Solamente, nella sua generosità di gran signore, egli si riserbava di fornire alla maestra un collocamento o una dote per pagarle così l'ultimo debito della educazione di Jela. E poichè nell'andare a riprenderla con Jela al villaggio, si era ingannato immaginandola di costumi e di apparenza volgari, dopo non aveva più analizzato il proprio disinganno su quella grande fanciulla dal portamento altero e dalla conversazione di una mobilità così intelligente. Invece vi si compiaceva inconsciamente, perchè le armonie si avvertono meno quanto sono più perfette.Ma a volta a volta gli occhi gli si posavano sul bel corpo della fanciulla, che pareva offrirgli nel sorriso di una parola la chiave di una rivelazione. Allora un desiderio alzava la testa fra molti dubbi, agitandosi in un guizzo di fiamma; ma la fanciulla aveva già abbassato gli occhi parlando ingenuamente con Jela, e il desiderio del conte si riaddormiva come uno svegliato innanzi tempo o per errore. Egli era un gentiluomo di modi squisiti, profondamente convinto della propria nobiltà, troppo ricco per avere mai lavorato, e troppo corto d'ingegno per essersi mai annoiato nell'ozio. Un tempo aveva amato le cacce e i cavalli, ma col cadere della gioventù anche queste passioni se ne erano andate, lasciandolo in una calma d'inerzia, che aveva come la voluttà di un riposo e gli dava nel mondo la superiorità diun uomo molto addentro nella vita. Allora non amava più nulla e non si ricordava d'altro.Da qualche anno si ritirava lunghi tratti in campagna fra quei monti pieni di selvaggina, vivendovi da solo una vita da gran signore. Di donne vi si occupava più poco, come di lepri alle quali somigliavano fin troppo nella timidezza selvatica e nell'agro del sapore.Possedeva quattro belle tenute e una figlia ancora più bella: aveva poco oltre quarant'anni, era solo, eppure non molto tenero di quella bambina, capolavoro della sua gioventù, più incantevole della mamma, perchè più sana e con altrettanta delicatezza. Gli piaceva, l'amava, le dava in dote le due più belle tenute, qualche cosa come due milioni, le permetteva qualunque capriccio, non l'aveva mai sgridata e non la sgriderebbe; era contento insomma di vederla bella e felice e che la fortuna le stendesse lungo la strada della vita i morbidi tappeti della ricchezza, ma non si chinava mai a respirare il profumo di quel fiorellino o a percuotere quella piccola anima, adorabile appunto perchè piccola, per trarne un suono, che fosse l'eco dei suoni della sua anima di uomo e di padre.Era uno di quei fortunati, pei quali la vita non ha problemi, e ai quali una salute di ferro metallizzando l'egoismo, non si può dire che siano cattivi, perchè non possono nemmeno esser buoni. La robustezza della sua costituzione lo aveva salvato dalla cancrena de' vizi, l'abitudine della caccia e della vita campestre lo preservava dalle morbosità vanitose delle piccole cariche. Gran signore, che sentiva parlare volentieri del medio evo, coll'istinto della prepotenza impedito dalla indolenza del carattere,aveva una muta ed educata ironia per le manìe progressiste e le borie democratiche del proprio tempo. Non era nè religioso nè empio, o più italiano che straniero; accettava egualmente la repubblica e la monarchia, ma era ancora un gran signore, nel quale la grandezza, diventata natura, pareva semplice e l'ozio meritato da servigi inconoscibili. E Jela, gracile pianta alimentata dal succo della madre sul terreno paterno, ne risentiva l'aridezza, affrettandosi ad esaurire tutta la propria vitalità in una festa mattinale di bottoni e di fiori.Ida, che avendo compreso subito il conte non vi aveva fatto nessun calcolo, al vederlo entrare in biblioteca ne fu piuttosto meravigliata.Il conte era sempre in piedi, colle mani appoggiate al tavolone, gustando la buona impressione, che gli faceva la maestra quel mattino, abbandonata sopra un braccio della vecchia poltrona di cuoio a spalliera dritta, alta come una cattedra.—Come potete mai passare tante ore in questo tetro camerone, sempre sola?—Forse che in due sarebbe più facile?—Forse.—Allora provi. Jela avrà troppo da fare colla toeletta e non verrà a cercarmi che fra due ore.—Non sono uomo di studio,—replicò col suo tono leggiero, cercando cogli occhi una seggiola.—Piccolo guaio! in due non studiano che i ragazzi preparandosi all'esame.—Ma è dunque un invito!—A che cosa, signor conte?—ribattè con un sorriso così fine, che egli comprese d'aver a fronte una donna, contro la quale le sorprese non erano possibili, e colla quale la commedia avrebbe dovutoessere di una grande perfezione. Si fermò, poi avvolgendola in un'occhiata di gentiluomo uso a comprare le donne e i cavalli, la squadrò, l'ammirò e ridivenne l'uomo amabile del salone, che ha sempre una spiegazione per ogni audacia e una ritirata per ogni sconfitta.—È un invito per una trottata. Mentre Jela aspetta, noi che non abbiamo nulla d'aspettare andremo loro incontro. Oggi è una stupenda giornata.—Ma così interromperò laFilosofia dell'amore.—Sarà forse meglio per entrambi...—e fece sorridendo una sospensione,—che non possono andare uniti.Ida si levò accettando l'invito con atto grazioso ed uscì dalla biblioteca, mentre il conte scendeva lo scalone agitando il frustino in una maniera, che per lui indicava molto buon umore. Fe' sellare il suo cavallo favorito, bel sauro dalle forme pesanti ma di una rara eleganza, gli mutò egli stesso la testiera di cuoio in un'altra di seta, costume mezzo orientale e mezzo di fantasia, esaminò coll'occhio dell'intelligente la bardatura di Febo, ed attese la fanciulla nel mezzo del cortile schioccando il frustone, intanto che i cavalli saltavano come per strapparsi alle mani degli stallieri.—Febo!—esclamò Ida arrivando colla lunga veste sul braccio, che le si vedevano gli stivali di pelle lucida. Il cavallo si volse nitrendo.Il conte gettò il frustone e le si appressò.—Febo, Febo!—ripeteva la fanciulla, accarezzando il collo del vivace animale:—Ha lo stesso nome ed è bello come il sole.—Avete dunque una vera passione per i cavalli?—Anche.Il conte piegò un ginocchio; ella si lasciò prendere con tale atto di sapiente civetteria, che persino gli stallieri se ne accorsero. Quindi egli la sollevò fra le braccia, lambendole quasi colla fronte il seno sotto al suo viso pallido, che lo dominava con una moina inimitabile, dall'alto, senza una preoccupazione del cavallo.—Ida!—s'intese chiamare Jela da una finestra del primo piano:—senza dire nulla... mi rubi papà.Questo scherzo innocente capitava così a proposito, che il conte sentì dietro le spalle fremere gli stallieri. Si slanciò sul suo sauro.—Ida!—tornò a chiamare la fanciulla più forte, mentre l'altra si era voltata a vedere il conte inforcare il proprio cavallo impennatosi appena libero dal cocchiere. Vi fu una lotta, ma il conte perfetto cavallerizzo la vinse e, spingendosi innanzi ad Ida con tre salti, fe' un cenno alla figlia. Ida gli cacciò dietro Febo di un balzo temerario, e salutò Jela col frustino.All'uscire dal portone i due cavalli già quieti caracollavano col collo arcuato e il passo sospeso. Il conte era fermo in sella come una statua, Ida invece acconsentiva ad ogni moto di Febo colla più graziosa morbidezza di flessioni.—Cavalca pur bene!—esclamò Jela dalla finestra.Ma la vecchia cameriera, che la spiava accigliata, mormorò:—Gli vanno incontro... anche lei!—Davvero!—gridò Jela tornando a guardarli, che erano già sulla cancellata. Il conte si ritraeva per lasciarla passare, e Ida innanzi gli si rivolgeva scherzando col frustino nel fiocco nero sulla fronte del suo sauro, con uno scorcio, che anche da lontano era di una audace bellezza.—Civetta!—balbettò la Nencia, togliendosi dalla finestra.Jela rimase impensierita.Dopo circa due ore una elegantevictoriaentrava con un forte tintinnìo di sonagli il gran cancello del palazzo, seguita da Ida e dal conte sui cavalli bianchi di schiuma. Tutti i servitori erano accorsi, ma il duca, gettandosi prestamente dal predellino, volle aiutare la fanciulla a discendere, e le offerse il braccio per lo scalone.In cima Jela, che fingeva di accorrere incontro al padre, si fermò percossa sulla soglia del proprio appartamento.—Jela!—esclamò gaiamente il vecchio duca, chiamandola con un gesto:—sei proprio decisa a non darmi più un bacio?La fanciulla, che aveva già guardato il conte Alidosi, rossa come una rosa corse allo zio per nascondergli il proprio turbamento sul petto. Egli le cinse col braccio libero la testa e, sfiorandogliela colle labbra, le presentò l'amico, così quasi nascosto, mentre ella tentava un piccolo inchino comico abbassando gli occhi. Poi entrarono nel salone. Allora il duca scherzò con Jela, disse qualche amabilità a Ida, intanto che il conte Alidosi s'insinuava elegantemente nella conversazione, mescendo la propria voce quasi femminile al concerto di quelle due voci tremule ed armoniose. Ma nonostante l'abilità degli attori la scena languiva, Jela non trovava più che dei monosillabi, l'altro con tutta l'apparenza di un giovane perfettamente alla moda, poco uso a simili convegni, perdeva la prima spigliatezza.—È un tipo dunque?—rispondeva il duca al conte, sbirciando Ida.—Mi pare interessante. E tu?—seguì con fatuo sorriso di corruttela.Il conte Alberto alzò le spalle.—Troppo difficile...—Bah!E il duca si appressò galantemente per ripeterle un complimento sulla sua abilità di cavallerizza e il buon gusto della sua amazone.—Ida veste sempre di nero,—disse Jela, che si sentiva opprimere dal silenzio del bel forastiere.—Come Mazzini,—questi interloquì ironicamente, alludendo alla morte recentissima del grande rivoluzionario.—Mazzini portava il lutto della patria, che non aveva,—ribattè Jela.—E che poi creò?—seguì il duca sul tono dell'Alidosi.—Forse no, perchè vestì di nero fino alla morte. Il conte Alberto, fiutando una lotta, si era avvicinato, ma a questa risposta più scettica delle loro domande sorrise. Poi Jela dovette mettersi al piano con dietro il conte Enrico, che le voltava le pagine, chinandosele tratto tratto a guardarla sulla fronte con un garbo più cortese che galante, mentre ella tanto sicura delle proprie dita se le sentiva tremare sui tasti e le note le svolazzavano intorno alle orecchie come tanti frantumi di un secreto spezzato.—Non è forse un bel gruppo?—rispondeva Ida al duca, che le domandava perchè li guardasse tanto. Ma in quel punto Jela agli estremi chiamò Ida, perchè suonasse ella pure, denunciandola allo zio come una principiante portentosa.—Una volta era anch'io un principiante mostruoso, per fortuna sono rimasto sempre tale.—Allora suoneremo un pezzo a quattro mani.—Così le mani possono sbagliare più facilmente.—Gli è per questo che il signor duca ricusa?—Oh!—rispose, offrendole il braccio e sedendosele accanto al piano.—Mettiti laggiù, Jela: certa musica ha bisogno di prospettiva. Che cosa suoniamo, signorina?—Per me è tutt'uno, non so nessun pezzo.—Allora suoniamo senza musica.—Sia.Disposero le dita, poi si guardarono ridendo. Pareva si conoscessero da lungo tempo.—Zio, aspetto,—disse Jela.—Eccomi,—ed alzandosi porse la mano a Ida.—Permettete: oggi si sono incontrati, domani si scontreranno.—Un duello sulla tastiera?—Un duello.—All'ultimo sangue?—Con una donna... val meglio il primo.Ida dissimulò la lubrica impertinenza dello scherzo susurrato a bassa voce e, chinando il capo quasi ad un complimento, mutò discorso. Quella giornata passò rapidamente. Il conte Alberto, che conosceva intimamente l'Alidosi, non fece cerimonie e si ritirò. Lo zio propose una passeggiata pel bosco, la magnificenza della villa. Jela era al braccio di Enrico, Ida a quello del duca, ma intanto che la coppia dei fidanzati s'impacciava ogni tanto nel silenzio, egli già tutto allegro di essere il corruttore di una civettuola, doveva tratto tratto indietreggiare ad una risposta, che gli si accendeva dinanzi come un razzo. Naturalmente il duca parlava di donne, di Parigi, donde arrivava da poco, delle grandi signore, della vita facile; se non che provandosi a trascinare il dialogo troppo in basso, la fanciulla, che aveva ascoltatosino allora ridendo, dava una forte strappata, e risaliva anche più in alto.—È proprio un tipo!—egli ripeteva, colto nel fascino di quella originalità.Ma cicaleggiando Ida l'interrogò a più riprese sul conte Alidosi. Girarono lungamente pel bosco tutto imbalsamato di viole; quindi il duca parlò della Patti a Parigi nella parte di Violetta, laDame aux Camélias; aveva pure conosciuto Dumas in un salone.—Ma Violette non ne ho mai trovato, non ne esistono.—È una fortuna: sarebbero le donne più ridicole della nostra civiltà.—Una donna, che muore d'amore, è ridicola?—Forse, ma l'amore di Margherita era ridicolo con tutti quegli scrupoli sentimentali e quelle timidezze borghesi. Una donna, che muore, non si lascia rapire l'amante. E perchè? per una sorella di lui, che non conosce nemmeno. La passione è egoista come tutti i forti.—Ecco un'opinione singolare.Ida gli gittò un'occhiata di superiorità.—Singolare!—riprese, come tenendo a quell'oggetto di conversazione.—Quali sono dunque le donne forti?—Quelle che si fanno amare.—Non amando?—Fors'anco.—Ed avete detto questo con Jela?—Jela è una bambina.Quindi discorsero del bosco, della vita campestre, del mondo, che Ida non conosceva se non per fantasia, e del quale il duca era un indigeno. Ida ascoltavaa quattro orecchie, sollevando il cortinaggio di ogni parola per scoprirvi sotto un secreto. Si accorgeva della strambezza della loro conversazione, specialmente per lei damigella di compagnia e non già la sorella di Jela agli occhi del mondo; ma esasperata dal lungo attendere della sua vita, si avventava nella battaglia, considerando il duca come un araldo, che il mondo le mandasse colla sfida.Aveva un'urgenza febbrile di torsi la maschera e, aprendo gli scrigni del proprio spirito, gettarne a pugni le perle nel viso della gente. D'altronde Jela non l'abbandonava ella pure? Al braccio di Enrico, leggera, sospesa come una sciarpa, il viso in alto, ella non pensava più certo all'amica, trascinata da quel cavaliere ancora incognito verso il mondo lontano, al quale Ida era condannata a non avvicinarsi mai, e dal quale rivolgendosi a un ricordo improvviso e passeggero Jela avrebbe appena potuto travederla. Questo pensiero l'attristò.—A che pensate?—le disse il duca in francese arrestandosi, mentre ella camminava a testa china.Ida sollevò la fronte e, vedendo i due fidanzati che retrocedevano loro incontro, biondi e leggeri sotto quelle volte massicce di verdura, s'incantò, quasi non avesse udita la domanda. Il suo sguardo, urtandosi in quella coppia, si divise su Jela e sul conte e li sentì entrambi così simili, che dovette indietreggiare per meglio comprenderli; ma la gracile eleganza di Enrico le parve allora come la forza della delicatezza di Jela. Si distinguevano più alle vesti che alla figura, se non che egli, più alto, la dominava colla fronte bianca come quella di Jela. Quindi ricordandosi su nel salone il suo primosguardo frizzante di ironia come un zaffiro di azzurro, vi sentì tutta una fisonomia di perversità adorabile e di stupenda ambiguità.—Pensavo,—fe' scuotendosi,—ad un difficile problema: Jela due ore fa non amava.—Adesso credete che ami?—Sono sicura del fatto, ma non giungo a comprenderlo. Sapreste aiutarmi voi, signor duca, voi che sapete la vita?—V'interessano dunque molto i casi dell'amore?—Molto! curiosità di viaggiatore che domanda, vedendola, il nome di una pianta a lui sconosciuta.Ma il duca, che non si era mai proposto simili quesiti, non potendo trovarne subito la soluzione, ebbe lo spirito di non cercarla.—E così?—gli chiese il conte Alberto, quando furono di ritorno per il pranzo.—Aspetta: ti dirò domani mattina la mia opinione.—La notte porta consiglio.—Mio caro, questa volta per aiutarmi davvero dovrebbe portarmi la ragazza.Il pranzo fu allegro. Ida non era mai stata più nobile e più spiritosa. Alla galanteria piena di spirito, colla quale trattava gli ospiti, si sarebbe quasi detta la padrona di casa, così non dimenticava un sorriso e non lasciava cadere una frase. Il duca di Rivola e il conte Alidosi, sebbene arrivati da poco, s'accorgevano già della novità; mentre Jela, dimenticata nel fondo di quella brillante conversazione, spiava prima curiosa, poi indispettita, l'amica, che le rubava persino l'attenzione di Enrico, rivelandosi in una insolita bellezza quasi prestigiosa come una nudità.Quindi dalla sala da pranzo passarono nel salone, si fece ancora un po' di musica, Jela cantò una romanza di Gluck, fresca di una primavera immortale, si rise, vi fu ancora una discussione, dalla quale Ida uscì trionfante, e la compagnia si sciolse. Le fanciulle si ritirarono prime. Jela era imbronciata. Traversarono l'appartamento di Ida, e l'altra passava già nel proprio, che non si erano ancora detta una parola.—Jela!Ella si volse.—Ma te lo dirà, non dubitare.—Quando?—Forse posdomani, forse pure domani.Un rossore di fiamma le tinse la fronte, Ida aperse le braccia e Jela vi si precipitò con un groppo di singhiozzi alla gola. Stettero abbracciate. Jela le baciava il collo, ma nel calore di quel bacio il groppo dei singhiozzi le si sciolse in una risata.—È bello!—Tu non dovresti accorgertene. Gli uomini lo diranno brutto.—E le donne?—Lo ripeteranno.Jela si grattò la testina.—Ma ne parleremo: adesso va' a letto, e non aprire la finestra.—La sua è di contro,—esclamò sorridendo.Ida ebbe un sorriso di sprezzo a quella furberia della Nencia di mettere i fidanzati in faccia per farli più presto innamorare, guardandosi la notte nel chiaro mistero della luna; accompagnò Jela fino nel salottino e dandole un bacio ritornò nella propria camera. Ma invece di coricarsi entrò in biblioteca.L'indomani passò senza nota. I due ospiti, partiti di buon mattino per una partita di caccia, non ritornarono che a vespro carichi di lepri e di fango. Jela era malinconica, Ida tornata all'ordinaria indifferenza per tenere in iscacco il duca, che affettava una certa noncuranza di galante già inoltrato. Ma Jela, incapace di capire un simile gioco, coll'anima piena del nuovo sentimento, si avviluppava nelle odorose mestizie del romanticismo, rifabbricandosi nella testina i lirici mondi di tutti i primi amori. Il conte Enrico le pareva tanto bello, che l'avea sempre amato; e questa sola parola era un oceano, nel quale navigava perdendosi per tutta la lene vastità delle acque sino alle vaporose incertezze dell'orizzonte. Era felice e soffriva. Con tutta la sua malizia di educanda, il pensiero di essere un giorno o una notte sola con Enrico in una camera, le sconcertava perfino i desiderii, mentre non avrebbe osato per cosa al mondo confessargli nemmeno la propria passione. Però si lusingava di essere compresa e che egli parlerebbe per il primo. Non glielo aveva assicurato anche Ida? Ida, ecco chi era disimpacciata. Ella ne provava quasi un rancore.Quella inferiorità di spirito alla presenza dell'uomo adorato (e la fanciulla credeva già di adorarlo) in un circolo formato unicamente per lei, giacchè nè lo zio nè il conte erano certamente venuti al castello per altri, la umiliava troppo nella vanità, perchè istintivamente non si cercasse attorno una rivincita. Per la prima volta, pensando all'amica si accorse di essere contessa e milionaria. Fu una rivelazione, ne gioì, poi se ne afflisse. Infine se Ida aveva ingegno, aveva anche bisogno di averne! Quindi ricordandosi una per una tutte le pungentiosservazioni della Nencia, le parve di comprenderle solamente allora; ma poi non volle pensarci altrimenti, e presa da una più dolce mestizia, perdonò a Ida lo splendore della intelligenza, promettendosi di esserle sempre, per tutta la vita, l'amica più devota.Questa vittoria la calmò. Le parve di essere tanto buona, che ne trasse la sicurezza di essere amata. Si era ritirata nel gabinetto lilla e vi aveva abbassato tutte le tende, sedendosi sopra una poltrona da un'ora colla persuasione di non essere già più la Jela degli altri giorni, ma così cangiata, che tutti se ne dovevano accorgere della povera Jela, la quale amava ed era tanto infelice. Per fortuna Ida stette chiusa tutta il giorno nella biblioteca, non comparendo nemmeno a colazione, giacchè avrebbe indubbiamente sorriso di quella idilliaca disperazione e l'altra se ne sarebbe adontata, ritornando alle cattiverie del sapersi contessa.Ma Ida dal canto proprio aveva ricevuto dal duca una rivelazione del mondo reale, vedendo risolversi in fumo tutti i vecchi disegni. Quell'uomo, che parlava con tanta facilità delle donne, doveva dar loro ben poca importanza in quella abitudine di trovarsele sempre fra i piedi, offrentisi per un tozzo di pane o per un braccio di velluto. Ella, così superba di un'eccezione, e talora inorgogliendosene come di un'aristocrazia, si avvide di essere nella regola e che migliaia e migliaia di donne correvano la sua strada alla sua meta, scinte come le baccanti degli antichi bassorilievi, affaticandosi a spiccare con un gesto fra la moltitudine perchè qualcuno le chiamasse da un balcone, forse a dispetto delle dame oneste appoggiate col gomito sulla finestra a guardare nella strada con sprezzante curiosità.Ma ella non aveva altra superiorità che la intellettuale, inadatta alla vita libertina moderna. Da molti secoli le Aspasie erano passate di moda e non si trovavano più Pericli per farle regine, o Socrati per divertirle immortalandole. Oggi l'arma più tremenda stava nell'eccentricità, impossibile senza una certa ricchezza. Invece le sue abitudini intellettuali la trascinavano quasi sempre a conversazioni troppo concettose per divertire persone di un dialogo leggero come la loro vita, ed esclusivamente sensibili alla finezza delle maniere. Quindi si accorgeva che le proprie conservavano ancora nell'acre profumo dell'originalità un piccolo sito triviale.La sera fu amabile senza sforzo, suonò il pezzo a quattro mani col duca, tenendolo a distanza cogli scherzi, ma non potè malgrado ogni premeditazione permettere a Jela di brillare. Così passò anche il giorno seguente, e nell'altro avvenne il colloquio di Jela con Enrico. Questi, che lo aveva preparato di lunga mano, lo condusse secondo le vecchie regole dei romanzi, inebriando la fanciulla così, che appena potè corse nella camera di Ida, la cercò dappertutto, finchè scese nel bosco e se la vide venire incontro al braccio del duca. Allora raccontò tutto. Il duca l'ammonì sorridendo, ma lasciandosi strappare la promessa di trattare egli col conte Alberto.—Ama ed è felice,—disse il duca con Ida dopo una pausa, mostrandole Jela, che si allontanava;—ecco una risposta alla vostra teoria dell'altro ieri.—Ma sarà amata?Questa fu l'ultima parola del loro dialogo. Il giorno seguente gli ospiti partirono, tre giorni dopo Jela sapeva dalla Nencia che era stata chiesta la sua mano e che il conte Alberto aveva dichiarato di rimettersiperfettamente al suo arbitrio. La fanciulla spiccò un salto.Giù in cucina si parlò molto del matrimonio criticandolo, perchè il cocchiere sapeva sicuramente dell'Alidosi che era mezzo rovinato e si serviva del favore del signor duca per rimettere l'equipaggio con quella dote, non vergognandosi nemmeno di venire a fare all'amore in quello di un altro. I pareri oscillavano, ma Giovanni, innamorato come un babbo della padroncina, si lasciava sfuggire qualche bestemmia, sintomo di una profonda collera.—Si vede bene che è un pitocco: non sa nemmeno cavalcare! Le ginocchia gli ballano sulla sella, non stringe.—Abitudine!—lo interruppe con un ghigno il cocchiere:—le donne...—Le donne?—ripetè Giovanni, percotendosi gli stivali coll'inseparabile frustino.—Donne e cavalli, tutta la differenza è nella sella: sarà avvezzo senza, ecco perchè non stringe.Il cocchiere superbo del frizzo diè in un'enorme risata, alla quale tutti fecero coro con un fracasso così schietto, che Giovanni rosso dal dispetto non seppe trovare una risposta. Ma quando l'ilarità fu calmata:—Sai chi gli darei io a quel biondino, che ha paura?—rispose colla sua tagliente serietà:—Gli darei la signorina Ida. T'assicuro che te lo farebbe ballare sul pomo del frustino; ma Jela!—egli solo ardiva chiamarla per nome.—Già i biondi sono tutti vigliacchi, ne ho conosciuti tanti, e i vigliacchi sono tutti cattivi.Il cocchiere, che era biondo, si morse le labbra,ma non ardì rispondere a Giovanni, secco come il ferro e fermo altrettanto; gli altri ghignarono ed il vecchio cavallerizzo uscì. Per le scale s'incontrò colla Nencia.Una volta si diceva che s'erano voluti bene.—Jela è proprio contenta?—le domandò con voce strozzata.La Nencia trovò così strano il dubbio, che alzò le spalle in aria di compassione.—Allora poi...Ma Jela non fu contenta che otto giorni dopo.

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Una mattina Jela corse mezzo spettinata nella camera della sorella, non la trovò; era nella biblioteca.

—Indovina,—esclamò subito, spingendo il grosso portone colla spalla.—Stasera arriva lo zio col conte Alidosi: me lo ha detto ora la Nencia,—e si fermò come soffocata dall'emozione.

—Ho indovinato,—rispose Ida pensierosa.

L'altra pure si fe' grave.

—Lo vedremo.

—L'ho già veduto,—disse a precipizio, togliendosi di saccoccia una fotografia, e porgendogliela e ritirandogliela col vezzo dei bambini.—È bello?!

—I ritratti mentono più degli originali.

Ma con grande meraviglia di Jela, sfuggita di sotto il pettine della cameriera per confidare tosto alla sorella l'enorme segreto, la conversazione cadde. Ida guardò le pagine del libro, la fanciulla non seppe più che cosa dire. Fece una smorfia.

—Lo vedremo,—riprese Ida con accento quasi annoiato.

—E mi dirai poi che cosa ne pensi?

—Senza dubbio.

Quella mattina al castello ci fu moto specialmente del cuoco e della Nencia. Il conte provò alcuni cavalli nel cortile della cavallerizza, e, ricordandosi improvvisamente del salto di Ida alla barriera, si sentì come il bisogno di parlarle. Sapeva di trovarla in biblioteca.

—Studiate davvero come una maestra,—le disse colla sua gentilezza un po' stordita.

Ella ebbe un sussulto, ma non trovò risposta.

—Sarebbe indiscrezione domandarvi il titolo del libro?

—Un libro antico: Leone Ebreo,Filosofia dell'amore.

—Lo studiate per voi?

—Per me!—rispose con un gesto di elegante pessimismo,—per Jela.

Il conte, che conobbe il proprio secreto già propalato, se ne imbarazzò; poi gli balenò nella mente la posizione della fanciulla dopo il probabile matrimonio di Jela, ed osservandole le gote allividite dall'ombra di quelle due grandi pupille nere, n'ebbe quasi pietà. Conosceva già le sue stravaganti superbie di maestra, e vi si interessava a quando a quando come ad uno dei pochi romanzi letti nella vita.

La biblioteca, uno stanzone oblungo, colle paretinascoste fino al cornicione della volta dagli scaffali e due grandi finestre, che la riempivano di una luce taciturna, aveva una specie di nudità conventuale polverosa e severa. Le finestre alte, riparate da tende scolorate dal sole e striate dalle pioggie, non lasciavano vedere della scena ebraica dipinta nella volta se non qualche vistosità di abiti dietro il profilo sfuggente di una palma. Una umidità di sotterraneo appannava i lastroni quadrati del pavimento, ed annerendo gli scaffali di quercia, cogli sportelli a rete di filo di ferro, agghiacciava ancora quello stanzone, nel quale la vita del pensiero sembrava non essere entrata che per morirvi mutamente. Alcuni busti di filosofi, affondati dietro le cimase degli scaffali, gettavano tratto tratto bianchi bagliori di teschi, mentre una vecchia lucerna in fondo, sopra al tavolo di Ida, spenta chissà da quanti anni, sembrava accrescere ancora quell'ombra. Il conte, che non vi entrava quasi mai, si guardò attorno.

—Osservi,—gli disse la fanciulla, vedendo il suo sguardo fermarsi sul Cristo gigantesco, inchiodato sulla porta dominando quel cimitero di pensieri con la propria figura cadaverica.

Il conte si rivolse invece a guardare lei, e fu colpito dalla strana rassomiglianza di quei due pallori, ai quali il nero della croce e il nero dell'abito davano un funebre risalto.

—Osservi,—ella ripetè dopo una pausa, con accento velato:—quel Cristo non ha la corona di spine.

—Gli sarà forse caduta.

—Nella biblioteca... e qualcuno l'avrà raccolta. Ma la fanciulla, evidentemente pentita della malinconiadelle proprie parole, gli lanciò un sorriso vivace, riconducendo il discorso su Jela e i cavalli provati la mattina. Era forse la prima volta che il conte si trovasse in colloquio così libero e stretto con lei, dopo averla concessa a Jela come la distrazione più adatta appena fuori del convento e prevedendo bene che un giorno o l'altro se ne sarebbe stancata. Solamente, nella sua generosità di gran signore, egli si riserbava di fornire alla maestra un collocamento o una dote per pagarle così l'ultimo debito della educazione di Jela. E poichè nell'andare a riprenderla con Jela al villaggio, si era ingannato immaginandola di costumi e di apparenza volgari, dopo non aveva più analizzato il proprio disinganno su quella grande fanciulla dal portamento altero e dalla conversazione di una mobilità così intelligente. Invece vi si compiaceva inconsciamente, perchè le armonie si avvertono meno quanto sono più perfette.

Ma a volta a volta gli occhi gli si posavano sul bel corpo della fanciulla, che pareva offrirgli nel sorriso di una parola la chiave di una rivelazione. Allora un desiderio alzava la testa fra molti dubbi, agitandosi in un guizzo di fiamma; ma la fanciulla aveva già abbassato gli occhi parlando ingenuamente con Jela, e il desiderio del conte si riaddormiva come uno svegliato innanzi tempo o per errore. Egli era un gentiluomo di modi squisiti, profondamente convinto della propria nobiltà, troppo ricco per avere mai lavorato, e troppo corto d'ingegno per essersi mai annoiato nell'ozio. Un tempo aveva amato le cacce e i cavalli, ma col cadere della gioventù anche queste passioni se ne erano andate, lasciandolo in una calma d'inerzia, che aveva come la voluttà di un riposo e gli dava nel mondo la superiorità diun uomo molto addentro nella vita. Allora non amava più nulla e non si ricordava d'altro.

Da qualche anno si ritirava lunghi tratti in campagna fra quei monti pieni di selvaggina, vivendovi da solo una vita da gran signore. Di donne vi si occupava più poco, come di lepri alle quali somigliavano fin troppo nella timidezza selvatica e nell'agro del sapore.

Possedeva quattro belle tenute e una figlia ancora più bella: aveva poco oltre quarant'anni, era solo, eppure non molto tenero di quella bambina, capolavoro della sua gioventù, più incantevole della mamma, perchè più sana e con altrettanta delicatezza. Gli piaceva, l'amava, le dava in dote le due più belle tenute, qualche cosa come due milioni, le permetteva qualunque capriccio, non l'aveva mai sgridata e non la sgriderebbe; era contento insomma di vederla bella e felice e che la fortuna le stendesse lungo la strada della vita i morbidi tappeti della ricchezza, ma non si chinava mai a respirare il profumo di quel fiorellino o a percuotere quella piccola anima, adorabile appunto perchè piccola, per trarne un suono, che fosse l'eco dei suoni della sua anima di uomo e di padre.

Era uno di quei fortunati, pei quali la vita non ha problemi, e ai quali una salute di ferro metallizzando l'egoismo, non si può dire che siano cattivi, perchè non possono nemmeno esser buoni. La robustezza della sua costituzione lo aveva salvato dalla cancrena de' vizi, l'abitudine della caccia e della vita campestre lo preservava dalle morbosità vanitose delle piccole cariche. Gran signore, che sentiva parlare volentieri del medio evo, coll'istinto della prepotenza impedito dalla indolenza del carattere,aveva una muta ed educata ironia per le manìe progressiste e le borie democratiche del proprio tempo. Non era nè religioso nè empio, o più italiano che straniero; accettava egualmente la repubblica e la monarchia, ma era ancora un gran signore, nel quale la grandezza, diventata natura, pareva semplice e l'ozio meritato da servigi inconoscibili. E Jela, gracile pianta alimentata dal succo della madre sul terreno paterno, ne risentiva l'aridezza, affrettandosi ad esaurire tutta la propria vitalità in una festa mattinale di bottoni e di fiori.

Ida, che avendo compreso subito il conte non vi aveva fatto nessun calcolo, al vederlo entrare in biblioteca ne fu piuttosto meravigliata.

Il conte era sempre in piedi, colle mani appoggiate al tavolone, gustando la buona impressione, che gli faceva la maestra quel mattino, abbandonata sopra un braccio della vecchia poltrona di cuoio a spalliera dritta, alta come una cattedra.

—Come potete mai passare tante ore in questo tetro camerone, sempre sola?

—Forse che in due sarebbe più facile?

—Forse.

—Allora provi. Jela avrà troppo da fare colla toeletta e non verrà a cercarmi che fra due ore.

—Non sono uomo di studio,—replicò col suo tono leggiero, cercando cogli occhi una seggiola.

—Piccolo guaio! in due non studiano che i ragazzi preparandosi all'esame.

—Ma è dunque un invito!

—A che cosa, signor conte?—ribattè con un sorriso così fine, che egli comprese d'aver a fronte una donna, contro la quale le sorprese non erano possibili, e colla quale la commedia avrebbe dovutoessere di una grande perfezione. Si fermò, poi avvolgendola in un'occhiata di gentiluomo uso a comprare le donne e i cavalli, la squadrò, l'ammirò e ridivenne l'uomo amabile del salone, che ha sempre una spiegazione per ogni audacia e una ritirata per ogni sconfitta.

—È un invito per una trottata. Mentre Jela aspetta, noi che non abbiamo nulla d'aspettare andremo loro incontro. Oggi è una stupenda giornata.

—Ma così interromperò laFilosofia dell'amore.

—Sarà forse meglio per entrambi...—e fece sorridendo una sospensione,—che non possono andare uniti.

Ida si levò accettando l'invito con atto grazioso ed uscì dalla biblioteca, mentre il conte scendeva lo scalone agitando il frustino in una maniera, che per lui indicava molto buon umore. Fe' sellare il suo cavallo favorito, bel sauro dalle forme pesanti ma di una rara eleganza, gli mutò egli stesso la testiera di cuoio in un'altra di seta, costume mezzo orientale e mezzo di fantasia, esaminò coll'occhio dell'intelligente la bardatura di Febo, ed attese la fanciulla nel mezzo del cortile schioccando il frustone, intanto che i cavalli saltavano come per strapparsi alle mani degli stallieri.

—Febo!—esclamò Ida arrivando colla lunga veste sul braccio, che le si vedevano gli stivali di pelle lucida. Il cavallo si volse nitrendo.

Il conte gettò il frustone e le si appressò.

—Febo, Febo!—ripeteva la fanciulla, accarezzando il collo del vivace animale:—Ha lo stesso nome ed è bello come il sole.

—Avete dunque una vera passione per i cavalli?

—Anche.

Il conte piegò un ginocchio; ella si lasciò prendere con tale atto di sapiente civetteria, che persino gli stallieri se ne accorsero. Quindi egli la sollevò fra le braccia, lambendole quasi colla fronte il seno sotto al suo viso pallido, che lo dominava con una moina inimitabile, dall'alto, senza una preoccupazione del cavallo.

—Ida!—s'intese chiamare Jela da una finestra del primo piano:—senza dire nulla... mi rubi papà.

Questo scherzo innocente capitava così a proposito, che il conte sentì dietro le spalle fremere gli stallieri. Si slanciò sul suo sauro.

—Ida!—tornò a chiamare la fanciulla più forte, mentre l'altra si era voltata a vedere il conte inforcare il proprio cavallo impennatosi appena libero dal cocchiere. Vi fu una lotta, ma il conte perfetto cavallerizzo la vinse e, spingendosi innanzi ad Ida con tre salti, fe' un cenno alla figlia. Ida gli cacciò dietro Febo di un balzo temerario, e salutò Jela col frustino.

All'uscire dal portone i due cavalli già quieti caracollavano col collo arcuato e il passo sospeso. Il conte era fermo in sella come una statua, Ida invece acconsentiva ad ogni moto di Febo colla più graziosa morbidezza di flessioni.

—Cavalca pur bene!—esclamò Jela dalla finestra.

Ma la vecchia cameriera, che la spiava accigliata, mormorò:

—Gli vanno incontro... anche lei!

—Davvero!—gridò Jela tornando a guardarli, che erano già sulla cancellata. Il conte si ritraeva per lasciarla passare, e Ida innanzi gli si rivolgeva scherzando col frustino nel fiocco nero sulla fronte del suo sauro, con uno scorcio, che anche da lontano era di una audace bellezza.

—Civetta!—balbettò la Nencia, togliendosi dalla finestra.

Jela rimase impensierita.

Dopo circa due ore una elegantevictoriaentrava con un forte tintinnìo di sonagli il gran cancello del palazzo, seguita da Ida e dal conte sui cavalli bianchi di schiuma. Tutti i servitori erano accorsi, ma il duca, gettandosi prestamente dal predellino, volle aiutare la fanciulla a discendere, e le offerse il braccio per lo scalone.

In cima Jela, che fingeva di accorrere incontro al padre, si fermò percossa sulla soglia del proprio appartamento.

—Jela!—esclamò gaiamente il vecchio duca, chiamandola con un gesto:—sei proprio decisa a non darmi più un bacio?

La fanciulla, che aveva già guardato il conte Alidosi, rossa come una rosa corse allo zio per nascondergli il proprio turbamento sul petto. Egli le cinse col braccio libero la testa e, sfiorandogliela colle labbra, le presentò l'amico, così quasi nascosto, mentre ella tentava un piccolo inchino comico abbassando gli occhi. Poi entrarono nel salone. Allora il duca scherzò con Jela, disse qualche amabilità a Ida, intanto che il conte Alidosi s'insinuava elegantemente nella conversazione, mescendo la propria voce quasi femminile al concerto di quelle due voci tremule ed armoniose. Ma nonostante l'abilità degli attori la scena languiva, Jela non trovava più che dei monosillabi, l'altro con tutta l'apparenza di un giovane perfettamente alla moda, poco uso a simili convegni, perdeva la prima spigliatezza.

—È un tipo dunque?—rispondeva il duca al conte, sbirciando Ida.—Mi pare interessante. E tu?—seguì con fatuo sorriso di corruttela.

Il conte Alberto alzò le spalle.

—Troppo difficile...

—Bah!

E il duca si appressò galantemente per ripeterle un complimento sulla sua abilità di cavallerizza e il buon gusto della sua amazone.

—Ida veste sempre di nero,—disse Jela, che si sentiva opprimere dal silenzio del bel forastiere.

—Come Mazzini,—questi interloquì ironicamente, alludendo alla morte recentissima del grande rivoluzionario.

—Mazzini portava il lutto della patria, che non aveva,—ribattè Jela.

—E che poi creò?—seguì il duca sul tono dell'Alidosi.

—Forse no, perchè vestì di nero fino alla morte. Il conte Alberto, fiutando una lotta, si era avvicinato, ma a questa risposta più scettica delle loro domande sorrise. Poi Jela dovette mettersi al piano con dietro il conte Enrico, che le voltava le pagine, chinandosele tratto tratto a guardarla sulla fronte con un garbo più cortese che galante, mentre ella tanto sicura delle proprie dita se le sentiva tremare sui tasti e le note le svolazzavano intorno alle orecchie come tanti frantumi di un secreto spezzato.

—Non è forse un bel gruppo?—rispondeva Ida al duca, che le domandava perchè li guardasse tanto. Ma in quel punto Jela agli estremi chiamò Ida, perchè suonasse ella pure, denunciandola allo zio come una principiante portentosa.

—Una volta era anch'io un principiante mostruoso, per fortuna sono rimasto sempre tale.

—Allora suoneremo un pezzo a quattro mani.

—Così le mani possono sbagliare più facilmente.

—Gli è per questo che il signor duca ricusa?

—Oh!—rispose, offrendole il braccio e sedendosele accanto al piano.—Mettiti laggiù, Jela: certa musica ha bisogno di prospettiva. Che cosa suoniamo, signorina?

—Per me è tutt'uno, non so nessun pezzo.

—Allora suoniamo senza musica.

—Sia.

Disposero le dita, poi si guardarono ridendo. Pareva si conoscessero da lungo tempo.

—Zio, aspetto,—disse Jela.

—Eccomi,—ed alzandosi porse la mano a Ida.

—Permettete: oggi si sono incontrati, domani si scontreranno.

—Un duello sulla tastiera?

—Un duello.

—All'ultimo sangue?

—Con una donna... val meglio il primo.

Ida dissimulò la lubrica impertinenza dello scherzo susurrato a bassa voce e, chinando il capo quasi ad un complimento, mutò discorso. Quella giornata passò rapidamente. Il conte Alberto, che conosceva intimamente l'Alidosi, non fece cerimonie e si ritirò. Lo zio propose una passeggiata pel bosco, la magnificenza della villa. Jela era al braccio di Enrico, Ida a quello del duca, ma intanto che la coppia dei fidanzati s'impacciava ogni tanto nel silenzio, egli già tutto allegro di essere il corruttore di una civettuola, doveva tratto tratto indietreggiare ad una risposta, che gli si accendeva dinanzi come un razzo. Naturalmente il duca parlava di donne, di Parigi, donde arrivava da poco, delle grandi signore, della vita facile; se non che provandosi a trascinare il dialogo troppo in basso, la fanciulla, che aveva ascoltatosino allora ridendo, dava una forte strappata, e risaliva anche più in alto.

—È proprio un tipo!—egli ripeteva, colto nel fascino di quella originalità.

Ma cicaleggiando Ida l'interrogò a più riprese sul conte Alidosi. Girarono lungamente pel bosco tutto imbalsamato di viole; quindi il duca parlò della Patti a Parigi nella parte di Violetta, laDame aux Camélias; aveva pure conosciuto Dumas in un salone.

—Ma Violette non ne ho mai trovato, non ne esistono.

—È una fortuna: sarebbero le donne più ridicole della nostra civiltà.

—Una donna, che muore d'amore, è ridicola?

—Forse, ma l'amore di Margherita era ridicolo con tutti quegli scrupoli sentimentali e quelle timidezze borghesi. Una donna, che muore, non si lascia rapire l'amante. E perchè? per una sorella di lui, che non conosce nemmeno. La passione è egoista come tutti i forti.

—Ecco un'opinione singolare.

Ida gli gittò un'occhiata di superiorità.

—Singolare!—riprese, come tenendo a quell'oggetto di conversazione.

—Quali sono dunque le donne forti?

—Quelle che si fanno amare.

—Non amando?

—Fors'anco.

—Ed avete detto questo con Jela?

—Jela è una bambina.

Quindi discorsero del bosco, della vita campestre, del mondo, che Ida non conosceva se non per fantasia, e del quale il duca era un indigeno. Ida ascoltavaa quattro orecchie, sollevando il cortinaggio di ogni parola per scoprirvi sotto un secreto. Si accorgeva della strambezza della loro conversazione, specialmente per lei damigella di compagnia e non già la sorella di Jela agli occhi del mondo; ma esasperata dal lungo attendere della sua vita, si avventava nella battaglia, considerando il duca come un araldo, che il mondo le mandasse colla sfida.

Aveva un'urgenza febbrile di torsi la maschera e, aprendo gli scrigni del proprio spirito, gettarne a pugni le perle nel viso della gente. D'altronde Jela non l'abbandonava ella pure? Al braccio di Enrico, leggera, sospesa come una sciarpa, il viso in alto, ella non pensava più certo all'amica, trascinata da quel cavaliere ancora incognito verso il mondo lontano, al quale Ida era condannata a non avvicinarsi mai, e dal quale rivolgendosi a un ricordo improvviso e passeggero Jela avrebbe appena potuto travederla. Questo pensiero l'attristò.

—A che pensate?—le disse il duca in francese arrestandosi, mentre ella camminava a testa china.

Ida sollevò la fronte e, vedendo i due fidanzati che retrocedevano loro incontro, biondi e leggeri sotto quelle volte massicce di verdura, s'incantò, quasi non avesse udita la domanda. Il suo sguardo, urtandosi in quella coppia, si divise su Jela e sul conte e li sentì entrambi così simili, che dovette indietreggiare per meglio comprenderli; ma la gracile eleganza di Enrico le parve allora come la forza della delicatezza di Jela. Si distinguevano più alle vesti che alla figura, se non che egli, più alto, la dominava colla fronte bianca come quella di Jela. Quindi ricordandosi su nel salone il suo primosguardo frizzante di ironia come un zaffiro di azzurro, vi sentì tutta una fisonomia di perversità adorabile e di stupenda ambiguità.

—Pensavo,—fe' scuotendosi,—ad un difficile problema: Jela due ore fa non amava.

—Adesso credete che ami?

—Sono sicura del fatto, ma non giungo a comprenderlo. Sapreste aiutarmi voi, signor duca, voi che sapete la vita?

—V'interessano dunque molto i casi dell'amore?

—Molto! curiosità di viaggiatore che domanda, vedendola, il nome di una pianta a lui sconosciuta.

Ma il duca, che non si era mai proposto simili quesiti, non potendo trovarne subito la soluzione, ebbe lo spirito di non cercarla.

—E così?—gli chiese il conte Alberto, quando furono di ritorno per il pranzo.

—Aspetta: ti dirò domani mattina la mia opinione.

—La notte porta consiglio.

—Mio caro, questa volta per aiutarmi davvero dovrebbe portarmi la ragazza.

Il pranzo fu allegro. Ida non era mai stata più nobile e più spiritosa. Alla galanteria piena di spirito, colla quale trattava gli ospiti, si sarebbe quasi detta la padrona di casa, così non dimenticava un sorriso e non lasciava cadere una frase. Il duca di Rivola e il conte Alidosi, sebbene arrivati da poco, s'accorgevano già della novità; mentre Jela, dimenticata nel fondo di quella brillante conversazione, spiava prima curiosa, poi indispettita, l'amica, che le rubava persino l'attenzione di Enrico, rivelandosi in una insolita bellezza quasi prestigiosa come una nudità.

Quindi dalla sala da pranzo passarono nel salone, si fece ancora un po' di musica, Jela cantò una romanza di Gluck, fresca di una primavera immortale, si rise, vi fu ancora una discussione, dalla quale Ida uscì trionfante, e la compagnia si sciolse. Le fanciulle si ritirarono prime. Jela era imbronciata. Traversarono l'appartamento di Ida, e l'altra passava già nel proprio, che non si erano ancora detta una parola.

—Jela!

Ella si volse.

—Ma te lo dirà, non dubitare.

—Quando?

—Forse posdomani, forse pure domani.

Un rossore di fiamma le tinse la fronte, Ida aperse le braccia e Jela vi si precipitò con un groppo di singhiozzi alla gola. Stettero abbracciate. Jela le baciava il collo, ma nel calore di quel bacio il groppo dei singhiozzi le si sciolse in una risata.

—È bello!

—Tu non dovresti accorgertene. Gli uomini lo diranno brutto.

—E le donne?

—Lo ripeteranno.

Jela si grattò la testina.

—Ma ne parleremo: adesso va' a letto, e non aprire la finestra.

—La sua è di contro,—esclamò sorridendo.

Ida ebbe un sorriso di sprezzo a quella furberia della Nencia di mettere i fidanzati in faccia per farli più presto innamorare, guardandosi la notte nel chiaro mistero della luna; accompagnò Jela fino nel salottino e dandole un bacio ritornò nella propria camera. Ma invece di coricarsi entrò in biblioteca.

L'indomani passò senza nota. I due ospiti, partiti di buon mattino per una partita di caccia, non ritornarono che a vespro carichi di lepri e di fango. Jela era malinconica, Ida tornata all'ordinaria indifferenza per tenere in iscacco il duca, che affettava una certa noncuranza di galante già inoltrato. Ma Jela, incapace di capire un simile gioco, coll'anima piena del nuovo sentimento, si avviluppava nelle odorose mestizie del romanticismo, rifabbricandosi nella testina i lirici mondi di tutti i primi amori. Il conte Enrico le pareva tanto bello, che l'avea sempre amato; e questa sola parola era un oceano, nel quale navigava perdendosi per tutta la lene vastità delle acque sino alle vaporose incertezze dell'orizzonte. Era felice e soffriva. Con tutta la sua malizia di educanda, il pensiero di essere un giorno o una notte sola con Enrico in una camera, le sconcertava perfino i desiderii, mentre non avrebbe osato per cosa al mondo confessargli nemmeno la propria passione. Però si lusingava di essere compresa e che egli parlerebbe per il primo. Non glielo aveva assicurato anche Ida? Ida, ecco chi era disimpacciata. Ella ne provava quasi un rancore.

Quella inferiorità di spirito alla presenza dell'uomo adorato (e la fanciulla credeva già di adorarlo) in un circolo formato unicamente per lei, giacchè nè lo zio nè il conte erano certamente venuti al castello per altri, la umiliava troppo nella vanità, perchè istintivamente non si cercasse attorno una rivincita. Per la prima volta, pensando all'amica si accorse di essere contessa e milionaria. Fu una rivelazione, ne gioì, poi se ne afflisse. Infine se Ida aveva ingegno, aveva anche bisogno di averne! Quindi ricordandosi una per una tutte le pungentiosservazioni della Nencia, le parve di comprenderle solamente allora; ma poi non volle pensarci altrimenti, e presa da una più dolce mestizia, perdonò a Ida lo splendore della intelligenza, promettendosi di esserle sempre, per tutta la vita, l'amica più devota.

Questa vittoria la calmò. Le parve di essere tanto buona, che ne trasse la sicurezza di essere amata. Si era ritirata nel gabinetto lilla e vi aveva abbassato tutte le tende, sedendosi sopra una poltrona da un'ora colla persuasione di non essere già più la Jela degli altri giorni, ma così cangiata, che tutti se ne dovevano accorgere della povera Jela, la quale amava ed era tanto infelice. Per fortuna Ida stette chiusa tutta il giorno nella biblioteca, non comparendo nemmeno a colazione, giacchè avrebbe indubbiamente sorriso di quella idilliaca disperazione e l'altra se ne sarebbe adontata, ritornando alle cattiverie del sapersi contessa.

Ma Ida dal canto proprio aveva ricevuto dal duca una rivelazione del mondo reale, vedendo risolversi in fumo tutti i vecchi disegni. Quell'uomo, che parlava con tanta facilità delle donne, doveva dar loro ben poca importanza in quella abitudine di trovarsele sempre fra i piedi, offrentisi per un tozzo di pane o per un braccio di velluto. Ella, così superba di un'eccezione, e talora inorgogliendosene come di un'aristocrazia, si avvide di essere nella regola e che migliaia e migliaia di donne correvano la sua strada alla sua meta, scinte come le baccanti degli antichi bassorilievi, affaticandosi a spiccare con un gesto fra la moltitudine perchè qualcuno le chiamasse da un balcone, forse a dispetto delle dame oneste appoggiate col gomito sulla finestra a guardare nella strada con sprezzante curiosità.

Ma ella non aveva altra superiorità che la intellettuale, inadatta alla vita libertina moderna. Da molti secoli le Aspasie erano passate di moda e non si trovavano più Pericli per farle regine, o Socrati per divertirle immortalandole. Oggi l'arma più tremenda stava nell'eccentricità, impossibile senza una certa ricchezza. Invece le sue abitudini intellettuali la trascinavano quasi sempre a conversazioni troppo concettose per divertire persone di un dialogo leggero come la loro vita, ed esclusivamente sensibili alla finezza delle maniere. Quindi si accorgeva che le proprie conservavano ancora nell'acre profumo dell'originalità un piccolo sito triviale.

La sera fu amabile senza sforzo, suonò il pezzo a quattro mani col duca, tenendolo a distanza cogli scherzi, ma non potè malgrado ogni premeditazione permettere a Jela di brillare. Così passò anche il giorno seguente, e nell'altro avvenne il colloquio di Jela con Enrico. Questi, che lo aveva preparato di lunga mano, lo condusse secondo le vecchie regole dei romanzi, inebriando la fanciulla così, che appena potè corse nella camera di Ida, la cercò dappertutto, finchè scese nel bosco e se la vide venire incontro al braccio del duca. Allora raccontò tutto. Il duca l'ammonì sorridendo, ma lasciandosi strappare la promessa di trattare egli col conte Alberto.

—Ama ed è felice,—disse il duca con Ida dopo una pausa, mostrandole Jela, che si allontanava;—ecco una risposta alla vostra teoria dell'altro ieri.

—Ma sarà amata?

Questa fu l'ultima parola del loro dialogo. Il giorno seguente gli ospiti partirono, tre giorni dopo Jela sapeva dalla Nencia che era stata chiesta la sua mano e che il conte Alberto aveva dichiarato di rimettersiperfettamente al suo arbitrio. La fanciulla spiccò un salto.

Giù in cucina si parlò molto del matrimonio criticandolo, perchè il cocchiere sapeva sicuramente dell'Alidosi che era mezzo rovinato e si serviva del favore del signor duca per rimettere l'equipaggio con quella dote, non vergognandosi nemmeno di venire a fare all'amore in quello di un altro. I pareri oscillavano, ma Giovanni, innamorato come un babbo della padroncina, si lasciava sfuggire qualche bestemmia, sintomo di una profonda collera.

—Si vede bene che è un pitocco: non sa nemmeno cavalcare! Le ginocchia gli ballano sulla sella, non stringe.

—Abitudine!—lo interruppe con un ghigno il cocchiere:—le donne...

—Le donne?—ripetè Giovanni, percotendosi gli stivali coll'inseparabile frustino.

—Donne e cavalli, tutta la differenza è nella sella: sarà avvezzo senza, ecco perchè non stringe.

Il cocchiere superbo del frizzo diè in un'enorme risata, alla quale tutti fecero coro con un fracasso così schietto, che Giovanni rosso dal dispetto non seppe trovare una risposta. Ma quando l'ilarità fu calmata:

—Sai chi gli darei io a quel biondino, che ha paura?—rispose colla sua tagliente serietà:—Gli darei la signorina Ida. T'assicuro che te lo farebbe ballare sul pomo del frustino; ma Jela!—egli solo ardiva chiamarla per nome.—Già i biondi sono tutti vigliacchi, ne ho conosciuti tanti, e i vigliacchi sono tutti cattivi.

Il cocchiere, che era biondo, si morse le labbra,ma non ardì rispondere a Giovanni, secco come il ferro e fermo altrettanto; gli altri ghignarono ed il vecchio cavallerizzo uscì. Per le scale s'incontrò colla Nencia.

Una volta si diceva che s'erano voluti bene.

—Jela è proprio contenta?—le domandò con voce strozzata.

La Nencia trovò così strano il dubbio, che alzò le spalle in aria di compassione.

—Allora poi...

Ma Jela non fu contenta che otto giorni dopo.


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