XVI.

A una donna che avesse avuto un briciolo di cervello, la scena di quella sera sarebbe bastata a fare tutto capire, e anche mettendola solo in sospetto, l'avrebbe indotta a mutar modi col ragazzo. Ma Iride era tanto leggiera che in lei la curiosità vinse immediatamente la prudenza. E non seppe reprimere nemmeno un sentimento di compiacenza vanitosa, che le sorse nel cuore così vivo da non lasciarla nemmeno riflettere ch'era un sentimento colpevole e pericoloso. Non già ch'essa potesse pigliar sul serio l'amore di Furio; ma una donna, chiunque l'ami, se ne tiene; e tanto più era naturale che se ne tenesse lei capricciosa e vanissima. E poi ci trovava da divertirsi: porgergli la mano e vederlo arrossire; appoggiare il braccio sul suo e vederlo scotersi; dirgli: caro! e vedere i suoi occhi risplendere;aver lì un ragazzo da poterne fare quel che voleva con un'occhiata, era una cosa amena. Poi per quietare la propria coscienza aveva mille scuse: non era giusto di volere un po' di bene, e dimostrarglielo, a quel povero ragazzo trascurato e aspreggiato, e pure così buono, dolce e avido d'affetto? Non sarebbe mica stata benevola e carezzevole con lui a fin di male; non sarebbe neanco stata in dovere, per così dire, di dubitare che del male gliene potesse fare; davanti alla sua coscienza non faceva che esercitare un sentimento di pietà consolatrice, un sentimento materno, irreprensibile; essa non doveva saperne nulla di ciò che potesse sentir per lei quel poverino; che c'era dunque da ridire? Ora si rendeva ragione di quella strana timidezza, di quei turbamenti, di quei tremiti, di quei rossori. — Questa è nuova davvero! — ripeteva tra sè la mattina, scendendo le scale, — un bambino di quattordici anni!... mio cognato! — e rideva.

Quella mattina, Candida, appena levata, cercò premurosamente di Furio, lo condusse in un angolo della sala da pranzo e gli disse nell'orecchio:

— Cosa facevi ieri sera sul terrazzino, nell'angolo dei fiori? —

Furio si scosse e arrossì.

— Furio! — esclamò Candida con voce affettuosa, — non ci andar più.

Furio la guardò fingendo una grande meraviglia.

— Non ci andar più, Furio, — ripetè Candida, abbassando la voce: — da' retta a me, da' retta a tua sorella che ti vuol bene, promettimi che non ci andrai più...

— Ma dove? — domandò Furio abbassando il capo.

— Oh! tu mi capisci, tu sai quello che voglio dire, non guardarmi così, fa quel che ti dico io, Furio; non mi posso spiegare di più;... ma tu m'intendi, tu mi vuoi bene; non star tanto insieme con Iride, non andar più a passeggiare con lei, sta qui con me, ascoltami...

— Taci! esclamò vivamente il ragazzo.

Iride entrava in quel momento guardando Furio con occhio intento e scrutatore; e questi, ancora tutto sconvolto dalle parole di sua sorella, guardò lei nella stessa maniera, per scoprire se la notte non si fosse accorta di nulla. Stettero così un po' di tempo guardandosi tutt'e due, tanto che Candida, perduta la pazienza a veder così poco giudizio in sua cognata, esclamò con accento di leggero rimprovero:

— Ma Iride! —

Ma subito le mancò il coraggio di proseguire e scomparve.

Iride, senza neanco badarle, s'avvicinò lentamente al ragazzo, gli posò le mani sulle spalle, ritirò un po' indietro la testa e lo fissò negli occhi.

Furio, senza staccar gli occhi da lei, chè pareva affascinato, si levò dalla spalla adagio adagio quelle due mani che lo brucciavano, e si coperse il viso col braccio.

L'atto, lo sguardo, il rossore erano stati tali da non lasciare più dubbio, e per la prima volta, che fu anche l'ultima, Iride fece un atto di prudenza: tirò indietro in tempo una mano che aveva già distesa per una carezza pietosa, e se n'andò lentamente, senza voltarsi.

A mezzogiorno, Furio se ne stava nel giardino seduto all'ombra d'un albero; ancora tutto commosso dalla scena della mattina. Splendeva un sole ardentissimo e tutto era quieto. Non stridore di cicala, non canto d'uccello, non volo di farfalla, non voce, non moto nè vicino nè lontano: pareva che la natura dormisse. Allora la campagna si anima d'una vita fantastica, come di notte. Si sentono suoni indefiniti come di lunghe grida lontane; soffi, fruscii, bisbigli, ora a molta distanza, ora nell'orecchio, qui, là, non si sa dove, da ogni parte. Par che nell'aria ci sia qualcuno o qualcosa che fluttua e che s'agita, che si avvicina, che si scosta, che ritorna, che ci rasenta, che s'allontana. A un tratto si sente accanto un ronzìo d'insetto; passa, e tutto tace. S'ha una scossa, ci si volta: è cadutauna foglia. Sbuca una lucertola, si ferma, che par che stia a sentire, e come impaurita da quel silenzio, si rimbuca. La campagna ha non so che di solenne e di triste come un mare solitario; e la testa si abbassa come per forza, mentre l'occhio socchiuso vaga per le valli oscure e pei cupi recessi che la fantasia languida gli rappresenta tra i fili dell'erba e i granelli della terra. Furio solo vegliava a quell'ora. Il vecchio impiegato dormiva in camera sua, supino sul letto, colla fronte tutta in sudore e un andirivieni di mosche sul naso; e la zia, smessa la calza, s'era anch'essa addormentata sulla seggiola, ritta interita sul busto, colle braccia incrociate come un idolo e le labbra sporgenti in atto dispettoso.

Furio non aveva visto Iride da più di due ore, e non sapeva dove fosse. S'alzò da sedere e cominciò a girar pel giardino. Il giardino era vasto e tutto piantato d'alberi fittissimi come un boschetto. Egli guardava lontano fra tronco e tronco se biancheggiasse da nessuna parte un vestito di donna, quando l'occhio gli cadde su poche foglie di rosa sparse sull'erba. Dopo quelle, poco lontano, ce n'era dell'altre, e via via a perdita d'occhi era una lunga striscia colordi rosa. Furio seguitò quella traccia, andò un po' innanzi diritto, poi svoltò a destra, svoltò a sinistra, girò, rigirò, arrivò quasi in fondo al giardino; all'improvviso non vide più foglie, rivolse gli occhi intorno e diede una voce di sorpresa. Iride, stesa sull'erba ai piedi d'un albero, dormiva.

Non dormiva; fingeva.

Furio rimase là a guardarla a bocca aperta, lontano sette o otto passi. Era vestita di bianco, e intorno a lei tutto verde cupo; spiccava come un cigno sulla sponda erbosa d'un lago. Stava distesa come sur un letto, con un braccio nudo piegato sotto la testa, l'altro steso lungo il fianco, e tutt'un piede scoperto. Teneva il viso rivolto dalla parte di Furio, e il suo labbro inferiore abbassato scopriva i dentini uniti e bianchi. Il volume delle treccie allentate pareva che fosse sul punto di sciogliersi e di spandersi intorno a ondate d'oro. Respirava frequente; aveva l'occhio semiaperto e fisso, come lo tengon molti dormendo, e le gote color di rosa vivo.

Furio stava guardandola cogli occhi spalancati e le mani per aria in atto di meraviglia. Egli non aveva mai visto dormire una bella donna, e notava per la prima volta quella graziapiù spiccata e più molle che il sonno dà alle forme femminili, e l'atteggiamento infantile di quel bel viso immobile. Il cuore gli tremò, gli corse una scintilla per tutte le fibre e si stese come una nebbia fra Iride e i suoi occhi.

— Eccola, — mormorava colle labbra tremanti e cogli occhi umidi, — Iride, la mia buona Iride, quella che mi vuol bene, che mi protegge, e sta sempre con me, e mi fa passare tante ore contente; quella che mi compatisce e mi perdona... io così in questo modo, che non sono nemmeno degno di starle vicino, e lei così bella... Eccola là... Iride, dormi, io ti guardo, sei tanto bella, sei il mio angelo, io ti voglio bene che non so che cosa farei per te, guarda; io sono contento; io bacerei dove tu metti i piedi, cara Iride. —

Tirò fuori in fretta il fazzoletto e lo baciò dicci o dodici volte avidamente.

— Dormi, non ti svegliare, Iride; io ti guardo, starei sempre qui a guardarti. —

Corse a un roseto là presso, strappò in furia molte rose e le andò a gettare ai suoi piedi.

— To', prendi, ti copro di fiori, tu devi dormire in mezzo alle rose, tu che sei così bella. —

S'inginocchiò ai suoi piedi e le baciò due o tre volte il vestito, continuando a dire tra sè: — Cara Iride! mia bella, mia buona Iride!

Iride si mosse: Furio balzò in piedi e si fece tutto di fuoco. Essa fingeva sempre di dormire; ma nel muoversi s'era sciolta da una specie di mantiglia che parte le era stesa sotto e parte le avvolgeva il seno. Furio indietreggiò a quella vista, con gli occhi fissi su di lei; si passò una mano sulla fronte, si cacciò indietro i capelli con una scrollata di capo, e poi si slanciò a traverso i campi di corsa. Andava come se fosse inseguito, pareva che il terreno si facesse elastico per dargli l'impulso, divorava la strada; arrivò a un fosso, cadde, si bagnò, si rialzò, e via, via, come portato dal vento; sale il colle, scivola, si rialza, si aggrappa agli sterpi, arriva sulla cima, e giù dall'altra parte a lunghissimi salti, seguitato dalle pietre urtate che franano, pestando piante e solchi, empiendo la valle silenziosa di grida: — Animo! — Là! — Così! — Coraggio! — Ed eccolo in fondo, steso sull'erbe, supino, spossato, cogli occhi al cielo e la mente smarrita in una certa ebbrezza fantastica, come se fosse precipitato in fondo all'abisso.

Da quel giorno Furio cominciò a vivere in uno stato di esaltazione continua. Il nuovo contegno di Iride, un po' meno allegra di prima, ma più affettuosa, e come sempre occupata da un pensiero, non potendolo attribuire a un semplice sentimento di sollecitudine e di pietà, perchè non credeva d'essersi lasciato scoprire, lo prendeva come segno d'un principio d'affetto uguale al suo, e questa idea lo metteva tutto sossopra. Sino allora il non avere alcuna speranza, neanco lontana, d'una corrispondenza, la certezza d'esser tenuto nulla più che un ragazzo, e cercato così per distrazione, come un giocattolo; quello stesso fare leggiero, a scatti e a frulli, che Iride aveva usato con lui, era bastato a frenarlo, a mantenerlo un po' in quiete, a fargli fare almeno uno sforzo per dissimularequello che sentiva. Ma ora quella speranza, che il suo ardentissimo desiderio mutava facilmente in certezza, lo faceva uscire di sè; egli si sentiva come lanciato tutt'a un tratto dall'infanzia nella giovinezza; si sentiva uomo, caldo, fiero, tempestoso; s'agitava, andava, veniva, correva; cercava Iride, la fuggiva, ritornava subito a cercarla, le si strisciava intorno tremante, sussultava sotto il suo sguardo, la divorava cogli occhi senza proferir parola, non trovava riposo la notte, usciva in esclamazioni solo, soffriva, piangeva.

In riva al lago, in mezzo a un gruppo d'alberi, v'era una statua di pietra annerita e muscosa, che rappresentava una donna dormente, in una positura simile a quella d'Iride quand'era stesa ai piedi dell'albero quel giorno. Posava sopra un piedestallo; ma essendosi dovuto rialzare il terreno intorno all'acqua, il piedestallo era scomparso sotto la terra nuova. Due o tre volte, sull'imbrunire, quand'era più agitato, Furio si andò a stendere sull'erba, accanto a quella statua, viso a viso, e rimase lungamente a guardarla, fingendosi coll'immaginazione che fosse viva e sua, e portasse quel caro nome: bizzarrìe che si fanno anche da grandi.

A Candida nulla sfuggiva; essa aveva notato quella crescente inquietudine di suo fratello: sospettò di qualche imprudenza d'Iride e risolvette d'impedire a qualunque costo che la cosa finisse peggio. In quella la zia ricevette una lettera che annunziava di lì a due giorni l'arrivo di suo nipote Carlo, il marito d'Iride. Candida, a quella notizia, si turbò. Carlo così sospettoso, era impossibile che non s'accorgesse di nulla! E con que' suoi modi duri e violenti, che cosa non sarebbe potuto seguire! Perciò si mise a cercare un'occasione di trovarsi sola con Furio per qualche tempo, per potergli tenere un discorso lungo e serio. Ma Furio, accorto, ogni volta ch'essa riusciva ad afferrarlo, le sguisciava di mano, e scappava a nascondere la sua “casta porpora„ in qualche cantuccio solitario.

La sera dopo, ch'era quasi già buio, dopo aver aspettato inutilmente che Iride scendesse dalla sua camera, Furio uscì di casa e andò a sedersi davanti alla statua. Due ore prima, incontrandolo per la scala, Iride gli aveva preso il mento fra il pollice e l'indice, e gli aveva detto: — Come va, piccino? — E lui, sceso giù, sera scarmigliato i capelli con tutt'e due le mani, in furia, così, non ne sapeva il perchè nemmeno lui... per sfogo.

— Iride! — diceva egli alla statua con voce stanca, come sognando, ed era già buio fitto; — io non posso più... ti voglio troppo bene; se sapessi quel che provo qui! Io ti farei il servitore, guarda; andrei a mettermi sotto i tuoi piedi, quando monti in carrozza. Se mi dicessero: — Fatti tagliare un dito e Iride ti vuol bene, — io mi farei tagliare il dito, estarei sempre accanto a te. Cara! con quei begli occhi grandi, e i capelli biondi, e buona. — E poi dopo aver pensato un po': — Che bella signora! Ti potessi sempre vedere, starei anche chiuso in prigione. Ma tu andrai via, e qui non ci sarà più Iride. Oh Dio, e cosa farò io, quando non ci sarà più Iride! Resterò solo! Ma io non posso più adesso restar solo! Io non posso... Io muoio di malinconia, solo. Oh no! non te ne andare, Iride! non mi lasciar solo! —

E quasi piangendo cingeva con tutt'e due le braccia il collo della statua e le abbandonava il capo sulle spalle. All'improvviso si sentì entrar due mani nei capelli e scorse qualcosa di bianco. Balzò in piedi, indietreggiò, vide Iride seduta, mandò un gridò, cadde in ginocchio, si sentì stretto intorno al collo.... — Iride! Iride! — esclamò a voce bassa e concitata; — no, senti, per carità, non lo far per burla, io sono un povero ragazzo, io non ho altri che te, io t'amo, tu non lo sai, davvero, angelo, no, t'amo, per carità, Iride.... — Si sentì tirar giù il capo sulle ginocchia di lei, la vide chinare il viso, sentì un profumo, un alito caldo, le labbra. — Dio! — mormorò con voce spenta; e Iride, il cielo, il lago, gli alberi ondeggiarono, si confusero e sparvero, ed egli restò senza vita.

La mattina dopo, Candida, che da due giorni si doleva di un forte mal di denti e aveva risoluto di liberarsene a ogni costo, doveva partire con suo padre per la città.

Riconovaldo la incontrò per la scala, mentre scendeva per andarsene, e la prese per una mano.

— Lasciatemi stare, — disse Candida, cercando di svincolarsi.

Riconovaldo le prese per forza anche l'altra mano.

— Lasciatemi stare, — ripetè la ragazza più severamente.

Il giovane cercò d'incrociarle le braccia.

— Lasciatemi, Riconovaldo! — gridò la terza volta facendosi pallida, e alzando fieramente la testa.

Il giovane la lasciò andare, sforzandosi di ridere; ma un sentimento impetuoso di dispetto e di rabbia gli offuscò la ragione, e disse con voce soffocata: — Stupida! — Poi disparve soffocato dalla vergogna.

Verso le otto della sera dovevano arrivare insieme dalla città Candida, suo padre e il fratello Carlo. A Iride, per procurarle il piacere della sorpresa, non era stato detto nulla dell'arrivo del marito. Furio non sapeva nulla nemmeno lui; alle sei era stato mandato dalla zia a portare una lettera a una villa vicina, e ritornando doveva trovare a casa, a sua insaputa, il fratello.

Riconovaldo, la sera, passeggiava pel giardino sconfortato e triste. In vita sua non gli era mai toccata un'umiliazione pari a quella che Candida gli aveva inflitto poco prima, su per la scala, e nei giorni addietro, ad ogni ora, ad ogni minuto, senza remissione, duramente e spietatamente. Non c'era più dubbio per lui; gli era parso uno stupido, un tristo, un ragazzacciopresuntuoso e insolente, quello che era, in una parola. Già egli se l'era sempre sentito; era nato coll'anima per isbaglio, quella ragazza aveva detto giusto; gli amici, ridendo, gli facevano intendere la verità; egli era l'ultimo degli uomini; un bello schizzo d'uomo; un fantoccio. La vergogna, la stizza, il rodimento gli erano cresciuti a segno da mutargli il viso che pareva quello d'un altro, pareva brutto; si sentiva brutto; si sentiva di fuori com'era dentro; era annientato. E tutto questo per Candida, per quel bel cesto di ragazza senz'anima e senza forma di donna, insipida, sgarbata e orgogliosa.... Egli l'odiava.

Mentre era su questi pensieri si sentì chiamare improvvisamente per nome, e voltandosi, vide la donna di servizio; una buona vecchia che serviva in quella casa da vent'anni.

— Sono due ore che la cerco, — disse la donna — e son parecchi giorni che ho da domandarle una cosa: mi permette? —

Il giovine accennò di sì.

— Una cosa che più ci penso e meno la capisco, e c'è solamente lei che me la possa spiegare. Ma bisogna che venga con me subito, perchè non c'è tempo da perdere. —

Riconovaldo s'alzò; la vecchia, precedendolo, lo condusse alla villa, gli fece salir la scala, apri la porta della camera di Candida e gli disse: — Entri. —

Il giovane la guardò meravigliato.

— Entri, entri; se non entriamo qui, non mi posso far capire. —

Il giovane entrò e guardò intorno; era una camera semplicissima; le pareti nude, un lettino bianco, poche seggiole, e un tavolino accanto alla finestra con su qualche libro.

La vecchia chiuse la porta, si venne a piantare in mezzo alla camera, in faccia a Riconovaldo, e cominciò con aria di mistero:

— La signora Candida è una ragazza tranquilla, non è vero?

— Così m'è sempre parsa, — rispose il giovane, senza capire a che potesse condurre quella domanda.

— Non ha mica nessun dispiacere nella famiglia?

— No, ch'io sappia.

— È anche una giovane di.... giudizio, seria; voglio dire che non ha uno di quei naturali, che hanno tante, a capricci; è sempre ad un modo lei colla gente, non è vero?

— È verissimo.

— E qui in campagna non conosce altra gente che suo padre, sua zia, suo fratello, lei e la cognata, non è vero?

— Nessun altri.

— Oh dunque, — esclamò la vecchia dopo un momento di riflessione, — come mai è tanto cambiata da un tempo in qua?

— Ma se dicevate adesso che è sempre ad un modo.

— Colla gente sì; ma quand'è sola e anche quando ci son io, no.

— E cosa fa quand'è sola?

— Oh se sapesse! Senta. Ma.... prima di tutto; sa lei che ci siano dei libri che fanno piangere come disperati?

— Dove sono questi libri?

— Eccone uno. —

La vecchia tirò il cassetto del tavolino, prese un libro e lo porse a Riconovaldo.

—Storia di Sibilla, — lesse il giovane sul frontespizio; — è un romanzo, e con questo?

— Fa molto piangere?

— Può far piangere.

— Da disperati?

— Oh Dio! da disperati no; qualche lacrima, così, come se ne versano tante.

— Allora guardi; ci devono essere dei segni; legga qui. — E le indicò una pagina piegata, dove ci eran tre righe segnate coll'unghie.

Riconovaldo lesse da sè: — “Miss o' Neil era una ragazza grande, magra, angolosa, che camminava con una regolarità e una rigidezza d'automa....„

— E ora qui.

— “.... Brutta fino quasi al ridicolo, la gente si capisce, non l'aveva punto assuefatta male. Circondata sempre d'un'atmosfera glaciale, sempre imbarazzata e nervosa come persona che cammini sotto sguardi malevoli ed ironici....„

— E qui.

— “.... Voi non lo potete mica sapere tutto quello che io soffro, povera bambina, voi non lo potete.... è impossibile! Immaginatevi ch'io sono sola al mondo, più sola d'un'altra, perchè sono brutta e spiacevole, e questo mi condanna a esser sempre sola, senza affetto, senza marito, senza figliuoli! E io sarei stata una così buona madre, sapete, Sibilla, una così tenera madre!„ —

Riconovaldo, leggendo, s'era turbato; quand'ebbe finito, chiuse il libro e rimase pensieroso.

— Ma che diavolo dice quei libro? — domandò la donna.

Il giovane non rispose

— Io era qui quando la signorina leggeva, e leggendo quella pagina lì, piangeva, e faceva i segni coll'unghia, e poi, quando andai fuori, diede in un pianto dirotto, e seguitò a piangere per tutta la sera. —

Riconovaldo continuava a tacere, cogli occhi immobili a terra, come trasognato.

— E poi tante altre cose, — riprese la donna. — Una sera venne su in fretta, che pareva più allegra del solito, e cominciò a scrivere, a scarabocchiare, a stracciar fogli e ci stette fino a notte avanzata, che non pareva mai contenta del suo lavoro; e poi per che cosa? Avesse almeno scritto una lettera! Di tanto scrivere, la mattina non c'era altro che un fogliolino di carta pieno di sgorbi e di cancellature, nascosto in fondo al cassetto...

Così dicendo la vecchia aperse il cassetto, prese il foglio e lo porse; Riconovaldo lesse a stento tra frego e frego: — “.... Bisogna capirli, bisogna studiarli, ma per studiarli bisogna amarli.... I ragazzi.... Quando il cuore si apre.... la compagnia delle bambine dellasua età....„ Cos'è questo? — gridò il giovane colla voce tremante, passandosi una mano sulla fronte; scorse il foglio da capo a fondo, c'era tutto il suo discorso di quella sera intorno all'educazione dei ragazzi.

— Ma questo è niente! — disse ancora la vecchia; — o mi dica un po' lei, come può venire in mente ad una ragazza di fabbricarsi un mazzetto di questa fatta e di custodirlo come un gioiello? —

E ciò dicendo levò dalla cassetta e mostrò a Riconovaldo un mazzetto di fiori secchi col gambo lungo un palmo, legati malamente come un mazzo d'insalata. Riconovaldo riconobbe il mazzetto che aveva regalato per ischerno a Candida, e ch'essa aveva buttato in un canto.

— Che gliene pare? — soggiunse la vecchia scotendolo per un braccio, che pareva estatico. — E dire che baciava questi fiori come se glieli avesse regalati l'innamorato! Mi spieghi dunque tutto questo.

— Un momento, — rispose il giovane, correndo nel canto della finestra per esser libero coi suoi pensieri. Egli era giusto e buono; la scoperta di quel segreto gli scosse tutto quello che aveva di più gentile e di più generoso nell'anima;un impeto di gioia, una piena di dolore amaro, uno struggimento profondo di tenerezza e di pietà gli presero il cuore ad un punto, gli occhi gli s'empierono di lacrime, il petto gli ansava, ed egli mormorava tra sè concitato: — M'ingannavo, dunque! Essa è buona, è santa, mi amava; la ragione della sua freddezza è in quelle parole del romanzo; non poteva sperar nulla, credeva impossibile ch'io la ricambiassi, si voleva sottrarre al pericolo, si voleva vincere; taceva, soffriva, piangeva, mi perdonava, scriveva le mie parole, baciava i miei fiori, e io la credevo senza cuore, io la pungevo, io la schernivo, io l'ho insultata; io che non son degno di baciarle il vestito, io ho insultato lei, quella giovane disgraziata, quel povero angelo senza speranze e senza conforto; io sono un vigliacco!

— Signor Riconovaldo, — disse improvvisamente la vecchia, — è arrivata la carrozza; se ne vada via subito; guai a me se Candida lo vede qui! Ho appena tempo di riporre i libri.

— Andatevene.

— Ma no; lei mi vuol far sgridare; per carità vada via, a momenti Candida è qui, la scongiuro, se ne vada!

— L'aspetto.

— Ah! no, signore, per carità.... Dio! Eccola qui!

— Oh Candida! Candida! — proruppe Riconovaldo con un accento profondamente doloroso e supplichevole, correndole incontro colle mani giunte; — perdono, mia povera Candida, perdono! —

Candida capì a volo, e indietreggiò gettando un grido.

— No, Candida! — continuò affettuosamente il giovine pigliandola per mano, e conducendola in fretta vicino alla finestra, — non mi sfuggire; perdonami; tu sei buona, tu sei un angelo; ho visto un libro, i fiori, quel foglio di carta; io non sapevo nulla, io non potevo immaginare;... io sono stato un indegno; tu sei buona, Candida, perdonami; io non posso vivere con questo rimorso nell'anima; sarebbe una disperazione; non sono cattivo, Candida; te lo sarò parso, ma non lo sono, te lo giuro; parlavo per dispetto, credevo che tu mi disprezzassi e mi sentivo offeso; perdonami, dimmi che ti scorderai tutte le mie parole; io t'ho fatto del male, lo so, sì; tu neghi, perchè sei buona, ma t'ho fatto del male; se tu non miperdoni, vivrò sempre col crepacuore e colla vergogna; io t'ho insultata, Candida; perdonami....

— Riconovaldo! — esclamò Candida con voce manchevole, cercando di sciogliersi dalle sue braccia. — Non è niente vero... vi siete ingannato.... lasciatemi....

— .... Tu sei offesa, — egli continuò con voce affannosa, baciandole il vestito a ogni parola, — tu non mi vuoi perdonare, è giusto; ma io non voglio lasciarti così, è impossibile, non saprei più che far di me, non mi potrei più soffrire, sarei troppo spregevole anche ai miei occhi; mi parrebbe sempre di vederti piangere, mi saresti un ricordo doloroso per tutta la vita, io non posso andarmene senza il tuo perdono; Candida, te ne scongiuro, perdonami... cara, buona Candida....

— Sì, perdono.... — mormorò con voce semispenta la ragazza, posandogli la mano sulla fronte per tenerlo lontano — ma andatevene, andatevene....

— No, perdono non basta, Candida; dimmi qualche altra parola; tu non hai detto perdono col cuore; dimmi che mi perdoni tutto, che dimenticherai tutto, che non mi credi un indegno,che le mie parole non ti faranno piangere, che le terrai come parole d'un insensato, dette in un momento di passione; io volevo essere stimato da te; io non posso sopportare l'idea che tu mi disprezzi, tu che sei tanto buona; dimmi che mi stimi ancora, te ne scongiuro; ho bisogno del tuo perdono e della tua stima!...

— La mia stima! — gridò Candida, frenando un vivo slancio d'affetto.

— Sì, sì, Candida, dimmi questa benedetta parola; dimmi così: — Riconovaldo, io ti perdono e ti stimo.

— Ebbene, sì! — esclamò essa, fissando i suoi occhi ardenti e soavi in quelli gonfi di lacrime del giovine; — io ti perdono, io ti stimo... ti stimo, e ti.... stimo! — soggiunse a bassa voce.

— Candida! — gridò il giovine balzando in piedi con rapidità fulminea, e stringendole la testa tra le mani; — tu volevi dire un'altra parola; dilla! —

E Candida gli bisbigliò all'orecchio: — T'amo! — e nascosto il viso contro la spalla di lui, diede in un pianto disperato.

In quel punto furono scossi da uno strepito sul terrazzino dalla parte della camera d'Iride; sentiron prima la voce di Furio, poi quella di Carlo, poi il suono d'un potentissimo schiaffo, un grido d'Iride, un rumore concitato di passi.

— Ah! l'avevo preveduto! — gridò Candida, slanciandosi fuori della camera; il giovane la seguì.

Furio, inconsapevole dell'arrivo di Carlo, tornando ch'era già notte alla villa, e vedendo il lume nella camera d'Iride, e lei appoggiata alla finestra colle spalle verso la campagna, era corso in punta di piedi sul terrazzino, era salito adagio adagio sul parapetto, e l'aveva baciata nei capelli, dicendole appassionatamente: — Caro angelo! — Il marito, ch'era nella camera, l'aveva rovesciato con uno schiaffo fuori della finestra, a viso in giù, sopra i vasi dei fiori.

Furio, atterrito, fremente, col volto sanguinoso, pallido come un cadavere, si precipitò per le scale in cerca d'un rifugio. Carlo lo inseguì; il ragazzo si cacciò nella prima stanza a terreno, ma non fece a tempo a chiuder la porta; il fratello entrò minacciando; egli, forsennato per lo spavento, afferrò un fucile da caccia in un canto e si mise in guardia colle spalle alla parete; Candida apparve sulla porta, Carlo incalzò più sdegnato; Furio, dando indietro ancora, urtò il calcio del fucile nel muro, il colpo partì, la ragazza scappò gettando un altissimo grido, Riconovaldo le volò dietro, Carlo scomparve... Furio lasciò cadere il fucile e restò là solo, immobile, pietrificato.

Seguì qualche minuto di silenzio profondo.

Riconovaldo ricomparve sulla porta e disse freddamente:

— Candida è ferita nelle dita.

— Ferita! — gridò disperatamente il ragazzo cacciandosi le mani nei capelli, e poi slanciandosi di corsa: — Oh Dio! presto! subito! Bisogna fasciarle la mano!

— No, — soggiunse il giovane fermandolo, — bisogna tagliarle il braccio. —

Furio svenne.

La mattina appresso Iride e suo marito partirono; in poche parole era stata chiarita ogni cosa; la condotta sconsiderata della signora era stata indovinata e posta fuori di dubbio alla prima; nè lei nè Carlo potevano più rimanere alla villa.

Furio ritornò in sè molto tardi; riavutosi dallo svenimento, lo aveva preso una febbre violenta. Quetata la febbre, e con essa il delirio, egli si trovò nella sua camera solo e circondato da un profondo silenzio come se la villa fosse stata abbandonata. Il pensiero di quel che era accaduto la sera lo assalì all'improvviso, lo prese un'angoscia disperata, e pianse amaramente per molte ore, esclamando fra i singhiozzi: — Candida! mia povera Candida! Che cosa ho mai fatto! — e desiderava di morire.

Stette per molte ore solo, senza sentire il suono nè d'un passo nè d'una voce, oppresso da uno sgomento indicibile.

A un tratto si spalancò la porta della sua camera. Egli balzò a sedere sul letto; ma non vide nessuno, non sentì nessuno; la porta pareva stata aperta da un fantasma.

Passò qualche altro minuto.

Sentì un rumore di passi lenti e gravi; tremò; qualcuno saliva su per la scala; passò suo padre davanti alla porta, senza guardare; passò la zia, passò il medico di casa, passò un signore sconosciuto, passò Riconovaldo, tutti silenziosi, col capo basso, tristi. Egli tese l'orecchio, sentì che salivano al secondo piano, e restò immobile col respiro sospeso. Allora gli tornarono in mente quelle parole: — Bisogna tagliarle il braccio; — e cominciò a tremare violentemente in tutta la persona.

Dopo pochi minuti s'affacciò qualcuno alla porta e disse:

— È finita. —

Allora Furio gettò un grido straziante e cacciò la testa sotto le coperte prorompendo in singhiozzi disperati.

In quel frattempo Riconovaldo condusse nel salotto da pranzo i due vecchi, e li fece sedere davanti a sè, dicendo che lo stessero a sentire senza interromperlo.

— Vi ho fatti venir qui — cominciò con viso e accento severo — per dirvi che la cagione di tutto quello che è accaduto siete voi. —

Il vecchio si rizzò.

— Lasciatemi dire, — riprese Riconovaldo; — v'ho da dire una cosa che nessuno vi disse mai, o che voi non voleste mai capire. Ed è che per Furio voi non avete mai avuto cuore, che lo avete disconosciuto, trascurato, e tenuto in casa come un estraneo, credendovi sciolti da ogni dovere verso di lui con dargli da mangiare e da dormire... Lasciatemi parlare... L'avetecreduto sempre uno scemo, ed è pieno d'ingegno; perverso, ed è pieno di cuore; e rivende in tutto e per tutto voi, suo fratello, me, tutta la mia stirpe e tutta la vostra. Voi lo avete sempre umiliato; gli avete turato la bocca ogni volta che v'ha domandato un po' d'affetto; l'avete tenuto qui per comodo vostro sei mesi dell'anno, come una fiera in un parco, a inselvatichirsi nella solitudine e a istupidirsi nella noia; gli avete fatto respirare per quattordici anni, non l'aria pura e benefica della famiglia, ma quella fredda e pesante d'una casa d'ospizio, come se l'aveste raccolto per la strada, o ve l'avessero dato a convitto; non avete avuto un palpito insomma, non vi siete dati una cura, non vi siete preso un pensiero, un solo pensiero per lui. Nessuna meraviglia dunque che questo ragazzo, con tanto affetto nell'anima, a cui s'impedì sempre l'uscita, l'abbia poi versato tutto con impeto alla prima occasione; nessuno stupore che le prime parole affettuose abbiano trovato in lui un'eco troppo viva, se non glien'avevate mai fatta sentire nessuna; nulla di più naturale che il primo viso di donna che gli si parò dinanzi, gli abbia fatto dar di volta al cervello, s'egli non n'aveva mai visti,se era stato sempre lontano dalla gente, se era sempre vissuto in mezzo ai campi come un eremita. Sacrificate una volta i vostri comodi, se avete cuore e giudizio, andate a stare in città, conducetelo con voi nelle case dei vostri conoscenti, fatelo stare in mezzo alle bambine, sfranchitelo, incoraggiatelo, amatelo, e fategli capire che lo amate, e penetrate un po' nell'anima sua e nella sua testa, chè non tutti son fatti a un modo e non bisogna giudicar tutti da noi. E finitela con questa maniera d'educazione che vuol mantenere l'autorità colla freddezza e la disciplina coll'umiliazione, e non fa altro che soffocar l'amor proprio, indurire il cuore, alimentare la diffidenza, seminar l'avversione e l'ingratitudine. È un'educazione da collegi. La casa non è un collegio. Nella casa non ci devono essere nè freddezze, nè odii, nè ipocrisie, nè oppressioni; nella casa si corregge, si consiglia, si prevede, si dà dei buoni esempi, e si ama, e così si compie il proprio dovere, si educano i figliuoli, si preparano gli uomini e si lavora per la società. Scusate se sono stato un po' duro, e ora andiamo a terminar questa scena.

Tutte queste cose erano state dette con tanto calore, con tanta forza, con un accento cosìfermo di persuasione, e tanto spedito, che i due vecchi, sopraffatti, non solo non trovarono modo d'interrompere, ma nemmeno quand'ebbe finito non riuscirono lì su quel subito a infilar due parole. L'ispettore avrebbe ben voluto dire, con aria di rassegnazione, che c'eraqualchecosa di vero;ma il giovane lo spinse leggermente fuori del salotto, senza lasciargli il tempo di rifiatare.

Riconovaldo s'affacciò alla porta della camera di Furio e lo chiamò per nome.

Furio, pallido e trasfigurato che metteva pietà, venne innanzi tremando e vacillando.

— Animo — disse il giovane — ora è tempo che tu venga a veder tua sorella.

— Oh! no! — esclamò il ragazzo con voce di pianto, retrocedendo; — non posso! non ho coraggio!

— Vieni! — ripetè Riconovaldo con accento imperioso. — È nostro dovere d'importelo e tuo dovere d'obbedire.

Furio obbedì; Riconovaldo lo prese per mano e lo condusse sopra; il padre e la zia lo seguirono.

Sul punto d'entrare nella camera di Candida, Furio si sentì mancar le gambe; il giovinelo sorresse e gli disse: — Coraggio! — ed entrarono.

La camera era quasi buia; Candida era a letto tutta coperta fino al mento; Furio gettando un grido disperato si lanciò verso di lei, ma si arrestò ad un tratto e cadde in ginocchio, singhiozzando: — Candida! Candida! io ti volevo tanto bene... perdono! —

Candida tirò fuori un braccio e fece l'atto di cingergli il collo; Furio s'alzò, chinò il viso sulla spalla di lei, esclamando con voce soffocata: — Oh Dio! Dio! che cosa ho fatto! che cosa ho fatto! — ed essa gli posò la mano sul capo e stettero un po' di tempo così.

All'improvviso Furio si sentì sul capo un'altra mano, e balzò indietro atterrito.

Candida, sorridendo, gli tese tutt'e due le mani sane e intatte come le aveva sempre avute.

Furio guardò, si passò una mano sugli occhi, girò lo sguardo intorno, lo rifissò sulle mani di Candida, cominciò ad ansare, a gemere, a sorridere, a mormorare qualche tronca parola, ad agitarsi tutto come preso da febbre, e poi, tutto a un tratto, raccolta con grande sforzo la voce, proruppe in un altissimo grido di gioia e si gettò fra le braccia di sua sorella.

— Povero Furio! — essa gli disse, accarezzandolo affettuosamente, — perdonami; ho fatto tutto questo per tuo bene; il dolore che hai sofferto per cagion mia t'ha guarito; ora sei contento e tranquillo; ma ho sofferto anch'io tanto per te; pensa quel che mi dev'esser costato il farti penare così! Riconovaldo m'aiutò, persuase il babbo e la zia, eravamo tutti d'accordo; tu mi perdoni, Furio, non è vero? —

Furio senza staccar la bocca dal viso di Candida accennò di sì.

— Ed ora, — uscì a dire Riconovaldo, — io ne ho già parlato al babbo e alla zia; Furio verrà a fare un piccolo viaggio con me, per compenso di quello che gli abbiamo fatto soffrire. —

Furio si gettò al collo di Riconovaldo. Questi si accostò a Candida, cinse con un braccio la testa di lei, coll'altro la testa di Furio, se le serrò tutt'e due contro il petto, e dopo aver guardato un pezzo i due vecchi meravigliati di quell'atto, sorrise e disse: — Non avete ancora capito che c'è qualche faccenda da accomodare? —

E allora Candida nascose dietro al capo di Furio il suo viso purpureo e radiante di fidanzata.


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