FORTEZZA.
— Guarda, — mi diceva poche sere sono un amico accennandomi da una finestra di casa sua, che guarda sur una piccola piazza, un terrazzino al quarto piano della casa di fronte; — vedi quell'uomo? — Guardai, e vidi un uomo seduto in un canto, con un braccio disteso sulla ringhiera; ma non ne raccappezzai la fisonomia. — Quell'uomo, — riprese l'amico, — m'è antipatico a tal punto, che mi venne più volte l'idea di cambiar di casa non per altro che per procurarmi la consolazione di non averlo più da vedere. Tu mi domanderai perchè, e io ti dirò che non gli ho mai parlato, che non ho mai sentito la sua voce, che non so chi sia, che non so che cosa faccia, che non so che viso abbia, perchè la miavista non arriva fin là, neppure col canocchiale. Quell'uomo m'è antipatico, perchè ogni sera, a quest'ora, infallibilmente, s'alza da tavola e si va a sedere in quel canto; e ogni sera, collo stessissimo movimento d'automa, mette una gamba sull'altra e stende un braccio sulla ringhiera. Non c'è caso che muova mai la gamba prima che il braccio, Dio ne guardi! Prima il braccio e poi la gamba. È già un uomo uggioso per questo, me lo concedi? Ma questo è il meno. Ogni sera, una donna che par sua moglie, prima ch'egli si alzi, va a metter la seggiola al posto, gli porta la pipa, gliela mette in mano, gliel'accende ogni sera, — e ogni sera lui si lascia servire, impettito e tronfio come un Sultano, senza fare il menomo atto per prevenirla, senza dar nemmeno a vedere ch'egli s'accorga d'esser servito. Poi.... ogni momento ha un bisogno, e la donna s'alza, scappa, ritorna con una bibita o qualcos'altro; e lui piglia e tracanna e si forbisce i baffi, con un gusto di sibarita egoista, senza darsi nemmeno la noia di restituire il bicchiere. Poi.... vengono amici a visitarlo, e lui non fa mai l'atto d'alzarsi, e sì che sta saldo in piedi e passeggia qualche voltasul terrazzino franco e sciolto come noi due. Non guarda mai giù, nè sù, nè intorno; non saluta; insomma, lui par fatto e messo lì, perchè il mondo gli giri intorno; lui fa l'idolo; lui è nato per farsi guardare e servire. E tu ridi! Per me son cose che fanno odiare un uomo; son fatto così; un altro non ci bada, io mi ci rodo. Io credo di conoscer quello là come conosco te. Vuoi sapere chi è? Io non lo so ma te lo dico come se lo sapessi. Quell'uomo là — e così dicendo appuntava il dito verso quell'uomo, guardandolo fisso come per cavargli dagli occhi il segreto — è un bottegaio bindolo, che comincia ad ammassar quattrini, e cova già fin d'ora la boria di quando sarà arricchito; e ha sposato quella donna per risparmiare la paga d'un fattorino in bottega e d'una serva in casa, e la tratta un po' peggio d'una serva e non molto meglio d'un fattorino; è spilorcio, fuorchè per soddisfare la sua golosità; potrebbe stare al terzo piano, e sta al quarto per economia, benchè non abbia figliuoli e non desideri d'averne; disprezza tutto quello che non è bottega; dà del ladro a tutti i ministri, del ciuco a tutti quelli che studiano e dello straccione a tutti quelli chehanno meno quattrini di lui.... E tu ridi! Tu non sai che l'antipatia è indovina! Io, vedi, sarei felice se mi si presentasse l'occasione di fargli una sgarbatezza; m'è odioso; sarò un visionario, un maligno, quello che tu vuoi; ma quando il cuore mi dice: — Quello là è un figuro; — io l'ho in tasca; e bisogna che lo dica e mi sfoghi. —
Bisogna conoscere questo giovanotto di vent'anni, buono, irrequieto e stizzoso, ed essere assuefatti alle sue bizzarre sfuriate contro i fantasmi ch'egli stesso si crea, per poter credere che abbia detto d'un fiato, e senza ridere, quella filastrocca di parole vane. Io guardavo intanto il supposto bottegaio, e la donna seduta dinanzi a lui sur un panchettino, colle braccia incrociate sulle ginocchia, in atto contemplativo; e come ho miglior vista del mio amico, mi parve di scorgere che l'uomo avesse una quarantina d'anni, e la donna poco più, benchè nè dell'uno nè dell'altra potessi ravvisare i lineamenti. Mi feci dare il canocchiale e lo appuntai verso la donna. Prima mi ballò dinanzi un faccione confuso; poi si fissò e lo vidi distintamente. Era proprio un viso di donna rassegnata a una vita di sacrificio: aveva i capelligrigi, la fronte rugosa, gli occhi grandi e melanconici; un non so che di grave e di raccolto, che rivelava un'abitudine antica di soffrire. — Par che l'amico abbia indovinato, — dissi in cuor mio, e rivolsi il canocchiale verso l'uomo. In quel punto egli si voltò, e mi presentò tutto il viso. — Chi vedo mai! — esclamai tra me stesso; — ma è possibile? — Allungai il canocchiale, riguardai. — Ma è lui! Non c'è dubbio! E quel viso visto cento volte nei ritratti! — E allora mi rivenne in mente un fatto da lungo tempo dimenticato, e quasi nello stesso punto, il principio e la fine del racconto che il lettore troverà più innanzi. L'amico mi domandò: — Ebbene? È o non è un viso di bindolo, di screanzato e d'orgoglioso? — Io non potei più sorridere, come prima, alle sue parole; gli risposi che veramente non era un uomo simpatico; ma che mi pareva d'averlo visto altre volte; che volevo levarmi la curiosità di sapere chi fosse; che sarei andato a chiedere informazioni di lui. Il giorno dopo, infatti, andai difilato a fargli una visita, col pretesto di saper chiaramente il fatto che lo riguardava, perchè, come gli dissi, avevo l'intenzionedi scriverlo. Abituato a ricevere siffatte visite, mi accolse cortesemente, mi raccontò ogni cosa con grande indifferenza, come se parlasse d'un altro, mi parlò della donna (non moglie) che aveva con sè, delle abitudini della sua vita. — Stiamo insieme da dieci anni, — disse concludendo; — io ho della pazienza, essa pure, e si vive.... come Dio vuole. Le mie due grandi consolazioni sono la stima della gente e la devozione di questa povera disgraziata. — Andai a casa, scrissi tutta la sera e tutta la mattina seguente, e il giorno dopo mi recai dall'amico col manoscritto. Era l'ora che il “bottegaio„ stava a pigliar il fresco sul terrazzino. Dopo qualche altra chiacchiera, si rivenne a parlare dell'antipatia. — Amico, — gli dissi, — hai preso un granchio. — È impossibile! — egli rispose colla sua vivacità abituale. — Lasciamo gli scherzi, — io ripresi; — ti prego di leggere questi fogli: è un racconto storico, che ho scritto in questi giorni; il personaggio principale è il tuo “bottegaio„ antipatico; ti do la mia parola che, salvo i necessarii artifizii dell'esposizione, non ho alterato d'una sillaba la verità. — L'amico prese i fogli e cominciò a leggere.Dopo un po' alzò gli occhi, guardò l'uomo del terrazzino, poi me; e riprese la lettura. Via via che andava innanzi, guardava sempre più spesso me e l'uomo, l'uomo e me; e si faceva sempre più serio. Giunto all'ultime righe, gettò un grido di meraviglia, balzò in piedi, mi afferrò una mano e disse con voce commossa: — Mi dai la tua parola d'onore che è vero? — Te la do, — gli risposi. — E che è lui? — domandò ancora. — Che è lui, — ripetei. Senza dir altro, prese il cappello e uscì a passi concitati. Io mi affacciai alla finestra e lo vidi attraversar la piazza e infilar la porta della casa di fronte. Dopo qualche minuto notai che l'uomo del terrazzino era sparito. Di lì a poco ricomparve, e un momento appresso il mio amico riattraversò la piazza. — Io ti conosco! — dissi tra me, correndo ad aprir la porta; io lo so quello che sei andato a fare! — L'amico comparve sulla soglia. — Tu, — continuai ad alta voce, — sei andato a baciare in fronte quell'uomo! — Egli mi guardò, sorrise, e poi gettandomi le braccia al collo mi rispose con un grido d'allegrezza: — No, perchè n'ero indegno; sono andato a baciargli la mani.
Era l'estate dell'anno 1861, allorchè la fama delle imprese brigantesche correva l'Europa; quei giorni memorabili, quando il Pietropaolo portava in tasca il mento di un “liberale„ col pizzo alla napoleonica; quando a Montemiletto si seppellivan vivi, sotto un mucchio di cadaveri, coloro che aveano gridato: — Viva l'Italia; — quando a Viesti si mangiavano le carni dei contadini renitenti agli ordini dei loro spogliatori; quando il colonnello Negri, presso Pontelandolfo, vedeva appese alle finestre, a modo di trofei, membra sanguinose di soldati; quando il povero luogotenente Bacci, ferito e preso in combattimento, veniva ucciso dopo otto ore di orrende torture; quando turbe di plebaglia forsennata uscivan di notte dai villaggi, colle torcie allamano, a ricevere in trionfo le bande; quando s'incendiavano mèssi, si atterravano case, si catturavan famiglie, s'impiccava, si scorticava e si squartava; e a tener vivo e ad accrescere l'eccidio miserando venivan dalla riva destra del Tevere armi, scudi e benedizioni.
Uno degli ultimi giorni di luglio, poco dopo il levar del sole, per una valle deserta della provincia di Capitanata, andava verso San Severo un carabiniere a cavallo, il quale era partito la notte da quella città per andar a recare al comandante d'una “colonna mobile„ un ordine del colonnello. Egli portava sotto l'abbottonatura della tunica una lettera di risposta a quell'ordine, nella quale il comandante diceva che si sarebbe recato alle otto della mattina in un recesso d'un monte vicino, dove aveva saputo essere solita a riparare una mano di briganti che da qualche tempo infestava quelle terre. Il portator della lettera era un uomo sui trent'anni, alto, asciutto, con due occhietti scintillanti e due baffetti aguzzi, e quella ruga diritta in mezzo alle sopracciglia, che rivela abitudine di riflessione; la sua fisonomia spirava una gravità prematura, alla quale il grande cappello nero a due punte dava quasi un riflessodi tristezza; e il suo rigido atteggiamento, e le sue mosse franche e recise, attestavano un vigor d'animo rispondente ai bisogni dei tempi e dei luoghi. Andava di trotto per un sentiero serpeggiante, voltando il capo ora di qua, ora di là, a guardare i pascoli abbandonati, i monti rocciosi, il cielo limpidissimo, senza udire altro rumore che lo scalpitìo del suo cavallo e il tintinnìo della sua sciabola.
A un tratto, passando in mezzo a due siepi alte e fitte, vide un lampo e sentì un colpo di fucile. Mentre gira il cavallo e afferra la pistola, il cavallo vacilla; nell'atto ch'egli abbassa il capo per veder se è ferito, si sente afferrar di dietro; nel punto che si volta indietro, un uomo balza fuor dal cespuglio dond'era partito il colpo, e gli è sopra; dietro a lui, come un'ombra, un terzo; non ebbe tempo nè di sparare, nè di saltar giù, nè di mettersi in guardia; fu scavalcato e steso in terra. Qui provò a resistere, si divincolò, percosse, morse; ma non potè alzarsi; spossato, si arrese, e si lasciò disarmare. Nella furia, però, del dibattersi, avvolto da un nuvolo di polvere, avea potuto con un movimento rapidissimo mettersi la lettera in bocca, senza che se n'accorgessero i suoiassalitori. Gli legarono le mani dietro al dorso; lo alzarono in piedi; gli appesero al collo in fretta e in furia la sciabola, il mantello rotolato, la valigietta della sella; trascinarono il cavallo dietro la siepe, e poi via a traverso i campi, spingendo lui sbalordito e barcollante, con un frastuono infernale di bestemmie, di minaccie, di percosse, di risa.
Dopo una corsa di mezz'ora, essendo omai lontani dalla via battuta abbastanza da non aver più a temere sorpresa, rallentarono il passo. Erano arrivati alle falde dei monti, in mezzo agli alberi, in un luogo dove non si vedevan case, nè capanne, nè alcun segno d'abitazione. Il carabiniere, curvo sotto il peso dei suoi arnesi, non dava segni nè di terrore, nè d'ira; e il suo volto, pallido, ma non alterato, mostrava l'animo consapevole della sorte che l'attendeva, e il cuore preparato a riceverla. Egli non ignorava che cader nelle mani dei briganti, in quei giorni di rappresaglie feroci, era la morte; perciò in lui c'era già un po' della calma solenne della morte; e chi non l'avesse saputo, al solo guardarlo negli occhi avrebbe detto. — Quell'uomo va a morire. — Il brigante chegli andava innanzi, si voltava di tratto in tratto a lanciargli un'occhiata tra la curiosità e il sospetto. Quello che gli camminava al fianco, e che pareva il capobanda, guardava pure ora il prigioniero, ora il compagno, e ricambiava con questo un sorriso di trionfo.
— To', — disse poi tutt'ad un tratto, appendendo il suo fucile al collo del carabiniere; — portamelo.
— Porta anche il mio, aggiunse quello che andava innanzi, e fece lo stesso.
— E tu? — dimandò il capobanda, voltandosi verso il terzo brigante che veniva dietro, e che pareva il più giovane.
— Io? — questi rispose; — io preferisco tenermelo... non si sa mai!
— Gaglioffo! — borbottò l'altro, lanciandogli un'occhiata sprezzante; poi si voltò verso il carabiniere e gli disse: — Amico! — battendogli una mano sulla spalla; — ora ci dirai dove andavi! —
Il carabiniere non rispose.
— Oh! oh! — esclamò il brigante, chinandosi a raccogliere una verghetta. — Hai inteso? — e gli diede una vergata sulle mani.
Il carabiniere tirò innanzi senza rispondere.
— Parlerai, poveretto, — riprese il brigante, buttando via la verga; — comincian tutti come te, e tu finirai come gli altri. Sei di carne e d'ossa tu pure; quando sentirai pungere, griderai anche tu; va tranquillo! —
Ciò dicendo, gli diede un urtone per fargli infilare un sentiero lungo la sponda d'un rigagnolo; andarono diritti un pezzo, poi passarono un piccolo ponte, girarono attorno a un poggio, e cominciarono a salire per una viottola angusta su per un monte erto e roccioso. Il carabiniere, stretto intorno al collo dalle bertelle dei fucili, imbarazzato dall'aver le mani legate, soffocato dall'uniforme, grondante di sudore, saliva a sbilancioni, inciampava nei sassi, cadeva in ginocchio, e si rialzava a fatica, per tornare a cadere; e i briganti lo picchiavano, lo malmenavano, lo spingevan su a pedate, schernendolo, urlando: — Su, poltrone! Voialtri, quando ci cogliete, ci legate ai vostri cavalli! Una volta per uno, piemontese! —
Su, a mezzo il fianco del monte, erano aspettati. In un punto dove la roccia era tutta bricche, scoscendimenti e precipizi a filo, con appena qualche striscia di cespi e d'arbusti aridi, sottouna rupe cava e ricurva a guisa di volta, si stendeva un breve tratto di terra piano, cinto intorno intorno di macigni, parte franati dall'alto, parte — i più piccoli — spinti a forza di braccia tra i primi, in modo da formare con quelli una specie di baluardo. La rupe serviva di tetto e di parete a una capanna di legno, che occupava una quarta parte dello spazio chiuso. Sulla faccia interna dei macigni erano state incavate delle nicchiette, per riporvi roba, e degli scalini, dall'alto dei quali si vedeva giù tutta la china. S'entrava là per un'apertura poco più larga d'un uomo. Fuori, non appariva indizio di luogo abitato; dentro, pareva insieme una tana, un ridotto e un corpo di guardia. Nelle nicchie v'eran bicchieri, tazze di latta, tegami, pani, coltelli; dalle punte sporgenti dei macigni pendevano sacche e fiaschette; in un angolo c'era un mucchio di cenere e di tizzoni, e la roccia, di sopra, affumicata; sotto la capanna, paglia e panni ammontati. A guardar su, oltre la rupe, e dietro, e ai lati, non si vedevano che roccie, fessi profondi, e massi enormi quasi sospesi in aria, con qualche raro albero che appariva appena come un ciuffo d'erba. Sotto, i fianchi rotti del monte; più in là, pianura, e lontano, altri monti.
Un uomo, ritto sull'ultimo gradino d'una scaletta, coi gomiti appoggiati sul macigno, e il viso nascosto dietro due pietre, tra le quali sogguardava come attraverso una feritoia, stava aspettando la compagnia. Quando scorse il carabiniere, battè la mano, in segno di contentezza, sur una delle due pietre; e prese a seguitare coll'occhio intento ogni suo passo, accompagnando ogni percossa che gli vedeva dare, con un gesto e una bestemmia, come per accrescere forza al percussore e dolore al percosso.
Quando furono a pochi passi dal ridotto, scese e gli andò ad aspettare alla porta. — Arrivarono. — Il carabiniere, cacciato dentro con uno spintone, stramazzò in mezzo al recinto; entrarono in furia gli altri, ansando, sbuffando, buttando qua e là borse, capelli, armi; sedettero intorno, sui sassi, e stettero un po' di tempo silenziosi, per riprender fiato ed asciugarsi il sudore.
— Eccone uno! — esclamò poi il capobanda, voltandosi verso il compagno che era uscito a riceverlo.
— Bell'e vivo, — rispose questi. Poi, dataun'occhiata al prigioniero e visto che avea gli sproni, domandò al capo: — E il cavallo?
— Non me ne parlare! — rispose il capo indispettito; — bisognerà che faccia in pezzi questa maledetta carabina: ho colto la bestia invece dell'uomo. — E qui fece in poche parole il racconto dell'accaduto.
— Non importa, — disse l'altro; — è stato un colpo da maestro. —
S'avvicinò al carabiniere, lo aiutò ad alzarsi, e dopo averlo fissato un po' in viso con un'aria di stupida curiosità, gli tolse di dosso i fucili, il mantello, la sciabola; poi gli levò il cappello, lo guardò di sopra e di sotto, sorrise e lo buttò in un canto. Il carabiniere, rifinito, si appoggiò alla capanna, e cominciò a guardare i briganti, ad uno ad uno, collo sguardo lento e grave d'un malato, il cui pensiero spazii già di là dalla vita. I briganti si misero a frugare nella sua valigietta.
Erano davvero ceffi degni del luogo e delle opere. Quello che pareva il capo, era un uomo sulla quarantina, basso della persona; ma corpulento, con una grossa testa, le spalle che toccavan le orecchie e le gambe arcate con duepolpacci enormi; e dalla fronte ai piedi tutto largo, corto, tozzo, piatto, che pareva un gigante rientrato in sè stesso, che si fosse gonfiato di tanto, di quanto s'era accorciato; e nero, barbuto, baffuto e capelluto, in modo che non gli si vedeva che due dita di fronte e il sommo delle guancie. Degli altri tre, due parevan fratelli: avevano la stessa fronte angusta, lo stesso naso rincagnato, gli stessi occhi volpini, la stessa bocca senza labbra, curva in forma di semicerchio rivolto in giù, e lo stesso mento aguzzo e sbarbato; e l'uno e l'altro piccoli e nervosi. Tutti e tre aveano negli occhi quel non so che di cupo, di furbo, di lubrico, di spiritato, che esprime la mostruosa stravaganza di cotali nature miste di superstizione e di ferocia, di coraggio temerario e di abbietta vigliaccheria. Un po' cascanti sulla vita, avevano nel gesto e nel passo, e anche nei loro impeti d'ira, qualcosa della leggerezza molle delle tigri. Portavano un cappello a pan di zucchero, due alte ghette, e una giacchetta ampia ed aperta sul davanti, e tra la giacchetta e i calzoni usciva in giro, a sgonfietti, un po' di camicia, stretta da una larga fascia azzurra. Il quarto brigante, che pareva il più giovane,aveva un viso più umano; ed era anch'egli piccolo e sbarbato come i due che avevan aria di fratelli.
— Adesso — disse il capobanda, quando ebbe finito di visitar la valigia — fategli metter giù gli stracci, poi mangeremo due bocconi, e poi... la vedremo. —
I due fratelli s'avvicinarono al carabiniere, e uno gli slegò le braccia, mentre l'altro gli teneva il pugnale dinanzi al petto. Le due braccia slegate caddero penzoloni come le braccia d'un cadavere.
— Giù l'uniforme, — disse uno dei briganti.
Il carabiniere li guardò, e stette qualche momento perplesso, colla fronte corrugata e un labbro stretto fra i denti.
Il brigante più giovane lo guardava con tristezza.
— Tu — disse a costui il capo, che stava seduto presso la porta — va al tuo posto! —
Il giovane, come obbedendo ad un ordine abituale, salì la scaletta, da cui uno dei briganti aveva veduto venire i compagni; appoggiò i gomiti sul macigno, mise il viso fra le due pietre, e rimase immobile.
— Giù l'uniforme, — ripeterono i due briganti, alzando tutti e due insieme la mano.
— Dategli una ceffata, che gli lasci il segno delle dita! — gridò il capo.
Il carabiniere si scosse come se fosse stato punto in una piaga, poi chinò la testa in atto di rassegnazione, e si tolse l'uniforme. I due briganti la presero; frugaron nelle tasche, nelle maniche, da ogni parte; poi la gettarono sotto la capanna. Uno di essi frugò ancora il prigioniero nelle tasche dei calzoni, e disse al capobanda: — Nulla!
— Accidenti a lui! — questi rispose; — legatelo al ferro. —
I due manigoldi legarono il carabiniere colle mani intrecciate sul dorso a un grosso uncino piantato in uno dei pali della capanna. L'infelice era bianco come un morto e batteva i denti come pel ribrezzo della febbre.
I tre briganti cavaron dalle nicchie un po' di provvigione da bocca, sedettero sopra tre sassi, e cominciarono a mangiare, discorrendo tranquillamente, a sbalzi e a proposizioni tronche, come si fa quando si bada più a quello che si mangia che a quello che si dice.
— Hai sentito le notizie di Casalvecchio?
— L'affare di Don Alessio?
— Già; dugento ducati di taglione.
— Pagati?
— Pagati.
— Che chiappa!
— E trecento ducati al Sindaco.
— Furon discreti. Tra lui e suo fratello han di gran terre. Lungo il Fortore, per due miglia, è suo.
— Ma la più bella è stata a Biccari: sei cavalli, cinque fucili, mille ducati e otto sacchi di cacio-cavallo, d'un sol colpo. — Qui buttò una buccia d'arancio addosso al carabiniere, dicendo: — To'.
— E sento — riprese un altro — che c'è stato dei guai a Cerignola.
— Tra la banda di Salvatore Codipietro e i Piemontesi. Furono acciuffati all'impensata. È stato uno spionaggio del Sindaco. Sette presi.
— Col capo?
— No.
— Fucilati? —
Il brigante fece cenno di si.
— Madonna! — esclamò l'altro, e si voltò verso il carabiniere: — Hai inteso, eh? Ma vi renderemo la pariglia, non dubitare. Ha da venireil giorno che a ogni albero della campagna penderanno le budella d'un piemontese. Da' tempo. —
E tracannò un bicchier di vino.
— Guarda, — disse un altro, accennando il carabiniere ai compagni, — sta pensando.
— A che pensi? — domandò il capo, forbendosi i baffi.
— A màmmata? — ridomandò il primo.
— Dove la lasciasti?
— Sentiamo. —
E si voltarono tutti e tre a guardarlo. Il povero giovane chiuse gli occhi, stette un po' così, e poi li riaperse grandi ed umidi, e guardò lontano, di là dai monti.
I tre briganti risero.
— Ma il più bello — disse uno — è che non parla.... O che sarà?... Superbia?
— Modestia, — rispose l'altro con un riso sguaiato.
— Paura, — aggiunse il capobanda.
Il carabiniere scosse la testa come per dire di no-
— Ah! no? — esclamò il brigante, balzando in piedi; — ora vedremo. — E poi ai due compagni, con piglio risoluto: — Costui andavaa portar qualche ordine per farci coglier nel covo. Abbiamo perduto anche troppo tempo. Facciamolo sputare.
— Facciamolo sputare, — risposero gli altri, alzandosi.
Il carabiniere si scosse, e alzò la testa in atto di chi dice: — Son preparato. — I tre briganti gli si piantarono dinanzi. Chi avesse osservato, in quel momento, il giovane che stava alla vedetta, lo avrebbe visto tremar come una foglia e voltarsi indietro, per non farsi scorgere, a poco a poco, col viso bianco dal terrore. Il capobanda se n'accorse, e gli accennò con un gesto imperioso che badasse al dover suo: quegli riprese l'atteggiamento di prima.
— Dunque, — prese poi a dire il capo, rivolgendosi al carabiniere, con un accento che non ammetteva più indugi, — di dove venivi? —
Il prigioniero corrugò le sopracciglia e fissò il brigante con uno sguardo profondo che annunziava una volontà più risoluta della sua, e non rispose.
Il brigante, senza dir altro, gli menò un così violento pugno sotto il mento, che s'intese unoscroscio come se gli avesse spezzati i denti. — Risponderai ora? —
Il carabiniere abbassò la testa, lasciò colare il sangue che gli empiva la bocca; poi, rialzando gli occhi in viso al brigante, con un'espressione d'imperturbata alterezza, fece cenno di no.
Il brigante si morse le labbra, ricambiò coi due compagni un sorriso forzato; poi, con tutta calma, pose la mano in tasca, trasse un coltello, l'aperse, sbottonò la camicia al carabiniere, e gli mise la punta della lama sotto la fontanella della gola. La vittima fece un movimento convulso come se la lama fosse già entrata. — Nessuna paura, — mormorò il brigante; — e fece scorrere il coltello, lentamente e leggermente, dal collo fino alla cintura, come avrebbe fatto sopra una tavola per tracciarvi una linea. Sul petto dello sventurato apparve una lunga riga rossa, somigliante a un taglio di rasoio, che subito disparve sotto le goccie di sangue che ne spicciarono fuori; e le goccie filarono giù, come lagrime, sotto i panni e sopra, sino a terrà.
— Ah! ah! — gridò con voce bestiale il capo; — lo cominci a vedere, eh?
— Guarda come corre! — disse l'altro.
Il giovane brigante si coperse il viso colle mani.
— Parli ora? — ridomandò il capo.
Il carabiniere guardò sgocciolare il sangue, poi alzò la testa, fissò gli occhi in viso al brigante, e colla medesima espressione di prima fece cenno di no.
I tre aguzzini si guardarono in viso con un'aria più di stupore che d'ira.
— Ma vuoi dunque morire, imbecille? — urlò improvvisamente il capobanda, mettendo il suo viso contro quello del carabiniere, in modo quasi da toccarlo, e scotendo una mano aperta accanto alla guancia di lui. — Non vedi che sei qui, nelle nostre mani, solo, e che ti possiamo sventrar come un cane? Cosa speri? Che ti vengano a liberare? Dì qualche cosa! Fa sentire la tua voce! Metti fuori almeno una parola! —
Il carabiniere rimase muto.
Preso da un accesso di rabbia, uno dei briganti alzò il coltello; ma il capobanda gli trattenne il braccio, dicendo: — No, il coltello! — e afferrò un fucile: — Questo bisogna che provi! — e alzata l'arma da terra, gliela battècon tanta forza sui piedi, che l'ossa scricchiolarono, il misero gettò un acutissimo lamento, e si contrasse tutto come preso da epilessia. Ma quasi nello stesso punto, traendo forza dal dolore, battè il piede offeso in terra, alzò la testa, e gridò con un ruggito: — No! —
I briganti lo afferrarono tutti e tre insieme pel collo, e stavan per fargli schizzar gli occhi dal capo, quando il giovane che faceva da sentinella, reso audace dall'orrore che non potea più vincere, gridò con voce e viso di forsennato: — Eh, ammazzatelo una volta, per dio! Tirategli una fucilata nella testa! Che serve farlo tanto patire? —
I tre briganti, colpiti più dalla sua audacia che dalle sue parole, si voltarono a guardarlo in atto di stupore; ma fu un breve stupore. Il capo si slanciò sul giovane temerario, e con un pugno nella nuca gli fece battere la testa sul macigno. Il giovane, sbalordito, riprese senza far parola l'atteggiamento di prima; ma nel punto stesso che gettava lo sguardo giù pel fianco del monte, fece un leggero atto di meraviglia, si sporse più innanzi, e restò immobile, cogli occhi fissi. Il capo dei briganti non se ne accorse, e tornò verso la vittima. Eralivido, digrignava i denti e tremava; i suoi stessi compagni lo guardavano con trepidazione. Pose una delle sue grosse mani sul capo del carabiniere, alzò l'altra con l'indice teso in atto di minaccia, e guardandolo di sbieco cogli occhi iniettati di sangue, mormorò con voce strozzata:
— Senti... In mal'ora t'è venuta l'idea di fare il cocciuto con me... Tu non sai chi sono... Io ho fatto rizzare i capelli sulla testa a gente che aveva più fegato di te.... Tu non hai idea di quello che son capace di farti soffrire... Io son capace di pugnalarti fino a domani senza toglierti la vita.... di ridurti a non aver più figura d'uomo.... di strapparti gli occhi dal capo.... Sai quello che è seguito agli altri.... non mi mettere al cimento.... di' quello che devi, prima che mi monti il sangue alla testa....
Dicendo le ultime parole, gli levò la mano dal capo, — la guardò, — c'eran dei capelli. Indispettito, glieli buttò nel viso e gli rimasero attaccati alla bocca. Il carabiniere, per liberarsene, sputò. I briganti presero quell'atto come uno spregio, e non si contennero più. Gettando tutti e tre insieme un grido di rabbia, chinando il capo, torcendo gli occhi, gli si slanciaronoaddosso come tre fiere, e cominciarono colle punte dei pugnali, coll'unghie, coi denti, colle ginocchia, coi piedi, a torturarlo, in fretta e in silenzio; or l'uno or l'altro sostando un momento per riprender fiato; dicendosi l'un l'altro: — Adagio! — per avvertirsi di non ucciderlo; e pestavano, punzecchiavano, mordevano, e cadevano in terra stille di sangue, brani di camicia, ciocche di capelli; e non s'udiva che il respiro affannoso dei tre carnefici, e il rumor dei pugnali che s'urtavano, e il singulto secco della vittima; erano accecati, ebbri, imbestialiti; non parevano più tre uomini, ma un mostro di tre corpi avviticchiato ad un uomo: presentavano tutto quello che posson avere insieme di orribile la demenza, la viltà e la ferocia.
— Non lo uccidete ancora! — ricominciò a gridare il giovane con grande affanno, voltandosi e rivoltandosi rapidissimamente ora verso i briganti, ora verso la campagna, e alzando a grado a grado la voce come se volesse coprire un rumore che s'avvicinava. — Non lo uccidete ancora! Aspettate! Dirà tutto! Se lo uccidete, non saprete nulla! Provate ancora una volta! Ha fatto segno che vuol parlare! Lo ucciderete poi! Gli darò io una pugnalatanel cuore, se non gliela darete voi! Mettete giù i pugnali! Picchiate solamente coi pugni! Non vedete che muore? —
Senza cessar di gridare lanciò un'occhiata fuori, vicino, al piede del baluardo; poi balzò in mezzo al recinto, e mutando tutto ad un tratto viso e intonazione di voce, gridò con un accento d'inesprimibile disprezzo:
— Ah! vigliacchi! Tre contro un moribondo!
— Dannazione! — urlò il capo dei briganti, slanciandosi col pugnale alzato contro di lui.
— È tardi! — questi rispose con un fremito di gioia, e accennando la porta, gridò: — Guarda! —
Nel punto stesso che gli altri due briganti, avvertiti dalle parole del giovane, gettavano in fretta e in furia un ampio mantello addosso alla vittima, e mentre il capo afferrava il fucile per gettarsi contro il nemico misterioso che s'avanzava, scoppiò uno strepito d'armi, di passi, di voci, balenarono baionette e canne di fucile dinanzi alla porta, sopra i macigni, sull'alto della rupe; e irruppe dentro uno stuolo di carabinieri, che in un baleno circondò, oppresse, disarmò e buttò a terra quanti trovò nel recinto.Seguirono alcuni momenti di silenzio, durante i quali non si udiva che il respirar grosso e frequente dei carabinieri trafelati.
— Soccorrete il moribondo! — gridò all'improvviso il giovane brigante, che stava inginocchiato anche lui, come gli altri, colle mani appoggiate in terra, sotto la baionetta d'un carabiniere.
— Qual moribondo? — domandò il capitano, facendosi innanzi, polveroso ed ansante.
— Là! nell'angolo! — rispose il giovane, accennando.
Tutti si voltarono a guardare: nessuno scopriva nulla.
— Sotto il mantello! ripetè il brigante.
Il capitano, seguìto dagli sguardi di tutti, s'avvicinò alla capanna, afferrò il mantello e lo buttò in terra. Un grido generale d'orrore risonò alla vista di quell'orrenda cosa. L'infelice prigioniero, inginocchiato in terra, colle braccia ritorte indietro, e il capo spenzolante sul petto, era tutto lividi e piaghe e sangue, che parea scorticato; e faceva uno sforzo per alzare la testa.
— Slegatelo subito! — gridò il capitano. — Dategli da bere! —
Tre carabinieri accorsero, lo slegarono, lo posero a sedere, e cominciarono ad esaminar le ferite; gli altri, acciecati dall'ira, percotevano i briganti col calcio del fucile.
— Giù le armi! — gridò il capitano. E poi, voltosi verso il giovane brigante: — Parla tu! —
Il carabiniere che lo teneva gli permise d'alzarsi in piedi.
— Quando fu preso quell'uomo? — domandò il capitano; — di' la verità prima di morire.
— Quell'uomo — cominciò il giovane con voce affannosa, tremando ancora d'orrore e di spavento... — quel carabiniere... l'hanno preso stamani... l'hanno condotto qui... l'hanno legato... volevano che parlasse... lui non voleva... non parlò... gli saltarono addosso... Io ho veduto! Mio Dio! Mio Dio!
— Ma tu chi sei? — gridò il capitano, strappandogli il cappello.
Tutti si voltarono ed esclamarono: — Una donna!
— Sì! — gridò questa come una forsennata; — sono una donna... m'hanno rubata... son quindici giorni... mi misero il coltello allagola... m'hanno condotta con loro... Ma io non mi sono macchiata le mani di sangue, no! lo giuro! io li accompagnava soltanto perchè non m'uccidessero! Io sono di San Severo... sono una povera contadina...
— Perchè non hai tirato una fucilata nella testa a uno di costoro?
— Non ho avuto coraggio... mi avrebbero messa alla tortura... Bisogna vedere quello che fanno... Credevo di diventar pazza... Se aveste visto... Ma lui (e accennava il ferito), lui è stato un Dio... ha sofferto tutto... non ha detto una parola! non una parola!
— Trascinate questi vigliacchi ai piedi della loro vittima! — gridò il capitano.
I carabinieri trascinarono i tre briganti dinanzi al ferito, a cui era stata fasciata la testa con una pezzuola che gli cuopriva il viso.
— Son qui io! — gridò il capitano, chinandosi verso l'infelice, che cominciava a ridar segni di conoscenza; — sei salvo! sei in mezzo ai tuoi compagni! fatti coraggio! guarda! i tuoi assassini sono inginocchiati davanti a te! —
Il carabiniere alzò lentamente la testa e si scosse tutto. Poi stese una mano, la posò sulla testa del capo dei briganti, la ritrasse,sorrise colla bocca insanguinnata — sporse il capo innanzi — e gli sputò sulla faccia.
— Cos'è questo? — dimandò il capitano, raccogliendo un non so che bianco e molle che gli era parso veder cadere dalla bocca del disgraziato.
— ... La... risposta... al colonnello... — rispose il ferito con un filo di voce.
— Al colonnello di San Severo? La mia risposta? Quella che t'ho data questa mattina? —
Il carabiniere accennò di sì.
Il capitano si slanciò su di lui, gli mise un braccio intorno al collo e lo baciò sulla fronte; poi balzò in piedi e gridò ai suoi soldati: — Inchinatevi davanti a questo valoroso, figliuoli! Egli portava al colonnello la mia lettera che annunziava la nostra partenza, l'ora e dove andavamo; se i briganti la leggevano, eran salvi; la mise in bocca, e non parlò per non tradirsi, e sopportò i tormenti in silenzio! È un eroe! È un martire! È un'anima grande!
— Sì! — gridarono tutti i carabinieri insieme, con una voce che veniva dal più profondo dell'anima.
— Baciategli i piedi, vigliacchi! — gridò il capitano ai briganti.
L'uno dopo l'altro, strisciando in terra come serpi, baciarono i piedi al ferito.
— Capitano! — gridò allora la donna, fissandolo con due occhi di pazza; — io potevo dar l'avviso, quando voi venivate... non lo diedi, vi lasciai venire... Fatemi una grazia in compenso... Io sono una donna perduta... Io non posso più tornare a casa... Fatemi fucilare con costoro!
— No! — gridò con un estremo sforzo il ferito.
Tutti si voltarono.
— Voi... — continuò l'infelice con voce fioca, tendendo una mano sanguinosa verso la donna, — dovete fare un'opera di misericordia...
— Quale? dite! Dio mio! Io ve lo domando per carità! — gridò la donna, gettandoglisi ai piedi colle mani giunte.
— ... Accompagnarmi... — mormorò l'infelice.
— Dove? — domandò là donna.
— Da per tutto! —
Tutti si guardarono meravigliati.
— Cosa volete dire? — ridomandò la donna.
— Voi non le avete viste tutte... le mie ferite... — rispose il carabiniere; — Guardate! —
E sollevò il fazzoletto che gli copriva la fronte. Tutti s'avvicinarono ansiosi, guardarono, e gettarono un grido straziante di orrore e di pietà. Lo sventurato era cieco.
— Alla morte! — urlarono allora tutti i soldati, percotendo i briganti coi fucili e coi piedi. — Alla morte! — La voce del capitano non riuscì a dominare il tumulto; i carabinieri si slanciarono fuori, travolgendo gli assassini nella corsa precipitosa.
— Farete... quest'opera... di misericordia? — domandò il ferito alla donna, quando furono soli.
Questa alzò gli occhi al Cielo e disse: — La mia vita è vostra. —
Allora si strinsero la mano, e una fragorosa scarica, che scoppiò giù nella valle, parve salutare il nobilissimo patto, che lega da dieci anni la donna pietosa all'eroe.