«Cara Neni, me ne vado. Sono un poco infreddata, e a dirti il vero ero venuta qua nella speranza di trovare, tra i tuoi adoratori, lo speziale, per farmi dare qualche pozione o qualche pillola dilauroceraso.»
«Ah! lo conosci anche tu lo speziale! Aveva forse accesoun fornelloanche per te?» riprese la contessa.
«Tutt’altro! Avevo imparato a conoscerlo, vedendolo sempre dietro di te come la tua ombra. Fu intraprendente lo speziale!: si fabbricò la sua ròcca... poi venne quaggiù a pigliare imerli! Dell’avventura ne parla stasera tutto il teatro....»
Qui la conversazione si rifece confusa e clamorosa come prima. Chi domandava di che avventura si trattasse; chi voleva sapere come la era andata a finire; chi non ne sapeva nulla, e voleva saper tutto in una volta; altri ne contavano de’ brani, con versione libera e fantastica; ed io frattanto, più ingrossava il mio romanzo e più cercavo di farmi piccino. Non potei afferrare tutto ciò che la contessa andava dicendo, e in cui c’era sempre di mezzo il ragioniere, diventato per il momento unprocuratore; ma sentii che «.... il procuratore aveva tutta la colpa dell’accaduto, perchè doveva pigliar meglio le sue informazioni; ma che, essendouomo di molta energia e di molta avvedutezza, aveva messo rimedio in tempo, ed aveva data allo speziale tal lezione di cui si sarebbe rammentato per un pezzo....»
«Oh! oh! l’apothicaire, l’apothicaire...,» gridava l’uffiziale francese, ch’era pure della compagnia, ridendo per tutti di qualche suo bel motto che non giunse fino a me, ma che sarà stato uno sfogo di rivalità traapothicaireeépicier.
«Mi spiego adesso le sue opinioni politiche,» diceva un altro, «le quali erano esagerate appunto come le polizze del suo mestiere.»
«L’hai scappata bella, cara Neni,» gridava la mascherina dal domino rosa, «con un così terribile conquistatore! Egli si era prefisso di far girare il capo alle signore, e sfido io, quando s’accostava con quell’essenza di gelsomino, a non averne il capogiro!»
«Confesso» conchiuse la contessa «che io ero lontanissima dal crederlo unsenza nascita. Vedevo bene ch’egli veniva da luoghi dove non c’èmondo, dove non ci sono modi. Eppure sulle prime quella sua aria dicoq du villagemi aveva divertito moltissimo. Adesso però era diventato oltremodo noioso; e l’essere ritornato a far lo speziale sarà un bene per lui, e la è di certo una gran fortuna per noi.»
In quel mentre nuove maschere, spalancando con grande strepito l’usciolo, vennero a cacciarsi nel palchetto. Nella ressa di chi voleva entrare, e di chi voleva uscire, io che ero, come ognuno già se lo pensa, tra questi ultimi, mi trovai per un momento nelle braccia dell’uffiziale francese, il quale mi pigliò per una delle maschere venute, e mi gridò scotendomi: «Oh, par exemple! êtes-vous l’apothicaire!» Pieno d’ira e di veleno io lo fissai col piglio di chi vuol provocare qualche cosa di luttuoso; ma l’altro non vide che l’espressionescipita deila mia maschera, e diede in risa più sgangherate di prima. Un nuovo urtone frattanto per parte di quelli che uscivano mi cacciò sul corridoio, ove mi ripigliò tra le sue spire la corrente della folla.
Mezz’ora dopo ero sotto la coltre; e convinto che il mio romanzo era finito, spensi il lume. Ma la notte, benefica sempre, matura i pensieri e i riflessi, quando non può essere apportatrice di riposo. La notte dunque mi disse che al mio romanzo mancava un capitolo ancora; un capitolo che fosse la conclusione del primo volume, e la prefazione del secondo: il quale però, a tranquillità dei miei lettori, non verrà scritto mai. Un capitolo insomma nel quale ci fossero quegli avvenimenti che, dopo la sua scappata fuori del nido, ridussero anche il passero della sorella del curato dalla bocca del gatto alla tranquilla esistenza sul letticciolo di bambagia.
Quella buona inspirazione di correre alla città natale di Marcello, e di buttarmi nelle braccia del mio vecchio amico, inspirazione a cui prima non avevo dato retta abbastanza, ritornò trionfatrice allo spuntare dell’alba, come una speranza, un asilo, dopo aver veduto per tutta la notte le fauci del gatto. Questa volta non indugiai. Allo scocco del mezzogiorno io ero già per le vie di un’altra città più modesta a chieder conto di Marcello; e poco dopo picchiavo alla porta dell’amico. Ci guardammo fissi un istante con quella tacita sorpresa di due vecchie conoscenze che, rivedendosi dopo molti anni, sentono il bisogno di raccapezzare in fretta il passato, e di fare un po’ d’inventario del presente. Nell’inventario del presente mi colpì la quantità straordinaria di capelli grigi ch’era venuta a frammischiarsiai capelli nerissimi di Marcello: a voler dire da qual parte fosse la maggioranza bisognava chiedere la controprova. Marcello aveva tuttora l’aspetto risoluto e vigoroso; ma il suo volto portava le tracce delle sofferenze patite; le tracce dei digiuni, delle celle umide, e di cinque anni di ferri nelle fortezze dell’Austria. Ma la rassegna fu brevissima, perocchè Marcello ci pose subito fine stringendomi nelle sue braccia con l’antica vivacità e con l’antico affetto.
Marcello volle presentarmi ai suoi fratelli e alle sue cognate; tutta gente schietta, vivace, buona, che viveva in una sola casa, come in una sola famiglia, e in mezzo a cui si respirava una cert’aria di onestà, di semplicità, di cortesia che mi riusciva nuova e seducente: fino allora non avevo respirata che la brezza troppo cruda del mio paese, o la mal’aria del piano. A Marcello narrai tutte le mie vicende, e più diffusamente di quello che non abbia fatto scrivendole oggi; gliele narrai con tanta schiettezza, e con così poca misericordia per me, che ne lo vidi scosso ed afflitto più di quello che volesse parere. Egli mi strinse nuovamente nelle sue braccia, e mi disse che a metter riparo, e prontamente, a tutto ci avrebbe pensato lui. Mi disse mille cose che mi parvero ben più vere e più sante di quelle quattro che avevo imparate a memoria sul mio vecchio formulario. Mi additò per quali vie spaziose cammini il mondo da sè, senza bisogno che nessuno lo regga per le falde; e come, nel camminare, pigli mano mano le nuove provvigioni che meglio gli si confanno, rifiutando sempre le rancide, qualunque sieno. Infine mi insegnò il culto di una sua grande divinità, a cui egli teneva sempre fisso lo sguardo; divinità, il cui regno sembra talora non esserede hoc mundo, tanto si fa umile e piccina; ma che poi piglia la rivincita, e ricompare gigantenelle lotte e padrona del campo; e quasi sempre senza vestirsi da eroe: ilBuonsenso.
Il giorno dopo Marcello partiva per la capitale dei miei debiti e dei miei disinganni, volendo ch’io rimanessi nella sua famiglia finchè non gli fosse riuscito di aggiustare le mie partite, e di levarmi con onore dagli impicci in cui ero caduto.
Ciò che più di tutto mi affliggeva, era il pensare al mio povero zio, che con qualche artificio avevo in quei mesi tenuto in inganno, e che mi credeva in tutta buona fede all’Università, tra le braccia della farmacia, prima scienza del mondo. Povero zio! Sapere in una volta ch’io l’avevo ingannato, ch’ero pieno di debiti, e che mi ero fatto beffare e ingiuriare da tanti! Ce n’era per lui da morire di dolore. Marcello che mi aveva letto nell’anima, com’ebbe rattoppate alla meglio le mie faccende, e in modo che almeno non avesse a immischiarsene un tantino l’autorità, andò fino al mio paese, e fece egli stesso presso mio zio quello che io non avevo il coraggio di fare. Così il buon vecchio seppe la disgrazia, ma non come l’avrebbe portata il vetturale che andava una volta per settimana al capoluogo del circondario; la seppe da una voce amica, che accanto alla mia scappata potè mettere una seria parola sui miei buoni propositi. Marcello suggerì allo zio tutte le buone ragioni, che lo zio forse non avrebbe voluto così subito confessare d’aver trovate, per perdonarmi. La sola lezioncina, che tacitamente lo zio mi inflisse, fu quella di pagare i miei debiti col vendere la vigna dellaròcca merlata.
L’annata per i miei studii era oramai perduta; nullameno volli recarmi all’Università per farvi i primi passi nella mia riconciliazione definitiva con le storte, con gli empiastri e coi pestelli; e nel tempo stesso per nontornarmene così subito a casa. Temevo il banchetto del figliol prodigo. Il mio curato, tenero com’era delle storie antiche, sarebbe stato capacissimo di imbandirmi un vitello intero. Insomma, ritornando al mio paesello, avrei voluto farmi additare per qualcosa di buono, o almeno giungere fra i miei compaesani quando la loro fantasia, dopo aver fatta sui miei casi una lunga leggenda, l’avesse del pari dimenticata.
L’occasione d’aprire libro nuovo e pagina nuova, proprio come desideravo, non tardò. Per questa mia Italia, che amo come un innamorato, avevo detto delle ciarle molte, ma non avevo fatto mai nulla. Nel giorno sacro della guerra, io, sciocco, avevo protestato contro la guerra imbelle dei cannoni, in nome delle falci, dei chiodi, e delle formole terribili che stavano nell’arsenale dell’amico X. Nessuno nel mio paese aveva sospettato che quell’astensione fosse un grande eroismo, ma piuttosto l’avevano tutti creduta una gran paura. Anche lo zio mi avrebbe veduto partire di buon occhio, perchè il fare la guerra era per lui l’unica cosa che potesse gareggiare a questo mondo col fare le pillole. La fortuna volle che io potessi rimediare a tutto: io feci ritorno alle pillole, e l’occasione della guerra fece ritorno a me.
Le guerre però bisogna pigliarle come vengono, e non le si possono scegliere secondo i propri gusti. La nuova guerra non fu quella che mi avrebbe soddisfatto per tutta la vita; non fu la guerra ai forestieri. Anzi non l’ho voluta mai chiamar guerra; e solo dirò che sono andato anch’io a dare una mano fino in fondo allo stivale, perchè lo si potesse mettere a nuovo, e d’un solo colore. Non scriverò dunque le mie milizie; ma chi le vuol sentire venga al mio paese, dove le conto, per passare le sere d’inverno, in una edizione che ha ilpregio d’essere corredata da un buon fuoco, e da una buona bottiglia; la bottiglia però non è più di quelle dellaròcca merlata.
In una giornata d’inverno dell’anno seguente, io facevo ritorno al mio paese. Lo avevo lasciato con l’intento secreto di diventare uno dei generali degli Stati Uniti d’Europa, e ci ritornavo con la bisaccia e il cappotto sdrucito di soldato semplice: lo avevo lasciato con la febbre delle allucinazioni, superbo e iroso, e ci ritornavo con quella serenità d’animo che sola sa dare la coscienza dell’aver fatto il proprio dovere. Non ci volle che quel briccone di campanile del mio paese per mettermi il cuore tutto sossopra, proprio come se ci fosse ritornato l’io collettivod’una volta. Appena lo vidi spuntare da lontano avrei voluto saltargli al collo e dargli un bacio, se mi è permesso dire così. Ma tra le cose che gli avvenimenti avevano messo di galoppo, non c’era la vettura del mio paese; ed era appunto questa che mi conduceva a casa di quel suo passo anteriore al risveglio nazionale. Presto m’accorsi ch’ero aspettato, e che gli amici mi avevano preparato un po’ d’ingresso trionfale. Primo a salutarmi fu uno sciame di ragazzi che gridavano a tutta gola, buttando in aria i berretti; poi gli amici, i parenti, i curiosi; e da ultimo la banda. La banda, per il paese e per me, era una grande novità. Lo zio parlava spesso dei tempi in cui in paese c’era la banda, ed egli era uno dei clarinetti; ma, sciolta dopo i trattati delquindici, la banda aveva fatto scriver molto ai Commissarii del distretto, e non doveva ricomparire che dopo quarantaquattr’anni. Al momento del mio ritorno la banda componevasigià di cinqueparti; c’era un trombone, due trombe e due clarinetti. In principio del paese c’era un albero, piantato in mezzo della strada, con due bandiere e un cartello su cui si leggeva:
SALVE O PRODE CAMPIONEDI QUESTO BORGO E DI QUELLE SCHIERECHE BELLONA CONDUSSEE GLI DEI PROTESSERO.
L’iscrizione era del maestro: parecchi che non conoscevano Bellona, ne capivano poco, e volevano scommettere ch’ero stato invece con Garibaldi. Sotto l’albero c’era il curato e lo zio, il quale portava una gran sciarpa tricolore a tracolla e, soffocando gli affetti privati dinanzi ai doveri della cosa pubblica, mi riceveva come sindaco. Il curato mi lesse un discorso che incominciava colle Termopili e finiva, tra gli evviva degli astanti, con Maratona e con Austerlitz, per un riguardo allo zio. Al discorso non potei tener dietro, perchè subito dopo le Termopili, girando gli occhi, vidi poco distante un gruppo di ragazze che avevan l’aria di non voler essere vedute, e ch’io non riconoscevo più, tanto in meno di due anni avevano lasciato il guscio, e pigliato il fare riservato e vergognoso. Tra quelle ragazze ce n’era una che si teneva nascosta più delle altre, ma che io vidi per la prima, e che era la più bella di tutte. Appena mi parve di averla riconosciuta, mi sentii il viso farsi di brace. Ritrassi gli occhi; poi avrei voluto guardar di nuovo, ma non ci trovai più il verso. Guardavo in basso; e mi accorsi allora per la prima volta quanto fosse sdrucito e malconcio il mio cappotto: pensavo che, per aver avuta la febbre, in quel momentotuttimi dovevano trovare smunto e brutto; e poi vidi che avevo anche le scarpe rotte. Di bello e nuovo nonavevo che una cosa sola, una medaglia d’argento appesa a un nastro azzurro, ancor lucida l’una e lucido l’altro. Avrei voluto che tutti fissassero quel punto solo, ch’era l’unica cosa pulita e in assetto che mi avessi. Oh, che storia lontana mi sarebbe parsa quella della contessa Neni se qualcuno me l’avesse richiamata in quel momento!
Il paesello, la casa, tutto, fino i pestelli mi parvero, da quel giorno, proprio quel letticciolo di bambagia su cui era andato a finire quel mio precursore d’avventure, il passero della sorella del curato. Non è a dire però che, proprio come lui, mi sia messo a vivere col capo sotto l’ala, passando da un sonnellino all’altro. Il capo invece io lo misi a partito, e cominciai col riprendere e col compiere quegli studi ai quali m’ero sempre ribellato in nome di quegli altri centomila studi, che mi avevano condotto sino allora a non studiar mai niente. Lo zio ne è tanto contento che non sa più star nella pelle, e non c’è storta al fuoco di cui non mi confidi il quid che ci bolle in secreto. Egli si è tenuta la direzione dellaboratorio, ossia del suo fornello, ed ha lasciata a me la cura della spezieria. Siccome poi egli mi chiama sempre ilmilitare, così voleva che sulla porta della spezieria ci fosse scritto:farmacia militare. La cosa non è andata a luogo subito per qualche mia osservazioncella; il progetto sussiste, ma lo si differisce di giorno in giorno. Lo zio poi ha desiderato di vedermi capitano della guardia nazionale; e da un anno infatti io sono a capo di tutte le forze di terra del mio paesello. Poi faccio tant’altre piccole cose.... perchè bisogna sapere che nella mia valle, non essendoci che un solo partito politico, quello del criticare, io mi sono messo in capo di crearne uno nuovo, quello delfare!
Lo zio adesso desidera.... e qui non guardatemi, perchè dovete sapere che non ho smesso ancora di farmi qualche volta rosso in viso tutto ad un tratto. Lo zio insomma è così contento d’essere zio, che vorrebbe diventarepro-zio. Ma non chiedetemene di più, perchè ciascuno è fatto a proprio modo, e il modo mio questa volta è quello di fermarmi qui.
Per finire poi la storia del paese, vi dirò che quel buon figliolo di garzone del fornaio non è ritornato più. È morto al Volturno; e gli fu messa una lapide in chiesa, che ricorda come anche il nostro paesello abbia dato il suo tributo all’unità della patria. Morì il curato; morì la madre della Luisa. Alcuni dicono che la Luisa vada presso una sua parente che sta lontano; altri dicono di no, e soggiungono che se ci andrà, farà in breve ritorno. Io che volli scriver presto, anzi troppo presto, questa mia storia appunto per non darvela compiuta, permettetemi che vi lasci nella curiosità, e non vi faccia pronostici. E quel diplomatico dal naso rosso? Lo vidi per il mondo ben vestito, ma da un pezzo non ne ebbi più nuova.
Che se poi aveste un’altra curiosità, la curiosità di sapere se di quel passero della sorella del curato io ne abbia fatto, proprio in tutto, il mio esemplare, allora prima di posar la penna lasciatemi dire una parola ancora. Quel passero col suo contegno severo aveva voluto di certo ammaestrare la mia giovinezza inesperta; e così gli avessi seguìti allora i suoi taciti consigli! Ad ambedue è capitata una spennacchiata del gatto, ma le conseguenze morali furono diverse, e con tutto il rispetto ch’io professo a quell’egregio mio precursore, non esito a dichiarare che non l’ho seguito nelle sue deduzioni, e che ho pigliato tutt’altro cammino. Evidentemente il disinganno aveva condotto quel passeroallo scetticismo. Egli aveva perduta la fede nelle ali; la fede nei voli arditi e felici dal piano al monte, e dal monte, chi sa? alle cime inaccessibili, dove l’aquila tiene il suo nido. Egli più non credeva che a quei quattro salterelli che gli era dato di fare con le proprie gambe; ed anche alle proprie gambe egli guardava di traverso, nel saltellare, con un occhio in cui cercavi invano la vera fiamma della fede.
Io invece questa fiamma santa l’ho conservata; e credo nelle ridenti pendici lontane, e nei vasti orizzonti. Credo di più che la fede e l’ideale non abbiano nulla a temere dall’esperienza della vita, come l’oro fino non ha nulla a temere dal crogiolo. Delle scorie ne ho buttate via molte! e forse non ho finito: ma mi tenti invano, ombra del passero, se mi vuoi compagno dei tuoi salterelli sfiduciati! Tutto il mio scetticismo consiste nell’aver imparato che ci sono delle gemme fatte di vetro e di talco, e delle x che, a conto finito, diventano modestamente le frazioni d’un quattrino.