Dodici ore dopo, cioè fin da questa mattina per tempo, non si discorre d’altro in paese che della mia nomina. Si dice che io sono più forte del Buccelli e della gazzettaIl Vero Italiano. Ho già ricevute molte visite, e mi accorgo che incomincio anch’io a parlare come il prefetto. Il signor Mosè, che ha un gran rispetto per le autorità costituite, è venuto anch’egli a farmi i suoi omaggi e ad annunziarmi una visita del signor Garofani e di sua moglie. Il signor Mosè aveva un paio di guanti bianchi a maglia e uno spillone di diamanti allo sparo della camicia.
25 aprile 1866.
Quale non fu, ier l’altro, la mia maraviglia nel sentirmi dire dal fattore, il quale ha sempre le primizie di tutte le novità, che la figlia del signor Garofani si maritava, e che era sposa a un conte. Gli dissi ch’era matto, e mi sono anche un poco inquietato. Ma il buonuomo mi rispose di averlo inteso da una donna che porta le ova alla signora Giuseppina, alla qual donna lo aveva per l’appunto confidato la signora Giuseppina in persona. Ma chi è questo conte? Nè il fattore, nè la donna delle ova non lo sapevano; siccome però ne andava già intorno la voce nel paese, così il fattore mi garantiva che per il giorno dopo mi avrebbe saputo dire proprio com’erano andate le cose. Io ero lì lì per andare diviato dalla signora Giuseppina, quand’eccomi un messo con una lettera. Era il Borsa che per rendermi conto della sua missione, mi voleva in tutta fretta fuori del paese; egli mi sarebbe venuto incontro per una certa stradicciola, lungo la quale non era facile imbattersi in alcuno, perchè in quelle ore, diceva, non c’era un fil d’ombra. Presi il cappello e l’ombrello, e mi avviai incontro al Borsa.
Il Borsa aveva in questi pochi giorni parlato a lungo e a più riprese col signor Mosè. Come due emigranti d’uno stesso paese, che per caso s’incontrano in mezzo a gente nuova e lontana, ben presto essi avevano stretta la più cordiale amicizia; i loro animi si erano versati l’uno nell’altro; s’erano capiti a vicenda, ed era nata tra loro una sincera e reciproca ammirazione. Il Borsa mi trattenne per quasi due ore, dopo che l’ebbi tirato all’ombra, sui discorsi fatti col signor Mosè, sulle prime avvisaglie, sulla propria finezza nel trattare le cose delicate, e sulla grandezza d’animo del suo nuovo amico. Il Borsa ne aveva dette delle belle. Confesso che io non sarei arrivato a pensarne tante, e che, se le avessi pensate, mi sarebbero parse le peggiori di questo mondo. Quanto è difficile il trovare gli uomini che sieno al giusto livello delle cose!
Il Borsa aveva fatto pernio dei suoi ragionamenti col signor Mosè, l’illustre casato di Aldo e il suo titolo di conte.Gli aveva dimostrato all’evidenza tutto il lustro e tutti i vantaggi che questo titolo avrebbe recato alla sposa, ai signori Garofani, e agli amici di casa. Gli aveva narrato che nella famiglia d’Aldo osservavasi da dugent’anni che ad ogni terza generazione nasceva un vescovo; e siccome nelle ultime due generazioni questo caso non s’era verificato, così era evidente che ai nuovi sposi era serbato l’onore di continuare un tanto lustro della famiglia. Per questo fatto, e per tanti altri di simil genere che il ricordare sarebbe un po’ lungo, dal matrimonio d’Adelina con Aldo doveva venire di riverbero un grande splendore; e che in conseguenza si sarebbe veduta presto qualche insegna di ordine cavalleresco sul petto del signor Garofani, e fors’anche di taluno di quelli che fanno con lui ogni sera la partita a tarocchi.
Poi, da una tanta beatitudine, il Borsa era disceso bruscamente, all’ipotesi contraria che in buona fede gli faceva dirizzare i capelli in testa. Se per avventura, un giorno, Aldo o qualcuno per lui avesse levato il velo che copriva le nefandità del Buccelli, sarebbe nato un cataclisma, dopo il quale si sarebbero veduti i Garofani in fondo a un abisso. Toccata la corda del Buccelli, il Borsa non l’avrà lasciata così subito, e scommetterei che col signor Mosè, in questo argomento, sarà stato di gran lunga più espansivo che non sia di solito con me. Anche sul mio conto deve averne dette non poche. A ogni tratto, nella narrazione, saltava fuori il mio nome, seguito subito da una reticenza. Tra gli articoli di fede del Borsa c’è anche quello ch’io sia un uomo che sa tutto e che può tutto. Egli deplora grandemente che io lasci inerte la mia onnipotenza, ma credo che verrà la volta nella quale mi scoterò e che farò movere il mondo a mio modo. Egli dunque avrà cercato di far passarequesta credenza nel suo nuovo amico, il quale non è terreno ingrato per queste cose.
Il signor Mosè rimase colpito dalla grandiosità dei pensieri e delle combinazioni del Borsa, a quanto me ne disse questi, che non voleva render monca la storia per ubbidire troppo alla modestia. Non volendo parere da meno, il signor Mosè gli aveva confidato in ricambio l’affare del matrimonio d’Adelina col figlio d’un mercante, che era una combinazione profonda anch’essa e tutta sua. Però, in considerazione dei nuovi casi avvenuti, egli non esitava di associarsi alle viste del Borsa, e si faceva garante di guidare la barca in porto felicemente: ma bisognava lasciarlo solo al timone, perchè, diceva «le cose grandi non si menano a fine da tutti.»
Bisogna però dire che le vie del signor Mosè non conducessero in paesi molto reconditi e lontani, se ventiquattr’ore dopo ci si era imbattuta anche la donna delle ova. Egli infatti cominciò col pigliare subito la signora Giuseppina, perchè, come si sa, la moglie è il ponte che conduce nella cittadella delle risoluzioni d’un marito. La signora Giuseppina in cinque minuti disse di no, disse di sì, e pigliò tanto fuoco, che ora non sa star più nella pelle. Ma siccome ha giurato di non dir niente sinchè durano i lavori di approccio intorno a suo marito, intrapresi con calma e ponderazione dal signor Mosè, così è tutta accesa in faccia, non può star seduta due minuti, va e viene di qua e di là, e tiene chiusa la bocca per timore che le sfugga il secreto. Ma quelle mezze confidenze, che vanno già in giro per il paese, le deve aver fatte tutte lei a furia di tacere. Siccome poi «quando si promette un silenzio proprio assoluto» diceva lei «non si può parlare che con una sola persona» così, dopo essermi stata un poco intorno come la farfalla al lume, la signora Giuseppina aveva finito anche questa volta perscegliermi a confidente delle sue gioie e dei suoi nuovi progetti. Essa dunque capitò da me per poterla discorrere con comodo, col cuore in mano, e lontana dagli occhi deiseccatori, come chiamava in quel momento gli amici di casa.
Questo mio pensiero d’un matrimonio tra Aldo e Adelina era stato, diceva la signora Giuseppina, «l’ispirazione d’un Dio.» Le pareva impossibile che una simile idea non fosse venuta a lei: «però, soggiungeva, c’era mancato poco.» Ora poi lei vedeva tali combinazioni nell’avvenire, che sfidava chi si sia a vederne altrettante; e infilava il discorso su questo tèma con una serie di variazioni sulle corde più acute del suo entusiasmo, eseguite con la celerità di un maestro concertista. Per un po’ le tenni dietro; ma mi passò dinanzi, tutto a un tratto, un nuvolone che venne a gettare molta ombra sul mio orizzonte, e a farmi cambiare strada, per modo che la voce della signora Giuseppina presto non mi giunse che come la voce confusa d’una persona che parla da lontano. Alla fine venne a richiamarmi una fermata improvvisa, seguìta da un cambiamento di tono. La signora Giuseppina, accorgendosi forse che m’ero fatto serio, s’era messa sul serio anche lei, e aveva cominciato a dire che non c’è rosa senza spine, come diceva Baldassarre, suo primo marito, uomo di gran peso; e che le spine, ossia i pensieri e le difficoltà, sarebbero questa volta toccate tutte a lei.
«Non parliamo di tutto il resto» continuava essa «parliamo solo della biancheria!... Il pensare a tutta la biancheria che ci vorrà per una contessa, crede lei che la sia cosa da niente?... che ci sia da canzonare?... Nel castello, lei lo sa, adesso ci ballano i topi, e a rifare una casa, sia detto tra noi, così spiantata, ce ne vorrà, denari a parte, dei pensieri e dei fastidi! E poi, e poi,me la vedo, avrò due case sulle spalle. So che cosa sono queste contessine!... Anche mia figlia la dovrò chiamare la signora contessina smorfiosa!» Con quale compiacenza l’avrebbe chiamata così, non lo diceva, ma si capiva da un risolino che spuntava anticipatamente.
«Intanto» riprese la signora Giuseppina dopo una pausa «bisognerà che pensi a preparare Adelina, perchè una novità di questa fatta, lei mi capisce, sentita così su due piedi....»
«Mi scusi» saltai su allora io con vivacità «lei non ne dirà nulla ad Adelina per il momento. Qui la mi deve permettere che comandi ancor io per un poco, e questa sarà l’ultima volta!»
«Oh, lasci fare, so ben io come le si prendono queste cose! Ci vuole tutta la delicatezza... oh diavolo! non ho preso marito due volte per niente!»
«Sta bene, ma il momento di parlarne con Adelina non è ancor giunto. Abbia pazienza, lo dirò io....»
«Ma se, tornata a casa, io trovassi per esempio il signor Mosè, il quale mi dicesse che mio marito ha dato il consenso. Ma!... allora io corro da Adelina....»
«Ah, è così che lei dà le nuove a poco a poco?»
La signora Giuseppina cercò di ripigliarsi alla meglio, ma intanto io continuai e col tono più serio del solito le feci promettere di non far parola di nulla ad Adelina senza ch’io lo sapessi. Come l’ebbe promesso, e come si accorse che per il momento non poteva scovare di più, se ne andò, ma con la faccia un po’ lunga e con l’aria d’essere poco persuasa.
Rimasto solo, quella nube che poco prima era venuta a offuscare il mio bell’orizzonte ritornò. Mi lasciai cadere sulla mia poltrona, e chiusi gli occhi. Mi pareva allora di veder giungere un messo con una lettera che chiamava Aldo al battaglione:... poi da lontano, tra unnuvolìo di polvere, vedevo correre, dove era più fitta la battaglia, le artiglierie, i battaglioni, Aldo....
Saltai in piedi, presi il cappello, ed uscii a respirare la brezza della collina, perchè in quel momento m’erano venuti addosso tutti i miei malanni d’una volta.
28 aprile 1866.
Sono proprio il sindaco di Borghignolo, non c’è rimedio! Quella carta col nastro di seta che mi lasciò nelle mani il prefetto, chiedeva ed ebbe una vittima. Pochi giorni dopo, ho dovuto ubbidire e comandare, alzar la voce, scarabocchiar carta in fretta, dissuggellare i pieghi, fare insomma quello che fanno dal più al meno tutti i potenti della terra. Io però mi son detto:che bestia!quando sono salito al potere, mentre essi piuttosto se lo dicono quando discendono. Ma mi prometto di togliere questa differenza e di rinnegare la mia esclamazione, se alla fine potrò dire di aver fatto un po’ di bene.
Intanto dovrò dare l’addio a queste pagine, e glielo do con dolore, a cui vo confidando da un anno tutto quello che mi passa per la mente e per il cuore. L’ozio che ci voleva per fantasticare, per tormentarmi, per scrivere, ora se ne è andato. D’ora innanzi i miei pensieri non li confiderò più che allacarta bollata. Sarà meglio?... Sarà peggio?... Mi è ritornato, non so come, un po’ di vita; dunque tiriamo innanzi, e cansiamoci dalle ricadute. Pure, prima di chiudere, forse per sempre, questo scartafaccio, vorrei scriverci ancora un’ultima pagina; l’ultima pagina della semplice ed intima storia che a poco a poco è venuta formandosi, compagna giorno per giorno dei miei pensieri. La fine è vicina,molto vicina. Ma quale sarà? Vedrò io crescere presso di me una lieta famigliola, che sarà il porto felice ne’ miei ultimi anni, o dovrò vivere ancora più triste e solitario di prima, col cuore spezzato da una nuova disgrazia?...
Da un capo all’altro d’Italia si aspetta che il Re ci dica: «il tempo di riprender l’armi è venuto.» Domani stesso, anche sulle cantonate di Borghignolo, potrebbe essere affissa la chiamata dei contingenti. Domani stesso il Borsa, che finalmente siede trionfante nell’ufficio della posta, mi potrebbe dare la lettera che chiama Aldo al suo battaglione. E poi?... E poi aspetterò, lo so io con quale trepidazione, la fine della mia storia per chiudere questo quadernuccio al quale, comunque la vada, non avrò dopo più nulla da aggiungere. Oggi ho ancora una pagina lieta. Spero che non sarà l’ultima, ma mi affretto a scriverla.
Il signor Mosè ha trionfato; è entrato nella cittadella, e ne è uscito con l’alleanza e con la pace perpetua. Il Garofani diede incarico a lui di portarmi ilsì; poi venne con solennità a confermarmelo in persona. Mentre io mi disponevo a preparare Aldo a una nuova di questa fatta, la signora Giuseppina, ad onta di tutte le sue belle promesse, corse nelle braccia di sua figlia, e in un sol fiato le disse ogni cosa. Poi corse in cerca di Aldo, fece altrettanto, ed io li trovai abbracciati che ridevano e piangevano come due matti. Il primo giorno fu un carnovale. La signora Giuseppina era in giro per il paese a mettere a parte delle sue gioie quanti passavano per strada; Aldo non sapeva più quello che si diceva; il Garofani e il signor Mosè facevano piani e progetti, consultandosi a vicenda; il Borsa tonava in caffè contro i tiranni e contro i timidi. Tutta questa brava gente poi, non faceva che rincorrersi, cercando l’unodell’altro. Quando si trovavano, era un riprendere le congratulazioni, abbracciandosi e baciandosi. Il signor Mosè, nell’entusiasmo, pigliava di tanto in tanto certe pose che pareva si preparasse a ballare. Insomma si sarebbe detto che a capire tanta allegria non bastasse il mondo intero, sebbene in quel momento io lo lasciassi tutto per loro. Avendo ben altro per il capo, io rimanevo intanto senza parole e sopra pensiero, nè c’era modo che mi potessi togliere di dosso una certa malinconia. Fortunatamente nessuno badò a me, perchè avevano altro a fare.
Il giorno dopo ci fu un improvviso cambiamento di scena. Com’era naturale, Adelina, dopo un’emozione così forte e venuta così bruscamente, fu presa da qualche accesso convulso, e bisognò mandare per il medico. La signora Giuseppina diede subito in pianti e in smanie, e dietro lei, tutti gli amici di casa rimasero con la faccia lunga e senza parole, come se fosse accaduta una disgrazia senza rimedio. Io, che prevedo giorni ben più agitati e pieni di pericoli davvero, cominciai questa volta ad alzar la voce per acquietarli, e a dar loro un po’ di animo con lo strapazzarli dal primo all’ultimo.
Adelina finalmente principiò a riaversi, e la baldoria in casa Garofani è ricominciata. La signora Giuseppina vuol festeggiare insieme gli sponsali e la guarigione dellacontessina, come dice lei, con un gran pranzo, e stamani la trovai in una discussione burrascosa col cuoco; discussione in cui non mi pareva che i contendenti avrebbero finito così presto con l’intendersi. Alla discussione per il pranzo prendevano una parte animatissima anche il Garofani, il Borsa e il signor Mosè. Questi però discutevano sugl’inviti, perchè, riguardo ai piatti, la signora Giuseppina aveva troncato ogni discorso, dichiarando ch’era affar suo, e che altri non doveva metterciil naso. Ma anche sugl’inviti non pareva che la discussione fosse per finire troppo presto. Il Garofani propendeva per una politica di conciliazione, e voleva invitar tutti, per chiudere con un pranzo quest’ultimo capitolo delle gare civili di Borghignolo. Il Borsa diceva ch’egli non avrebbe mai avuta la debolezza di consigliare simili transazioni. Diceva che gl’inviti andavano fatti con una mano di ferro, e ricordava i tempi della sua prima adolescenza, quelli di Napoleone I; tempi felici, in cui nessuno osava alzar gli occhi, e tutti tremavano come foglie. Il signor Mosè teneva strette le labbra, e accennando col capo, così al Garofani come al Borsa, di non esser lontano dal loro avviso, andava cercando il giusto mezzo tra le due opinioni. Di tanto in tanto ci buttava dentro qualche parola il cuoco, il quale propendeva evidentemente per delle esclusioni. Dietro il cuoco veniva per necessità la signora Giuseppina, ma essa sosteneva con calore che si facevano gl’inviti per fare festa agli sposi, e non per il bel muso degli invitati; che non si doveva dunque guardare troppo pel sottile; che più gente ci fosse, maggiore sarebbe l’allegria; e che, pur d’esserci il posto, unpifferodi più non guastava.
Intanto Aldo e Adelina discorrevano tra loro in un canto della sala, arrossendo ogni volta che si guardavano in viso. Essi non si accorgevano di tutto il rumore che si faceva intorno a loro. Ne erano così lontani!... Erano in paradiso!... Ed io vedendoli in quell’estasi di felicità, pensavo alla chiamata dei contingenti, e mi sentivo stringere il cuore, per quanto non lo volessi e ne fossi stizzito contro me stesso.
15 maggio 1866.
La chiamata di Aldo al suo battaglione e quella dei contingenti, giunsero l’una dietro l’altra e ben presto, come me l’ero immaginato. Il mondo è pieno di dolori, ma la natura umana è così pronta a contrapporgli i suoi ripieghi, che il male non riesce mai così grave come si prevede. Io tremavo, pensando al momento in cui Aldo avrebbe dovuto staccarsi da Adelina e dalla sua nuova famiglia, e partire per la guerra. Avrei voluto darlo io a poco a poco questo annunzio, prima che arrivasse bruscamente; ma, nel pensarci, mi sentivo raccapricciare. Son così poco fatto io per essere messaggero di notizie che fanno piangere! Intanto i giornali e la voce che andava intorno non parlavano che di guerra, e si fissava anche il giorno preciso in cui sarebbe incominciata.
Il signor Garofani sulle prime aveva accolte queste voci con un sorriso d’incredulità, e aveva l’aria di dire: «come volete mai che ci sia la guerra, mentre io non ne so niente?» Ma una bella mattina gli arrivarono lettere de’ suoi corrispondenti, e queste mutarono tutta la scena in un tratto. Entrando in casa Garofani, li trovai tutti allegri, e in mezzo a grandi novità: finalmente le notizie vere si sapevano: il Garofani con la scorta delle sue lettere, e parecchi del paese, venuti a far circolo, con la scorta d’una furberia tanto antica e sempre nuova, avevano combinato tutto un sistema di politica, che lasciava indietro di gran lunga quello che i governi volevano dar ad intendere.
«Però» diceva uno della brigata «bisogna convenire che il governo fa bene a salvare le apparenze. Ma tra di noi, a quattr’occhi.... eh, eh, le si vedono le cose! Don Michele tace, ma scommetto che sa tutto da un pezzo!» Io che non ne sapevo proprio niente, a buon contotacqui, rifugiandomi in quel sorriso col quale si piglia tempo, e che ognuno interpreta come gli torna. Tutti mi furono addosso, in un batter d’occhio, perchè votassi anch’io il mio sacco delle novità.
«Piano, piano» presi allora a dire» mi dicano prima quel che sanno loro, e poi vedremo se siamo d’accordo.»
Prima, uno alla volta, poi tutti insieme, facendo a chi ne metteva fuori di più furbe, mi condussero a traverso a una politica così fine, che qualche volta non era molto facile l’intenderla. Tra pochi giorni dunque, dicevano, sarebbe incominciata la guerra; ma non bisognava credere che le potenze volessero picchiarsi di buono. Eh, se fossero pazze! La cosa era già tutta combinata, o almeno ci mancava ben poco. La Prussia faceva finta di fare alleanza con l’Italia, per togliere il Veneto all’Austria, la quale faceva finta di far la guerra a tutte e due per salvare l’onor delle armi; e ammettevano che non aveva tutti i torti. La Francia e la Russia facevano finta di restar neutrali, per poi pigliarsi ciascuna qualche buon boccone, sul quale erano già d’accordo. Le ova erano belle e aggiustate nel paniere, ma naturalmente nessuno lo doveva sapere, e si faceva finta di fare una gran guerra per salvare le apparenze. Qualcuno poi, volendo spiegar troppo, inciampava in qualche punto oscuro, ma a ciò nessuno badava per non disturbare la simmetria delle combinazioni. E forse per questa stessa ragione, nessuno aveva voluto domandare a chi poi si trattasse di darla ad intendere, dal momento che tutti erano d’accordo! In fine poi si invidiava a una voce Aldo che, parendo di partir per la guerra, avrebbe passato una quindicina di giorni tra le feste e l’allegria, per poi tornarsene in Borghignolo a sposar l’Adelina.
«Eh lei sorride!» saltarono su in parecchi; «lo dicevamonoi che lei sapeva ogni cosa già da un pezzo! Don Michele è sempre stato un gran diplomatico! Ci ha forse avuto anche lei una mano in questi affari: Eh! lei non lo dirà mai, ma ci sarebbe da scommettere! È fine don Michele!...»
Confesso che in quel momento mi sentii come strascinato a prender parte alla comune allegria, sperando che la Provvidenza, la quale ci aveva pensato così bene sino a quel punto, ci avrebbe pensato anche poi.
Il giorno dopo, eravamo tutti in piazza a far festa ai contingenti che partivano. S’era messo assieme dei quattrini, e si fece un po’ di borsello a ciascun soldato. Poi vennero de’ fiaschi di vino di cui la Giunta municipale fu molto larga, pensando che ne avrebbero bevuto anche i consiglieri. Erano ventisette i nostri soldati di Borghignolo a cui tutta la gente del paese era venuta a dare il saluto della partenza, tra gli evviva, le strette di mano, e anche qualche lacrima che una madre, una sorella, una sposa non sapesse trattenere, pure forzandosi di dividere l’allegria comune. Da ogni parte era un gridare, un chiamarsi a nome, un rispondere; chi intonava una canzone di reggimento, e chi una alle ragazze del paese; chi gridava viva l’Italia, e chi viva la Marianna o la Teresina! Nessuno era malinconico davvero, e anzi ognuno voleva parere un poco più allegro di quello che non fosse realmente.
Quando poi s’era dato sfogo a qualche evviva in comune, i vecchi e le mamme si tiravano i loro figlioli a sè, e si vedeva la gente divisa in gruppi, intorno al soldato, a cui si dava una benedizione, un consiglio, o si chiedeva una promessa, un abbraccio, mentre gli si aiutava a infilare le cigne dello zaino, ad arrotolare il cappotto, o ad assestarsi il cinturone.
Io non potevo levar gli occhi da quello spettacolo,e guardavo quella buona gente con una commozione profonda. Pensavo qual triste domani poteva venire per loro, dopo una giornata di battaglia. Pensavo al gran sacrificio che sarebbe rimasto ignorato, così di quelli che potevan morire, come di quelli che li avrebbero pianti! Tra questi pensieri, mi ritornavano alla mente i miei sogni giovanili, di quando, più che trent’anni prima, pensavo pieno di entusiasmo al giorno in cui da ogni parte d’Italia sarebbero accorsi i mille e i mille guerrieri per finire l’antica contesa. Adesso quel giorno era venuto. La scena era più semplice di quella che la fantasia mi aveva dipinta; ma il cuore ne era ancor più commosso, e gli occhi a stento trattenevano le lacrime.
«Prodi guerrieri!» gridava il Borsa, salito su un mastello capovolto, nel quale poco prima s’era portato il vino, «ricordatevi di non lasciar partire lo straniero senza avergli fatto mordere la polve!... quella polve di quella terra, la quale.... sì! giuriamo che nessuno di noi ritornerà dalle Termopili!... giuriamolo in Pontida!... e quando saremo morti per la patria....»
«Crepi l’astrologo!» saltò su a gridar uno; ma il Borsa non lo intese, e tirò innanzi con eguale enfasi, tra gli evviva che andavano crescendo in ragione inversa della chiarezza e della logica del discorso. Finchè un ultimo evviva dell’oratore ad Alessandro Magno mise il colmo all’entusiasmo.
Poco distante dal Borsa, la signora Giuseppina, in mezzo a un crocchio di donne, stava spiegando la politica della Prussia. Delle quali donne, quelle che non avevano nè figli, nè fratelli, nè sposi che partissero per la guerra, ascoltavano la signora Giuseppina con ammirazione, e ogni tanto accennavano col capo di essere proprio del suo parere; ma le altre avevano l’aria di essere un po’ meno persuase, e prendevano quel fare mogio,mogio della gente di campagna, che lascia pur trasparire un tantino di diffidenza sotto il velo della rassegnazione.
«Pazienza» diceva una di queste donne «se, come dicono, la fosse l’ultima guerra!...»
«E dopo ci lasceranno i nostri figlioli per sempre?» domandava un’altra.
«Quando a un figliolo tocca d’andar soldato e partire, la è una gran disgrazia, ma è sempre stato così, e ci vuol pazienza. Ma la guerra! Non sapete, Maria, che in guerra possono morire anche i giovanotti più sani e più robusti!»
«Basta, intanto ci vuol pazienza» diceva sospirando la Maria. «Dicono che questa volta partono anche i signori, anche quelli che hanno pagato; tutti insomma, perchè deve essere l’ultima. Dicono che si tratta proprio della patria; che l’andrà bene, e che la Provvidenza ci penserà per tutti!»
La rassegnazione di quelle donne incominciava a farsi meno malinconica, quando la Maddalena, il cui figliolo partito un giorno non era ritornato più, fattasi innanzi, esclamò singhiozzando: «Voi siete ancora fortunate, potessi anch’io oggi vederlo partire il mio Luigi coi vostri!» Le altre donne le si fecero allora tutte d’intorno, compassionandola e piangendo con lei. La signora Giuseppina si allontanò; e vedendomi a pochi passi, si volse a me per dirmi: «È inutile! non arrivano a capire come questa volta la sia una cosa tutta combinata. Ed è così chiara! così semplice! ma son tutti a un modo. Questi villani non capiscono mai niente!»
Sulla bass’ora, in quello stesso giorno in cui partirono i contingenti, partì anche Aldo. Egli abbracciò tutti; poi strinse la mano di Adelina, con un’espressione di calma e di serietà, che vedevo in lui per la prima volta,e che mi resterà sempre fissa e viva sino a che non lo vedrò ritornato tra noi. Il Borsa fece per indirizzargli un discorso, ma, non essendogli più rimasto un fil di voce, dopo due parole si fermò. Anche la politica del Garofani trovò in quell’ultimo momento un intoppo; e tanto lui che la signora Giuseppina, dinanzi a quella serietà di Aldo, rimasero senza parole. Io mi feci vicino all’Adelina, vedendola farsi in viso bianca come un cadavere, e la presi sotto braccio. Volevo dire cento cose ancora ad Aldo, ma intanto il legno partì. Prima che giungesse alla cantonata, vedemmo sporgere ancora una volta la mano di Aldo che ci salutava; gli rispondemmo facendo sventolare la pezzuola, chè nessuno di noi aveva forza di salutar con la voce.
Oggi tutto è quieto in Borghignolo. La speranza, sia benedetto chi l’ha inventata! asciugò le lacrime delle buone donne e dei poveri vecchi, che dicono in cuor loro: «Sarò proprio io quello a cui deve capitare una disgrazia? L’andrà magra con le faccende di casa ora che sono lontane le braccia più robuste, ma ci vuol pazienza; quando i figlioli saranno ritornati, ci aiuteranno a pagare i debiti.»
E la è proprio così! Quando si domandano sacrifici al paese, è sulle braccia di questi poveri campagnoli che ne pesa la parte più grave e la più ignorata. Prima, la mitraglia, e dopo, i debiti. E il loro nome sulle gazzette non ci va nè prima nè dopo.
Anche in casa Garofani le acque sono ritornate alla bonaccia. Tra quanti ci vanno c’è una specie di patto secreto di mostrarsi tutti d’una gran serenità d’animo. La signora Giuseppina è sempre occupata a fare e disfare, mentalmente, la casa degli sposi, senza essere ancora riuscita a trovare il posto adattato per una seggiola. Il Garofani, dopo aver taciuto per delle ore, a un trattoesclama con una fregatina di mani: «Speriamo! speriamo!» senza che nessuno gli domandi mai di cosa si tratti. In mezzo a tutto questo, la povera Adelina, che vorrebbe essere lieta anch’essa come gli altri, tiene fissi sopra di me i suoi due grandi occhi celesti, che paiono volermi domandare se siano da cacciare indietro quelle lacrime che vorrebbero sgorgare per forza. Allora io tento di sorridere e, accostandomi a lei, le principio qualche discorso, a proposito del bel tempo, o del figurino delle mode, e che finisce sempre con una lunga chiacchierata sul nostro Alduccio. Adelina ne rimane rasserenata, e anch’io mi sento un altro. Le parole di Adelina, piene di amore e di innocenza, mi ridestano nel cuore la memoria di quelle prime sensazioni giovanili, che dischiudono il bel fiore una volta sola in tutta la vita. Io le ascolto quelle parole col fascino col quale si ascolta una cara e nota melodia; e allora la mia mente richiama, con un dolore che non è senza piacere, quei giorni che non tornano più.
24 giugno 1866.
Da parecchi giorni siamo senza nuove di Aldo. Finora, dacchè è partito, e sono due lunghissimi mesi, non passò giorno senza una sua letteruccia, o scritta a tavolino, o dietro una siepe, che ci manteneva allegri, e ci faceva pensare a null’altro che alla gioia del rivederlo presto. Sulle prime qualche timore, qualche ansietà s’era provata anche in casa Garofani; ma, respinte con risoluzione, non ricomparvero più. I ragionamenti più strani e inconcepibili diventavano chiari come il sole, purchè concludessero con la fiducia e con l’allegria; così l’una e l’altra stabilirono il loro regno senza contesa, e si tirò via a maraviglia fin qui. Io poi m’ebbisulle braccia tante piccole faccende, per essere il primo magistrato di Borghignolo, che potei sempre nascondere sotto l’aspetto severo del sindaco ogni cura malinconica del cuore, cosicchè nessuno se ne avvedesse. Di più, c’è la fortuna che la signora Giuseppina pretende da qualche tempo di avere scoperto ch’io sono un poco poeta, cosa molto comoda in casa Garofani, e che mi permette di non prender parte a tutto quello che vi si fa, di non risponder sempre, e di rimanermene a mia voglia sopra pensiero, senza che nessuno se n’abbia a male, perchè la colpa va tutta a carico della poesia.
Se la profonda commozione dell’animo, che mi teneva tutto assorto e taciturno in mezzo alle chiassose conversazioni di casa Garofani era poesia, la signora Giuseppina si era ben apposta: tra lo scambio dei rimbrotti di chi giocava a tarocchi e le emozioni della tombola, sprofondato in una poltrona, io ripensavo alle cospirazioni, alle speranze, ai disinganni d’un tempo; rifacevo passo passo quel cammino angoscioso che mi conduceva oggi negli accampamenti, e sulle rive del Po, del Mincio e del Garda, a vedervi le schiere di quattrocento mila soldati del regno d’Italia. Ripensavo con voluttà ai giorni nei quali la parola d’un prigioniero o d’un esule giungeva senza eco tra un popolo servo e muto, ora che non v’ha tugurio, per quanto remoto, da cui non sia uscito un soldato o un volontario della libertà.... Tutti i ragazzi di quindici anni sono scappati di casa fino a uno, in Borghignolo, per arrolarsi nei battaglioni dei volontarii!; ed ora le mamme incominciano a chiudere sotto chiave quelli di dodici anni, perchè è già un affar serio il trattenere anche questi.
Chi per trent’anni di fila l’ha aspettato giorno per giorno quello che vediamo oggi, ne racconti gli episodi,l’emozione, la gioia, se può! In quanto a me, da due mesi non ho potuto che tacere e lasciar crescere la muffa sul calamaio. Se oggi ripiglio la penna, è perchè un’ansia secreta del cuore è venuta a risvegliarmi dalla mia estasi. L’essere da più giorni senza nuove di Aldo ha rimesso i miei pensieri per una via malinconica, severa, che pure dovevo attendermi, ma dalla quale finora avevo saputo cansarmi. Siamo alla vigilia delle fucilate. Tutto me lo dice, e il silenzio di Aldo me lo conferma. Per cento e cento famiglie oggi forse è l’ultimo giorno della speranza; domani può essere il primo giorno delle angosce o della desolazione. Anche quel sogno di quiete e di felicità a cui avevo rivolto da qualche tempo tutti i miei pensieri, quella famigliola, che mi compiaccio tanto nel chiamarla dei miei figli, vicino a cui vorrei passare gli ultimi anni della mia vita, i miei progetti le mie nuove speranze, tutto può domani svanire dietro il fumo d’una fucilata.
Ho sofferto e lottato assai nella mia vita. Ho passati de’ giorni di sfiducia, ed ebbi torto. Ho imparato, a questa mia tarda età, che per scotere la fede d’un patriota c’è qualcosa che è più forte delle prigioni e degli esilii: c’è la calunnia, o l’ingratitudine, o il poco senno de’ propri concittadini. Ma il soldato che abbandona la bandiera quando i disagi si fanno più duri e la mischia si fa più sanguinosa, distrugge in un giorno l’onore intero della sua vita. Se le mie forze sono indebolite, io proseguirò nella via del mio dovere, in questo cantuccio di paese, poichè del bene da fare ce n’è dappertutto e per tutti. La mia logora nave getterà l’áncora in questo porto che ho cercato con tanta fatica, e qui terrò alta, fino alla fine, la mia vecchia bandiera. Questo porto sospirato l’ho quasi raggiunto.... ma una disgrazia improvvisa può ricacciarmene lontano e persempre. Allora il destino avrà vinto il vecchio marinaio; egli però ripeterà morendo la sua antica parola di guerra, e qualcuno la raccoglierà.
26 giugno 1866.
Avevo scritto ier l’altro al prefetto, pregandolo di mandarmi un espresso quando gli giungesse qualche nuova d’importanza. Stamani mi giunse un messo con queste poche righe:
«Carissimo signore,
«Un telegramma del ministero, giuntomi ieri sera e che vedrà nei giornali, annunzia una mossa tentata dalle nostre truppe e non riuscita. Le espressioni del telegramma lasciano nella maggiore perplessità. Chiesi nuove informazioni a un collega, prefetto in una città vicina ai luoghi ove è avvenuto lo scontro. Questi mi telegrafa ora le seguenti parole:Impossibile oggi valutare gravità e conseguenze dello scontro avvenuto. Nostre truppe ripassano Mincio. Giungono da ogni parte feriti e sbandati. Gran confusione e allarme. Nessuna notizia sulle mosse del nemico.La prevengo però che il mio collega, eccellente persona, è uomo che facilmente vede nero. Speriamo che presto ci giungano migliori notizie.»
Oh! no! non m’illudo! questo è il primo annunzio d’una sventura!... Io dovrei fin d’ora prepararvi gli animi in paese, ma ci è così poco preparato l’animo mio, che se mi provassi a dire una parola di speranza o di conforto, darei in uno scoppio di pianto. Sono rimasto chiuso tutto il giorno nella mia stanza facendo dire che sono occupatissimo. Ho la testa che scotta e la manofredda e tremante. Domani la sarà in paese una ben trista giornata. E poi?...
30 giugno 1866.
L’agitazione, il dolore, lo sconforto, di cui toccarono a me le amare primizie, sono oggi nell’animo di tutti i miei compaesani. Da mattina a sera, la piazzetta del paese è sparsa di crocchi e di gente che discorre animata, con l’espressione della sorpresa e del dolore. Nessuno ha testa per le proprie incumbenze e per le faccende di casa; è un discendere a ogni minuto in istrada; un andare e venire, facendosi incontro a quanti passano, per udire e ripetere cento volte le stesse cose. Da ogni parte si discute, si grida, si impreca. Ognuno vuole aver preveduti gli avvenimenti da un pezzo; pretende saperne la cagion vera, e vuole spiegare ogni fatto che si capisce poco, con ragioni che si capiscono ancora meno. Il dolore de’ miei compaesani non è calmo e severo, come dovrebb’essere, ma è profondo; si manifesta come può, e bisogna pigliarlo come viene.
I discorsi incominciati con l’imprecare a quei nomi di personaggi, che si leggono più spesso ne’ giornali, finiscono per lo più con ingiurie e litigi tra gli interlocutori. Volendosi mettere a carico di qualcuno le colpe di tutti quelli che possono averne commesse, e meglio ancora volendosi aver sott’occhio il colpevole, il più delle volte la colpa delle nostre disgrazie vien gettata a qualche innocente galantuomo di Borghignolo. All’ora del corriere, tutta questa gente si affolla nello stanzino della posta, dove sta il Borsa. Il Borsa, che per essere quello che distribuisce i giornali si crede un poco responsabiledi ogni notizia che vi si trova stampata, grida alla sua volta più di tutti; commenta, spiega, e conclude che le cose sono precisamente il rovescio di quello che appaiono. Con una faccia bianca come un panno lavato, bandisce i propositi più eroici, e vorrebbe farsi saltare in aria in compagnia di tutti i suoi compatriotti, nel mentre prova che le cose camminano a maraviglia e non potrebbero essere di color più roseo.
Ai gruppi della piazza e ai discorsi del caffè, questa volta si associano contadini e contadine che, sentendo parlare di cattive nuove, si fanno innanzi a domandare con angoscia dei loro figlioli. Ma nessuno gliene sa dir nulla, e allora quella buona gente viene da me. Nascondendo l’agitazione e il dolore che ho nell’anima, io cerco di mostrarmi a tutti pieno di calma e di fiducia. Con quelli che sono più facili alla speranza, vado in traccia di qualche ragione pacata che possa tranquillare loro e me. Con gli altri, pigliando un fare burbero e sicuro, tronco le querimonie, le accuse, le parole di sfiducia.
In casa Garofani, ove sono tutti mezzo tramortiti, cerco di tener ritti quegli argini dietro i quali avevano finora difeso essi stessi la loro serenità. Guai se cominciasse a filtrarci qualche dubbio! Tutti quei ragionamenti che avevano servito fino a ieri per rigonfiare la loro tesi, servirebbero oggi, dal primo all’ultimo, per provare tutto il contrario. Nell’udire le mie parole così franche e risolute, essi rimangono in una certa soggezione, e forse sospettano ch’io sappia qualcosa di secreto che nessun altro sa. Sola, Adelina, alza di tanto in tanto gli occhi incerti verso di me, e pare domandi se questo mio fare insolito sia di buono o di cattivo augurio. Povera figliola! Vorrei tenerle tutt’altrolinguaggio, ma che cosa le posso dire fino a che non ho una nuova di Aldo?...
Ho scritto al prefetto, pregandolo di fare tutte le indagini possibili, e di sapermi dire dove pressappoco si possa trovare il battaglione di Aldo.
8 luglio 1866.
I miei poveri argini sono rovesciati, ed ormai sarebbe inutile che cercassi di nascondere agli occhi altrui l’agitazione, i sospetti, lo sgomento che ho nell’anima. Sono passati quattordici giorni, dopo quella funesta battaglia, di cui non posso ancora pronunziare il nome senza sentirmi serrare il cuore, e non c’è ancora nuove di Aldo. Nei giorni delle lunghe marce e delle rapide mosse, sempre, sempre egli aveva trovato un minuto per mandarci nuova di sè. Ora in paese sono giunte lettere di quasi tutti i nostri soldati.... ma di lui, nulla! Di quasi tutti, ho detto, perchè uno di quei poveretti è morto: lo scrisse un suo compagno, che lo ha veduto cadere. Due o tre altri sono feriti. Di Aldo e di altri due, nulla! Ma si sa, pur troppo! che il battaglione di Aldo fu nel forte della mischia, e lasciò su quelle sgraziate colline molti e molti dei suoi. Queste cose le ripetono tutti, e il prefetto me le ha scritte e confermate più d’una volta.
Ho cercato fin qui delle parole di speranza, perchè i neri presentimenti che leggo in viso a tutti non avessero ad uccidere la povera Adelina. Ma ormai non so più se la speranza sia un beneficio o una crudeltà. Io non so più che opporre alle querimonie e allo scoramento del Garofani e di sua moglie. Quegli amici che popolavano la loro casa sono scomparsi; ed io, dinanzia quelle lacrime, rimango con gli occhi fissi al suolo, e mi par d’essere un accusato.
Non rimaneva che un partito da prendere, e lo presi. Andrò io stesso a cercar Aldo. Lo cercherò tra le file diradate dei suoi compagni; negli spedali, nelle chiese, ne’ casolari, ove saprò che ci sia raccolto un ferito; andrò a cercare di lui su quegli altipiani,... tra i solchi recenti del cannone o lo sterro d’una vanga pietosa.
Presso Villafranca, 18 luglio 1866.
C’è de’ momenti in cui spero, stropicciando gli occhi e spalancandoli, che questi giorni io non gli abbia attraversati davvero; spero di aver avuta una grossa febbre, e di aver veduto, vaneggiando, passare tutta questa fantasmagoria dolorosa che mi accompagna dopo che ho lascialo Borghignolo.... Ma il passo grave d’un gendarme, o lo scalpitare de’ cavalli d’una pattuglia d’ulani, mi dicono di tanto in tanto che non ho sognato per nulla: mi ripetono dove sono, come ci venni, e che aspetto.
Come ci venni? In verità non ho testa per raccapezzare tutta la storia minuta di questi giorni, e mi basterà richiamare alcuna delle tappe dolorose che mi condussero fin qui, tanto per chiudere questi ultimi fogli del mio scartafaccio, e ingannare qualcuna di queste ore, così lunghe per chi aspetta.
Quando, dopo tre giorni di viaggio, potei raggiungere quel battaglione di bersaglieri di cui ero in cerca, avevo già saputo che non ci avrei trovato Aldo. Il Maggiore, a cui mi presentai, mi prese la mano, me la strinse vigorosamente, e col fare semplice e severo mi interruppe dopo le prime parole, dicendomi così: «Nonl’ho più nelle mie file; ho sperato assai.... ma ora.... non ne so ancor nulla. Lo vidi correre alla carica più volte; lo vidi ritornare illeso e ripartire. Quando ci fu ordinato di ritirarci, il suo capitano e molti, molti altri!, erano caduti; ma Aldo lo rividi ancora. Nella ritirata, a ogni passo dovevamo far fronte di nuovo e ripetere le cariche. Più volte ci trovammo confusi tra centinaia di sbandati che venivano da ogni parte, e tra le file di nuovi battaglioni dei nostri che sopraggiungevano. All’appello della sera, Aldo non rispose. Nessuno seppe darne notizia. Il giorno dopo, un ferito che raggiunse il battaglione, disse di averlo veduto zoppicare, sforzandosi di tener dietro alla compagnia, ma perdendo terreno a ogni passo. Non ne seppi altro. Feci delle ricerche, ma furono inutili.... Così è la guerra!... però egli si è meritata la medaglia al valor militare.... o lui, o i suoi l’avranno!» Mi strinse di nuovo la mano, mi guardò commosso, e mi lasciò.
Io avevo cento cose a domandargli, ma in quel momento le dimenticai tutte. Due ore dopo, il battaglione partiva, e lo vedevo sfilare dinanzi a me. Il Maggiore aveva ripreso il suo aspetto fiero e sereno; i soldati cantarellavano o si motteggiavano a vicenda.... Io li guardai in volto a uno a uno, tutti, ma Aldo non c’era proprio più! Seguii con gli occhi il battaglione, finchè non vidi altro che un lontano polverio e non udii più il suono delle trombe. Allora, asciugandomi le lacrime, mi tolsi di là, e ripresi il mio doloroso pellegrinaggio.
Visitai gli spedali delle città e delle borgate, le chiese, i casolari ove sapevo di trovare un ferito. Chiesi dappertutto del mio uffiziale dei bersaglieri, ma nessuno me ne seppe dir nulla. Mi trovai presto compagno e amico di altri che una stessa angoscia traeva per le medesimestrade. Ci ricambiavamo le stesse parole di speranza, gli stessi consigli, e l’uno mandava l’altro ora di qua ora di là, dietro le medesime lusinghe che erano a lui riuscite vane. Ma anche quella mesta comitiva si diradava ogni giorno. Ne vidi più d’uno partire con una fatale certezza; altri, senza nuove e senza speranze. Ormai incominciavo a invidiare quelli che avevo lasciati al capezzale d’un morente.
A Brescia ho fatto conoscenza con un uomo generoso, il padrone di questa casa, il mio ospite, che pieno di cuore e di amore di patria si è tutto dato, non badando a pericoli e fatiche, a cercare e condurre in salvo qualche povero soldato ferito, a dar nuove dei prigionieri, a riconoscere i morti, a mettere un segno sulle loro sepolture. Questo signore rianimò le mie speranze; mi disse che in qualche casolare al di là del Mincio c’erano ancora dei feriti nascosti; mi disse ch’egli poteva penetrare in Verona, visitarvi gli spedali e saper notizie dei prigionieri. Mi domandò come stessi a gambe e a risolutezza. Gli risposi che ero un antico cospiratore; allora mi strinse la mano, e m’invitò a seguirlo.
Ora eccomi qui. Come ci sia giunto, passando il Mincio, a traverso a sentinelle e pattuglie nemiche, non so raccapezzarmene nemmen io. Camminai una notte per cinque ore, dietro i passi lunghi, inesorabili del mio duce, senza dir parola e senza quasi riavere il flato. Allo spuntare dell’alba giungemmo a questa casa: casa grande, vecchia, cadente, in cui non abita che il mio ospite e una sua vecchia fantesca. Io ero mezzo morto dalla stanchezza, ma il mio ospite, mangiato un boccone, si rimise in strada, e questa volta senza di me, per cercarmi il mio figliolo, come diceva lui, dietro il filo delle notizie e delle indicazioni ch’io gli avevo date. Ritornò a sera; mi disse che tra i pochi feriti, tuttoranascosti nei casolari, Aldo non c’era; che sarebbe andato il giorno dopo a Verona, ma prima voleva condurmi certi contadini che avevano degli oggetti trovati sopra soldati morti e da loro seppelliti.
Vidi anche quella trista raccolta. Ebbi un momento di indicibile trepidazione; non riconobbi nulla! e un violento batticuore mi fece accorto che ritornavo alla vita. Vidi una spada spezzata; un elegante elmetto d’uffiziale pesto e tagliato da un fendente; un abitino della Madonna; una medaglia al valor militare; tuniche, cappotti, brandelli d’uniformi forati dalle palle, laceri, insanguinati; un portafoglio in cui era il ritratto d’una donna non più giovane, atteggiata di serietà e di dolcezza, il ritratto d’una madre... Di quante lacrime e di quanto lutto erano simbolo quei poveri avanzi!
Il mio ospite appena si accorse che non avevo riconosciuto nulla, interruppe le mie meditazioni; mi fece animo, ravvivò le mie speranze, mi disse ch’egli partiva subito per Verona, che m’avrebbe mandate nuove di là, e m’ingiunse di aspettarlo senza uscire di questa casa. Lo volevo ringraziare, gli volevo rammentare cento cose, ma intanto egli era già partito.
È partito da ventiquattr’ore. Quante ore da sperare mi rimarranno ancora?... E quelle spoglie che ho vedute ieri! Le ho sempre dinanzi agli occhi, le ritrovo in ogni pensiero. Quei poveri oggetti erano un giorno cari a qualcuno!; saranno stati a qualcuno compagni della vita, testimoni delle gioie, delle speranze!... Ed ora sono reliquie perdute, infrante, disperse, forse desiderate invano. Si direbbero cadaveri anch’esse; si direbbe che è mancato anche in loro il soffio della vita! Qui tutte le campagne ne erano coperte. Molte e molte saranno a quest’ora bagnate di lacrime; molte ne coprirà la terra, e nessuno le potrà rintracciare! Queste non saranno piùreliquie domestiche.... serviranno un giorno all’agricoltore che le avrà trovate;... saranno curiosità vecchie, se l’Italia avrà cancellata questa sua pagina nefasta; saranno simboli di dolore, se sventuratamente ne avrà scritte di più nefaste ancora!
Ed io che m’ero confortato nel non riconoscere nulla tra quei pochi avanzi che avevo veduti!... Non ho forse che a dilungarmi d’un passo fuori di questa casa, per trovarne altri, e riconoscerne più d’uno!.....
················
Oh!... è arrivato un messo del mio ospite che mi chiama a Verona. Mi manda un salvacondotto e una lettera di quattro facce, che incomincia: «Il suo figliolo è vivo, leggermente ferito....»
Lo sapevo ben io! Eh! n’ero sicuro!... Non ho potuto leggere il resto, volendo partir subito. Ma il messo dice che il cavallo ora mangia la biada. Oggi poi gli occhi non mi dicono il vero.... in grazia del sole e della polvere;... anche i cristalli degli occhiali mi paiono deboli, deboli....
Mando a Brescia un telegramma per Borghignolo.
Ripiego lo scartafaccio!... e vado a dire al cavallo che mi faccia il favore di spicciarsi questa volta con la biada più che può!