LA MARCHESINA.

LA MARCHESINA.«E il libro de' Cavalieri serventi?» diss'io al maestro, una di queste sere che tornando d'una camminata più lunga del solito, non so se fosse stanchezza della brigata, o quiete naturale a quell'ora e a quella luce crespuscolare, tutti stavamo da alcuni minuti in gran silenzio. «E il libro de' Cavalieri serventi?» diss'io per ridestar la conversazione. «Che libro?» rispose il maestro. «Quello che ci avete promesso, se non m'inganno, narrandoci la novella di Margherita.» «Che promessa? che novelle?» riprese egli. «Io v'ho detto per celia, che sarebbe a fare su ciò un bel libro; ma chi vorrà pensar davvero, che, bello o brutto, io sia per far un libro mai? E poi, massimamente questo.» «Il maestro ha ragione,» disse uno de' giovani. «Che se il far un buon libro dipende, prima d'ogni cosa, dallo sceglier un buon soggetto, e principalmente un soggetto nuovo, certo questo de' cavalieri serventi, degli amori illegittimi, è così pesto e ripesto in tutte le lingue, e in tutti i toni, che non credo ci sia verso non che di farne un libro ma nemmeno di dir nulla di nuovo oramai.» «Oh, in ciò parmi che v'inganniate;» dicemmo quasi a un tempo il maestro ed io; ma io vedendo che il maestro aveva a cuore la risposta, e sperando poi ch'ei la facesse, come succedeva sovente, con qualche novella, che buona o grama pur ci occupasse quel rimanente di serata, lo lasciai dire; ed egli difatto incominciò così; prima predicando e poi narrando, e di nuovo ripredicando.[pg!215] Oh in ciò voi v'ingannate assai, se credete che questo soggetto de' cavalieri serventi sia stato trattato e consumato, e non vi sia più nulla a dire. Il Parini nella sua famosa ironia, e, se ben mi ricordo, Alfieri in una sua commedia ne hanno parlato in ridicolo. Ma questo è un solo aspetto della quistione, ed una sol'arma usata contro; ed arma poi che, spuntata contro tante cose sante e virtuose, più non ferisce nemmeno il vizio. Gli stranieri veramente ne' loro viaggi in Italia.... Ma chi legge i viaggi in Italia degli stranieri? Non noi certamente; e nemmeno quelli fra essi che hanno un po' di giudizio proprio; ma soli que' branchi di stranieri pecore chi ci vengono con in tasca lor giudizj belli e fatti; e scesi dall'Alpi col pensiero assoluto che l'Italia è decaduta tutta e in ogni cosa, le risalgono citando i segni di decadenza che hanno scoperto fin nelle opere d'Alfieri o di Canova. Ma sarebbe peccato guastar a costoro il compiacimento nella propria ignoranza. Benchè l'ignoranza a questo segno non si guasta. E del resto, le infinite calunnie accumulate su noi forse che sono una parte delle pene dovuteci pe' nostri vizj; appunto come le calunnie che cadono su una donna già perduta sono parte della infamia a cui è dannata giustamente. Ma che bella cosa sarebbe, e per me, s'io fossi giovane, mi vi vorrei dedicar tutto intiero, che bella cosa sarebbe a un Italiano far egli e poi scrivere un viaggio in Italia, in cui, dati biasimi e lodi con verità, si notassero non solo i nostri vizj pur troppo veri, ma anche le nostre sopravviventi virtù; dove le memorie de' tempi antichi fossero evocate non solamente a rimprovero, ma ancora a conforto o a speranza; dove gli esempj buoni presenti, che quantunque pochi pur ve ne debbono essere e vi sono, non fossero negletti, disprezzati, od anche menomati a volontà; dove in somma ci potessimo specchiare con vergogna pure talvolta, ma almeno senza disperazione!.... Ma che vi dicevo io? onde ho io preso le mosse?.... Dicevo de' cavalieri serventi, e volevo aggiugnere che voi, signor mio, che li mettete in un fascio con qualunque altra specie d'amori illegittimi, mi pare, con licenza parlando, che siate in un grande errore. Altro è il vizio isolato e volontario [pg!216] d'una donna o d'un uomo pervertiti per a tempo od a caso da' loro sensi, o lor passioni, altro quella disgrazia, somma di tutte per uomini e donne, di vivere in un luogo, in un tempo, in una società infracidita. La quale.... Ma, figliuoli miei, volete voi che vi narri un caso succeduto quasi in presenza mia da venti a trenta anni fa; quando ero, come credo avervi detto, precettore in una casa signorile, epperciò potetti allora conoscere i costumi del tempo e del mondo? Del resto è successo, che se ferì me, sì poco fatto a que' costumi, forse che parrebbe comunissimo e indegno di narrazione a chi v'abbia indurito il callo. Ma e spero che niuno di voi sia tale; ed anche ho udito dire che il mondo sia in ciò migliorato. Onde che voi giovani forse non ve l'immaginate come era allora. Ad ogni modo, ecco il caso.In una città d'Italia, che al solito non vi nomerò, erano un padre, una madre, e una figliuola, nobili, ricchi, buoni, in ogni sorta di fortune, compresavi quella che Cecilia era la più bella e graziosa fanciulla di sedici anni che là fosse. Aggiugnete (ciò che si dee dire anche più merito de' genitori che fortuna) che la giovanetta era pure la meglio educata di tutte le compagne e coetanee sue. E dico, bene educata, tanto in buoni principii di religione e virtù d'ogni sorta, e principalmente quella ch'è di quel sesso e quell'età, una dolcissima modestia, come anco poi in tutte le grazie e qualità femminili; istruzione varia e moderata, da non farne pompa ella, ma da poter intendere ed apprezzar le conversazioni anche serie, e il valore anche sodo di qualunque uomo; e poi maestria di lavori donneschi, i quali quantunque così diversi ora da quelli delle patriarchesse e delle cavalieresse antiche, pur quando vediamo attendervi destramente una donna, ella ci sembra partecipare di quelle età e virtù prische, e in ultimo la grazia del ballo, e l'incanto d'una voce divina, e pur quell'eleganza del vestire e del muovere e del parlare, che quando è sola e scompagnata è la più sciocca qualità di cui si possa gloriare od uomo o donna, ma che quando accompagna l'altre, od anzi par venire naturalmente e conformarsi da esse, è compimento ed ornamento [pg!217] di tutte quelle di una giovane. — Già si sa — direte voi altri, — Cecilia era una perfezione, una eroina da romanzo; e così debb'essere, che anche i novellieri n'hanno il vizio, e il maestro l'ha più di tutti, o non ci sa descrivere una donna senza farne un angiolo. — Signor sì, — rispondo io, — così è, e così debb'essere per varie ragioni. Prima, perchè sia caso o grazia del cielo, o mia virtù ammiratrice, certo è che ho conosciuti e conosco non pochi di questi angioli in terra; ondechè la descrizione di essi non che falsa mi riesce naturalissima; e se la facessi bene non sarebbe altro che come una giustizia oscura e coperta sì, ma pure resa loro ad ogni mia possa. In secondo luogo poi, vi dirò che agli storici corre l'obbligo dir il brutto come il bello degli uomini; ma chi inventa o sceglie una narrazione grande, stolto è se non sappia riposar sè e gli uditori su tali fatti e persone che abbiano pure in sè un po' di bello. In terzo luogo.... Ma che serve tutto ciò? Io vorrei che aveste veduta Cecilia, come l'ho veduta io più volte alla sera nel salotto dov'eravamo varie persone ed amici di casa, uscir dalla camera di sua madre, vestita, ornata tutta dalle mani materne per portarla a qualche ballo, ed ella il viso ed ogni atto tra ritrosia verginale e gioia giovanile, or arrossire e ritrarsi e incantucciarsi, ora alzarsi come a partire ed anticipar gli innocenti piaceri; certo allora avreste detto come dicevamo tutti, che ella era per comparire la più bella agli occhi invidiosi dell'altre donne, e a quelli ammiratori di tutti gli uomini. Nè dirovvi del suo canto. Già sapete, che questa è la mia smania; e il più gran divertimento che io m'abbia mai goduto quaggiù gli è quello che ho avuto sovente in quella famiglia, e grazie alla benedetta giovane, di star le intere ore d'una sera su un buon seggiolone o all'angolo d'un sofà, non disturbato, non interrogato, non avvertito da persona, ad ascoltare qualche pezzo di buona musica eseguito da maestri, o dilettanti che vaglian maestri, senza le cerimonie, senza il freddo dell'accademie d'invito, e senza altro scopo che d'inebbriarsi di buona musica. Ed io allora m'inebbriavo con essi; massime quando usciva fuori più sovente dell'altre quella bella voce di [pg!218] soprano femminino, che allora sì che pareva proprio un angelo vero. E sì, che non ci era allora Rossini; ed era gran danno: perchè, dicano che vogliano coloro che non sanno intendere nè amare quanto è cresciuto da tant'anni in qua; dicano che vogliano, il maestro, benchè vecchio e ammirator di Paesiello, e Cimarosa, e Zingarelli, e poi di Guglielmi, di Paer, di Maier e massime di Mozart, è pur diventato ammirator grande di Rossini; ed anzi, se mai vive, diventerà di qualunque faccia a Rossini l'ingiuria ch'egli ha fatto agli altri, di farli passar di moda.1Benchè, per me, niuno buono non passa di moda mai. I buoni, uditi in mia gioventù, mi fan rivivere in quella. I buoni, sorti in mia vecchiezza, me la fanno dimenticare. Peccato, solamente, sia detto con vostra pace, signore mie, peccato non sia fra voi qui una Cecilia, da farci udir Rossini in vece di novelle. Ma torniamo a lei.Ben potete pensare che non le mancò marito. I più belli, i più ricchi, i più buoni giovani del paese volevano esser quello. Ma, o per ciò, o perchè i genitori, di cui ella era tutto l'amore e la gloria, durasser fatica a spogliarsene, certo è che non avevano fretta nè eglino nè ella, costumata e amorosa a loro, e felicissima con essi e della vita che faceva adorata da tutti. Ma era giunta ai diciott'anni; che è tardi in que' paesi. Tuttavia, non che amore, ella non aveva nemmeno una preferenza. La quale poi non so perchè sia tanto proibita alle fanciulle, e parmi anzi che potrebbe prevenire le preferenze assai peggiori che hanno molte maritate. A ogni modo deliberarono, scelsero i genitori; acconsentì, approvò essa; e si conchiuse il matrimonio con un giovane ch'era il meglio, la perla di quella città. Ma hovvi a dir io ciò che era il meglio, la perla di quella città? Era un giovane erede unico e sostenitore d'uno di que' nomi storici portati già con più o meno gloria da' famosi cittadini delle nostre repubbliche, tiranni di città e condottieri di compagnie, che non vorrei aver da scusar tutte le loro azioni e la loro vita, ma si vuol confessare che empieron le loro [pg!219] vite di azioni virili, ed ebber animi, cuori, corpi e mani da uomini. All'incontro, il discendente aveva un corpo gracile e delicato, e di quell'apparenza che appunto si chiama signorile; certe mani ammorbidite sotto i guanti, che sarebbero state belle anche a una donna, e che al più sapevano destramente far di scherma, giuocar altrucco,2al volante, od anche condur bene al passeggio una carrettella o un cavallo ben maneggevole; un ingegno adorno d'un po' di latino, un po' di aritmetica, un po' più di poesia, un poco meno di storia, e poi un po' di musica e di lingua francese; ultimamente un cuor buono e ben addestrato a far quel poco di bene che si può senza sconcertarsi, ad esser utile altrui senza mai nuocere nè far correr pericolo a sè stesso, a trarsi da banda e scansare, se è possibile senza compromettersi, una viltà. E in sommo, era un uomo che apprezzato al valore degli uomini in generale, e classificato insieme con quelli di ogni età e d'ogni paese, sarebbesi certamente trovato nella classe dei mediocrissimi; ma in quel paese, in quella città, in quel tempo, in quella condizione, era senza dubbio.... la perla de' mariti che si potesse dare a Cecilia.Maritati che furono, Cecilia amò il marito. E dicendo che l'amò, certo non vo' dire che fosse nè di quell'amore furente che s'apprende in pochi quasi dal cielo a ciò devoti, che nasce in circostanze straordinarie, che non arriva a suo colmo se non per le difficoltà, e che, al solito, perde e consuma chi vi si è abbandonato; nè nemmeno quell'altro amore tutto pace e stima e crescente di dì in dì tra due felici, e degni di appartenersi e possedersi l'un l'altro. Era solamente quell'amore comunissimo, anzi quasi inevitabile, impossibile a non trovarsi tra uno ed una, giovani e nuovi, accozzati l'uno all'altra: quell'amore che delle cento volte novantanove si trova tra gli sposi durante quella che gli stranieri chiamanluna di miele; amore che è l'oggetto degli epitalamj, delle raccolte in versi, e delle celie fatte in troppo chiara prosa, al dì delle nozze, da' parenti ed amici di casa. [pg!220] E questo pure, perchè tutti gli amori non cattivi sono buoni, questo pure è un amore buonissimo, messoci in cuore da Domeneddio per provvidenza sua, pel caso frequentissimo d'un uomo e d'una donna che si sposino, senza aver prima spasimato l'un per l'altro. Ma questo amore, buono pe' primi giorni e per quella luna di miele, non è più buono, non serve, passata questa, nè a lungo; se non gli sottentri quello della stima, della pace e della confidenza reciproca crescente. Ora, potevano eglino, il marchesino e la marchesina (così era chiamata la bella coppia, per antonomasia, da tutta la città), potevano eglino, dico, aver l'un per l'altro questo amore, e crescerlo? Forse avrebbe potuto averlo egli per lei. Perchè, notate questo, figliuoli miei, se non v'incresca delle mie riflessioni; in un paese dove non sia molto buona l'educazione, nè molto bene occupata la vita, il vantaggio è tutto delle donne. Le quali, come sono vezzose, e sanno porgersi e parlare con grazia, e adempiono ai doveri della famiglia, elle hanno ciò che debbe avere qualunque donna in qualunque paese del mondo: e sovente anche sono più piacevoli, che non quelle che infuriano ed arrabbiano non femminilmente tra le parti e le dispute di filosofia o di politica. Ma ad un uomo, ei ci vuol altro che quelle qualità esterne o private! E dico che ci vuol più, non solo per dirsi essenzialmente uomo di merito, ma anche per la apparenza della buona grazia virile agli occhi della donna che lo ha ad amare. Perchè l'amore della donna, così portando sua natura, è quasi come un compiacimento, un riposo della propria debolezza sulla forza e robustezza altrui; una necessità di trovar un protettore, un sorreggitore, un consigliero più forte, più attivo. E tant'è vero, che ho vedute donne dappiù che i mariti, non saperselo, non volerselo confessare, per non aver quasi a rinunciar l'amore che elle loro portavano; ed altre, che non potendo chiuder esse gli occhi alla propria superiorità, si sforzavano pure di nasconderla agli occhi della gente, per non perder quella grazia e dignità della debolezza femminile. È infelice il marito, a cui la condizione propria o de' tempi o de' luoghi non concedano mostrar mai alla donna qualche pruova vera delle [pg!221] sue virtù, e del suo animo virile. Ben può dir egli, quantunque amato egli sia, che non è amato quanto potrebbe essere. È infelice la donna che la dappocaggine del marito o la vanità propria fanno tenersi dappiù di lui nelle qualità che dovrebbero essere di lui. E guai, cento volte guai a colei, che tenendosi e vedendosi tenuta tale, lo confessi una volta a un altro uomo.Non fu il caso allora della Marchesina. Trasportata dallo stanzino verginale alla camera, a ricchi quartieri nuziali, e dalla vita serena ma uniforme d'una fanciulla, all'allegria, al chiasso, al turbine, agli allettamenti d'una vita di mondo e alla moda, io credo, veramente, ch'ella non pensò nè alla mia distinzione dei tre diversi amori, nè poi a far quella comparazione del merito intrinseco suo o del marito. Tra l'abbigliarsi e gli innumerevoli affari che trae seco il provvedere a una elegante vestitura femminile; tra i divertimenti e le innumerevoli seccature che trae seco il divertirsi, tutto il giorno e mezza la notte di una giovane volano, senza dar agio a riflessioni di morale. E sovente, non che i giorni e le notti, passano così intieri gli anni, e le gioventù, e le vite. Così passarono due o tre anni della Marchesina, che aveva nome oramai della più bella ed elegante giovane di tutta Italia. E perchè l'eleganza s'accresce, e quasi poi prende più sapore per alquanto di singolarità; piaceva forse tanto più la Marchesina, perchè ella era, fra tanto splendore e bellezza, la sola quasi di sua città, per non dire di suo paese e di suo tempo, che fosse vissuta tanto tempo senza ciò che le nonne chiamavano ancora ilCavalier servente, e le giovani, pur conservando il verboservire, chiamavano poi l'Amico. Di questa singolarità gli uni, e massime le une, cercavano la ragione appunto nella singolarità e nella voglia di distinguersi. «La signora Marchesina» dicevano elle «non si degna fare come le altre; non si fa servire nè al teatro nè al corso nè al ritrovo. Oh già, la signora Marchesina dee distinguersi in tutto. Ma si farà poi servire in casa, forse!» «Bene! dite bene! servire in casa,» ripetevan altre ridendo. «Quanto m'è antipatica costei!» aggiugnevano altre, facendo il grugno. Qualche giovanetto più generoso ne assumeva [pg!222] talvolta le parti; ma gli era dato sulla voce da tutte, e temendo tanto più guastarsi con esse, che poi non aveva speranza di rifarsene con Cecilia, era ridotto a tacersi. Dicevan altre: «Il marito è una bestia di gelosia; vedete! non la lascia mai.» «Oh per questo,» interrompeva taluno, «io vi so dire che il Marchese se ne dispenserebbe volontieri. Già si sa. Anzi, scusatemi, la vostra è calunnia. Il Marchese è uomo di mondo. Prima del matrimonio ben sapete chi serviva. Contessina eh! che dite voi? Credete voi da senno che il Marchese sia innamorato di sua moglie?» «Di costei?» ripigliava tal'altra, «di cotesta bacchettona? Eh giusto! Mai più! Non può essere. Ma il Marchesino, se ho a dir vero, gli è un uomo senza sale, senza forza; che fa quello che gli si fa fare. E come prima serviva l'altre, quando volevano darsene il fastidio, così ora, perchè così vuole la signora moglie, ei serve la signora moglie.» «Ah, ah, servir la signora moglie! Servir la moglie! bello, bello! Nuovo veramente! Servir la moglie!» E s'udivano poi, per finir il discorso, due o tre esclamazioni ripetute: «Quanto m'è antipatica!»Ora, io che l'ho conosciuta, e a cui non era certo antipatica, vi dirò quale fosse la vera cagione di non aver essa cavaliere, nè amico. Non era gelosia del marito, che non aveva ragioni d'esser geloso, nè avrebbe avuta la forza d'opporsi all'uso quasi universale; non era nemmeno amore tale di lei verso di lui che l'avesse potuta trattenere dal seguir quell'uso, a cui era invitata da' tanti esempj ed allettamenti; e, non che bacchettona, ella non era poi nemmeno così occupata ne' pensieri e nelle buone pratiche di religione, da farsene schermo contro ai vizj del mondo. Era solamente una certa nobiltà ed altezza d'animo, in lei naturale e nativa, accresciuta dall'educazione, fors'anco da quel vedersi così ammirata e lodata da tutti. Perchè, io non so se m'inganni, ma ei m'è sempre paruto che nella gran bellezza e grazia d'una donna vi sia uno di que' compensi che alla potenza de' pericoli equilibrano la potenza della resistenza. Che se la bellezza o l'ingegno espongono le posseditrici a più tentazioni, elle danno forse più forza da resistervi. E [pg!223] una donna, certa d'essere adorata da chichessia, va più lenta ad accettare e ricompensare le adorazioni, che non forse una brutta e mal aggraziata che voglia provare se ella pure sarà adorata. Finalmente, Cecilia avea due bimbi, due veri angioli di Paradiso; un bel ragazzo di due in tre anni che ritraeva la madre dagli occhi neri; e una fanciulla d'un anno, bionda e bianca, e tutto il padre. E la Cecilia, contro il costume d'allora, che era di lasciar i bimbi, non solo di quell'età, ma anche più adulti, in mano alle balie e alle cameriere, la Cecilia era di continuo occupata in questi fanciulli; e, se usciva a comprar qualche bel vestito o qualunque eleganza per sè stessa, pur toglieva alcun che pe' figliuoletti; e, se andava a spasso, era il più sovente con essi; e in casa li aveva quasi sempre fra' piedi. Cose tutte che, non so donde, or vengon pure facendosi alla moda; ma che, poco usate allora, facevano più che mai ridire dall'altre: «Quanto è mai antipatica!»Una sera di luglio, i due sposi invidiati facevano una festa ad uno di que' casini o ville in città che sono una magnificenza e un lusso tutto italiano; dove tra i fiori e le frutta e i profumi meridionali, e gl'incanti della natura, e quelli di tutte l'arti, tutti i sensi insieme si trovano esaltati ed eretti; e l'animo stesso e il pensiero che voglia esser più serio, si trova inebbriato sin dalle memorie degli amori famosi succeduti in quelli quasi tempii di voluttà. La compagnia s'era ragunata per tempo alle tre o quattro dopo il mezzodì, per pranzare insieme verso le cinque, e, come si diceva, alla francese. Perchè era allora appunto il tempo che i Francesi ci portavano quest'uso nuovo; e quella sera una numerosa brigata avea voluto far la pruova in casa al Marchese, che per cuoco e confetturiere ed ogni eleganza di tavola non avea rivale in città. Difatti, il pranzo era stato splendidissimo, ed anche più delicato che splendido. I convitati Francesi ci facean l'onore di dire che parea loro per un istante trovarsi in Parigi; e infatti come se vi fossero stati, diceano al Marchese che veramente ei non pareva straniero; quasichè, tranne il senso del gusto, tutti gli altri più fini, della vista, dell'udito, ed anche dell'odorare non [pg!224] fossero le mille volte più soddisfatti ne' nostri paesi che non là su. Al pranzo era succeduto un passeggio ne' giardini; poi il ballo: ed essendo notte scura, uno de' Francesi propose di far venir colà la musica del suo reggimento a far una serenata nel giardino; ed, approvato il pensiero, uscì con altri giovani per veder di trovare i suonatori a' loro quartieri. Tornati poi poco stante: «Sapete voi,» disse uno de' giovani, «chi è giunto or saranno tre ore in città?» «Chi mai?» disse il Marchese. «Indovinate; un amico vostro e nostro, e un amico grandissimo delle belle signore; un elegante di Parigi, uno de' bravi ufficiali dell'esercito francese, uno degli Italiani che ci fanno onore fuori d'Italia.... Arrigo.» «Arrigo!» dissero tutti. «Oh! è egli vero? Arrigo giunto? Quando, come, dov'è? perchè non si vede? chi va per esso, chi ce lo porta qui? Oh bello, bello, il buon Arrigo! andiamolo a cercare; qui siam tutti amici suoi, gli è un peccato perder la serata senza riveder Arrigo.» Tutto ciò fu detto da molti, e come in coro; mentre due o tre uscirono per effettuare la proposizione fatta d'andar per Arrigo. I rimasti disposero di riceverlo con una specie di trionfo amicale, e musicale; ed essendo giunta intanto la musica militare fecero provar marce ed arie, e pur v'arruolarono la Marchesina, benchè ella non conoscesse Arrigo non ripatriato da più anni. Poco andò, e portato quasi sulle braccia de' giovani, precipitato in quelle del Marchese e degli altri suoi amici, preso or di qua or di là per la mano con franchezza da' militari francesi, da molti di quali era pur conosciuto, incontrato dalle donne che chi gli dava a baciar la mano, chi gli apriva le braccia, giunse Arrigo tra 'l chiasso degli strumenti e quel trionfo mezzo in celia, ma festeggiato poi da senno e da tutti, salvo la Marchesina che rimaneva dietro alla calca; e di cui egli per qualche tempo non s'accorse, finchè due o tre de' giovani lo trassero dinanzi a lei dicendole: «Ecco Arrigo;» ed a lui: «Ecco la padrona di casa.» Di Cecilia v'ho già detto che bellezza fosse. Di Arrigo v'aspettate forse che pure vi faccia un ritratto da porre in simmetria con quello di lei. Ma dirò sola una cosa; che men bello di molti di que' giovani suoi paesani e coetanei, [pg!225] aveva o per natura o per acquisto un portamento e modi troppo diversi da essi, e quasi accostantisi agli stranieri suoi compagni di guerra; onde pur si distingueva dal profilo più accennato, dagli occhi più ampii, dalla fronte più prominente, e poi da più serietà di fisionomia e men continua vivacità nelle mosse. Nè servirebbe poi, se io vi volessi tener in dubbio di ciò che già voi indovinate oramai. Ella fece a lui un'impressione grandissima come doveva, essendo così vezzosa, avendone tanto nome, e di soprappiù quello di ritrosa e non istata mai vinta. Ed egli a lei fece pure impressione, come uomo del tutto diverso da quanti avea fin allora incontrati; più amorevole, più semplice, e poi più affacentesi ad ogni suo pensiero ed affetto che non erano gli stranieri; più vivace, più brioso, più stimabile, più uomo in somma che non i suoi compatriotti.E qui m'è forza tornar indietro, e dirvi che non pochi di quegli stranieri, non poche volte, già avevano tentata la virtù di lei, ma sempre in vano. Che se la sua ragione e il suo buon gusto naturale le facevano, volesse o no, scorgere in costoro uomini pur troppo dappiù che non il suo marito e il più de' suoi paesani, quel medesimo buon gusto e la sua alterigia le mostravano come un soprappiù di viltà nello arrendersi a quegli insolenti usurpanti vincitori. Ma ora pur troppo riunivasi ogni cosa ad assaltar la sua virtù. Riunivasi ogni cosa, ed ella pur resisteva. Il primo combattere che incominciò pochi momenti dopo averlo veduto, le fece tremar la voce quando ebbe ella stessa, secondo il convenuto, a cantar per Arrigo. Si ritrasse quella notte più turbata che non fosse stata mai dopo niuna festa o ballo rumoroso; di mal umore contro sè, contro gli altri, e principalmente contro il marito.... il marito che le avea fatta fare quella sconvenienza di cantar quasi in lode d'uno sconosciuto e nuovo.... Che cattiva figura avea dovuta fare con questo sconosciuto! che idea potea prender questi di lei! quale smacco per la sua alterigia!.... e tornava alla sciocchezza fattagli far dal marito.... ed indi alla sciocchezza, alla dappocaggine del marito stesso.... e allora riandava tutte le qualità di lui; lo comparava a sè stessa, e per la prima volta lo trovava [pg!226] dammeno di lei; lo comparava ad Arrigo, e lo trovava anche più dammeno d'Arrigo. Arrigo, il marito, ella stessa, le tornavano a mente e nella fantasia, in mille strane, diverse, fantastiche combinazioni, durante l'affannata notte che passò.Il mattino appresso si svegliò con un sentimento indefinibile di nullità, di mancanza, di mediocrità in tutto ciò che vedeva o udiva. Il giorno che al solito le era così riempito, or le pareva vuoto, o inutile a riempire di quelle nullità. Essendole portati i figliuoli, prese quasi involontariamente e guardava in volto il fanciullo, ed esaminava se pur anch'egli avessevi scolpita quella nullità, quella fiacchezza.... ch'ella non avrebbe ardito per anco pronunciare, ma lo pensava pure.... paterna. «Deh così potess'egli mai assomigliarsi a quella figura quanto più virile, quanto più nobile, più forte!...» e le passava come un barlume d'un pensiero nella mente, che scuotendo il capo si sforzava di cacciare. Mirava alla figliuola, e vedendola così dolcemente bella, pensava poi più chiaro: «a te stanno bene le fattezze paterne;» e l'accostava a sè, ma l'abbracciava di mal cuore. Alzatasi, attendeva mal volontieri all'usate occupazioni. Parevanle tutte dappoco. Infatti, quando il marito non prosegue, non conosce egli stesso, se non occupazioni donnesche, non ne rimane alcune affatto per la donna. Nei giorni che seguirono, o per appigliarsi ad una occupazione più forte, o per distrarsi, volle leggere; e cercò libri d'ogni donde. Ma fossero storie o romanzi o chechessia, i libri facendola riflettere, la portavano sempre più a conoscere la dappochezza del marito; ed all'incontro, quanti v'eran lodati, esaltati, tutti più o meno s'assomigliavano ad Arrigo. «Dunque,» diceva ella lasciando cadere il libro sulle ginocchia, «dunque io non conosco il vero amore; dunque è tutt'altro amare questi uomini virili, questi uomini attivi e forti, questi Dei superiori nostri, invece di quegli altri, mezzo omicciatoli, impigriti, avviliti, impauriti, troppo dammeno di noi stesse. Ma è egli vero ch'io non conosca quest'amore? E la mia ammirazione non è ella foriera, nunzia di tal.... disgrazia,» diceva ella, e diceva bene; ma in fondo al cuore ella sentiva [pg!227] e voleva dire felicità. Riscuotevasi ella allora ed usciva. Ma, se andava al corso ella incontrava Arrigo in divisa su un furioso cavallo, che è bello d'un uomo come un vezzoso ballare d'una donna; ovvero lo vedeva alla parata, agli esercizj militari, che è forse anche più bello; e lo scorgeva rispettato, obbedito da quelli stessi stranieri così disprezzanti per gli altri Italiani. Se andava alle conversazioni, lo udiva lodare; e narrare come, trasportato da sua precoce e guerriera natura, otto o dieci anni innanzi era fuggito di casa per irsi ad arruolar da semplice soldato; come poi aveva affaticato e combattuto più anni; come acquistati varj gradi sul campo di battaglia; e come in somma si era distinto per prode in quell'esercito dei prodi, e fatto conoscere dal loro stesso capo Napoleone primo Consolo; il quale presentandolo egli stesso d'un'arma d'onore, e saputo chi era, aveva aggiunto che, se fossero pochi Italiani pari suoi, non tarderebbe a risorgere la gloria di lor patria. Cecilia, nobile, spiritosa, altiera Italiana, aveva fin sue proprie virtù cospirate contro essa, per farla vivere come inebbriata e fuor di sè tra una nuova e a lei non più conosciuta atmosfera d'amore.E allora quando il mondo intiero e le stesse virtù paiono cospirate contro una donna, allora è che le sarebbono d'uopo sentimenti veri e profondi di religione. Cecilia non ne era senza; ma, avvolta nel turbine del mondo, li avea trascurati. Ed io che l'avevo conosciuta bambina, e l'amavo non solamente per cagione di suoi genitori, ma pur di lei stessa e di sua buona semplice natura, io me n'accorsi allora; non so se appunto pel grande amore che le portavo, o per una ispirazione del cielo che mi fece veder ciò che non veggo al solito; essendo io di quelli che vivono gli anni in mezzo a queste cose senza accorgermene guari mai. Ma ora vedevo la mia povera Cecilia perdere ogni dì la sua dolce spensieratezza e semplicità, e quell'abbandonarsi alle gioie innocenti, e massime alle materne, che sono in una donna quando non s'affettino, come una guarentigia ch'ella non conosce e non pensa agli illeciti piaceri. Ad ogni volta che la vedevo, era più mutata, più accigliata, più pensierosa. [pg!228] E un mattino, sendomici trovato mentre entrava Arrigo, e avendo a caso gli occhi su lei, la vidi non che arrossire, e balbettare, ma accasciarsi, avvilirsi, e cader tutta da quella sua altezza consueta, ad una espressione quasi di vinta o di vittima già devota. Allora mi diedi, quanto potevo, a venirle più sovente in casa; anche a seguirla dove coll'abito mio potevo decentemente; e quante volte mi trovavo solo con lei, a ravviare la sua mente ai pensieri ed agli affetti di religione che credevo opportuni. Una volta tornavamo appunto in carrettella da una finta guerra militare, dove Arrigo aveva comandato alcuni squadroni di cavalleria. Il marito (non so se a caso, o per indifferenza, o che anzi cominciando ad accorgersi della preoccupazione della moglie, ei volesse comparire anch'egli alla meglio dinanzi a lei), il marito lasciandola con me, era ito pur a cavallo. Ma che differenza, anche a' miei occhi, che non me n'intendo! con quel suo cavallo leggero leggero, dalle gambe sottili, dal collo lungo, ed egli in mezzo quasi in bilico colle gambe larghe e colle mani affaticate intorno alle briglie ogni volta che il cavallo moveva il capo o l'orecchio; mentre quell'altro giovane dal volto maschio, dagli occhi arditi, dalla mano pronta, con un cavallo quasi una fiera fra le gambe, lanciantesi di carriera or a un lato or all'altro della sua truppa, or traendosela tutta dietro contro l'altra che figurava il nemico, con tanta furia, che pareva ci fosse pericolo, epperciò gloria nel giuoco stesso. Che sarebbe stato davvero! Povera Cecilia! non ne sapeva tor gli occhi; e con essi seguiva Arrigo tra quel labirinto d'evoluzioni e mosse, e quella nube o que' lampi di polvere e di fuochi. Le palpitava il cuore evidentemente; ansava, anelava, arrossiva, impallidiva; chè più volte io mi lodai che non vi fosse il marito, nè niun altro meno amico di lei che non ero io. Ad una posa di alcuni istanti partendo egli a sciolta briglia, ed attraversando il campo di battaglia, e poi facendosi via tra la calca de' cocchi e di cavalli, giunse fermandosi a un tratto allo sportello del nostro legno. Tutti gli occhi eran rivolti verso di noi; tutti gli occhi, e non pochi sorrisi; ma Cecilia non vedeva quelli, nè altro, nè nulla fuori di lui; incontravansi gli occhi.... e [pg!229] certo gli animi e i cuori in quell'istante; ed ella tracannava a gran sorsi il veleno. Tornando in città, non era già più nè trista, nè pensierosa come ultimamente. Parvemi segno cattivissimo. Tentai ritrarla a' pensieri serj. Ma già non era possibile. Tanto sarebbe stato dar un problema di algebra a un ubbriaco; o dettar filosofia a una baccante.Io mi ritrassi disperato, e fui la domane a casa di lei. Era tornata la tristezza; parvemi dovermene valere. Ma entrati in discorso, ella non nomò una volta mai, non che Arrigo, ma nemmeno la rivista, la sera di prima, nè nulla che mi potesse istradare. Pure scoppiò sua ira repressa rispondendo alla mia semplice domanda, se anderebbe quel giorno al corso? «Sì,» diss'ella, «al corso; che tranne jer sera, sempre si va al corso. Jer l'altro vi si è andato; il giorno prima, duo, tre giorni prima, e sempre, vi si è andato: e sempre vi si anderà. Bella vita davvero!» «Bella vita sicuro,» diss'io. «E che vorreste voi, Marchesina mia? E che? vi viene ella a noia la vita tranquilla, la vita uniforme? La vita uniforme, ah Marchesina mia, è pur la più felice che vi sia: quella in cui l'uomo avendo meno a badare alle cose materiali, grossolane, estrinseche di questo mondo, ha più tempo da pensare, raccolto in sè, a sè stesso, al suo bene, al suo migliorare, e poi anche può abbandonarsi a' suoi affetti di quaggiù e di là su; può meglio amare i suoi cari, e il suo creatore. La vita uniforme è una felicità perfin all'operaio, che guadagnandosi il pane colla fatica di tutto il giorno, se la fatica non è soverchia ed ei vi ha l'uso, pur può ir pensando ed amando secondo la potenza del suo animo e del suo cuore. Ma quanto più alti per natura od educazione sono l'animo o il cuor di ciascuno, tanto maggiori sono per lui i piaceri della vita tranquilla, uniforme.» «Piaceri e vita da prete, da vecchio, da letterato, o filosofo che vi vogliate dire, Maestro. Ma voi non vi volete mai figurare che vi sieno persone più giovani, e in altra condizione che voi. Ricordatevi, vi prego, de' miei venti anni, di mia condizione.... od anzi ch'io non sono altro che una donna la quale.... E del resto qui non si parla di me.... Dicevo così per dire, in generale.... E forse per le donne [pg!230] dite bene; la vita uniforme è la sola che possiamo menare. Sia pure. Ma gli uomini? I giovani? Direte voi, che quella vostra vita uniforme, che questa vita del corso, del caffè, del teatro, del casino, e poi di nuovo del casino, del caffè, del corso, del teatro, cioè di nulla dopo nulla e sempre nulla, direte voi che sia una bella vita; una vita da uomini, da giovani? La vita uniforme! Io non so davvero che v'abbiate voi questa mattina; anzi da alcuni giorni, che parete voler contraddire a ogni cosa; ed anche a voi. Perchè v'ho pur udito io le cento volte predicar a modo vostro contro questa vita scioperata, oziosa de' nostri uomini, de' nostri giovani, de' nostri signori. Ed ora, ora l'avete colla vostra vita uniforme. Oh bella, bella cosa davvero!» «Figliuola mia, voi non m'avete inteso, od anzi sono io che mi sarò spiegato male; che forse c'intenderemmo ragionando. Io pure fo questa distinzione vostra delle donne, o degli uomini per età o per condizione dati alla contemplazione, ed a cui sta bene la vita uniforme e tranquilla; e di quelli poi che essendo giovani.... starebbe loro meglio, lo confesso, una vita un po' più attiva. Ma, figliuola mia, credevo che parlaste di voi, e l'avete pur detto voi stessa: alle donne sta bene la vita tranquilla.... Ed anche gli uomini poi, non è sempre colpa loro se son ridotti a questa vita. Non tutti possono o debbono fare ciò che uno fa. Mal sia pure di coloro.... cioè voglio dire, Dio perdoni a coloro che allevano o riducono un uomo a questa nullità. Benchè, figliuola mia, appunto perchè siamo tra una donna e un prete, questi son discorsi inutili tra noi. Il discorso che a noi sta sempre bene è quello della rassegnazione, quello della contentezza, anzi del ringraziamento di ciò che abbiamo, senza mai guardare oltre o sopra. Chi è che guardando oltre o sopra ciò che ha, non trovi l'infinito che gli manca? E di nuovo, non dico che non vi sieno uomini, condizioni intiere di uomini che debbono guardar oltre; e pensare non solo a sè ma ad altrui; uomini che hanno doveri complicatissimi, ed a cui la rassegnazione è anzi la minima delle virtù, o non è virtù. Ma noi, noi ringraziamo Iddio, figliuola, d'essere in tal condizione che non potendo mutar gli altri, la rassegnazione [pg!231] è la sola virtù che possiamo avere. Buonissima, dolcissima condizione e virtù. Non tocca a tutti. Ma a chi tocca, a cui sta bene, a chi è conceduta, gran peccato sarebbe verso Iddio buono, gran danno a sè stessi, ad altrui, non approfittarsene.» La giovane parevami tocca, e pensierosa: e, tacendo ella, io pur continuai: «Del resto, ei mi pare che una donna compiuta.... E sapete voi ciò ch'io chiamo una donna compiuta.... Una donna come voi, Cecilia mia, che abbia la fortuna grandissima, la fortuna non data a tutte, ed onde perciò avete a ringraziare Iddio ad ogni dì, ad ogni ora, la fortuna d'essere a un tempo figliuola, moglie e madre. E dico che una donna la quale abbia tal fortuna, ella può vivere e pensare ed amare non solo il presente, ma il futuro anche lontano, il tempo de' suoi figliuoli. Ecco il vostro Carlo, che non avendo or tre anni, la sua vita incomincierà solamente fra diciotto o venti altri. E, non so s'io m'inganni, ma tra diciotto o venti anni... rado è che questi Francesi faccian le ossa vecchie in Italia.» «Questi Francesi» interruppe ella, «io n'ho quasi bevuto l'odio col latte; mi si è fatto paura di essi come della Befana; ed ho creduto fermo allora ch'ei si mangiassero i bimbi, ed avessero il piè del gallo come il Demonio. Ma diciamo il vero, o Maestro. Questi Francesi sono pur quelli, che vanno qua e là risvegliando l'uno o l'altro de' nostri. E se i loro partigiani sono in generale, come dicesi, traditori, scellerati.... pur ve n'ha alcuni che spinti dal proprio ardore.... dall'impazienza dell'ozio.... dall'amor della guerra.... od anche da uno ben o mal inteso, ma pur vero amor della patria.... Per esempio....» E qui ella si fermò; ed io non la volendo lasciar arrossire, o mostrar d'avvedermene, «No,» dissi «non cominciamo una disputa di politica. Ma senza penetrare il futuro, dico che ad una madre tenera come voi è una consolazione poter isperare pel figliuolo ciò che manca a' suoi padri; poter educarlo, aiutarlo, istradarlo a ciò....» «Sì,» disse ella, «sì voglio che Carluccio mio sia militare; voglio fin d'ora a guisa di trastulli mettergli in mano gli schioppi; fargli insegnar l'esercizio. A' sett'anni lo farò cavalcare: e voglio poi che impari quanto può ornar l'ingegno [pg!232] d'un uomo. Od anzi impari pure che vuole; ma tolga l'abito dell'imparare, dell'occuparsi, dell'attendere ad alcun che, del desiderare, del promuovere, del fare alcun che....» «Avete ragione, Cecilia,» diss'io, «questo è l'importante. Che gli uomini s'avvezzino, e poi attendano a qualche occupazione. La quale non essendo cattiva, sempre è buona; e se sono infiniti gradi di bontà, si può salir poi dall'uno all'altro. Ma e' si vuol cominciar a salire. Ed ora vedete che gran carriera abbiate voi stessa davanti a voi pel vostro figliuolo; ed anche per la vostra figliuola, che se l'educate simile a voi, potrà poi ella ancora educar figliuoli come fate voi, ed anche meglio, se i tempi son migliori. Perchè questo è pure un bel destino di voi altre donne, se bene l'intendiate, poter migliorare, rinforzar non meno gli animi che i corpi, o il sangue delle generazioni. Destino nobilissimo, che innalzandovi ed eguagliandovi....»Qui entrò il Marchese. «Gran nuova, gran nuova, Marchesa mia; gran nuova sta mattina in tutta la città.» «Che è?» diss'io, «forse si riaccende la guerra?» «La guerra,» sclamò la Marchesa, «di nuovo la guerra? Come? Quando?....» «E che guerra? Che guerra?» ripigliò il Marchese, «che v'importa la guerra, a voi o a me?... Per questo carnevale la Imperatrice Sessi, David, e Crescentini. Crescentini, udite voi? Che vi pare? Che opera, che opera stupenda! Che impresarj! Bravi impresarj! Già si sa, io l'ho sempre detto, bravi Francesi; e le idee nuove, le idee nuove sopra ogni cosa. Ah questi Francesi, queste rivoluzioni non fanno poi sempre male. Guardate un po' se queste direzioni di Cavalieri, queste anticaglie sarebbero mai state buone a darci Crescentini, David, e l'Imperatrice Sessi? Oh massime Crescentini! Beato Crescentini! Voi non l'avete mai udito, Marchesa? Oh quando udiate Crescentini! Bravi impresarii! oh benedetti Francesi! Bravi, bravi! Manca ora un buon maestro per iscrivere l'opera. Non è il più importante; ma anche questo fa. Ma chi vuol Guglielmi, chi Paer, chi Maier; così va. Questi partiti guastan tutto. E poi i pregiudizj di quelli che non vogliono Mozart, perchè è straniero. Ma è scioccheria; io dico che Mozart è stupendo. [pg!233] Che dite voi? Non vi pare ch'io segua bene i vostri principii, Maestro? Chè il bello è sempre bello; e il buono, sempre buono; e i virtuosi son sempre virtuosi dovunque sieno, e di qualunque paese vengano. Oh! io esco; perchè già, sapete, quando ci è qualche cosa a fare, io non posso reggere nè capir entro la pelle, e mi vuol attività per vivere. E se mi ci metto io, se ne prendo l'impegno, quando bisognasse andar dal generale francese, quando bisognasse scrivere a Parigi.... lasciate fare a me; o avremo un maestro di prima riga, o vi fo dar quel Don Giovanni che v'è arrivato l'altro giorno da Vienna, e che vi piace tanto, Marchesa.... Eh? che dite voi di questo pensiero?» Ma nè la Marchesa nè io avremmo potuto pronunziar ciò che pensavamo. L'attivo uomo se ne andò, ma egli avea guastato quant'io avevo fatto a suo pro. E, uscito appena, la Marchesa or ardente come brace, ora pallida quanto il suo abito bianco, e portando le mani agli occhi a nascondere qualche lagrima d'ira o vergogna, mi pregò di lasciarla; e, suonando alla cameriera, mi vi sforzò.Tuttavia, a malgrado della sciocchezza, della dappocaggine del marito, e della comparazione col seduttore, forse, non dirò pe' miei conforti, ma per quelli che per mia bocca e per altri modi le mandava Iddio pietoso; e poi per li buoni consigli che le avrebbero dati i genitori, se ella li avesse chiesti, e per la consolazione de' suoi figliuoli; e in somma per tutti quegli aiuti che mai non mancano a chi li sa desiderare; forse, anzi certamente, sarebbesi salva la mia povera Cecilia. Ma qui è, o signori, dove non mi è possibile rattener l'ira, ricordandomi le sguaiatissime usanze, gli scellerati costumi, le nauseanti compiacenze ed arrendevolezze di tutti, in tutti i luoghi, ad ogni momento. Perchè, appena Arrigo aveva incominciato a girarle attorno, a seguir suo cocchio, a mostrarsele in palco, e poi in casa, che parve come una congiura generale di uomini e donne a pro de' suoi disegni, e contro la mia povera, la mia allora innocente Cecilia. Parevano, le giovani, rallegrarsi di non aver più un rimproccio vivente in mezzo ad esse, le vecchie, aver una scusa di loro passate laidezze. Veniva l'una, e, con destrezza [pg!234] infernale, tesseva le lodi d'Arrigo; l'altra le narrava ogni fatto, ogni passo, ogni parola di lui; e le facevano ad ogni ora del dì udire quel nome che la traeva di senno. Veniva un'altra ancora, e le lasciava intendere che Arrigo avea guardata o lodata la tale; e che dicevasi ne fosse innamorata; e le metteva la gelosia in cuore per farle proromper l'amore. «Ma non è vero, non crediate ciò,» aggiugneva poi una di quelle vecchie scellerate serbatrici delle tradizioni viziose, che non potendo più esercitare, aiutano il vizio, vere stipendiate del Demonio ad arruolare per lui. «Non è vero, non lo crediate mai. Arrigo è innamorato di voi. Innamorato morto, povero giovane! Il più bello, il più elegante giovane d'Italia! Sapete voi che la principessa tale quasi è morta di dolore d'esserne lasciata? Egli la lasciò per una cittadina di mezzo ceto; perchè, vedete, non è di quelli che cercano i titoli, o servono per vanità; egli ama la bellezza e lo spirito; epperciò dire che muore per voi. Oh se l'aveste udito, come parla di voi! Dice che non ce n'è un'altra in tutta Italia; che il meno è la vostra bellezza. E nemmeno non è la vostra voce che l'innamori; benchè dice che è divina, e non ha mai udita l'eguale: ma è il vostro spirito, il vostro cuore ch'egli ama; perchè, dice, non ce n'è nessuna come voi che gusti, che apprezzi le belle azioni, i bei fatti, a cui sia un piacere narrarli, e vedervi piangere od esaltarvi per essi. Se si fosse al tempo de' Cavalieri, ei vorrebb'essere il vostro, e portar vostri colori, vostra divisa e vostro nome sulle mura di tutte le capitali d'Europa; ma ei non ne dispera, dice, anche in questi tempi; e lo farà quando ci avesse a morire, che sarebbe bello per voi.... Eppure.... vedete il buon giovane!... voi gli fate una paura, che, daccanto a voi, non è più umile il vostro cagnolino.... Ed io glie l'ho pur detto l'altro giorno, che è un gran buon uomo. Non si tratta di morire; meglio è vivere e farla vivere, dicevo io. E in somma, anche voi siete di carne e d'ossa, e avete occhi, e un cuore quanto più bello, tanto più fatto per l'amore. L'amore, l'amore, figliuola mia, non si può vincere. Non si resiste alla simpatia, non si combatte una gran passione....» E simili scempiaggini e [pg!235] scelleratezze di parole, seguite poi da fatti peggiori; ora invitarli insieme a pranzi e cene, e in villa; e farli seder l'uno allato all'altro a tavola; e metterli ne' medesimi legni nell'andare e venire; accoppiarli, ordinando i balli; lasciar il luogo daccanto a lei nel palco, quando entrava egli, ed uscir tutti prima del fine, perchè le facesse il bracciero; e tutte quelle altre usanze e convenienze o sconvenienze de' teatri, che sono più di tutto la perdizione d'uomini e donne. Perchè, voi lo sapete bene, figliuoli miei, che io non sono in nulla teologo o moralista severo, e, quando una cosa non è dannata, io dico che è lecita, e tengo lecito il teatro, ed anche buono relativamente al peggio, che ci è sempre in ogni città grande. E direi forse buono anche in modo assoluto, se fosse da noi, come presso ad altre genti, maestro di alti sensi, o correttor de' costumi, in buone tragedie o commedie. Ma dico il vero, a malgrado del mio amor per la musica, quelle eterne opere, sovente così cattive, non sono quelle che traggono, o almeno al mio tempo traevano le donne in que' teatri allora oscuri, e in que' palchi troppo sovente vere culle di pettegolezzi, d'ozio, di nullità e di turpi amori. Ma lasciamo ciò. Quando tutti que' corruttori l'ebbero spuntata con lei, ed egli fu proclamato cavaliere servente e l'amico suo, invece di scapitarne ella nella riputazione, invece di udir rimproveri, o di veder visi severi, o il ritrarsi della gente, parve, all'incontro, come un giubilo, una congratulazione generale, e i volti le sorridevano, e le braccia e i cuori le s'aprivano; che non credo sia peggio il tripudio dell'inferno, quando ha tolta un'anima al paradiso.Forse a voi parrà strano; che credo bene che ora non sia così nemmeno nelle città più corrotte d'Italia. Ma là, e in quel tempo, era la corruzione tale e così sfacciata, che ho veduto io più volte tutta la nobiltà andar quasi in gala e alla fila far le visite di condoglienza a una donna a cui partiva l'amico; e di congratulazioni a tal'altra a cui tornava. E il colmo poi e l'estremo danno di tal corruzione, è quando ella toglie ai mariti l'aiuto della pubblica opinione, e il cuore di opporsi virilmente. Il Marchese si risentì con un po' di mal umore; ma resistendo ella, ammaestrata [pg!236] oramai dal seduttore, quegli, per non far iscene, chiuse gli occhi, o tollerò. Io avrei voluto perderci la vita, se avessi potuto giovarci. Ma che farci io? Provai due o tre altre volte ad entrar in discorso; ma non mi venne fatto, scansandolo ella. Diradai mie visite; nè ella mel rimprocciava. Ma non le dismessi del tutto; parendomi non doversi mai abbandonar una persona caduta, per la speranza che rimane d'aiutarla a risorgere, o per quella di trattenerla dal cader più giù.Io non so veramente se gli scellerati finiti e consumati si godano mai ne' loro delitti una vera felicità; questo sì è certo, che quanto meno è uno cattivo, tanto meno di felicità ei può trovare ne' vizii. La Cecilia era inebbriata, e come impazzita; e non solo la sua fisonomia, ma i lineamenti e quasi l'ossatura istessa del suo volto e di tutta la sua persona n'erano mutati. Ma erano fisonomia e lineamenti, ed ebbrezza, e pazzia, tutto triste. Arrigo poi partecipava alla ebbrezza e alla tristezza. Non certamente ch'ei fosse tenero ai rimorsi, com'ella, e nuovo nella carriera di tali amori; ma in questa, rado è che s'incontrino cuori scelti ed alti, come quello della povera Cecilia; ed incontrati da un cuore anche alto e generoso, impossibile era che non l'usurpassero tutto intiero, e nol traessero in tutta la sua miseria. E so che vi sono tali, romanzieri ed uomini di mondo, che dicono: che quanto è più forte un amore, e tra più scelti ed alti cuori, tanto più è scusabile, e tanto meno danno fa. Ma a me pare anzi tutto all'opposto. Chè, quanto a scusa, maggior peccato è deturpare un cuor alto, che un dozzinale; e, quanto a danno, troppo differenza è tra l'impressione leggiera non durevole di quegli amoracci d'ogni dì, e la mutazione, la rovina fatta da quelle che si dicono gran passioni tra due cuori forti. E se mi si mostrino di questi cuori pur rimasi forti ed alti a malgrado siffatte gran passioni, dico che è eccezione rara in ogni dove, rarissima poi, se non impossibile, in que' paesi, dove non vi ponendo ritegno i costumi lasciano i miseri colpevoli abbandonarsi, peggiorare, impigrire, annullarsi nella vita che segue di necessità.Credo bene che chiunque mi vide allora in quella casa, e [pg!237] in que' frangenti, non mi accusò certo di parzialità per Arrigo; ed anzi duravo fatica a serbare per lui i sentimenti da cristiano, e a non odiare il seduttore della innocente. Tuttavia m'era forza vedere in lui non volgari qualità. Era di que' pochi Italiani a cui pareva che il servire coi conquistatori, l'imparar da essi le loro arti di guerra, l'addestrarvi le mani e i petti fosse il solo mezzo di alzarsi dal fango in che erano caduti; e facendosi rispettare da questi e da qualunque altri stranieri, diventar poi forti per sè, e capaci un giorno di decider le proprie sorti, anche a spese degli imprudenti maestri. Nè vo' esaminare se non entrasse forse un po' di tradimento celato in fondo a questo pensiero. Dico che tale era non che in lui, ma in moltissimi di quelli che si trovavano nello stesso caso. E, fosse questa nobil ambizione di servir poi un dì più direttamente la patria sua, o natural prodezza, e forza d'esempio, certo è che lo scolaro avea sì ben usate le lezioni da emulare i maestri; e in pochissimi anni era giunto già ai gradi superiori della milizia; e ciò che forse era anche più, era noto a molti de' primi generali, e, come dicemmo, allo stesso capo e principe di tutti, Napoleone. Era il tempo delle guerre corte e grosse, e quando contro la probabilità degli avanzamenti rapidissimi non v'era che un solo caso calcolabile, la morte. Ma questo a' venti anni non si mette guari in conto; e così Arrigo, non che speranze, aveva quasi certezza di arrivare in pochissimi anni, forse nella prima guerra, al grado desiderato di generale; quel grado, io mi ricordo d'avergli udito dire, dove comincia la possibilità di mostrar i proprii talenti militari, e dal quale per conseguenza si può salir senza intermediario all'altro grado dell'immortalità. Del resto, Arrigo di famiglia nobilissima, anzi illustre, aveva questo aiuto di più presso a quel governo che si diceva per anco repubblicano e democratico; ma dove la chiarezza de' natali era forse più vantaggiosa, che non in alcune monarchie. Napoleone, che apparecchiava tanta storia futura, amava pur la storia passata; ed era il tempo che già signore di fatto n'ambiva il nome, e nell'ozio d'una pace temporaria assumeva a poco a poco lo splendore d'un Re. Alcuni amici e compagni potenti [pg!238] d'Arrigo gli proponevano di farlo entrar nella corte militare del primo Consolo; oggetto allora di tutte le ambizioni, e via la più breve alla gloria ed alla potenza. Ma Arrigo, venuto in licenza per poche settimane, s'era fermo già non pochi mesi; e perduto poi nella sua gran passione, non che lecito, credette bello sagrificarvi sue speranze ambiziose; e non corrispose a quelle offerte. Intanto succedettero cose più gravi che mai.La Marchesa diventò gravida. Il marito, paziente fin allora, turpemente paziente, pur infine si destò. Ma io non entrerò in particolari di queste turpitudini. Il marito non avea fatto scene fin allora per la sciocca paura d'esser tenuto geloso; fecene allora per la paura contraria d'aver nome di arrendevole. E tuttavia quell'uomo così disprezzabile, così disprezzato, riprendeva appresso alla colpevol Cecilia tutta la dignità di uno offeso; ed ella, precipitata dalla sua superiorità usurpata, già non ardiva nè alzar gli occhi su lui, nè trovarsi sola con esso, nè parlargli da paro a paro. Parvele insofferibile quell'umiliazione. Disegnò torsene ad ogni modo, e reclamò perciò l'aiuto di colui a cui aveva sagrificato ogni cosa; colui che avendo usurpato l'amore e i diritti maritali, era naturale che ne adempisse i doveri proteggendola. Ma gli è più facile sempre usurpar diritti che doveri. Arrigo impazzito d'amore avrebbe data mille volte la vita per trarla da quel colmo di disgrazia dov'ella era precipitata per lui. Ma qui il sangue, la vita, nè niuna qualità d'ingegno nè di cuore non servivano; ed all'incontro quanto avesse fatto avrebbe aggravato il male. Desiderava che il Marchese, provocandolo in qualunque modo, gli desse occasione di vendicarsi. Ma vendicarsi di che? Egli era l'offensore, egli il provocatore; egli contro cui si rivolgerebbe con esecrazioni tutto il mondo: quel mondo stesso de' viziosi che s'adopra tutto in aiuto de' suoi pari, finchè ogni cosa va loro bene; ma che li abbandona, li tradisce, li aiuta a precipitare, quando sono infelici. Ed è naturale, e come un disperdersi de' ladri dopo fatto un mal colpo. Il peggio era che ogni passo precipiterebbe più la sua amata. Che gli scandali soli precipitano le donne, è il gran principio de' viziosi. [pg!239] Quindi la necessità ai più generosi, ai più ben nati, ai più franchi fra essi, di diventar falsi, bugiardi, traditori, avviliti, avvilitori. Che differenza, a chi avesse potuto vedere e descrivere gli animi di Cecilia e d'Arrigo pochi mesi prima ed allora! Finalmente deliberarono torsi da tutto ciò, e fuggire. Lo scandalo sarebbe più grande; ma ei nol vedrebbono. Era disonore, ma non l'udrebbono. Ella aveva ad abbandonare i teneri figliuoli, a lei già così cari. Ma eran figliuoli dello oramai odiato tiranno; e poi le rimaneva quello che portava in seno dal suo amore. Egli aveva ad abbandonar la patria, le speranze, a tradir sua vita passata e futura. Ma che fare? oltre alla sua gran passione, era spinto ancora da quella specie di dovere assuntosi. Perdendo ella ogni cosa per lui, poteva egli dubitar di perdere la sua ambizione per lei? In somma avevano allestita ogni cosa; tempo, luogo, modo, tutto era disposto, quando, probabilmente per la grande angustia sofferta, l'innocente frutto dello scellerato amore fu in seno alla madre guastato. Il mondo, ingiusto calunniatore, ne disse orrori; ella fu per morire del male, dell'onta, del rimorso. D'Arrigo e del marito non dirò; non so che sensi potessero avere. Nè dirò che altre scene seguissero. Ma finirono con uno di que' patti taciti scelleratissimi, che pur piacciono al mondo, e che io ho pur udito talora lodare. Il marito tacque; tollerò: di nuovo persuadendosi che il mondo non avesse saputo nulla, si persuase che non era obbligato nè ad ira nè a vendetta; ovvero, pensò farne una degna, mostrandosi indifferente alla propria moglie, ed appassionato per le altrui. La avvilita Cecilia, abbandonata sempre più, sempre più s'abbandonò; e non avendo letto in volto altrui il disprezzo se non quando ella s'era vergognata, spogliò la vergogna, vestì quell'assicuranza, quella alterigia del vizio che è suo solo rifugio e suo colmo. E Arrigo.... Arrigo, da quanto buon cuore, da quanta generosità nativa o acquistata aveva mai avuto, o gli rimaneva, Arrigo era ridotto alla condizione, alla occupazione, al destino di Cavalier servente della Marchesina.Già v'ho detto che per rimanerle appresso egli aveva ricusata l'offerta d'essere addetto alla corte militare di [pg!240] Napoleone primo Consolo. Poco dopo, e quando era Cecilia nella maggior miseria, e in punto di fuggir con lui per America, egli aveva ricevuto l'ordine di partir immediatamente pel campo di Bologna sull'Oceano dove s'apparecchiava la discesa in Inghilterra. Non volendo, non potendo lasciar Cecilia, tolse un pretesto di sanità, se n'esentò, e si fece dare un destino nella città dove s'era così malamente incatenato. E gli riuscì tutto ciò tanto più facilmente che quel campo non era guerra assoluta ed aperta; ondechè non era chiaro disonore rifiutar d'andarvi; ed era poi destino così ambito, che se ne trovavan dieci desiderosi da sottentrar ad uno dubbioso. Ma poco andò, e seguì quella guerra d'Austria che fu la prima di Napoleone Imperadore, e l'apice forse delle sue meraviglie militari; quel levar il campo di Bologna, quella marcia così precipitosa, così regolare dalle sponde dell'Oceano al cuor di Germania, quelle operazioni, quelle battaglie succedentisi di dì in dì, e in pochi mesi terminanti oltre Vienna colla gran giornata d'Austerlitz. Arrigo fece quella campagna.... da bracciero della Marchesina al teatro ed al corso. Non che non arrossisse, non arrabbiasse sovente di sua mutazione: ma prima, alieno d'ogni altro pensiero, e già avendo tralasciato le amicizie e le relazioni che aveva, non seppe, se non incominciata già, la mossa dell'esercito e il principio della guerra. Saputala, ne dubitò, come si suole di ciò che non si desidera; e massime di ciò che mette in impiccio. Non dubitandone già più, esitò pure, benchè brevemente; ma determinatosi, egli ebbe a sostener una dura contesa coll'amata; l'amata, perduta di riputazione, così allora sepp'ella dire, abbandonata dal marito, non più moglie, non più madre quasi per lui. E vinse bensì presso a lui il suo sangue, il suo ardor militare, e scrisse per domandar servizio; ma la domanda andò a Parigi, mentre il padrone era a Vienna. E il padrone non amava gl'indugiatori. Fecesi la pace intanto; e allora Arrigo ebbe risposta ricevendo un destino di pace, da ufficial di stato maggiore d'una divisione militare nel cuor della Francia. L'ira, la vergogna, il dispetto, l'amore, non lo lasciarono adattarsi al giusto castigo. Perduta l'occasione d'una campagna [pg!241] col grande esercito, e d'una battaglia come Austerlitz, per rimanere al suo amore, nol lascerebbe per andar a tener registri di situazioni militari in una cittaduzza oscura. Mandò sua dimissione. Fu accettata. Ed Arrigo, prima di venticinque anni, ebbe fisso il destino di tutta sua vita.... Cavalier servente in titolo della Marchesina.Io lasciai, prima anche di quel tempo, quella città e quel paese. E dacchè ci avevo veduta inutilissima l'opera mia, avevo pur tralasciata quella casa. In quel pericolo delle scene col marito, ella s'era pure affidata a me; e m'aveva domandata consiglio. Io avevo dato quello della franchezza, della confessione al marito. Ma ella aveva già il cuor troppo ammollito per risolversi a tal forte partito; e troppo guasto poi per ridursi a pentimento e mutazione. Così finirono nostre relazioni, non l'interesse mio alla infelice. Di tempo in tempo nelle mie lettere domandai nuove di Cecilia, e seppi con gran dolore che continuavano tutti eglino sempre nel medesimo modo. L'ultima volta che ne chiesi a un vecchio signore di quel paese, che passò di qua, ei mi rispose: «Ah, la Marchesa Cecilia! sì la Marchesa Cecilia, è persona veramente rispettabile, persona rara. Quello è un cuore, una costanza, una costumatezza esemplare! Immaginatevi, che son più di venticinque anni che ha sempre il medesimo amico. E il primo, sapete voi, il primo, e solo che abbia avuto mai! Non è di queste che mutano ogni dì, nè che si faccian servire da quanti forestieri capitano in casa con una lettera di raccomandazione; oppure senza distinzione di nobiltà, mezzo ceto, od anche peggio. No eh; la Marchesina non è mica di queste. E che differenza, Maestro mio, che differenza con queste giovani che ora non vogliono l'amico, non vogliono il cavalier servente! Certo non può esser altro che per averne dodici, o se non gli hanno, tant'è come se li avessero; il mondo lo dee credere di una che è senza servente. Perchè, vedete voi, per esempio, il cavalier Arrigo, per la Marchesa, è come un marito che....» «E il marito vero, il Marchese?» diss'io interrogando. «Il Marchese gran galantuomo, davvero. Credo bene che foste ancora da noi quando il Cavalier Arrigo cominciò a servir la Marchesa. E [pg!242] ci fu allora un po' di garbuglio; e chi disse una cosa, chi l'altra. Eh... Eh... ma voi ci eravate, e dovete sapere.... Basta, d'allora in poi non s'è udita più una parola cattiva di tutta quella famiglia. S'è riaperta la casa, buoni pranzi, belle cene al Casino, due o tre balli all'inverno; e vi posso dire che il Cavaliere serve anche al marito, perchè, avendo viaggiato assai in gioventù, ei conosce gli usi, le eleganze straniere, e gli fa far una figura stupenda con chichessia che gli sia raccomandato da Parigi o da Londra. E principalmente certi vini! Eh vi sono in quella casa certi vini, che io non avevo mai udito nominare altrove. E poi fa venire i bronzi, cristalli.... che è uno spettacolo, una cosa, dico anch'io come questi stranieri, da stupire di trovar tanto in Italia. E vedete voi, è tutto il Cavaliere; perchè il Marchese non ha mai viaggiato; e vuol bensì far all'amore or con questa or con quella, ma non ha mai potuto prender quell'aria di mondo, quel non so che.... Già adesso ci è il Marchesino.... e poi la Contessina....» «Ah che? È maritata adunque la bimba?» «La bimba? Oh bello, la bimba ha i suoi venti o ventidue anni, ed è maritata da quattro; bella donna anche lei, bella donna, ma un po' pinzocchera, un po' bacchettona, di queste giovani sempre col marito, giovani alla moda.... già, educata in un convento.» «Oh, in convento? E la madre so che facea conto educarsela in casa, e se ne faceva un piacere, una felicità....» «Oh questo poi, scusate, Maestro; ma voi non ci pensate. Il Marchese è un galantuomo, vi dico io; e quantunque sappia vivere come si deve nel mondo, ha religione, buoni costumi, e non sarebbe stato capace poi, di lasciar per casa una fanciulla a veder certe cose.... Capite bene.... E poi, Maestro mio, io so quel che mi dico quando dico che a mio tempo si faceva bene ogni cosa. Viver bene, civilmente, nobilmente, non da frati, scusate, ah scusate, Maestro, che credo voi siate stato frate; ma altro è il convento, altro è il mondo; e nel mondo si vuol vivere, si vuol far come tutti. Ma i figliuoli poi, e massime le ragazze, non si vogliono lasciar per casa a veder queste cose.Omnia tempus habent.Non so io pur bene ancora il mio latinuccio, Maestro mio? Nol so io pur bene? E credo [pg!243] che vuol dire che in questo mondo ci è tempo per tutto. Dunque viver civilmente in casa come persone civili e nobili del mondo, e metter il più presto che si può i figliuoli al collegio, e massime le ragazze al convento.» «Oh voi avete ragione! Più sovente che non si crede da taluni, è ben fatto mettere i figliuoli al collegio, e le ragazze al convento, ne' ritiri, ai convitti, dove che sia, piuttosto che in casa. E avete ragione di nuovo; il Marchese ha fatto da galantuomo facendo così. Ma la mia povera Cecilia! la mia povera Cecilia se ne faceva pure una sì gran festa! — Guardatela, Maestro, — diceva ella alzandola sulle sue ginocchia, guardate com'è bellina; come le sta bene questa cuffietta che le ho fatt'io; e quest'abito bianco che le ho ricamato. Vedete; ogni cosa che veste, glie la fo io; e questi bei capelli ricciuti, niuno glie li tocca se non io; e così vo' fare, così farò sempre. Al mio Ernesto è impossibile che attenda io; sarà forza dargli un maestro, metterlo in educazione, e separarsene sovente; ma costei, questo mio gioiello, questa cara creatura ella è tutta mia; ella sarà sempre mia; io le insegnerò ogni cosa. Quando io canto, o suono il cembalo, ella sta lì le ore intere ad ascoltarmi. Son certa ch'ella avrà un orecchio come nessuna; e quanto alla voce, poverina! ella è già dolce fin quando piange. Oh, Mariuccia mia, tu sei e sarai la cara creaturina; la più bella, la più buona, la più dolce fanciulla di tutta la città, e la consolazione, la felicità, la gloria della mamma. Oh, vien qua, Mariuccia mia, che ti baci, che ti stringa, che ti mangi, amor mio, creatura mia....» «Bravo, bravo Maestro,» ripigliò il vecchio signore, «questo è pure un bel pezzo di romanzo. Ma la realità non va così.» «Oh,» dissi io, «non fate ingiuria alla realità, al mondo, e massime alle donne. Non sempre così; ma pur talvolta grazie al cielo. Ed Arrigo, mi direste voi?....» «Il Cavalier Arrigo sta bene, benone: è ingrossato alquanto; ma un bell'uomo ancora. Poveruccio! ha pensato succedergliene una brutta, anni sono; ma poi.... basta, son di quelle cose che non se ne parla. Benchè già voi non ridite nulla. E sapete che questi antichi ufficiali.... Intendete bene.... s'annoiano talvolta.... ricordano la gioventù.... non son mai contenti del presente.... [pg!244] Capite eh?.... Ma la Marchesa, il Marchese, tutti si sono adoprati.... E in somma ei vive tranquillo oramai.... E di nuovo vi dico che egli e la Marchesina sono un par di persone come ce n'è poche, anzi, forse come non ce n'è più.» «E così sia, Amen,» diss'io, e lasciai la conversazione.E qui lascio la mia narrazione, aggiunse il Maestro, domandandovi scusa d'avervi trattenuto tanto, in una storia che ora che è fatta intendo bene che non ha sale; ma quando le cose ci hanno colpito assai, ci par sempre di poterle narrar in modo da colpirne altrui; ed è solamente dopo la pruova che uno si ravvede. — Ed essendo già stata recata la lucerna, e i tarocchi, ognuno si dispose a giuocare. E il Maestro, che, a malgrado di ciò che n'han detto taluni dal ritratto, non seppe mai tener le carte in mano, preso il cappello, s'avviò alla porta, ed io seguendovelo mentre usciva, «Maestro,» diss'io; «questa storia poi non la dite dove che sia; qui la potevate narrare senza pericolo, ma non vi sarebbe sempre prudenza.» «Che?» disse egli, «avete voi paura che mi strazino le donne come un nuovo Orfeo?» «Oltre le donne, so molti uomini che se n' offenderebbono, e....» «E s'offendano pure; così potessero le mie parole romper uno solo di questi brutti vili accoppiamenti che perdono, avviliscono, impoltroniscono tanti Italiani, che altrimenti sarebbero utili a sè, ai fratelli, al principe, alla patria: potesser massime corregger coloro che quasi scherzando li aiutano; e sarei contento di qualunque inimicizia mi procacciassi con ciò.»[pg!245]

LA MARCHESINA.«E il libro de' Cavalieri serventi?» diss'io al maestro, una di queste sere che tornando d'una camminata più lunga del solito, non so se fosse stanchezza della brigata, o quiete naturale a quell'ora e a quella luce crespuscolare, tutti stavamo da alcuni minuti in gran silenzio. «E il libro de' Cavalieri serventi?» diss'io per ridestar la conversazione. «Che libro?» rispose il maestro. «Quello che ci avete promesso, se non m'inganno, narrandoci la novella di Margherita.» «Che promessa? che novelle?» riprese egli. «Io v'ho detto per celia, che sarebbe a fare su ciò un bel libro; ma chi vorrà pensar davvero, che, bello o brutto, io sia per far un libro mai? E poi, massimamente questo.» «Il maestro ha ragione,» disse uno de' giovani. «Che se il far un buon libro dipende, prima d'ogni cosa, dallo sceglier un buon soggetto, e principalmente un soggetto nuovo, certo questo de' cavalieri serventi, degli amori illegittimi, è così pesto e ripesto in tutte le lingue, e in tutti i toni, che non credo ci sia verso non che di farne un libro ma nemmeno di dir nulla di nuovo oramai.» «Oh, in ciò parmi che v'inganniate;» dicemmo quasi a un tempo il maestro ed io; ma io vedendo che il maestro aveva a cuore la risposta, e sperando poi ch'ei la facesse, come succedeva sovente, con qualche novella, che buona o grama pur ci occupasse quel rimanente di serata, lo lasciai dire; ed egli difatto incominciò così; prima predicando e poi narrando, e di nuovo ripredicando.[pg!215] Oh in ciò voi v'ingannate assai, se credete che questo soggetto de' cavalieri serventi sia stato trattato e consumato, e non vi sia più nulla a dire. Il Parini nella sua famosa ironia, e, se ben mi ricordo, Alfieri in una sua commedia ne hanno parlato in ridicolo. Ma questo è un solo aspetto della quistione, ed una sol'arma usata contro; ed arma poi che, spuntata contro tante cose sante e virtuose, più non ferisce nemmeno il vizio. Gli stranieri veramente ne' loro viaggi in Italia.... Ma chi legge i viaggi in Italia degli stranieri? Non noi certamente; e nemmeno quelli fra essi che hanno un po' di giudizio proprio; ma soli que' branchi di stranieri pecore chi ci vengono con in tasca lor giudizj belli e fatti; e scesi dall'Alpi col pensiero assoluto che l'Italia è decaduta tutta e in ogni cosa, le risalgono citando i segni di decadenza che hanno scoperto fin nelle opere d'Alfieri o di Canova. Ma sarebbe peccato guastar a costoro il compiacimento nella propria ignoranza. Benchè l'ignoranza a questo segno non si guasta. E del resto, le infinite calunnie accumulate su noi forse che sono una parte delle pene dovuteci pe' nostri vizj; appunto come le calunnie che cadono su una donna già perduta sono parte della infamia a cui è dannata giustamente. Ma che bella cosa sarebbe, e per me, s'io fossi giovane, mi vi vorrei dedicar tutto intiero, che bella cosa sarebbe a un Italiano far egli e poi scrivere un viaggio in Italia, in cui, dati biasimi e lodi con verità, si notassero non solo i nostri vizj pur troppo veri, ma anche le nostre sopravviventi virtù; dove le memorie de' tempi antichi fossero evocate non solamente a rimprovero, ma ancora a conforto o a speranza; dove gli esempj buoni presenti, che quantunque pochi pur ve ne debbono essere e vi sono, non fossero negletti, disprezzati, od anche menomati a volontà; dove in somma ci potessimo specchiare con vergogna pure talvolta, ma almeno senza disperazione!.... Ma che vi dicevo io? onde ho io preso le mosse?.... Dicevo de' cavalieri serventi, e volevo aggiugnere che voi, signor mio, che li mettete in un fascio con qualunque altra specie d'amori illegittimi, mi pare, con licenza parlando, che siate in un grande errore. Altro è il vizio isolato e volontario [pg!216] d'una donna o d'un uomo pervertiti per a tempo od a caso da' loro sensi, o lor passioni, altro quella disgrazia, somma di tutte per uomini e donne, di vivere in un luogo, in un tempo, in una società infracidita. La quale.... Ma, figliuoli miei, volete voi che vi narri un caso succeduto quasi in presenza mia da venti a trenta anni fa; quando ero, come credo avervi detto, precettore in una casa signorile, epperciò potetti allora conoscere i costumi del tempo e del mondo? Del resto è successo, che se ferì me, sì poco fatto a que' costumi, forse che parrebbe comunissimo e indegno di narrazione a chi v'abbia indurito il callo. Ma e spero che niuno di voi sia tale; ed anche ho udito dire che il mondo sia in ciò migliorato. Onde che voi giovani forse non ve l'immaginate come era allora. Ad ogni modo, ecco il caso.In una città d'Italia, che al solito non vi nomerò, erano un padre, una madre, e una figliuola, nobili, ricchi, buoni, in ogni sorta di fortune, compresavi quella che Cecilia era la più bella e graziosa fanciulla di sedici anni che là fosse. Aggiugnete (ciò che si dee dire anche più merito de' genitori che fortuna) che la giovanetta era pure la meglio educata di tutte le compagne e coetanee sue. E dico, bene educata, tanto in buoni principii di religione e virtù d'ogni sorta, e principalmente quella ch'è di quel sesso e quell'età, una dolcissima modestia, come anco poi in tutte le grazie e qualità femminili; istruzione varia e moderata, da non farne pompa ella, ma da poter intendere ed apprezzar le conversazioni anche serie, e il valore anche sodo di qualunque uomo; e poi maestria di lavori donneschi, i quali quantunque così diversi ora da quelli delle patriarchesse e delle cavalieresse antiche, pur quando vediamo attendervi destramente una donna, ella ci sembra partecipare di quelle età e virtù prische, e in ultimo la grazia del ballo, e l'incanto d'una voce divina, e pur quell'eleganza del vestire e del muovere e del parlare, che quando è sola e scompagnata è la più sciocca qualità di cui si possa gloriare od uomo o donna, ma che quando accompagna l'altre, od anzi par venire naturalmente e conformarsi da esse, è compimento ed ornamento [pg!217] di tutte quelle di una giovane. — Già si sa — direte voi altri, — Cecilia era una perfezione, una eroina da romanzo; e così debb'essere, che anche i novellieri n'hanno il vizio, e il maestro l'ha più di tutti, o non ci sa descrivere una donna senza farne un angiolo. — Signor sì, — rispondo io, — così è, e così debb'essere per varie ragioni. Prima, perchè sia caso o grazia del cielo, o mia virtù ammiratrice, certo è che ho conosciuti e conosco non pochi di questi angioli in terra; ondechè la descrizione di essi non che falsa mi riesce naturalissima; e se la facessi bene non sarebbe altro che come una giustizia oscura e coperta sì, ma pure resa loro ad ogni mia possa. In secondo luogo poi, vi dirò che agli storici corre l'obbligo dir il brutto come il bello degli uomini; ma chi inventa o sceglie una narrazione grande, stolto è se non sappia riposar sè e gli uditori su tali fatti e persone che abbiano pure in sè un po' di bello. In terzo luogo.... Ma che serve tutto ciò? Io vorrei che aveste veduta Cecilia, come l'ho veduta io più volte alla sera nel salotto dov'eravamo varie persone ed amici di casa, uscir dalla camera di sua madre, vestita, ornata tutta dalle mani materne per portarla a qualche ballo, ed ella il viso ed ogni atto tra ritrosia verginale e gioia giovanile, or arrossire e ritrarsi e incantucciarsi, ora alzarsi come a partire ed anticipar gli innocenti piaceri; certo allora avreste detto come dicevamo tutti, che ella era per comparire la più bella agli occhi invidiosi dell'altre donne, e a quelli ammiratori di tutti gli uomini. Nè dirovvi del suo canto. Già sapete, che questa è la mia smania; e il più gran divertimento che io m'abbia mai goduto quaggiù gli è quello che ho avuto sovente in quella famiglia, e grazie alla benedetta giovane, di star le intere ore d'una sera su un buon seggiolone o all'angolo d'un sofà, non disturbato, non interrogato, non avvertito da persona, ad ascoltare qualche pezzo di buona musica eseguito da maestri, o dilettanti che vaglian maestri, senza le cerimonie, senza il freddo dell'accademie d'invito, e senza altro scopo che d'inebbriarsi di buona musica. Ed io allora m'inebbriavo con essi; massime quando usciva fuori più sovente dell'altre quella bella voce di [pg!218] soprano femminino, che allora sì che pareva proprio un angelo vero. E sì, che non ci era allora Rossini; ed era gran danno: perchè, dicano che vogliano coloro che non sanno intendere nè amare quanto è cresciuto da tant'anni in qua; dicano che vogliano, il maestro, benchè vecchio e ammirator di Paesiello, e Cimarosa, e Zingarelli, e poi di Guglielmi, di Paer, di Maier e massime di Mozart, è pur diventato ammirator grande di Rossini; ed anzi, se mai vive, diventerà di qualunque faccia a Rossini l'ingiuria ch'egli ha fatto agli altri, di farli passar di moda.1Benchè, per me, niuno buono non passa di moda mai. I buoni, uditi in mia gioventù, mi fan rivivere in quella. I buoni, sorti in mia vecchiezza, me la fanno dimenticare. Peccato, solamente, sia detto con vostra pace, signore mie, peccato non sia fra voi qui una Cecilia, da farci udir Rossini in vece di novelle. Ma torniamo a lei.Ben potete pensare che non le mancò marito. I più belli, i più ricchi, i più buoni giovani del paese volevano esser quello. Ma, o per ciò, o perchè i genitori, di cui ella era tutto l'amore e la gloria, durasser fatica a spogliarsene, certo è che non avevano fretta nè eglino nè ella, costumata e amorosa a loro, e felicissima con essi e della vita che faceva adorata da tutti. Ma era giunta ai diciott'anni; che è tardi in que' paesi. Tuttavia, non che amore, ella non aveva nemmeno una preferenza. La quale poi non so perchè sia tanto proibita alle fanciulle, e parmi anzi che potrebbe prevenire le preferenze assai peggiori che hanno molte maritate. A ogni modo deliberarono, scelsero i genitori; acconsentì, approvò essa; e si conchiuse il matrimonio con un giovane ch'era il meglio, la perla di quella città. Ma hovvi a dir io ciò che era il meglio, la perla di quella città? Era un giovane erede unico e sostenitore d'uno di que' nomi storici portati già con più o meno gloria da' famosi cittadini delle nostre repubbliche, tiranni di città e condottieri di compagnie, che non vorrei aver da scusar tutte le loro azioni e la loro vita, ma si vuol confessare che empieron le loro [pg!219] vite di azioni virili, ed ebber animi, cuori, corpi e mani da uomini. All'incontro, il discendente aveva un corpo gracile e delicato, e di quell'apparenza che appunto si chiama signorile; certe mani ammorbidite sotto i guanti, che sarebbero state belle anche a una donna, e che al più sapevano destramente far di scherma, giuocar altrucco,2al volante, od anche condur bene al passeggio una carrettella o un cavallo ben maneggevole; un ingegno adorno d'un po' di latino, un po' di aritmetica, un po' più di poesia, un poco meno di storia, e poi un po' di musica e di lingua francese; ultimamente un cuor buono e ben addestrato a far quel poco di bene che si può senza sconcertarsi, ad esser utile altrui senza mai nuocere nè far correr pericolo a sè stesso, a trarsi da banda e scansare, se è possibile senza compromettersi, una viltà. E in sommo, era un uomo che apprezzato al valore degli uomini in generale, e classificato insieme con quelli di ogni età e d'ogni paese, sarebbesi certamente trovato nella classe dei mediocrissimi; ma in quel paese, in quella città, in quel tempo, in quella condizione, era senza dubbio.... la perla de' mariti che si potesse dare a Cecilia.Maritati che furono, Cecilia amò il marito. E dicendo che l'amò, certo non vo' dire che fosse nè di quell'amore furente che s'apprende in pochi quasi dal cielo a ciò devoti, che nasce in circostanze straordinarie, che non arriva a suo colmo se non per le difficoltà, e che, al solito, perde e consuma chi vi si è abbandonato; nè nemmeno quell'altro amore tutto pace e stima e crescente di dì in dì tra due felici, e degni di appartenersi e possedersi l'un l'altro. Era solamente quell'amore comunissimo, anzi quasi inevitabile, impossibile a non trovarsi tra uno ed una, giovani e nuovi, accozzati l'uno all'altra: quell'amore che delle cento volte novantanove si trova tra gli sposi durante quella che gli stranieri chiamanluna di miele; amore che è l'oggetto degli epitalamj, delle raccolte in versi, e delle celie fatte in troppo chiara prosa, al dì delle nozze, da' parenti ed amici di casa. [pg!220] E questo pure, perchè tutti gli amori non cattivi sono buoni, questo pure è un amore buonissimo, messoci in cuore da Domeneddio per provvidenza sua, pel caso frequentissimo d'un uomo e d'una donna che si sposino, senza aver prima spasimato l'un per l'altro. Ma questo amore, buono pe' primi giorni e per quella luna di miele, non è più buono, non serve, passata questa, nè a lungo; se non gli sottentri quello della stima, della pace e della confidenza reciproca crescente. Ora, potevano eglino, il marchesino e la marchesina (così era chiamata la bella coppia, per antonomasia, da tutta la città), potevano eglino, dico, aver l'un per l'altro questo amore, e crescerlo? Forse avrebbe potuto averlo egli per lei. Perchè, notate questo, figliuoli miei, se non v'incresca delle mie riflessioni; in un paese dove non sia molto buona l'educazione, nè molto bene occupata la vita, il vantaggio è tutto delle donne. Le quali, come sono vezzose, e sanno porgersi e parlare con grazia, e adempiono ai doveri della famiglia, elle hanno ciò che debbe avere qualunque donna in qualunque paese del mondo: e sovente anche sono più piacevoli, che non quelle che infuriano ed arrabbiano non femminilmente tra le parti e le dispute di filosofia o di politica. Ma ad un uomo, ei ci vuol altro che quelle qualità esterne o private! E dico che ci vuol più, non solo per dirsi essenzialmente uomo di merito, ma anche per la apparenza della buona grazia virile agli occhi della donna che lo ha ad amare. Perchè l'amore della donna, così portando sua natura, è quasi come un compiacimento, un riposo della propria debolezza sulla forza e robustezza altrui; una necessità di trovar un protettore, un sorreggitore, un consigliero più forte, più attivo. E tant'è vero, che ho vedute donne dappiù che i mariti, non saperselo, non volerselo confessare, per non aver quasi a rinunciar l'amore che elle loro portavano; ed altre, che non potendo chiuder esse gli occhi alla propria superiorità, si sforzavano pure di nasconderla agli occhi della gente, per non perder quella grazia e dignità della debolezza femminile. È infelice il marito, a cui la condizione propria o de' tempi o de' luoghi non concedano mostrar mai alla donna qualche pruova vera delle [pg!221] sue virtù, e del suo animo virile. Ben può dir egli, quantunque amato egli sia, che non è amato quanto potrebbe essere. È infelice la donna che la dappocaggine del marito o la vanità propria fanno tenersi dappiù di lui nelle qualità che dovrebbero essere di lui. E guai, cento volte guai a colei, che tenendosi e vedendosi tenuta tale, lo confessi una volta a un altro uomo.Non fu il caso allora della Marchesina. Trasportata dallo stanzino verginale alla camera, a ricchi quartieri nuziali, e dalla vita serena ma uniforme d'una fanciulla, all'allegria, al chiasso, al turbine, agli allettamenti d'una vita di mondo e alla moda, io credo, veramente, ch'ella non pensò nè alla mia distinzione dei tre diversi amori, nè poi a far quella comparazione del merito intrinseco suo o del marito. Tra l'abbigliarsi e gli innumerevoli affari che trae seco il provvedere a una elegante vestitura femminile; tra i divertimenti e le innumerevoli seccature che trae seco il divertirsi, tutto il giorno e mezza la notte di una giovane volano, senza dar agio a riflessioni di morale. E sovente, non che i giorni e le notti, passano così intieri gli anni, e le gioventù, e le vite. Così passarono due o tre anni della Marchesina, che aveva nome oramai della più bella ed elegante giovane di tutta Italia. E perchè l'eleganza s'accresce, e quasi poi prende più sapore per alquanto di singolarità; piaceva forse tanto più la Marchesina, perchè ella era, fra tanto splendore e bellezza, la sola quasi di sua città, per non dire di suo paese e di suo tempo, che fosse vissuta tanto tempo senza ciò che le nonne chiamavano ancora ilCavalier servente, e le giovani, pur conservando il verboservire, chiamavano poi l'Amico. Di questa singolarità gli uni, e massime le une, cercavano la ragione appunto nella singolarità e nella voglia di distinguersi. «La signora Marchesina» dicevano elle «non si degna fare come le altre; non si fa servire nè al teatro nè al corso nè al ritrovo. Oh già, la signora Marchesina dee distinguersi in tutto. Ma si farà poi servire in casa, forse!» «Bene! dite bene! servire in casa,» ripetevan altre ridendo. «Quanto m'è antipatica costei!» aggiugnevano altre, facendo il grugno. Qualche giovanetto più generoso ne assumeva [pg!222] talvolta le parti; ma gli era dato sulla voce da tutte, e temendo tanto più guastarsi con esse, che poi non aveva speranza di rifarsene con Cecilia, era ridotto a tacersi. Dicevan altre: «Il marito è una bestia di gelosia; vedete! non la lascia mai.» «Oh per questo,» interrompeva taluno, «io vi so dire che il Marchese se ne dispenserebbe volontieri. Già si sa. Anzi, scusatemi, la vostra è calunnia. Il Marchese è uomo di mondo. Prima del matrimonio ben sapete chi serviva. Contessina eh! che dite voi? Credete voi da senno che il Marchese sia innamorato di sua moglie?» «Di costei?» ripigliava tal'altra, «di cotesta bacchettona? Eh giusto! Mai più! Non può essere. Ma il Marchesino, se ho a dir vero, gli è un uomo senza sale, senza forza; che fa quello che gli si fa fare. E come prima serviva l'altre, quando volevano darsene il fastidio, così ora, perchè così vuole la signora moglie, ei serve la signora moglie.» «Ah, ah, servir la signora moglie! Servir la moglie! bello, bello! Nuovo veramente! Servir la moglie!» E s'udivano poi, per finir il discorso, due o tre esclamazioni ripetute: «Quanto m'è antipatica!»Ora, io che l'ho conosciuta, e a cui non era certo antipatica, vi dirò quale fosse la vera cagione di non aver essa cavaliere, nè amico. Non era gelosia del marito, che non aveva ragioni d'esser geloso, nè avrebbe avuta la forza d'opporsi all'uso quasi universale; non era nemmeno amore tale di lei verso di lui che l'avesse potuta trattenere dal seguir quell'uso, a cui era invitata da' tanti esempj ed allettamenti; e, non che bacchettona, ella non era poi nemmeno così occupata ne' pensieri e nelle buone pratiche di religione, da farsene schermo contro ai vizj del mondo. Era solamente una certa nobiltà ed altezza d'animo, in lei naturale e nativa, accresciuta dall'educazione, fors'anco da quel vedersi così ammirata e lodata da tutti. Perchè, io non so se m'inganni, ma ei m'è sempre paruto che nella gran bellezza e grazia d'una donna vi sia uno di que' compensi che alla potenza de' pericoli equilibrano la potenza della resistenza. Che se la bellezza o l'ingegno espongono le posseditrici a più tentazioni, elle danno forse più forza da resistervi. E [pg!223] una donna, certa d'essere adorata da chichessia, va più lenta ad accettare e ricompensare le adorazioni, che non forse una brutta e mal aggraziata che voglia provare se ella pure sarà adorata. Finalmente, Cecilia avea due bimbi, due veri angioli di Paradiso; un bel ragazzo di due in tre anni che ritraeva la madre dagli occhi neri; e una fanciulla d'un anno, bionda e bianca, e tutto il padre. E la Cecilia, contro il costume d'allora, che era di lasciar i bimbi, non solo di quell'età, ma anche più adulti, in mano alle balie e alle cameriere, la Cecilia era di continuo occupata in questi fanciulli; e, se usciva a comprar qualche bel vestito o qualunque eleganza per sè stessa, pur toglieva alcun che pe' figliuoletti; e, se andava a spasso, era il più sovente con essi; e in casa li aveva quasi sempre fra' piedi. Cose tutte che, non so donde, or vengon pure facendosi alla moda; ma che, poco usate allora, facevano più che mai ridire dall'altre: «Quanto è mai antipatica!»Una sera di luglio, i due sposi invidiati facevano una festa ad uno di que' casini o ville in città che sono una magnificenza e un lusso tutto italiano; dove tra i fiori e le frutta e i profumi meridionali, e gl'incanti della natura, e quelli di tutte l'arti, tutti i sensi insieme si trovano esaltati ed eretti; e l'animo stesso e il pensiero che voglia esser più serio, si trova inebbriato sin dalle memorie degli amori famosi succeduti in quelli quasi tempii di voluttà. La compagnia s'era ragunata per tempo alle tre o quattro dopo il mezzodì, per pranzare insieme verso le cinque, e, come si diceva, alla francese. Perchè era allora appunto il tempo che i Francesi ci portavano quest'uso nuovo; e quella sera una numerosa brigata avea voluto far la pruova in casa al Marchese, che per cuoco e confetturiere ed ogni eleganza di tavola non avea rivale in città. Difatti, il pranzo era stato splendidissimo, ed anche più delicato che splendido. I convitati Francesi ci facean l'onore di dire che parea loro per un istante trovarsi in Parigi; e infatti come se vi fossero stati, diceano al Marchese che veramente ei non pareva straniero; quasichè, tranne il senso del gusto, tutti gli altri più fini, della vista, dell'udito, ed anche dell'odorare non [pg!224] fossero le mille volte più soddisfatti ne' nostri paesi che non là su. Al pranzo era succeduto un passeggio ne' giardini; poi il ballo: ed essendo notte scura, uno de' Francesi propose di far venir colà la musica del suo reggimento a far una serenata nel giardino; ed, approvato il pensiero, uscì con altri giovani per veder di trovare i suonatori a' loro quartieri. Tornati poi poco stante: «Sapete voi,» disse uno de' giovani, «chi è giunto or saranno tre ore in città?» «Chi mai?» disse il Marchese. «Indovinate; un amico vostro e nostro, e un amico grandissimo delle belle signore; un elegante di Parigi, uno de' bravi ufficiali dell'esercito francese, uno degli Italiani che ci fanno onore fuori d'Italia.... Arrigo.» «Arrigo!» dissero tutti. «Oh! è egli vero? Arrigo giunto? Quando, come, dov'è? perchè non si vede? chi va per esso, chi ce lo porta qui? Oh bello, bello, il buon Arrigo! andiamolo a cercare; qui siam tutti amici suoi, gli è un peccato perder la serata senza riveder Arrigo.» Tutto ciò fu detto da molti, e come in coro; mentre due o tre uscirono per effettuare la proposizione fatta d'andar per Arrigo. I rimasti disposero di riceverlo con una specie di trionfo amicale, e musicale; ed essendo giunta intanto la musica militare fecero provar marce ed arie, e pur v'arruolarono la Marchesina, benchè ella non conoscesse Arrigo non ripatriato da più anni. Poco andò, e portato quasi sulle braccia de' giovani, precipitato in quelle del Marchese e degli altri suoi amici, preso or di qua or di là per la mano con franchezza da' militari francesi, da molti di quali era pur conosciuto, incontrato dalle donne che chi gli dava a baciar la mano, chi gli apriva le braccia, giunse Arrigo tra 'l chiasso degli strumenti e quel trionfo mezzo in celia, ma festeggiato poi da senno e da tutti, salvo la Marchesina che rimaneva dietro alla calca; e di cui egli per qualche tempo non s'accorse, finchè due o tre de' giovani lo trassero dinanzi a lei dicendole: «Ecco Arrigo;» ed a lui: «Ecco la padrona di casa.» Di Cecilia v'ho già detto che bellezza fosse. Di Arrigo v'aspettate forse che pure vi faccia un ritratto da porre in simmetria con quello di lei. Ma dirò sola una cosa; che men bello di molti di que' giovani suoi paesani e coetanei, [pg!225] aveva o per natura o per acquisto un portamento e modi troppo diversi da essi, e quasi accostantisi agli stranieri suoi compagni di guerra; onde pur si distingueva dal profilo più accennato, dagli occhi più ampii, dalla fronte più prominente, e poi da più serietà di fisionomia e men continua vivacità nelle mosse. Nè servirebbe poi, se io vi volessi tener in dubbio di ciò che già voi indovinate oramai. Ella fece a lui un'impressione grandissima come doveva, essendo così vezzosa, avendone tanto nome, e di soprappiù quello di ritrosa e non istata mai vinta. Ed egli a lei fece pure impressione, come uomo del tutto diverso da quanti avea fin allora incontrati; più amorevole, più semplice, e poi più affacentesi ad ogni suo pensiero ed affetto che non erano gli stranieri; più vivace, più brioso, più stimabile, più uomo in somma che non i suoi compatriotti.E qui m'è forza tornar indietro, e dirvi che non pochi di quegli stranieri, non poche volte, già avevano tentata la virtù di lei, ma sempre in vano. Che se la sua ragione e il suo buon gusto naturale le facevano, volesse o no, scorgere in costoro uomini pur troppo dappiù che non il suo marito e il più de' suoi paesani, quel medesimo buon gusto e la sua alterigia le mostravano come un soprappiù di viltà nello arrendersi a quegli insolenti usurpanti vincitori. Ma ora pur troppo riunivasi ogni cosa ad assaltar la sua virtù. Riunivasi ogni cosa, ed ella pur resisteva. Il primo combattere che incominciò pochi momenti dopo averlo veduto, le fece tremar la voce quando ebbe ella stessa, secondo il convenuto, a cantar per Arrigo. Si ritrasse quella notte più turbata che non fosse stata mai dopo niuna festa o ballo rumoroso; di mal umore contro sè, contro gli altri, e principalmente contro il marito.... il marito che le avea fatta fare quella sconvenienza di cantar quasi in lode d'uno sconosciuto e nuovo.... Che cattiva figura avea dovuta fare con questo sconosciuto! che idea potea prender questi di lei! quale smacco per la sua alterigia!.... e tornava alla sciocchezza fattagli far dal marito.... ed indi alla sciocchezza, alla dappocaggine del marito stesso.... e allora riandava tutte le qualità di lui; lo comparava a sè stessa, e per la prima volta lo trovava [pg!226] dammeno di lei; lo comparava ad Arrigo, e lo trovava anche più dammeno d'Arrigo. Arrigo, il marito, ella stessa, le tornavano a mente e nella fantasia, in mille strane, diverse, fantastiche combinazioni, durante l'affannata notte che passò.Il mattino appresso si svegliò con un sentimento indefinibile di nullità, di mancanza, di mediocrità in tutto ciò che vedeva o udiva. Il giorno che al solito le era così riempito, or le pareva vuoto, o inutile a riempire di quelle nullità. Essendole portati i figliuoli, prese quasi involontariamente e guardava in volto il fanciullo, ed esaminava se pur anch'egli avessevi scolpita quella nullità, quella fiacchezza.... ch'ella non avrebbe ardito per anco pronunciare, ma lo pensava pure.... paterna. «Deh così potess'egli mai assomigliarsi a quella figura quanto più virile, quanto più nobile, più forte!...» e le passava come un barlume d'un pensiero nella mente, che scuotendo il capo si sforzava di cacciare. Mirava alla figliuola, e vedendola così dolcemente bella, pensava poi più chiaro: «a te stanno bene le fattezze paterne;» e l'accostava a sè, ma l'abbracciava di mal cuore. Alzatasi, attendeva mal volontieri all'usate occupazioni. Parevanle tutte dappoco. Infatti, quando il marito non prosegue, non conosce egli stesso, se non occupazioni donnesche, non ne rimane alcune affatto per la donna. Nei giorni che seguirono, o per appigliarsi ad una occupazione più forte, o per distrarsi, volle leggere; e cercò libri d'ogni donde. Ma fossero storie o romanzi o chechessia, i libri facendola riflettere, la portavano sempre più a conoscere la dappochezza del marito; ed all'incontro, quanti v'eran lodati, esaltati, tutti più o meno s'assomigliavano ad Arrigo. «Dunque,» diceva ella lasciando cadere il libro sulle ginocchia, «dunque io non conosco il vero amore; dunque è tutt'altro amare questi uomini virili, questi uomini attivi e forti, questi Dei superiori nostri, invece di quegli altri, mezzo omicciatoli, impigriti, avviliti, impauriti, troppo dammeno di noi stesse. Ma è egli vero ch'io non conosca quest'amore? E la mia ammirazione non è ella foriera, nunzia di tal.... disgrazia,» diceva ella, e diceva bene; ma in fondo al cuore ella sentiva [pg!227] e voleva dire felicità. Riscuotevasi ella allora ed usciva. Ma, se andava al corso ella incontrava Arrigo in divisa su un furioso cavallo, che è bello d'un uomo come un vezzoso ballare d'una donna; ovvero lo vedeva alla parata, agli esercizj militari, che è forse anche più bello; e lo scorgeva rispettato, obbedito da quelli stessi stranieri così disprezzanti per gli altri Italiani. Se andava alle conversazioni, lo udiva lodare; e narrare come, trasportato da sua precoce e guerriera natura, otto o dieci anni innanzi era fuggito di casa per irsi ad arruolar da semplice soldato; come poi aveva affaticato e combattuto più anni; come acquistati varj gradi sul campo di battaglia; e come in somma si era distinto per prode in quell'esercito dei prodi, e fatto conoscere dal loro stesso capo Napoleone primo Consolo; il quale presentandolo egli stesso d'un'arma d'onore, e saputo chi era, aveva aggiunto che, se fossero pochi Italiani pari suoi, non tarderebbe a risorgere la gloria di lor patria. Cecilia, nobile, spiritosa, altiera Italiana, aveva fin sue proprie virtù cospirate contro essa, per farla vivere come inebbriata e fuor di sè tra una nuova e a lei non più conosciuta atmosfera d'amore.E allora quando il mondo intiero e le stesse virtù paiono cospirate contro una donna, allora è che le sarebbono d'uopo sentimenti veri e profondi di religione. Cecilia non ne era senza; ma, avvolta nel turbine del mondo, li avea trascurati. Ed io che l'avevo conosciuta bambina, e l'amavo non solamente per cagione di suoi genitori, ma pur di lei stessa e di sua buona semplice natura, io me n'accorsi allora; non so se appunto pel grande amore che le portavo, o per una ispirazione del cielo che mi fece veder ciò che non veggo al solito; essendo io di quelli che vivono gli anni in mezzo a queste cose senza accorgermene guari mai. Ma ora vedevo la mia povera Cecilia perdere ogni dì la sua dolce spensieratezza e semplicità, e quell'abbandonarsi alle gioie innocenti, e massime alle materne, che sono in una donna quando non s'affettino, come una guarentigia ch'ella non conosce e non pensa agli illeciti piaceri. Ad ogni volta che la vedevo, era più mutata, più accigliata, più pensierosa. [pg!228] E un mattino, sendomici trovato mentre entrava Arrigo, e avendo a caso gli occhi su lei, la vidi non che arrossire, e balbettare, ma accasciarsi, avvilirsi, e cader tutta da quella sua altezza consueta, ad una espressione quasi di vinta o di vittima già devota. Allora mi diedi, quanto potevo, a venirle più sovente in casa; anche a seguirla dove coll'abito mio potevo decentemente; e quante volte mi trovavo solo con lei, a ravviare la sua mente ai pensieri ed agli affetti di religione che credevo opportuni. Una volta tornavamo appunto in carrettella da una finta guerra militare, dove Arrigo aveva comandato alcuni squadroni di cavalleria. Il marito (non so se a caso, o per indifferenza, o che anzi cominciando ad accorgersi della preoccupazione della moglie, ei volesse comparire anch'egli alla meglio dinanzi a lei), il marito lasciandola con me, era ito pur a cavallo. Ma che differenza, anche a' miei occhi, che non me n'intendo! con quel suo cavallo leggero leggero, dalle gambe sottili, dal collo lungo, ed egli in mezzo quasi in bilico colle gambe larghe e colle mani affaticate intorno alle briglie ogni volta che il cavallo moveva il capo o l'orecchio; mentre quell'altro giovane dal volto maschio, dagli occhi arditi, dalla mano pronta, con un cavallo quasi una fiera fra le gambe, lanciantesi di carriera or a un lato or all'altro della sua truppa, or traendosela tutta dietro contro l'altra che figurava il nemico, con tanta furia, che pareva ci fosse pericolo, epperciò gloria nel giuoco stesso. Che sarebbe stato davvero! Povera Cecilia! non ne sapeva tor gli occhi; e con essi seguiva Arrigo tra quel labirinto d'evoluzioni e mosse, e quella nube o que' lampi di polvere e di fuochi. Le palpitava il cuore evidentemente; ansava, anelava, arrossiva, impallidiva; chè più volte io mi lodai che non vi fosse il marito, nè niun altro meno amico di lei che non ero io. Ad una posa di alcuni istanti partendo egli a sciolta briglia, ed attraversando il campo di battaglia, e poi facendosi via tra la calca de' cocchi e di cavalli, giunse fermandosi a un tratto allo sportello del nostro legno. Tutti gli occhi eran rivolti verso di noi; tutti gli occhi, e non pochi sorrisi; ma Cecilia non vedeva quelli, nè altro, nè nulla fuori di lui; incontravansi gli occhi.... e [pg!229] certo gli animi e i cuori in quell'istante; ed ella tracannava a gran sorsi il veleno. Tornando in città, non era già più nè trista, nè pensierosa come ultimamente. Parvemi segno cattivissimo. Tentai ritrarla a' pensieri serj. Ma già non era possibile. Tanto sarebbe stato dar un problema di algebra a un ubbriaco; o dettar filosofia a una baccante.Io mi ritrassi disperato, e fui la domane a casa di lei. Era tornata la tristezza; parvemi dovermene valere. Ma entrati in discorso, ella non nomò una volta mai, non che Arrigo, ma nemmeno la rivista, la sera di prima, nè nulla che mi potesse istradare. Pure scoppiò sua ira repressa rispondendo alla mia semplice domanda, se anderebbe quel giorno al corso? «Sì,» diss'ella, «al corso; che tranne jer sera, sempre si va al corso. Jer l'altro vi si è andato; il giorno prima, duo, tre giorni prima, e sempre, vi si è andato: e sempre vi si anderà. Bella vita davvero!» «Bella vita sicuro,» diss'io. «E che vorreste voi, Marchesina mia? E che? vi viene ella a noia la vita tranquilla, la vita uniforme? La vita uniforme, ah Marchesina mia, è pur la più felice che vi sia: quella in cui l'uomo avendo meno a badare alle cose materiali, grossolane, estrinseche di questo mondo, ha più tempo da pensare, raccolto in sè, a sè stesso, al suo bene, al suo migliorare, e poi anche può abbandonarsi a' suoi affetti di quaggiù e di là su; può meglio amare i suoi cari, e il suo creatore. La vita uniforme è una felicità perfin all'operaio, che guadagnandosi il pane colla fatica di tutto il giorno, se la fatica non è soverchia ed ei vi ha l'uso, pur può ir pensando ed amando secondo la potenza del suo animo e del suo cuore. Ma quanto più alti per natura od educazione sono l'animo o il cuor di ciascuno, tanto maggiori sono per lui i piaceri della vita tranquilla, uniforme.» «Piaceri e vita da prete, da vecchio, da letterato, o filosofo che vi vogliate dire, Maestro. Ma voi non vi volete mai figurare che vi sieno persone più giovani, e in altra condizione che voi. Ricordatevi, vi prego, de' miei venti anni, di mia condizione.... od anzi ch'io non sono altro che una donna la quale.... E del resto qui non si parla di me.... Dicevo così per dire, in generale.... E forse per le donne [pg!230] dite bene; la vita uniforme è la sola che possiamo menare. Sia pure. Ma gli uomini? I giovani? Direte voi, che quella vostra vita uniforme, che questa vita del corso, del caffè, del teatro, del casino, e poi di nuovo del casino, del caffè, del corso, del teatro, cioè di nulla dopo nulla e sempre nulla, direte voi che sia una bella vita; una vita da uomini, da giovani? La vita uniforme! Io non so davvero che v'abbiate voi questa mattina; anzi da alcuni giorni, che parete voler contraddire a ogni cosa; ed anche a voi. Perchè v'ho pur udito io le cento volte predicar a modo vostro contro questa vita scioperata, oziosa de' nostri uomini, de' nostri giovani, de' nostri signori. Ed ora, ora l'avete colla vostra vita uniforme. Oh bella, bella cosa davvero!» «Figliuola mia, voi non m'avete inteso, od anzi sono io che mi sarò spiegato male; che forse c'intenderemmo ragionando. Io pure fo questa distinzione vostra delle donne, o degli uomini per età o per condizione dati alla contemplazione, ed a cui sta bene la vita uniforme e tranquilla; e di quelli poi che essendo giovani.... starebbe loro meglio, lo confesso, una vita un po' più attiva. Ma, figliuola mia, credevo che parlaste di voi, e l'avete pur detto voi stessa: alle donne sta bene la vita tranquilla.... Ed anche gli uomini poi, non è sempre colpa loro se son ridotti a questa vita. Non tutti possono o debbono fare ciò che uno fa. Mal sia pure di coloro.... cioè voglio dire, Dio perdoni a coloro che allevano o riducono un uomo a questa nullità. Benchè, figliuola mia, appunto perchè siamo tra una donna e un prete, questi son discorsi inutili tra noi. Il discorso che a noi sta sempre bene è quello della rassegnazione, quello della contentezza, anzi del ringraziamento di ciò che abbiamo, senza mai guardare oltre o sopra. Chi è che guardando oltre o sopra ciò che ha, non trovi l'infinito che gli manca? E di nuovo, non dico che non vi sieno uomini, condizioni intiere di uomini che debbono guardar oltre; e pensare non solo a sè ma ad altrui; uomini che hanno doveri complicatissimi, ed a cui la rassegnazione è anzi la minima delle virtù, o non è virtù. Ma noi, noi ringraziamo Iddio, figliuola, d'essere in tal condizione che non potendo mutar gli altri, la rassegnazione [pg!231] è la sola virtù che possiamo avere. Buonissima, dolcissima condizione e virtù. Non tocca a tutti. Ma a chi tocca, a cui sta bene, a chi è conceduta, gran peccato sarebbe verso Iddio buono, gran danno a sè stessi, ad altrui, non approfittarsene.» La giovane parevami tocca, e pensierosa: e, tacendo ella, io pur continuai: «Del resto, ei mi pare che una donna compiuta.... E sapete voi ciò ch'io chiamo una donna compiuta.... Una donna come voi, Cecilia mia, che abbia la fortuna grandissima, la fortuna non data a tutte, ed onde perciò avete a ringraziare Iddio ad ogni dì, ad ogni ora, la fortuna d'essere a un tempo figliuola, moglie e madre. E dico che una donna la quale abbia tal fortuna, ella può vivere e pensare ed amare non solo il presente, ma il futuro anche lontano, il tempo de' suoi figliuoli. Ecco il vostro Carlo, che non avendo or tre anni, la sua vita incomincierà solamente fra diciotto o venti altri. E, non so s'io m'inganni, ma tra diciotto o venti anni... rado è che questi Francesi faccian le ossa vecchie in Italia.» «Questi Francesi» interruppe ella, «io n'ho quasi bevuto l'odio col latte; mi si è fatto paura di essi come della Befana; ed ho creduto fermo allora ch'ei si mangiassero i bimbi, ed avessero il piè del gallo come il Demonio. Ma diciamo il vero, o Maestro. Questi Francesi sono pur quelli, che vanno qua e là risvegliando l'uno o l'altro de' nostri. E se i loro partigiani sono in generale, come dicesi, traditori, scellerati.... pur ve n'ha alcuni che spinti dal proprio ardore.... dall'impazienza dell'ozio.... dall'amor della guerra.... od anche da uno ben o mal inteso, ma pur vero amor della patria.... Per esempio....» E qui ella si fermò; ed io non la volendo lasciar arrossire, o mostrar d'avvedermene, «No,» dissi «non cominciamo una disputa di politica. Ma senza penetrare il futuro, dico che ad una madre tenera come voi è una consolazione poter isperare pel figliuolo ciò che manca a' suoi padri; poter educarlo, aiutarlo, istradarlo a ciò....» «Sì,» disse ella, «sì voglio che Carluccio mio sia militare; voglio fin d'ora a guisa di trastulli mettergli in mano gli schioppi; fargli insegnar l'esercizio. A' sett'anni lo farò cavalcare: e voglio poi che impari quanto può ornar l'ingegno [pg!232] d'un uomo. Od anzi impari pure che vuole; ma tolga l'abito dell'imparare, dell'occuparsi, dell'attendere ad alcun che, del desiderare, del promuovere, del fare alcun che....» «Avete ragione, Cecilia,» diss'io, «questo è l'importante. Che gli uomini s'avvezzino, e poi attendano a qualche occupazione. La quale non essendo cattiva, sempre è buona; e se sono infiniti gradi di bontà, si può salir poi dall'uno all'altro. Ma e' si vuol cominciar a salire. Ed ora vedete che gran carriera abbiate voi stessa davanti a voi pel vostro figliuolo; ed anche per la vostra figliuola, che se l'educate simile a voi, potrà poi ella ancora educar figliuoli come fate voi, ed anche meglio, se i tempi son migliori. Perchè questo è pure un bel destino di voi altre donne, se bene l'intendiate, poter migliorare, rinforzar non meno gli animi che i corpi, o il sangue delle generazioni. Destino nobilissimo, che innalzandovi ed eguagliandovi....»Qui entrò il Marchese. «Gran nuova, gran nuova, Marchesa mia; gran nuova sta mattina in tutta la città.» «Che è?» diss'io, «forse si riaccende la guerra?» «La guerra,» sclamò la Marchesa, «di nuovo la guerra? Come? Quando?....» «E che guerra? Che guerra?» ripigliò il Marchese, «che v'importa la guerra, a voi o a me?... Per questo carnevale la Imperatrice Sessi, David, e Crescentini. Crescentini, udite voi? Che vi pare? Che opera, che opera stupenda! Che impresarj! Bravi impresarj! Già si sa, io l'ho sempre detto, bravi Francesi; e le idee nuove, le idee nuove sopra ogni cosa. Ah questi Francesi, queste rivoluzioni non fanno poi sempre male. Guardate un po' se queste direzioni di Cavalieri, queste anticaglie sarebbero mai state buone a darci Crescentini, David, e l'Imperatrice Sessi? Oh massime Crescentini! Beato Crescentini! Voi non l'avete mai udito, Marchesa? Oh quando udiate Crescentini! Bravi impresarii! oh benedetti Francesi! Bravi, bravi! Manca ora un buon maestro per iscrivere l'opera. Non è il più importante; ma anche questo fa. Ma chi vuol Guglielmi, chi Paer, chi Maier; così va. Questi partiti guastan tutto. E poi i pregiudizj di quelli che non vogliono Mozart, perchè è straniero. Ma è scioccheria; io dico che Mozart è stupendo. [pg!233] Che dite voi? Non vi pare ch'io segua bene i vostri principii, Maestro? Chè il bello è sempre bello; e il buono, sempre buono; e i virtuosi son sempre virtuosi dovunque sieno, e di qualunque paese vengano. Oh! io esco; perchè già, sapete, quando ci è qualche cosa a fare, io non posso reggere nè capir entro la pelle, e mi vuol attività per vivere. E se mi ci metto io, se ne prendo l'impegno, quando bisognasse andar dal generale francese, quando bisognasse scrivere a Parigi.... lasciate fare a me; o avremo un maestro di prima riga, o vi fo dar quel Don Giovanni che v'è arrivato l'altro giorno da Vienna, e che vi piace tanto, Marchesa.... Eh? che dite voi di questo pensiero?» Ma nè la Marchesa nè io avremmo potuto pronunziar ciò che pensavamo. L'attivo uomo se ne andò, ma egli avea guastato quant'io avevo fatto a suo pro. E, uscito appena, la Marchesa or ardente come brace, ora pallida quanto il suo abito bianco, e portando le mani agli occhi a nascondere qualche lagrima d'ira o vergogna, mi pregò di lasciarla; e, suonando alla cameriera, mi vi sforzò.Tuttavia, a malgrado della sciocchezza, della dappocaggine del marito, e della comparazione col seduttore, forse, non dirò pe' miei conforti, ma per quelli che per mia bocca e per altri modi le mandava Iddio pietoso; e poi per li buoni consigli che le avrebbero dati i genitori, se ella li avesse chiesti, e per la consolazione de' suoi figliuoli; e in somma per tutti quegli aiuti che mai non mancano a chi li sa desiderare; forse, anzi certamente, sarebbesi salva la mia povera Cecilia. Ma qui è, o signori, dove non mi è possibile rattener l'ira, ricordandomi le sguaiatissime usanze, gli scellerati costumi, le nauseanti compiacenze ed arrendevolezze di tutti, in tutti i luoghi, ad ogni momento. Perchè, appena Arrigo aveva incominciato a girarle attorno, a seguir suo cocchio, a mostrarsele in palco, e poi in casa, che parve come una congiura generale di uomini e donne a pro de' suoi disegni, e contro la mia povera, la mia allora innocente Cecilia. Parevano, le giovani, rallegrarsi di non aver più un rimproccio vivente in mezzo ad esse, le vecchie, aver una scusa di loro passate laidezze. Veniva l'una, e, con destrezza [pg!234] infernale, tesseva le lodi d'Arrigo; l'altra le narrava ogni fatto, ogni passo, ogni parola di lui; e le facevano ad ogni ora del dì udire quel nome che la traeva di senno. Veniva un'altra ancora, e le lasciava intendere che Arrigo avea guardata o lodata la tale; e che dicevasi ne fosse innamorata; e le metteva la gelosia in cuore per farle proromper l'amore. «Ma non è vero, non crediate ciò,» aggiugneva poi una di quelle vecchie scellerate serbatrici delle tradizioni viziose, che non potendo più esercitare, aiutano il vizio, vere stipendiate del Demonio ad arruolare per lui. «Non è vero, non lo crediate mai. Arrigo è innamorato di voi. Innamorato morto, povero giovane! Il più bello, il più elegante giovane d'Italia! Sapete voi che la principessa tale quasi è morta di dolore d'esserne lasciata? Egli la lasciò per una cittadina di mezzo ceto; perchè, vedete, non è di quelli che cercano i titoli, o servono per vanità; egli ama la bellezza e lo spirito; epperciò dire che muore per voi. Oh se l'aveste udito, come parla di voi! Dice che non ce n'è un'altra in tutta Italia; che il meno è la vostra bellezza. E nemmeno non è la vostra voce che l'innamori; benchè dice che è divina, e non ha mai udita l'eguale: ma è il vostro spirito, il vostro cuore ch'egli ama; perchè, dice, non ce n'è nessuna come voi che gusti, che apprezzi le belle azioni, i bei fatti, a cui sia un piacere narrarli, e vedervi piangere od esaltarvi per essi. Se si fosse al tempo de' Cavalieri, ei vorrebb'essere il vostro, e portar vostri colori, vostra divisa e vostro nome sulle mura di tutte le capitali d'Europa; ma ei non ne dispera, dice, anche in questi tempi; e lo farà quando ci avesse a morire, che sarebbe bello per voi.... Eppure.... vedete il buon giovane!... voi gli fate una paura, che, daccanto a voi, non è più umile il vostro cagnolino.... Ed io glie l'ho pur detto l'altro giorno, che è un gran buon uomo. Non si tratta di morire; meglio è vivere e farla vivere, dicevo io. E in somma, anche voi siete di carne e d'ossa, e avete occhi, e un cuore quanto più bello, tanto più fatto per l'amore. L'amore, l'amore, figliuola mia, non si può vincere. Non si resiste alla simpatia, non si combatte una gran passione....» E simili scempiaggini e [pg!235] scelleratezze di parole, seguite poi da fatti peggiori; ora invitarli insieme a pranzi e cene, e in villa; e farli seder l'uno allato all'altro a tavola; e metterli ne' medesimi legni nell'andare e venire; accoppiarli, ordinando i balli; lasciar il luogo daccanto a lei nel palco, quando entrava egli, ed uscir tutti prima del fine, perchè le facesse il bracciero; e tutte quelle altre usanze e convenienze o sconvenienze de' teatri, che sono più di tutto la perdizione d'uomini e donne. Perchè, voi lo sapete bene, figliuoli miei, che io non sono in nulla teologo o moralista severo, e, quando una cosa non è dannata, io dico che è lecita, e tengo lecito il teatro, ed anche buono relativamente al peggio, che ci è sempre in ogni città grande. E direi forse buono anche in modo assoluto, se fosse da noi, come presso ad altre genti, maestro di alti sensi, o correttor de' costumi, in buone tragedie o commedie. Ma dico il vero, a malgrado del mio amor per la musica, quelle eterne opere, sovente così cattive, non sono quelle che traggono, o almeno al mio tempo traevano le donne in que' teatri allora oscuri, e in que' palchi troppo sovente vere culle di pettegolezzi, d'ozio, di nullità e di turpi amori. Ma lasciamo ciò. Quando tutti que' corruttori l'ebbero spuntata con lei, ed egli fu proclamato cavaliere servente e l'amico suo, invece di scapitarne ella nella riputazione, invece di udir rimproveri, o di veder visi severi, o il ritrarsi della gente, parve, all'incontro, come un giubilo, una congratulazione generale, e i volti le sorridevano, e le braccia e i cuori le s'aprivano; che non credo sia peggio il tripudio dell'inferno, quando ha tolta un'anima al paradiso.Forse a voi parrà strano; che credo bene che ora non sia così nemmeno nelle città più corrotte d'Italia. Ma là, e in quel tempo, era la corruzione tale e così sfacciata, che ho veduto io più volte tutta la nobiltà andar quasi in gala e alla fila far le visite di condoglienza a una donna a cui partiva l'amico; e di congratulazioni a tal'altra a cui tornava. E il colmo poi e l'estremo danno di tal corruzione, è quando ella toglie ai mariti l'aiuto della pubblica opinione, e il cuore di opporsi virilmente. Il Marchese si risentì con un po' di mal umore; ma resistendo ella, ammaestrata [pg!236] oramai dal seduttore, quegli, per non far iscene, chiuse gli occhi, o tollerò. Io avrei voluto perderci la vita, se avessi potuto giovarci. Ma che farci io? Provai due o tre altre volte ad entrar in discorso; ma non mi venne fatto, scansandolo ella. Diradai mie visite; nè ella mel rimprocciava. Ma non le dismessi del tutto; parendomi non doversi mai abbandonar una persona caduta, per la speranza che rimane d'aiutarla a risorgere, o per quella di trattenerla dal cader più giù.Io non so veramente se gli scellerati finiti e consumati si godano mai ne' loro delitti una vera felicità; questo sì è certo, che quanto meno è uno cattivo, tanto meno di felicità ei può trovare ne' vizii. La Cecilia era inebbriata, e come impazzita; e non solo la sua fisonomia, ma i lineamenti e quasi l'ossatura istessa del suo volto e di tutta la sua persona n'erano mutati. Ma erano fisonomia e lineamenti, ed ebbrezza, e pazzia, tutto triste. Arrigo poi partecipava alla ebbrezza e alla tristezza. Non certamente ch'ei fosse tenero ai rimorsi, com'ella, e nuovo nella carriera di tali amori; ma in questa, rado è che s'incontrino cuori scelti ed alti, come quello della povera Cecilia; ed incontrati da un cuore anche alto e generoso, impossibile era che non l'usurpassero tutto intiero, e nol traessero in tutta la sua miseria. E so che vi sono tali, romanzieri ed uomini di mondo, che dicono: che quanto è più forte un amore, e tra più scelti ed alti cuori, tanto più è scusabile, e tanto meno danno fa. Ma a me pare anzi tutto all'opposto. Chè, quanto a scusa, maggior peccato è deturpare un cuor alto, che un dozzinale; e, quanto a danno, troppo differenza è tra l'impressione leggiera non durevole di quegli amoracci d'ogni dì, e la mutazione, la rovina fatta da quelle che si dicono gran passioni tra due cuori forti. E se mi si mostrino di questi cuori pur rimasi forti ed alti a malgrado siffatte gran passioni, dico che è eccezione rara in ogni dove, rarissima poi, se non impossibile, in que' paesi, dove non vi ponendo ritegno i costumi lasciano i miseri colpevoli abbandonarsi, peggiorare, impigrire, annullarsi nella vita che segue di necessità.Credo bene che chiunque mi vide allora in quella casa, e [pg!237] in que' frangenti, non mi accusò certo di parzialità per Arrigo; ed anzi duravo fatica a serbare per lui i sentimenti da cristiano, e a non odiare il seduttore della innocente. Tuttavia m'era forza vedere in lui non volgari qualità. Era di que' pochi Italiani a cui pareva che il servire coi conquistatori, l'imparar da essi le loro arti di guerra, l'addestrarvi le mani e i petti fosse il solo mezzo di alzarsi dal fango in che erano caduti; e facendosi rispettare da questi e da qualunque altri stranieri, diventar poi forti per sè, e capaci un giorno di decider le proprie sorti, anche a spese degli imprudenti maestri. Nè vo' esaminare se non entrasse forse un po' di tradimento celato in fondo a questo pensiero. Dico che tale era non che in lui, ma in moltissimi di quelli che si trovavano nello stesso caso. E, fosse questa nobil ambizione di servir poi un dì più direttamente la patria sua, o natural prodezza, e forza d'esempio, certo è che lo scolaro avea sì ben usate le lezioni da emulare i maestri; e in pochissimi anni era giunto già ai gradi superiori della milizia; e ciò che forse era anche più, era noto a molti de' primi generali, e, come dicemmo, allo stesso capo e principe di tutti, Napoleone. Era il tempo delle guerre corte e grosse, e quando contro la probabilità degli avanzamenti rapidissimi non v'era che un solo caso calcolabile, la morte. Ma questo a' venti anni non si mette guari in conto; e così Arrigo, non che speranze, aveva quasi certezza di arrivare in pochissimi anni, forse nella prima guerra, al grado desiderato di generale; quel grado, io mi ricordo d'avergli udito dire, dove comincia la possibilità di mostrar i proprii talenti militari, e dal quale per conseguenza si può salir senza intermediario all'altro grado dell'immortalità. Del resto, Arrigo di famiglia nobilissima, anzi illustre, aveva questo aiuto di più presso a quel governo che si diceva per anco repubblicano e democratico; ma dove la chiarezza de' natali era forse più vantaggiosa, che non in alcune monarchie. Napoleone, che apparecchiava tanta storia futura, amava pur la storia passata; ed era il tempo che già signore di fatto n'ambiva il nome, e nell'ozio d'una pace temporaria assumeva a poco a poco lo splendore d'un Re. Alcuni amici e compagni potenti [pg!238] d'Arrigo gli proponevano di farlo entrar nella corte militare del primo Consolo; oggetto allora di tutte le ambizioni, e via la più breve alla gloria ed alla potenza. Ma Arrigo, venuto in licenza per poche settimane, s'era fermo già non pochi mesi; e perduto poi nella sua gran passione, non che lecito, credette bello sagrificarvi sue speranze ambiziose; e non corrispose a quelle offerte. Intanto succedettero cose più gravi che mai.La Marchesa diventò gravida. Il marito, paziente fin allora, turpemente paziente, pur infine si destò. Ma io non entrerò in particolari di queste turpitudini. Il marito non avea fatto scene fin allora per la sciocca paura d'esser tenuto geloso; fecene allora per la paura contraria d'aver nome di arrendevole. E tuttavia quell'uomo così disprezzabile, così disprezzato, riprendeva appresso alla colpevol Cecilia tutta la dignità di uno offeso; ed ella, precipitata dalla sua superiorità usurpata, già non ardiva nè alzar gli occhi su lui, nè trovarsi sola con esso, nè parlargli da paro a paro. Parvele insofferibile quell'umiliazione. Disegnò torsene ad ogni modo, e reclamò perciò l'aiuto di colui a cui aveva sagrificato ogni cosa; colui che avendo usurpato l'amore e i diritti maritali, era naturale che ne adempisse i doveri proteggendola. Ma gli è più facile sempre usurpar diritti che doveri. Arrigo impazzito d'amore avrebbe data mille volte la vita per trarla da quel colmo di disgrazia dov'ella era precipitata per lui. Ma qui il sangue, la vita, nè niuna qualità d'ingegno nè di cuore non servivano; ed all'incontro quanto avesse fatto avrebbe aggravato il male. Desiderava che il Marchese, provocandolo in qualunque modo, gli desse occasione di vendicarsi. Ma vendicarsi di che? Egli era l'offensore, egli il provocatore; egli contro cui si rivolgerebbe con esecrazioni tutto il mondo: quel mondo stesso de' viziosi che s'adopra tutto in aiuto de' suoi pari, finchè ogni cosa va loro bene; ma che li abbandona, li tradisce, li aiuta a precipitare, quando sono infelici. Ed è naturale, e come un disperdersi de' ladri dopo fatto un mal colpo. Il peggio era che ogni passo precipiterebbe più la sua amata. Che gli scandali soli precipitano le donne, è il gran principio de' viziosi. [pg!239] Quindi la necessità ai più generosi, ai più ben nati, ai più franchi fra essi, di diventar falsi, bugiardi, traditori, avviliti, avvilitori. Che differenza, a chi avesse potuto vedere e descrivere gli animi di Cecilia e d'Arrigo pochi mesi prima ed allora! Finalmente deliberarono torsi da tutto ciò, e fuggire. Lo scandalo sarebbe più grande; ma ei nol vedrebbono. Era disonore, ma non l'udrebbono. Ella aveva ad abbandonare i teneri figliuoli, a lei già così cari. Ma eran figliuoli dello oramai odiato tiranno; e poi le rimaneva quello che portava in seno dal suo amore. Egli aveva ad abbandonar la patria, le speranze, a tradir sua vita passata e futura. Ma che fare? oltre alla sua gran passione, era spinto ancora da quella specie di dovere assuntosi. Perdendo ella ogni cosa per lui, poteva egli dubitar di perdere la sua ambizione per lei? In somma avevano allestita ogni cosa; tempo, luogo, modo, tutto era disposto, quando, probabilmente per la grande angustia sofferta, l'innocente frutto dello scellerato amore fu in seno alla madre guastato. Il mondo, ingiusto calunniatore, ne disse orrori; ella fu per morire del male, dell'onta, del rimorso. D'Arrigo e del marito non dirò; non so che sensi potessero avere. Nè dirò che altre scene seguissero. Ma finirono con uno di que' patti taciti scelleratissimi, che pur piacciono al mondo, e che io ho pur udito talora lodare. Il marito tacque; tollerò: di nuovo persuadendosi che il mondo non avesse saputo nulla, si persuase che non era obbligato nè ad ira nè a vendetta; ovvero, pensò farne una degna, mostrandosi indifferente alla propria moglie, ed appassionato per le altrui. La avvilita Cecilia, abbandonata sempre più, sempre più s'abbandonò; e non avendo letto in volto altrui il disprezzo se non quando ella s'era vergognata, spogliò la vergogna, vestì quell'assicuranza, quella alterigia del vizio che è suo solo rifugio e suo colmo. E Arrigo.... Arrigo, da quanto buon cuore, da quanta generosità nativa o acquistata aveva mai avuto, o gli rimaneva, Arrigo era ridotto alla condizione, alla occupazione, al destino di Cavalier servente della Marchesina.Già v'ho detto che per rimanerle appresso egli aveva ricusata l'offerta d'essere addetto alla corte militare di [pg!240] Napoleone primo Consolo. Poco dopo, e quando era Cecilia nella maggior miseria, e in punto di fuggir con lui per America, egli aveva ricevuto l'ordine di partir immediatamente pel campo di Bologna sull'Oceano dove s'apparecchiava la discesa in Inghilterra. Non volendo, non potendo lasciar Cecilia, tolse un pretesto di sanità, se n'esentò, e si fece dare un destino nella città dove s'era così malamente incatenato. E gli riuscì tutto ciò tanto più facilmente che quel campo non era guerra assoluta ed aperta; ondechè non era chiaro disonore rifiutar d'andarvi; ed era poi destino così ambito, che se ne trovavan dieci desiderosi da sottentrar ad uno dubbioso. Ma poco andò, e seguì quella guerra d'Austria che fu la prima di Napoleone Imperadore, e l'apice forse delle sue meraviglie militari; quel levar il campo di Bologna, quella marcia così precipitosa, così regolare dalle sponde dell'Oceano al cuor di Germania, quelle operazioni, quelle battaglie succedentisi di dì in dì, e in pochi mesi terminanti oltre Vienna colla gran giornata d'Austerlitz. Arrigo fece quella campagna.... da bracciero della Marchesina al teatro ed al corso. Non che non arrossisse, non arrabbiasse sovente di sua mutazione: ma prima, alieno d'ogni altro pensiero, e già avendo tralasciato le amicizie e le relazioni che aveva, non seppe, se non incominciata già, la mossa dell'esercito e il principio della guerra. Saputala, ne dubitò, come si suole di ciò che non si desidera; e massime di ciò che mette in impiccio. Non dubitandone già più, esitò pure, benchè brevemente; ma determinatosi, egli ebbe a sostener una dura contesa coll'amata; l'amata, perduta di riputazione, così allora sepp'ella dire, abbandonata dal marito, non più moglie, non più madre quasi per lui. E vinse bensì presso a lui il suo sangue, il suo ardor militare, e scrisse per domandar servizio; ma la domanda andò a Parigi, mentre il padrone era a Vienna. E il padrone non amava gl'indugiatori. Fecesi la pace intanto; e allora Arrigo ebbe risposta ricevendo un destino di pace, da ufficial di stato maggiore d'una divisione militare nel cuor della Francia. L'ira, la vergogna, il dispetto, l'amore, non lo lasciarono adattarsi al giusto castigo. Perduta l'occasione d'una campagna [pg!241] col grande esercito, e d'una battaglia come Austerlitz, per rimanere al suo amore, nol lascerebbe per andar a tener registri di situazioni militari in una cittaduzza oscura. Mandò sua dimissione. Fu accettata. Ed Arrigo, prima di venticinque anni, ebbe fisso il destino di tutta sua vita.... Cavalier servente in titolo della Marchesina.Io lasciai, prima anche di quel tempo, quella città e quel paese. E dacchè ci avevo veduta inutilissima l'opera mia, avevo pur tralasciata quella casa. In quel pericolo delle scene col marito, ella s'era pure affidata a me; e m'aveva domandata consiglio. Io avevo dato quello della franchezza, della confessione al marito. Ma ella aveva già il cuor troppo ammollito per risolversi a tal forte partito; e troppo guasto poi per ridursi a pentimento e mutazione. Così finirono nostre relazioni, non l'interesse mio alla infelice. Di tempo in tempo nelle mie lettere domandai nuove di Cecilia, e seppi con gran dolore che continuavano tutti eglino sempre nel medesimo modo. L'ultima volta che ne chiesi a un vecchio signore di quel paese, che passò di qua, ei mi rispose: «Ah, la Marchesa Cecilia! sì la Marchesa Cecilia, è persona veramente rispettabile, persona rara. Quello è un cuore, una costanza, una costumatezza esemplare! Immaginatevi, che son più di venticinque anni che ha sempre il medesimo amico. E il primo, sapete voi, il primo, e solo che abbia avuto mai! Non è di queste che mutano ogni dì, nè che si faccian servire da quanti forestieri capitano in casa con una lettera di raccomandazione; oppure senza distinzione di nobiltà, mezzo ceto, od anche peggio. No eh; la Marchesina non è mica di queste. E che differenza, Maestro mio, che differenza con queste giovani che ora non vogliono l'amico, non vogliono il cavalier servente! Certo non può esser altro che per averne dodici, o se non gli hanno, tant'è come se li avessero; il mondo lo dee credere di una che è senza servente. Perchè, vedete voi, per esempio, il cavalier Arrigo, per la Marchesa, è come un marito che....» «E il marito vero, il Marchese?» diss'io interrogando. «Il Marchese gran galantuomo, davvero. Credo bene che foste ancora da noi quando il Cavalier Arrigo cominciò a servir la Marchesa. E [pg!242] ci fu allora un po' di garbuglio; e chi disse una cosa, chi l'altra. Eh... Eh... ma voi ci eravate, e dovete sapere.... Basta, d'allora in poi non s'è udita più una parola cattiva di tutta quella famiglia. S'è riaperta la casa, buoni pranzi, belle cene al Casino, due o tre balli all'inverno; e vi posso dire che il Cavaliere serve anche al marito, perchè, avendo viaggiato assai in gioventù, ei conosce gli usi, le eleganze straniere, e gli fa far una figura stupenda con chichessia che gli sia raccomandato da Parigi o da Londra. E principalmente certi vini! Eh vi sono in quella casa certi vini, che io non avevo mai udito nominare altrove. E poi fa venire i bronzi, cristalli.... che è uno spettacolo, una cosa, dico anch'io come questi stranieri, da stupire di trovar tanto in Italia. E vedete voi, è tutto il Cavaliere; perchè il Marchese non ha mai viaggiato; e vuol bensì far all'amore or con questa or con quella, ma non ha mai potuto prender quell'aria di mondo, quel non so che.... Già adesso ci è il Marchesino.... e poi la Contessina....» «Ah che? È maritata adunque la bimba?» «La bimba? Oh bello, la bimba ha i suoi venti o ventidue anni, ed è maritata da quattro; bella donna anche lei, bella donna, ma un po' pinzocchera, un po' bacchettona, di queste giovani sempre col marito, giovani alla moda.... già, educata in un convento.» «Oh, in convento? E la madre so che facea conto educarsela in casa, e se ne faceva un piacere, una felicità....» «Oh questo poi, scusate, Maestro; ma voi non ci pensate. Il Marchese è un galantuomo, vi dico io; e quantunque sappia vivere come si deve nel mondo, ha religione, buoni costumi, e non sarebbe stato capace poi, di lasciar per casa una fanciulla a veder certe cose.... Capite bene.... E poi, Maestro mio, io so quel che mi dico quando dico che a mio tempo si faceva bene ogni cosa. Viver bene, civilmente, nobilmente, non da frati, scusate, ah scusate, Maestro, che credo voi siate stato frate; ma altro è il convento, altro è il mondo; e nel mondo si vuol vivere, si vuol far come tutti. Ma i figliuoli poi, e massime le ragazze, non si vogliono lasciar per casa a veder queste cose.Omnia tempus habent.Non so io pur bene ancora il mio latinuccio, Maestro mio? Nol so io pur bene? E credo [pg!243] che vuol dire che in questo mondo ci è tempo per tutto. Dunque viver civilmente in casa come persone civili e nobili del mondo, e metter il più presto che si può i figliuoli al collegio, e massime le ragazze al convento.» «Oh voi avete ragione! Più sovente che non si crede da taluni, è ben fatto mettere i figliuoli al collegio, e le ragazze al convento, ne' ritiri, ai convitti, dove che sia, piuttosto che in casa. E avete ragione di nuovo; il Marchese ha fatto da galantuomo facendo così. Ma la mia povera Cecilia! la mia povera Cecilia se ne faceva pure una sì gran festa! — Guardatela, Maestro, — diceva ella alzandola sulle sue ginocchia, guardate com'è bellina; come le sta bene questa cuffietta che le ho fatt'io; e quest'abito bianco che le ho ricamato. Vedete; ogni cosa che veste, glie la fo io; e questi bei capelli ricciuti, niuno glie li tocca se non io; e così vo' fare, così farò sempre. Al mio Ernesto è impossibile che attenda io; sarà forza dargli un maestro, metterlo in educazione, e separarsene sovente; ma costei, questo mio gioiello, questa cara creatura ella è tutta mia; ella sarà sempre mia; io le insegnerò ogni cosa. Quando io canto, o suono il cembalo, ella sta lì le ore intere ad ascoltarmi. Son certa ch'ella avrà un orecchio come nessuna; e quanto alla voce, poverina! ella è già dolce fin quando piange. Oh, Mariuccia mia, tu sei e sarai la cara creaturina; la più bella, la più buona, la più dolce fanciulla di tutta la città, e la consolazione, la felicità, la gloria della mamma. Oh, vien qua, Mariuccia mia, che ti baci, che ti stringa, che ti mangi, amor mio, creatura mia....» «Bravo, bravo Maestro,» ripigliò il vecchio signore, «questo è pure un bel pezzo di romanzo. Ma la realità non va così.» «Oh,» dissi io, «non fate ingiuria alla realità, al mondo, e massime alle donne. Non sempre così; ma pur talvolta grazie al cielo. Ed Arrigo, mi direste voi?....» «Il Cavalier Arrigo sta bene, benone: è ingrossato alquanto; ma un bell'uomo ancora. Poveruccio! ha pensato succedergliene una brutta, anni sono; ma poi.... basta, son di quelle cose che non se ne parla. Benchè già voi non ridite nulla. E sapete che questi antichi ufficiali.... Intendete bene.... s'annoiano talvolta.... ricordano la gioventù.... non son mai contenti del presente.... [pg!244] Capite eh?.... Ma la Marchesa, il Marchese, tutti si sono adoprati.... E in somma ei vive tranquillo oramai.... E di nuovo vi dico che egli e la Marchesina sono un par di persone come ce n'è poche, anzi, forse come non ce n'è più.» «E così sia, Amen,» diss'io, e lasciai la conversazione.E qui lascio la mia narrazione, aggiunse il Maestro, domandandovi scusa d'avervi trattenuto tanto, in una storia che ora che è fatta intendo bene che non ha sale; ma quando le cose ci hanno colpito assai, ci par sempre di poterle narrar in modo da colpirne altrui; ed è solamente dopo la pruova che uno si ravvede. — Ed essendo già stata recata la lucerna, e i tarocchi, ognuno si dispose a giuocare. E il Maestro, che, a malgrado di ciò che n'han detto taluni dal ritratto, non seppe mai tener le carte in mano, preso il cappello, s'avviò alla porta, ed io seguendovelo mentre usciva, «Maestro,» diss'io; «questa storia poi non la dite dove che sia; qui la potevate narrare senza pericolo, ma non vi sarebbe sempre prudenza.» «Che?» disse egli, «avete voi paura che mi strazino le donne come un nuovo Orfeo?» «Oltre le donne, so molti uomini che se n' offenderebbono, e....» «E s'offendano pure; così potessero le mie parole romper uno solo di questi brutti vili accoppiamenti che perdono, avviliscono, impoltroniscono tanti Italiani, che altrimenti sarebbero utili a sè, ai fratelli, al principe, alla patria: potesser massime corregger coloro che quasi scherzando li aiutano; e sarei contento di qualunque inimicizia mi procacciassi con ciò.»[pg!245]

«E il libro de' Cavalieri serventi?» diss'io al maestro, una di queste sere che tornando d'una camminata più lunga del solito, non so se fosse stanchezza della brigata, o quiete naturale a quell'ora e a quella luce crespuscolare, tutti stavamo da alcuni minuti in gran silenzio. «E il libro de' Cavalieri serventi?» diss'io per ridestar la conversazione. «Che libro?» rispose il maestro. «Quello che ci avete promesso, se non m'inganno, narrandoci la novella di Margherita.» «Che promessa? che novelle?» riprese egli. «Io v'ho detto per celia, che sarebbe a fare su ciò un bel libro; ma chi vorrà pensar davvero, che, bello o brutto, io sia per far un libro mai? E poi, massimamente questo.» «Il maestro ha ragione,» disse uno de' giovani. «Che se il far un buon libro dipende, prima d'ogni cosa, dallo sceglier un buon soggetto, e principalmente un soggetto nuovo, certo questo de' cavalieri serventi, degli amori illegittimi, è così pesto e ripesto in tutte le lingue, e in tutti i toni, che non credo ci sia verso non che di farne un libro ma nemmeno di dir nulla di nuovo oramai.» «Oh, in ciò parmi che v'inganniate;» dicemmo quasi a un tempo il maestro ed io; ma io vedendo che il maestro aveva a cuore la risposta, e sperando poi ch'ei la facesse, come succedeva sovente, con qualche novella, che buona o grama pur ci occupasse quel rimanente di serata, lo lasciai dire; ed egli difatto incominciò così; prima predicando e poi narrando, e di nuovo ripredicando.

[pg!215] Oh in ciò voi v'ingannate assai, se credete che questo soggetto de' cavalieri serventi sia stato trattato e consumato, e non vi sia più nulla a dire. Il Parini nella sua famosa ironia, e, se ben mi ricordo, Alfieri in una sua commedia ne hanno parlato in ridicolo. Ma questo è un solo aspetto della quistione, ed una sol'arma usata contro; ed arma poi che, spuntata contro tante cose sante e virtuose, più non ferisce nemmeno il vizio. Gli stranieri veramente ne' loro viaggi in Italia.... Ma chi legge i viaggi in Italia degli stranieri? Non noi certamente; e nemmeno quelli fra essi che hanno un po' di giudizio proprio; ma soli que' branchi di stranieri pecore chi ci vengono con in tasca lor giudizj belli e fatti; e scesi dall'Alpi col pensiero assoluto che l'Italia è decaduta tutta e in ogni cosa, le risalgono citando i segni di decadenza che hanno scoperto fin nelle opere d'Alfieri o di Canova. Ma sarebbe peccato guastar a costoro il compiacimento nella propria ignoranza. Benchè l'ignoranza a questo segno non si guasta. E del resto, le infinite calunnie accumulate su noi forse che sono una parte delle pene dovuteci pe' nostri vizj; appunto come le calunnie che cadono su una donna già perduta sono parte della infamia a cui è dannata giustamente. Ma che bella cosa sarebbe, e per me, s'io fossi giovane, mi vi vorrei dedicar tutto intiero, che bella cosa sarebbe a un Italiano far egli e poi scrivere un viaggio in Italia, in cui, dati biasimi e lodi con verità, si notassero non solo i nostri vizj pur troppo veri, ma anche le nostre sopravviventi virtù; dove le memorie de' tempi antichi fossero evocate non solamente a rimprovero, ma ancora a conforto o a speranza; dove gli esempj buoni presenti, che quantunque pochi pur ve ne debbono essere e vi sono, non fossero negletti, disprezzati, od anche menomati a volontà; dove in somma ci potessimo specchiare con vergogna pure talvolta, ma almeno senza disperazione!.... Ma che vi dicevo io? onde ho io preso le mosse?.... Dicevo de' cavalieri serventi, e volevo aggiugnere che voi, signor mio, che li mettete in un fascio con qualunque altra specie d'amori illegittimi, mi pare, con licenza parlando, che siate in un grande errore. Altro è il vizio isolato e volontario [pg!216] d'una donna o d'un uomo pervertiti per a tempo od a caso da' loro sensi, o lor passioni, altro quella disgrazia, somma di tutte per uomini e donne, di vivere in un luogo, in un tempo, in una società infracidita. La quale.... Ma, figliuoli miei, volete voi che vi narri un caso succeduto quasi in presenza mia da venti a trenta anni fa; quando ero, come credo avervi detto, precettore in una casa signorile, epperciò potetti allora conoscere i costumi del tempo e del mondo? Del resto è successo, che se ferì me, sì poco fatto a que' costumi, forse che parrebbe comunissimo e indegno di narrazione a chi v'abbia indurito il callo. Ma e spero che niuno di voi sia tale; ed anche ho udito dire che il mondo sia in ciò migliorato. Onde che voi giovani forse non ve l'immaginate come era allora. Ad ogni modo, ecco il caso.

In una città d'Italia, che al solito non vi nomerò, erano un padre, una madre, e una figliuola, nobili, ricchi, buoni, in ogni sorta di fortune, compresavi quella che Cecilia era la più bella e graziosa fanciulla di sedici anni che là fosse. Aggiugnete (ciò che si dee dire anche più merito de' genitori che fortuna) che la giovanetta era pure la meglio educata di tutte le compagne e coetanee sue. E dico, bene educata, tanto in buoni principii di religione e virtù d'ogni sorta, e principalmente quella ch'è di quel sesso e quell'età, una dolcissima modestia, come anco poi in tutte le grazie e qualità femminili; istruzione varia e moderata, da non farne pompa ella, ma da poter intendere ed apprezzar le conversazioni anche serie, e il valore anche sodo di qualunque uomo; e poi maestria di lavori donneschi, i quali quantunque così diversi ora da quelli delle patriarchesse e delle cavalieresse antiche, pur quando vediamo attendervi destramente una donna, ella ci sembra partecipare di quelle età e virtù prische, e in ultimo la grazia del ballo, e l'incanto d'una voce divina, e pur quell'eleganza del vestire e del muovere e del parlare, che quando è sola e scompagnata è la più sciocca qualità di cui si possa gloriare od uomo o donna, ma che quando accompagna l'altre, od anzi par venire naturalmente e conformarsi da esse, è compimento ed ornamento [pg!217] di tutte quelle di una giovane. — Già si sa — direte voi altri, — Cecilia era una perfezione, una eroina da romanzo; e così debb'essere, che anche i novellieri n'hanno il vizio, e il maestro l'ha più di tutti, o non ci sa descrivere una donna senza farne un angiolo. — Signor sì, — rispondo io, — così è, e così debb'essere per varie ragioni. Prima, perchè sia caso o grazia del cielo, o mia virtù ammiratrice, certo è che ho conosciuti e conosco non pochi di questi angioli in terra; ondechè la descrizione di essi non che falsa mi riesce naturalissima; e se la facessi bene non sarebbe altro che come una giustizia oscura e coperta sì, ma pure resa loro ad ogni mia possa. In secondo luogo poi, vi dirò che agli storici corre l'obbligo dir il brutto come il bello degli uomini; ma chi inventa o sceglie una narrazione grande, stolto è se non sappia riposar sè e gli uditori su tali fatti e persone che abbiano pure in sè un po' di bello. In terzo luogo.... Ma che serve tutto ciò? Io vorrei che aveste veduta Cecilia, come l'ho veduta io più volte alla sera nel salotto dov'eravamo varie persone ed amici di casa, uscir dalla camera di sua madre, vestita, ornata tutta dalle mani materne per portarla a qualche ballo, ed ella il viso ed ogni atto tra ritrosia verginale e gioia giovanile, or arrossire e ritrarsi e incantucciarsi, ora alzarsi come a partire ed anticipar gli innocenti piaceri; certo allora avreste detto come dicevamo tutti, che ella era per comparire la più bella agli occhi invidiosi dell'altre donne, e a quelli ammiratori di tutti gli uomini. Nè dirovvi del suo canto. Già sapete, che questa è la mia smania; e il più gran divertimento che io m'abbia mai goduto quaggiù gli è quello che ho avuto sovente in quella famiglia, e grazie alla benedetta giovane, di star le intere ore d'una sera su un buon seggiolone o all'angolo d'un sofà, non disturbato, non interrogato, non avvertito da persona, ad ascoltare qualche pezzo di buona musica eseguito da maestri, o dilettanti che vaglian maestri, senza le cerimonie, senza il freddo dell'accademie d'invito, e senza altro scopo che d'inebbriarsi di buona musica. Ed io allora m'inebbriavo con essi; massime quando usciva fuori più sovente dell'altre quella bella voce di [pg!218] soprano femminino, che allora sì che pareva proprio un angelo vero. E sì, che non ci era allora Rossini; ed era gran danno: perchè, dicano che vogliano coloro che non sanno intendere nè amare quanto è cresciuto da tant'anni in qua; dicano che vogliano, il maestro, benchè vecchio e ammirator di Paesiello, e Cimarosa, e Zingarelli, e poi di Guglielmi, di Paer, di Maier e massime di Mozart, è pur diventato ammirator grande di Rossini; ed anzi, se mai vive, diventerà di qualunque faccia a Rossini l'ingiuria ch'egli ha fatto agli altri, di farli passar di moda.1Benchè, per me, niuno buono non passa di moda mai. I buoni, uditi in mia gioventù, mi fan rivivere in quella. I buoni, sorti in mia vecchiezza, me la fanno dimenticare. Peccato, solamente, sia detto con vostra pace, signore mie, peccato non sia fra voi qui una Cecilia, da farci udir Rossini in vece di novelle. Ma torniamo a lei.

Ben potete pensare che non le mancò marito. I più belli, i più ricchi, i più buoni giovani del paese volevano esser quello. Ma, o per ciò, o perchè i genitori, di cui ella era tutto l'amore e la gloria, durasser fatica a spogliarsene, certo è che non avevano fretta nè eglino nè ella, costumata e amorosa a loro, e felicissima con essi e della vita che faceva adorata da tutti. Ma era giunta ai diciott'anni; che è tardi in que' paesi. Tuttavia, non che amore, ella non aveva nemmeno una preferenza. La quale poi non so perchè sia tanto proibita alle fanciulle, e parmi anzi che potrebbe prevenire le preferenze assai peggiori che hanno molte maritate. A ogni modo deliberarono, scelsero i genitori; acconsentì, approvò essa; e si conchiuse il matrimonio con un giovane ch'era il meglio, la perla di quella città. Ma hovvi a dir io ciò che era il meglio, la perla di quella città? Era un giovane erede unico e sostenitore d'uno di que' nomi storici portati già con più o meno gloria da' famosi cittadini delle nostre repubbliche, tiranni di città e condottieri di compagnie, che non vorrei aver da scusar tutte le loro azioni e la loro vita, ma si vuol confessare che empieron le loro [pg!219] vite di azioni virili, ed ebber animi, cuori, corpi e mani da uomini. All'incontro, il discendente aveva un corpo gracile e delicato, e di quell'apparenza che appunto si chiama signorile; certe mani ammorbidite sotto i guanti, che sarebbero state belle anche a una donna, e che al più sapevano destramente far di scherma, giuocar altrucco,2al volante, od anche condur bene al passeggio una carrettella o un cavallo ben maneggevole; un ingegno adorno d'un po' di latino, un po' di aritmetica, un po' più di poesia, un poco meno di storia, e poi un po' di musica e di lingua francese; ultimamente un cuor buono e ben addestrato a far quel poco di bene che si può senza sconcertarsi, ad esser utile altrui senza mai nuocere nè far correr pericolo a sè stesso, a trarsi da banda e scansare, se è possibile senza compromettersi, una viltà. E in sommo, era un uomo che apprezzato al valore degli uomini in generale, e classificato insieme con quelli di ogni età e d'ogni paese, sarebbesi certamente trovato nella classe dei mediocrissimi; ma in quel paese, in quella città, in quel tempo, in quella condizione, era senza dubbio.... la perla de' mariti che si potesse dare a Cecilia.

Maritati che furono, Cecilia amò il marito. E dicendo che l'amò, certo non vo' dire che fosse nè di quell'amore furente che s'apprende in pochi quasi dal cielo a ciò devoti, che nasce in circostanze straordinarie, che non arriva a suo colmo se non per le difficoltà, e che, al solito, perde e consuma chi vi si è abbandonato; nè nemmeno quell'altro amore tutto pace e stima e crescente di dì in dì tra due felici, e degni di appartenersi e possedersi l'un l'altro. Era solamente quell'amore comunissimo, anzi quasi inevitabile, impossibile a non trovarsi tra uno ed una, giovani e nuovi, accozzati l'uno all'altra: quell'amore che delle cento volte novantanove si trova tra gli sposi durante quella che gli stranieri chiamanluna di miele; amore che è l'oggetto degli epitalamj, delle raccolte in versi, e delle celie fatte in troppo chiara prosa, al dì delle nozze, da' parenti ed amici di casa. [pg!220] E questo pure, perchè tutti gli amori non cattivi sono buoni, questo pure è un amore buonissimo, messoci in cuore da Domeneddio per provvidenza sua, pel caso frequentissimo d'un uomo e d'una donna che si sposino, senza aver prima spasimato l'un per l'altro. Ma questo amore, buono pe' primi giorni e per quella luna di miele, non è più buono, non serve, passata questa, nè a lungo; se non gli sottentri quello della stima, della pace e della confidenza reciproca crescente. Ora, potevano eglino, il marchesino e la marchesina (così era chiamata la bella coppia, per antonomasia, da tutta la città), potevano eglino, dico, aver l'un per l'altro questo amore, e crescerlo? Forse avrebbe potuto averlo egli per lei. Perchè, notate questo, figliuoli miei, se non v'incresca delle mie riflessioni; in un paese dove non sia molto buona l'educazione, nè molto bene occupata la vita, il vantaggio è tutto delle donne. Le quali, come sono vezzose, e sanno porgersi e parlare con grazia, e adempiono ai doveri della famiglia, elle hanno ciò che debbe avere qualunque donna in qualunque paese del mondo: e sovente anche sono più piacevoli, che non quelle che infuriano ed arrabbiano non femminilmente tra le parti e le dispute di filosofia o di politica. Ma ad un uomo, ei ci vuol altro che quelle qualità esterne o private! E dico che ci vuol più, non solo per dirsi essenzialmente uomo di merito, ma anche per la apparenza della buona grazia virile agli occhi della donna che lo ha ad amare. Perchè l'amore della donna, così portando sua natura, è quasi come un compiacimento, un riposo della propria debolezza sulla forza e robustezza altrui; una necessità di trovar un protettore, un sorreggitore, un consigliero più forte, più attivo. E tant'è vero, che ho vedute donne dappiù che i mariti, non saperselo, non volerselo confessare, per non aver quasi a rinunciar l'amore che elle loro portavano; ed altre, che non potendo chiuder esse gli occhi alla propria superiorità, si sforzavano pure di nasconderla agli occhi della gente, per non perder quella grazia e dignità della debolezza femminile. È infelice il marito, a cui la condizione propria o de' tempi o de' luoghi non concedano mostrar mai alla donna qualche pruova vera delle [pg!221] sue virtù, e del suo animo virile. Ben può dir egli, quantunque amato egli sia, che non è amato quanto potrebbe essere. È infelice la donna che la dappocaggine del marito o la vanità propria fanno tenersi dappiù di lui nelle qualità che dovrebbero essere di lui. E guai, cento volte guai a colei, che tenendosi e vedendosi tenuta tale, lo confessi una volta a un altro uomo.

Non fu il caso allora della Marchesina. Trasportata dallo stanzino verginale alla camera, a ricchi quartieri nuziali, e dalla vita serena ma uniforme d'una fanciulla, all'allegria, al chiasso, al turbine, agli allettamenti d'una vita di mondo e alla moda, io credo, veramente, ch'ella non pensò nè alla mia distinzione dei tre diversi amori, nè poi a far quella comparazione del merito intrinseco suo o del marito. Tra l'abbigliarsi e gli innumerevoli affari che trae seco il provvedere a una elegante vestitura femminile; tra i divertimenti e le innumerevoli seccature che trae seco il divertirsi, tutto il giorno e mezza la notte di una giovane volano, senza dar agio a riflessioni di morale. E sovente, non che i giorni e le notti, passano così intieri gli anni, e le gioventù, e le vite. Così passarono due o tre anni della Marchesina, che aveva nome oramai della più bella ed elegante giovane di tutta Italia. E perchè l'eleganza s'accresce, e quasi poi prende più sapore per alquanto di singolarità; piaceva forse tanto più la Marchesina, perchè ella era, fra tanto splendore e bellezza, la sola quasi di sua città, per non dire di suo paese e di suo tempo, che fosse vissuta tanto tempo senza ciò che le nonne chiamavano ancora ilCavalier servente, e le giovani, pur conservando il verboservire, chiamavano poi l'Amico. Di questa singolarità gli uni, e massime le une, cercavano la ragione appunto nella singolarità e nella voglia di distinguersi. «La signora Marchesina» dicevano elle «non si degna fare come le altre; non si fa servire nè al teatro nè al corso nè al ritrovo. Oh già, la signora Marchesina dee distinguersi in tutto. Ma si farà poi servire in casa, forse!» «Bene! dite bene! servire in casa,» ripetevan altre ridendo. «Quanto m'è antipatica costei!» aggiugnevano altre, facendo il grugno. Qualche giovanetto più generoso ne assumeva [pg!222] talvolta le parti; ma gli era dato sulla voce da tutte, e temendo tanto più guastarsi con esse, che poi non aveva speranza di rifarsene con Cecilia, era ridotto a tacersi. Dicevan altre: «Il marito è una bestia di gelosia; vedete! non la lascia mai.» «Oh per questo,» interrompeva taluno, «io vi so dire che il Marchese se ne dispenserebbe volontieri. Già si sa. Anzi, scusatemi, la vostra è calunnia. Il Marchese è uomo di mondo. Prima del matrimonio ben sapete chi serviva. Contessina eh! che dite voi? Credete voi da senno che il Marchese sia innamorato di sua moglie?» «Di costei?» ripigliava tal'altra, «di cotesta bacchettona? Eh giusto! Mai più! Non può essere. Ma il Marchesino, se ho a dir vero, gli è un uomo senza sale, senza forza; che fa quello che gli si fa fare. E come prima serviva l'altre, quando volevano darsene il fastidio, così ora, perchè così vuole la signora moglie, ei serve la signora moglie.» «Ah, ah, servir la signora moglie! Servir la moglie! bello, bello! Nuovo veramente! Servir la moglie!» E s'udivano poi, per finir il discorso, due o tre esclamazioni ripetute: «Quanto m'è antipatica!»

Ora, io che l'ho conosciuta, e a cui non era certo antipatica, vi dirò quale fosse la vera cagione di non aver essa cavaliere, nè amico. Non era gelosia del marito, che non aveva ragioni d'esser geloso, nè avrebbe avuta la forza d'opporsi all'uso quasi universale; non era nemmeno amore tale di lei verso di lui che l'avesse potuta trattenere dal seguir quell'uso, a cui era invitata da' tanti esempj ed allettamenti; e, non che bacchettona, ella non era poi nemmeno così occupata ne' pensieri e nelle buone pratiche di religione, da farsene schermo contro ai vizj del mondo. Era solamente una certa nobiltà ed altezza d'animo, in lei naturale e nativa, accresciuta dall'educazione, fors'anco da quel vedersi così ammirata e lodata da tutti. Perchè, io non so se m'inganni, ma ei m'è sempre paruto che nella gran bellezza e grazia d'una donna vi sia uno di que' compensi che alla potenza de' pericoli equilibrano la potenza della resistenza. Che se la bellezza o l'ingegno espongono le posseditrici a più tentazioni, elle danno forse più forza da resistervi. E [pg!223] una donna, certa d'essere adorata da chichessia, va più lenta ad accettare e ricompensare le adorazioni, che non forse una brutta e mal aggraziata che voglia provare se ella pure sarà adorata. Finalmente, Cecilia avea due bimbi, due veri angioli di Paradiso; un bel ragazzo di due in tre anni che ritraeva la madre dagli occhi neri; e una fanciulla d'un anno, bionda e bianca, e tutto il padre. E la Cecilia, contro il costume d'allora, che era di lasciar i bimbi, non solo di quell'età, ma anche più adulti, in mano alle balie e alle cameriere, la Cecilia era di continuo occupata in questi fanciulli; e, se usciva a comprar qualche bel vestito o qualunque eleganza per sè stessa, pur toglieva alcun che pe' figliuoletti; e, se andava a spasso, era il più sovente con essi; e in casa li aveva quasi sempre fra' piedi. Cose tutte che, non so donde, or vengon pure facendosi alla moda; ma che, poco usate allora, facevano più che mai ridire dall'altre: «Quanto è mai antipatica!»

Una sera di luglio, i due sposi invidiati facevano una festa ad uno di que' casini o ville in città che sono una magnificenza e un lusso tutto italiano; dove tra i fiori e le frutta e i profumi meridionali, e gl'incanti della natura, e quelli di tutte l'arti, tutti i sensi insieme si trovano esaltati ed eretti; e l'animo stesso e il pensiero che voglia esser più serio, si trova inebbriato sin dalle memorie degli amori famosi succeduti in quelli quasi tempii di voluttà. La compagnia s'era ragunata per tempo alle tre o quattro dopo il mezzodì, per pranzare insieme verso le cinque, e, come si diceva, alla francese. Perchè era allora appunto il tempo che i Francesi ci portavano quest'uso nuovo; e quella sera una numerosa brigata avea voluto far la pruova in casa al Marchese, che per cuoco e confetturiere ed ogni eleganza di tavola non avea rivale in città. Difatti, il pranzo era stato splendidissimo, ed anche più delicato che splendido. I convitati Francesi ci facean l'onore di dire che parea loro per un istante trovarsi in Parigi; e infatti come se vi fossero stati, diceano al Marchese che veramente ei non pareva straniero; quasichè, tranne il senso del gusto, tutti gli altri più fini, della vista, dell'udito, ed anche dell'odorare non [pg!224] fossero le mille volte più soddisfatti ne' nostri paesi che non là su. Al pranzo era succeduto un passeggio ne' giardini; poi il ballo: ed essendo notte scura, uno de' Francesi propose di far venir colà la musica del suo reggimento a far una serenata nel giardino; ed, approvato il pensiero, uscì con altri giovani per veder di trovare i suonatori a' loro quartieri. Tornati poi poco stante: «Sapete voi,» disse uno de' giovani, «chi è giunto or saranno tre ore in città?» «Chi mai?» disse il Marchese. «Indovinate; un amico vostro e nostro, e un amico grandissimo delle belle signore; un elegante di Parigi, uno de' bravi ufficiali dell'esercito francese, uno degli Italiani che ci fanno onore fuori d'Italia.... Arrigo.» «Arrigo!» dissero tutti. «Oh! è egli vero? Arrigo giunto? Quando, come, dov'è? perchè non si vede? chi va per esso, chi ce lo porta qui? Oh bello, bello, il buon Arrigo! andiamolo a cercare; qui siam tutti amici suoi, gli è un peccato perder la serata senza riveder Arrigo.» Tutto ciò fu detto da molti, e come in coro; mentre due o tre uscirono per effettuare la proposizione fatta d'andar per Arrigo. I rimasti disposero di riceverlo con una specie di trionfo amicale, e musicale; ed essendo giunta intanto la musica militare fecero provar marce ed arie, e pur v'arruolarono la Marchesina, benchè ella non conoscesse Arrigo non ripatriato da più anni. Poco andò, e portato quasi sulle braccia de' giovani, precipitato in quelle del Marchese e degli altri suoi amici, preso or di qua or di là per la mano con franchezza da' militari francesi, da molti di quali era pur conosciuto, incontrato dalle donne che chi gli dava a baciar la mano, chi gli apriva le braccia, giunse Arrigo tra 'l chiasso degli strumenti e quel trionfo mezzo in celia, ma festeggiato poi da senno e da tutti, salvo la Marchesina che rimaneva dietro alla calca; e di cui egli per qualche tempo non s'accorse, finchè due o tre de' giovani lo trassero dinanzi a lei dicendole: «Ecco Arrigo;» ed a lui: «Ecco la padrona di casa.» Di Cecilia v'ho già detto che bellezza fosse. Di Arrigo v'aspettate forse che pure vi faccia un ritratto da porre in simmetria con quello di lei. Ma dirò sola una cosa; che men bello di molti di que' giovani suoi paesani e coetanei, [pg!225] aveva o per natura o per acquisto un portamento e modi troppo diversi da essi, e quasi accostantisi agli stranieri suoi compagni di guerra; onde pur si distingueva dal profilo più accennato, dagli occhi più ampii, dalla fronte più prominente, e poi da più serietà di fisionomia e men continua vivacità nelle mosse. Nè servirebbe poi, se io vi volessi tener in dubbio di ciò che già voi indovinate oramai. Ella fece a lui un'impressione grandissima come doveva, essendo così vezzosa, avendone tanto nome, e di soprappiù quello di ritrosa e non istata mai vinta. Ed egli a lei fece pure impressione, come uomo del tutto diverso da quanti avea fin allora incontrati; più amorevole, più semplice, e poi più affacentesi ad ogni suo pensiero ed affetto che non erano gli stranieri; più vivace, più brioso, più stimabile, più uomo in somma che non i suoi compatriotti.

E qui m'è forza tornar indietro, e dirvi che non pochi di quegli stranieri, non poche volte, già avevano tentata la virtù di lei, ma sempre in vano. Che se la sua ragione e il suo buon gusto naturale le facevano, volesse o no, scorgere in costoro uomini pur troppo dappiù che non il suo marito e il più de' suoi paesani, quel medesimo buon gusto e la sua alterigia le mostravano come un soprappiù di viltà nello arrendersi a quegli insolenti usurpanti vincitori. Ma ora pur troppo riunivasi ogni cosa ad assaltar la sua virtù. Riunivasi ogni cosa, ed ella pur resisteva. Il primo combattere che incominciò pochi momenti dopo averlo veduto, le fece tremar la voce quando ebbe ella stessa, secondo il convenuto, a cantar per Arrigo. Si ritrasse quella notte più turbata che non fosse stata mai dopo niuna festa o ballo rumoroso; di mal umore contro sè, contro gli altri, e principalmente contro il marito.... il marito che le avea fatta fare quella sconvenienza di cantar quasi in lode d'uno sconosciuto e nuovo.... Che cattiva figura avea dovuta fare con questo sconosciuto! che idea potea prender questi di lei! quale smacco per la sua alterigia!.... e tornava alla sciocchezza fattagli far dal marito.... ed indi alla sciocchezza, alla dappocaggine del marito stesso.... e allora riandava tutte le qualità di lui; lo comparava a sè stessa, e per la prima volta lo trovava [pg!226] dammeno di lei; lo comparava ad Arrigo, e lo trovava anche più dammeno d'Arrigo. Arrigo, il marito, ella stessa, le tornavano a mente e nella fantasia, in mille strane, diverse, fantastiche combinazioni, durante l'affannata notte che passò.

Il mattino appresso si svegliò con un sentimento indefinibile di nullità, di mancanza, di mediocrità in tutto ciò che vedeva o udiva. Il giorno che al solito le era così riempito, or le pareva vuoto, o inutile a riempire di quelle nullità. Essendole portati i figliuoli, prese quasi involontariamente e guardava in volto il fanciullo, ed esaminava se pur anch'egli avessevi scolpita quella nullità, quella fiacchezza.... ch'ella non avrebbe ardito per anco pronunciare, ma lo pensava pure.... paterna. «Deh così potess'egli mai assomigliarsi a quella figura quanto più virile, quanto più nobile, più forte!...» e le passava come un barlume d'un pensiero nella mente, che scuotendo il capo si sforzava di cacciare. Mirava alla figliuola, e vedendola così dolcemente bella, pensava poi più chiaro: «a te stanno bene le fattezze paterne;» e l'accostava a sè, ma l'abbracciava di mal cuore. Alzatasi, attendeva mal volontieri all'usate occupazioni. Parevanle tutte dappoco. Infatti, quando il marito non prosegue, non conosce egli stesso, se non occupazioni donnesche, non ne rimane alcune affatto per la donna. Nei giorni che seguirono, o per appigliarsi ad una occupazione più forte, o per distrarsi, volle leggere; e cercò libri d'ogni donde. Ma fossero storie o romanzi o chechessia, i libri facendola riflettere, la portavano sempre più a conoscere la dappochezza del marito; ed all'incontro, quanti v'eran lodati, esaltati, tutti più o meno s'assomigliavano ad Arrigo. «Dunque,» diceva ella lasciando cadere il libro sulle ginocchia, «dunque io non conosco il vero amore; dunque è tutt'altro amare questi uomini virili, questi uomini attivi e forti, questi Dei superiori nostri, invece di quegli altri, mezzo omicciatoli, impigriti, avviliti, impauriti, troppo dammeno di noi stesse. Ma è egli vero ch'io non conosca quest'amore? E la mia ammirazione non è ella foriera, nunzia di tal.... disgrazia,» diceva ella, e diceva bene; ma in fondo al cuore ella sentiva [pg!227] e voleva dire felicità. Riscuotevasi ella allora ed usciva. Ma, se andava al corso ella incontrava Arrigo in divisa su un furioso cavallo, che è bello d'un uomo come un vezzoso ballare d'una donna; ovvero lo vedeva alla parata, agli esercizj militari, che è forse anche più bello; e lo scorgeva rispettato, obbedito da quelli stessi stranieri così disprezzanti per gli altri Italiani. Se andava alle conversazioni, lo udiva lodare; e narrare come, trasportato da sua precoce e guerriera natura, otto o dieci anni innanzi era fuggito di casa per irsi ad arruolar da semplice soldato; come poi aveva affaticato e combattuto più anni; come acquistati varj gradi sul campo di battaglia; e come in somma si era distinto per prode in quell'esercito dei prodi, e fatto conoscere dal loro stesso capo Napoleone primo Consolo; il quale presentandolo egli stesso d'un'arma d'onore, e saputo chi era, aveva aggiunto che, se fossero pochi Italiani pari suoi, non tarderebbe a risorgere la gloria di lor patria. Cecilia, nobile, spiritosa, altiera Italiana, aveva fin sue proprie virtù cospirate contro essa, per farla vivere come inebbriata e fuor di sè tra una nuova e a lei non più conosciuta atmosfera d'amore.

E allora quando il mondo intiero e le stesse virtù paiono cospirate contro una donna, allora è che le sarebbono d'uopo sentimenti veri e profondi di religione. Cecilia non ne era senza; ma, avvolta nel turbine del mondo, li avea trascurati. Ed io che l'avevo conosciuta bambina, e l'amavo non solamente per cagione di suoi genitori, ma pur di lei stessa e di sua buona semplice natura, io me n'accorsi allora; non so se appunto pel grande amore che le portavo, o per una ispirazione del cielo che mi fece veder ciò che non veggo al solito; essendo io di quelli che vivono gli anni in mezzo a queste cose senza accorgermene guari mai. Ma ora vedevo la mia povera Cecilia perdere ogni dì la sua dolce spensieratezza e semplicità, e quell'abbandonarsi alle gioie innocenti, e massime alle materne, che sono in una donna quando non s'affettino, come una guarentigia ch'ella non conosce e non pensa agli illeciti piaceri. Ad ogni volta che la vedevo, era più mutata, più accigliata, più pensierosa. [pg!228] E un mattino, sendomici trovato mentre entrava Arrigo, e avendo a caso gli occhi su lei, la vidi non che arrossire, e balbettare, ma accasciarsi, avvilirsi, e cader tutta da quella sua altezza consueta, ad una espressione quasi di vinta o di vittima già devota. Allora mi diedi, quanto potevo, a venirle più sovente in casa; anche a seguirla dove coll'abito mio potevo decentemente; e quante volte mi trovavo solo con lei, a ravviare la sua mente ai pensieri ed agli affetti di religione che credevo opportuni. Una volta tornavamo appunto in carrettella da una finta guerra militare, dove Arrigo aveva comandato alcuni squadroni di cavalleria. Il marito (non so se a caso, o per indifferenza, o che anzi cominciando ad accorgersi della preoccupazione della moglie, ei volesse comparire anch'egli alla meglio dinanzi a lei), il marito lasciandola con me, era ito pur a cavallo. Ma che differenza, anche a' miei occhi, che non me n'intendo! con quel suo cavallo leggero leggero, dalle gambe sottili, dal collo lungo, ed egli in mezzo quasi in bilico colle gambe larghe e colle mani affaticate intorno alle briglie ogni volta che il cavallo moveva il capo o l'orecchio; mentre quell'altro giovane dal volto maschio, dagli occhi arditi, dalla mano pronta, con un cavallo quasi una fiera fra le gambe, lanciantesi di carriera or a un lato or all'altro della sua truppa, or traendosela tutta dietro contro l'altra che figurava il nemico, con tanta furia, che pareva ci fosse pericolo, epperciò gloria nel giuoco stesso. Che sarebbe stato davvero! Povera Cecilia! non ne sapeva tor gli occhi; e con essi seguiva Arrigo tra quel labirinto d'evoluzioni e mosse, e quella nube o que' lampi di polvere e di fuochi. Le palpitava il cuore evidentemente; ansava, anelava, arrossiva, impallidiva; chè più volte io mi lodai che non vi fosse il marito, nè niun altro meno amico di lei che non ero io. Ad una posa di alcuni istanti partendo egli a sciolta briglia, ed attraversando il campo di battaglia, e poi facendosi via tra la calca de' cocchi e di cavalli, giunse fermandosi a un tratto allo sportello del nostro legno. Tutti gli occhi eran rivolti verso di noi; tutti gli occhi, e non pochi sorrisi; ma Cecilia non vedeva quelli, nè altro, nè nulla fuori di lui; incontravansi gli occhi.... e [pg!229] certo gli animi e i cuori in quell'istante; ed ella tracannava a gran sorsi il veleno. Tornando in città, non era già più nè trista, nè pensierosa come ultimamente. Parvemi segno cattivissimo. Tentai ritrarla a' pensieri serj. Ma già non era possibile. Tanto sarebbe stato dar un problema di algebra a un ubbriaco; o dettar filosofia a una baccante.

Io mi ritrassi disperato, e fui la domane a casa di lei. Era tornata la tristezza; parvemi dovermene valere. Ma entrati in discorso, ella non nomò una volta mai, non che Arrigo, ma nemmeno la rivista, la sera di prima, nè nulla che mi potesse istradare. Pure scoppiò sua ira repressa rispondendo alla mia semplice domanda, se anderebbe quel giorno al corso? «Sì,» diss'ella, «al corso; che tranne jer sera, sempre si va al corso. Jer l'altro vi si è andato; il giorno prima, duo, tre giorni prima, e sempre, vi si è andato: e sempre vi si anderà. Bella vita davvero!» «Bella vita sicuro,» diss'io. «E che vorreste voi, Marchesina mia? E che? vi viene ella a noia la vita tranquilla, la vita uniforme? La vita uniforme, ah Marchesina mia, è pur la più felice che vi sia: quella in cui l'uomo avendo meno a badare alle cose materiali, grossolane, estrinseche di questo mondo, ha più tempo da pensare, raccolto in sè, a sè stesso, al suo bene, al suo migliorare, e poi anche può abbandonarsi a' suoi affetti di quaggiù e di là su; può meglio amare i suoi cari, e il suo creatore. La vita uniforme è una felicità perfin all'operaio, che guadagnandosi il pane colla fatica di tutto il giorno, se la fatica non è soverchia ed ei vi ha l'uso, pur può ir pensando ed amando secondo la potenza del suo animo e del suo cuore. Ma quanto più alti per natura od educazione sono l'animo o il cuor di ciascuno, tanto maggiori sono per lui i piaceri della vita tranquilla, uniforme.» «Piaceri e vita da prete, da vecchio, da letterato, o filosofo che vi vogliate dire, Maestro. Ma voi non vi volete mai figurare che vi sieno persone più giovani, e in altra condizione che voi. Ricordatevi, vi prego, de' miei venti anni, di mia condizione.... od anzi ch'io non sono altro che una donna la quale.... E del resto qui non si parla di me.... Dicevo così per dire, in generale.... E forse per le donne [pg!230] dite bene; la vita uniforme è la sola che possiamo menare. Sia pure. Ma gli uomini? I giovani? Direte voi, che quella vostra vita uniforme, che questa vita del corso, del caffè, del teatro, del casino, e poi di nuovo del casino, del caffè, del corso, del teatro, cioè di nulla dopo nulla e sempre nulla, direte voi che sia una bella vita; una vita da uomini, da giovani? La vita uniforme! Io non so davvero che v'abbiate voi questa mattina; anzi da alcuni giorni, che parete voler contraddire a ogni cosa; ed anche a voi. Perchè v'ho pur udito io le cento volte predicar a modo vostro contro questa vita scioperata, oziosa de' nostri uomini, de' nostri giovani, de' nostri signori. Ed ora, ora l'avete colla vostra vita uniforme. Oh bella, bella cosa davvero!» «Figliuola mia, voi non m'avete inteso, od anzi sono io che mi sarò spiegato male; che forse c'intenderemmo ragionando. Io pure fo questa distinzione vostra delle donne, o degli uomini per età o per condizione dati alla contemplazione, ed a cui sta bene la vita uniforme e tranquilla; e di quelli poi che essendo giovani.... starebbe loro meglio, lo confesso, una vita un po' più attiva. Ma, figliuola mia, credevo che parlaste di voi, e l'avete pur detto voi stessa: alle donne sta bene la vita tranquilla.... Ed anche gli uomini poi, non è sempre colpa loro se son ridotti a questa vita. Non tutti possono o debbono fare ciò che uno fa. Mal sia pure di coloro.... cioè voglio dire, Dio perdoni a coloro che allevano o riducono un uomo a questa nullità. Benchè, figliuola mia, appunto perchè siamo tra una donna e un prete, questi son discorsi inutili tra noi. Il discorso che a noi sta sempre bene è quello della rassegnazione, quello della contentezza, anzi del ringraziamento di ciò che abbiamo, senza mai guardare oltre o sopra. Chi è che guardando oltre o sopra ciò che ha, non trovi l'infinito che gli manca? E di nuovo, non dico che non vi sieno uomini, condizioni intiere di uomini che debbono guardar oltre; e pensare non solo a sè ma ad altrui; uomini che hanno doveri complicatissimi, ed a cui la rassegnazione è anzi la minima delle virtù, o non è virtù. Ma noi, noi ringraziamo Iddio, figliuola, d'essere in tal condizione che non potendo mutar gli altri, la rassegnazione [pg!231] è la sola virtù che possiamo avere. Buonissima, dolcissima condizione e virtù. Non tocca a tutti. Ma a chi tocca, a cui sta bene, a chi è conceduta, gran peccato sarebbe verso Iddio buono, gran danno a sè stessi, ad altrui, non approfittarsene.» La giovane parevami tocca, e pensierosa: e, tacendo ella, io pur continuai: «Del resto, ei mi pare che una donna compiuta.... E sapete voi ciò ch'io chiamo una donna compiuta.... Una donna come voi, Cecilia mia, che abbia la fortuna grandissima, la fortuna non data a tutte, ed onde perciò avete a ringraziare Iddio ad ogni dì, ad ogni ora, la fortuna d'essere a un tempo figliuola, moglie e madre. E dico che una donna la quale abbia tal fortuna, ella può vivere e pensare ed amare non solo il presente, ma il futuro anche lontano, il tempo de' suoi figliuoli. Ecco il vostro Carlo, che non avendo or tre anni, la sua vita incomincierà solamente fra diciotto o venti altri. E, non so s'io m'inganni, ma tra diciotto o venti anni... rado è che questi Francesi faccian le ossa vecchie in Italia.» «Questi Francesi» interruppe ella, «io n'ho quasi bevuto l'odio col latte; mi si è fatto paura di essi come della Befana; ed ho creduto fermo allora ch'ei si mangiassero i bimbi, ed avessero il piè del gallo come il Demonio. Ma diciamo il vero, o Maestro. Questi Francesi sono pur quelli, che vanno qua e là risvegliando l'uno o l'altro de' nostri. E se i loro partigiani sono in generale, come dicesi, traditori, scellerati.... pur ve n'ha alcuni che spinti dal proprio ardore.... dall'impazienza dell'ozio.... dall'amor della guerra.... od anche da uno ben o mal inteso, ma pur vero amor della patria.... Per esempio....» E qui ella si fermò; ed io non la volendo lasciar arrossire, o mostrar d'avvedermene, «No,» dissi «non cominciamo una disputa di politica. Ma senza penetrare il futuro, dico che ad una madre tenera come voi è una consolazione poter isperare pel figliuolo ciò che manca a' suoi padri; poter educarlo, aiutarlo, istradarlo a ciò....» «Sì,» disse ella, «sì voglio che Carluccio mio sia militare; voglio fin d'ora a guisa di trastulli mettergli in mano gli schioppi; fargli insegnar l'esercizio. A' sett'anni lo farò cavalcare: e voglio poi che impari quanto può ornar l'ingegno [pg!232] d'un uomo. Od anzi impari pure che vuole; ma tolga l'abito dell'imparare, dell'occuparsi, dell'attendere ad alcun che, del desiderare, del promuovere, del fare alcun che....» «Avete ragione, Cecilia,» diss'io, «questo è l'importante. Che gli uomini s'avvezzino, e poi attendano a qualche occupazione. La quale non essendo cattiva, sempre è buona; e se sono infiniti gradi di bontà, si può salir poi dall'uno all'altro. Ma e' si vuol cominciar a salire. Ed ora vedete che gran carriera abbiate voi stessa davanti a voi pel vostro figliuolo; ed anche per la vostra figliuola, che se l'educate simile a voi, potrà poi ella ancora educar figliuoli come fate voi, ed anche meglio, se i tempi son migliori. Perchè questo è pure un bel destino di voi altre donne, se bene l'intendiate, poter migliorare, rinforzar non meno gli animi che i corpi, o il sangue delle generazioni. Destino nobilissimo, che innalzandovi ed eguagliandovi....»

Qui entrò il Marchese. «Gran nuova, gran nuova, Marchesa mia; gran nuova sta mattina in tutta la città.» «Che è?» diss'io, «forse si riaccende la guerra?» «La guerra,» sclamò la Marchesa, «di nuovo la guerra? Come? Quando?....» «E che guerra? Che guerra?» ripigliò il Marchese, «che v'importa la guerra, a voi o a me?... Per questo carnevale la Imperatrice Sessi, David, e Crescentini. Crescentini, udite voi? Che vi pare? Che opera, che opera stupenda! Che impresarj! Bravi impresarj! Già si sa, io l'ho sempre detto, bravi Francesi; e le idee nuove, le idee nuove sopra ogni cosa. Ah questi Francesi, queste rivoluzioni non fanno poi sempre male. Guardate un po' se queste direzioni di Cavalieri, queste anticaglie sarebbero mai state buone a darci Crescentini, David, e l'Imperatrice Sessi? Oh massime Crescentini! Beato Crescentini! Voi non l'avete mai udito, Marchesa? Oh quando udiate Crescentini! Bravi impresarii! oh benedetti Francesi! Bravi, bravi! Manca ora un buon maestro per iscrivere l'opera. Non è il più importante; ma anche questo fa. Ma chi vuol Guglielmi, chi Paer, chi Maier; così va. Questi partiti guastan tutto. E poi i pregiudizj di quelli che non vogliono Mozart, perchè è straniero. Ma è scioccheria; io dico che Mozart è stupendo. [pg!233] Che dite voi? Non vi pare ch'io segua bene i vostri principii, Maestro? Chè il bello è sempre bello; e il buono, sempre buono; e i virtuosi son sempre virtuosi dovunque sieno, e di qualunque paese vengano. Oh! io esco; perchè già, sapete, quando ci è qualche cosa a fare, io non posso reggere nè capir entro la pelle, e mi vuol attività per vivere. E se mi ci metto io, se ne prendo l'impegno, quando bisognasse andar dal generale francese, quando bisognasse scrivere a Parigi.... lasciate fare a me; o avremo un maestro di prima riga, o vi fo dar quel Don Giovanni che v'è arrivato l'altro giorno da Vienna, e che vi piace tanto, Marchesa.... Eh? che dite voi di questo pensiero?» Ma nè la Marchesa nè io avremmo potuto pronunziar ciò che pensavamo. L'attivo uomo se ne andò, ma egli avea guastato quant'io avevo fatto a suo pro. E, uscito appena, la Marchesa or ardente come brace, ora pallida quanto il suo abito bianco, e portando le mani agli occhi a nascondere qualche lagrima d'ira o vergogna, mi pregò di lasciarla; e, suonando alla cameriera, mi vi sforzò.

Tuttavia, a malgrado della sciocchezza, della dappocaggine del marito, e della comparazione col seduttore, forse, non dirò pe' miei conforti, ma per quelli che per mia bocca e per altri modi le mandava Iddio pietoso; e poi per li buoni consigli che le avrebbero dati i genitori, se ella li avesse chiesti, e per la consolazione de' suoi figliuoli; e in somma per tutti quegli aiuti che mai non mancano a chi li sa desiderare; forse, anzi certamente, sarebbesi salva la mia povera Cecilia. Ma qui è, o signori, dove non mi è possibile rattener l'ira, ricordandomi le sguaiatissime usanze, gli scellerati costumi, le nauseanti compiacenze ed arrendevolezze di tutti, in tutti i luoghi, ad ogni momento. Perchè, appena Arrigo aveva incominciato a girarle attorno, a seguir suo cocchio, a mostrarsele in palco, e poi in casa, che parve come una congiura generale di uomini e donne a pro de' suoi disegni, e contro la mia povera, la mia allora innocente Cecilia. Parevano, le giovani, rallegrarsi di non aver più un rimproccio vivente in mezzo ad esse, le vecchie, aver una scusa di loro passate laidezze. Veniva l'una, e, con destrezza [pg!234] infernale, tesseva le lodi d'Arrigo; l'altra le narrava ogni fatto, ogni passo, ogni parola di lui; e le facevano ad ogni ora del dì udire quel nome che la traeva di senno. Veniva un'altra ancora, e le lasciava intendere che Arrigo avea guardata o lodata la tale; e che dicevasi ne fosse innamorata; e le metteva la gelosia in cuore per farle proromper l'amore. «Ma non è vero, non crediate ciò,» aggiugneva poi una di quelle vecchie scellerate serbatrici delle tradizioni viziose, che non potendo più esercitare, aiutano il vizio, vere stipendiate del Demonio ad arruolare per lui. «Non è vero, non lo crediate mai. Arrigo è innamorato di voi. Innamorato morto, povero giovane! Il più bello, il più elegante giovane d'Italia! Sapete voi che la principessa tale quasi è morta di dolore d'esserne lasciata? Egli la lasciò per una cittadina di mezzo ceto; perchè, vedete, non è di quelli che cercano i titoli, o servono per vanità; egli ama la bellezza e lo spirito; epperciò dire che muore per voi. Oh se l'aveste udito, come parla di voi! Dice che non ce n'è un'altra in tutta Italia; che il meno è la vostra bellezza. E nemmeno non è la vostra voce che l'innamori; benchè dice che è divina, e non ha mai udita l'eguale: ma è il vostro spirito, il vostro cuore ch'egli ama; perchè, dice, non ce n'è nessuna come voi che gusti, che apprezzi le belle azioni, i bei fatti, a cui sia un piacere narrarli, e vedervi piangere od esaltarvi per essi. Se si fosse al tempo de' Cavalieri, ei vorrebb'essere il vostro, e portar vostri colori, vostra divisa e vostro nome sulle mura di tutte le capitali d'Europa; ma ei non ne dispera, dice, anche in questi tempi; e lo farà quando ci avesse a morire, che sarebbe bello per voi.... Eppure.... vedete il buon giovane!... voi gli fate una paura, che, daccanto a voi, non è più umile il vostro cagnolino.... Ed io glie l'ho pur detto l'altro giorno, che è un gran buon uomo. Non si tratta di morire; meglio è vivere e farla vivere, dicevo io. E in somma, anche voi siete di carne e d'ossa, e avete occhi, e un cuore quanto più bello, tanto più fatto per l'amore. L'amore, l'amore, figliuola mia, non si può vincere. Non si resiste alla simpatia, non si combatte una gran passione....» E simili scempiaggini e [pg!235] scelleratezze di parole, seguite poi da fatti peggiori; ora invitarli insieme a pranzi e cene, e in villa; e farli seder l'uno allato all'altro a tavola; e metterli ne' medesimi legni nell'andare e venire; accoppiarli, ordinando i balli; lasciar il luogo daccanto a lei nel palco, quando entrava egli, ed uscir tutti prima del fine, perchè le facesse il bracciero; e tutte quelle altre usanze e convenienze o sconvenienze de' teatri, che sono più di tutto la perdizione d'uomini e donne. Perchè, voi lo sapete bene, figliuoli miei, che io non sono in nulla teologo o moralista severo, e, quando una cosa non è dannata, io dico che è lecita, e tengo lecito il teatro, ed anche buono relativamente al peggio, che ci è sempre in ogni città grande. E direi forse buono anche in modo assoluto, se fosse da noi, come presso ad altre genti, maestro di alti sensi, o correttor de' costumi, in buone tragedie o commedie. Ma dico il vero, a malgrado del mio amor per la musica, quelle eterne opere, sovente così cattive, non sono quelle che traggono, o almeno al mio tempo traevano le donne in que' teatri allora oscuri, e in que' palchi troppo sovente vere culle di pettegolezzi, d'ozio, di nullità e di turpi amori. Ma lasciamo ciò. Quando tutti que' corruttori l'ebbero spuntata con lei, ed egli fu proclamato cavaliere servente e l'amico suo, invece di scapitarne ella nella riputazione, invece di udir rimproveri, o di veder visi severi, o il ritrarsi della gente, parve, all'incontro, come un giubilo, una congratulazione generale, e i volti le sorridevano, e le braccia e i cuori le s'aprivano; che non credo sia peggio il tripudio dell'inferno, quando ha tolta un'anima al paradiso.

Forse a voi parrà strano; che credo bene che ora non sia così nemmeno nelle città più corrotte d'Italia. Ma là, e in quel tempo, era la corruzione tale e così sfacciata, che ho veduto io più volte tutta la nobiltà andar quasi in gala e alla fila far le visite di condoglienza a una donna a cui partiva l'amico; e di congratulazioni a tal'altra a cui tornava. E il colmo poi e l'estremo danno di tal corruzione, è quando ella toglie ai mariti l'aiuto della pubblica opinione, e il cuore di opporsi virilmente. Il Marchese si risentì con un po' di mal umore; ma resistendo ella, ammaestrata [pg!236] oramai dal seduttore, quegli, per non far iscene, chiuse gli occhi, o tollerò. Io avrei voluto perderci la vita, se avessi potuto giovarci. Ma che farci io? Provai due o tre altre volte ad entrar in discorso; ma non mi venne fatto, scansandolo ella. Diradai mie visite; nè ella mel rimprocciava. Ma non le dismessi del tutto; parendomi non doversi mai abbandonar una persona caduta, per la speranza che rimane d'aiutarla a risorgere, o per quella di trattenerla dal cader più giù.

Io non so veramente se gli scellerati finiti e consumati si godano mai ne' loro delitti una vera felicità; questo sì è certo, che quanto meno è uno cattivo, tanto meno di felicità ei può trovare ne' vizii. La Cecilia era inebbriata, e come impazzita; e non solo la sua fisonomia, ma i lineamenti e quasi l'ossatura istessa del suo volto e di tutta la sua persona n'erano mutati. Ma erano fisonomia e lineamenti, ed ebbrezza, e pazzia, tutto triste. Arrigo poi partecipava alla ebbrezza e alla tristezza. Non certamente ch'ei fosse tenero ai rimorsi, com'ella, e nuovo nella carriera di tali amori; ma in questa, rado è che s'incontrino cuori scelti ed alti, come quello della povera Cecilia; ed incontrati da un cuore anche alto e generoso, impossibile era che non l'usurpassero tutto intiero, e nol traessero in tutta la sua miseria. E so che vi sono tali, romanzieri ed uomini di mondo, che dicono: che quanto è più forte un amore, e tra più scelti ed alti cuori, tanto più è scusabile, e tanto meno danno fa. Ma a me pare anzi tutto all'opposto. Chè, quanto a scusa, maggior peccato è deturpare un cuor alto, che un dozzinale; e, quanto a danno, troppo differenza è tra l'impressione leggiera non durevole di quegli amoracci d'ogni dì, e la mutazione, la rovina fatta da quelle che si dicono gran passioni tra due cuori forti. E se mi si mostrino di questi cuori pur rimasi forti ed alti a malgrado siffatte gran passioni, dico che è eccezione rara in ogni dove, rarissima poi, se non impossibile, in que' paesi, dove non vi ponendo ritegno i costumi lasciano i miseri colpevoli abbandonarsi, peggiorare, impigrire, annullarsi nella vita che segue di necessità.

Credo bene che chiunque mi vide allora in quella casa, e [pg!237] in que' frangenti, non mi accusò certo di parzialità per Arrigo; ed anzi duravo fatica a serbare per lui i sentimenti da cristiano, e a non odiare il seduttore della innocente. Tuttavia m'era forza vedere in lui non volgari qualità. Era di que' pochi Italiani a cui pareva che il servire coi conquistatori, l'imparar da essi le loro arti di guerra, l'addestrarvi le mani e i petti fosse il solo mezzo di alzarsi dal fango in che erano caduti; e facendosi rispettare da questi e da qualunque altri stranieri, diventar poi forti per sè, e capaci un giorno di decider le proprie sorti, anche a spese degli imprudenti maestri. Nè vo' esaminare se non entrasse forse un po' di tradimento celato in fondo a questo pensiero. Dico che tale era non che in lui, ma in moltissimi di quelli che si trovavano nello stesso caso. E, fosse questa nobil ambizione di servir poi un dì più direttamente la patria sua, o natural prodezza, e forza d'esempio, certo è che lo scolaro avea sì ben usate le lezioni da emulare i maestri; e in pochissimi anni era giunto già ai gradi superiori della milizia; e ciò che forse era anche più, era noto a molti de' primi generali, e, come dicemmo, allo stesso capo e principe di tutti, Napoleone. Era il tempo delle guerre corte e grosse, e quando contro la probabilità degli avanzamenti rapidissimi non v'era che un solo caso calcolabile, la morte. Ma questo a' venti anni non si mette guari in conto; e così Arrigo, non che speranze, aveva quasi certezza di arrivare in pochissimi anni, forse nella prima guerra, al grado desiderato di generale; quel grado, io mi ricordo d'avergli udito dire, dove comincia la possibilità di mostrar i proprii talenti militari, e dal quale per conseguenza si può salir senza intermediario all'altro grado dell'immortalità. Del resto, Arrigo di famiglia nobilissima, anzi illustre, aveva questo aiuto di più presso a quel governo che si diceva per anco repubblicano e democratico; ma dove la chiarezza de' natali era forse più vantaggiosa, che non in alcune monarchie. Napoleone, che apparecchiava tanta storia futura, amava pur la storia passata; ed era il tempo che già signore di fatto n'ambiva il nome, e nell'ozio d'una pace temporaria assumeva a poco a poco lo splendore d'un Re. Alcuni amici e compagni potenti [pg!238] d'Arrigo gli proponevano di farlo entrar nella corte militare del primo Consolo; oggetto allora di tutte le ambizioni, e via la più breve alla gloria ed alla potenza. Ma Arrigo, venuto in licenza per poche settimane, s'era fermo già non pochi mesi; e perduto poi nella sua gran passione, non che lecito, credette bello sagrificarvi sue speranze ambiziose; e non corrispose a quelle offerte. Intanto succedettero cose più gravi che mai.

La Marchesa diventò gravida. Il marito, paziente fin allora, turpemente paziente, pur infine si destò. Ma io non entrerò in particolari di queste turpitudini. Il marito non avea fatto scene fin allora per la sciocca paura d'esser tenuto geloso; fecene allora per la paura contraria d'aver nome di arrendevole. E tuttavia quell'uomo così disprezzabile, così disprezzato, riprendeva appresso alla colpevol Cecilia tutta la dignità di uno offeso; ed ella, precipitata dalla sua superiorità usurpata, già non ardiva nè alzar gli occhi su lui, nè trovarsi sola con esso, nè parlargli da paro a paro. Parvele insofferibile quell'umiliazione. Disegnò torsene ad ogni modo, e reclamò perciò l'aiuto di colui a cui aveva sagrificato ogni cosa; colui che avendo usurpato l'amore e i diritti maritali, era naturale che ne adempisse i doveri proteggendola. Ma gli è più facile sempre usurpar diritti che doveri. Arrigo impazzito d'amore avrebbe data mille volte la vita per trarla da quel colmo di disgrazia dov'ella era precipitata per lui. Ma qui il sangue, la vita, nè niuna qualità d'ingegno nè di cuore non servivano; ed all'incontro quanto avesse fatto avrebbe aggravato il male. Desiderava che il Marchese, provocandolo in qualunque modo, gli desse occasione di vendicarsi. Ma vendicarsi di che? Egli era l'offensore, egli il provocatore; egli contro cui si rivolgerebbe con esecrazioni tutto il mondo: quel mondo stesso de' viziosi che s'adopra tutto in aiuto de' suoi pari, finchè ogni cosa va loro bene; ma che li abbandona, li tradisce, li aiuta a precipitare, quando sono infelici. Ed è naturale, e come un disperdersi de' ladri dopo fatto un mal colpo. Il peggio era che ogni passo precipiterebbe più la sua amata. Che gli scandali soli precipitano le donne, è il gran principio de' viziosi. [pg!239] Quindi la necessità ai più generosi, ai più ben nati, ai più franchi fra essi, di diventar falsi, bugiardi, traditori, avviliti, avvilitori. Che differenza, a chi avesse potuto vedere e descrivere gli animi di Cecilia e d'Arrigo pochi mesi prima ed allora! Finalmente deliberarono torsi da tutto ciò, e fuggire. Lo scandalo sarebbe più grande; ma ei nol vedrebbono. Era disonore, ma non l'udrebbono. Ella aveva ad abbandonare i teneri figliuoli, a lei già così cari. Ma eran figliuoli dello oramai odiato tiranno; e poi le rimaneva quello che portava in seno dal suo amore. Egli aveva ad abbandonar la patria, le speranze, a tradir sua vita passata e futura. Ma che fare? oltre alla sua gran passione, era spinto ancora da quella specie di dovere assuntosi. Perdendo ella ogni cosa per lui, poteva egli dubitar di perdere la sua ambizione per lei? In somma avevano allestita ogni cosa; tempo, luogo, modo, tutto era disposto, quando, probabilmente per la grande angustia sofferta, l'innocente frutto dello scellerato amore fu in seno alla madre guastato. Il mondo, ingiusto calunniatore, ne disse orrori; ella fu per morire del male, dell'onta, del rimorso. D'Arrigo e del marito non dirò; non so che sensi potessero avere. Nè dirò che altre scene seguissero. Ma finirono con uno di que' patti taciti scelleratissimi, che pur piacciono al mondo, e che io ho pur udito talora lodare. Il marito tacque; tollerò: di nuovo persuadendosi che il mondo non avesse saputo nulla, si persuase che non era obbligato nè ad ira nè a vendetta; ovvero, pensò farne una degna, mostrandosi indifferente alla propria moglie, ed appassionato per le altrui. La avvilita Cecilia, abbandonata sempre più, sempre più s'abbandonò; e non avendo letto in volto altrui il disprezzo se non quando ella s'era vergognata, spogliò la vergogna, vestì quell'assicuranza, quella alterigia del vizio che è suo solo rifugio e suo colmo. E Arrigo.... Arrigo, da quanto buon cuore, da quanta generosità nativa o acquistata aveva mai avuto, o gli rimaneva, Arrigo era ridotto alla condizione, alla occupazione, al destino di Cavalier servente della Marchesina.

Già v'ho detto che per rimanerle appresso egli aveva ricusata l'offerta d'essere addetto alla corte militare di [pg!240] Napoleone primo Consolo. Poco dopo, e quando era Cecilia nella maggior miseria, e in punto di fuggir con lui per America, egli aveva ricevuto l'ordine di partir immediatamente pel campo di Bologna sull'Oceano dove s'apparecchiava la discesa in Inghilterra. Non volendo, non potendo lasciar Cecilia, tolse un pretesto di sanità, se n'esentò, e si fece dare un destino nella città dove s'era così malamente incatenato. E gli riuscì tutto ciò tanto più facilmente che quel campo non era guerra assoluta ed aperta; ondechè non era chiaro disonore rifiutar d'andarvi; ed era poi destino così ambito, che se ne trovavan dieci desiderosi da sottentrar ad uno dubbioso. Ma poco andò, e seguì quella guerra d'Austria che fu la prima di Napoleone Imperadore, e l'apice forse delle sue meraviglie militari; quel levar il campo di Bologna, quella marcia così precipitosa, così regolare dalle sponde dell'Oceano al cuor di Germania, quelle operazioni, quelle battaglie succedentisi di dì in dì, e in pochi mesi terminanti oltre Vienna colla gran giornata d'Austerlitz. Arrigo fece quella campagna.... da bracciero della Marchesina al teatro ed al corso. Non che non arrossisse, non arrabbiasse sovente di sua mutazione: ma prima, alieno d'ogni altro pensiero, e già avendo tralasciato le amicizie e le relazioni che aveva, non seppe, se non incominciata già, la mossa dell'esercito e il principio della guerra. Saputala, ne dubitò, come si suole di ciò che non si desidera; e massime di ciò che mette in impiccio. Non dubitandone già più, esitò pure, benchè brevemente; ma determinatosi, egli ebbe a sostener una dura contesa coll'amata; l'amata, perduta di riputazione, così allora sepp'ella dire, abbandonata dal marito, non più moglie, non più madre quasi per lui. E vinse bensì presso a lui il suo sangue, il suo ardor militare, e scrisse per domandar servizio; ma la domanda andò a Parigi, mentre il padrone era a Vienna. E il padrone non amava gl'indugiatori. Fecesi la pace intanto; e allora Arrigo ebbe risposta ricevendo un destino di pace, da ufficial di stato maggiore d'una divisione militare nel cuor della Francia. L'ira, la vergogna, il dispetto, l'amore, non lo lasciarono adattarsi al giusto castigo. Perduta l'occasione d'una campagna [pg!241] col grande esercito, e d'una battaglia come Austerlitz, per rimanere al suo amore, nol lascerebbe per andar a tener registri di situazioni militari in una cittaduzza oscura. Mandò sua dimissione. Fu accettata. Ed Arrigo, prima di venticinque anni, ebbe fisso il destino di tutta sua vita.... Cavalier servente in titolo della Marchesina.

Io lasciai, prima anche di quel tempo, quella città e quel paese. E dacchè ci avevo veduta inutilissima l'opera mia, avevo pur tralasciata quella casa. In quel pericolo delle scene col marito, ella s'era pure affidata a me; e m'aveva domandata consiglio. Io avevo dato quello della franchezza, della confessione al marito. Ma ella aveva già il cuor troppo ammollito per risolversi a tal forte partito; e troppo guasto poi per ridursi a pentimento e mutazione. Così finirono nostre relazioni, non l'interesse mio alla infelice. Di tempo in tempo nelle mie lettere domandai nuove di Cecilia, e seppi con gran dolore che continuavano tutti eglino sempre nel medesimo modo. L'ultima volta che ne chiesi a un vecchio signore di quel paese, che passò di qua, ei mi rispose: «Ah, la Marchesa Cecilia! sì la Marchesa Cecilia, è persona veramente rispettabile, persona rara. Quello è un cuore, una costanza, una costumatezza esemplare! Immaginatevi, che son più di venticinque anni che ha sempre il medesimo amico. E il primo, sapete voi, il primo, e solo che abbia avuto mai! Non è di queste che mutano ogni dì, nè che si faccian servire da quanti forestieri capitano in casa con una lettera di raccomandazione; oppure senza distinzione di nobiltà, mezzo ceto, od anche peggio. No eh; la Marchesina non è mica di queste. E che differenza, Maestro mio, che differenza con queste giovani che ora non vogliono l'amico, non vogliono il cavalier servente! Certo non può esser altro che per averne dodici, o se non gli hanno, tant'è come se li avessero; il mondo lo dee credere di una che è senza servente. Perchè, vedete voi, per esempio, il cavalier Arrigo, per la Marchesa, è come un marito che....» «E il marito vero, il Marchese?» diss'io interrogando. «Il Marchese gran galantuomo, davvero. Credo bene che foste ancora da noi quando il Cavalier Arrigo cominciò a servir la Marchesa. E [pg!242] ci fu allora un po' di garbuglio; e chi disse una cosa, chi l'altra. Eh... Eh... ma voi ci eravate, e dovete sapere.... Basta, d'allora in poi non s'è udita più una parola cattiva di tutta quella famiglia. S'è riaperta la casa, buoni pranzi, belle cene al Casino, due o tre balli all'inverno; e vi posso dire che il Cavaliere serve anche al marito, perchè, avendo viaggiato assai in gioventù, ei conosce gli usi, le eleganze straniere, e gli fa far una figura stupenda con chichessia che gli sia raccomandato da Parigi o da Londra. E principalmente certi vini! Eh vi sono in quella casa certi vini, che io non avevo mai udito nominare altrove. E poi fa venire i bronzi, cristalli.... che è uno spettacolo, una cosa, dico anch'io come questi stranieri, da stupire di trovar tanto in Italia. E vedete voi, è tutto il Cavaliere; perchè il Marchese non ha mai viaggiato; e vuol bensì far all'amore or con questa or con quella, ma non ha mai potuto prender quell'aria di mondo, quel non so che.... Già adesso ci è il Marchesino.... e poi la Contessina....» «Ah che? È maritata adunque la bimba?» «La bimba? Oh bello, la bimba ha i suoi venti o ventidue anni, ed è maritata da quattro; bella donna anche lei, bella donna, ma un po' pinzocchera, un po' bacchettona, di queste giovani sempre col marito, giovani alla moda.... già, educata in un convento.» «Oh, in convento? E la madre so che facea conto educarsela in casa, e se ne faceva un piacere, una felicità....» «Oh questo poi, scusate, Maestro; ma voi non ci pensate. Il Marchese è un galantuomo, vi dico io; e quantunque sappia vivere come si deve nel mondo, ha religione, buoni costumi, e non sarebbe stato capace poi, di lasciar per casa una fanciulla a veder certe cose.... Capite bene.... E poi, Maestro mio, io so quel che mi dico quando dico che a mio tempo si faceva bene ogni cosa. Viver bene, civilmente, nobilmente, non da frati, scusate, ah scusate, Maestro, che credo voi siate stato frate; ma altro è il convento, altro è il mondo; e nel mondo si vuol vivere, si vuol far come tutti. Ma i figliuoli poi, e massime le ragazze, non si vogliono lasciar per casa a veder queste cose.Omnia tempus habent.Non so io pur bene ancora il mio latinuccio, Maestro mio? Nol so io pur bene? E credo [pg!243] che vuol dire che in questo mondo ci è tempo per tutto. Dunque viver civilmente in casa come persone civili e nobili del mondo, e metter il più presto che si può i figliuoli al collegio, e massime le ragazze al convento.» «Oh voi avete ragione! Più sovente che non si crede da taluni, è ben fatto mettere i figliuoli al collegio, e le ragazze al convento, ne' ritiri, ai convitti, dove che sia, piuttosto che in casa. E avete ragione di nuovo; il Marchese ha fatto da galantuomo facendo così. Ma la mia povera Cecilia! la mia povera Cecilia se ne faceva pure una sì gran festa! — Guardatela, Maestro, — diceva ella alzandola sulle sue ginocchia, guardate com'è bellina; come le sta bene questa cuffietta che le ho fatt'io; e quest'abito bianco che le ho ricamato. Vedete; ogni cosa che veste, glie la fo io; e questi bei capelli ricciuti, niuno glie li tocca se non io; e così vo' fare, così farò sempre. Al mio Ernesto è impossibile che attenda io; sarà forza dargli un maestro, metterlo in educazione, e separarsene sovente; ma costei, questo mio gioiello, questa cara creatura ella è tutta mia; ella sarà sempre mia; io le insegnerò ogni cosa. Quando io canto, o suono il cembalo, ella sta lì le ore intere ad ascoltarmi. Son certa ch'ella avrà un orecchio come nessuna; e quanto alla voce, poverina! ella è già dolce fin quando piange. Oh, Mariuccia mia, tu sei e sarai la cara creaturina; la più bella, la più buona, la più dolce fanciulla di tutta la città, e la consolazione, la felicità, la gloria della mamma. Oh, vien qua, Mariuccia mia, che ti baci, che ti stringa, che ti mangi, amor mio, creatura mia....» «Bravo, bravo Maestro,» ripigliò il vecchio signore, «questo è pure un bel pezzo di romanzo. Ma la realità non va così.» «Oh,» dissi io, «non fate ingiuria alla realità, al mondo, e massime alle donne. Non sempre così; ma pur talvolta grazie al cielo. Ed Arrigo, mi direste voi?....» «Il Cavalier Arrigo sta bene, benone: è ingrossato alquanto; ma un bell'uomo ancora. Poveruccio! ha pensato succedergliene una brutta, anni sono; ma poi.... basta, son di quelle cose che non se ne parla. Benchè già voi non ridite nulla. E sapete che questi antichi ufficiali.... Intendete bene.... s'annoiano talvolta.... ricordano la gioventù.... non son mai contenti del presente.... [pg!244] Capite eh?.... Ma la Marchesa, il Marchese, tutti si sono adoprati.... E in somma ei vive tranquillo oramai.... E di nuovo vi dico che egli e la Marchesina sono un par di persone come ce n'è poche, anzi, forse come non ce n'è più.» «E così sia, Amen,» diss'io, e lasciai la conversazione.

E qui lascio la mia narrazione, aggiunse il Maestro, domandandovi scusa d'avervi trattenuto tanto, in una storia che ora che è fatta intendo bene che non ha sale; ma quando le cose ci hanno colpito assai, ci par sempre di poterle narrar in modo da colpirne altrui; ed è solamente dopo la pruova che uno si ravvede. — Ed essendo già stata recata la lucerna, e i tarocchi, ognuno si dispose a giuocare. E il Maestro, che, a malgrado di ciò che n'han detto taluni dal ritratto, non seppe mai tener le carte in mano, preso il cappello, s'avviò alla porta, ed io seguendovelo mentre usciva, «Maestro,» diss'io; «questa storia poi non la dite dove che sia; qui la potevate narrare senza pericolo, ma non vi sarebbe sempre prudenza.» «Che?» disse egli, «avete voi paura che mi strazino le donne come un nuovo Orfeo?» «Oltre le donne, so molti uomini che se n' offenderebbono, e....» «E s'offendano pure; così potessero le mie parole romper uno solo di questi brutti vili accoppiamenti che perdono, avviliscono, impoltroniscono tanti Italiani, che altrimenti sarebbero utili a sè, ai fratelli, al principe, alla patria: potesser massime corregger coloro che quasi scherzando li aiutano; e sarei contento di qualunque inimicizia mi procacciassi con ciò.»

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