VI.

c369VI.Otto giorni dopo Ida era nel gabinetto nero con Savelli.Il duello fra il conte Alidosi e il capitano Buondelmonti, a rovescio di ogni predizione, era riuscito fatale: il conte Enrico, con la testa aperta da un terribile fendente, fu ricondotto già morto al palazzo. I padrini, inorriditi al gran colpo, non avevano nemmeno avuto il tempo di prevederlo, poichè il capitano si batteva colla negligenza più affettata: quindi era avvenuto un incontro. Il conte era caduto colla faccia innanzi, lungo disteso come un albero.Arrivando sul terreno era così disfatto, che Lovito, il suo padrino, dovette chiedergli se si sentiva male; il conte aveva avuto un pallido sorriso, e gli aveva risposto raccontando la nottata con Ida. Lovito ne lo aveva rimproverato, ma nel mettersi in guardia il conte gli aveva detto:—Mi ammazzerà,—con un accento così sicuro, che Lovito stesso, malgrado il suo noto coraggio e la esperienza di simili scontri, ne era rimasto grave.Il conte aveva lo sguardo spaventato.Appena partita Jela si era vestito frettolosamente cercando di Ida, ma Giustina col suo cattivo sorrisogli aveva risposto che la padrona era uscita colla signora contessa.—Assieme?—Non credo, signor conte.—E non ha detto nulla?—Doveva forse lasciarmi detto qualche cosa per lei?—ribattè colla sua insolente famigliarità.Quell'assenza inesplicabile finiva per atterrarlo. Adesso capiva tutto, il suo disegno lento ed infernale, l'ultimo agguato teso alla contessa con una ferocia assolutamente femminile; e tuttavia quei trasporti appassionati della notte, gli ultimi sguardi appena scesa da letto, quello supremo traversando la camera per introdurvi Jela, solenne come un addio di un moribondo a un moribondo, gli contraddicevano quella tetra persuasione. Finì di vestirsi, si pettinò coi pettini e le scopette di Ida, compì febbrilmente la propria toeletta, seccato anche per la convenienza del duello di non potersi mutare la camicia. In quel momento, così gualcita dalle carezze di Ida, gli era odiosa. Si gettò sulle spalle un mantello alla Talma secondo l'ultima moda, e uscì. Giustina gli aperse la porta.—Tieni,—le disse, togliendosi di dito un piccolo brillante, per non cercarsi qualche scudo nel portafogli. Era un anello regalatogli dalla contessa Ceri.Se ne accorse dopo, e un triste sorriso gli passò nella mente.Ida, nascosta dietro un uscio dell'anticamera, lo vide partire, e corse immediatamente alla finestra. Non era meno pallida di lui, ma la stessa feroce esaltazione le fiammeggiava ancora nello sguardo. Giustina la vide poco dopo fare un gesto teatrale e rivolgersicolla faccia fremente; il conte non aveva alzato nemmeno una volta gli occhi, allontanandosi da quella casa fatale.—Va a battersi?—chiese Giustina.—Sì, ma la contessa può passare dalla sarta ad ordinare l'abito di lutto prima di ritornare a palazzo. Stupido!—Davvero?Ida parve meravigliata di quel dubbio, Giustina scossa da quegli accenti sinistri si guardò in dito l'anello.Tutta la città fu commossa dal triste caso, Buondelmonti ne sembrò desolatissimo. Appena vide vacillare il conte, gettò la sciabola e si slanciò per rattenerlo, ma non lo potè: lo raccolse col cranio spaccato dalla sommità della fronte sino alla nuca, poichè sentendosi forse sopra il colpo, invece di pararlo il conte aveva piegato istintivamente la testa. Buondelmonti lo prese fra le braccia come un bambino, mentre due grosse lagrime gli nuotavano silenziosamente negli occhi; poi dovette allontanarsi su Baiardo, che la sua ordinanza teneva a mano poco lungi. Allora un orribile problema si aggravò sui padrini, come trasportare il cadavere del conte e dare a Jela la spaventevole notizia. Lovito esitava, il colonnello, che aveva assistito Buondelmonti, propose di condurre il cadavere presso il duca: quegli era più forte.—Povero ragazzo! perchè cacciarsi contro Buondelmonti? È la migliore lama dell'esercito.—Voi sorridete, colonnello?—Non vi siete mai accorto che Buondelmonti faceva la corte alla contessa? Ma Buondelmonti è perduto. I morti talvolta sono più tremendi dei vivi.—Credete dunque che la contessa ami Buondelmonti?—Crederlo adesso sarebbe un'insolenza,—rispose il colonnello con un tono leggero.Ma tornarono ad occuparsi del cadavere, discussero, poi, essendo venuti a piedi, Lovito si offerse di andare in cerca di una carrozza. Il cadavere era steso sul terreno presso una pozzanghera di sangue, la faccia e i capelli insudiciati. I padrini fumavano per darsi un contegno, ma il medico, che si era appressato ancora al morto per riosservargli la ferita:—Oh!—esclamò indi a poco con un accento, che li fece tutti rivolgere:—un capello nero!—e scostandogli violentemente il colletto, proruppe più forte:—un morso, certamente di donna, fresco!Tutti si erano avvicinati, ed esaminarono il capello fine, lungo come le due braccia, che il dottore apriva colla faccia illuminata da una vanità d'indiscrezione.—Ecco perchè era così debole questa mattina: non vi è nulla più micidiale dell'erotismo. Avrà voluto farsi vedere da una donna alla vigilia di un duello,—proseguì, indirizzandosi al colonnello sopra un tono di famigliarità:—come se il coraggio bastasse... Sono imprudenze, che si pagano spesso colla vita.Ma tutti facevano ressa intorno a quel capello, senza occuparsi delle sue osservazioni. La contessa Alidosi era bionda, la contessa Guelfi, sua amica, pure bionda.—Se qualcuno conosce la donna, le si può rendere il suo capello,—egli seguitò, contento di tutte quelle curiosità da lui solo destate.—Ah! ecco il signor Lovito, egli forse ne saprà qualche cosa.Infatti Lovito arrivava colla testa fuori da unbrougham: il fiaccheraio frustava come un pazzo.—Osservate questo capello,—gli si fece incontro il medico:—il conte l'aveva sulla testa proprio dove è caduta la sciabola. È lungo quasi un metro e mezzo.Lovito pensieroso lo esaminò e tese la mano per prenderlo. Tutti gli si stringevano attorno solleticati dalla sua aria preoccupata, che prometteva qualche rivelazione.—Lo conoscete?—Si.—Di chi è?—Me lo concedete, dottore?—gli si rivolse senza rispondere.—Grazie! lo sapevo.—Ah! di chi è?—Un secreto!—Allora bisogna dirlo,—intervenne il colonnello colla sua ironia:—in molti sarà impossibile che qualcuno non lo tenga.—Anche il principe di Atella forse lo riconoscerebbe. Volete saperlo? È di una donna, che mi ha respinto: non posso dire di più.—E che sperate,—riprese amichevolmente il colonnello,—di prenderla una seconda volta a questo laccio?—Chissà?—Già,—concluse filosoficamente il dottore,—tutto il male non vien per nuocere.Poi tornarono alla serietà della situazione; fecero caricare il cadavere nella carrozza del fiaccheraio, Lovito e il medico vi montarono, gli altri si allontanarono. Fortunatamente, passando davanti al palazzo Alidosi, seppero che la contessa era partitain carrozza colla marchesa di Renzuno: allora salirono. Il duca, avvertito dal colonnello, recò la notizia alle due donne. Fu uno scoppio di pianto; ma quando Jela intese che l'uccisore era Buondelmonti, cacciò un grido e svenne. La marchesa, sebbene piangendo dirottamente, volle subito tutto il racconto del duello, vi fe' molte osservazioni e conchiuse che Enrico aveva avuto torto a non parare un colpo di testa.Il duca indispettito si lasciò sfuggire un gesto.—Un colpo di testa si fa più facilmente che non si pari.Ma la marchesa non capì nemmeno, assalita immediatamente dalla preoccupazione dei funerali, i quali nella sua idea dovevano essere un trionfo. Naturalmente ella doveva pensare a tutto in quel frangente, perchè gli altri vi perdevano la testa, e tutelare il decoro della famiglia, prevedere e provvedere. Il suo orgasmo di attività diventava una febbre.—La marchesa Brancaleoni non avrà avuto tanti fiori nell'appartamento per la sua gran festa. Avvisate il vostro giardiniere, mandatemelo sulle due: sarò di ritorno, in ogni caso mi aspetterà. È un'immensa disgrazia. Jela starà qui: telegrafate al conte Alberto che venga subito a prenderla.Il duca pareva attonito.—A che pensate adesso? è tempo d'agire.—L'unico erede! non abbiamo più nipote!—Ah! è vero! ma bisogna pure occuparsene, finchè si hanno. Povero Enrico!—e un insulto di lagrime le strinse la gola.—Vedete, non mi posso frenare. Mi vedranno piangere in istrada: è una sconvenienza.E intanto che la marchesa col cuore grosso e la testa tumultuante scendeva lo scalone del proprio palazzo, stordendo il dolore in quella furia, il duca rimasto solo si sprofondava in una tetra meditazione. Quella morte inaspettata gli pareva impossibile, un sogno. Come mai egli non aveva saputo nulla del duello? Quale ne era stata l'origine? Certamente la questione del cavallo aveva servito da pretesto ad Enrico per insultare Buondelmonti, col quale Ida si compiaceva, presente lui medesimo, ad irritarlo, perchè Enrico era innamorato di Ida. Invano, per nascondere una sconfitta, il conte lo aveva sempre negato, mentre l'amava per ripicco senza poterla mai sedurre, giacchè in ultima analisi Ida non era fedele che al duca. Che ne penserebbe Ida? odiava ella davvero il conte Enrico, o era un semplice dispetto di vanità, che inveleniva tutte le loro conversazioni? Ma Enrico non pertanto era morto. Quindi egli si ricordava la sua invidia mal celata dell'ultima notte, quando Ida fingendo di voler dormire per il veglione lo aveva scacciato, e i suoi primi successi al castello di Valdiffusa, poi tutte le scene, nelle quali Ida primeggiava sempre vincendo tutti, servendosi di tutti. Non aveva contemporaneamente tenuto in iscacco lui stesso, Enrico, il conte Alberto e Jela? Ida era davvero una donna, e bisognava essere un uomo ben forte per incatenarle il carattere riottoso. Ma il pensiero gli fuggiva pur sempre alla morte di Enrico, un giovane ancora nella primavera, che molti uomini invidiavano e le signore dicevano così amabile. Povera Jela! un'altra infelice, che adorava il marito innamorato morto, veramente morto, di un'altra.Erano due ragazzi. Perchè Jela così ricca avevasposato Enrico troppo giovane, rovinato, senza un briciolo di cervello e di posizione nel mondo? Egli non se lo spiegava. Bisognava proprio che il conte Alberto non volesse occuparsi di nulla e trovasse tutto bene, per concedere l'unica figlia ad un uomo simile. Egli aveva chiesto la mano di Jela per il nipote, ma, fosse stato il padre, si sarebbe ben guardato di acconsentirgliela. Enrico non aveva altra speranza che l'eredità dello zio, il duca stesso lo diceva dappertutto, sebbene a malincuore, poichè quel diritto del nipote lo metteva come sotto la dipendenza di un Mentore ragazzo. Infatti il conte gli aveva più d'una volta infitta nelle carni la punta di un'osservazione sul lusso eccessivo di Ida.Ma Enrico era morto. Morire! Uscendo dal palazzo della marchesa corse difilato da Ida. Ella era in casa, ma non volle riceverlo. Giustina piena di misteri e di precauzioni, non gli spiegò nulla: egli se ne ritornò desolato. La sera ripassò nuovamente, e seppe che Savelli era stato chiamato. Giustina diceva che la morte del conte aveva gittata la sua padrona in una crisi, che aveva pianto dirottamente. Allora il duca le scrisse un biglietto supplicandola di riceverlo, ed attese la risposta in anticamera. Giustina glielo riportò; Ida vi aveva scritto a piedi queste sole parole:«Mi sento male: ogni scossa mi sarebbe insopportabile, vi riceverò venerdì».Ancora tre giorni. Il duca ebbe pena a non piangere, tutta la forza del suo scetticismo l'abbandonava nell'abbandono momentaneo di quella donna. Senza di lei perdeva il suo carattere di uomo e non era più che uno zio, un nonno, un passato ancora in piedi, ma come le rovine. Quei tre giorni furonoeterni. Nè i funerali, nè l'anfanamento sempre più rumoroso della marchesa, che aveva finito per scordarsi il proprio dolore nello studio di consolare quello degli altri, nè la visita di Jela abbattuta nell'amarezza di un rimorso immaginario, nè l'incontro col conte Alberto, accorso prestamente al castello di Valdiffusa, e col quale si erano analizzati a vicenda la sincerità della loro tristezza, nulla era riuscito ad accorciarli. Ma i tre giorni passarono, e Ida non volle ancora riceverlo. Allora fu atterrato, stette altri due dì senza uscire dal palazzo, concentrato in un avvilimento, che lo invecchiava di un anno ad ogni ora. Poi intese la storia del capello nero, che correva già deformata per tutti i circoli, e straziato da un supremo sospetto corse da Ida, interrogò Giustina, la quale sedotta più dalle lusinghe che dalle minacce, gli confessò tutto.—E Buondelmonti?—Quegli fu ricevuto per benino; quando entrai col caffè aveva un'aria da can frustato.Ma il duca non lo avrebbe mai creduto. Questo ultimo tradimento del nipote strappò la maschera al suo dolore. Quel serpentello era dunque stato schiacciato! Se Buondelmonti fosse stato presente in quel punto, si sarebbe alzato per stringergli la mano. Egli era dunque vecchio, vecchio senza presa! Ida lo accettava per spremergli il denaro di tutto quel lusso e fuggirsene un giorno o l'altro con un uomo più giovane, altrettanto ricco, al quale avrebbe parlato di lui con quel suo terribile sarcasmo, che gli piaceva tanto. Allora gli parve che Ida fosse la donna più adorabile, e che tutti i grandi eleganti se la disputassero ora che, traendola dalla miseria di maestra, ne aveva fatto una Signora dalle Camelie.Ma improvvisamente, nel timore di essere sorpreso con Giustina a complottare contro di lei, si alzò. Giustina, colpita dalla umiliazione della sua figura, si aspettava invece uno scoppio di risentimento.—Bada di non dir nulla,—le si raccomandò.—Ti manderò domani il libretto della cassa di risparmio, ma te ne prego,—aggiunse con un accento quasi supplichevole:—-che Ida non sappia nulla della tua confidenza.La mattina seguente, sulle undici, Ida vestita di un abito di casimiro grigio ferro, semplice come un abito da viaggio, chiacchierava con Savelli. Il vecchio maestro aveva l'aria sconcertata.—No, avete torto con lui, non da questo punto di vista si può capire qualche cosa. Hartmann ha torto quando afferma che l'uomo è poligamo e la donna monogama, poichè così si confondono le esigenze della maternità colla tendenza del sesso. Anche l'uomo sarebbe monogamo, nella forma più alta raggiunta dalla famiglia, secondo il suo stesso argomento per la monogamia della donna.—E la fanciulla, che avea pronunciato con visibile compiacenza questi termini tecnici, proseguì incalorendosi.—Voi conoscete troppo bene la teoria di Schopenhauer sull'amore, perchè ve la ripeta, una fusione di Platone e di Darwin, dovuta forse ad un genio altrettale. Se l'amore è un agguato tesoci dalla natura per il mantenimento della razza, riunendo gli individui dispersi e nell'azione armonica delle loro opposte qualità ottenendo così la maggior perfezione nel nascituro, allora, mio caro, il matrimonio è la ragione e l'adulterio è l'istinto; Hartmann direbbe: il matrimonio è la coscienza, l'adulterio l'incosciente.Il matrimonio è la lega tra le famiglie, la forma storica ed esterna, colla quale l'individuo si svolge nella società; l'adulterio è la lega dei cuori, il genio della razza, la forma, colla quale la natura corregge la vita nell'umanità. Avete torto, mio caro maestro, di accettare per assiomi i teoremi della morale corrente. Il Dio comune, lo ha detto Mommsen, non può essere il Dio della storia: la moralità della natura, determinata dall'interesse di tutta l'umanità non solo presente ma futura, non può essere quella di un codice o di una religione. Sopprimete la selezione, e sopprimete la vita, ma l'adulterio è la selezione naturale. Wallace ha constatato che l'aristocrazia morrebbe in poche generazioni senza l'infusione del sangue plebeo, ma l'infusione accade più spesso coll'adulterio che per l'inscrizione di qualche famiglia popolana sul libro d'oro. Mio caro, la scienza ha già disperse molte illusioni, smentite molte verità religiose e morali, e tuttavia non è ancora che all'esordio del suo grande discorso.Savelli irritato da tutte quelle crudezze dette con brio così nervoso, si sentiva nullameno superbo in cuore di essere stato il suo maestro; mentre una malinconia quasi dolce gli faceva esaminare attentamente quella splendida testa, che il mondo avrebbe considerato sempre con disprezzo. Ida comprese il suo pensiero, e rispondendogli colla carezza di un moto, interruppe bruscamente la dissertazione.—Voi non mi credete,—esclamò—v'intenerite sul mio ingegno e sulla mia forza, che sarà inutile al mondo e dannosa a me stessa. È la prima volta che ne parliamo, ma non ne parlerei che con voi. La mia posizione non è mai stata migliore di adesso,giacchè la morte del conte, privando il duca di ogni avvenire di famiglia, lo consegna piedi e mani legate al presente. Il suo presente sono io. Guardate, lo aspetto fra poco. Egli viene per rinfacciarmi di aver ceduto al conte la notte, che precedette il duello. Vedrete come lo riceverò.A queste parole, pronunziate così freddamente. Savelli sussultò.—Povero conte!—disse sbirciandola.Ida non rispose.—È finito ben tristamente.—Noi tutti, che morremo senza lasciare un nome immortale, finiremo così. La morte è triste,—ripetè con accento lugubre. Poi rinfocandosi:—E che importa? La morte è la condanna di tutti i piccoli, ma fra i piccoli vi sono i minimi, il conte era di questi, io sono di quegli altri. Fidatevi, mio caro maestro, riescirò. Passata la frontiera il contrabbandiere ridiventa galantuomo; entrando nel matrimonio la cortigiana può ridivenire gentildonna. Anche ieri ho ricevuta un'offerta.—Di chi?—chiese premurosamente Savelli.—Del capitano Buondelmonti. Ho risposto,—Ida lo prevenne vedendogli fare un moto—che egli è un imbecille e non mi secchi altro. Essere la moglie di un capitano, abitare due o tre camere ammobigliate, pranzare alla trattoria, passare la sera al caffè... allora mi conveniva meglio restare maestra, e non arrivare sin qui. Io non aspiro all'onestà: rettorica! Quella del cuore si può averla in qualunque stato; quella del fatto, se non ho altro amante che il duca perchè se il duca mi mantiene, tutti i signori che sposano una donna povera la mantengono; quella della leggo è la sola, ma è questione di procedurae non di diritto. Io non aspiro alla famiglia, non ne ho e non ne voglio avere, io basto a me stessa. Ma voglio l'aristocrazia, che dà i primi posti nella battaglia della vita, la considerazione di un gran nome, che apre tutte le porte, voglio la legittimità delle mie ricchezze, perchè è il solo modo di spenderle bene nella società. Se fosse altrimenti non ci penserei; ma non intendo che nessuna donna possa guardarmi dall'alto di un privilegio, voglio essere pari colle prime. Allora mi batterò per la conquista de' miei piaceri, e che le altre donne si difendano: sarà una guerra epica e meschina, spietata ed amabile.—E poi?—E poi? nulla, una malattia che vi coglie, e la morte che vi calma. Forse la meta, cui mi dirigo, non vale gli sforzi per toccarla, forse tutta la nostra vita d'individui e la vita dell'umanità sono senza valore, forse la finalità non esiste nell'universo, ne ho sempre dubitato. Ma io lotto per vincere, vinco per lottare ancora.—E se perderete?—Alla vostra età avete il diritto della prudenza. La prudenza è una virtù della debolezza: ma io non posso perdere.—Non potete perdere?—No, pensateci bene, io non ho nulla da perdere: ecco la mia forza.Savelli colpito dalla verità di questa risposta, si arrestò, ma la malinconia della sua faccia si era anche più irrigidita nella freddezza di quella logica. Stava colla fronte, così dolce sotto i capelli bianchi arricciati, china sopra una mano, mentre coll'altra disegnava sul tappeto dei segni invisibili colla canna.—Ebbene?—ella chiese indi a poco, attaccandolo nel suo silenzio.—Non vi credo.—Perchè?—Allora dovreste avere il cuore nella schiena, come dice il proverbio.—Appunto, ma voi conoscete troppo la storia naturale per non sapere che le larve lo hanno così. Io sono la larva di una signora. Quando il soldato si slancia all'assalto, dimandargli la pietà di un infermiere o di un sacerdote sarebbe almeno ridicolo. Lasciatelo vincere, lasciate che il suo orgoglio si calmi nella stanchezza della vittoria e la veemenza della sua forza gli cada dinanzi senza incontrare un ostacolo, e allora chiedetegli la sua ultima lena per aiutare i feriti, le sue prime lagrime per i nemici morti. La vita è una guerra: non posso essere generosa coi vinti se non sono prima miei prigionieri.—La vita è una guerra, sia pure, ma perchè volete essere degli agguati lungo le siepi delle strade, piuttosto che delle battaglie nelle pianure illuminate dal sole?—egli rispose col medesimo accento lirico.—Se la vostra energia vi spinge dove il pericolo è più grave e le percosse più sonore, combattetele queste battaglie per tutti coloro, cui la debolezza impedisce di essere soldati, come i Cimbri si battevano dinanzi ai carri del loro campo pieno di donne e di bambini. Perchè combattere contro l'umanità, invece di combattere per lei?—Perchè l'individuo, per esistere, deve contrapporsi alla massa. La sua grandezza non è che l'effetto di questa opposizione. Una goccia non è una goccia che sola, nel mare non è più nulla.—Ma questo può forse valere per Napoleone o per Carlo Marx, voi siete una donna.—Non ancora.—Che cosa vi manca?—Che una folla vaneggi per me come si entusiasma per un altro. La forza di una donna è in proporzione degli appetiti che eccita, quella di un uomo degli interessi che conduce.—Sempre la vanità!—Vi è forse qualche cosa, che non lo sia nella vita?Ma Giustina entrò annunziando la visita del duca. Savelli intimidito si levò subito.—Gli hai detto che sono col maestro?—chiese Ida, trattenendolo collo sguardo.—No, signora.—Allora passate nella mia camera,—proseguì in inglese per non essere capita dalla cameriera.—Assisterete ad una mia battaglia campale, ringraziatemi.—Ed alzandosi per drappeggiare più sapientemente una piega dell'abito, gli strinse la mano.Il duca entrò vestito a lutto, salutò con eleganza severa, e si sedette sopra una poltroncina come chi venga per una conferenza. Ma la sua freddezza aveva mal suo grado del broncio; Ida se ne accorse immediatamente. Nella notte egli aveva combinato un disegno per impadronirsi della fanciulla, minacciando di cacciarla brutalmente sul lastrico, magari col soccorso della questura; naturalmente Ida, mal preparata, perderebbe la testa, si raccomanderebbe, ed allora era soggiogata. Ma l'aria disinvolta di Ida nel riceverlo, come se nulla fosse accaduto o avessero ciarlato la sera innanzi, gli scompigliò subito l'esordio. Il gabinetto era tiepido, Ida vestita di un abito, che le guantava le spalle e il seno giù insino all'anche, s'affondava nel raso della poltrona dentroun'ombra leggiera. Ella gli fe' un complimento, egli rispose; poi, cedendo ancora alla negligenza del proprio abbandono, Ida si distese sulla spalliera e gli disse a bruciapelo:—Dunque ci lasciamo fra poco.Il duca trasalì.—Io parto, non ve ne meravigliate. Forse quest'idea è passata pel capo anche a voi. Abbiamo vissuto assieme otto mesi: è quanto basta per conoscerci, e per non poterci forse più dimenticare. Mi ricorderò sempre di voi, di tutto quello che vi devo. Non m'interrompete, duca. Da un pezzo rivolgevo meco di farvi questo discorso senza trovarne il coraggio, perchè voi siete entrato troppo profondamente nella mia vita, e se oggi sono una donna, lo debbo a voi solo. Senza di voi sarei una povera maestra di un qualche villaggio, vestita con un abito di lanetta, cogli stivalini storti. È orribile. Le abitudini radicate si mutano difficilmente, voi siete l'abitudine più bella della mia vita.—Partite... sul serio?—domandò commosso da quell'accento, che era quasi mesto nel tono pigro della sua sincerità, e spaventato da quella risoluzione, che lo preveniva.—Sul serio, le esigenze del mio disegno di vita mi spingono altrove. Ascoltatemi. Il momento è abbastanza grave e noi siamo troppo interessati nella questione per ingannarci scambievolmente; poi sarebbe una viltà. Sono nata da una famiglia agiata, già in ruina al mio ingresso nella vita: parto quindi dalla miseria e dal popolo per mezzo alla società verso la ricchezza e l'aristocrazia. Non voglio più soffrire nella vita nè disagi, nè umiliazioni: lo giurai a me stessa, l'ho giurato un'altra volta sul cadaveredi mia madre. O sarò un giorno una signora, o morirò: io sono di coloro, che tengono le promesse.Il duca fece un atto.—Capisco a che alludete... vi risponderò fra poco, così che mi darete ragione. Sono rimasta abbastanza con voi, giacchè non potete sposarmi, nè farmi ricca. Parto: andrò a Londra, a Parigi, a Nizza, a Ginevra, non lo so, ma so essere dama, ed esaurendo tutte le mie risorse, posso vivere due anni da gran signora. In due anni troverò qualcuno, che mi sentirà bella e s'innamorerà. La gioventù della bellezza colla maturità dello spirito e dell'esperienza è un'unione troppo rara, perchè vi si resista. D'altronde io non posso perderla inutilmente qui, sebbene voi mi amiate ancora un poco. Il mio debito ve l'ho quasi pagato; voi mi avete dato il lusso, io vi ho reso la giovinezza. Siate giusto, mio duca, non avete a lagnarvi di me. Io tengo le mie promesse.—E Enrico?!—esclamò egli, che aspettava da dieci minuti di gettarle questo nome nel discorso; ma la fanciulla non si scompose, ed aprendo il castone del monile al braccio sinistro, mormorò:—È vero, ecco il suo capello. Ho scritto a Lovito pregandolo di restituirmelo, ed egli me lo ha portato, me ne ha fatto un regalo, intendete bene,—insistè sottolineando le parole,—me lo ha reso per nulla. Quando diventai la vostra mantenuta vi dissi che nessun uomo avrebbe potuto sedurmi, e posso ripetervelo anche oggi. Una volta, offesa mortalmente dal conte giurai che morrebbe, ma prima di morire sarebbe il mio amante: ho tenuto la mia promessa.—Cosicchè lo avete ucciso?—rispose con una insensibile ironia a queste parole, che prendevacome una bravata teatrale fatta per dare un colore alla scappata.—Che importa il come? egli è morto. E adesso, poichè ci parliamo per l'ultima volta, avete altro a rimproverarmi?—Per l'ultima volta? via, scherzate.—Così mi dite un'imbecillità ed un'insolenza, mentre dovreste conoscermi abbastanza per credermi il coraggio di tutte le risoluzioni, anche le ragionevoli. E impossibile che io non parta, e subito. È una triste partenza verso un mondo non da scoprire, ma nel quale insinuarsi di frodo, il giorno la notte, deludendo le guardie ed arrischiando tutto per tutto. Credete che non ci abbia pensato? Se in due anni non conquisto un nome, ricasco nella miseria, non troverò più un altro uomo buono ed amabile come voi, e allora la miseria sarà la morte. Nullameno il non partire è anche più pericoloso. Se perdo la mia freschezza di donna e di novizia nella galanteria legittima delle mie pari, non potrò mai più trovare uno che mi sposi, e diventando una signora passare alla galanteria illegittima. Dividiamoci quindi amici: che io abbia almeno un cuore nel mondo sul quale contare, e un anno nella vita di cui compiacermi.E tacque in una mestizia intenerita, quasi perdendosi fra le tristi difficoltà del loro distacco. Era abbandonata sulla poltrona, la testa sopra una spalla, senza guardarlo nemmeno, offrendosi un'ultima volta nel ricordo delle loro notti più dolci, della prima, quando vibrante di follia, colla veemenza della lunga corsa nei muscoli, gli aveva urlato nelle braccia in una suprema convulsione di vergine. Tutto il rancore del duca svanì. Lespiegazioni brutali di quello stato, invece di irritarlo col loro avaro egoismo, l'impietosirono, costringendolo ad ammirare un'altra volta la forza di quella fanciulla a vent'anni, che non aveva neppure bisogno di essere bella per diventare irresistibile. Dopo Ida nessun'altra gli sarebbe più sopportabile, poichè conosceva fin troppo la ignobile nullità di tutte le mantenute. Ida sola sapeva essere donna e dare un profumo di buon gusto ai più piccoli particolari della loro relazione. Con lei non correvano mercati, e pur mungendogli somme ingenti aveva sempre l'aria di concedere un favore coll'accettare un regalo. Questo era un segreto, una magia, la perfezione incomprensibile delle sue maniere. Ida non era mai stata la sua mantenuta, quantunque egli lo dicesse talvolta per iattanza, bensì la sua amante, altera e dissoluta come una principessa.Ma allora sentì mortalmente l'orrore di perderla, e si vide vecchio nel fondo del proprio palazzo, non uscendone più, non andando più nei circoli e nei saloni. Oggi non v'entrava se non perchè Ida lo manteneva ancora vivo, attirandogli i sarcasmi delle signore e l'invidia degli eleganti. Per lei aveva ancora dello spirito, dei motti, dava il tono alle follie, troneggiava, era il principe di quella gran vita mondana, che aveva sempre fatta e sempre sognata. Quindi si umiliò seco medesimo di aver solamente pensato ad una minaccia di abbandonarla, mentre non aveva ancora fatto se non pochissimo per lei, e le doveva, vita per vita, secondo la frase di Ida, un lusso da regina, che oltraggiasse tutte le signore. Questa idea lo esaltò come l'ultimo atto, il gran finale della sua esistenza di libertino. Egli non morrebbe, non invecchierebbe più, sempre conIda al fianco, poichè nessun uomo potrebbe disputargliela offrendole maggiori vantaggi di lui, duca e milionario senza eredi.Ida si era riscossa: egli le appressò la poltroncina e, prendendole una mano, colla voce più insinuante, a volta a volta scherzosa e supplichevole, disse che ella non partirebbe, che non la lascerebbe partire, dovesse magari ricorrere al prefetto suo amico e farla arrestare per ladra.—Per ladra, sì, l'ho trovato! mi avete rubato il cuore, tutto. Adesso dovrete tenermi, perchè non voglio che mi rendiate, e poi rendermi a chi? Avete torto, nessuno vi amerà mai più di me. Non lo dite più di partire, è una crudeltà ed un'insensatezza. Qui, lasciatemelo sperare,—aggiungeva modestamente,—non mancherete di nulla, io sarò tutto per voi, farò tutto quello che vorrete. Voi stessa l'avete pur detto, non potete lagnarvi di me.—E non mi lagno, amico mio. Voi siete stato buono, generoso con me; nessun altro sarebbe stato così, ma a nessun altro patto io sarei rimasta con lui.—Avete ragione.—Credete che non soffra, io, che non ho trovato che voi nella vita, che vi ho concesso tutte le mie primizie? Lo sapete: vi è un uomo in ogni vita di donna, che ella non può dimenticare; vi e un momento nella nostra vita femminile, unico come quello della nascita e della morte. Io soffro, amico mio, ma voi non potete chiedermi di più: Dio domandava solamente le primizie ad Abele. Lasciatemi partire.—No, no,—l'interrompeva, scuotendole la mano, già con le lagrime agli occhi:—non intendo e non voglio.—Eppure dovrete essere ragionevole. Forse non mi amate quanto credete, subite un'illusione per me. Lasciatemi andare; se fra sei mesi non mi avrete dimenticata, vi prometto di tornare, potendo.—No, no,—ripeteva ostinatamente:—non parliamone più, o me ne vado. È una malvagità. Venivo per confortarmi, ho tanto sofferto, ho avuto tante noie in questi otto giorni, Jela che si è ammalata, ma ora sta meglio... ed ecco che mi trattate peggio degli altri. Dovreste già avermi invitato a pranzo e dato un bacio.—V'invito.—E il bacio?—Dopo... ma siamo intesi.Questa volta le si inginocchiò improvvisamente davanti, le cinse con un braccio la vita, e guardandole in faccia con una passione così vera, che cessava quasi di essere ridicola:—Che sia l'ultima volta,—le disse,—o mi farete impazzire. Eppure vi deve costare tanto poco l'essere buona!—Ma non potè seguitare, gli mancò la voce e, nascondendole il viso in grembo come un bambino, soffocò a stento un singhiozzo. Ida fremè: un lampo di orgoglio le bruciò negli occhi neri, come un lampo di saetta in fondo alla notte: si lasciò il duca in grembo per un istante, poi chinandosi improvvisamente gli prese la fronte tinta di nero fra le mani, e gli diede un bacio quasi figliale.—Per oggi non parliamone più. Via, rimettetevi: se sapeste come vi sono grata del vostro dispiacere! Fa tanto bene nella vita l'essere amati. V'invito a pranzo.—Siamo soli?—Oh! a proposito, aspettate: c'è anche Savelli,me lo ero dimenticato. Sta nel mio gabinetto, traducendomi un passo di Sofocle, che mi ha fatto quasi impazzire. Povero Savelli, tanto buono! Non ho che voi due ad amarmi, ma il suo amore è più puro del vostro,—aggiunse col suo sorriso ammaliatore.Il duca ancora sconvolto, ma radiante, sorrise.—Aspettate,—ella ripetè già in piedi: venne ad aprire la porta, riempiendola prudentemente di tutta sè stessa.—Savelli! Savelli!—gli urlò sul viso, come lo chiamasse dal gabinetto, poi cacciandoselo innanzi per la camera, che il duca non potesse vederlo, lo condusse alla finestra.—E così avete tradotto?—seguitava ad alta voce per dargli il tempo di rimettersi, mentre egli la guardava con due grandi occhi spalancati.Ma Ida, che vide il duca entrare nella camera, spinse Savelli per un braccio sotto la tenda, e piantandoglisi superbamente dinanzi:—Mi credete adesso?—dimandò con un sorriso d'impazienza.Savelli era pensieroso; attese un istante, poi sulla sua faccia, ancora abbattuta, passò una luce soave.—La maternità è una riconciliazione, poichè riproducendo la vita la si accetta; voi un giorno sarete madre,—disse lentamente.—No.—È difficile amare, ma è altrettanto difficile non amare; ricordatevi questo passo di Anacreonte.—No,—ella ruggì soffocatamente, impennandosi sotto queste due verità senza trovare una risposta: ma d'improvviso alzò una mano, ed afferrandoglieneun'altra, come per una violenta solennità di giuramento:—A che cosa credete voi nella vita?—domandò.—A tutto.Ella si arrestò ancora, spianò la fronte, e colla calma di un deserto nella voce rispose lentamente:—E io solamente a me stessa.NOTE DEL TRASCRITTORE—Corretti gli ovvii errori di stampa e di punteggiatura.—A pag. 178 sull'originale è riportato erroneamente l'intestazione del capitolo V.; corretto in capitolo IV.—Il libro originale risulta mancante dell'indice. Prodotto ed inserito a cura del trascrittore.—La copertina è stata creata dal trascrittore e posta in pubblico dominio.

c369VI.Otto giorni dopo Ida era nel gabinetto nero con Savelli.Il duello fra il conte Alidosi e il capitano Buondelmonti, a rovescio di ogni predizione, era riuscito fatale: il conte Enrico, con la testa aperta da un terribile fendente, fu ricondotto già morto al palazzo. I padrini, inorriditi al gran colpo, non avevano nemmeno avuto il tempo di prevederlo, poichè il capitano si batteva colla negligenza più affettata: quindi era avvenuto un incontro. Il conte era caduto colla faccia innanzi, lungo disteso come un albero.Arrivando sul terreno era così disfatto, che Lovito, il suo padrino, dovette chiedergli se si sentiva male; il conte aveva avuto un pallido sorriso, e gli aveva risposto raccontando la nottata con Ida. Lovito ne lo aveva rimproverato, ma nel mettersi in guardia il conte gli aveva detto:—Mi ammazzerà,—con un accento così sicuro, che Lovito stesso, malgrado il suo noto coraggio e la esperienza di simili scontri, ne era rimasto grave.Il conte aveva lo sguardo spaventato.Appena partita Jela si era vestito frettolosamente cercando di Ida, ma Giustina col suo cattivo sorrisogli aveva risposto che la padrona era uscita colla signora contessa.—Assieme?—Non credo, signor conte.—E non ha detto nulla?—Doveva forse lasciarmi detto qualche cosa per lei?—ribattè colla sua insolente famigliarità.Quell'assenza inesplicabile finiva per atterrarlo. Adesso capiva tutto, il suo disegno lento ed infernale, l'ultimo agguato teso alla contessa con una ferocia assolutamente femminile; e tuttavia quei trasporti appassionati della notte, gli ultimi sguardi appena scesa da letto, quello supremo traversando la camera per introdurvi Jela, solenne come un addio di un moribondo a un moribondo, gli contraddicevano quella tetra persuasione. Finì di vestirsi, si pettinò coi pettini e le scopette di Ida, compì febbrilmente la propria toeletta, seccato anche per la convenienza del duello di non potersi mutare la camicia. In quel momento, così gualcita dalle carezze di Ida, gli era odiosa. Si gettò sulle spalle un mantello alla Talma secondo l'ultima moda, e uscì. Giustina gli aperse la porta.—Tieni,—le disse, togliendosi di dito un piccolo brillante, per non cercarsi qualche scudo nel portafogli. Era un anello regalatogli dalla contessa Ceri.Se ne accorse dopo, e un triste sorriso gli passò nella mente.Ida, nascosta dietro un uscio dell'anticamera, lo vide partire, e corse immediatamente alla finestra. Non era meno pallida di lui, ma la stessa feroce esaltazione le fiammeggiava ancora nello sguardo. Giustina la vide poco dopo fare un gesto teatrale e rivolgersicolla faccia fremente; il conte non aveva alzato nemmeno una volta gli occhi, allontanandosi da quella casa fatale.—Va a battersi?—chiese Giustina.—Sì, ma la contessa può passare dalla sarta ad ordinare l'abito di lutto prima di ritornare a palazzo. Stupido!—Davvero?Ida parve meravigliata di quel dubbio, Giustina scossa da quegli accenti sinistri si guardò in dito l'anello.Tutta la città fu commossa dal triste caso, Buondelmonti ne sembrò desolatissimo. Appena vide vacillare il conte, gettò la sciabola e si slanciò per rattenerlo, ma non lo potè: lo raccolse col cranio spaccato dalla sommità della fronte sino alla nuca, poichè sentendosi forse sopra il colpo, invece di pararlo il conte aveva piegato istintivamente la testa. Buondelmonti lo prese fra le braccia come un bambino, mentre due grosse lagrime gli nuotavano silenziosamente negli occhi; poi dovette allontanarsi su Baiardo, che la sua ordinanza teneva a mano poco lungi. Allora un orribile problema si aggravò sui padrini, come trasportare il cadavere del conte e dare a Jela la spaventevole notizia. Lovito esitava, il colonnello, che aveva assistito Buondelmonti, propose di condurre il cadavere presso il duca: quegli era più forte.—Povero ragazzo! perchè cacciarsi contro Buondelmonti? È la migliore lama dell'esercito.—Voi sorridete, colonnello?—Non vi siete mai accorto che Buondelmonti faceva la corte alla contessa? Ma Buondelmonti è perduto. I morti talvolta sono più tremendi dei vivi.—Credete dunque che la contessa ami Buondelmonti?—Crederlo adesso sarebbe un'insolenza,—rispose il colonnello con un tono leggero.Ma tornarono ad occuparsi del cadavere, discussero, poi, essendo venuti a piedi, Lovito si offerse di andare in cerca di una carrozza. Il cadavere era steso sul terreno presso una pozzanghera di sangue, la faccia e i capelli insudiciati. I padrini fumavano per darsi un contegno, ma il medico, che si era appressato ancora al morto per riosservargli la ferita:—Oh!—esclamò indi a poco con un accento, che li fece tutti rivolgere:—un capello nero!—e scostandogli violentemente il colletto, proruppe più forte:—un morso, certamente di donna, fresco!Tutti si erano avvicinati, ed esaminarono il capello fine, lungo come le due braccia, che il dottore apriva colla faccia illuminata da una vanità d'indiscrezione.—Ecco perchè era così debole questa mattina: non vi è nulla più micidiale dell'erotismo. Avrà voluto farsi vedere da una donna alla vigilia di un duello,—proseguì, indirizzandosi al colonnello sopra un tono di famigliarità:—come se il coraggio bastasse... Sono imprudenze, che si pagano spesso colla vita.Ma tutti facevano ressa intorno a quel capello, senza occuparsi delle sue osservazioni. La contessa Alidosi era bionda, la contessa Guelfi, sua amica, pure bionda.—Se qualcuno conosce la donna, le si può rendere il suo capello,—egli seguitò, contento di tutte quelle curiosità da lui solo destate.—Ah! ecco il signor Lovito, egli forse ne saprà qualche cosa.Infatti Lovito arrivava colla testa fuori da unbrougham: il fiaccheraio frustava come un pazzo.—Osservate questo capello,—gli si fece incontro il medico:—il conte l'aveva sulla testa proprio dove è caduta la sciabola. È lungo quasi un metro e mezzo.Lovito pensieroso lo esaminò e tese la mano per prenderlo. Tutti gli si stringevano attorno solleticati dalla sua aria preoccupata, che prometteva qualche rivelazione.—Lo conoscete?—Si.—Di chi è?—Me lo concedete, dottore?—gli si rivolse senza rispondere.—Grazie! lo sapevo.—Ah! di chi è?—Un secreto!—Allora bisogna dirlo,—intervenne il colonnello colla sua ironia:—in molti sarà impossibile che qualcuno non lo tenga.—Anche il principe di Atella forse lo riconoscerebbe. Volete saperlo? È di una donna, che mi ha respinto: non posso dire di più.—E che sperate,—riprese amichevolmente il colonnello,—di prenderla una seconda volta a questo laccio?—Chissà?—Già,—concluse filosoficamente il dottore,—tutto il male non vien per nuocere.Poi tornarono alla serietà della situazione; fecero caricare il cadavere nella carrozza del fiaccheraio, Lovito e il medico vi montarono, gli altri si allontanarono. Fortunatamente, passando davanti al palazzo Alidosi, seppero che la contessa era partitain carrozza colla marchesa di Renzuno: allora salirono. Il duca, avvertito dal colonnello, recò la notizia alle due donne. Fu uno scoppio di pianto; ma quando Jela intese che l'uccisore era Buondelmonti, cacciò un grido e svenne. La marchesa, sebbene piangendo dirottamente, volle subito tutto il racconto del duello, vi fe' molte osservazioni e conchiuse che Enrico aveva avuto torto a non parare un colpo di testa.Il duca indispettito si lasciò sfuggire un gesto.—Un colpo di testa si fa più facilmente che non si pari.Ma la marchesa non capì nemmeno, assalita immediatamente dalla preoccupazione dei funerali, i quali nella sua idea dovevano essere un trionfo. Naturalmente ella doveva pensare a tutto in quel frangente, perchè gli altri vi perdevano la testa, e tutelare il decoro della famiglia, prevedere e provvedere. Il suo orgasmo di attività diventava una febbre.—La marchesa Brancaleoni non avrà avuto tanti fiori nell'appartamento per la sua gran festa. Avvisate il vostro giardiniere, mandatemelo sulle due: sarò di ritorno, in ogni caso mi aspetterà. È un'immensa disgrazia. Jela starà qui: telegrafate al conte Alberto che venga subito a prenderla.Il duca pareva attonito.—A che pensate adesso? è tempo d'agire.—L'unico erede! non abbiamo più nipote!—Ah! è vero! ma bisogna pure occuparsene, finchè si hanno. Povero Enrico!—e un insulto di lagrime le strinse la gola.—Vedete, non mi posso frenare. Mi vedranno piangere in istrada: è una sconvenienza.E intanto che la marchesa col cuore grosso e la testa tumultuante scendeva lo scalone del proprio palazzo, stordendo il dolore in quella furia, il duca rimasto solo si sprofondava in una tetra meditazione. Quella morte inaspettata gli pareva impossibile, un sogno. Come mai egli non aveva saputo nulla del duello? Quale ne era stata l'origine? Certamente la questione del cavallo aveva servito da pretesto ad Enrico per insultare Buondelmonti, col quale Ida si compiaceva, presente lui medesimo, ad irritarlo, perchè Enrico era innamorato di Ida. Invano, per nascondere una sconfitta, il conte lo aveva sempre negato, mentre l'amava per ripicco senza poterla mai sedurre, giacchè in ultima analisi Ida non era fedele che al duca. Che ne penserebbe Ida? odiava ella davvero il conte Enrico, o era un semplice dispetto di vanità, che inveleniva tutte le loro conversazioni? Ma Enrico non pertanto era morto. Quindi egli si ricordava la sua invidia mal celata dell'ultima notte, quando Ida fingendo di voler dormire per il veglione lo aveva scacciato, e i suoi primi successi al castello di Valdiffusa, poi tutte le scene, nelle quali Ida primeggiava sempre vincendo tutti, servendosi di tutti. Non aveva contemporaneamente tenuto in iscacco lui stesso, Enrico, il conte Alberto e Jela? Ida era davvero una donna, e bisognava essere un uomo ben forte per incatenarle il carattere riottoso. Ma il pensiero gli fuggiva pur sempre alla morte di Enrico, un giovane ancora nella primavera, che molti uomini invidiavano e le signore dicevano così amabile. Povera Jela! un'altra infelice, che adorava il marito innamorato morto, veramente morto, di un'altra.Erano due ragazzi. Perchè Jela così ricca avevasposato Enrico troppo giovane, rovinato, senza un briciolo di cervello e di posizione nel mondo? Egli non se lo spiegava. Bisognava proprio che il conte Alberto non volesse occuparsi di nulla e trovasse tutto bene, per concedere l'unica figlia ad un uomo simile. Egli aveva chiesto la mano di Jela per il nipote, ma, fosse stato il padre, si sarebbe ben guardato di acconsentirgliela. Enrico non aveva altra speranza che l'eredità dello zio, il duca stesso lo diceva dappertutto, sebbene a malincuore, poichè quel diritto del nipote lo metteva come sotto la dipendenza di un Mentore ragazzo. Infatti il conte gli aveva più d'una volta infitta nelle carni la punta di un'osservazione sul lusso eccessivo di Ida.Ma Enrico era morto. Morire! Uscendo dal palazzo della marchesa corse difilato da Ida. Ella era in casa, ma non volle riceverlo. Giustina piena di misteri e di precauzioni, non gli spiegò nulla: egli se ne ritornò desolato. La sera ripassò nuovamente, e seppe che Savelli era stato chiamato. Giustina diceva che la morte del conte aveva gittata la sua padrona in una crisi, che aveva pianto dirottamente. Allora il duca le scrisse un biglietto supplicandola di riceverlo, ed attese la risposta in anticamera. Giustina glielo riportò; Ida vi aveva scritto a piedi queste sole parole:«Mi sento male: ogni scossa mi sarebbe insopportabile, vi riceverò venerdì».Ancora tre giorni. Il duca ebbe pena a non piangere, tutta la forza del suo scetticismo l'abbandonava nell'abbandono momentaneo di quella donna. Senza di lei perdeva il suo carattere di uomo e non era più che uno zio, un nonno, un passato ancora in piedi, ma come le rovine. Quei tre giorni furonoeterni. Nè i funerali, nè l'anfanamento sempre più rumoroso della marchesa, che aveva finito per scordarsi il proprio dolore nello studio di consolare quello degli altri, nè la visita di Jela abbattuta nell'amarezza di un rimorso immaginario, nè l'incontro col conte Alberto, accorso prestamente al castello di Valdiffusa, e col quale si erano analizzati a vicenda la sincerità della loro tristezza, nulla era riuscito ad accorciarli. Ma i tre giorni passarono, e Ida non volle ancora riceverlo. Allora fu atterrato, stette altri due dì senza uscire dal palazzo, concentrato in un avvilimento, che lo invecchiava di un anno ad ogni ora. Poi intese la storia del capello nero, che correva già deformata per tutti i circoli, e straziato da un supremo sospetto corse da Ida, interrogò Giustina, la quale sedotta più dalle lusinghe che dalle minacce, gli confessò tutto.—E Buondelmonti?—Quegli fu ricevuto per benino; quando entrai col caffè aveva un'aria da can frustato.Ma il duca non lo avrebbe mai creduto. Questo ultimo tradimento del nipote strappò la maschera al suo dolore. Quel serpentello era dunque stato schiacciato! Se Buondelmonti fosse stato presente in quel punto, si sarebbe alzato per stringergli la mano. Egli era dunque vecchio, vecchio senza presa! Ida lo accettava per spremergli il denaro di tutto quel lusso e fuggirsene un giorno o l'altro con un uomo più giovane, altrettanto ricco, al quale avrebbe parlato di lui con quel suo terribile sarcasmo, che gli piaceva tanto. Allora gli parve che Ida fosse la donna più adorabile, e che tutti i grandi eleganti se la disputassero ora che, traendola dalla miseria di maestra, ne aveva fatto una Signora dalle Camelie.Ma improvvisamente, nel timore di essere sorpreso con Giustina a complottare contro di lei, si alzò. Giustina, colpita dalla umiliazione della sua figura, si aspettava invece uno scoppio di risentimento.—Bada di non dir nulla,—le si raccomandò.—Ti manderò domani il libretto della cassa di risparmio, ma te ne prego,—aggiunse con un accento quasi supplichevole:—-che Ida non sappia nulla della tua confidenza.La mattina seguente, sulle undici, Ida vestita di un abito di casimiro grigio ferro, semplice come un abito da viaggio, chiacchierava con Savelli. Il vecchio maestro aveva l'aria sconcertata.—No, avete torto con lui, non da questo punto di vista si può capire qualche cosa. Hartmann ha torto quando afferma che l'uomo è poligamo e la donna monogama, poichè così si confondono le esigenze della maternità colla tendenza del sesso. Anche l'uomo sarebbe monogamo, nella forma più alta raggiunta dalla famiglia, secondo il suo stesso argomento per la monogamia della donna.—E la fanciulla, che avea pronunciato con visibile compiacenza questi termini tecnici, proseguì incalorendosi.—Voi conoscete troppo bene la teoria di Schopenhauer sull'amore, perchè ve la ripeta, una fusione di Platone e di Darwin, dovuta forse ad un genio altrettale. Se l'amore è un agguato tesoci dalla natura per il mantenimento della razza, riunendo gli individui dispersi e nell'azione armonica delle loro opposte qualità ottenendo così la maggior perfezione nel nascituro, allora, mio caro, il matrimonio è la ragione e l'adulterio è l'istinto; Hartmann direbbe: il matrimonio è la coscienza, l'adulterio l'incosciente.Il matrimonio è la lega tra le famiglie, la forma storica ed esterna, colla quale l'individuo si svolge nella società; l'adulterio è la lega dei cuori, il genio della razza, la forma, colla quale la natura corregge la vita nell'umanità. Avete torto, mio caro maestro, di accettare per assiomi i teoremi della morale corrente. Il Dio comune, lo ha detto Mommsen, non può essere il Dio della storia: la moralità della natura, determinata dall'interesse di tutta l'umanità non solo presente ma futura, non può essere quella di un codice o di una religione. Sopprimete la selezione, e sopprimete la vita, ma l'adulterio è la selezione naturale. Wallace ha constatato che l'aristocrazia morrebbe in poche generazioni senza l'infusione del sangue plebeo, ma l'infusione accade più spesso coll'adulterio che per l'inscrizione di qualche famiglia popolana sul libro d'oro. Mio caro, la scienza ha già disperse molte illusioni, smentite molte verità religiose e morali, e tuttavia non è ancora che all'esordio del suo grande discorso.Savelli irritato da tutte quelle crudezze dette con brio così nervoso, si sentiva nullameno superbo in cuore di essere stato il suo maestro; mentre una malinconia quasi dolce gli faceva esaminare attentamente quella splendida testa, che il mondo avrebbe considerato sempre con disprezzo. Ida comprese il suo pensiero, e rispondendogli colla carezza di un moto, interruppe bruscamente la dissertazione.—Voi non mi credete,—esclamò—v'intenerite sul mio ingegno e sulla mia forza, che sarà inutile al mondo e dannosa a me stessa. È la prima volta che ne parliamo, ma non ne parlerei che con voi. La mia posizione non è mai stata migliore di adesso,giacchè la morte del conte, privando il duca di ogni avvenire di famiglia, lo consegna piedi e mani legate al presente. Il suo presente sono io. Guardate, lo aspetto fra poco. Egli viene per rinfacciarmi di aver ceduto al conte la notte, che precedette il duello. Vedrete come lo riceverò.A queste parole, pronunziate così freddamente. Savelli sussultò.—Povero conte!—disse sbirciandola.Ida non rispose.—È finito ben tristamente.—Noi tutti, che morremo senza lasciare un nome immortale, finiremo così. La morte è triste,—ripetè con accento lugubre. Poi rinfocandosi:—E che importa? La morte è la condanna di tutti i piccoli, ma fra i piccoli vi sono i minimi, il conte era di questi, io sono di quegli altri. Fidatevi, mio caro maestro, riescirò. Passata la frontiera il contrabbandiere ridiventa galantuomo; entrando nel matrimonio la cortigiana può ridivenire gentildonna. Anche ieri ho ricevuta un'offerta.—Di chi?—chiese premurosamente Savelli.—Del capitano Buondelmonti. Ho risposto,—Ida lo prevenne vedendogli fare un moto—che egli è un imbecille e non mi secchi altro. Essere la moglie di un capitano, abitare due o tre camere ammobigliate, pranzare alla trattoria, passare la sera al caffè... allora mi conveniva meglio restare maestra, e non arrivare sin qui. Io non aspiro all'onestà: rettorica! Quella del cuore si può averla in qualunque stato; quella del fatto, se non ho altro amante che il duca perchè se il duca mi mantiene, tutti i signori che sposano una donna povera la mantengono; quella della leggo è la sola, ma è questione di procedurae non di diritto. Io non aspiro alla famiglia, non ne ho e non ne voglio avere, io basto a me stessa. Ma voglio l'aristocrazia, che dà i primi posti nella battaglia della vita, la considerazione di un gran nome, che apre tutte le porte, voglio la legittimità delle mie ricchezze, perchè è il solo modo di spenderle bene nella società. Se fosse altrimenti non ci penserei; ma non intendo che nessuna donna possa guardarmi dall'alto di un privilegio, voglio essere pari colle prime. Allora mi batterò per la conquista de' miei piaceri, e che le altre donne si difendano: sarà una guerra epica e meschina, spietata ed amabile.—E poi?—E poi? nulla, una malattia che vi coglie, e la morte che vi calma. Forse la meta, cui mi dirigo, non vale gli sforzi per toccarla, forse tutta la nostra vita d'individui e la vita dell'umanità sono senza valore, forse la finalità non esiste nell'universo, ne ho sempre dubitato. Ma io lotto per vincere, vinco per lottare ancora.—E se perderete?—Alla vostra età avete il diritto della prudenza. La prudenza è una virtù della debolezza: ma io non posso perdere.—Non potete perdere?—No, pensateci bene, io non ho nulla da perdere: ecco la mia forza.Savelli colpito dalla verità di questa risposta, si arrestò, ma la malinconia della sua faccia si era anche più irrigidita nella freddezza di quella logica. Stava colla fronte, così dolce sotto i capelli bianchi arricciati, china sopra una mano, mentre coll'altra disegnava sul tappeto dei segni invisibili colla canna.—Ebbene?—ella chiese indi a poco, attaccandolo nel suo silenzio.—Non vi credo.—Perchè?—Allora dovreste avere il cuore nella schiena, come dice il proverbio.—Appunto, ma voi conoscete troppo la storia naturale per non sapere che le larve lo hanno così. Io sono la larva di una signora. Quando il soldato si slancia all'assalto, dimandargli la pietà di un infermiere o di un sacerdote sarebbe almeno ridicolo. Lasciatelo vincere, lasciate che il suo orgoglio si calmi nella stanchezza della vittoria e la veemenza della sua forza gli cada dinanzi senza incontrare un ostacolo, e allora chiedetegli la sua ultima lena per aiutare i feriti, le sue prime lagrime per i nemici morti. La vita è una guerra: non posso essere generosa coi vinti se non sono prima miei prigionieri.—La vita è una guerra, sia pure, ma perchè volete essere degli agguati lungo le siepi delle strade, piuttosto che delle battaglie nelle pianure illuminate dal sole?—egli rispose col medesimo accento lirico.—Se la vostra energia vi spinge dove il pericolo è più grave e le percosse più sonore, combattetele queste battaglie per tutti coloro, cui la debolezza impedisce di essere soldati, come i Cimbri si battevano dinanzi ai carri del loro campo pieno di donne e di bambini. Perchè combattere contro l'umanità, invece di combattere per lei?—Perchè l'individuo, per esistere, deve contrapporsi alla massa. La sua grandezza non è che l'effetto di questa opposizione. Una goccia non è una goccia che sola, nel mare non è più nulla.—Ma questo può forse valere per Napoleone o per Carlo Marx, voi siete una donna.—Non ancora.—Che cosa vi manca?—Che una folla vaneggi per me come si entusiasma per un altro. La forza di una donna è in proporzione degli appetiti che eccita, quella di un uomo degli interessi che conduce.—Sempre la vanità!—Vi è forse qualche cosa, che non lo sia nella vita?Ma Giustina entrò annunziando la visita del duca. Savelli intimidito si levò subito.—Gli hai detto che sono col maestro?—chiese Ida, trattenendolo collo sguardo.—No, signora.—Allora passate nella mia camera,—proseguì in inglese per non essere capita dalla cameriera.—Assisterete ad una mia battaglia campale, ringraziatemi.—Ed alzandosi per drappeggiare più sapientemente una piega dell'abito, gli strinse la mano.Il duca entrò vestito a lutto, salutò con eleganza severa, e si sedette sopra una poltroncina come chi venga per una conferenza. Ma la sua freddezza aveva mal suo grado del broncio; Ida se ne accorse immediatamente. Nella notte egli aveva combinato un disegno per impadronirsi della fanciulla, minacciando di cacciarla brutalmente sul lastrico, magari col soccorso della questura; naturalmente Ida, mal preparata, perderebbe la testa, si raccomanderebbe, ed allora era soggiogata. Ma l'aria disinvolta di Ida nel riceverlo, come se nulla fosse accaduto o avessero ciarlato la sera innanzi, gli scompigliò subito l'esordio. Il gabinetto era tiepido, Ida vestita di un abito, che le guantava le spalle e il seno giù insino all'anche, s'affondava nel raso della poltrona dentroun'ombra leggiera. Ella gli fe' un complimento, egli rispose; poi, cedendo ancora alla negligenza del proprio abbandono, Ida si distese sulla spalliera e gli disse a bruciapelo:—Dunque ci lasciamo fra poco.Il duca trasalì.—Io parto, non ve ne meravigliate. Forse quest'idea è passata pel capo anche a voi. Abbiamo vissuto assieme otto mesi: è quanto basta per conoscerci, e per non poterci forse più dimenticare. Mi ricorderò sempre di voi, di tutto quello che vi devo. Non m'interrompete, duca. Da un pezzo rivolgevo meco di farvi questo discorso senza trovarne il coraggio, perchè voi siete entrato troppo profondamente nella mia vita, e se oggi sono una donna, lo debbo a voi solo. Senza di voi sarei una povera maestra di un qualche villaggio, vestita con un abito di lanetta, cogli stivalini storti. È orribile. Le abitudini radicate si mutano difficilmente, voi siete l'abitudine più bella della mia vita.—Partite... sul serio?—domandò commosso da quell'accento, che era quasi mesto nel tono pigro della sua sincerità, e spaventato da quella risoluzione, che lo preveniva.—Sul serio, le esigenze del mio disegno di vita mi spingono altrove. Ascoltatemi. Il momento è abbastanza grave e noi siamo troppo interessati nella questione per ingannarci scambievolmente; poi sarebbe una viltà. Sono nata da una famiglia agiata, già in ruina al mio ingresso nella vita: parto quindi dalla miseria e dal popolo per mezzo alla società verso la ricchezza e l'aristocrazia. Non voglio più soffrire nella vita nè disagi, nè umiliazioni: lo giurai a me stessa, l'ho giurato un'altra volta sul cadaveredi mia madre. O sarò un giorno una signora, o morirò: io sono di coloro, che tengono le promesse.Il duca fece un atto.—Capisco a che alludete... vi risponderò fra poco, così che mi darete ragione. Sono rimasta abbastanza con voi, giacchè non potete sposarmi, nè farmi ricca. Parto: andrò a Londra, a Parigi, a Nizza, a Ginevra, non lo so, ma so essere dama, ed esaurendo tutte le mie risorse, posso vivere due anni da gran signora. In due anni troverò qualcuno, che mi sentirà bella e s'innamorerà. La gioventù della bellezza colla maturità dello spirito e dell'esperienza è un'unione troppo rara, perchè vi si resista. D'altronde io non posso perderla inutilmente qui, sebbene voi mi amiate ancora un poco. Il mio debito ve l'ho quasi pagato; voi mi avete dato il lusso, io vi ho reso la giovinezza. Siate giusto, mio duca, non avete a lagnarvi di me. Io tengo le mie promesse.—E Enrico?!—esclamò egli, che aspettava da dieci minuti di gettarle questo nome nel discorso; ma la fanciulla non si scompose, ed aprendo il castone del monile al braccio sinistro, mormorò:—È vero, ecco il suo capello. Ho scritto a Lovito pregandolo di restituirmelo, ed egli me lo ha portato, me ne ha fatto un regalo, intendete bene,—insistè sottolineando le parole,—me lo ha reso per nulla. Quando diventai la vostra mantenuta vi dissi che nessun uomo avrebbe potuto sedurmi, e posso ripetervelo anche oggi. Una volta, offesa mortalmente dal conte giurai che morrebbe, ma prima di morire sarebbe il mio amante: ho tenuto la mia promessa.—Cosicchè lo avete ucciso?—rispose con una insensibile ironia a queste parole, che prendevacome una bravata teatrale fatta per dare un colore alla scappata.—Che importa il come? egli è morto. E adesso, poichè ci parliamo per l'ultima volta, avete altro a rimproverarmi?—Per l'ultima volta? via, scherzate.—Così mi dite un'imbecillità ed un'insolenza, mentre dovreste conoscermi abbastanza per credermi il coraggio di tutte le risoluzioni, anche le ragionevoli. E impossibile che io non parta, e subito. È una triste partenza verso un mondo non da scoprire, ma nel quale insinuarsi di frodo, il giorno la notte, deludendo le guardie ed arrischiando tutto per tutto. Credete che non ci abbia pensato? Se in due anni non conquisto un nome, ricasco nella miseria, non troverò più un altro uomo buono ed amabile come voi, e allora la miseria sarà la morte. Nullameno il non partire è anche più pericoloso. Se perdo la mia freschezza di donna e di novizia nella galanteria legittima delle mie pari, non potrò mai più trovare uno che mi sposi, e diventando una signora passare alla galanteria illegittima. Dividiamoci quindi amici: che io abbia almeno un cuore nel mondo sul quale contare, e un anno nella vita di cui compiacermi.E tacque in una mestizia intenerita, quasi perdendosi fra le tristi difficoltà del loro distacco. Era abbandonata sulla poltrona, la testa sopra una spalla, senza guardarlo nemmeno, offrendosi un'ultima volta nel ricordo delle loro notti più dolci, della prima, quando vibrante di follia, colla veemenza della lunga corsa nei muscoli, gli aveva urlato nelle braccia in una suprema convulsione di vergine. Tutto il rancore del duca svanì. Lespiegazioni brutali di quello stato, invece di irritarlo col loro avaro egoismo, l'impietosirono, costringendolo ad ammirare un'altra volta la forza di quella fanciulla a vent'anni, che non aveva neppure bisogno di essere bella per diventare irresistibile. Dopo Ida nessun'altra gli sarebbe più sopportabile, poichè conosceva fin troppo la ignobile nullità di tutte le mantenute. Ida sola sapeva essere donna e dare un profumo di buon gusto ai più piccoli particolari della loro relazione. Con lei non correvano mercati, e pur mungendogli somme ingenti aveva sempre l'aria di concedere un favore coll'accettare un regalo. Questo era un segreto, una magia, la perfezione incomprensibile delle sue maniere. Ida non era mai stata la sua mantenuta, quantunque egli lo dicesse talvolta per iattanza, bensì la sua amante, altera e dissoluta come una principessa.Ma allora sentì mortalmente l'orrore di perderla, e si vide vecchio nel fondo del proprio palazzo, non uscendone più, non andando più nei circoli e nei saloni. Oggi non v'entrava se non perchè Ida lo manteneva ancora vivo, attirandogli i sarcasmi delle signore e l'invidia degli eleganti. Per lei aveva ancora dello spirito, dei motti, dava il tono alle follie, troneggiava, era il principe di quella gran vita mondana, che aveva sempre fatta e sempre sognata. Quindi si umiliò seco medesimo di aver solamente pensato ad una minaccia di abbandonarla, mentre non aveva ancora fatto se non pochissimo per lei, e le doveva, vita per vita, secondo la frase di Ida, un lusso da regina, che oltraggiasse tutte le signore. Questa idea lo esaltò come l'ultimo atto, il gran finale della sua esistenza di libertino. Egli non morrebbe, non invecchierebbe più, sempre conIda al fianco, poichè nessun uomo potrebbe disputargliela offrendole maggiori vantaggi di lui, duca e milionario senza eredi.Ida si era riscossa: egli le appressò la poltroncina e, prendendole una mano, colla voce più insinuante, a volta a volta scherzosa e supplichevole, disse che ella non partirebbe, che non la lascerebbe partire, dovesse magari ricorrere al prefetto suo amico e farla arrestare per ladra.—Per ladra, sì, l'ho trovato! mi avete rubato il cuore, tutto. Adesso dovrete tenermi, perchè non voglio che mi rendiate, e poi rendermi a chi? Avete torto, nessuno vi amerà mai più di me. Non lo dite più di partire, è una crudeltà ed un'insensatezza. Qui, lasciatemelo sperare,—aggiungeva modestamente,—non mancherete di nulla, io sarò tutto per voi, farò tutto quello che vorrete. Voi stessa l'avete pur detto, non potete lagnarvi di me.—E non mi lagno, amico mio. Voi siete stato buono, generoso con me; nessun altro sarebbe stato così, ma a nessun altro patto io sarei rimasta con lui.—Avete ragione.—Credete che non soffra, io, che non ho trovato che voi nella vita, che vi ho concesso tutte le mie primizie? Lo sapete: vi è un uomo in ogni vita di donna, che ella non può dimenticare; vi e un momento nella nostra vita femminile, unico come quello della nascita e della morte. Io soffro, amico mio, ma voi non potete chiedermi di più: Dio domandava solamente le primizie ad Abele. Lasciatemi partire.—No, no,—l'interrompeva, scuotendole la mano, già con le lagrime agli occhi:—non intendo e non voglio.—Eppure dovrete essere ragionevole. Forse non mi amate quanto credete, subite un'illusione per me. Lasciatemi andare; se fra sei mesi non mi avrete dimenticata, vi prometto di tornare, potendo.—No, no,—ripeteva ostinatamente:—non parliamone più, o me ne vado. È una malvagità. Venivo per confortarmi, ho tanto sofferto, ho avuto tante noie in questi otto giorni, Jela che si è ammalata, ma ora sta meglio... ed ecco che mi trattate peggio degli altri. Dovreste già avermi invitato a pranzo e dato un bacio.—V'invito.—E il bacio?—Dopo... ma siamo intesi.Questa volta le si inginocchiò improvvisamente davanti, le cinse con un braccio la vita, e guardandole in faccia con una passione così vera, che cessava quasi di essere ridicola:—Che sia l'ultima volta,—le disse,—o mi farete impazzire. Eppure vi deve costare tanto poco l'essere buona!—Ma non potè seguitare, gli mancò la voce e, nascondendole il viso in grembo come un bambino, soffocò a stento un singhiozzo. Ida fremè: un lampo di orgoglio le bruciò negli occhi neri, come un lampo di saetta in fondo alla notte: si lasciò il duca in grembo per un istante, poi chinandosi improvvisamente gli prese la fronte tinta di nero fra le mani, e gli diede un bacio quasi figliale.—Per oggi non parliamone più. Via, rimettetevi: se sapeste come vi sono grata del vostro dispiacere! Fa tanto bene nella vita l'essere amati. V'invito a pranzo.—Siamo soli?—Oh! a proposito, aspettate: c'è anche Savelli,me lo ero dimenticato. Sta nel mio gabinetto, traducendomi un passo di Sofocle, che mi ha fatto quasi impazzire. Povero Savelli, tanto buono! Non ho che voi due ad amarmi, ma il suo amore è più puro del vostro,—aggiunse col suo sorriso ammaliatore.Il duca ancora sconvolto, ma radiante, sorrise.—Aspettate,—ella ripetè già in piedi: venne ad aprire la porta, riempiendola prudentemente di tutta sè stessa.—Savelli! Savelli!—gli urlò sul viso, come lo chiamasse dal gabinetto, poi cacciandoselo innanzi per la camera, che il duca non potesse vederlo, lo condusse alla finestra.—E così avete tradotto?—seguitava ad alta voce per dargli il tempo di rimettersi, mentre egli la guardava con due grandi occhi spalancati.Ma Ida, che vide il duca entrare nella camera, spinse Savelli per un braccio sotto la tenda, e piantandoglisi superbamente dinanzi:—Mi credete adesso?—dimandò con un sorriso d'impazienza.Savelli era pensieroso; attese un istante, poi sulla sua faccia, ancora abbattuta, passò una luce soave.—La maternità è una riconciliazione, poichè riproducendo la vita la si accetta; voi un giorno sarete madre,—disse lentamente.—No.—È difficile amare, ma è altrettanto difficile non amare; ricordatevi questo passo di Anacreonte.—No,—ella ruggì soffocatamente, impennandosi sotto queste due verità senza trovare una risposta: ma d'improvviso alzò una mano, ed afferrandoglieneun'altra, come per una violenta solennità di giuramento:—A che cosa credete voi nella vita?—domandò.—A tutto.Ella si arrestò ancora, spianò la fronte, e colla calma di un deserto nella voce rispose lentamente:—E io solamente a me stessa.

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Otto giorni dopo Ida era nel gabinetto nero con Savelli.

Il duello fra il conte Alidosi e il capitano Buondelmonti, a rovescio di ogni predizione, era riuscito fatale: il conte Enrico, con la testa aperta da un terribile fendente, fu ricondotto già morto al palazzo. I padrini, inorriditi al gran colpo, non avevano nemmeno avuto il tempo di prevederlo, poichè il capitano si batteva colla negligenza più affettata: quindi era avvenuto un incontro. Il conte era caduto colla faccia innanzi, lungo disteso come un albero.

Arrivando sul terreno era così disfatto, che Lovito, il suo padrino, dovette chiedergli se si sentiva male; il conte aveva avuto un pallido sorriso, e gli aveva risposto raccontando la nottata con Ida. Lovito ne lo aveva rimproverato, ma nel mettersi in guardia il conte gli aveva detto:

—Mi ammazzerà,—con un accento così sicuro, che Lovito stesso, malgrado il suo noto coraggio e la esperienza di simili scontri, ne era rimasto grave.

Il conte aveva lo sguardo spaventato.

Appena partita Jela si era vestito frettolosamente cercando di Ida, ma Giustina col suo cattivo sorrisogli aveva risposto che la padrona era uscita colla signora contessa.

—Assieme?

—Non credo, signor conte.

—E non ha detto nulla?

—Doveva forse lasciarmi detto qualche cosa per lei?—ribattè colla sua insolente famigliarità.

Quell'assenza inesplicabile finiva per atterrarlo. Adesso capiva tutto, il suo disegno lento ed infernale, l'ultimo agguato teso alla contessa con una ferocia assolutamente femminile; e tuttavia quei trasporti appassionati della notte, gli ultimi sguardi appena scesa da letto, quello supremo traversando la camera per introdurvi Jela, solenne come un addio di un moribondo a un moribondo, gli contraddicevano quella tetra persuasione. Finì di vestirsi, si pettinò coi pettini e le scopette di Ida, compì febbrilmente la propria toeletta, seccato anche per la convenienza del duello di non potersi mutare la camicia. In quel momento, così gualcita dalle carezze di Ida, gli era odiosa. Si gettò sulle spalle un mantello alla Talma secondo l'ultima moda, e uscì. Giustina gli aperse la porta.

—Tieni,—le disse, togliendosi di dito un piccolo brillante, per non cercarsi qualche scudo nel portafogli. Era un anello regalatogli dalla contessa Ceri.

Se ne accorse dopo, e un triste sorriso gli passò nella mente.

Ida, nascosta dietro un uscio dell'anticamera, lo vide partire, e corse immediatamente alla finestra. Non era meno pallida di lui, ma la stessa feroce esaltazione le fiammeggiava ancora nello sguardo. Giustina la vide poco dopo fare un gesto teatrale e rivolgersicolla faccia fremente; il conte non aveva alzato nemmeno una volta gli occhi, allontanandosi da quella casa fatale.

—Va a battersi?—chiese Giustina.

—Sì, ma la contessa può passare dalla sarta ad ordinare l'abito di lutto prima di ritornare a palazzo. Stupido!

—Davvero?

Ida parve meravigliata di quel dubbio, Giustina scossa da quegli accenti sinistri si guardò in dito l'anello.

Tutta la città fu commossa dal triste caso, Buondelmonti ne sembrò desolatissimo. Appena vide vacillare il conte, gettò la sciabola e si slanciò per rattenerlo, ma non lo potè: lo raccolse col cranio spaccato dalla sommità della fronte sino alla nuca, poichè sentendosi forse sopra il colpo, invece di pararlo il conte aveva piegato istintivamente la testa. Buondelmonti lo prese fra le braccia come un bambino, mentre due grosse lagrime gli nuotavano silenziosamente negli occhi; poi dovette allontanarsi su Baiardo, che la sua ordinanza teneva a mano poco lungi. Allora un orribile problema si aggravò sui padrini, come trasportare il cadavere del conte e dare a Jela la spaventevole notizia. Lovito esitava, il colonnello, che aveva assistito Buondelmonti, propose di condurre il cadavere presso il duca: quegli era più forte.

—Povero ragazzo! perchè cacciarsi contro Buondelmonti? È la migliore lama dell'esercito.

—Voi sorridete, colonnello?

—Non vi siete mai accorto che Buondelmonti faceva la corte alla contessa? Ma Buondelmonti è perduto. I morti talvolta sono più tremendi dei vivi.

—Credete dunque che la contessa ami Buondelmonti?

—Crederlo adesso sarebbe un'insolenza,—rispose il colonnello con un tono leggero.

Ma tornarono ad occuparsi del cadavere, discussero, poi, essendo venuti a piedi, Lovito si offerse di andare in cerca di una carrozza. Il cadavere era steso sul terreno presso una pozzanghera di sangue, la faccia e i capelli insudiciati. I padrini fumavano per darsi un contegno, ma il medico, che si era appressato ancora al morto per riosservargli la ferita:

—Oh!—esclamò indi a poco con un accento, che li fece tutti rivolgere:—un capello nero!—e scostandogli violentemente il colletto, proruppe più forte:—un morso, certamente di donna, fresco!

Tutti si erano avvicinati, ed esaminarono il capello fine, lungo come le due braccia, che il dottore apriva colla faccia illuminata da una vanità d'indiscrezione.

—Ecco perchè era così debole questa mattina: non vi è nulla più micidiale dell'erotismo. Avrà voluto farsi vedere da una donna alla vigilia di un duello,—proseguì, indirizzandosi al colonnello sopra un tono di famigliarità:—come se il coraggio bastasse... Sono imprudenze, che si pagano spesso colla vita.

Ma tutti facevano ressa intorno a quel capello, senza occuparsi delle sue osservazioni. La contessa Alidosi era bionda, la contessa Guelfi, sua amica, pure bionda.

—Se qualcuno conosce la donna, le si può rendere il suo capello,—egli seguitò, contento di tutte quelle curiosità da lui solo destate.—Ah! ecco il signor Lovito, egli forse ne saprà qualche cosa.

Infatti Lovito arrivava colla testa fuori da unbrougham: il fiaccheraio frustava come un pazzo.

—Osservate questo capello,—gli si fece incontro il medico:—il conte l'aveva sulla testa proprio dove è caduta la sciabola. È lungo quasi un metro e mezzo.

Lovito pensieroso lo esaminò e tese la mano per prenderlo. Tutti gli si stringevano attorno solleticati dalla sua aria preoccupata, che prometteva qualche rivelazione.

—Lo conoscete?

—Si.

—Di chi è?

—Me lo concedete, dottore?—gli si rivolse senza rispondere.—Grazie! lo sapevo.

—Ah! di chi è?

—Un secreto!

—Allora bisogna dirlo,—intervenne il colonnello colla sua ironia:—in molti sarà impossibile che qualcuno non lo tenga.

—Anche il principe di Atella forse lo riconoscerebbe. Volete saperlo? È di una donna, che mi ha respinto: non posso dire di più.

—E che sperate,—riprese amichevolmente il colonnello,—di prenderla una seconda volta a questo laccio?

—Chissà?

—Già,—concluse filosoficamente il dottore,—tutto il male non vien per nuocere.

Poi tornarono alla serietà della situazione; fecero caricare il cadavere nella carrozza del fiaccheraio, Lovito e il medico vi montarono, gli altri si allontanarono. Fortunatamente, passando davanti al palazzo Alidosi, seppero che la contessa era partitain carrozza colla marchesa di Renzuno: allora salirono. Il duca, avvertito dal colonnello, recò la notizia alle due donne. Fu uno scoppio di pianto; ma quando Jela intese che l'uccisore era Buondelmonti, cacciò un grido e svenne. La marchesa, sebbene piangendo dirottamente, volle subito tutto il racconto del duello, vi fe' molte osservazioni e conchiuse che Enrico aveva avuto torto a non parare un colpo di testa.

Il duca indispettito si lasciò sfuggire un gesto.

—Un colpo di testa si fa più facilmente che non si pari.

Ma la marchesa non capì nemmeno, assalita immediatamente dalla preoccupazione dei funerali, i quali nella sua idea dovevano essere un trionfo. Naturalmente ella doveva pensare a tutto in quel frangente, perchè gli altri vi perdevano la testa, e tutelare il decoro della famiglia, prevedere e provvedere. Il suo orgasmo di attività diventava una febbre.

—La marchesa Brancaleoni non avrà avuto tanti fiori nell'appartamento per la sua gran festa. Avvisate il vostro giardiniere, mandatemelo sulle due: sarò di ritorno, in ogni caso mi aspetterà. È un'immensa disgrazia. Jela starà qui: telegrafate al conte Alberto che venga subito a prenderla.

Il duca pareva attonito.

—A che pensate adesso? è tempo d'agire.

—L'unico erede! non abbiamo più nipote!

—Ah! è vero! ma bisogna pure occuparsene, finchè si hanno. Povero Enrico!—e un insulto di lagrime le strinse la gola.—Vedete, non mi posso frenare. Mi vedranno piangere in istrada: è una sconvenienza.

E intanto che la marchesa col cuore grosso e la testa tumultuante scendeva lo scalone del proprio palazzo, stordendo il dolore in quella furia, il duca rimasto solo si sprofondava in una tetra meditazione. Quella morte inaspettata gli pareva impossibile, un sogno. Come mai egli non aveva saputo nulla del duello? Quale ne era stata l'origine? Certamente la questione del cavallo aveva servito da pretesto ad Enrico per insultare Buondelmonti, col quale Ida si compiaceva, presente lui medesimo, ad irritarlo, perchè Enrico era innamorato di Ida. Invano, per nascondere una sconfitta, il conte lo aveva sempre negato, mentre l'amava per ripicco senza poterla mai sedurre, giacchè in ultima analisi Ida non era fedele che al duca. Che ne penserebbe Ida? odiava ella davvero il conte Enrico, o era un semplice dispetto di vanità, che inveleniva tutte le loro conversazioni? Ma Enrico non pertanto era morto. Quindi egli si ricordava la sua invidia mal celata dell'ultima notte, quando Ida fingendo di voler dormire per il veglione lo aveva scacciato, e i suoi primi successi al castello di Valdiffusa, poi tutte le scene, nelle quali Ida primeggiava sempre vincendo tutti, servendosi di tutti. Non aveva contemporaneamente tenuto in iscacco lui stesso, Enrico, il conte Alberto e Jela? Ida era davvero una donna, e bisognava essere un uomo ben forte per incatenarle il carattere riottoso. Ma il pensiero gli fuggiva pur sempre alla morte di Enrico, un giovane ancora nella primavera, che molti uomini invidiavano e le signore dicevano così amabile. Povera Jela! un'altra infelice, che adorava il marito innamorato morto, veramente morto, di un'altra.

Erano due ragazzi. Perchè Jela così ricca avevasposato Enrico troppo giovane, rovinato, senza un briciolo di cervello e di posizione nel mondo? Egli non se lo spiegava. Bisognava proprio che il conte Alberto non volesse occuparsi di nulla e trovasse tutto bene, per concedere l'unica figlia ad un uomo simile. Egli aveva chiesto la mano di Jela per il nipote, ma, fosse stato il padre, si sarebbe ben guardato di acconsentirgliela. Enrico non aveva altra speranza che l'eredità dello zio, il duca stesso lo diceva dappertutto, sebbene a malincuore, poichè quel diritto del nipote lo metteva come sotto la dipendenza di un Mentore ragazzo. Infatti il conte gli aveva più d'una volta infitta nelle carni la punta di un'osservazione sul lusso eccessivo di Ida.

Ma Enrico era morto. Morire! Uscendo dal palazzo della marchesa corse difilato da Ida. Ella era in casa, ma non volle riceverlo. Giustina piena di misteri e di precauzioni, non gli spiegò nulla: egli se ne ritornò desolato. La sera ripassò nuovamente, e seppe che Savelli era stato chiamato. Giustina diceva che la morte del conte aveva gittata la sua padrona in una crisi, che aveva pianto dirottamente. Allora il duca le scrisse un biglietto supplicandola di riceverlo, ed attese la risposta in anticamera. Giustina glielo riportò; Ida vi aveva scritto a piedi queste sole parole:

«Mi sento male: ogni scossa mi sarebbe insopportabile, vi riceverò venerdì».

Ancora tre giorni. Il duca ebbe pena a non piangere, tutta la forza del suo scetticismo l'abbandonava nell'abbandono momentaneo di quella donna. Senza di lei perdeva il suo carattere di uomo e non era più che uno zio, un nonno, un passato ancora in piedi, ma come le rovine. Quei tre giorni furonoeterni. Nè i funerali, nè l'anfanamento sempre più rumoroso della marchesa, che aveva finito per scordarsi il proprio dolore nello studio di consolare quello degli altri, nè la visita di Jela abbattuta nell'amarezza di un rimorso immaginario, nè l'incontro col conte Alberto, accorso prestamente al castello di Valdiffusa, e col quale si erano analizzati a vicenda la sincerità della loro tristezza, nulla era riuscito ad accorciarli. Ma i tre giorni passarono, e Ida non volle ancora riceverlo. Allora fu atterrato, stette altri due dì senza uscire dal palazzo, concentrato in un avvilimento, che lo invecchiava di un anno ad ogni ora. Poi intese la storia del capello nero, che correva già deformata per tutti i circoli, e straziato da un supremo sospetto corse da Ida, interrogò Giustina, la quale sedotta più dalle lusinghe che dalle minacce, gli confessò tutto.

—E Buondelmonti?

—Quegli fu ricevuto per benino; quando entrai col caffè aveva un'aria da can frustato.

Ma il duca non lo avrebbe mai creduto. Questo ultimo tradimento del nipote strappò la maschera al suo dolore. Quel serpentello era dunque stato schiacciato! Se Buondelmonti fosse stato presente in quel punto, si sarebbe alzato per stringergli la mano. Egli era dunque vecchio, vecchio senza presa! Ida lo accettava per spremergli il denaro di tutto quel lusso e fuggirsene un giorno o l'altro con un uomo più giovane, altrettanto ricco, al quale avrebbe parlato di lui con quel suo terribile sarcasmo, che gli piaceva tanto. Allora gli parve che Ida fosse la donna più adorabile, e che tutti i grandi eleganti se la disputassero ora che, traendola dalla miseria di maestra, ne aveva fatto una Signora dalle Camelie.

Ma improvvisamente, nel timore di essere sorpreso con Giustina a complottare contro di lei, si alzò. Giustina, colpita dalla umiliazione della sua figura, si aspettava invece uno scoppio di risentimento.

—Bada di non dir nulla,—le si raccomandò.—Ti manderò domani il libretto della cassa di risparmio, ma te ne prego,—aggiunse con un accento quasi supplichevole:—-che Ida non sappia nulla della tua confidenza.

La mattina seguente, sulle undici, Ida vestita di un abito di casimiro grigio ferro, semplice come un abito da viaggio, chiacchierava con Savelli. Il vecchio maestro aveva l'aria sconcertata.

—No, avete torto con lui, non da questo punto di vista si può capire qualche cosa. Hartmann ha torto quando afferma che l'uomo è poligamo e la donna monogama, poichè così si confondono le esigenze della maternità colla tendenza del sesso. Anche l'uomo sarebbe monogamo, nella forma più alta raggiunta dalla famiglia, secondo il suo stesso argomento per la monogamia della donna.—E la fanciulla, che avea pronunciato con visibile compiacenza questi termini tecnici, proseguì incalorendosi.

—Voi conoscete troppo bene la teoria di Schopenhauer sull'amore, perchè ve la ripeta, una fusione di Platone e di Darwin, dovuta forse ad un genio altrettale. Se l'amore è un agguato tesoci dalla natura per il mantenimento della razza, riunendo gli individui dispersi e nell'azione armonica delle loro opposte qualità ottenendo così la maggior perfezione nel nascituro, allora, mio caro, il matrimonio è la ragione e l'adulterio è l'istinto; Hartmann direbbe: il matrimonio è la coscienza, l'adulterio l'incosciente.Il matrimonio è la lega tra le famiglie, la forma storica ed esterna, colla quale l'individuo si svolge nella società; l'adulterio è la lega dei cuori, il genio della razza, la forma, colla quale la natura corregge la vita nell'umanità. Avete torto, mio caro maestro, di accettare per assiomi i teoremi della morale corrente. Il Dio comune, lo ha detto Mommsen, non può essere il Dio della storia: la moralità della natura, determinata dall'interesse di tutta l'umanità non solo presente ma futura, non può essere quella di un codice o di una religione. Sopprimete la selezione, e sopprimete la vita, ma l'adulterio è la selezione naturale. Wallace ha constatato che l'aristocrazia morrebbe in poche generazioni senza l'infusione del sangue plebeo, ma l'infusione accade più spesso coll'adulterio che per l'inscrizione di qualche famiglia popolana sul libro d'oro. Mio caro, la scienza ha già disperse molte illusioni, smentite molte verità religiose e morali, e tuttavia non è ancora che all'esordio del suo grande discorso.

Savelli irritato da tutte quelle crudezze dette con brio così nervoso, si sentiva nullameno superbo in cuore di essere stato il suo maestro; mentre una malinconia quasi dolce gli faceva esaminare attentamente quella splendida testa, che il mondo avrebbe considerato sempre con disprezzo. Ida comprese il suo pensiero, e rispondendogli colla carezza di un moto, interruppe bruscamente la dissertazione.

—Voi non mi credete,—esclamò—v'intenerite sul mio ingegno e sulla mia forza, che sarà inutile al mondo e dannosa a me stessa. È la prima volta che ne parliamo, ma non ne parlerei che con voi. La mia posizione non è mai stata migliore di adesso,giacchè la morte del conte, privando il duca di ogni avvenire di famiglia, lo consegna piedi e mani legate al presente. Il suo presente sono io. Guardate, lo aspetto fra poco. Egli viene per rinfacciarmi di aver ceduto al conte la notte, che precedette il duello. Vedrete come lo riceverò.

A queste parole, pronunziate così freddamente. Savelli sussultò.

—Povero conte!—disse sbirciandola.

Ida non rispose.

—È finito ben tristamente.

—Noi tutti, che morremo senza lasciare un nome immortale, finiremo così. La morte è triste,—ripetè con accento lugubre. Poi rinfocandosi:—E che importa? La morte è la condanna di tutti i piccoli, ma fra i piccoli vi sono i minimi, il conte era di questi, io sono di quegli altri. Fidatevi, mio caro maestro, riescirò. Passata la frontiera il contrabbandiere ridiventa galantuomo; entrando nel matrimonio la cortigiana può ridivenire gentildonna. Anche ieri ho ricevuta un'offerta.

—Di chi?—chiese premurosamente Savelli.

—Del capitano Buondelmonti. Ho risposto,—Ida lo prevenne vedendogli fare un moto—che egli è un imbecille e non mi secchi altro. Essere la moglie di un capitano, abitare due o tre camere ammobigliate, pranzare alla trattoria, passare la sera al caffè... allora mi conveniva meglio restare maestra, e non arrivare sin qui. Io non aspiro all'onestà: rettorica! Quella del cuore si può averla in qualunque stato; quella del fatto, se non ho altro amante che il duca perchè se il duca mi mantiene, tutti i signori che sposano una donna povera la mantengono; quella della leggo è la sola, ma è questione di procedurae non di diritto. Io non aspiro alla famiglia, non ne ho e non ne voglio avere, io basto a me stessa. Ma voglio l'aristocrazia, che dà i primi posti nella battaglia della vita, la considerazione di un gran nome, che apre tutte le porte, voglio la legittimità delle mie ricchezze, perchè è il solo modo di spenderle bene nella società. Se fosse altrimenti non ci penserei; ma non intendo che nessuna donna possa guardarmi dall'alto di un privilegio, voglio essere pari colle prime. Allora mi batterò per la conquista de' miei piaceri, e che le altre donne si difendano: sarà una guerra epica e meschina, spietata ed amabile.

—E poi?

—E poi? nulla, una malattia che vi coglie, e la morte che vi calma. Forse la meta, cui mi dirigo, non vale gli sforzi per toccarla, forse tutta la nostra vita d'individui e la vita dell'umanità sono senza valore, forse la finalità non esiste nell'universo, ne ho sempre dubitato. Ma io lotto per vincere, vinco per lottare ancora.

—E se perderete?

—Alla vostra età avete il diritto della prudenza. La prudenza è una virtù della debolezza: ma io non posso perdere.

—Non potete perdere?

—No, pensateci bene, io non ho nulla da perdere: ecco la mia forza.

Savelli colpito dalla verità di questa risposta, si arrestò, ma la malinconia della sua faccia si era anche più irrigidita nella freddezza di quella logica. Stava colla fronte, così dolce sotto i capelli bianchi arricciati, china sopra una mano, mentre coll'altra disegnava sul tappeto dei segni invisibili colla canna.

—Ebbene?—ella chiese indi a poco, attaccandolo nel suo silenzio.

—Non vi credo.

—Perchè?

—Allora dovreste avere il cuore nella schiena, come dice il proverbio.

—Appunto, ma voi conoscete troppo la storia naturale per non sapere che le larve lo hanno così. Io sono la larva di una signora. Quando il soldato si slancia all'assalto, dimandargli la pietà di un infermiere o di un sacerdote sarebbe almeno ridicolo. Lasciatelo vincere, lasciate che il suo orgoglio si calmi nella stanchezza della vittoria e la veemenza della sua forza gli cada dinanzi senza incontrare un ostacolo, e allora chiedetegli la sua ultima lena per aiutare i feriti, le sue prime lagrime per i nemici morti. La vita è una guerra: non posso essere generosa coi vinti se non sono prima miei prigionieri.

—La vita è una guerra, sia pure, ma perchè volete essere degli agguati lungo le siepi delle strade, piuttosto che delle battaglie nelle pianure illuminate dal sole?—egli rispose col medesimo accento lirico.—Se la vostra energia vi spinge dove il pericolo è più grave e le percosse più sonore, combattetele queste battaglie per tutti coloro, cui la debolezza impedisce di essere soldati, come i Cimbri si battevano dinanzi ai carri del loro campo pieno di donne e di bambini. Perchè combattere contro l'umanità, invece di combattere per lei?

—Perchè l'individuo, per esistere, deve contrapporsi alla massa. La sua grandezza non è che l'effetto di questa opposizione. Una goccia non è una goccia che sola, nel mare non è più nulla.

—Ma questo può forse valere per Napoleone o per Carlo Marx, voi siete una donna.

—Non ancora.

—Che cosa vi manca?

—Che una folla vaneggi per me come si entusiasma per un altro. La forza di una donna è in proporzione degli appetiti che eccita, quella di un uomo degli interessi che conduce.

—Sempre la vanità!

—Vi è forse qualche cosa, che non lo sia nella vita?

Ma Giustina entrò annunziando la visita del duca. Savelli intimidito si levò subito.

—Gli hai detto che sono col maestro?—chiese Ida, trattenendolo collo sguardo.

—No, signora.

—Allora passate nella mia camera,—proseguì in inglese per non essere capita dalla cameriera.—Assisterete ad una mia battaglia campale, ringraziatemi.—Ed alzandosi per drappeggiare più sapientemente una piega dell'abito, gli strinse la mano.

Il duca entrò vestito a lutto, salutò con eleganza severa, e si sedette sopra una poltroncina come chi venga per una conferenza. Ma la sua freddezza aveva mal suo grado del broncio; Ida se ne accorse immediatamente. Nella notte egli aveva combinato un disegno per impadronirsi della fanciulla, minacciando di cacciarla brutalmente sul lastrico, magari col soccorso della questura; naturalmente Ida, mal preparata, perderebbe la testa, si raccomanderebbe, ed allora era soggiogata. Ma l'aria disinvolta di Ida nel riceverlo, come se nulla fosse accaduto o avessero ciarlato la sera innanzi, gli scompigliò subito l'esordio. Il gabinetto era tiepido, Ida vestita di un abito, che le guantava le spalle e il seno giù insino all'anche, s'affondava nel raso della poltrona dentroun'ombra leggiera. Ella gli fe' un complimento, egli rispose; poi, cedendo ancora alla negligenza del proprio abbandono, Ida si distese sulla spalliera e gli disse a bruciapelo:

—Dunque ci lasciamo fra poco.

Il duca trasalì.

—Io parto, non ve ne meravigliate. Forse quest'idea è passata pel capo anche a voi. Abbiamo vissuto assieme otto mesi: è quanto basta per conoscerci, e per non poterci forse più dimenticare. Mi ricorderò sempre di voi, di tutto quello che vi devo. Non m'interrompete, duca. Da un pezzo rivolgevo meco di farvi questo discorso senza trovarne il coraggio, perchè voi siete entrato troppo profondamente nella mia vita, e se oggi sono una donna, lo debbo a voi solo. Senza di voi sarei una povera maestra di un qualche villaggio, vestita con un abito di lanetta, cogli stivalini storti. È orribile. Le abitudini radicate si mutano difficilmente, voi siete l'abitudine più bella della mia vita.

—Partite... sul serio?—domandò commosso da quell'accento, che era quasi mesto nel tono pigro della sua sincerità, e spaventato da quella risoluzione, che lo preveniva.

—Sul serio, le esigenze del mio disegno di vita mi spingono altrove. Ascoltatemi. Il momento è abbastanza grave e noi siamo troppo interessati nella questione per ingannarci scambievolmente; poi sarebbe una viltà. Sono nata da una famiglia agiata, già in ruina al mio ingresso nella vita: parto quindi dalla miseria e dal popolo per mezzo alla società verso la ricchezza e l'aristocrazia. Non voglio più soffrire nella vita nè disagi, nè umiliazioni: lo giurai a me stessa, l'ho giurato un'altra volta sul cadaveredi mia madre. O sarò un giorno una signora, o morirò: io sono di coloro, che tengono le promesse.

Il duca fece un atto.

—Capisco a che alludete... vi risponderò fra poco, così che mi darete ragione. Sono rimasta abbastanza con voi, giacchè non potete sposarmi, nè farmi ricca. Parto: andrò a Londra, a Parigi, a Nizza, a Ginevra, non lo so, ma so essere dama, ed esaurendo tutte le mie risorse, posso vivere due anni da gran signora. In due anni troverò qualcuno, che mi sentirà bella e s'innamorerà. La gioventù della bellezza colla maturità dello spirito e dell'esperienza è un'unione troppo rara, perchè vi si resista. D'altronde io non posso perderla inutilmente qui, sebbene voi mi amiate ancora un poco. Il mio debito ve l'ho quasi pagato; voi mi avete dato il lusso, io vi ho reso la giovinezza. Siate giusto, mio duca, non avete a lagnarvi di me. Io tengo le mie promesse.

—E Enrico?!—esclamò egli, che aspettava da dieci minuti di gettarle questo nome nel discorso; ma la fanciulla non si scompose, ed aprendo il castone del monile al braccio sinistro, mormorò:

—È vero, ecco il suo capello. Ho scritto a Lovito pregandolo di restituirmelo, ed egli me lo ha portato, me ne ha fatto un regalo, intendete bene,—insistè sottolineando le parole,—me lo ha reso per nulla. Quando diventai la vostra mantenuta vi dissi che nessun uomo avrebbe potuto sedurmi, e posso ripetervelo anche oggi. Una volta, offesa mortalmente dal conte giurai che morrebbe, ma prima di morire sarebbe il mio amante: ho tenuto la mia promessa.

—Cosicchè lo avete ucciso?—rispose con una insensibile ironia a queste parole, che prendevacome una bravata teatrale fatta per dare un colore alla scappata.

—Che importa il come? egli è morto. E adesso, poichè ci parliamo per l'ultima volta, avete altro a rimproverarmi?

—Per l'ultima volta? via, scherzate.

—Così mi dite un'imbecillità ed un'insolenza, mentre dovreste conoscermi abbastanza per credermi il coraggio di tutte le risoluzioni, anche le ragionevoli. E impossibile che io non parta, e subito. È una triste partenza verso un mondo non da scoprire, ma nel quale insinuarsi di frodo, il giorno la notte, deludendo le guardie ed arrischiando tutto per tutto. Credete che non ci abbia pensato? Se in due anni non conquisto un nome, ricasco nella miseria, non troverò più un altro uomo buono ed amabile come voi, e allora la miseria sarà la morte. Nullameno il non partire è anche più pericoloso. Se perdo la mia freschezza di donna e di novizia nella galanteria legittima delle mie pari, non potrò mai più trovare uno che mi sposi, e diventando una signora passare alla galanteria illegittima. Dividiamoci quindi amici: che io abbia almeno un cuore nel mondo sul quale contare, e un anno nella vita di cui compiacermi.

E tacque in una mestizia intenerita, quasi perdendosi fra le tristi difficoltà del loro distacco. Era abbandonata sulla poltrona, la testa sopra una spalla, senza guardarlo nemmeno, offrendosi un'ultima volta nel ricordo delle loro notti più dolci, della prima, quando vibrante di follia, colla veemenza della lunga corsa nei muscoli, gli aveva urlato nelle braccia in una suprema convulsione di vergine. Tutto il rancore del duca svanì. Lespiegazioni brutali di quello stato, invece di irritarlo col loro avaro egoismo, l'impietosirono, costringendolo ad ammirare un'altra volta la forza di quella fanciulla a vent'anni, che non aveva neppure bisogno di essere bella per diventare irresistibile. Dopo Ida nessun'altra gli sarebbe più sopportabile, poichè conosceva fin troppo la ignobile nullità di tutte le mantenute. Ida sola sapeva essere donna e dare un profumo di buon gusto ai più piccoli particolari della loro relazione. Con lei non correvano mercati, e pur mungendogli somme ingenti aveva sempre l'aria di concedere un favore coll'accettare un regalo. Questo era un segreto, una magia, la perfezione incomprensibile delle sue maniere. Ida non era mai stata la sua mantenuta, quantunque egli lo dicesse talvolta per iattanza, bensì la sua amante, altera e dissoluta come una principessa.

Ma allora sentì mortalmente l'orrore di perderla, e si vide vecchio nel fondo del proprio palazzo, non uscendone più, non andando più nei circoli e nei saloni. Oggi non v'entrava se non perchè Ida lo manteneva ancora vivo, attirandogli i sarcasmi delle signore e l'invidia degli eleganti. Per lei aveva ancora dello spirito, dei motti, dava il tono alle follie, troneggiava, era il principe di quella gran vita mondana, che aveva sempre fatta e sempre sognata. Quindi si umiliò seco medesimo di aver solamente pensato ad una minaccia di abbandonarla, mentre non aveva ancora fatto se non pochissimo per lei, e le doveva, vita per vita, secondo la frase di Ida, un lusso da regina, che oltraggiasse tutte le signore. Questa idea lo esaltò come l'ultimo atto, il gran finale della sua esistenza di libertino. Egli non morrebbe, non invecchierebbe più, sempre conIda al fianco, poichè nessun uomo potrebbe disputargliela offrendole maggiori vantaggi di lui, duca e milionario senza eredi.

Ida si era riscossa: egli le appressò la poltroncina e, prendendole una mano, colla voce più insinuante, a volta a volta scherzosa e supplichevole, disse che ella non partirebbe, che non la lascerebbe partire, dovesse magari ricorrere al prefetto suo amico e farla arrestare per ladra.

—Per ladra, sì, l'ho trovato! mi avete rubato il cuore, tutto. Adesso dovrete tenermi, perchè non voglio che mi rendiate, e poi rendermi a chi? Avete torto, nessuno vi amerà mai più di me. Non lo dite più di partire, è una crudeltà ed un'insensatezza. Qui, lasciatemelo sperare,—aggiungeva modestamente,—non mancherete di nulla, io sarò tutto per voi, farò tutto quello che vorrete. Voi stessa l'avete pur detto, non potete lagnarvi di me.

—E non mi lagno, amico mio. Voi siete stato buono, generoso con me; nessun altro sarebbe stato così, ma a nessun altro patto io sarei rimasta con lui.

—Avete ragione.

—Credete che non soffra, io, che non ho trovato che voi nella vita, che vi ho concesso tutte le mie primizie? Lo sapete: vi è un uomo in ogni vita di donna, che ella non può dimenticare; vi e un momento nella nostra vita femminile, unico come quello della nascita e della morte. Io soffro, amico mio, ma voi non potete chiedermi di più: Dio domandava solamente le primizie ad Abele. Lasciatemi partire.

—No, no,—l'interrompeva, scuotendole la mano, già con le lagrime agli occhi:—non intendo e non voglio.

—Eppure dovrete essere ragionevole. Forse non mi amate quanto credete, subite un'illusione per me. Lasciatemi andare; se fra sei mesi non mi avrete dimenticata, vi prometto di tornare, potendo.

—No, no,—ripeteva ostinatamente:—non parliamone più, o me ne vado. È una malvagità. Venivo per confortarmi, ho tanto sofferto, ho avuto tante noie in questi otto giorni, Jela che si è ammalata, ma ora sta meglio... ed ecco che mi trattate peggio degli altri. Dovreste già avermi invitato a pranzo e dato un bacio.

—V'invito.

—E il bacio?

—Dopo... ma siamo intesi.

Questa volta le si inginocchiò improvvisamente davanti, le cinse con un braccio la vita, e guardandole in faccia con una passione così vera, che cessava quasi di essere ridicola:

—Che sia l'ultima volta,—le disse,—o mi farete impazzire. Eppure vi deve costare tanto poco l'essere buona!—Ma non potè seguitare, gli mancò la voce e, nascondendole il viso in grembo come un bambino, soffocò a stento un singhiozzo. Ida fremè: un lampo di orgoglio le bruciò negli occhi neri, come un lampo di saetta in fondo alla notte: si lasciò il duca in grembo per un istante, poi chinandosi improvvisamente gli prese la fronte tinta di nero fra le mani, e gli diede un bacio quasi figliale.

—Per oggi non parliamone più. Via, rimettetevi: se sapeste come vi sono grata del vostro dispiacere! Fa tanto bene nella vita l'essere amati. V'invito a pranzo.

—Siamo soli?

—Oh! a proposito, aspettate: c'è anche Savelli,me lo ero dimenticato. Sta nel mio gabinetto, traducendomi un passo di Sofocle, che mi ha fatto quasi impazzire. Povero Savelli, tanto buono! Non ho che voi due ad amarmi, ma il suo amore è più puro del vostro,—aggiunse col suo sorriso ammaliatore.

Il duca ancora sconvolto, ma radiante, sorrise.

—Aspettate,—ella ripetè già in piedi: venne ad aprire la porta, riempiendola prudentemente di tutta sè stessa.

—Savelli! Savelli!—gli urlò sul viso, come lo chiamasse dal gabinetto, poi cacciandoselo innanzi per la camera, che il duca non potesse vederlo, lo condusse alla finestra.—E così avete tradotto?—seguitava ad alta voce per dargli il tempo di rimettersi, mentre egli la guardava con due grandi occhi spalancati.

Ma Ida, che vide il duca entrare nella camera, spinse Savelli per un braccio sotto la tenda, e piantandoglisi superbamente dinanzi:

—Mi credete adesso?—dimandò con un sorriso d'impazienza.

Savelli era pensieroso; attese un istante, poi sulla sua faccia, ancora abbattuta, passò una luce soave.

—La maternità è una riconciliazione, poichè riproducendo la vita la si accetta; voi un giorno sarete madre,—disse lentamente.

—No.

—È difficile amare, ma è altrettanto difficile non amare; ricordatevi questo passo di Anacreonte.

—No,—ella ruggì soffocatamente, impennandosi sotto queste due verità senza trovare una risposta: ma d'improvviso alzò una mano, ed afferrandoglieneun'altra, come per una violenta solennità di giuramento:

—A che cosa credete voi nella vita?—domandò.

—A tutto.

Ella si arrestò ancora, spianò la fronte, e colla calma di un deserto nella voce rispose lentamente:

—E io solamente a me stessa.

NOTE DEL TRASCRITTORE—Corretti gli ovvii errori di stampa e di punteggiatura.—A pag. 178 sull'originale è riportato erroneamente l'intestazione del capitolo V.; corretto in capitolo IV.—Il libro originale risulta mancante dell'indice. Prodotto ed inserito a cura del trascrittore.—La copertina è stata creata dal trascrittore e posta in pubblico dominio.

NOTE DEL TRASCRITTORE—Corretti gli ovvii errori di stampa e di punteggiatura.—A pag. 178 sull'originale è riportato erroneamente l'intestazione del capitolo V.; corretto in capitolo IV.—Il libro originale risulta mancante dell'indice. Prodotto ed inserito a cura del trascrittore.—La copertina è stata creata dal trascrittore e posta in pubblico dominio.

NOTE DEL TRASCRITTORE

—Corretti gli ovvii errori di stampa e di punteggiatura.

—A pag. 178 sull'originale è riportato erroneamente l'intestazione del capitolo V.; corretto in capitolo IV.

—Il libro originale risulta mancante dell'indice. Prodotto ed inserito a cura del trascrittore.

—La copertina è stata creata dal trascrittore e posta in pubblico dominio.


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