Ora che abbiamo ricondotto a casa il nostro personaggio principale, e che abbiamo veduto gli eventi rabbonirsi, dopo essersela presa con lui così fieramente, per quel tanto di fumo che gli era salito alla testa, non ci resterebbe altro che di fare una riverenza a quei lettori che fossero arrivati pazientemente fin qui, ringraziarli dell’averci fatto compagnia, e dir loro: la nostra storiella è finita. Ma siccome da una compagnia tanto cortese non si vorrebbe staccarsi mai, così abbiamo pensato di andare in cerca, per un’ultima volta, dei vari personaggi che hanno figurato qua e là nel nostro racconto; sapere che cosa sia succeduto di loro, e salutarli anch’essi, tanto più che il caso di rivederli è poco probabile. Per trovarli dunque riuniti quasi tutti lasciamo passare un anno, e andiamo a Castelrenico. Un anno basterà, perchè dopo, per quanto ne sappiamo noi, nessuno di loro ha fatto nulla di particolare che meriti d’essere raccontato.
A pie’ del monte che sta dietro Castelrenico, proprio dove una volta scendeva in tanti rigagnoletti quell’acqua che aveva anch’essa avuta la sua parte a far dare a Martino il soprannome dimatto, sorgono adesso tre fabbricati, uniti tra loro da una cinta di muro, che racchiude pressochè tutto quel tal prato che aveva fatto, ma inutilmente, tanta gola all’amico Simone. I rigagnoletti, di cui molti andavano perduti per le fessure del monte e per gli strati soffici del prato, riuniti adesso in un sol corpo, corrono rapidi e a guisa di torrentello lungo i fabbricati, e movono delle grandi ruote che stanno a fianco di questi. Chi passa lungo il muro di cinta ode, misto al rumor cupo delle ruote che girano lentamente, e a quellodell’acqua che batte e spumeggia intorno ad esse, un frastuono confuso, dissonante, di martelli, di seghe, di ruote e rotelle e rotelline che cigolano in tutti i toni e che pare dicano tutti assieme quanta vita, quanto lavoro, quanto amore del tempo ci sia lì dentro. In uno dei fabbricati stanno accatastati fusti e toppi; ci sono le grandi seghe, e si fanno panconi e assi d’ogni sorta. In un altro più piccolo si fanno tutti i lavori da bottaio; e nel fabbricato di mezzo, che è il più grande, si fa ogni sorta di lavori da legnaiolo, mobili, quadretti lisci e intarsiati per pavimenti, bussole, usci, persiane, scuri; c’è anche l’abitazione di Martino e della sua famiglia, di Massimo, di Giovanni, e di qualche operaio.
Martino è sempre in faccende; è dappertutto: non c’è lavoro del suo opificio a cui non abbia data, prima di sera, un’occhiata cinque o sei volte almeno. Se vede qualcosa che non sia fatto a modo suo, allora poi non sa resistere; si mette in maniche di camicia, dà mano alla pialla, a uno scarpello, a un tornio, e, dimenticandosi d’essere il padrone, lavora come un dannato e col gusto d’una volta. Se poi ha qualche minuto di respiro, allora, a gambe larghe e con le mani dietro le reni, si mette lì ad osservare le macchine che lavorano. Le guarda, non sa staccarne gli occhi, sorride di compiacenza, e, con qualche crollatina di capo, pensa tra sè: «Guarda un poco con che precisione lavora quel ferro!... così da solo!... si direbbe che nel mestiere la sa lunga più di me!... e che ragiona come un cristiano!»
Non la pensa così sua moglie. La buona Caterina, in casa non osa più fiatare contro le macchine; però, se è sola, affretta il passo volentieri quando attraversa qualche stanzone dove ce ne sia qualcuna; e in cuor suo non è del tutto persuasa che in quelle ruote e rotelle e rotelline, in que’ ferri, in quelle lame dentate, che stridono, vanno,vengono, girano da sè, non ci sia qualche incantesimo, qualche diavoleria. Anch’essa è in faccende da mattina a sera, ma a far la massaia; tiene a cintola un mazzo di chiavi che saranno almeno venti; si pensi quanto da fare le dànno! Martino, son due anni, le ha regalato un abito di seta: le venne qualche volta la tentazione di metterselo, ma poi non ne ha avuto mai il coraggio. Aspetta sempre una qualche grande occasiono per decidersi; ma quando l’occasione capita, allora quell’abito le mette tanta soggezione! e comincia a pensare a quello che dirà la gente, a quello che dirà la Ghita, per dirne una, la vedova del bottaio, che tutti chiamano la signora Ghita, eppure non ha l’abito di seta nemmen lei. «No, no!» conchiude ogni volta dopo averci pensato su «non voglio che si dica che mi è andato il fumo alla testa!... non voglio umiliare le mie amiche, le donne del mio tempo!» E infatti, per la signora Ghita principalmente, questo sarebbe un affar serio. I Della Valle le hanno già fatta questa del metter su lavoro da bottaio, di lavorare in grande e in un certo modo che non era quello del suo povero Andrea, e se poi le facessero anche quest’altra dell’abito di seta, sarebbe in verità un passare ogni misura, un tentare la sua prudenza. Povera signora Ghita! La sola cosa che la conforta un poco è che a lei tutti diconola signora Ghita, mentre la Caterina, sebbene ci sia chi pretende che il suo uomo adesso nuoti nell’abbondanza, pure non c’è uno che non la chiami ancora la Caterina!
Ma non è solo l’abito di seta che mette soggezione alla Caterina: dopo che suo marito ha cambiato condizione, si direbbe che le mette soggezione anche la gente che può incontrar per la strada. La si vedeva poco in giro una volta, ma adesso la non si vede quasi più; e la sua scusa è sempre che «quando s’ha una nidiata difiglioli non c’è tempo d’andar a spasso.» La nidiata però è ben piccola, e «fossero le nidiate di figlioli tutte così!» dicono in paese quelli che ne hanno una davvero. Tonino è ormai un uomo fatto: ha diciott’anni appena, ma è alto, robusto, serio; è sempre intento da mattina a sera alle macchine e ai lavori che dirige lui; parla poco, e lo vedono così poco all’osteria, che in paese cominciano quasi a chiamarlomattocome il padre. La Beppina s’è fatta anch’essa una giovanetta, e tra qualche anno la signora Ghita sarà in pensiero per trovarle un marito. Intanto essa aiuta la mamma in tutte le faccenduole di casa, ed è la sola persona a cui Caterina dia in qualche occasione il mazzo delle chiavi. Gli altri due bambini, quelli che abbiam veduti in principio del nostro racconto far la guardia ai fagioli che bollivano nella pentola, divenuti grandicelli anch’essi, ora vanno a scuola: la bambina va alla scuola di Castelrenico; e il fratello, che è maggiore di lei, fu messo a dozzina in una grossa borgata della provincia, e va alle scuole tecniche.
«Avrei avuto il coraggio di mandarlo a imparare anche il latino!» aveva detto una volta Martino in confidenza al curato. «Sicuro! perchè un tempo avevo una grand’opinione del latino!... Ma dopo che ho veduto il latino fare all’avvocato Massimo lo scherzo di mandarlo in rovina!... un uomo come l’avvocato!... cosa vuole? mi sono messo in diffidenza, e ho detto tra me: no, no, non mettiamo i figlioli nelle tentazioni! ci mette così poco il fumo a montare alla testa!»
Qualche ragionamento sul fumo che monta alla testa l’aveva fatto più d’uno in Castelrenico, dopo che si riseppero i casi disgraziati di Massimo. Più d’uno aveva rifatti i suoi progetti; più d’uno aveva lasciato cadere qualche sogno ambizioso, s’era deciso a sneghittirsi e a non aspettar più a bocca aperta che cascasse la fortuna dalle nuvole.Abbiam detto più d’uno, e si può esser contenti; ma non mancarono anche quelli che furono d’un parere diverso. Si pensi a tutti i discorsi che si fecero in Castelrenico quando videro Massimo tornare mogio mogio, non più impiegato, non milionario, non ministro, e, per dirla, senza un soldo in tasca! Quelli che in paese passano per i più pratici delle cose di questo mondo, dissero subito ch’era una commedia, ch’era forse una cosa tutta intesa col Governo per qualche scopo diplomatico, e conchiudevano che «fidarsi è bene, e non fidarsi è meglio!» Gli altri, un poco meno furbi, erano persuasi in cuor loro che a Massimo fosse andata male davvero; ma a buon conto tacevano e stavano a vedere. A poco a poco però questi ultimi, ch’erano in gran maggioranza, cominciarono a farsi coraggio; e dopo poco tempo in Castelrenico si discorreva liberamente che Massimo, dopo tante spacconate, se n’era tornato con le pive nel sacco, a farsi ospitare da Martino per di più, dopo essersi mangiato fino a un soldo il fatto suo. Il pensiero delle pive nel sacco parve una buona ragione per perdonare all’avvocato Massimo anche a quei tali che con tanta invidia l’avevan veduto partire, e che l’avevano avuta così fieramente con lui per quel tanto di fortuna che aveva sognato. A mantenerli poi in questa buona disposizione c’era per molti un altro riflesso. «Guardate un poco,» dicevano; «l’avvocato Massimo ha voluto girare il mondo, salire in alto, e con tutto il suo talento è andato in rovina!» Da questo tiravano la conseguenza che quelli ch’erano rimasti a casa, e quindi loro, dovevano avere un talento di gran lunga maggiore.
Massimo però non ha voluto approfittar troppo finora di questa indulgenza e di questo perdono. Se s’imbatte in qualche vecchio amico, fa volentieri, se ne ha il tempo, quattro chiacchiere o quattro passi in compagnia; maè cosa che succede di rado, perchè se ne sta quasi sempre nello studio, anche la sera, ad attendere alle molte faccende dell’azienda di Martino; e passano alle volte le giornate intere senza che nessuno lo veda uscir di casa. Nel caffè dellaFratellanzanon ci ha ancor messo il piede. Il sollievo che gli è più caro è quello di condurre il suo bambino a passeggio, o d’andare sull’imbrunire verso il cimitero dove adesso è sepolta la sua Enrichetta, o alle volte, quando Mevio capita in Castelrenico, di fare con lui qualche lunga camminata. Con Mevio ritorna spesso su tutte le cose del passato, e nello sfogar l’animo gli piace di fermarsi ogni tanto e di mettere, come pietre miliari, prima di proseguire, le conclusioni della sua esperienza. Nulla ha voluto tener nascosto al suo buon amico; e un giorno nel parlargli della sua Enrichetta, gli disse come prima di morire ella gli avesse confessato quel fascino che aveva tormentato il suo cuore. Alla poveretta non bastò l’aver vinto, volle sentirsi dire che era perdonata! Massimo più volte aveva principiata e interrotta la penosa confidenza col suo amico; ma poi l’aveva compiuta, parendogli di rendere alla bell’anima della sua Enrichetta un omaggio di più. «Ed è così che uno sa essere di aiuto e di guida alla sua giovane sposa?» aveva conchiuso con un sospiro pieno di amarezza. «Povera giovane! mentre il suo animo si schiude alle impressioni d’una vita nuova, il suo compagno di cammino, la sua guida la conduce di sua mano in mezzo a tutte le seduzioni; le fa conoscere quello che il mondo ha di più lusinghiero, di più seducente; e poi, quando ne l’ha inebbriata, la riconduce tra le pareti della casa, dove si incarica di farle conoscere la noia, di non farle più udire una parola confidente, cortese, amorevole; e di mostrarle, se occorre, tutte le varietà delle parole brusche e dei musi lunghi! Brava la guida! E poi.... e poi quandotutti assieme si è ribaltati in un fosso, si grida che la colpa è di chi stava in vettura!... Povera Enrichetta!... perdonami!... a quale difficile prova, stolto! ho messo la tua virtù!»
E Giovanni? Giovanni, che a Milano si lasciava chiamar così, ma che a Castelrenico guai se non lo chiamano il signor Figini, perchè non permette ai campagnoli tanta confidenza, comincia ad abituarsi alla nuova vita, sebbene dica ancora di tanto in tanto che «a non veder più le strade con quel bel lastricato di pietra viva, con quelle belle case tutte in fila a quattro e fin a cinque piani; e a trovarsi invece, così.... in mezzo alla campagna, come Adamo, è cosa che proprio toglie il respiro!» Quando non ne può più, va sull’altura della casa per vedere il Duomo di Milano. «Eccolo là! ecco la guglia maggiore!... capite? la si vede fin qui!...» Ma quei del paese gli rispondono: «Signor Figini, lei sbaglia! quel punto bianco che lei vede laggiù è il campanile della chiesa di sant’Antonio, che è la chiesa parrocchiale di....» Ma Giovanni non li lascia finire: «Oh! sapete che ne avete delle belle voi altri di Castelrenico! Voler conoscere la guglia del Duomo più di me! più d’un milanese di Milano!... e voler dire che la guglia maggiore è il campanile di sant’Antonio! ah! ah!... La vi piace quella guglia? La vorreste per voi eh?... Non siete di cattivo gusto!...» E ogni volta ride così di cuore alle spalle di quelli di Castelrenico, che è uno spasso a vederlo.
Quantunque ci sia questo disparere sul campanile di sant’Antonio, e ce ne sia qualche altro su altri modi di vedere, il signor Figini gode in Castelrenico d’una certa riputazione. Le comari sopra tutto lo hanno in concetto d’uomo di proposito; e siccome egli ha sempre in pronto qualche sentenza o qualche proverbio, così quando si vuole un parere proprio coi fiocchi, si va dalsignor Figini. Anche i celioni e gli sfaccendati del caffè lo ascoltano volentieri, e salvo a rifarsene alle sue spalle, lo stanno a sentire qualche volta anche con la bocca aperta; per esempio quando racconta le sue storie del tempo passato, o i casi terribili capitati a lui quand’era sergente della guardia nazionale. In ognuna di queste storie c’è sempre una risposta, un detto, con cui ha messo in un sacco più d’uno che aveva creduto d’imbarazzar lui; e questa, ben inteso, è tutta gente che metteva soggezione a chi si sia per la gran furberìa o per il gran talento. Queste chiacchiere Giovanni le fa quando l’azienda di Martino gli lascia, come dice lui, un momento di riposo, perchè il suo da fare è molto, e la sua responsabilità è grande. Egli dà le paghe agli operai, fa scappare i fanciulli che vengono a spiare in corte dal cancello, e fa le intestature ai registri; cosa anche questa assai meno semplice di quel che pare, perchè le intestature egli le fa in carattere ora corsivo, ora tondo, ora gotico, a seconda dei casi, perchè ha sempre usalo farle, come dice lui «in caratteri allegorici.»
Al nostro Giovanni poi capitò una giornata campale, e di cui vorrà parlare per un pezzo, proprio in quel tempo in cui siamo venuti a ritrovare col racconto i nostri personaggi. Il marchese Renica, che dopo la morte di don Emanuele s’era chiuso, come abbiamo veduto, in una sua casuccia di campagna fuor di mano, dopo averci passato un anno, era venuto in Castelrenico senza toccar Milano. Con lui c’era sua nuora e suo figlio Giorgio; poco dopo era capitato anche don Gilberto. Il consigliere Rocca, sapendo che il marchese non faceva più la partita, non s’era ancor lasciato vedere. Or bene, una mattina il signor Giovanni, mentre stava appuntando un lapis con grande attenzione, sentìil cane guardiano abbaiare dal suo casotto in un tono ch’era più alto del solito. Uscì in corte a vedere cosa ci fosse di straordinario, e vide nientemeno che il marchese Antonio con suo figlio, la marchesa Giulia e don Gilberto, i quali entravano in quel punto dal cancello.
«Oh! chi vedo io mai!... E non averlo saputo!... riceverli così in mal arnese!... mi scusino!... loro hanno voluto incomodarsi.... hanno voluto venire in questo nostro stabilimento.... mi hanno voluto onorare....» E, intanto che Giovanni diceva così, il marchese, dopo averlo salutato cortesemente, gli aveva domandato se c’era Martino, e se Martino permetteva che si visitasse la sua fabbrica. Giovanni, persuaso d’esser proprio l’uomo che ci voleva per far gli onori a una così illustre comitiva, facendo il sordo, aveva già dato principio a una descrizione sommaria delle cose da vedere. Ma il marchese s’era piantato sui due piedi; e Giovanni dovette decidersi a chiamare un manovale, e a mandarlo in cerca di Martino, dicendogli piano all’orecchio «e che metta il vestito delle feste!...»
Non potendo avere quella visita tutta per sè, Giovanni volle averne almeno una parte, e intanto che aspettavano Martino, condusse il marchese e la comitiva nello studio, per mostrar loro i suoi registri e quelle famose intestature.
«Prima che venissi qua io, di queste cose non se ne facevano!... Cosa dico? non si sapeva neanche cosa fossero!... Buona gente questa di Castelrenico!... Oh! in verità, a dirne male sarebbe proprio peccato!... Mah!... loro signori mi capiranno!... non è dato a tutti di nascere dove.... c’intendiamo noi! e se non ci arrivano a certe cose, siamo giusti, la colpa non è tutta loro!... Si direbbe proprio che le guglie del Duomo hanno il loroinflusso!... Dunque dicevo.... cosa dicevo?... oh! volevo dire che l’arte calligrafica, che ho fatto conoscere io per il primo in questi paesi, ha un’importanza per il buon andamento d’uno stabilimento industriale.... un’importanza ch’io chiamerei, senza complimenti, fondamentale! Io considero la cosa sotto tre punti di vista: primo punto....» Ma per fortuna al primo punto arrivò Martino, e ai nostri visitatori furono risparmiati tutti e tre.
La visita durò un paio d’ore. Il marchese Antonio volle vedere a una a una tutte le macchine; volle osservare minutamente tutti i lavori, facendo a Martino domande sopra domande a proposito di tutto. Martino rispondeva col suo fare alla buona, e con quel buon senso, che quando è proprio di quello vero, piace e colpisce come una cosa bella e rara. Più d’una volta, intanto che il marchese osservava con attenzione qualcosa, Martino guardandolo con un’occhiata lunga e compassionevole, disse tra sè: «Com’è mutato quel pover uomo!» E infatti, gli erano cascati sulle spalle tanti anni, in quell’anno, che non sarebbe stato facile riconoscerlo alla prima. Pure la sua fronte pallida e pensierosa, il suo occhio triste e quasi spento, parevano riavere ancora qualche scintilla del fuoco che ci aveva brillato una volta, mano mano che nel far dire a Martino le vicende della sua vita, lo seguiva in quella lotta ostinata che questi aveva giorno per giorno sostenuta e vinta con la sola scorta d’una indomabile volontà.
Don Gilberto, dopo aver anch’esso sulle prime lodato moltissimo tutti i lavori, cominciò presto a mostrare una certa predilezione per le sedie, e a pensare tra sè che la cosa andava un pochino per le lunghe. Anche la marchesa Giulia, ch’era in cuor suo del medesimo parere, ogni tanto, imitando don Gilberto, glisi sedeva accanto a riposare un minuto, e a scambiare qualche chiacchiera sopra qualche altro argomento. Don Gilberto faceva mostra volentieri di dividere con la marchesa un poco di noia elegante; ma in realtà, a saper bene le cose, anche a lui quell’annetto di più, sebbene l’avesse passato senza un fastidio al mondo, aveva giovato pochissimo, e lo star su due piedi un pezzo non era più affar suo. Quel guaio della gotta oramai non lo si poteva più nascondere; e don Gilberto, prendendo le mosse da lontano, aveva finito con annunziarlo ufficialmente; ma poi, a ogni proposito, tirava in scena de’ personaggi d’ogni paese, ch’eran tra i primi potentati della politica o della moda, e che avevan tutti questo suo stesso maluccio, del qual maluccio sapeva discorrere con sì bel garbo, che pareva quasi una cosa di poco buon genere l’esserne senza.
Il marchese, prima di partire, strinse la mano a Martino e gli disse: «Ricordatevi che mi dovete rendere questa visita, e che me la dovete rendere con usura! Non ho mai fatto complimenti con nessuno; sicchè, dicendovi che ogni volta che vi lascerete vedere in casa mia mi farete un piacere, vi dico una verità; e ve la dico di cuore!»
L’andare, proprio in persona, in casa del marchese, era in Castelrenico un onor grande; e Martino, anche quando non ci andava che il cugino, l’avvocato Massimo, se ne gloriava non poco per la sua casa. Martino dunque rimase lì, a quell’invito, tutto confuso; cercò di balbettare qualche parola di complimento, e si fece tutto rosso in faccia, un po’ per la soggezione, e un po’ per una certa soddisfazione dell’animo, che in quel momento gli diceva che le sue fatiche gli avevano fatto guadagnare qualcosa di più che de’ quattrini. Anche sul volto del marchese, che in quel punto s’eratutto rianimato, c’era la soddisfazione di chi ha detto una cosa di cui si trova contento.
Poteva la scena finir lì! Ma, nell’accompagnare il marchese e la comitiva fino al cancello. Martino prese a dire il suo gran dispiacere di non aver potuto far loro conoscere il suo Tonino, «quel bravo figliolo! che è stato, bisogna proprio che lo dica, la mia mano diritta nel fare tutto quello che loro signori han veduto!... Oh! senza lui non facevo neanche la metà!... Ma è andato, fin da ieri, fuori di paese con Massimo. Anche Massimo sentirà con dispiacere che loro signori sono stati qui, proprio in un giorno in cui lui non c’era!...»
La fronte del marchese cominciò a rannuvolarsi. Il marchese non aveva più veduto Massimo da due anni, e precisamente da quando era partito da Milano per l’impiego.
«Oh! ecco uno che viene a proposito!» saltò su a dire Martino nell’aprire il cancello.» Farò conoscere loro un altro mio figliolo.... che è quel giovanotto che viene alla nostra volta... È il figliolo che ho mandato a studiare, e che adesso è qui in vacanza. Ha l’argento vivo addosso!... ma un buon figliolo! È un diavolo.... ma il cuore è buono!... studia e si fa onore!... È il mio secondogenito.... e lo chiamo il mio cattivo soggetto!...» E appena ebbe dette queste parole, Martino vide il marchese farsi pallido come la morte, e appoggiarsi al braccio di suo figlio Giorgio come uno che sviene. «Oh! che bestia!» pensò Martino mordendosi le labbra. «Cosa ho detto mai! Il secondogenito.... sicuro!» Martino avrebbe voluto accomodarla in qualche modo, ma il marchese non gliene lasciò il tempo; e prima che il figliolo di Martino fosse arrivato al cancello, egli s’era già dilungato per una stradicciola opposta.
Martino, per accomodarla, dopo aver passati tre oquattro giorni di cattivo umore, e a pensarci su, si decise di andare a far visita al marchese. E bisogna dire che della sua visita fosse rimasto molto contento, perchè fu veduto uscir dalla casa del marchese, attraversare la piazza, tutto attillato s’intende, parlando tra sè, fregandosi le mani, con la faccia allegra più del solito. Quelli del caffè dellaFratellanza, vedendolo passare, diedero in una gran risata; ma Martino non se ne accorse, e tirò via per la sua strada.
Del qual caffè dellaFratellanzabisognerà pure che diciamo una parola prima di accomiatarci, perchè anch’esso è una delle nostre vecchie conoscenze. Nel caffè dellaFratellanza, sebbene ci si proclamino ogni giorno le più ardite aspirazioni sociali, le cose son rimaste tali e quali le abbiamo vedute sei anni fa. Il fornello e la caffettiera sono sempre nel medesimo angolo; le bottiglie, che stanno in mostra, sono ancora le stesse; vuote adesso come allora, son lì con le loro etichette che da un pezzo non sono più che un epitaffio. Alla solita ora viene la solita gente, si mette al tavolino, gioca a briscola e discorre, a spese s’intende, del prossimo. Di nuovo non c’è che Simone. Quel Simone che abbiamo veduto prestar le dieci mila lire a Martino, si è fatto uno de’ frequentatori più assidui del caffè. Era furbo, aveva comperato il codice, ma con tutto questo è incappato in qualche affaruccio ingrato: ebbe de’ processi, e s’è ridotto al verde. Ora non gli è rimasto che il caffè, dove sentenzia su tutto quello che succede in Castelrenico e, all’occorrenza, in Europa, perchè legge i fogli. La morale ha in lui un giudice pratico e severo; e se qualche volta è un po’ sospettoso, lo è per zelo del bene pubblico. Quando Martino, passando per la piazza, aveva fatto sghignazzare quei del caffè, Simone stava appunto raccontando un fatto chegli pareva tenebroso, e che denunziava per ciò alla pubblica discussione.
E il fatto tenebroso qual era? Massimo avendo risaputo dalla sua povera Enrichetta che l’ingegnere Mevio le aveva prestato mille lire per andare in Sicilia; coi primi denari che guadagnò restituì la sommerella all’amico, il quale la rese a chi gliel’aveva data in secreto, al marchese; e il marchese Antonio la regalò allo spedale di Castelrenico. Simone parlava di questo dono: trovava che un dono del marchese poteva benissimo avere un fine contrario al pubblico bene; e che gli amministratori dello spedale lo dovevano rifiutare come sospetto, e incompatibile con gli interessi del popolo.
Queste parole erano state approvate da tutti i presenti, e soprattutto da un tale di nostra conoscenza, quel della pipa di gesso. Il quale, per finire la rassegna dei nostri personaggi, è sempre lì, da mattina a sera, a quel medesimo posto dove l’abbiamo veduto la prima volta: le sue aspirazioni sono sempre ardite, ma personalmente è rimasto stazionario come il caffè. Non c’è in progresso che le scuciture della giacchetta, e quella tale indipendenza dei gomiti dalle maniche. Il suo tempo lo passa alternando una fumata con un bicchierino di acquavite e una partita a briscola, con una forbiciata al prossimo. A questi passatempi, che furono sempre i suoi quattro vizi prediletti, adesso ha aggiunto anche la politica, a cui s’è dato come se fosse un vizio di più. Si guardi un poco in quanti modi diversi si considera la politica a questo mondo! È dunque inutile dire che la sua politica è sulla medesima linea delle carte sporche, della maldicenza, dell’acquavite, e del fondo della pipa.
Ci resterebbe a dire, poichè siamo al caffè, e deimolti discorsi che si fecero a proposito delle cose che abbiamo narrate fin qui, e delle conclusioni che se ne tirarono. Una conclusione bell’e fatta, ora che il nostro racconto è finito, si pensi se ci tornerebbe comoda! Ma dobbiamo fare una confessione; e la confessione è che nel caffè dellaFratellanzaquesta nostra storia è raccontata da capo a fondo in un modo affatto diverso del nostro.
Le conclusioni dunque sono proprio le opposte di quelle che vorremmo dir noi: le nostre sarebbero molto semplici; le loro sono più complicate: affar di scuola. In questa diversità di conclusioni, non volendoci rassegnare a dirittura a quelle del caffè, e non presumendo tanto di noi da voler dare le nostre, prenderemo una via di mezzo. Lasceremo che le conclusioni le faccia il lettore, il quale, se troverà verisimili le cose che gli abbiamo narrate, e se vorrà, senza aspettare il testo del caffè, accontentarsi del nostro, saprà cavarne lui una morale di gran lunga più savia di quello che sapremmo far noi.
FINE.
INDICE.AvvertenzaPag.IUna scappata fuori del nido.— Memorie di Alberto1Lo scartafaccio dell’amico Michele97L’avvocato Massimo e il suo impiego289
Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
Nota del Trascrittore
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