GLI AMICI DI COLLEGIO.

GLI AMICI DI COLLEGIO.

Molti scrivono ogni sera quello che hanno fatto il giorno; alcuni tengono ricordo delle commedie sentite, dei libri letti, dei sigari fumati; ma c è uno su cento, su mille, che faccia una volta l'anno, o che abbia fatto una volta in vita sua, l'elenco delle persone che conosce? E non intendo dire di quei pochi, con cui si ha che fare, o che si vedono, o a cui si scrive; ma di quel gran numero di persone, viste altre volte, che forse non rivedremo, e che pur tornano ancora alla mente molto tempo dopo che si son lasciate, a mano a mano più di rado, fino a che scompaiono affatto, e non ci si pensa mai più. Chi di noinon ha perduto la memoria di cento nomi e smarrito la traccia di cento vite? Eppure è una gran perdita per l'esperienza, e io ne son tanto persuaso, che, se ricominciassi a vivere, vorrei spendere mezz'ora al giorno nel noioso lavoro di notar nomi e casi di persone, anche le più indifferenti.

Che storia intricata e strana mi ritroverei tra le mani, se avessi serbato ricordo di tutti i miei compagni delle prime scuole; e continuato a chiederne notizie qua e là, via via che se ne presentava l'occasio ne, e tenuto dietro, in qualche modo, alle vicende principali di ciascuno! Ora, di quelle due o tre centinaia di ragazzi che conoscevo, venti o trenta appena mi son rimasti nella memoria, e so dove sono, e che cosa fanno; degli altri non so più nulla. Per qualche anno ho avuto davanti agli occhi l'immagine distinta di tutti: erano trecento visi rosei che mi sorridevano, e trecento giacchette che mostravano ciascuna, più o meno, la condizione del babbo, da quella di velluto del figliuolo del sindaco a quella infarinata del figliuolo del fornaio; e mi pareva di sentirmi ancora sonar nell'orecchio, a una a una, le voci di tutti; e vedevo il posto di ciascunonei banchi della scuola, e ricordavo parole, atteggiamenti, gesti. Ma a poco a poco tutti quei visi si confusero in una sola striscia color di rosa, tutte quelle giacchette in un color bigio uniforme, tutti quei gesti in un tremolìo indistinto, tutte quelle voci in un mormorìo fioco; fin che una nebbia fitta coprì ogni cosa, e anche il mormorìo tacque, e la visione scomparve.

E mi dispiace, e molte volte mi piglia il desiderio di squarciar quella nebbia, e di ravvivar la visione. Ma ohimè! non li troverei più insieme; e se dovessi andarli a cercare a uno a uno, chi sa quanti giri e rigiri mi toccherebbe fare, e dove metter piede, e tra chi! Forse passerei da una sacrestia a una caserma, da una caserma a un'officina, dalla officina allo studio d'un avvocato, dallo studio dell'avvocato a una carcere, dalla carcere a un palco scenico, dal palco scenico, pur troppo! al camposanto, e dal camposanto sur un bastimento mercantile in un porto dell'America o delle Indie. Chi sa quante avventure, quante disgrazie, quante tragedie domestiche, e mutamenti di visi e di costumi e di vita, in così piccolo numero di gente e in così breve giro di tempo!

Eppure, non son quelli gli amici che si desidera più caldamente di rivedere. Non solo; ma se badiamo a discernere in noi il sentimento di mesto desiderio che ci risospinge verso gli anni della fanciullezza, da quello che ci pare ne sospinga verso i compagni di quegli anni, ci meravigliamo di trovar questo così debole, e fors'anco di non trovarlo nemmeno. E perchè ci dovrebb'essere, e forte? Stavamo sovente insieme, eravamo allegri, ci cercavamo, ci desideravamo; ma le nostre anime non si ricambiavano nulla di quello che le ravvicina e le stringe e vi lascia una traccia. Le nostre amicizie si legavano e si scioglievano con uguale facilità. Avevamo bisogno di un compagno che facesse eco alle nostre risa e ci aiutasse ad arrampicarci sugli alberi e ci rimandasse la palla con un colpo vigoroso; e a ciò serviva meglio il più destro, il più chiassone e il più ardito; e questo, il più delle volte, era l'amico più caro. Ma volevamo bene ai deboli? Domandavamo ai malinconici: — Che cos'hai? — E se ci dicevano: — Il tale è morto — si piangeva? Ah! non eravamo amici.

E sarà certo seguìto a molti di rivedere dopo quindici anni un compagno delle scuoleelementari. Si riceve una lettera, di cui non si riconoscono i caratteri, si getta un'occhiata alla firma, e si dà un grido: — Come! Lui! È vivo? — Si piglia il cappello e si corre all'albergo. Oh certo che, mentre si corre, il cuore batte, e salendo la scala s'affretta il passo con grande ansietà, e si ride, e si gode, e non si darebbero quei momenti per tutto l'oro del mondo. Ma son quelli i più bei momenti. Si entra nella stanza con impeto, si bacia un uomo, nel quale, sì, a guardarlo bene, si ravvisa qualche tratto del fanciullo d'una volta; l'uno domanda all'altro: — Che fai? — e l'uno ricorda all'altro, in fretta e in furia, qualche bazzecola di quando si andava a scuola e poi.... è finita. Cominciate a pensare: — Chi è costui? Come ha vissuto, dacchè non ci siamo visti? Che cos'è seguito in quell'anima? È buono, è tristo, è un credente, è uno scettico? Io non ho niente di comune con lui, non lo conosco. Bisognerebbe scrutarlo, studiarlo; ma dunque non è un amico! — E quel che pensate voi, lo pensa lui, e la conversazione procede languida e fredda; e forse dalle prime parole vi accorgete che avete battuto due opposte vie; egli vi lascia trasparire una strisciadel suo berretto frigio, voi, secondo lui, la punta del vostro codino di monarchico; voi gli date una tastatina sulla letteratura, egli a voi sul seme dei bachi da seta; voi, prima di dirgli che avete moglie, gli domandate s'egli l'ha; ed egli vi risponde: — Fossi minchione! — e finite col lasciarvi, stringendovi la punta delle dita, e ricambiandovi un sorriso morto appena nato.

Gli amici d'infanzia! Cari sì, sopra tutti, quando si siano vissuti insieme anche gli anni della giovinezza; ma se no, che cosa sono fuor che fantasmi? E l'infanzia stessa! Non ho mai potuto capire perchè si rimpiangono da molti quegli anni, — anni in cui non si soffre, è vero, ma non si pensa, non si lavora, non si crede, non si prorompe in quegli scoppi di pianto ardente ed amaro, che purificano l'anima e fanno rialzar la fronte altera e splendida di speranza e di coraggio nuovo! Oh mille volte meglio soffrire, faticare, combattere e piangere, che sfumar la vita in quel riso continuato e inconsapevole, che nasce da nulla e di nulla si pasce e di nulla si turba! Meglio star sulla breccia, sanguinosi, che in mezzo ai fiori, sognando.

I primi e più cari amici gl'incontrai a diciassett'anni, in un superbo palazzo, che ho sempre dinanzi agli occhi, come se ne fossi uscito ieri. Vedo i grandi cortili, i grandi portici, le sale ornate di colonne, di statue e di bassorilievi; e in mezzo a queste cose belle e magnifiche, che richiamano al pensiero la reggia antica, lunghe file di letti, di banchi di scuola, di panni appesi, di fucili, di daghe. Cinquecento giovani sono sparsi pei cortili, per gli anditi, per le scale; un sordo rumore, interrotto da grida acute e da risate sonore, si spande fino ai più lontani recessi del vasto edifizio. Che movimento! Che vita! Che varietà di tipi, di atteggiamenti, di accenti! Giovani dalle forme atletiche con lunghi baffi irsuti e voci stentoree, giovanetti smilzi e gentili come fanciulle;visi bruni ed occhi siciliani nerissimi, e capigliature bionde e pupille azzurre del settentrione; gesticolìo concitato di Napoletani, vocìo argentino di Toscani, parlantina accelerata di Veneti, cento crocchi, cento dialetti; di qua canti e conversazioni clamorose, di là corse, salti e battimani; gente d'ogni ceto, figliuoli di duchi, di senatori, di bottegai, di impiegati, di generali; una società bizzarra che ha un po' del collegio, del convento e della caserma; dove si parla di donne, di guerra, di romanzi, di regolamenti; dove si fanno pettegolezzi da donnicciuole e si covano segrete ambizioni virili; una vita piena di noie mortali e d'allegrezze sfrenate, una confusione di sentimenti, di faccende e di casi dolorosi, stravaganti e amenissimi, da cui la penna di un grande umorista potrebbe cavare un capolavoro.

È la Scuola militare di Modena nel 1865.

Non posso pensare a quei due anni passati là, senza che mi assalga una folla di ricordi, dai quali non riesco a liberarmi prima d'averli fatti passar tutti, a uno a uno, come in una lanterna magica; ora ridendo, ora sospirando, ora crollando il capo, ma sentendo che tutti mi son cari, e che sin ch'io viva, non mi sfuggiranno mai.

Rammento sempre il primo dolore che ebbi dalla vita militare, pochi giorni dopo ch'ero entrato nel collegio tutto ardente di poesia guerriera, una mattina che ci diedero i berretti, e tutti gli allievi della compagnia ne trovarono uno, e io solo non lo trovai, chè mi eran tutti stretti; e il capitano stizzito si voltò verso di me e mi disse: — Ma sa che è curiosache per lei solo si debba far riaprire il magazzino? — e un momento dopo soggiunse: — Testone! — Dio eterno! Che seguì nel mio cuore in quel punto! E io debbo fare il soldato? pensai; nemmen per sogno! piuttosto mendicare! piuttosto morire!

Mi ricordo pure d'un ufficiale, vecchio soldato, un po' corto, ma buono, che mi guardava sempre sorridendo, sin dai primi giorni che m'aveva visto, e io non sapevo capir perchè, e mi stizzivo, e volevo chiedergli una spiegazione, e dirgli che non intendevo d'essere lo zimbello di nessuno; quando una sera mi chiamò, e dopo avermi fatto capire che gli era stata detta unacosadi me, e ch'egli voleva saper s'era vero, e che rispondessi francamente, perchè non era cosa che mi facesse torto, finalmente, sorridendo, tossendo, guardandomi di sottocchio, mi mormorò nell'orecchio: — È vero che lei è un poeta? —

Mi ricordo delle insuperabili difficoltà che incontravo nell'adempimento dei miei doveri manuali, specialmente nell'attaccare i bottoni, chè mi scappava l'ago di mano a ogni punto, e finivo col fare una rete di fili che parevan la tela d'un ragno, e il bottone spenzolava piùdi prima, con gran risate dei miei compagni, profondo sconforto mio e scandalo grave del sergente di squadra, il quale mi diceva: — Lei sarà buono a trovar la rima, ma quanto ad attaccar bottoni è ancoraindietro di cent'anni; — terribile sentenza che mi sbalestrava di punto in bianco nel secolo decimottavo, e non me ne potevo dar pace.

Vedo ancora il vastissimo refettorio, dove avrebbe potuto far gli esercizi un battaglione di soldati; vedo quelle lunghe tavole, quelle cinquecento teste chinate sui piatti, quel movimento accelerato di cinquecento forchette, di mille mani e di sedicimila denti; quello sciame di camerieri che corrono qua e là, chiamati, sollecitati, sgridati da cente parti; e odo quell'acciottolìo, quel mormorio assordante, quelle voci mezzo strozzate fra i bocconi: — Pane! — Pane! e mi par di risentirmi quell'appetito formidabile, quel vigore erculeo di mandibole, quel rigoglio di vita e di allegria che mi sentivo allora.

Muta la scena, mi ritrovo chiuso in una celletta al quinto piano, poco più alta e poco più lunga di me, con una brocca d'acqua al fianco e un pezzo di pan nero tra le mani, coi capelliarruffati, colla barba lunga, coll'immagine di Silvio Pellico dinanzi agli occhi; condannato a dieci giorni di prigione per aver fatto un discorso di ringraziamento al professore di chimica, il giorno della sua ultima lezione,contravvenendo così al disposto dell'articolo tale del regolamento che proibisce di prender la parola in pubblicoa nome dei compagni. E sento ancora il Maggiore che mi dice: — Non si lasci mai trasportare dall'immaginazione nel corso della sua vita; — e mi cita l'esempio del poeta Regaldi, suo antico condiscepolo, a cui seguì non so che disgrazia per una scappata del genere della mia, e conclude che “la poesia non ha mai fatto fare che delle bestialità.„

E in fine, mi riveggo intorno ogni cosa come se realmente rivivessi quella vita, le compagnie che attraversano in silenzio, di notte, i lunghi corridoi rischiarati da un lumicino in fondo; i professori in cattedra che c'intronan le orecchie di Gustavo Adolfo, di Federico il Grande e di Napoleone; le vaste scuole piene di visi immobili; i grandi dormitorii oscuri, in cui si sente il suono di cento respiri; il giardino, la piazza, i bastioni, le vie tortuose di Modena, i caffè pieni di alunni che divorano paste, le porticineinfilate alla chetichella, i desinari in campagna, le scarozzate ai villaggi vicini, gl'intrighetti, gli studii, le rivalità, le malinconìe, le inimicizie, gli affetti.

Pochi giorni prima di dar gli esami per esser promossi uffiziali ci venne concessa la libertà di studiare dove si voleva. Eravamo dugento nel secondo corso, e ci sparpagliammo tutti per il palazzo, a cinque, a sei insieme, come ci univa la simpatia, e cominciammo a sgobbare disperatamente, ogni gruppo nel suo stanzino, giorno e notte, non ismettendo che per parlare dei nostri esami e del nostro avvenire.

Quanta allegrezza in quei nostri discorsi, e che ridenti previsioni! Dopo due anni di prigionìa, tutt'a un tratto, la libertà, le spalline e il ritorno in famiglia. Ciascuno di noi, oltre la soddisfazione, che era comune, di esser promosso uffiziale, n'aveva una sua particolare. Per uno, era la soddisfazione di levare un carico alla famiglia che viveva a stecchetto per mantener lui nelcollegio, e di poter dire di lì a pochi giorni: — Ho diciannove anni, e non ho più bisogno di nessuno. — Per un altro, era il piacere di entrare un giorno, vestito in grande uniforme, pestando i piedi e strascicando la sciabola, in una casa silenziosa e tranquilla, dove l'aspettava un vecchio zio generoso che lo aveva sempre amato e protetto. Per un terzo, era la gioia di poter salire, col brevetto in tasca, una scala ben nota, e picchiare imperiosamente a una porta dietro la quale, pochi momenti dopo, avrebbe sentito una voce di fanciulla gridare: — E lui! — una cugina, forse, da cui s'era accomiatato due anni prima, in presenza dei parenti, confortato da quelle solite parole: — Va, studia, fatti uomo, e poi si vedrà. — Ci pareva a tutti di vederci intorno dei bambini che ci toccavano la sciabola, delle ragazze che ci facevano dei cenni, dei vecchi che ci mettevano una mano sulla spalla, una madre che ci diceva: — Come stai bene! — e avevamo un gran da fare per liberarci da tutta questa gente e rimetterci a studiare di proposito, e dicevamo fra noi stessi: — Sì, sì, verremo; ma per ora lasciateci in pace! —

Poi, ciascuno secondo la sua indole, le sue abitudini e i suoi disegni, ci dicevamo i reggimenti,le provincie, le città, in cui avremmo preferito d'esser mandati. V'era chi desiderava lo strepito e l'allegria dei grandi carnovali di Milano, e non sognava che teatri e balli e rumorose cene di amici. V'era chi sognava un villaggio ameno della Toscana, sulla cima d'una collina, dove poter godere una bella e quieta primavera, coi suoi trenta soldati, raccogliendo proverbi e stornelli dalle contadine dei dintorni. Altri avrebbe voluto esser mandato in un forte solitario delle Alpi, fra le rupi e i burroni, per potervi ripigliare i suoi studii con raccoglimento profondo. Uno prediligeva la vita avventurosa nelle foreste delle Calabrie, un altro lo spettacolo d'una grande e operosa città di mare, un terzo un'isoletta del mar Tirreno. Ce la ricorrevamo e spartivamo tutta, questa Italia, un pezzo per uno, cento volte al giorno, come avremmo fatto d'un nostro giardino; e ognuno di noi raccontava agli altri le meraviglie del suo cantuccio, e trovavamo che eran tutti belli e cari ad un modo. E poi, la guerra! Si sarebbe ben dovuta fare una volta! Bastava il proferir questa parola per buttare i libri in un canto e cominciare a dire e a dire, alzando gradatamente la voce, ed accendendoci in viso. Per noi laguerra era come una visione sovrumana, in cui la mente si perdeva con una specie di ebbrezza fantastica; era un lontano orizzonte color di rosa, sul quale si disegnavano i profili neri di montagne gigantesche; e su pei fianchi delle montagne salivano con impeto schiere interminabili colle bandiere spiegate, al suono di musiche allegre; e fra le migliaia degli assalitori, sui punti più culminanti, spiccavano le nostre figure nette e distinte, lungo tratto innanzi a tutti, colla sciabola brandita in alto; e sulle chine opposte un precipitare spaventevole di soldati, di cavalli, di cannoni, verso un abisso ignoto, tra le tenebre. Una medaglia al valor militare! Ma chi non l'avrebbe avuta? Perdere la battaglia! Ma gl'taliani potevan perdere? Morire! Ma che c'importava di morire? E si poteva poi morire, noi, a diciannove anni! Chi sa che strani e meravigliosi casi ci aspettavano! Chi sa che cosa avremmo veduto! Una spedizione lontana, forse; una guerra in Oriente; non era mica morta la questione di Oriente; chi sa! E si spaziava coll'immaginazione per mari e monti, e si vedevano grandi apprestamenti d'eserciti e di flotte, e si ardeva d'impazienza, e si diceva in cuor nostro: Oh!aspettate, lasciateci dar l'esame, pochi giorni ancora, vogliamo venire anche noi! —

E finalmente si diedero gli esami, fummo promossi, e una bella mattina del mese di luglio ci apersero le porte del Palazzo ducale, e ci dissero: — Al vostro destino! — e noi, gettando tutti insieme un altissimo grido, ci slanciammo fuori, e ci sparpagliammo, come uno stormo di uccelli, per tutte le parti d'Italia.

Ed ora?

Son passati sei anni, sei anni soli, e già ci sarebbe da scrivere un romanzo lungo e vario e strano, se si volessero raccogliere e legare insieme le vicende più notevoli occorse nella vita di quei duecento compagni! Io che in questo spazio di tempo ne vidi molti ed ebbi modo di procurarmi notizie degli altri, soglio sovente richiamarmeli tutti alla memoria, ravvivarmene le immagini e interrogarli ad uno ad uno; e quello che vedo e sento mi desta sempre nell'anima un sentimento di meraviglia, misto di malinconia. Ed eccoli qui in folla, tutti.

Quelli che mi dan nell'occhio prima degli altri son certi uomini bruni e barbuti, con un par di spalle poderose, che io non ricordo, pel momento, d'aver conosciuti. Eppure mi sorridono,e sì, son veramente quei giovanetti sottili e bianchi, che parevano fanciulle. Io domando: — Siete voi? — ed essi mi rispondono: — Sì; — e io do un passo indietro, sorpreso da quel sì sonoro e profondo, in cui non riconosco più l'antica voce infantile. — E quest'altri? I lineamenti, in questi, non son mutati, le forme son sempre quelle, ardite e robuste; ma il sorriso è sparito, e gli occhi non scintillano più. — Che vi è occorso? — domando. — A noi? — rispondono; — nulla. — Oh avrei preferito che vi fosse accaduto qualcosa, per non vedere che il tempo, e un tempo così breve, può di per sè mutare un volto in quel modo. Eccone altri. Dio mio! anche questa mi tocca a vedere; uno, due, tre, cinque, possibile! lasciatemi guardar meglio; ma certo! capelli bianchi! a ventisette anni i capelli bianchi! — Dite, o come mai? — Danno una scrollata di spalle, e tiran via. Poi vedo una lunga fila di amici miei, e molti, fra essi, dei più scapati, chi con un bambino in braccio, chi con uno per mano, chi con due. Quello lì ha preso moglie? Quello là è padre di famiglia? Ma chi l'avrebbe creduto? — Altri sopraggiungono: alcuni col capo basso e gli occhi rossi mi fanno un cenno; hanno un nastro nero intorno al braccio.Altri passano colla fronte alta volgendo intorno uno sguardo raggiante, e toccandosi il petto col dito: ah! il sogno delle nostre notti di collegio, la medaglia al valor militare, fortunati loro! Altri vengono innanzi a passo lento, pallidi, scarni, appena riconoscibili. — Che cos'è? Che cosa avvenne? — Ahimè! Su quelle braccia e su quelle gambe erculee, ch'essi ostentavano con giovanile alterezza sulle rive del Panaro; in quelle membra tornite e rosee, che pareva non avrebbero dovuto impallidire nè avvizzirsi mai; in quei corpi, che si sarebbero potuti prendere a modello per rappresentare la salute, la freschezza e la forza, ahimè! s'immersero i coltelli dei chirurghi a cercare le palle tedesche, e dalle carni lacerate sgorgò il sangue a ondate, e caddero le ossa recise. Poveri amici! Ma pure son rimasti tra noi a raccogliere nell'affetto e nella gratitudine comune il premio del loro sacrificio. — Ma dov'è il tale? — Morto in una marcia in Lombardia. — Il tal altro? — Morto d'una ferita di mitraglia a Monte Croce. — E quell'altro amico? — Morto d'una ferita di palla nell'Ospedale di Verona. — E il mio vicino di banco? — Morto di colèra in Sicilia. — Oh basta! non mi dite di più! —

Son passati tutti, s'allontanano, ed io mi slancio colla immaginazione dalla parte opposta, sulla via che hanno percorsa, per cercarvi le traccie del loro passaggio; e quante ne ritrovo, e quanto diverse! Qui libri e carte sparse in terra, con su i concetti di battaglia tracciati a mezzo, c versi coperti di freghi; un tavolino capovolto, e un mozzicone di candela ancora fumante; i segni d'una veglia studiosa. Là seggiole spezzate, frantumi di bicchieri e brani di vestiti di donna sparpagliati. Più in là, in uno spazio di terreno nudo, due sciabole insanguinate, e da una parte e dall'altra molte orme profonde e nel mezzo un'impronta grande, come del corpo di un uomo caduto. Qua, nella polvere, un tappeto verde lacerato, e intorno carte da gioco e dadi. Più oltre, tra l'erba, una letterina profumata e un mazzetto di mammole appassite. Da un altro lato una croce con sopra scritto: — A mia madre. — E innanzi, innanzi, altri libri sparsi, altre lettere, altre carte da gioco, divise militari smesse, ritratti di donne, conti di sarti, cambiali, sciabole, fiori, sangue. Oh che vasta tela tesse la mente con quei pochi fili scompigliati e rotti! Quanti affetti, quanti dolori, quante lotte, quante pazzie, quante sventure s'intravvedonoe si comprendono! Certo anche molte virtù e molti atti generosi; ma quanto più spreco di forza e d'avvenire!

E quando pure non si fosse sciupato nulla, quando non si fosse, in questi sei anni, tolto un giorno nè un'ora al lavoro, quando non avessimo aperto il cuore ad altri affetti che a quelli che innalzano la mente e rasserenano la vita, avremmo pur sempre perduto una grande e cara illusione, la quale dileguandosi, ha portato con sè una parte della nostra forza e del nostro avvenire: l'illusione di quel lontano orizzonte color di rosa, su cui si disegnavano i profili neri di montagne gigantesche, e schiere interminabili lanciate all'assalto a bandiere spiegate, al suono di musiche allegre.... Una guerra perduta!

E s'anco non avessimo perduto quest'illusione, non avremmo perduto altro?

Io penso a me stesso, e dico: — Quale distanza da diciannove anni a venticinque! Allora, dovunque andassi, ero il più giovane, chè i più giovani di me non mostravano ancora il viso tra gli uomini; e non mi vedevo mai intorno alcuno, di cui non potessi dire che qualcosa m'invidiava: la gioventù, l'allegria, le speranze. Ed ora, dovunque io vada, mi veggo accanto dei giovanetti che mi guardano e mi parlano con quel riserbo rispettoso che s'usa coi fratelli maggiori; e con essi, discorrendo, sento di dover fare uno sforzo per dare al mio discorso una gaiezza che corrisponda alla loro, e non me ne so dar pace, e li guardo e mi domando: — O di dove sono usciti costoro? — E l'altro giorno accennando a un signore una sua bambina di sei anni, gli dissi scherzando: — Chi sa! — ed egli mi rispose:— Signor no, ella è troppo vecchio. — Ed io, sorpreso, tacqui, e feci subito il conto colle dita, e poi mormorai melanconicamente: — È vero. — A diciannove anni, non vedevo bambina di quell'età, ch'io non potessi dire: — Sarà mia moglie! — ; la generazione che veniva su era ancora tutta per me; ora per una parte del mondo io son già troppo avanti nel cammino della vita. E l'avvenire, che allora m'appariva un non so che vago e lucente, su cui la mia fantasia poteva disegnare le cose più belle e più care, senza che la ragione ci trovasse mai a ridire: — Non può essere, — ora comincia a delinearsi, a colorirsi, a prendere una forma, ed io indovino presso a poco che cosa sarà, veggo la mia strada tracciata, e la mia meta distinta, e addio grandezze e meraviglie! E gli uomini? Dio buono, io non son mica per natura inclinato a diffidare, a veder piuttosto il male che il bene nelle cose di questo mondo; al contrario; nel mio piccolo non ho che a render grazie a tutti e di tutto, e indispettisco spesso un mio amico, a cui dico ridendo: — Amo il genere umano! — ed egli mi risponde: — Aspetta che verrà la tua ora anche per te. — Eppure quanto ho già perduto di quel confidente abbandono delle amicizie didiciannove anni, di quel sentimento di ammirazione facile e schietto, che scattava come una molla, al più leggiero tocco, per tutti gli uomini, di cui sentissi esaltare un merito, qualunque fosse e da chicchessia! Due, tre disinganni son bastati a rallentare la molla per sempre. Io mi domando già: — Sarà vero? — e il dubbio mi rimanda indietro le calde e ingenue parole d'affetto che una volta prorompevano mio malgrado. Molti libri, che mi fecero versar lagrime, non me ne fanno versar più; molto più raramente d'una volta, leggendo versi, mi trema la voce; non rido più di quel riso irresistibile e sonoro, di cui echeggiavano un giorno le stanze più remote della mia casa. E quando mi guardo nello specchio, è una mia illusione o una realtà? mi accorgo che nel mio viso c'è qualcosa che a diciannove anni non c'era, un non so che negli occhi, nella fronte, nelle labbra, che non apparisce agli altri, ma che io vedo, e che mi turba. E mi ricordo le parole del Leopardi: —A venticinque anni incomincia il fiore della gioventù a declinare.— Ma come? io declino? son già sul pendio della vita? ho già fatto tanto cammino? Ma sì! Dalla Scuola di Modena son già usciti altri mille ufficiali più giovani di me, meli sento alle spalle che rumoreggiano, che m'incalzano, e mi gridano: — Avanti! — Ma è uno spavento! Lasciatemi respirare, fermatevi un minuto; che c'è bisogno di divorare la via? Voglio star qui, immobile, saldo come una colonna; indietro voi! Ma il terreno è inclinato e liscio, e il piede scivola e non c'è dove aggrapparsi; compagni! amici di diciannove anni! venite, stringiamoci, afferriamoci gli uni agli altri, non ci lasciamo travolgere, resistiamo. Ah! mi manca il terreno sotto, maledizione!

Ma che! son vaneggiamenti foschi di giornate piovose; spunta il sole e l'anima si rasserena col cielo. E sempre al breve scoraggiamento segue uno stato d'animo, nel quale mi appare così folle e così codardo quel turbarsi per un'alterazione del viso, e rimpiangere l'allegria spensierata della prima giovinezza, e volersi ribellare con uno sfogo di rammarico dispettoso alle leggi della natura, che mi vergogno, mi scoto, mi risollevo, riafferro la mia fede, le mie speranze, i miei propositi, e mi rilancio al lavoro con una risoluzione piena di alterezza e di gioia. E in quei momenti mi sento la forza di aspettare a fronte serena i trent'anni, i disinganni, i capelli bianchi, i dolori, gli acciacchi, la vecchiaia, cogli occhi della mente fissi dinanzi a me, lontano, in un punto luminoso che mi pare che ingrandiscavia via che procedo. E vo innanzi con più coraggio; e a uno sciame di gente inebbriata e clamorosa che mi dice: — Con noi! — rispondo fieramente: — No! — e a una folla di giovani malinconici, che mi dicono, crollando il capo: — Forse non è vero! — rispondo, senza allontanar gli occhi da quel punto, con una voce gioiosa e entusiastica: — No! — e a una moltitudine di uomini gravi e superbi, che toccandomi e accennandomi le loro carte e i loro libri mi dicono con un sorriso di pietà e di dileggio: — È un sogno! — io rispondo sempre guardando là, con un grido che mi prorompe dal più profondo dell'anima, come se mi vedessi ricomparir dinanzi una persona morta: — No! — Oh! in quel momento mi si venga pure a dire che debbo invecchiare e morire; che m'importa? Io lavoro, io credo, io aspetto!

E nella più parte di quei miei compagni è seguìta o segue la medesima cosa. I volti si son fatti più serii, o come vuol che si dica il Leopardi, più tristi; ma coi volti si son composti a serietà anche gli animi. Dissi i mutamenti che mi addoloravano; ma ci sono anche quelli che mi confortano. Incontro qualcuno dei miei compagni, di quei che avevano meno giudizio e meno proposito, e mi meraviglio di sentirli parlare, come parlano, di patria, di lavoro, di dovere da compiere, di avvenire da preparare. Un rivolgimento generale s'è operato negli animi, e, forse in virtù dei molti e grandi casi seguìti in questi pochi anni, oltre che generale, precoce. In alcuni una segreta ambizione, in altri la cura della famiglia, in molti la sazietà della vita dissipata, in non pochi una schietta e spontanea passione pergli studii, sorta all'improvviso in mezzo alla noia degli ozii della guarnigione, hanno raccolto i pensieri vaghi, e composto ad uno scopo le forze disperse; hanno indotto l'abito della riflessione, e rivolte le menti ai grandi problemi della vita; hanno dato a tutti un perchè di questa vita e segnato a tutti un cammino da percorrere, e tolto il tempo di rimpiangere inutilmente il passato. Siamo entrati nella seconda giovinezza, con qualche disinganno, con un po' di esperienza e colla persuasione che la felicità, — quel poco che se ne può godere quaggiù, — non si ottiene dibattendosi e tempestando e gridando al cielo e alla terra: — La voglio! — ma si cava a poco a poco dalla più intima parte dell'anima colla lunga costanza d'una quiete operosa. Alle visioni splendide son succedute le speranze modeste; ai grandi disegni, i saldi propositi; alla immagine sfolgorante della guerra, Dea promettitrice di ebbrezza e di glorie, l'immagine dell'Italia, madre, la quale non promette — e ci basta — che il conforto altero d'averla amata e servita.

E l'animo nostro è uscito più forte dal dolore della guerra perduta.

A me par di vedere un giorno in cui da un capo all'altro del paese si ripeterà il terribile grido: Vengono! — e noi balzeremo in piedi, pallidi e alteri, rispondendo: — Li aspettiamo. — Allora, per le vie delle nostre città, affollate di popolo, di soldati, di cavalli e di carri, al suono del nome d'Italia, fra lo strepito delle armi e gli squilli delle trombe, i miei dugento compagni si rivedranno, io li rivedrò, molti per un'ora sola, alcuni forse per un solo momento, di notte, davanti a una stazione di strada ferrata, al lume delle fiaccole; ci rivedremo e ci saluteremo in silenzio, stringendoci la mano fortemente, e guardandoci negli occhi. Non più grida, non più canti, non più gioia clamorosa, non più sognidi marcie trionfali, non più quel confidente e leggiero: — A rivederci, — con cui si vela l'immagine della morte, e si alimenta, più che il coraggio, la speranza; noi non ci diremo che: — Addio; — e quell'addio sarà una promessa reciproca, un patto, un voto; quell'addio vorrà dire: — Questa volta non sideveridiscendere la china della montagna; io rimarrò sulla vetta, e tu pure. —

E sovente, precorrendo un lungo spazio di tempo, fantastico campi di battaglia lontani, sui quali si giocano le sorti d'Italia. Volo col pensiero di valle in valle, di colle in colle; e in tutti i passi più difficili, e in tutti i punti più pericolosi, mi figuro un amico di collegio, coi capelli grigi, già colonnello o generale, alla testa del suo reggimento o della sua brigata; e mi compiaccio di figurarmelo nel momento, in cui, assalito da molta forza nemica, dirige la resistenza. Le due parti sono alle prese, ed egli, dalla cima di un'altura, osserva il combattimento nella valle. Povero amico! In quel punto forse si decide della sua vita e del suo onore; trent'anni di studii, di sacrifizii, di speranze, stanno per essere coronati di gloria o dispersi come un pugno di polvere, là su quella china verde che gli si stende dinanzi;e tutto dipende da un nulla. Ed egli guarda, immobile, pallido, ed ha tutta l'anima negli occhi, e la sciabola gli trema nella mano convulsa. Io gli sono accanto e lo fisso nel viso, e acconsento involontariamente con la persona a tutti i suoi tremiti, e sento tutto quello ch'egli sente, lo intendo, vivo in lui. — Coraggio, amico; tu hai infuso nei tuoi soldati la tua anima generosa, vinceranno, non ti turbare. Quel movimento incerto che vedi là verso l'ala destra, non è che un momentaneo scompiglio cagionato dall'ineguaglianza del terreno; non danno indietro, no; senti, le grida risuonano più alte, i colpi strepitano più fitti, l'ultimo battaglione è entrato anch'esso nel combattimento, tutti i tuoi soldati combattono. — Ah! ora sì che i suoi occhi corrono avidamente da un capo all'altro della linea; ecco, egli si fa più pallido; questo è il punto! la sua vita pare sospesa.... — Che sono queste voci lontane? Che è quella fiamma che gli sale al volto? quel sorriso? quello sguardo al cielo? Hanno vinto! Ma per Dio! prima di partire, voltati, ferma quel cavallo, son io, senti, un tuo amico di collegio, porgi le braccia, un bacio, ed ora va, vola tra i tuoi soldati, e che Iddio t'accompagni. — Ha slanciatoil cavallo di carriera, è già in fondo alla valle, è sparito.

E chi sa, quanti dei miei compagni si troveranno un giorno, un'ora della loro vita, in quel cimento! Chi sa che molti non abbiano a illustrare il loro nome qualche grande servigio reso alla patria, che alcuni di questi nomi non abbiano a diventar cari al popolo, che io stesso non abbia una volta a veder passare per una strada di qualche città italiana un mio antico vicino di studio, o di tavola, o di letto, in grande uniforme di generale, sopra un bianco cavallo coperto di fiori, in mezzo a due ale di popolo festante! E chi sa pure se un giorno io non andrò a picchiare alla porta di alcuno di loro, per gettargli le braccia al collo appena mi apparirà dinanzi, — pallido, triste, invecchiato di dieci anni nel giro di pochi mesi; — se non andrò da lui per confortarlo, per dirgli che la sentenza del paese è stata ingiusta, che grande è ancora il numero di coloro che non rovesciano sul suo capo tutta la colpa del disastro, che verrà tempo in cui si calmeranno le passioni e si ritorneranno in onore le vittime delle condanne avventate, che il suo nome è ancora rispettato e caro, che non s'accasci, che ripigli animo e speri?

Ah! quando io penso alle fiere prove che molti di essi avranno a durare nella vita, al bene che potranno fare al loro paese, all'inestimabile prezzo cui dovranno pagare la loro gloria; quando penso a queste cose io che lasciai l'esercito, sento che per non restare addietro ai miei compagni nel pagare il mio debito di gratitudine alla patria, dovrei faticare senza riposo, vegliare le notti sui libri, conservare con rigorosa temperanza di costumi il mio vigore giovanile per rivolgerlo fresco ed intero ai lavori della mente; menare una vita illibata per acquistare il diritto di predicar la virtù, e mantenere viva e pura questa fiamma d'affetto, di cui riesco qualche volta a trasfondere una scintilla nel petto degli altri; studiare il popolo, i fanciulli, i poveri, e scriver per loro; non lasciarmi sfuggir mai dalla penna una parola ignobile, sacrificare tutte le mie fantasie al bene comune, non disanimarmi mai per contrarietà, non ambir mai lodi, non desiderare, non aspettare mai nulla, fuorchè il giorno in cui potessi dire a me stesso: — Ho fatto quello che potevo, non sono stato inutile nella vita, questo mi basta. —

Che idea mi passa pel capo, ora che sto per finire! Vorrei aver qui un giovinotto di diciasette anni, d'indole bona e di costumi gentili, ma poco esperto, come a quell'età siam tutti, del cuore umano; e mettendogli una mano sulla spalla, dirgli amichevolmente: — Vuoi tu procurarti fin d'ora un argomento di pace e di serenità per l'avvenire? Tratta i tuoi amici cogli stessi riguardi che useresti a una donna, perchè, credi, non v'è offesa o parola amara o atto sgarbato fatto ad alcuno di loro (sia pure scusabile e venga pure per lungo tempo dimenticato) che un giorno non ritorni alla memoria, e non rincresca, e non turbi. Dopo molti anni, ricordando i miei amici lontani, mi rammento d'uno screzio che ci fu tra me e un di loro, di qualche motto pungente che ricambiai con un altro, delproposito fatto e mantenuto per molti mesi di non rivolgere la parola ad un terzo; — fanciullaggini; — eppure, quanto sarei contento di non avere alcuna di queste fanciullaggini da rimproverarmi! E benchè io sia sicuro che non hanno lasciato traccia negli altri più che in me, quanto desidero sempre che si presenti un'occasione di poter assicurarmene meglio, dissipando quell'ultima ombra leggerissima che, per caso, vi fosse rimasta! Quando s'arriva a quell'età in cui comincia ad apparir vicino il termine della gioventù, e si pensa agli anni passati così presto, e agli altri che passeranno più presto ancora, e al pochissimo bene che s'è fatto, e al pochissimo che ci resterà ancor tempo di fare, quel sentimento d'orgoglio, che ci rese qualche volta duri e incresciosi agli amici, ci sembra una così meschina, risibile e spregevole cosa, che, se si potesse, si tornerebbe indietro per riprendere daccapo tutte le discussioni col tono più soave della nostra voce, per porgere tante volte la mano in atto di chieder pace, quante sono le scrollate di spalle che si diedero pel passato; per cercare gli amici offesi, guardarli negli occhi, e dir loro:

— Non c'è più nulla, non è vero?... —

Cari amici! Non foss'altro che perchè vidi con voi, per la prima volta, tutta la mia patria, come potrebbe il mio pensiero non correre sempre a voi, e il mio cuore non desiderarvi? Quando dal bastimento vidi biancheggiare lontano la immensa curva del golfo di Napoli, e giunsi impetuosamente le mani, e risi, e pensai a mia madre, ed esclamai: — È un sogno! — ; quando di sulla cima del colle del Noviziato abbracciai, per la prima volta, con uno sguardo solo, la città di Messina, lo stretto, gli Appennini, il Capo Spartivento, e dissi tra me, con un sentimento quasi di tristezza: — Qui finisce l'Italia! —, quando sulla vetta di Monte Croce vidi per la prima volta, di là dalla vasta campagna brulicante di reggimenti tedeschi, le torri di Verona, e tesi le braccia con uno slancio di gioia,gridando come se temessi che ci fuggissero: — Aspettate; — quando vidi per la prima volta, di sull'argine di Fusina, lontana, azzurra, fantastica, la città di Venezia, esclamai colle lagrime agli occhi: — Divina! — quando scorsi per la prima volta, dall'altura di Monterotondo, Roma, circondata dal fumo delle nostre batterie, ed esclamai con un fremito: — È nostra! — sempre ebbi accanto qualcuno di voi, che, preso dalla stessa commozione, mi afferrò per un braccio, mi scosse, e mi disse: — Com'è bella l'Italia! — ; sempre qualcuno di voi che alternò con me le risa, le lagrime, i versi! Non v'è punto d'Italia, nè caso lieto, nè commozione profonda, di cui io mi ricordi, senza che mi paia di sentire il suono d'una sciabola, che dice: — Son qui! — senza che mi paia di stringere la mano d'uno di voi, senza che io mi domandi dove quest'uno si trovi, e che cosa faccia, e che cosa pensi, e se rammenti egli pure i bei giorni passati insieme. Oh! potrò incontrare nella vita un gran numero di altri amici intimi, fedeli, generosi, di cui mi si presentino in folla, ogni momento, le immagini sorridenti; ma di là da questa folla, di sopra a tutte quelle teste, lontano, vedrò sempre ondeggiare i vostri pennacchi eluccicare i numeri dei vostri berretti; e mi slancerò sempre verso di voi per dirvi: — Parliamo del nostro collegio, dei nostri viaggi, di guerra, di soldati, d'Italia. —

Certo una gran parte di noi, antichi compagni di collegio, arriveremo a vedere il secolo XX. Strana idea! Capisco bene che si passerà dal mille novecento al novecento uno, come si sarà passati dal novantanove al cento, e come si passa da quest'anno al venturo. Eppure, mi sembra che allo spuntare del primo giorno del nuovo secolo si dovrà provar la sensazione di colui che, giunto sulla vetta di un'alta montagna, vede dinanzi a sè nuove terre e nuovi orizzonti. Mi pare che quella mattina ci si dovrà rivelare qualcosa d'impreveduto e di meraviglioso; che ci prenderà un senso quasi di spavento del trovarci tanto innanzi; che ci parrà d'essere stati lanciati da una forza arcana da un orlo all'altro d'un abisso smisurato. Fantasie! Io presento bene quello che saremo noi in quegli anni; e nonsolo lo presento, lo vedo. Vedo una sala con un camminetto in un canto, o meglio molte sale con molti camminetti, e molti vecchi davanti al fuoco, seduti sur una poltrona, col mento sul petto; e poco più in là un tavolino con un lume in mezzo, e intorno una corona di ragazzi, che potranno essere figliuoli o nipoti, e che a un dato momento si accenneranno l'un l'altro il babbo o lo zio, dicendo piano: — Dorme; — e ridendo dell'espressione grottesca che avrà preso nel sonno il nostro volto rugoso. E forse allora ci desteremo, i ragazzi ci verranno intorno, e vorranno sentire, secondo l'uso, racconti di tempi molti lontani, e ci domanderanno con viva curiosità: — Zio, ha mai visto lei il generale Garibaldi? — Babbo, ha mai osservato davvicino il re Vittorio Emanuele II? — Nonno, non le è mai seguìto di sentir discorrere il conte di Cavour? — Ma sì, e come, e quante volte! — Ma dica dunque, come erano? Somigliavano molto ai ritratti? In che modo parlavano? — E noi diremo ogni cosa, e via via ricordando, raccontando, descrivendo, la nostra voce riacquisterà a poco a poco l'antico vigore, e ci s'infiammeranno le gote, e sarà per noi una grande dolcezza il vederequegli occhi vivaci accendersi, e quelle fronti innocenti sollevarsi con un movimento altero, e quelle mani piccine e bianche fare un cenno ad ogni nostra interruzione, come per pregarci: — Dica ancora. —

E chi sa che sarà seguito allora sulla faccia della terra? Sarà re d'Italia Vittorio Emanuele III? Ci saranno i bersaglieri a Trento? Qualche nostro amico d'oggi, applicato al Ministero degli affari interni, sarà governatore di Tunisi? La Francia sarà passata per un altra trafila d'imperi, di repubbliche, di Comuni e di regni? Avremo avuto la minacciata invasione dei popoli nordici? L'Inghilterra avrà ricevuto anche essa il suo scappellotto? Avremo provato un po' di Comune? Sarà nato un grande poeta? Si sarà riformata la Chiesa? Si sarà rifatta Roma? Ci saranno ancora eserciti? Che saremo noi nel nostro paese? Che avremo fatto? Come avremo vissuto?

Ah! qualunque cosa sia per accadere, e qualunque sia la sorte che ci aspetta, se avremo lavorato, se avremo amato, se avremo creduto, — le sere che, seduti in un seggiolone a braccioli sul terrazzino della nostra casa, agli ultimi raggi del sole, penseremo alle nostre famiglie,ai nostri amici, ai monti, alle colline, ai carnovali e alle isolette del mar Tirreno che sognavamo in collegio; — ci turberà, si, il pensiero di dover abbandonare tra breve tante care anime e una così bella patria; ma ci splenderà pure sul volto quel sorriso queto e sereno, che è come l'alba d'una giovinezza nuova, e che tempera l'amarezza dell'addio colla tacita promessa: — Non per sempre!


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