NOVELLA VI.UNA SCOMMESSA.In un cròcchio di giovani tutti studiosi, ma tutti svegli, nemici dell'ipse dixite di ogni pedantería, ne cápita spesso uno, studioso anch'esso e sveglio, ma cruscajuolo[33], e un poco pedante, il quale benchè sia il rovescio degli altri, pure vi è ricevuto volentieri, come colui che in fin de' conti è un buon diavolaccio, e serve dimolto spasso per le ingegnose difese ch'e' sa trovare a tutti i più sbardellati spropòsiti delVocabolario novello, le quali, non che le sieno valutate nulla rispetto alla critica, ma sono mirabili per i sottili partiti che il nostro Gabriello (chiamiamolo così) riesce a trovare. Era un gran pezzo che que' giovanotti studiavano di farlo rimanere senza difesa, nè mai era loro riuscito; quando una sera entra tutto ridente il più arguto di loro, e vòltosi di punto in bianco all'amico: «Quanto vuoi scommettere che ti costringo a confessare che la tua Crusca ha errato?»«Chi? tu? Scommetto quel che vuoi.—Una cena da pagarsi a tutti.—Vada.—» Allora lo sfidatore va, e prende ilGlossario: sfoglia, sfoglia, e si ferma sopra il verboAffatare, dove si vede il lettore rimandato adAffaitare. Va ad Affaitare, e legge: «Affaitare, Afaitare, Affetare e Affatare, Att.Adornare, Acconciare, Abbellire:ant. franc.Affaiter;provenz.Afaitar; derivati dal lat.Affectare.«§ 1. E per Affettare, Modificare, Impressionare.Rim. Ant. F. Ser. Noff. Oltr.I. 161. S'io non mi sfogo... In dire e dimostrare, Come giojoso amor m'affata e tene.»—Letto questo paragrafo, si voltò all'amico, e: «Qui giace Nocco[34], esclamò: la tuaCrusca pone falsamente l'affatareper forma varia diaffaitare; ed è una delle tante sue corbelleríe il voler far dire a quel rimatore, che amor loaffetta, lomodifica, l'impressiona, cosa da fare smascellare dalle risa Eráclito—«Adagio, replicò Gabriello: questoaffatareè una delle tante contrazioni che facevano gli antichissimi; e, prese le opere del Nannucci, fece un lago di quella erudizione Nannuccesca tanto garbata, e lacerò per un pezzo le orecchie di quegli amici con un diluvio di parolacce da fare spiritare i cani. Circa al significato poi dimostrò come quattro e quattro fanno otto, che l'amoreaffettava,modificava,impressionava, etenevail buon rimatore; e gli amici facevano le più grasse risate. Quando ebbe detta e ridetto: «O sentiamo ora, esclamò, che cosa significherebbe, secondo il mio avversario, quell'Affatare.» E l'avversario rispose:«Ci vuol poco:Affatarelì è lo stesso che Fatare, Ammaliare...» Gabriello gli troncò le parole in bocca, e si mise a beffarlo, come se avesse detto il più spropositato spropòsito di questo mondo, provando e facendo toccar con mano, che lì non poteva aver luogo l'ammaliare; e che la Crusca spiegava bene, e da pari sua: e mentre Gabriello si sbracciava a provare il suo assunto, e la infallibilità della sua Crusca, Pietro, che era il suo oppositore, zitto zitto accostossi allo scaffale, e preso il primo volume del Vocabolario novello, ritorna al tavolino, e se lo pianta sottole gómita, aspettando il fine dell'apologia gabriellesca. Chetátosi Gabriello:«Amico, ci siamo» saltò su Pietro: «dunque tu dici che la Crusca registra beneAffatareperAffaitare, fondandosi su quell'esempio di Noffo.—Lo dico e lo mantengo.—Tu dici cheAffataresignifica, in quell'esempio, ciò che insegna la Crusca, cioè Affettare, Modificare, Impressionare.—Lo dico, e lo mantengo.—E tu neghi che in quell'esempio di Noffo, possa valere Incantare, Ammaliare.—Sicuro che lo nego; e rido di chi vuol sostenere questa minchioneria.—Dunque tu ridi della tua Crusca, e paga la scommessa. Leggi qui.»—E aperto il volume primo delVocabolario novello, gli pone sotto gli occhj il temaAffatare, che si spiega Render fatato; e nel § I. legge scolpitamente: «E per Incantare, Ammaliare.—Rim. Ant. F. Noff. Oltr.I, 161: In un giojoso stato mi ritrovo. Che 'n nulla guisa prende il mio cor posa, S'io non mi sfogo, alquanto in mio parlare. In dire e dimostrare, Come giojoso amor m'affata e tene.»Qui tutti que' giovanotti diedero in un grande scròscio di risa; e il povero Gabriello, vedendosi burlato con la sua Crusca, la quale il medesimo esempio registra nelGlossarioin un significato, e nelVocabolariolo registra in significato tutto diverso, gli pareva di sognare[35]: lesse e rilesse, orailGlossario, ora ilVocabolario, e non credeva a' suoi occhj; pure, vedendo che pur troppo la cosa era proprio in quel modo, prese il partito di volgerla in burla, affermando che egli aveva fino allora difeso ogni spropòsito più manifesto della Crusca, per emulare quell'antico filosofo, il quale si mise a provare che la neve era nera; ma che tanto grossa non se la sarebbe mai aspettata nemmeno dalla Crusca. Pagò bravamente la sua cena, che fu gustosissima e allegrissima; e d'allora in qua non ha più voluto saper nulla di Crusca nè cotta nè cruda[36].NOVELLA VII.IL GENIO D'ITALIA COL CAPO DI CAVALLO.In quest'anno di grazia 1878, non dirò in qual città, ma per gli esami di licenza liceale avvenne un caso grazioso e nuovo, se mai ne fu. Tra' molti giovani, che erano andati là a farsilicenziare, ce n'era uno, che i suoi compagni lo chiamavano per soprannomePepe, come colui che quanto era di ingegno vivacissimo, tanto era arguto e pungente motteggiatore. Egli aveva sempre in ciascun esame ottenuto tutti i punti, e passava per uno de' migliori giovani delle classi liceali della sua provincia; ma dove negli esami precedenti si era portato sempre con gravità, non si sa come gli venisse in capo di fare allora una delle sue scappatelle. Gli avevano ferito la fantasia quelli scritti del mioBorghini, dove si squadernano i garbati errori dialcune opere del prete Tigri; e soprattutto gli era sembrato incredibile quello dell'aver dato per istampa come ritratto di Beatrice, quei versi co' quali Dante descrive un angelo; e non ebbe bene, finchè non potè trovare e leggere co' proprj occhj quello che per avventura avea reputato una spiritosa invenzione del periòdico nostro. Quando per altro ebbe toccato con mano che, non solo era vero lo strano errore, ma che per di più, cosa non osservata dalBorghini, il Tigri racconcia per conto suo i versi di Dante, perchè dove questi dice:Par tremolando mattutina stella,egli rifa con tanto garbo il verso così:Appar lucente mattutina stella;allora e' si pose a leggere tutto lo scartabello Tigresco; e ne prese piacevol diletto.—O come c'entra lo scritto del Tigri con l'esame di licenza?—C'entra sì, dice Tommaso Scarafaggio nelloScaramucciadel Donizzetti. State a sentire. Dunque, per tornare al nostro Pepe, se negli altri esami si era fatto onore, in questo passò di lunga mano tutti gli altri; nè gli sarebbe mancata súbito la più splendida dimostrazione di plàuso, se, come ho detto più su, non gli fosse venuto il ghiribizzo di farne una delle sue. Il tema della composizione italiana era:Le sciente e le arti in Italia nel secolo presente.Pepe si mette a lavorare di tutta forza: a un tratto, mentre pensava al come significare una sua idea, fu vedutoridere, e scuotere il capo due o tre volte; poi rimettersi a scrivere col riso sulle labbra. Finita la composizione, la mandò al suo destino; e come gli esaminatori si aspettavano da lui maraviglie così la lessero con ogni attenzione, e ogni tanto la lettura si interrompeva per approvare, e notare le rare qualità dell'ingegno del giovane. Main cauda venenum: egli chiudeva il suo scritto con un'apòstrofe alGenio d'Italia(e questo luogo comune fritto e rifritto non potè non dare fieramente nel naso a que' professori), dove egli affermava che degnamente si rappresenta esso Genio col capo di cavallo, per simboleggiare anche il valore guerriero. A questa strana uscita, si scandalizzarono tutti quanti; e parve ai più, che sotto quelle parole si volesse schernire un cotale, che nelle cose della Istruzione fa alto e basso: il perchè proposero di non dargli il voto, non facendolo passare all'esame: ma poi fu vinto che si lasciasse in ponte la cosa, per accertarsi qual cagione o ragione potesse avere si fatta stranezza. Laonde, chiamato poco appresso il giovane, gli domandarono come mai egli avesse detto quella castroneria del Genio d'Italia col capo di cavallo; alche egli gravemente rispose: «Signori, io rimango proprio maravigliato di sentir battezzare questa cosa col nome castroneria, quando l'ho tolta di peso da una scrittura d'un letterato illustre e venerando, il quale è stato fino adesso Ispettore scolastico, ed è, stupiscano signori, ed è Uffiziale dellaCorona d'Italiaper i suoi meriti letterarj, e peravere lodevolmente esercitato il suo ufficio.» I professori dissero che ciò non era possibile: e il caro Pepe, cavatosi di tasca un foglio color di rosa, stampato da tutte e quattro le parti: «Guardino, signori;charta cantat.» E di fatto alla terza pagina di quel foglio, dove si descrive un lavoro d'arte, si legge: «E lodare (vorrei) la naturale postura del Genio d'Italia appoggiato in atto doglioso al suo scudo, che con l'equino capo appare símbolo del valore guerriero.» Rimasero a bocca aperta que' professori; e stati un poco sopra di sè, uno disse: «Ma qui non è obbligo intendere che il capo equino lo abbia il Genio....»—«O chi l'ha?—interruppe il giovane.—Qui abbiamo un Genio, e uno Scudo; e d'uno dei due questo capo gli ha a essere: il Genio ha figura umana, E il capo sta bene che l'abbia lui; ed anche secondo le regole della sintassi non può riferirsi se non a lui: se no, mi dicano lor signori, se s'ha a intendere che il capo di cavallo lo abbia lo scudo; ma sarà peggio il rimedio che il male.» Gli esaminatori rivoltarono il periodo per ogni verso, e non seppero risolversi a chi dare quelcapo equino; e poi, vòlti al giovane: «Questo dev'essere uno de' suoi garbati motteggi: ora la dica un po' quiinter nosdove vuol ella andar a ferire?» E Pepe ridendo: «Che vogliono, signori miei, quando si vede, che a coloro i quali dicono tanti e mai tanti spropòsiti, come questo Tigri, il quale, in uno scritto di due pagine, lì proprio di séguito allo sformato errore dantesco, e' ci mette questo delcapo equíno, chenon si sa di chi sia; quando si vede che a' così fatti si danno gelosi ufficj nelle cose della Istruzione, e si danno altresì delle onorificenze; e si vedono dall'altra parte trascurati tanti e tanti, che davvero sanno il conto loro; a che noi altri giovani ci dobbiamo travagliare dietro agli studj, e sudare per farsi da qualcosa? È meglio copiar gli spropòsiti di quei fortunati, per vedere se anche a noi fruttano ciò che fruttarono a loro.» I professori non poterono non riconoscere più che giuste le parole del giovane studente; e confortatolo a mantenersi, quale è, amante dello studio, gli fecero sperare che tali abusi dovevano necessariamente cessare: poi, non solo gli dettero pieno plàuso; ma gli diedero quelle maggiori attestazioni che si possono dare in simili casi; e Pepe tornò in famiglia contento come una Pasqua.Rimane però sempre da sciogliere il dubbio a chi, se al Genio d'Italia, o allo Scudo appartenga quelcapo equinodell'illustre Tigri; ed a sciogliere tal dubbio secondo le regole della sintassi e della logica, potranno provarsi i lettori del presente racconto, che è in ogni sua parte verissimo.NOVELLA VIII.SERO SAPIUNT PHRYGES.E' ci fu, a' tempi del re Pipino, un certo villanzone chiamato Libáno, il quale aveva la smania di tenere il più bel par di buoi che si potessero vedere in tutti que' contorni, e gli soggiornava[37], e gli lisciava, che neanche fossero stati figliuoli. Alla mangiatoia gli teneva legati lentamente con piccola cordicella; e nell'estate, perchè non affogassero dal caldo, andato via il sole, lasciava spesso l'uscio aperto: «Tanto, dove hanno a stare meglio di qui? Non son minchioni a scappare!» Ma i cari buoi, i quali hanno di molto cervello e poco giudizio, che è e che non è, si diedero l'intesa[38];e un giorno che Libáno, secondo il solito, ebbe aperto l'uscio della stalla, non curando tanta pasciona e tante carezze, l'uno dette a leva col corno al cappio della corda dell'altro, e cheti cheti se la batterono, mentre il padrone era nel campo a far erba, e l'Artemona sua donna preparava quella po' di minestra[39]. Intanto eccoti Libáno col fastello, e súbito corre alla stalla per dare quell'erba fresca fresca a' suoi buoi. «Artemona, Artemona, o i bovi dove sono?» E l'Artemona corre tutta sottosopra. E i bovi? O non ci sono?» Il povero Libáno era più morto che vivo: «Ah ingrati! Che vi potevo far di più? Credete di trovare una miglior mangiatoia? (allora a' ladri non ci si pensava nemmeno). Artemona, serra bene la stalla» L'Artemona, benchè dolente anch'essa, non potè tenersi che non facesse bocca da ridere alla tarda cautela di Libáno; e scotendo il capo chiuse la stalla. Il pover'uomo girò e rigirò per tutti que' contorni; ma i bovi non furono più trovati. Fino a quel tempo, volendo significare una cautela o rimedio preso tardi, od invano, si usavano i proverbiSero sapiunt Phryges, oCumani(troppo tardi metton giudizio i Frigi); ePost rem devoratam ratio(consumata la roba, fa i conti); ma dopo il fatto di questo Libáno si cominciò a direChiuder la stalla quando sono scappati i buoi, ed è rimasto nell'uso comune del popolo.NOVELLA IX.IL MIO CIUCO È ANDATO SEMPRE DI QUI.Un merciajo ambulante soleva andare ogni due mesi in paese di montagna con la sua merce, che egli caricava sopra un ciuchetto; e come quelle massaje lo attendevano, così egli la vendeva tutta, e ritornava in giù con un buon grúzzolo di quattrini. Le strade, per le quali bisognava passare, sarebbero state, per dirla con Dante, alle capre duro varco; ma quel buon ciuco, ci aveva fatto i piedi, e vi passeggiava speditamente. Avvenne che, dolendosi tutti quei paesani di strada sì scellerata, il comune si indusse a farne un'altra molto più còmoda, e la strada antica fu per conseguenza abbandonata da tutti. Ma il caro merciajo, no signore, non volle abbandonarla, e sempre passava di su quel trabiccolajo[40]; della qualcosa facendo le sue massaje gran meraviglia, rispondeva: «Oh, sapete com'è? il mio ciuco è andato sempre di lì, e di lì vo' andare.» Da quel tempo in qua si ápplica tal motto a coloro i quali o non si vogliono indurre ad accettare veruna varietà, o sono stoltamente tenaci di ciò che hanno sentito dire ai loro maestri, anche se que' detti sono castronerie[41]manifeste. E non tutti i così fatti sono gente volgare, tanta è la forza del pregiudizio, e forse anche la smania di rendersi singolare, o la picca, o qual'altra passioncella si voglia. Il Rossini non volle mai viaggiare per le strade ferrate! E alcuni adesso si ostinano a credere autèntica la cronaca di Dino Compagni, perchè il Giordani la lodò, e la sentivano lodare alle scuole!!Tal proverbio, che ha riscontro nel proverbio latinoClaudi more tenere pilam(reggersi a' pilastri come lo zoppo), è spiegato dal Manuzio ne' suoiAdagj, il quale dice essere appropriato a coloro «che pèndono dal giudizio altrui, e si fondano sull'altrui autorità, come coloro a' quali sta per ogni argomento il poter direIpse dixit.»NOVELLA X.DI UN FRANCESE CHE VOLEVA DIGIUNAREUn gentiluomo francese, curioso di veder l'Italia, si partì da Parigi con intenzione d'osservare e di fare una memoria distinta delle cose più memorabili che vedrebbe nel suo viaggio. Arrivato in Bologna, volle trattenervisi. Partito dal suo albergo il giorno seguente assai per tempo, andò per due ore girellando per la città. Dopo averne vista la maggior parte, tornò con grandissimo appetito all'osteria, e nell'entrare disse súbito all'oste; Signor oste, vogliodigiunareoggi.—L'oste credendo che il gentiluomo per certa divozione volesse digiunare davvero, rispose:—Vostra signoría è padrone.In quel mentre il gentiluomo salì su in camera sua, e scrisse per un buon pezzo le cose osservate. Ma, stimolato dall'appetito e dalla sete, lasciò di scrivere, e s'affacciò alla finestra, chiamando l'oste, a cui disse: Signor oste, v'ho detto che volevodigiunarestamattina; ve ne ricordate?—Loso, soggiunge l'oste, e me ne ricordo.—Il gentiluomo senz'aspettare altro, tornò a scrivere; ma un quarto d'ora dopo, mosso e dalla fame e dalla sete, chiamò di nuovo l'oste, e con voce sdegnosa gli disse:—Che modo di procedere è questo? non v'ho detto un'ora fa, che volevodigiunarestamattina?—È vero, replicò l'oste, e vostra signoría è padrone di digiunare anche tutto il giorno.—Come, come? disse l'altro; tutt'il giorno! non ho mangiato ancora niente! voi mi burlate. Voglio mangiare: portatemi da mangiare e da bere.—Se vostra signoría vuol mangiare e bere, non vuole adunque digiunare, soggiunse l'oste; perchèdigiunarevuol dire non mangiare e non bere.—Allora il Francese accortosi dell'equivoco, piacevolmente disse:—Sia maledetto ildigiunare; dovevo dire Far colazione. Mai più diròdigiunare, chè troppo bene ho imparato a mie spese, che cosa èdigiunare».NOVELLA XI.IL SARTO RADDIRIZZAGOBBI.Si fa un gran dir per Firenze di quel tale omiciáttolo gobbo e stralinco[42], il quale, anni addietro, un po' col ripicchiarsi, un po' col far le moíne a questo e a quello, e un altro po' sforzandosi quanto poteva di coprire i suoi sformati difetti, aveva saputo tanto fare, che era pur passato, non colo per un uomo come gli altri, ma aveva fatto anche, come suol dirsi, qualche passioncella. Costui dunque, vedendosi accarezzato e celebrato, volle imbrancarsi co' signori, e bazzicare gli eleganti; ma guárdalo bene oggi, guárdalo meglio domani; tóccalo qui, tástalo qua; molti cominciarono a ridere alle spalle sue, e chi gli dava un soprannome, chi un altro tutti allusivi alla sua contraffatta persona. Coloro peraltro che sino allora lo avevano lodato, egiudicátolo un uomo bello e ben fatto, volevano pur dare ad intendere che tutti quei difetti non ci fossero; e:Vedetedicevano,e' par gobbo, ma è il vestito che sulla spalla gli fa borsa: quel naso a petonciano, gli è perchè gli ci fu tirato una pera mézza: quegli occhj guerci, e' fu ferito in duello: quelle gambe torte, sono i calzoni fatti male, e gli stivali troppo stretti...E così a tutte le magagne infinite si trovava il suo rimedio; e sempre si conchiudeva;ma però è un bell'uomo. Gli eleganti facevano le più grasse risate di sì fatte difese; e già il povero sghengo[43]si vedeva al perso; quando gli fu detto, esserci un bravissimo sarto il quale lavorava così bene, che di certo lo avrebbe, rivestendolo egli, fatto parer diritto, come il più bell'uomo del mondo.—O dove sta?—Là sulla piazza di S. Marco: vedrai il cartello, il quale ha per insegna un tacchino che fa la ruota.—E il gobbo, via com'un bárbero dal sarto bravo.—Signor Maestro, vorrei tutto vestiario; vede, ho qualche difettuccio nella persona; mi hanno detto che lei...—Il sarto squadra l'amico da capo a piedi: tasta per tutto; e poi con solenne gravità:—Lei è un uomo come gli altri: qualche coserella qua e là c'è; ma si rimedia facilmente. Lasci fare a me, chè la tornerà meglio che nuovo.—E prese diligentemente le misure, gli disse:—Tra otto giorni le riporterò ogni cosa da me; e la manderò fuori, che tutti non farannoaltro che dire; e chi la canzonava resterà canzonato lui.—Lo sghengo va via tutto contento; e il bravo sarto si mette a pensare il miglior modo di raddirizzarlo, nè vi posso dire quanto mai ci si stillasse il cervello, e per quanto tempo facesse aspettare la sua raddirizzatura, facendo, disfacendo, rifacendo, rimpolpettando[44]. All'ultimo (pover uomo! ci aveva fatto il capo) pensò: «Farò al mio diletto cliente il più perfetto ábito che io abbia fatto in vita mia per il più ben formato uomo che mi sia capitato da vestire; e quando il cliente se lo metterà, sfido io, se e' parrà bello e diritto!» E lì col capo sul lavoro; e dopo pochi giorni glorioso e trionfante glielo riporta; e lo sghengo più glorioso e trionfante di lui, se lo mette addosso, e va fuori. Che volete vedere? Quel vestito era fatto con tutte le regole dell'arte, e sarebbe tornato perfettamente a qualunque persona ben formata; ma, posto addosso a quel mostro, faceva rifiorir più che mai le sue magagne, e lo faceva parer più sghengo che mai. Insomma bisognò che gettasse l'abito su un fico, se non volle morire arrabbiato tra' fischi e gli urli del popolíno; e anche il povero sarto diventò la favola di Firenze, e bisognò che smettesse il mestiere, perchè niuno ci si volle più servire, tenendo per fermo ch'e' dovesse aver perduto il cervello a pretender diraddirizzare li storti col vestito fatto a regola d'arte.Ed aveva ragione. Questo buon sarto doveva sapere il proverbio delle camíce de' gobbi, che si tagliano storte, e riescon diritte; e lui invece si era così confusa la mente, per la smania di raddirizzare il gobbo, che a ciò credeva bastare il mettergli addosso un vestito tagliato a regola d'arte. Sarebbe l'istesso, a male agguagliare, che un critico si pensasse di far apparir vera laCronicadel Compagni, riducendo alla retta cronología tutti gli infiniti errori cronològici di essa. La cronología sarebbe la vera, ma non istarebbe bene con la cronaca: la quale cronologicamente è sbilenca per natura, perchè il suo autore, non solo ha scritto gli errori, ma gli ha ribaditi in altri modi. Ridotta la cronología sarebbe ridotta più stralinca laCronica: sarebbe il vestito tagliato secondo l'arte, il quale, messo addosso al gobbo, lo fa più gobbo che mai, e fa morir dalle risa chi lo vede, e fa tenere il sarto per matto.NOVELLA XII.DEL FRATE CAMBIATO IN ASINO.Un contadino gelato dal freddo, smontò di sull'asino per camminare a piedi: il che vedendo due francescani, che in Francia sono chiamaticordeliersdisse l'uno al compagno:—S'avessi io un asino, non sarei tanto pazzo di condurlo per la briglia, ma bensì mi farei portare fin al convento.—L'altro ch'era di umor allegro, soggiunse:—Mi basta l'anima di fare una burla a quel contadino, e levargli l'asino, purchè vogliate darmi un poco d'ajuto. Acconsentì súbito il frate, e pian piano s'accostarono ambedue al contadino, senza che se ne accorgesse. Levò il francescano con destrezza la briglia al ciuco e se la mise al collo seguitando il contadino; mentre l'altro con la cavezza lo condusse in disparte. Quindi a non molto, il contadino volendo rimontare sull'asino, si volse indietro; ma ebbe a morir di paura vedendo tanta metamòrfosi. E gridando con pietosa voce ohimè! ajuto! fu fermato dal francescano, che prostrátosi in ginocchioni richiedeva con grandeumiltà la sua libertà; dicendo, che per i suoi disordini, e l'enormità de' suoi peccati, era stato condannato a tale trasformazione; e che ora essendo venuto il termine della penitenza, era tornato al primo essere. Il contadino alquanto rasserenato, non solo gli diede la domandata libertà, ma, non accorgendosi della burla, scioccamente soggiunse:—Andate in santa pace; adesso non mi meraviglio più, se dopo una vita tanto disordinata, siete riuscito un così cattivo animalaccio. Il frate si partì, dichiarandosegli obbligato, ed andò a ricercare il compagno. Quando videro i frati dilungato il poveraccio contadino, per altra via si condussero ad una terra vicina. Pochi giorni dopo, pregarono i francescani un amico loro, che si compiacesse d'andare alla fiera per vendere quel ciuco, come di fatto io vendè; e mentre andava col compratore per ricevere il pagamento, venne loro incontro il primo contadino, che riconoscendo il ciuco, disse al compratore, che lo pregava d'ascoltare una parola in disparte; e domandatogli di chi fosse quella bestia, il compratore rispose:—L'ho comprato adesso adesso, ma non l'ho pagato. Deh! per vita vostra, replicò il contadino, rendetelo; non lo pagate. Non siate tanto sciocco di credere, che quella bestiaccia sia un asino: è l'anima d'un francescano ch'è tornato nelle sue dissolutezze. Rendetelo: vi dico io ch'è il più tristo animalaccio di quanti n'abbia il mondo, ed a me ha fatto venire la rabbia centomila volte.NOVELLA XIII.SETTE DI VINO.Vi fu una volta un Lanzo, di quelli che facevano la guardia al tempo de' Medici, il quale avendo poche crazie da spendere pel desinare, si mise a fare il conto come le avesse a spendere, e diceva:«Sette divino; tanto della tal cosa, tanto della tal'altra, ecc.» e mancandogliene, o per il pane o per altro incominciò più e più volte a far il conto, ma sempre cercava di scemare sulle altre cose, e sul vino mai; e incominciava ogni volta:Sette di vino. D'allora in poiSette di vino, si prese ad usare per significare ostinazione o cocciutággine. Per esempio: «La cosa è più chiara della luce del sole; ma i Dinisti sette di vino.» Questo Tedesco fu per avventura inventato sopra l'antico poeta Filosseno, per il quale fu fatto il proverbioPhiloxeni non(il no di Filosseno,) che soleva usarsi specialmente, come nota il Manuzio,quando alcuno ostinatamente o negava, o rifiutava, o non voleva in alcun modo recedere dalla propria opinione. Questo Filosseno fu tanto cocciuto che sopportò di esser condannato alle miniere, piuttosto che approvare e lodare i versi di Dionísio.NOVELLA XIV.UNA GITA DEGLI ALPINISTI SUL MEDIO EVOAnni sono si fece un gran ridere di quel tale che, studiando attentamente una carta geografica, domandato che cosa cercasse, rispose:Cerco il Medio evo, del quale parlano spesso le storie; e come egli è ancor vivo e verde, tutti, ed egli lo sa, lo mostrano a dito per ciò, e gli amici suoi spesso spesso ne lo mettono in canzonella. Accadde non molto tempo fa che al nostro Carlíno (colui dal Medio Evo) capitò tra mano laGuida della Montagna pistojesedi quel talentaccio dell'illustre e venerando prete Tigri, cittadino pistojese; leggendo la quale s'imbattè a pagina 143 nel seguente periodo: «Su questo poggio rimangono ancora le antiche torri, avanzo di tali arnesi di guerra del medio evo, alto sul livello del mare metri 822.»Lette tali parole, fece un salto dall'allegrezza; e fregandosi le mani, esclamò: «Lo vedete se avevo ragione? E quei ciuchi mi canzonavano!» Il nostro Carlíno era della società degli Alpinisti,come erano que' suoi amici che spesso lo canzonavano; e però la sera medesima si mise in tasca la sua brava Guida del Tigri, e andato là, quando vide che vi erano tutti: «Dite un po', amici carissimi, non siete voi quelli che mi canzonate sempre del Medio evo? Guardate qui;» e fece leggere ad uno per uno quel periodo, che parla del Medio evo alto sopra il livello del mare. E letto che ebbero: «Che vi pare, continuò, avevo ragione di cercare il Medio evo sulla carta? Imparate a far il dottore, ed a schernire quelle cose, che la vostra ignoranza vi fa credere errori. Ecco qui: il Medio evo, signori riveriti, è uno dei più graziosi monti dell'Appennino pistojese; e non ve lo dico io, ma ve lo dice il più illustre fra' pistojesi scrittori, il veneranda prete Tigri. Ridete ora di lui, se avete coraggio.» Quegli Alpinisti si guardarono sbalorditamente in viso l'un l'altro, non sapendo raccapezzarsi come stesse quella cosa del Medio evo alto sopra il livello del mare 822 metri: e come tra loro i più non erano áquile per la dottrina, tennero vere le parole di Carlíno e del venerando Tigri; e proposero di andar a fare una gita su questo Medio evo, per la quale assegnarono il giorno del prossimo giovedì. Fra que' buoni diavoli vi era un capo armonico, il quale più e più volte aveva riso alle spalle del Tigri per questo singolare error di sintassi, e per gli altri suoi sformati spropòsiti di ogni genere: a costui, che si chiamava Pietro, venne in mente di pigliarsi un poco di spasso de'suoi colleghi e del prete Tigri ad un tempo; e però, affinchè il loro abbáglio non si dileguasse per istrada col domandare che facessero di questo Medio evo; egli disse che altra volta vi era stato, e si profferse loro per guida. Venuto il giovedì, la mattina a brúzzico erano tutti in punto, e sfilarono gloriosi e trionfanti su per Capo di strada, scortati da quattro muli carichi d'ogni ben di Dio.Pietro aveva detto loro che il Medio evo era un grazioso poggio a levante di Popíglio; e però sarebbe stato opportuno il fermarsi a fare uno spuntino a Popíglio, per poi andare con maggior lena al termine della loro gita, e quivi sulla sera fare un buon pasto. I valorosi Alpinisti, cominciata che fu l'erta, salivano potentemente e allegramente su per quei monti, di sorte che arrivaron lassù a Popíglio senza punto sentirsi stanchi; dove rinfrescátisi, e trattenútisi un'oretta o così, ripresero via per quella piaggia deserta, nè penarono molto ad offrirsi dinanzi a' loro occhi alcune torri diroccate, alla vista delle quali Pietro esclamò: «Compagni, èccoli là quegliarnesidel venerando prete Tigri: gli arnesi di guerra che là vedete sono gli avanzi di quel Medio evo, che nel tempo dei tempi fu ricetto inespugnabile de' baroni di S. Marcello; e la cui memoria ha rinfrescata l'illustre guidajuolo della nostra montagna. Lassù moviamo il passo animosanmente: lassù ammireremo e mangeremo.» E tutti mossero animosamente i loro passi, gridando:Viva il Medio evo, Viva il Tigri!Quella orribile pettata[45]per altro parve loro molto faticosa, ed arrivaron lassù mezzi trafelati; ma non senza ammirare la òrrida bellezza del luogo, non senza una lieta compiacenza di aver superato in sì piccolo tempo una vetta sì ardua. Calmátosi lo stupore, si risentì l'appetito; e si cominciò a discorrere di mangiare. Si svaligiarono i muli: si distese la tovaglia su un bel prato, e tutti cominciarono a mangiare, dandoci dentro di santa ragione, e trincando come tanti Lanzi. Prima di alzarsi furono fatti brindisi, cantate canzoni simposíache, dette, come suol farsi, un mondo di barzellette: all'ultimo Pietro fece un brindisi al Tigri di questo tenore: «Beviamo alla salute dell'illustre e venerando abate Tigri, stupendo cantore delle castagne e dei necci, nel suo gran poemaLe Selve: duce e lucerna di queste montagne nella sua Guida e nella sua celeberrimaSelvaggia: scopritore novello del Medio evo, dove ora ci rallegriamo. Beviamo alla salute del gran letterato, onore di Pistoja e delle Cortine[46].» E qui si gridarono furiosiEvviva; si votarono parecchj bicchieri: poi tutti si alzarono, e passo passo ritornarono a Popíglio, dove passarono lanottata, per tornare a Pistoja la mattina appresso, come veramente fecero. Pietro aveva parlato con un suo amico della celia che voleva fare a quegli Alpinisti ignoranti, e indettátosi con esso per farla essere più solenne: di fatto, quando i rèduci dal Medio evo furono verso la porta al Borgo, si fece loro incontro una brigata di giovanotti, che gli accolsero a risate ed a fischj. Pietro, che era di balla, si fece avanti, ed a nome di tutti i compagni, rampognò acerbamente il villano procedere di quei giovani, verso persone benemerite della scienza alpinista. Allora uno di essi giovani, a nome di tutti rispose beffardamente: «Bellina quella scienza, che va a cercare il Medio evo sulla montagna! Asini che non siete altro!» Qui ci fu un gran battibecco[47]; gli Alpinisti citavano l'autorità del prete Tigri; quegli altri rispondevano parole di scherno; e si sarebbe certo venuti alle mani, se Pietro, chiamato da parte il capo di que' giovani schernitori, il quale era appunto l'amico con cui si era indettato, non si fossero trovati d'accordo a cessar per allora la lite, e rimettere la cosa al giudizio di persone competenti. Si prese dunque il partito di ritrovarsi il giorno di poi, quattro di ciascuna parte, alleStanze[48]: quivi si sceglierebbero di comune accordo i giúdici; e poi quel che dicesseroessi, si avesse per rato e per fermo. E così fu fatto. Scelti i giúdici, fu disteso il quesito nella forma seguente: prima si raccontò per filo e per segno come la cosa era andata, cominciando da quel passo dellaGuida della Montagna pistojese, della quale si mandava a' giúdici una copia, affinchè lo vedessero lì al luogo suo; e poi si domandava: «C'è ragione sufficiente da schernire gli Alpinisti, che sono andati al Medio evo, quando il più illustre letterato di Pistoja mette il Medio evo sulla Montagna pistojese?»La commissione giudicatrice, studiato e ristudiato il passo dellaGuida, ponderato, ventilato, stacciato e abburattato ogni cosa, rispose con questa sentenza: «Secondo le regole della sintassi, nel luogo della Guida, quello che è alto 822 metri sopra il livello del mare non può essere se non il Medio evo; e questa intelligenza è confermata dalle paroleavanzi di tali arnesi di guerra del Medio evo, come quelle che sembrano dire, quegli arnesi essere già stati le fortificazioni di un tal paese, e non di un tal tempo. Il lettore erudito per altro, il quale sa che il Medio evo non è se non un periodo di tempo, cerca a che cosa mai può essere riferibile quell'alto sopra il livello del mare; e vedendo in cima al periodo le vociquesto poggio, si accorge che lo scrittore, ignorante delle regole elementari di sintassi, non si è saputo fare intendere; ma che ha voluto proprio riferire alla voce poggio quell'alto sopra il livello. Manoi parliamo di lettori eruditi. Chi per altro non va tanto in là con la erudizione, e non intende se non ciò che suonano la parole, e ciò che la sintassi consente, intende necessariamente che il Medio evo è alto sopra il livello del mare, e che per conseguenza è un luogo, non un tempo: il perchè giudichiamo che i signori Alpinisti non sieno da schernire, se l'hanno inteso così, e, se mossi dalla grande autorità dell'illustre Tigri, hanno fatto la loro gita al Medio evo. Tutta quanta la colpa pertanto vuol recarsi alla ignoranza dell'illustre Tigri: se qualcuno merita riprensioni e beffe, è lui solo e non altri.»A tal sentenza le parti si acquietarono: si rifecero le paci; e la sera fecero tutti insieme una bella ribòtta, mangiando, bevendo e ridendo allegramente.NOVELLA XVIL DIAVOLO SCOLARO DE' GESUITI.Quanti fossero i giochetti, i gingilli, le arguzie, per via delle quali si infondeva la scienza ne' giovani scolari dai R. R. Padri Gesuiti, lo sanno tutti coloro che punto punto conoscono la storia della pede....—no, volevo dire della pedagogía italiana, e ne fanno tuttora testimonianza parecchie opere scolástiche composte da loro, tra le quali basti guardare ilMiles Rethoricusdel P. Forti. E non solo ne' libri di testo, ma anche negli esercizj giornalieri della scuola i maestri tenevano esercitato l'ingegno de' giovani in fanfaluche di ogni maniera, tra le quali una, che per dir vero non è al tutto sgarbata, mi darà materia a questa Novella.Quando nel Collegio Cicognini di Prato vi erano i Gesuiti, un maestro di rettòrica, del quale non so dirvi il nome, essendosi una mattina dimenticatodi preparare il tema per la composizione del giorno di poi, dettò a' suoi ragazzi il seguente raccontino: «C'era qui ne' contorni di Prato una famiglia composta di padre, madre e due figliuoli, l'uno di quattro o cinque anni, l'altro tuttora in fasce. Il padre aveva allevato un capretto, e lo teneva per casa: avvenne che una domenica mattina, andando egli e la moglie alla messa, lasciarono il bambino piccino in custodia all'altro fratello, il quale, scambio di badare al fratellíno, stava a ruzzare col capretto: il bambino che era nella culla, cominciò intanto a strillare e a smaniare; e quell'altro, dátogli ora l'un balocco ora l'altro, nè trovando il verso di racchetarlo, all'ultimo gli diede un coltello; ma egli tutto stizzito, come fanno spesso i bambini, glielo tirò contro, e colpì nella gola il capretto, che era appunto lì presso la culla: il capretto si inviperì, e dando delle forti cozzate nella culla, la sfondò, e venne a dare una cozzata sì spietata al bambino che lo ammazzò. L'altro fratello, spaventato, e temendo il furore del babbo, apre una finestra che riusciva sul pozzo, e vi salta dentro. Intanto eccoti la madre, la quale, veduto quello spettacolo, fece un laccio, e s'impiccò: il marito, tornato poco di poi, al vedere quella spaventevole strage, fu còlto da apoplessía e morì istantaneamente.»Il Padre Maestro, dettata questa storiellina, disse a' suoi giovani: «Su, ragazzi, a chi riesce di metter questa storiellina in meno versi latini,quello avrà il tal premio così e così.» Immaginatevi se que' ragazzi s'arrabattavano; ma nè i grattamenti di capo, nè il rodersi le ugne potevano fare che niuno la potesse mettere in meno di dieci versi. Uno di essi, il più studioso e il più vispo, si era messo in capo di farla in un solo distico; ma sì! aveva almanaccato per quattro o cinque ore, nè gli si apriva il più piccolo spiraglio; il perchè, preso dalla stizza, e pure impuntato di voler fare quel distico, gli scappò detto:Lo vo' fare quand'anche m'avessi a raccomandare di Diavolo. Il Diavolo, il quale come sapete è quelLeo rugiens, che circuit, quærens quem devoret, udite tali parole, gli comparve súbito in forma d'un bel giovinetto per non ispaventarlo, e gli disse: «Senti, Ignazino, il distico te lo detterò io; ma se tu mi prometti di ajutarmi in un mio disegno.»—«Bene, disse il giovane, èccomi qua: ma bada, me tu m'ha' a risparmiare.—Sta bene, disse il Diavolo; e gli dettò il seguente distico:Hircus cum puero, puer alter, sponsa, maritus,Cultello, lympha, fune, dolore cadunt.Dettato il distico, Berlic[49]disse a Ignazino che si ricordasse della promessa, e badasse bene di mantenerla, o lo porterebbe all'inferno in anima e in corpo. Ignazino giurò; e si lasciarono da buoniamici. Venuta l'ora della scuola, niuno degli scolari era riuscito a nulla di buono, e il nostro ragazzo, se ne stava in un cantuccio, gongolando fra sè. All'ultimo si alzò, e:Padre maestro, io l'ho fatto in un solo distico. Tutti si meravigliarono, mostrandosi desiderosi di udire tal distico, che appena letto, rimasero mezzi sbalorditi: e quel ragazzo ebbe il premio, e lodi sopra lodi dal maestro e da' superiori. Berlic si lasciò rivedere il giorno appresso, e trovato Ignazino tutto lieto e contento, gli disse: «Senti, Ignazino, per una mia bizzarria, vo' venire qui alle scuole de' Gesuiti; agévolami l'ammissione, che non te ne pentirai.» E il nostro ragazzo tanto fece, che Berlic fu accettato come scolare esterno nelle scuole de' Gesuiti, dopo uno splendido esame che egli sostenne. Ammesso ch'e' fu, seppe così insinuarsi nell'animo de' superiori, e seppe dar tali prove d'ingegno e di dottrina, che in pochi anni diventò ilfactotumdel Collegio, e si può dir che tutta la musica andasse alla sua battuta: nè c'è da demandare se egli se ne prevalesse per venire a' suoi fini: al qual effetto avendo già destinato di servirsi di Ignazino, che già era diventato Padre Ignázio, lui sempre ajutava in tutte le occorrenze, per forma che prese fama di uomo solennissimo, e ben presto ebbe i primi gradi dell'Ordine, e faceva alto e basso, massimamente nelle cose d'istruzione, la quale egli ordinava e governava secondo il consiglio del fido Berlic. Questo diavolo accorto non lasciava scoprire a P. Ignázio il suo fineperverso; e tanto sapeva aggirarlo e offuscargli la mente, che non conosceva il veleno nascosto negli ordinamenti e nelle dottrine, cui egli faceva insegnar per le scuole. Il giuoco durò per un pezzo: durò tanto che il seme gettato dal diavolo fruttò largamente per le scuole de' Gesuiti; e P. Ignázio morì disperato, accortosi troppo tardi del male fatto alla civiltà per suggestione diabòlica.Berlic poi, il quale è il diavolo delegato alle cose della Istruzione, si dice che cerchi di far sua arte da capo, ma per altro verso, qua in Italia; e però stia attento il Ministro, e badi di non fare come P. Ignázio.NOVELLA XVI.L'IPÒCRITA CÓLTO AL LACCIO.Cominciando da Gesù Cristo, e venendo giù giù noverando i grandi uomini di 19 secoli, tutti hanno predicato che gli ipòcriti sono la peggior canaglia che viva sotto la cappa del sole: e sono da reputare benefattori dell'uman genere coloro che gli scherniscono, o qualche volta riescono a strappar loro la maschera, scoprendo la loro furfanteria. Essi quanto sono tristi tanto sono furbi: pure anche delle volpi se ne piglia, e qualche ipòcrita rimane anch'esso còlto al laccio; come accadde ad uno di sì fatti ciaccherini[50], del quale voglio adesso raccontarvi.Carlo Medici, orefice fiorentino, del quale fui amico nella mia gioventù, fu uno de' più arguti begliumori che io abbia mal conosciuto, e fu parimenteardentissimo nemico degli ipòcriti, de' bacchettoni, de' Sanfirenzini[51]e simili lordure. Oltre la bottega che aveva sul Ponte[52], ne aveva un'altra in Piazza di Santo Spirito, non ricca di giojelli e di pietre preziose, ma abbondante di lavori d'oro, come quella che forniva tutti i benestanti del prossimo contado. Una mattina il caro Medici va da sè ad aprir la bottega, e trova fatto repulisti di tutto il miglioramento[53]. È facile l'immaginare come rimanesse quel pover'uomo, il quale, non dico che fosse un uomo povero; ma di certo non aveva nulla da buttar via, e quel grosso furto era un vero spianto per lui. Come per altro era uomo accorto, non ne fece grande scalpore: ma fatta la sua denunzia, riportò altra roba in bottega, e tirò innanzi come se nulla fosse stato; sempre però mulinando e almanaccando per veder di scoprire il ladro. Passò molto tempo, e nè egli nè la polizia avevano potuto aver sentore di nulla; e quasi non vi pensava più; quando una mattina, alzátosi, come era sua consuetudine, innanzi giorno, esce di casa col suo sigaro in bocca, e cápita là verso Santo Spirito. La chiesa non era ancora aperta, nè per la piazzac'era anima viva; quando a un tratto vide scantonare un uomo imbacuccato, che gli parve andare sospettosamente guardingo. Gli balenò un pensiero nella mente, e si pose ad osservare ogni mossa di quello sconosciuto; il quale, come si accorse di essere appostato, andò diritto diritto verso la chiesa; salì la scalinata; si inginocchiò dinanzi alla porta maggiore, e lì segni di croce e baci in terra, che neanche un Sant'Ilarione. Il Medici, veduta questa gran divozione, disse fra sè:Tu se' tu; e come san Pietro,sequebatur eum a longe, nè più lo perse d'occhio. La chiesa si apre: il divoto entrò dentro, ed entrò anche il Medici, che andava in èstasi vedendo con quanta devozione quell'animína di messer Domineddio strizzava limoni[54], e faceva ardentissime stralunature d'occhj: e quando fu giorno chiaro, conobbe essere un certo vecchietto del vicinato, che presso tutti passava per un santarello; ma che non era mai stato nel suo calendário. Ciò lo confermò nel primo sospetto; anzi il sospetto prese nella sua mente tal forma di certezza, che non dubitò di andare alla polizia a dare degli indizj contro costui circa alfurto fattogli; e la polizía, che in altra occasione aveva avuto qualche barlume di questo birbone, non esitò un momento, e senza metter tempo in mezzo, fece le sue indagini: e la mattina di poi mandò i suoi agenti a casa di lui con ordine di farvi una minuta perquisizione. Il povero Santo, che tutt'altro si aspettava, rimase più morto che vivo; ma seppe dissimulare: «Padroni; vengano pure: témono forse ch'io sia un cospiratore?»—«Eh! qualcosellina di peggio: ma saranno calunnie.»—«Il Signore vuol darmi questa mortificazione, ed io chino il capo. Sia laudato il suo santo nome. Egli fa tutto a buon fine; e forse permette ciò per far maggiormente brillare la mia innocenza, e confondere i calunniatori.» Aveva finito appena queste parole, che gli agenti scòrsero un usciolíno a muro: «E di qui dove si va?»—«In una dispensína, dove tengo poca roba per uso della parca mensa.»—«Apra.»—Il Santo va per la chiave, e apre; e l'occhio grifagno del capo birro, si accorse che la mano gli tremava, e che lo sgomento gli si dipingeva sulla faccia. Entrano: fiaschi, bottiglie, frutte in aceto, prosciutti, salami, e non altro: solo in quella stanzuccia mezza buja c'era un órcio assai grosso, chiuso a lucchetto.—«O quest'órcio?»—«È quel po' d'olio per la famiglia.»—«Apra.»—«Ma... non ho la chiave...»—«Apra, o lo mando in pezzi.»—Allora il nostr'uomo, vedutosi al perso, si gettò in ginocchioni dinanzi al caporale piangendo come una vite tagliata, e raccomandandosi che lo salvassedal disonore: poi, accostatosegli all'orecchio: «Per lei ci saranno mille lire prima che esca di casa mia.» Questo tentativo di corruzione fece venir la mosca sul naso al caporale, che diede al vecchio un bravo ceffone, intimandogli che aprisse. L'orcio era tutto pieno d'involti, scátole, astucci, borse, ogni cosa contenente gioje, oreríe, monete, medaglie; un vero tesoro: e giù in fondo una cassetta, dove erano parecchie chiavi di varj ingegni e grossezze, grimaldelli, leve, e altri arnesi ladreschi. Ogni cosa fu sequestrato e sigillato: il sant'uomo fu messo in gattabuja; nè si penò molto a scoprire che egli, non solo aveva scassato la bottega del Medici, ma che altri infiniti furti aveva fatto, non mai potuti scoprire; e per i quali erano state condannate altre persone. Il processo era già a termine, e presto doveva trattarsi la causa alla pubblica udienza; ma una mattina, entrata la guardia nella prigione, trovò il Santo penzolone dalla trave del palco. Aveva fatto strisce di un lenzuolo, ed appiccatosi per fuggire la vergogna e la pena durissima.Lettore, impara da questa novella a non ti fidare di coloro che ostèntano devozione, moralità, ed ogni catonesca virtù: e ricordati sempre del Medici, orefice fiorentino, il quale appunto da simili ostentazioni prese certezza a denunziare per ladro uno reputato santo da tutti.
NOVELLA VI.UNA SCOMMESSA.In un cròcchio di giovani tutti studiosi, ma tutti svegli, nemici dell'ipse dixite di ogni pedantería, ne cápita spesso uno, studioso anch'esso e sveglio, ma cruscajuolo[33], e un poco pedante, il quale benchè sia il rovescio degli altri, pure vi è ricevuto volentieri, come colui che in fin de' conti è un buon diavolaccio, e serve dimolto spasso per le ingegnose difese ch'e' sa trovare a tutti i più sbardellati spropòsiti delVocabolario novello, le quali, non che le sieno valutate nulla rispetto alla critica, ma sono mirabili per i sottili partiti che il nostro Gabriello (chiamiamolo così) riesce a trovare. Era un gran pezzo che que' giovanotti studiavano di farlo rimanere senza difesa, nè mai era loro riuscito; quando una sera entra tutto ridente il più arguto di loro, e vòltosi di punto in bianco all'amico: «Quanto vuoi scommettere che ti costringo a confessare che la tua Crusca ha errato?»«Chi? tu? Scommetto quel che vuoi.—Una cena da pagarsi a tutti.—Vada.—» Allora lo sfidatore va, e prende ilGlossario: sfoglia, sfoglia, e si ferma sopra il verboAffatare, dove si vede il lettore rimandato adAffaitare. Va ad Affaitare, e legge: «Affaitare, Afaitare, Affetare e Affatare, Att.Adornare, Acconciare, Abbellire:ant. franc.Affaiter;provenz.Afaitar; derivati dal lat.Affectare.«§ 1. E per Affettare, Modificare, Impressionare.Rim. Ant. F. Ser. Noff. Oltr.I. 161. S'io non mi sfogo... In dire e dimostrare, Come giojoso amor m'affata e tene.»—Letto questo paragrafo, si voltò all'amico, e: «Qui giace Nocco[34], esclamò: la tuaCrusca pone falsamente l'affatareper forma varia diaffaitare; ed è una delle tante sue corbelleríe il voler far dire a quel rimatore, che amor loaffetta, lomodifica, l'impressiona, cosa da fare smascellare dalle risa Eráclito—«Adagio, replicò Gabriello: questoaffatareè una delle tante contrazioni che facevano gli antichissimi; e, prese le opere del Nannucci, fece un lago di quella erudizione Nannuccesca tanto garbata, e lacerò per un pezzo le orecchie di quegli amici con un diluvio di parolacce da fare spiritare i cani. Circa al significato poi dimostrò come quattro e quattro fanno otto, che l'amoreaffettava,modificava,impressionava, etenevail buon rimatore; e gli amici facevano le più grasse risate. Quando ebbe detta e ridetto: «O sentiamo ora, esclamò, che cosa significherebbe, secondo il mio avversario, quell'Affatare.» E l'avversario rispose:«Ci vuol poco:Affatarelì è lo stesso che Fatare, Ammaliare...» Gabriello gli troncò le parole in bocca, e si mise a beffarlo, come se avesse detto il più spropositato spropòsito di questo mondo, provando e facendo toccar con mano, che lì non poteva aver luogo l'ammaliare; e che la Crusca spiegava bene, e da pari sua: e mentre Gabriello si sbracciava a provare il suo assunto, e la infallibilità della sua Crusca, Pietro, che era il suo oppositore, zitto zitto accostossi allo scaffale, e preso il primo volume del Vocabolario novello, ritorna al tavolino, e se lo pianta sottole gómita, aspettando il fine dell'apologia gabriellesca. Chetátosi Gabriello:«Amico, ci siamo» saltò su Pietro: «dunque tu dici che la Crusca registra beneAffatareperAffaitare, fondandosi su quell'esempio di Noffo.—Lo dico e lo mantengo.—Tu dici cheAffataresignifica, in quell'esempio, ciò che insegna la Crusca, cioè Affettare, Modificare, Impressionare.—Lo dico, e lo mantengo.—E tu neghi che in quell'esempio di Noffo, possa valere Incantare, Ammaliare.—Sicuro che lo nego; e rido di chi vuol sostenere questa minchioneria.—Dunque tu ridi della tua Crusca, e paga la scommessa. Leggi qui.»—E aperto il volume primo delVocabolario novello, gli pone sotto gli occhj il temaAffatare, che si spiega Render fatato; e nel § I. legge scolpitamente: «E per Incantare, Ammaliare.—Rim. Ant. F. Noff. Oltr.I, 161: In un giojoso stato mi ritrovo. Che 'n nulla guisa prende il mio cor posa, S'io non mi sfogo, alquanto in mio parlare. In dire e dimostrare, Come giojoso amor m'affata e tene.»Qui tutti que' giovanotti diedero in un grande scròscio di risa; e il povero Gabriello, vedendosi burlato con la sua Crusca, la quale il medesimo esempio registra nelGlossarioin un significato, e nelVocabolariolo registra in significato tutto diverso, gli pareva di sognare[35]: lesse e rilesse, orailGlossario, ora ilVocabolario, e non credeva a' suoi occhj; pure, vedendo che pur troppo la cosa era proprio in quel modo, prese il partito di volgerla in burla, affermando che egli aveva fino allora difeso ogni spropòsito più manifesto della Crusca, per emulare quell'antico filosofo, il quale si mise a provare che la neve era nera; ma che tanto grossa non se la sarebbe mai aspettata nemmeno dalla Crusca. Pagò bravamente la sua cena, che fu gustosissima e allegrissima; e d'allora in qua non ha più voluto saper nulla di Crusca nè cotta nè cruda[36].
UNA SCOMMESSA.
In un cròcchio di giovani tutti studiosi, ma tutti svegli, nemici dell'ipse dixite di ogni pedantería, ne cápita spesso uno, studioso anch'esso e sveglio, ma cruscajuolo[33], e un poco pedante, il quale benchè sia il rovescio degli altri, pure vi è ricevuto volentieri, come colui che in fin de' conti è un buon diavolaccio, e serve dimolto spasso per le ingegnose difese ch'e' sa trovare a tutti i più sbardellati spropòsiti delVocabolario novello, le quali, non che le sieno valutate nulla rispetto alla critica, ma sono mirabili per i sottili partiti che il nostro Gabriello (chiamiamolo così) riesce a trovare. Era un gran pezzo che que' giovanotti studiavano di farlo rimanere senza difesa, nè mai era loro riuscito; quando una sera entra tutto ridente il più arguto di loro, e vòltosi di punto in bianco all'amico: «Quanto vuoi scommettere che ti costringo a confessare che la tua Crusca ha errato?»
«Chi? tu? Scommetto quel che vuoi.—Una cena da pagarsi a tutti.—Vada.—» Allora lo sfidatore va, e prende ilGlossario: sfoglia, sfoglia, e si ferma sopra il verboAffatare, dove si vede il lettore rimandato adAffaitare. Va ad Affaitare, e legge: «Affaitare, Afaitare, Affetare e Affatare, Att.Adornare, Acconciare, Abbellire:ant. franc.Affaiter;provenz.Afaitar; derivati dal lat.Affectare.
«§ 1. E per Affettare, Modificare, Impressionare.Rim. Ant. F. Ser. Noff. Oltr.I. 161. S'io non mi sfogo... In dire e dimostrare, Come giojoso amor m'affata e tene.»—Letto questo paragrafo, si voltò all'amico, e: «Qui giace Nocco[34], esclamò: la tuaCrusca pone falsamente l'affatareper forma varia diaffaitare; ed è una delle tante sue corbelleríe il voler far dire a quel rimatore, che amor loaffetta, lomodifica, l'impressiona, cosa da fare smascellare dalle risa Eráclito—«Adagio, replicò Gabriello: questoaffatareè una delle tante contrazioni che facevano gli antichissimi; e, prese le opere del Nannucci, fece un lago di quella erudizione Nannuccesca tanto garbata, e lacerò per un pezzo le orecchie di quegli amici con un diluvio di parolacce da fare spiritare i cani. Circa al significato poi dimostrò come quattro e quattro fanno otto, che l'amoreaffettava,modificava,impressionava, etenevail buon rimatore; e gli amici facevano le più grasse risate. Quando ebbe detta e ridetto: «O sentiamo ora, esclamò, che cosa significherebbe, secondo il mio avversario, quell'Affatare.» E l'avversario rispose:
«Ci vuol poco:Affatarelì è lo stesso che Fatare, Ammaliare...» Gabriello gli troncò le parole in bocca, e si mise a beffarlo, come se avesse detto il più spropositato spropòsito di questo mondo, provando e facendo toccar con mano, che lì non poteva aver luogo l'ammaliare; e che la Crusca spiegava bene, e da pari sua: e mentre Gabriello si sbracciava a provare il suo assunto, e la infallibilità della sua Crusca, Pietro, che era il suo oppositore, zitto zitto accostossi allo scaffale, e preso il primo volume del Vocabolario novello, ritorna al tavolino, e se lo pianta sottole gómita, aspettando il fine dell'apologia gabriellesca. Chetátosi Gabriello:
«Amico, ci siamo» saltò su Pietro: «dunque tu dici che la Crusca registra beneAffatareperAffaitare, fondandosi su quell'esempio di Noffo.—Lo dico e lo mantengo.—Tu dici cheAffataresignifica, in quell'esempio, ciò che insegna la Crusca, cioè Affettare, Modificare, Impressionare.—Lo dico, e lo mantengo.—E tu neghi che in quell'esempio di Noffo, possa valere Incantare, Ammaliare.—Sicuro che lo nego; e rido di chi vuol sostenere questa minchioneria.—Dunque tu ridi della tua Crusca, e paga la scommessa. Leggi qui.»—E aperto il volume primo delVocabolario novello, gli pone sotto gli occhj il temaAffatare, che si spiega Render fatato; e nel § I. legge scolpitamente: «E per Incantare, Ammaliare.—Rim. Ant. F. Noff. Oltr.I, 161: In un giojoso stato mi ritrovo. Che 'n nulla guisa prende il mio cor posa, S'io non mi sfogo, alquanto in mio parlare. In dire e dimostrare, Come giojoso amor m'affata e tene.»
Qui tutti que' giovanotti diedero in un grande scròscio di risa; e il povero Gabriello, vedendosi burlato con la sua Crusca, la quale il medesimo esempio registra nelGlossarioin un significato, e nelVocabolariolo registra in significato tutto diverso, gli pareva di sognare[35]: lesse e rilesse, orailGlossario, ora ilVocabolario, e non credeva a' suoi occhj; pure, vedendo che pur troppo la cosa era proprio in quel modo, prese il partito di volgerla in burla, affermando che egli aveva fino allora difeso ogni spropòsito più manifesto della Crusca, per emulare quell'antico filosofo, il quale si mise a provare che la neve era nera; ma che tanto grossa non se la sarebbe mai aspettata nemmeno dalla Crusca. Pagò bravamente la sua cena, che fu gustosissima e allegrissima; e d'allora in qua non ha più voluto saper nulla di Crusca nè cotta nè cruda[36].
NOVELLA VII.IL GENIO D'ITALIA COL CAPO DI CAVALLO.In quest'anno di grazia 1878, non dirò in qual città, ma per gli esami di licenza liceale avvenne un caso grazioso e nuovo, se mai ne fu. Tra' molti giovani, che erano andati là a farsilicenziare, ce n'era uno, che i suoi compagni lo chiamavano per soprannomePepe, come colui che quanto era di ingegno vivacissimo, tanto era arguto e pungente motteggiatore. Egli aveva sempre in ciascun esame ottenuto tutti i punti, e passava per uno de' migliori giovani delle classi liceali della sua provincia; ma dove negli esami precedenti si era portato sempre con gravità, non si sa come gli venisse in capo di fare allora una delle sue scappatelle. Gli avevano ferito la fantasia quelli scritti del mioBorghini, dove si squadernano i garbati errori dialcune opere del prete Tigri; e soprattutto gli era sembrato incredibile quello dell'aver dato per istampa come ritratto di Beatrice, quei versi co' quali Dante descrive un angelo; e non ebbe bene, finchè non potè trovare e leggere co' proprj occhj quello che per avventura avea reputato una spiritosa invenzione del periòdico nostro. Quando per altro ebbe toccato con mano che, non solo era vero lo strano errore, ma che per di più, cosa non osservata dalBorghini, il Tigri racconcia per conto suo i versi di Dante, perchè dove questi dice:Par tremolando mattutina stella,egli rifa con tanto garbo il verso così:Appar lucente mattutina stella;allora e' si pose a leggere tutto lo scartabello Tigresco; e ne prese piacevol diletto.—O come c'entra lo scritto del Tigri con l'esame di licenza?—C'entra sì, dice Tommaso Scarafaggio nelloScaramucciadel Donizzetti. State a sentire. Dunque, per tornare al nostro Pepe, se negli altri esami si era fatto onore, in questo passò di lunga mano tutti gli altri; nè gli sarebbe mancata súbito la più splendida dimostrazione di plàuso, se, come ho detto più su, non gli fosse venuto il ghiribizzo di farne una delle sue. Il tema della composizione italiana era:Le sciente e le arti in Italia nel secolo presente.Pepe si mette a lavorare di tutta forza: a un tratto, mentre pensava al come significare una sua idea, fu vedutoridere, e scuotere il capo due o tre volte; poi rimettersi a scrivere col riso sulle labbra. Finita la composizione, la mandò al suo destino; e come gli esaminatori si aspettavano da lui maraviglie così la lessero con ogni attenzione, e ogni tanto la lettura si interrompeva per approvare, e notare le rare qualità dell'ingegno del giovane. Main cauda venenum: egli chiudeva il suo scritto con un'apòstrofe alGenio d'Italia(e questo luogo comune fritto e rifritto non potè non dare fieramente nel naso a que' professori), dove egli affermava che degnamente si rappresenta esso Genio col capo di cavallo, per simboleggiare anche il valore guerriero. A questa strana uscita, si scandalizzarono tutti quanti; e parve ai più, che sotto quelle parole si volesse schernire un cotale, che nelle cose della Istruzione fa alto e basso: il perchè proposero di non dargli il voto, non facendolo passare all'esame: ma poi fu vinto che si lasciasse in ponte la cosa, per accertarsi qual cagione o ragione potesse avere si fatta stranezza. Laonde, chiamato poco appresso il giovane, gli domandarono come mai egli avesse detto quella castroneria del Genio d'Italia col capo di cavallo; alche egli gravemente rispose: «Signori, io rimango proprio maravigliato di sentir battezzare questa cosa col nome castroneria, quando l'ho tolta di peso da una scrittura d'un letterato illustre e venerando, il quale è stato fino adesso Ispettore scolastico, ed è, stupiscano signori, ed è Uffiziale dellaCorona d'Italiaper i suoi meriti letterarj, e peravere lodevolmente esercitato il suo ufficio.» I professori dissero che ciò non era possibile: e il caro Pepe, cavatosi di tasca un foglio color di rosa, stampato da tutte e quattro le parti: «Guardino, signori;charta cantat.» E di fatto alla terza pagina di quel foglio, dove si descrive un lavoro d'arte, si legge: «E lodare (vorrei) la naturale postura del Genio d'Italia appoggiato in atto doglioso al suo scudo, che con l'equino capo appare símbolo del valore guerriero.» Rimasero a bocca aperta que' professori; e stati un poco sopra di sè, uno disse: «Ma qui non è obbligo intendere che il capo equino lo abbia il Genio....»—«O chi l'ha?—interruppe il giovane.—Qui abbiamo un Genio, e uno Scudo; e d'uno dei due questo capo gli ha a essere: il Genio ha figura umana, E il capo sta bene che l'abbia lui; ed anche secondo le regole della sintassi non può riferirsi se non a lui: se no, mi dicano lor signori, se s'ha a intendere che il capo di cavallo lo abbia lo scudo; ma sarà peggio il rimedio che il male.» Gli esaminatori rivoltarono il periodo per ogni verso, e non seppero risolversi a chi dare quelcapo equino; e poi, vòlti al giovane: «Questo dev'essere uno de' suoi garbati motteggi: ora la dica un po' quiinter nosdove vuol ella andar a ferire?» E Pepe ridendo: «Che vogliono, signori miei, quando si vede, che a coloro i quali dicono tanti e mai tanti spropòsiti, come questo Tigri, il quale, in uno scritto di due pagine, lì proprio di séguito allo sformato errore dantesco, e' ci mette questo delcapo equíno, chenon si sa di chi sia; quando si vede che a' così fatti si danno gelosi ufficj nelle cose della Istruzione, e si danno altresì delle onorificenze; e si vedono dall'altra parte trascurati tanti e tanti, che davvero sanno il conto loro; a che noi altri giovani ci dobbiamo travagliare dietro agli studj, e sudare per farsi da qualcosa? È meglio copiar gli spropòsiti di quei fortunati, per vedere se anche a noi fruttano ciò che fruttarono a loro.» I professori non poterono non riconoscere più che giuste le parole del giovane studente; e confortatolo a mantenersi, quale è, amante dello studio, gli fecero sperare che tali abusi dovevano necessariamente cessare: poi, non solo gli dettero pieno plàuso; ma gli diedero quelle maggiori attestazioni che si possono dare in simili casi; e Pepe tornò in famiglia contento come una Pasqua.Rimane però sempre da sciogliere il dubbio a chi, se al Genio d'Italia, o allo Scudo appartenga quelcapo equinodell'illustre Tigri; ed a sciogliere tal dubbio secondo le regole della sintassi e della logica, potranno provarsi i lettori del presente racconto, che è in ogni sua parte verissimo.
IL GENIO D'ITALIA COL CAPO DI CAVALLO.
In quest'anno di grazia 1878, non dirò in qual città, ma per gli esami di licenza liceale avvenne un caso grazioso e nuovo, se mai ne fu. Tra' molti giovani, che erano andati là a farsilicenziare, ce n'era uno, che i suoi compagni lo chiamavano per soprannomePepe, come colui che quanto era di ingegno vivacissimo, tanto era arguto e pungente motteggiatore. Egli aveva sempre in ciascun esame ottenuto tutti i punti, e passava per uno de' migliori giovani delle classi liceali della sua provincia; ma dove negli esami precedenti si era portato sempre con gravità, non si sa come gli venisse in capo di fare allora una delle sue scappatelle. Gli avevano ferito la fantasia quelli scritti del mioBorghini, dove si squadernano i garbati errori dialcune opere del prete Tigri; e soprattutto gli era sembrato incredibile quello dell'aver dato per istampa come ritratto di Beatrice, quei versi co' quali Dante descrive un angelo; e non ebbe bene, finchè non potè trovare e leggere co' proprj occhj quello che per avventura avea reputato una spiritosa invenzione del periòdico nostro. Quando per altro ebbe toccato con mano che, non solo era vero lo strano errore, ma che per di più, cosa non osservata dalBorghini, il Tigri racconcia per conto suo i versi di Dante, perchè dove questi dice:
Par tremolando mattutina stella,
egli rifa con tanto garbo il verso così:
Appar lucente mattutina stella;
allora e' si pose a leggere tutto lo scartabello Tigresco; e ne prese piacevol diletto.—O come c'entra lo scritto del Tigri con l'esame di licenza?—C'entra sì, dice Tommaso Scarafaggio nelloScaramucciadel Donizzetti. State a sentire. Dunque, per tornare al nostro Pepe, se negli altri esami si era fatto onore, in questo passò di lunga mano tutti gli altri; nè gli sarebbe mancata súbito la più splendida dimostrazione di plàuso, se, come ho detto più su, non gli fosse venuto il ghiribizzo di farne una delle sue. Il tema della composizione italiana era:Le sciente e le arti in Italia nel secolo presente.Pepe si mette a lavorare di tutta forza: a un tratto, mentre pensava al come significare una sua idea, fu vedutoridere, e scuotere il capo due o tre volte; poi rimettersi a scrivere col riso sulle labbra. Finita la composizione, la mandò al suo destino; e come gli esaminatori si aspettavano da lui maraviglie così la lessero con ogni attenzione, e ogni tanto la lettura si interrompeva per approvare, e notare le rare qualità dell'ingegno del giovane. Main cauda venenum: egli chiudeva il suo scritto con un'apòstrofe alGenio d'Italia(e questo luogo comune fritto e rifritto non potè non dare fieramente nel naso a que' professori), dove egli affermava che degnamente si rappresenta esso Genio col capo di cavallo, per simboleggiare anche il valore guerriero. A questa strana uscita, si scandalizzarono tutti quanti; e parve ai più, che sotto quelle parole si volesse schernire un cotale, che nelle cose della Istruzione fa alto e basso: il perchè proposero di non dargli il voto, non facendolo passare all'esame: ma poi fu vinto che si lasciasse in ponte la cosa, per accertarsi qual cagione o ragione potesse avere si fatta stranezza. Laonde, chiamato poco appresso il giovane, gli domandarono come mai egli avesse detto quella castroneria del Genio d'Italia col capo di cavallo; alche egli gravemente rispose: «Signori, io rimango proprio maravigliato di sentir battezzare questa cosa col nome castroneria, quando l'ho tolta di peso da una scrittura d'un letterato illustre e venerando, il quale è stato fino adesso Ispettore scolastico, ed è, stupiscano signori, ed è Uffiziale dellaCorona d'Italiaper i suoi meriti letterarj, e peravere lodevolmente esercitato il suo ufficio.» I professori dissero che ciò non era possibile: e il caro Pepe, cavatosi di tasca un foglio color di rosa, stampato da tutte e quattro le parti: «Guardino, signori;charta cantat.» E di fatto alla terza pagina di quel foglio, dove si descrive un lavoro d'arte, si legge: «E lodare (vorrei) la naturale postura del Genio d'Italia appoggiato in atto doglioso al suo scudo, che con l'equino capo appare símbolo del valore guerriero.» Rimasero a bocca aperta que' professori; e stati un poco sopra di sè, uno disse: «Ma qui non è obbligo intendere che il capo equino lo abbia il Genio....»—«O chi l'ha?—interruppe il giovane.—Qui abbiamo un Genio, e uno Scudo; e d'uno dei due questo capo gli ha a essere: il Genio ha figura umana, E il capo sta bene che l'abbia lui; ed anche secondo le regole della sintassi non può riferirsi se non a lui: se no, mi dicano lor signori, se s'ha a intendere che il capo di cavallo lo abbia lo scudo; ma sarà peggio il rimedio che il male.» Gli esaminatori rivoltarono il periodo per ogni verso, e non seppero risolversi a chi dare quelcapo equino; e poi, vòlti al giovane: «Questo dev'essere uno de' suoi garbati motteggi: ora la dica un po' quiinter nosdove vuol ella andar a ferire?» E Pepe ridendo: «Che vogliono, signori miei, quando si vede, che a coloro i quali dicono tanti e mai tanti spropòsiti, come questo Tigri, il quale, in uno scritto di due pagine, lì proprio di séguito allo sformato errore dantesco, e' ci mette questo delcapo equíno, chenon si sa di chi sia; quando si vede che a' così fatti si danno gelosi ufficj nelle cose della Istruzione, e si danno altresì delle onorificenze; e si vedono dall'altra parte trascurati tanti e tanti, che davvero sanno il conto loro; a che noi altri giovani ci dobbiamo travagliare dietro agli studj, e sudare per farsi da qualcosa? È meglio copiar gli spropòsiti di quei fortunati, per vedere se anche a noi fruttano ciò che fruttarono a loro.» I professori non poterono non riconoscere più che giuste le parole del giovane studente; e confortatolo a mantenersi, quale è, amante dello studio, gli fecero sperare che tali abusi dovevano necessariamente cessare: poi, non solo gli dettero pieno plàuso; ma gli diedero quelle maggiori attestazioni che si possono dare in simili casi; e Pepe tornò in famiglia contento come una Pasqua.
Rimane però sempre da sciogliere il dubbio a chi, se al Genio d'Italia, o allo Scudo appartenga quelcapo equinodell'illustre Tigri; ed a sciogliere tal dubbio secondo le regole della sintassi e della logica, potranno provarsi i lettori del presente racconto, che è in ogni sua parte verissimo.
NOVELLA VIII.SERO SAPIUNT PHRYGES.E' ci fu, a' tempi del re Pipino, un certo villanzone chiamato Libáno, il quale aveva la smania di tenere il più bel par di buoi che si potessero vedere in tutti que' contorni, e gli soggiornava[37], e gli lisciava, che neanche fossero stati figliuoli. Alla mangiatoia gli teneva legati lentamente con piccola cordicella; e nell'estate, perchè non affogassero dal caldo, andato via il sole, lasciava spesso l'uscio aperto: «Tanto, dove hanno a stare meglio di qui? Non son minchioni a scappare!» Ma i cari buoi, i quali hanno di molto cervello e poco giudizio, che è e che non è, si diedero l'intesa[38];e un giorno che Libáno, secondo il solito, ebbe aperto l'uscio della stalla, non curando tanta pasciona e tante carezze, l'uno dette a leva col corno al cappio della corda dell'altro, e cheti cheti se la batterono, mentre il padrone era nel campo a far erba, e l'Artemona sua donna preparava quella po' di minestra[39]. Intanto eccoti Libáno col fastello, e súbito corre alla stalla per dare quell'erba fresca fresca a' suoi buoi. «Artemona, Artemona, o i bovi dove sono?» E l'Artemona corre tutta sottosopra. E i bovi? O non ci sono?» Il povero Libáno era più morto che vivo: «Ah ingrati! Che vi potevo far di più? Credete di trovare una miglior mangiatoia? (allora a' ladri non ci si pensava nemmeno). Artemona, serra bene la stalla» L'Artemona, benchè dolente anch'essa, non potè tenersi che non facesse bocca da ridere alla tarda cautela di Libáno; e scotendo il capo chiuse la stalla. Il pover'uomo girò e rigirò per tutti que' contorni; ma i bovi non furono più trovati. Fino a quel tempo, volendo significare una cautela o rimedio preso tardi, od invano, si usavano i proverbiSero sapiunt Phryges, oCumani(troppo tardi metton giudizio i Frigi); ePost rem devoratam ratio(consumata la roba, fa i conti); ma dopo il fatto di questo Libáno si cominciò a direChiuder la stalla quando sono scappati i buoi, ed è rimasto nell'uso comune del popolo.
SERO SAPIUNT PHRYGES.
E' ci fu, a' tempi del re Pipino, un certo villanzone chiamato Libáno, il quale aveva la smania di tenere il più bel par di buoi che si potessero vedere in tutti que' contorni, e gli soggiornava[37], e gli lisciava, che neanche fossero stati figliuoli. Alla mangiatoia gli teneva legati lentamente con piccola cordicella; e nell'estate, perchè non affogassero dal caldo, andato via il sole, lasciava spesso l'uscio aperto: «Tanto, dove hanno a stare meglio di qui? Non son minchioni a scappare!» Ma i cari buoi, i quali hanno di molto cervello e poco giudizio, che è e che non è, si diedero l'intesa[38];e un giorno che Libáno, secondo il solito, ebbe aperto l'uscio della stalla, non curando tanta pasciona e tante carezze, l'uno dette a leva col corno al cappio della corda dell'altro, e cheti cheti se la batterono, mentre il padrone era nel campo a far erba, e l'Artemona sua donna preparava quella po' di minestra[39]. Intanto eccoti Libáno col fastello, e súbito corre alla stalla per dare quell'erba fresca fresca a' suoi buoi. «Artemona, Artemona, o i bovi dove sono?» E l'Artemona corre tutta sottosopra. E i bovi? O non ci sono?» Il povero Libáno era più morto che vivo: «Ah ingrati! Che vi potevo far di più? Credete di trovare una miglior mangiatoia? (allora a' ladri non ci si pensava nemmeno). Artemona, serra bene la stalla» L'Artemona, benchè dolente anch'essa, non potè tenersi che non facesse bocca da ridere alla tarda cautela di Libáno; e scotendo il capo chiuse la stalla. Il pover'uomo girò e rigirò per tutti que' contorni; ma i bovi non furono più trovati. Fino a quel tempo, volendo significare una cautela o rimedio preso tardi, od invano, si usavano i proverbiSero sapiunt Phryges, oCumani(troppo tardi metton giudizio i Frigi); ePost rem devoratam ratio(consumata la roba, fa i conti); ma dopo il fatto di questo Libáno si cominciò a direChiuder la stalla quando sono scappati i buoi, ed è rimasto nell'uso comune del popolo.
NOVELLA IX.IL MIO CIUCO È ANDATO SEMPRE DI QUI.Un merciajo ambulante soleva andare ogni due mesi in paese di montagna con la sua merce, che egli caricava sopra un ciuchetto; e come quelle massaje lo attendevano, così egli la vendeva tutta, e ritornava in giù con un buon grúzzolo di quattrini. Le strade, per le quali bisognava passare, sarebbero state, per dirla con Dante, alle capre duro varco; ma quel buon ciuco, ci aveva fatto i piedi, e vi passeggiava speditamente. Avvenne che, dolendosi tutti quei paesani di strada sì scellerata, il comune si indusse a farne un'altra molto più còmoda, e la strada antica fu per conseguenza abbandonata da tutti. Ma il caro merciajo, no signore, non volle abbandonarla, e sempre passava di su quel trabiccolajo[40]; della qualcosa facendo le sue massaje gran meraviglia, rispondeva: «Oh, sapete com'è? il mio ciuco è andato sempre di lì, e di lì vo' andare.» Da quel tempo in qua si ápplica tal motto a coloro i quali o non si vogliono indurre ad accettare veruna varietà, o sono stoltamente tenaci di ciò che hanno sentito dire ai loro maestri, anche se que' detti sono castronerie[41]manifeste. E non tutti i così fatti sono gente volgare, tanta è la forza del pregiudizio, e forse anche la smania di rendersi singolare, o la picca, o qual'altra passioncella si voglia. Il Rossini non volle mai viaggiare per le strade ferrate! E alcuni adesso si ostinano a credere autèntica la cronaca di Dino Compagni, perchè il Giordani la lodò, e la sentivano lodare alle scuole!!Tal proverbio, che ha riscontro nel proverbio latinoClaudi more tenere pilam(reggersi a' pilastri come lo zoppo), è spiegato dal Manuzio ne' suoiAdagj, il quale dice essere appropriato a coloro «che pèndono dal giudizio altrui, e si fondano sull'altrui autorità, come coloro a' quali sta per ogni argomento il poter direIpse dixit.»
IL MIO CIUCO È ANDATO SEMPRE DI QUI.
Un merciajo ambulante soleva andare ogni due mesi in paese di montagna con la sua merce, che egli caricava sopra un ciuchetto; e come quelle massaje lo attendevano, così egli la vendeva tutta, e ritornava in giù con un buon grúzzolo di quattrini. Le strade, per le quali bisognava passare, sarebbero state, per dirla con Dante, alle capre duro varco; ma quel buon ciuco, ci aveva fatto i piedi, e vi passeggiava speditamente. Avvenne che, dolendosi tutti quei paesani di strada sì scellerata, il comune si indusse a farne un'altra molto più còmoda, e la strada antica fu per conseguenza abbandonata da tutti. Ma il caro merciajo, no signore, non volle abbandonarla, e sempre passava di su quel trabiccolajo[40]; della qualcosa facendo le sue massaje gran meraviglia, rispondeva: «Oh, sapete com'è? il mio ciuco è andato sempre di lì, e di lì vo' andare.» Da quel tempo in qua si ápplica tal motto a coloro i quali o non si vogliono indurre ad accettare veruna varietà, o sono stoltamente tenaci di ciò che hanno sentito dire ai loro maestri, anche se que' detti sono castronerie[41]manifeste. E non tutti i così fatti sono gente volgare, tanta è la forza del pregiudizio, e forse anche la smania di rendersi singolare, o la picca, o qual'altra passioncella si voglia. Il Rossini non volle mai viaggiare per le strade ferrate! E alcuni adesso si ostinano a credere autèntica la cronaca di Dino Compagni, perchè il Giordani la lodò, e la sentivano lodare alle scuole!!
Tal proverbio, che ha riscontro nel proverbio latinoClaudi more tenere pilam(reggersi a' pilastri come lo zoppo), è spiegato dal Manuzio ne' suoiAdagj, il quale dice essere appropriato a coloro «che pèndono dal giudizio altrui, e si fondano sull'altrui autorità, come coloro a' quali sta per ogni argomento il poter direIpse dixit.»
NOVELLA X.DI UN FRANCESE CHE VOLEVA DIGIUNAREUn gentiluomo francese, curioso di veder l'Italia, si partì da Parigi con intenzione d'osservare e di fare una memoria distinta delle cose più memorabili che vedrebbe nel suo viaggio. Arrivato in Bologna, volle trattenervisi. Partito dal suo albergo il giorno seguente assai per tempo, andò per due ore girellando per la città. Dopo averne vista la maggior parte, tornò con grandissimo appetito all'osteria, e nell'entrare disse súbito all'oste; Signor oste, vogliodigiunareoggi.—L'oste credendo che il gentiluomo per certa divozione volesse digiunare davvero, rispose:—Vostra signoría è padrone.In quel mentre il gentiluomo salì su in camera sua, e scrisse per un buon pezzo le cose osservate. Ma, stimolato dall'appetito e dalla sete, lasciò di scrivere, e s'affacciò alla finestra, chiamando l'oste, a cui disse: Signor oste, v'ho detto che volevodigiunarestamattina; ve ne ricordate?—Loso, soggiunge l'oste, e me ne ricordo.—Il gentiluomo senz'aspettare altro, tornò a scrivere; ma un quarto d'ora dopo, mosso e dalla fame e dalla sete, chiamò di nuovo l'oste, e con voce sdegnosa gli disse:—Che modo di procedere è questo? non v'ho detto un'ora fa, che volevodigiunarestamattina?—È vero, replicò l'oste, e vostra signoría è padrone di digiunare anche tutto il giorno.—Come, come? disse l'altro; tutt'il giorno! non ho mangiato ancora niente! voi mi burlate. Voglio mangiare: portatemi da mangiare e da bere.—Se vostra signoría vuol mangiare e bere, non vuole adunque digiunare, soggiunse l'oste; perchèdigiunarevuol dire non mangiare e non bere.—Allora il Francese accortosi dell'equivoco, piacevolmente disse:—Sia maledetto ildigiunare; dovevo dire Far colazione. Mai più diròdigiunare, chè troppo bene ho imparato a mie spese, che cosa èdigiunare».
DI UN FRANCESE CHE VOLEVA DIGIUNARE
Un gentiluomo francese, curioso di veder l'Italia, si partì da Parigi con intenzione d'osservare e di fare una memoria distinta delle cose più memorabili che vedrebbe nel suo viaggio. Arrivato in Bologna, volle trattenervisi. Partito dal suo albergo il giorno seguente assai per tempo, andò per due ore girellando per la città. Dopo averne vista la maggior parte, tornò con grandissimo appetito all'osteria, e nell'entrare disse súbito all'oste; Signor oste, vogliodigiunareoggi.—L'oste credendo che il gentiluomo per certa divozione volesse digiunare davvero, rispose:—Vostra signoría è padrone.
In quel mentre il gentiluomo salì su in camera sua, e scrisse per un buon pezzo le cose osservate. Ma, stimolato dall'appetito e dalla sete, lasciò di scrivere, e s'affacciò alla finestra, chiamando l'oste, a cui disse: Signor oste, v'ho detto che volevodigiunarestamattina; ve ne ricordate?—Loso, soggiunge l'oste, e me ne ricordo.—Il gentiluomo senz'aspettare altro, tornò a scrivere; ma un quarto d'ora dopo, mosso e dalla fame e dalla sete, chiamò di nuovo l'oste, e con voce sdegnosa gli disse:—Che modo di procedere è questo? non v'ho detto un'ora fa, che volevodigiunarestamattina?—È vero, replicò l'oste, e vostra signoría è padrone di digiunare anche tutto il giorno.—Come, come? disse l'altro; tutt'il giorno! non ho mangiato ancora niente! voi mi burlate. Voglio mangiare: portatemi da mangiare e da bere.—Se vostra signoría vuol mangiare e bere, non vuole adunque digiunare, soggiunse l'oste; perchèdigiunarevuol dire non mangiare e non bere.—Allora il Francese accortosi dell'equivoco, piacevolmente disse:—Sia maledetto ildigiunare; dovevo dire Far colazione. Mai più diròdigiunare, chè troppo bene ho imparato a mie spese, che cosa èdigiunare».
NOVELLA XI.IL SARTO RADDIRIZZAGOBBI.Si fa un gran dir per Firenze di quel tale omiciáttolo gobbo e stralinco[42], il quale, anni addietro, un po' col ripicchiarsi, un po' col far le moíne a questo e a quello, e un altro po' sforzandosi quanto poteva di coprire i suoi sformati difetti, aveva saputo tanto fare, che era pur passato, non colo per un uomo come gli altri, ma aveva fatto anche, come suol dirsi, qualche passioncella. Costui dunque, vedendosi accarezzato e celebrato, volle imbrancarsi co' signori, e bazzicare gli eleganti; ma guárdalo bene oggi, guárdalo meglio domani; tóccalo qui, tástalo qua; molti cominciarono a ridere alle spalle sue, e chi gli dava un soprannome, chi un altro tutti allusivi alla sua contraffatta persona. Coloro peraltro che sino allora lo avevano lodato, egiudicátolo un uomo bello e ben fatto, volevano pur dare ad intendere che tutti quei difetti non ci fossero; e:Vedetedicevano,e' par gobbo, ma è il vestito che sulla spalla gli fa borsa: quel naso a petonciano, gli è perchè gli ci fu tirato una pera mézza: quegli occhj guerci, e' fu ferito in duello: quelle gambe torte, sono i calzoni fatti male, e gli stivali troppo stretti...E così a tutte le magagne infinite si trovava il suo rimedio; e sempre si conchiudeva;ma però è un bell'uomo. Gli eleganti facevano le più grasse risate di sì fatte difese; e già il povero sghengo[43]si vedeva al perso; quando gli fu detto, esserci un bravissimo sarto il quale lavorava così bene, che di certo lo avrebbe, rivestendolo egli, fatto parer diritto, come il più bell'uomo del mondo.—O dove sta?—Là sulla piazza di S. Marco: vedrai il cartello, il quale ha per insegna un tacchino che fa la ruota.—E il gobbo, via com'un bárbero dal sarto bravo.—Signor Maestro, vorrei tutto vestiario; vede, ho qualche difettuccio nella persona; mi hanno detto che lei...—Il sarto squadra l'amico da capo a piedi: tasta per tutto; e poi con solenne gravità:—Lei è un uomo come gli altri: qualche coserella qua e là c'è; ma si rimedia facilmente. Lasci fare a me, chè la tornerà meglio che nuovo.—E prese diligentemente le misure, gli disse:—Tra otto giorni le riporterò ogni cosa da me; e la manderò fuori, che tutti non farannoaltro che dire; e chi la canzonava resterà canzonato lui.—Lo sghengo va via tutto contento; e il bravo sarto si mette a pensare il miglior modo di raddirizzarlo, nè vi posso dire quanto mai ci si stillasse il cervello, e per quanto tempo facesse aspettare la sua raddirizzatura, facendo, disfacendo, rifacendo, rimpolpettando[44]. All'ultimo (pover uomo! ci aveva fatto il capo) pensò: «Farò al mio diletto cliente il più perfetto ábito che io abbia fatto in vita mia per il più ben formato uomo che mi sia capitato da vestire; e quando il cliente se lo metterà, sfido io, se e' parrà bello e diritto!» E lì col capo sul lavoro; e dopo pochi giorni glorioso e trionfante glielo riporta; e lo sghengo più glorioso e trionfante di lui, se lo mette addosso, e va fuori. Che volete vedere? Quel vestito era fatto con tutte le regole dell'arte, e sarebbe tornato perfettamente a qualunque persona ben formata; ma, posto addosso a quel mostro, faceva rifiorir più che mai le sue magagne, e lo faceva parer più sghengo che mai. Insomma bisognò che gettasse l'abito su un fico, se non volle morire arrabbiato tra' fischi e gli urli del popolíno; e anche il povero sarto diventò la favola di Firenze, e bisognò che smettesse il mestiere, perchè niuno ci si volle più servire, tenendo per fermo ch'e' dovesse aver perduto il cervello a pretender diraddirizzare li storti col vestito fatto a regola d'arte.Ed aveva ragione. Questo buon sarto doveva sapere il proverbio delle camíce de' gobbi, che si tagliano storte, e riescon diritte; e lui invece si era così confusa la mente, per la smania di raddirizzare il gobbo, che a ciò credeva bastare il mettergli addosso un vestito tagliato a regola d'arte. Sarebbe l'istesso, a male agguagliare, che un critico si pensasse di far apparir vera laCronicadel Compagni, riducendo alla retta cronología tutti gli infiniti errori cronològici di essa. La cronología sarebbe la vera, ma non istarebbe bene con la cronaca: la quale cronologicamente è sbilenca per natura, perchè il suo autore, non solo ha scritto gli errori, ma gli ha ribaditi in altri modi. Ridotta la cronología sarebbe ridotta più stralinca laCronica: sarebbe il vestito tagliato secondo l'arte, il quale, messo addosso al gobbo, lo fa più gobbo che mai, e fa morir dalle risa chi lo vede, e fa tenere il sarto per matto.
IL SARTO RADDIRIZZAGOBBI.
Si fa un gran dir per Firenze di quel tale omiciáttolo gobbo e stralinco[42], il quale, anni addietro, un po' col ripicchiarsi, un po' col far le moíne a questo e a quello, e un altro po' sforzandosi quanto poteva di coprire i suoi sformati difetti, aveva saputo tanto fare, che era pur passato, non colo per un uomo come gli altri, ma aveva fatto anche, come suol dirsi, qualche passioncella. Costui dunque, vedendosi accarezzato e celebrato, volle imbrancarsi co' signori, e bazzicare gli eleganti; ma guárdalo bene oggi, guárdalo meglio domani; tóccalo qui, tástalo qua; molti cominciarono a ridere alle spalle sue, e chi gli dava un soprannome, chi un altro tutti allusivi alla sua contraffatta persona. Coloro peraltro che sino allora lo avevano lodato, egiudicátolo un uomo bello e ben fatto, volevano pur dare ad intendere che tutti quei difetti non ci fossero; e:Vedetedicevano,e' par gobbo, ma è il vestito che sulla spalla gli fa borsa: quel naso a petonciano, gli è perchè gli ci fu tirato una pera mézza: quegli occhj guerci, e' fu ferito in duello: quelle gambe torte, sono i calzoni fatti male, e gli stivali troppo stretti...E così a tutte le magagne infinite si trovava il suo rimedio; e sempre si conchiudeva;ma però è un bell'uomo. Gli eleganti facevano le più grasse risate di sì fatte difese; e già il povero sghengo[43]si vedeva al perso; quando gli fu detto, esserci un bravissimo sarto il quale lavorava così bene, che di certo lo avrebbe, rivestendolo egli, fatto parer diritto, come il più bell'uomo del mondo.—O dove sta?—Là sulla piazza di S. Marco: vedrai il cartello, il quale ha per insegna un tacchino che fa la ruota.—E il gobbo, via com'un bárbero dal sarto bravo.—Signor Maestro, vorrei tutto vestiario; vede, ho qualche difettuccio nella persona; mi hanno detto che lei...—Il sarto squadra l'amico da capo a piedi: tasta per tutto; e poi con solenne gravità:—Lei è un uomo come gli altri: qualche coserella qua e là c'è; ma si rimedia facilmente. Lasci fare a me, chè la tornerà meglio che nuovo.—E prese diligentemente le misure, gli disse:—Tra otto giorni le riporterò ogni cosa da me; e la manderò fuori, che tutti non farannoaltro che dire; e chi la canzonava resterà canzonato lui.—Lo sghengo va via tutto contento; e il bravo sarto si mette a pensare il miglior modo di raddirizzarlo, nè vi posso dire quanto mai ci si stillasse il cervello, e per quanto tempo facesse aspettare la sua raddirizzatura, facendo, disfacendo, rifacendo, rimpolpettando[44]. All'ultimo (pover uomo! ci aveva fatto il capo) pensò: «Farò al mio diletto cliente il più perfetto ábito che io abbia fatto in vita mia per il più ben formato uomo che mi sia capitato da vestire; e quando il cliente se lo metterà, sfido io, se e' parrà bello e diritto!» E lì col capo sul lavoro; e dopo pochi giorni glorioso e trionfante glielo riporta; e lo sghengo più glorioso e trionfante di lui, se lo mette addosso, e va fuori. Che volete vedere? Quel vestito era fatto con tutte le regole dell'arte, e sarebbe tornato perfettamente a qualunque persona ben formata; ma, posto addosso a quel mostro, faceva rifiorir più che mai le sue magagne, e lo faceva parer più sghengo che mai. Insomma bisognò che gettasse l'abito su un fico, se non volle morire arrabbiato tra' fischi e gli urli del popolíno; e anche il povero sarto diventò la favola di Firenze, e bisognò che smettesse il mestiere, perchè niuno ci si volle più servire, tenendo per fermo ch'e' dovesse aver perduto il cervello a pretender diraddirizzare li storti col vestito fatto a regola d'arte.
Ed aveva ragione. Questo buon sarto doveva sapere il proverbio delle camíce de' gobbi, che si tagliano storte, e riescon diritte; e lui invece si era così confusa la mente, per la smania di raddirizzare il gobbo, che a ciò credeva bastare il mettergli addosso un vestito tagliato a regola d'arte. Sarebbe l'istesso, a male agguagliare, che un critico si pensasse di far apparir vera laCronicadel Compagni, riducendo alla retta cronología tutti gli infiniti errori cronològici di essa. La cronología sarebbe la vera, ma non istarebbe bene con la cronaca: la quale cronologicamente è sbilenca per natura, perchè il suo autore, non solo ha scritto gli errori, ma gli ha ribaditi in altri modi. Ridotta la cronología sarebbe ridotta più stralinca laCronica: sarebbe il vestito tagliato secondo l'arte, il quale, messo addosso al gobbo, lo fa più gobbo che mai, e fa morir dalle risa chi lo vede, e fa tenere il sarto per matto.
NOVELLA XII.DEL FRATE CAMBIATO IN ASINO.Un contadino gelato dal freddo, smontò di sull'asino per camminare a piedi: il che vedendo due francescani, che in Francia sono chiamaticordeliersdisse l'uno al compagno:—S'avessi io un asino, non sarei tanto pazzo di condurlo per la briglia, ma bensì mi farei portare fin al convento.—L'altro ch'era di umor allegro, soggiunse:—Mi basta l'anima di fare una burla a quel contadino, e levargli l'asino, purchè vogliate darmi un poco d'ajuto. Acconsentì súbito il frate, e pian piano s'accostarono ambedue al contadino, senza che se ne accorgesse. Levò il francescano con destrezza la briglia al ciuco e se la mise al collo seguitando il contadino; mentre l'altro con la cavezza lo condusse in disparte. Quindi a non molto, il contadino volendo rimontare sull'asino, si volse indietro; ma ebbe a morir di paura vedendo tanta metamòrfosi. E gridando con pietosa voce ohimè! ajuto! fu fermato dal francescano, che prostrátosi in ginocchioni richiedeva con grandeumiltà la sua libertà; dicendo, che per i suoi disordini, e l'enormità de' suoi peccati, era stato condannato a tale trasformazione; e che ora essendo venuto il termine della penitenza, era tornato al primo essere. Il contadino alquanto rasserenato, non solo gli diede la domandata libertà, ma, non accorgendosi della burla, scioccamente soggiunse:—Andate in santa pace; adesso non mi meraviglio più, se dopo una vita tanto disordinata, siete riuscito un così cattivo animalaccio. Il frate si partì, dichiarandosegli obbligato, ed andò a ricercare il compagno. Quando videro i frati dilungato il poveraccio contadino, per altra via si condussero ad una terra vicina. Pochi giorni dopo, pregarono i francescani un amico loro, che si compiacesse d'andare alla fiera per vendere quel ciuco, come di fatto io vendè; e mentre andava col compratore per ricevere il pagamento, venne loro incontro il primo contadino, che riconoscendo il ciuco, disse al compratore, che lo pregava d'ascoltare una parola in disparte; e domandatogli di chi fosse quella bestia, il compratore rispose:—L'ho comprato adesso adesso, ma non l'ho pagato. Deh! per vita vostra, replicò il contadino, rendetelo; non lo pagate. Non siate tanto sciocco di credere, che quella bestiaccia sia un asino: è l'anima d'un francescano ch'è tornato nelle sue dissolutezze. Rendetelo: vi dico io ch'è il più tristo animalaccio di quanti n'abbia il mondo, ed a me ha fatto venire la rabbia centomila volte.
DEL FRATE CAMBIATO IN ASINO.
Un contadino gelato dal freddo, smontò di sull'asino per camminare a piedi: il che vedendo due francescani, che in Francia sono chiamaticordeliersdisse l'uno al compagno:—S'avessi io un asino, non sarei tanto pazzo di condurlo per la briglia, ma bensì mi farei portare fin al convento.—L'altro ch'era di umor allegro, soggiunse:—Mi basta l'anima di fare una burla a quel contadino, e levargli l'asino, purchè vogliate darmi un poco d'ajuto. Acconsentì súbito il frate, e pian piano s'accostarono ambedue al contadino, senza che se ne accorgesse. Levò il francescano con destrezza la briglia al ciuco e se la mise al collo seguitando il contadino; mentre l'altro con la cavezza lo condusse in disparte. Quindi a non molto, il contadino volendo rimontare sull'asino, si volse indietro; ma ebbe a morir di paura vedendo tanta metamòrfosi. E gridando con pietosa voce ohimè! ajuto! fu fermato dal francescano, che prostrátosi in ginocchioni richiedeva con grandeumiltà la sua libertà; dicendo, che per i suoi disordini, e l'enormità de' suoi peccati, era stato condannato a tale trasformazione; e che ora essendo venuto il termine della penitenza, era tornato al primo essere. Il contadino alquanto rasserenato, non solo gli diede la domandata libertà, ma, non accorgendosi della burla, scioccamente soggiunse:—Andate in santa pace; adesso non mi meraviglio più, se dopo una vita tanto disordinata, siete riuscito un così cattivo animalaccio. Il frate si partì, dichiarandosegli obbligato, ed andò a ricercare il compagno. Quando videro i frati dilungato il poveraccio contadino, per altra via si condussero ad una terra vicina. Pochi giorni dopo, pregarono i francescani un amico loro, che si compiacesse d'andare alla fiera per vendere quel ciuco, come di fatto io vendè; e mentre andava col compratore per ricevere il pagamento, venne loro incontro il primo contadino, che riconoscendo il ciuco, disse al compratore, che lo pregava d'ascoltare una parola in disparte; e domandatogli di chi fosse quella bestia, il compratore rispose:—L'ho comprato adesso adesso, ma non l'ho pagato. Deh! per vita vostra, replicò il contadino, rendetelo; non lo pagate. Non siate tanto sciocco di credere, che quella bestiaccia sia un asino: è l'anima d'un francescano ch'è tornato nelle sue dissolutezze. Rendetelo: vi dico io ch'è il più tristo animalaccio di quanti n'abbia il mondo, ed a me ha fatto venire la rabbia centomila volte.
NOVELLA XIII.SETTE DI VINO.Vi fu una volta un Lanzo, di quelli che facevano la guardia al tempo de' Medici, il quale avendo poche crazie da spendere pel desinare, si mise a fare il conto come le avesse a spendere, e diceva:«Sette divino; tanto della tal cosa, tanto della tal'altra, ecc.» e mancandogliene, o per il pane o per altro incominciò più e più volte a far il conto, ma sempre cercava di scemare sulle altre cose, e sul vino mai; e incominciava ogni volta:Sette di vino. D'allora in poiSette di vino, si prese ad usare per significare ostinazione o cocciutággine. Per esempio: «La cosa è più chiara della luce del sole; ma i Dinisti sette di vino.» Questo Tedesco fu per avventura inventato sopra l'antico poeta Filosseno, per il quale fu fatto il proverbioPhiloxeni non(il no di Filosseno,) che soleva usarsi specialmente, come nota il Manuzio,quando alcuno ostinatamente o negava, o rifiutava, o non voleva in alcun modo recedere dalla propria opinione. Questo Filosseno fu tanto cocciuto che sopportò di esser condannato alle miniere, piuttosto che approvare e lodare i versi di Dionísio.
SETTE DI VINO.
Vi fu una volta un Lanzo, di quelli che facevano la guardia al tempo de' Medici, il quale avendo poche crazie da spendere pel desinare, si mise a fare il conto come le avesse a spendere, e diceva:«Sette divino; tanto della tal cosa, tanto della tal'altra, ecc.» e mancandogliene, o per il pane o per altro incominciò più e più volte a far il conto, ma sempre cercava di scemare sulle altre cose, e sul vino mai; e incominciava ogni volta:Sette di vino. D'allora in poiSette di vino, si prese ad usare per significare ostinazione o cocciutággine. Per esempio: «La cosa è più chiara della luce del sole; ma i Dinisti sette di vino.» Questo Tedesco fu per avventura inventato sopra l'antico poeta Filosseno, per il quale fu fatto il proverbioPhiloxeni non(il no di Filosseno,) che soleva usarsi specialmente, come nota il Manuzio,quando alcuno ostinatamente o negava, o rifiutava, o non voleva in alcun modo recedere dalla propria opinione. Questo Filosseno fu tanto cocciuto che sopportò di esser condannato alle miniere, piuttosto che approvare e lodare i versi di Dionísio.
NOVELLA XIV.UNA GITA DEGLI ALPINISTI SUL MEDIO EVOAnni sono si fece un gran ridere di quel tale che, studiando attentamente una carta geografica, domandato che cosa cercasse, rispose:Cerco il Medio evo, del quale parlano spesso le storie; e come egli è ancor vivo e verde, tutti, ed egli lo sa, lo mostrano a dito per ciò, e gli amici suoi spesso spesso ne lo mettono in canzonella. Accadde non molto tempo fa che al nostro Carlíno (colui dal Medio Evo) capitò tra mano laGuida della Montagna pistojesedi quel talentaccio dell'illustre e venerando prete Tigri, cittadino pistojese; leggendo la quale s'imbattè a pagina 143 nel seguente periodo: «Su questo poggio rimangono ancora le antiche torri, avanzo di tali arnesi di guerra del medio evo, alto sul livello del mare metri 822.»Lette tali parole, fece un salto dall'allegrezza; e fregandosi le mani, esclamò: «Lo vedete se avevo ragione? E quei ciuchi mi canzonavano!» Il nostro Carlíno era della società degli Alpinisti,come erano que' suoi amici che spesso lo canzonavano; e però la sera medesima si mise in tasca la sua brava Guida del Tigri, e andato là, quando vide che vi erano tutti: «Dite un po', amici carissimi, non siete voi quelli che mi canzonate sempre del Medio evo? Guardate qui;» e fece leggere ad uno per uno quel periodo, che parla del Medio evo alto sopra il livello del mare. E letto che ebbero: «Che vi pare, continuò, avevo ragione di cercare il Medio evo sulla carta? Imparate a far il dottore, ed a schernire quelle cose, che la vostra ignoranza vi fa credere errori. Ecco qui: il Medio evo, signori riveriti, è uno dei più graziosi monti dell'Appennino pistojese; e non ve lo dico io, ma ve lo dice il più illustre fra' pistojesi scrittori, il veneranda prete Tigri. Ridete ora di lui, se avete coraggio.» Quegli Alpinisti si guardarono sbalorditamente in viso l'un l'altro, non sapendo raccapezzarsi come stesse quella cosa del Medio evo alto sopra il livello del mare 822 metri: e come tra loro i più non erano áquile per la dottrina, tennero vere le parole di Carlíno e del venerando Tigri; e proposero di andar a fare una gita su questo Medio evo, per la quale assegnarono il giorno del prossimo giovedì. Fra que' buoni diavoli vi era un capo armonico, il quale più e più volte aveva riso alle spalle del Tigri per questo singolare error di sintassi, e per gli altri suoi sformati spropòsiti di ogni genere: a costui, che si chiamava Pietro, venne in mente di pigliarsi un poco di spasso de'suoi colleghi e del prete Tigri ad un tempo; e però, affinchè il loro abbáglio non si dileguasse per istrada col domandare che facessero di questo Medio evo; egli disse che altra volta vi era stato, e si profferse loro per guida. Venuto il giovedì, la mattina a brúzzico erano tutti in punto, e sfilarono gloriosi e trionfanti su per Capo di strada, scortati da quattro muli carichi d'ogni ben di Dio.Pietro aveva detto loro che il Medio evo era un grazioso poggio a levante di Popíglio; e però sarebbe stato opportuno il fermarsi a fare uno spuntino a Popíglio, per poi andare con maggior lena al termine della loro gita, e quivi sulla sera fare un buon pasto. I valorosi Alpinisti, cominciata che fu l'erta, salivano potentemente e allegramente su per quei monti, di sorte che arrivaron lassù a Popíglio senza punto sentirsi stanchi; dove rinfrescátisi, e trattenútisi un'oretta o così, ripresero via per quella piaggia deserta, nè penarono molto ad offrirsi dinanzi a' loro occhi alcune torri diroccate, alla vista delle quali Pietro esclamò: «Compagni, èccoli là quegliarnesidel venerando prete Tigri: gli arnesi di guerra che là vedete sono gli avanzi di quel Medio evo, che nel tempo dei tempi fu ricetto inespugnabile de' baroni di S. Marcello; e la cui memoria ha rinfrescata l'illustre guidajuolo della nostra montagna. Lassù moviamo il passo animosanmente: lassù ammireremo e mangeremo.» E tutti mossero animosamente i loro passi, gridando:Viva il Medio evo, Viva il Tigri!Quella orribile pettata[45]per altro parve loro molto faticosa, ed arrivaron lassù mezzi trafelati; ma non senza ammirare la òrrida bellezza del luogo, non senza una lieta compiacenza di aver superato in sì piccolo tempo una vetta sì ardua. Calmátosi lo stupore, si risentì l'appetito; e si cominciò a discorrere di mangiare. Si svaligiarono i muli: si distese la tovaglia su un bel prato, e tutti cominciarono a mangiare, dandoci dentro di santa ragione, e trincando come tanti Lanzi. Prima di alzarsi furono fatti brindisi, cantate canzoni simposíache, dette, come suol farsi, un mondo di barzellette: all'ultimo Pietro fece un brindisi al Tigri di questo tenore: «Beviamo alla salute dell'illustre e venerando abate Tigri, stupendo cantore delle castagne e dei necci, nel suo gran poemaLe Selve: duce e lucerna di queste montagne nella sua Guida e nella sua celeberrimaSelvaggia: scopritore novello del Medio evo, dove ora ci rallegriamo. Beviamo alla salute del gran letterato, onore di Pistoja e delle Cortine[46].» E qui si gridarono furiosiEvviva; si votarono parecchj bicchieri: poi tutti si alzarono, e passo passo ritornarono a Popíglio, dove passarono lanottata, per tornare a Pistoja la mattina appresso, come veramente fecero. Pietro aveva parlato con un suo amico della celia che voleva fare a quegli Alpinisti ignoranti, e indettátosi con esso per farla essere più solenne: di fatto, quando i rèduci dal Medio evo furono verso la porta al Borgo, si fece loro incontro una brigata di giovanotti, che gli accolsero a risate ed a fischj. Pietro, che era di balla, si fece avanti, ed a nome di tutti i compagni, rampognò acerbamente il villano procedere di quei giovani, verso persone benemerite della scienza alpinista. Allora uno di essi giovani, a nome di tutti rispose beffardamente: «Bellina quella scienza, che va a cercare il Medio evo sulla montagna! Asini che non siete altro!» Qui ci fu un gran battibecco[47]; gli Alpinisti citavano l'autorità del prete Tigri; quegli altri rispondevano parole di scherno; e si sarebbe certo venuti alle mani, se Pietro, chiamato da parte il capo di que' giovani schernitori, il quale era appunto l'amico con cui si era indettato, non si fossero trovati d'accordo a cessar per allora la lite, e rimettere la cosa al giudizio di persone competenti. Si prese dunque il partito di ritrovarsi il giorno di poi, quattro di ciascuna parte, alleStanze[48]: quivi si sceglierebbero di comune accordo i giúdici; e poi quel che dicesseroessi, si avesse per rato e per fermo. E così fu fatto. Scelti i giúdici, fu disteso il quesito nella forma seguente: prima si raccontò per filo e per segno come la cosa era andata, cominciando da quel passo dellaGuida della Montagna pistojese, della quale si mandava a' giúdici una copia, affinchè lo vedessero lì al luogo suo; e poi si domandava: «C'è ragione sufficiente da schernire gli Alpinisti, che sono andati al Medio evo, quando il più illustre letterato di Pistoja mette il Medio evo sulla Montagna pistojese?»La commissione giudicatrice, studiato e ristudiato il passo dellaGuida, ponderato, ventilato, stacciato e abburattato ogni cosa, rispose con questa sentenza: «Secondo le regole della sintassi, nel luogo della Guida, quello che è alto 822 metri sopra il livello del mare non può essere se non il Medio evo; e questa intelligenza è confermata dalle paroleavanzi di tali arnesi di guerra del Medio evo, come quelle che sembrano dire, quegli arnesi essere già stati le fortificazioni di un tal paese, e non di un tal tempo. Il lettore erudito per altro, il quale sa che il Medio evo non è se non un periodo di tempo, cerca a che cosa mai può essere riferibile quell'alto sopra il livello del mare; e vedendo in cima al periodo le vociquesto poggio, si accorge che lo scrittore, ignorante delle regole elementari di sintassi, non si è saputo fare intendere; ma che ha voluto proprio riferire alla voce poggio quell'alto sopra il livello. Manoi parliamo di lettori eruditi. Chi per altro non va tanto in là con la erudizione, e non intende se non ciò che suonano la parole, e ciò che la sintassi consente, intende necessariamente che il Medio evo è alto sopra il livello del mare, e che per conseguenza è un luogo, non un tempo: il perchè giudichiamo che i signori Alpinisti non sieno da schernire, se l'hanno inteso così, e, se mossi dalla grande autorità dell'illustre Tigri, hanno fatto la loro gita al Medio evo. Tutta quanta la colpa pertanto vuol recarsi alla ignoranza dell'illustre Tigri: se qualcuno merita riprensioni e beffe, è lui solo e non altri.»A tal sentenza le parti si acquietarono: si rifecero le paci; e la sera fecero tutti insieme una bella ribòtta, mangiando, bevendo e ridendo allegramente.
UNA GITA DEGLI ALPINISTI SUL MEDIO EVO
Anni sono si fece un gran ridere di quel tale che, studiando attentamente una carta geografica, domandato che cosa cercasse, rispose:Cerco il Medio evo, del quale parlano spesso le storie; e come egli è ancor vivo e verde, tutti, ed egli lo sa, lo mostrano a dito per ciò, e gli amici suoi spesso spesso ne lo mettono in canzonella. Accadde non molto tempo fa che al nostro Carlíno (colui dal Medio Evo) capitò tra mano laGuida della Montagna pistojesedi quel talentaccio dell'illustre e venerando prete Tigri, cittadino pistojese; leggendo la quale s'imbattè a pagina 143 nel seguente periodo: «Su questo poggio rimangono ancora le antiche torri, avanzo di tali arnesi di guerra del medio evo, alto sul livello del mare metri 822.»
Lette tali parole, fece un salto dall'allegrezza; e fregandosi le mani, esclamò: «Lo vedete se avevo ragione? E quei ciuchi mi canzonavano!» Il nostro Carlíno era della società degli Alpinisti,come erano que' suoi amici che spesso lo canzonavano; e però la sera medesima si mise in tasca la sua brava Guida del Tigri, e andato là, quando vide che vi erano tutti: «Dite un po', amici carissimi, non siete voi quelli che mi canzonate sempre del Medio evo? Guardate qui;» e fece leggere ad uno per uno quel periodo, che parla del Medio evo alto sopra il livello del mare. E letto che ebbero: «Che vi pare, continuò, avevo ragione di cercare il Medio evo sulla carta? Imparate a far il dottore, ed a schernire quelle cose, che la vostra ignoranza vi fa credere errori. Ecco qui: il Medio evo, signori riveriti, è uno dei più graziosi monti dell'Appennino pistojese; e non ve lo dico io, ma ve lo dice il più illustre fra' pistojesi scrittori, il veneranda prete Tigri. Ridete ora di lui, se avete coraggio.» Quegli Alpinisti si guardarono sbalorditamente in viso l'un l'altro, non sapendo raccapezzarsi come stesse quella cosa del Medio evo alto sopra il livello del mare 822 metri: e come tra loro i più non erano áquile per la dottrina, tennero vere le parole di Carlíno e del venerando Tigri; e proposero di andar a fare una gita su questo Medio evo, per la quale assegnarono il giorno del prossimo giovedì. Fra que' buoni diavoli vi era un capo armonico, il quale più e più volte aveva riso alle spalle del Tigri per questo singolare error di sintassi, e per gli altri suoi sformati spropòsiti di ogni genere: a costui, che si chiamava Pietro, venne in mente di pigliarsi un poco di spasso de'suoi colleghi e del prete Tigri ad un tempo; e però, affinchè il loro abbáglio non si dileguasse per istrada col domandare che facessero di questo Medio evo; egli disse che altra volta vi era stato, e si profferse loro per guida. Venuto il giovedì, la mattina a brúzzico erano tutti in punto, e sfilarono gloriosi e trionfanti su per Capo di strada, scortati da quattro muli carichi d'ogni ben di Dio.
Pietro aveva detto loro che il Medio evo era un grazioso poggio a levante di Popíglio; e però sarebbe stato opportuno il fermarsi a fare uno spuntino a Popíglio, per poi andare con maggior lena al termine della loro gita, e quivi sulla sera fare un buon pasto. I valorosi Alpinisti, cominciata che fu l'erta, salivano potentemente e allegramente su per quei monti, di sorte che arrivaron lassù a Popíglio senza punto sentirsi stanchi; dove rinfrescátisi, e trattenútisi un'oretta o così, ripresero via per quella piaggia deserta, nè penarono molto ad offrirsi dinanzi a' loro occhi alcune torri diroccate, alla vista delle quali Pietro esclamò: «Compagni, èccoli là quegliarnesidel venerando prete Tigri: gli arnesi di guerra che là vedete sono gli avanzi di quel Medio evo, che nel tempo dei tempi fu ricetto inespugnabile de' baroni di S. Marcello; e la cui memoria ha rinfrescata l'illustre guidajuolo della nostra montagna. Lassù moviamo il passo animosanmente: lassù ammireremo e mangeremo.» E tutti mossero animosamente i loro passi, gridando:Viva il Medio evo, Viva il Tigri!
Quella orribile pettata[45]per altro parve loro molto faticosa, ed arrivaron lassù mezzi trafelati; ma non senza ammirare la òrrida bellezza del luogo, non senza una lieta compiacenza di aver superato in sì piccolo tempo una vetta sì ardua. Calmátosi lo stupore, si risentì l'appetito; e si cominciò a discorrere di mangiare. Si svaligiarono i muli: si distese la tovaglia su un bel prato, e tutti cominciarono a mangiare, dandoci dentro di santa ragione, e trincando come tanti Lanzi. Prima di alzarsi furono fatti brindisi, cantate canzoni simposíache, dette, come suol farsi, un mondo di barzellette: all'ultimo Pietro fece un brindisi al Tigri di questo tenore: «Beviamo alla salute dell'illustre e venerando abate Tigri, stupendo cantore delle castagne e dei necci, nel suo gran poemaLe Selve: duce e lucerna di queste montagne nella sua Guida e nella sua celeberrimaSelvaggia: scopritore novello del Medio evo, dove ora ci rallegriamo. Beviamo alla salute del gran letterato, onore di Pistoja e delle Cortine[46].» E qui si gridarono furiosiEvviva; si votarono parecchj bicchieri: poi tutti si alzarono, e passo passo ritornarono a Popíglio, dove passarono lanottata, per tornare a Pistoja la mattina appresso, come veramente fecero. Pietro aveva parlato con un suo amico della celia che voleva fare a quegli Alpinisti ignoranti, e indettátosi con esso per farla essere più solenne: di fatto, quando i rèduci dal Medio evo furono verso la porta al Borgo, si fece loro incontro una brigata di giovanotti, che gli accolsero a risate ed a fischj. Pietro, che era di balla, si fece avanti, ed a nome di tutti i compagni, rampognò acerbamente il villano procedere di quei giovani, verso persone benemerite della scienza alpinista. Allora uno di essi giovani, a nome di tutti rispose beffardamente: «Bellina quella scienza, che va a cercare il Medio evo sulla montagna! Asini che non siete altro!» Qui ci fu un gran battibecco[47]; gli Alpinisti citavano l'autorità del prete Tigri; quegli altri rispondevano parole di scherno; e si sarebbe certo venuti alle mani, se Pietro, chiamato da parte il capo di que' giovani schernitori, il quale era appunto l'amico con cui si era indettato, non si fossero trovati d'accordo a cessar per allora la lite, e rimettere la cosa al giudizio di persone competenti. Si prese dunque il partito di ritrovarsi il giorno di poi, quattro di ciascuna parte, alleStanze[48]: quivi si sceglierebbero di comune accordo i giúdici; e poi quel che dicesseroessi, si avesse per rato e per fermo. E così fu fatto. Scelti i giúdici, fu disteso il quesito nella forma seguente: prima si raccontò per filo e per segno come la cosa era andata, cominciando da quel passo dellaGuida della Montagna pistojese, della quale si mandava a' giúdici una copia, affinchè lo vedessero lì al luogo suo; e poi si domandava: «C'è ragione sufficiente da schernire gli Alpinisti, che sono andati al Medio evo, quando il più illustre letterato di Pistoja mette il Medio evo sulla Montagna pistojese?»
La commissione giudicatrice, studiato e ristudiato il passo dellaGuida, ponderato, ventilato, stacciato e abburattato ogni cosa, rispose con questa sentenza: «Secondo le regole della sintassi, nel luogo della Guida, quello che è alto 822 metri sopra il livello del mare non può essere se non il Medio evo; e questa intelligenza è confermata dalle paroleavanzi di tali arnesi di guerra del Medio evo, come quelle che sembrano dire, quegli arnesi essere già stati le fortificazioni di un tal paese, e non di un tal tempo. Il lettore erudito per altro, il quale sa che il Medio evo non è se non un periodo di tempo, cerca a che cosa mai può essere riferibile quell'alto sopra il livello del mare; e vedendo in cima al periodo le vociquesto poggio, si accorge che lo scrittore, ignorante delle regole elementari di sintassi, non si è saputo fare intendere; ma che ha voluto proprio riferire alla voce poggio quell'alto sopra il livello. Manoi parliamo di lettori eruditi. Chi per altro non va tanto in là con la erudizione, e non intende se non ciò che suonano la parole, e ciò che la sintassi consente, intende necessariamente che il Medio evo è alto sopra il livello del mare, e che per conseguenza è un luogo, non un tempo: il perchè giudichiamo che i signori Alpinisti non sieno da schernire, se l'hanno inteso così, e, se mossi dalla grande autorità dell'illustre Tigri, hanno fatto la loro gita al Medio evo. Tutta quanta la colpa pertanto vuol recarsi alla ignoranza dell'illustre Tigri: se qualcuno merita riprensioni e beffe, è lui solo e non altri.»
A tal sentenza le parti si acquietarono: si rifecero le paci; e la sera fecero tutti insieme una bella ribòtta, mangiando, bevendo e ridendo allegramente.
NOVELLA XVIL DIAVOLO SCOLARO DE' GESUITI.Quanti fossero i giochetti, i gingilli, le arguzie, per via delle quali si infondeva la scienza ne' giovani scolari dai R. R. Padri Gesuiti, lo sanno tutti coloro che punto punto conoscono la storia della pede....—no, volevo dire della pedagogía italiana, e ne fanno tuttora testimonianza parecchie opere scolástiche composte da loro, tra le quali basti guardare ilMiles Rethoricusdel P. Forti. E non solo ne' libri di testo, ma anche negli esercizj giornalieri della scuola i maestri tenevano esercitato l'ingegno de' giovani in fanfaluche di ogni maniera, tra le quali una, che per dir vero non è al tutto sgarbata, mi darà materia a questa Novella.Quando nel Collegio Cicognini di Prato vi erano i Gesuiti, un maestro di rettòrica, del quale non so dirvi il nome, essendosi una mattina dimenticatodi preparare il tema per la composizione del giorno di poi, dettò a' suoi ragazzi il seguente raccontino: «C'era qui ne' contorni di Prato una famiglia composta di padre, madre e due figliuoli, l'uno di quattro o cinque anni, l'altro tuttora in fasce. Il padre aveva allevato un capretto, e lo teneva per casa: avvenne che una domenica mattina, andando egli e la moglie alla messa, lasciarono il bambino piccino in custodia all'altro fratello, il quale, scambio di badare al fratellíno, stava a ruzzare col capretto: il bambino che era nella culla, cominciò intanto a strillare e a smaniare; e quell'altro, dátogli ora l'un balocco ora l'altro, nè trovando il verso di racchetarlo, all'ultimo gli diede un coltello; ma egli tutto stizzito, come fanno spesso i bambini, glielo tirò contro, e colpì nella gola il capretto, che era appunto lì presso la culla: il capretto si inviperì, e dando delle forti cozzate nella culla, la sfondò, e venne a dare una cozzata sì spietata al bambino che lo ammazzò. L'altro fratello, spaventato, e temendo il furore del babbo, apre una finestra che riusciva sul pozzo, e vi salta dentro. Intanto eccoti la madre, la quale, veduto quello spettacolo, fece un laccio, e s'impiccò: il marito, tornato poco di poi, al vedere quella spaventevole strage, fu còlto da apoplessía e morì istantaneamente.»Il Padre Maestro, dettata questa storiellina, disse a' suoi giovani: «Su, ragazzi, a chi riesce di metter questa storiellina in meno versi latini,quello avrà il tal premio così e così.» Immaginatevi se que' ragazzi s'arrabattavano; ma nè i grattamenti di capo, nè il rodersi le ugne potevano fare che niuno la potesse mettere in meno di dieci versi. Uno di essi, il più studioso e il più vispo, si era messo in capo di farla in un solo distico; ma sì! aveva almanaccato per quattro o cinque ore, nè gli si apriva il più piccolo spiraglio; il perchè, preso dalla stizza, e pure impuntato di voler fare quel distico, gli scappò detto:Lo vo' fare quand'anche m'avessi a raccomandare di Diavolo. Il Diavolo, il quale come sapete è quelLeo rugiens, che circuit, quærens quem devoret, udite tali parole, gli comparve súbito in forma d'un bel giovinetto per non ispaventarlo, e gli disse: «Senti, Ignazino, il distico te lo detterò io; ma se tu mi prometti di ajutarmi in un mio disegno.»—«Bene, disse il giovane, èccomi qua: ma bada, me tu m'ha' a risparmiare.—Sta bene, disse il Diavolo; e gli dettò il seguente distico:Hircus cum puero, puer alter, sponsa, maritus,Cultello, lympha, fune, dolore cadunt.Dettato il distico, Berlic[49]disse a Ignazino che si ricordasse della promessa, e badasse bene di mantenerla, o lo porterebbe all'inferno in anima e in corpo. Ignazino giurò; e si lasciarono da buoniamici. Venuta l'ora della scuola, niuno degli scolari era riuscito a nulla di buono, e il nostro ragazzo, se ne stava in un cantuccio, gongolando fra sè. All'ultimo si alzò, e:Padre maestro, io l'ho fatto in un solo distico. Tutti si meravigliarono, mostrandosi desiderosi di udire tal distico, che appena letto, rimasero mezzi sbalorditi: e quel ragazzo ebbe il premio, e lodi sopra lodi dal maestro e da' superiori. Berlic si lasciò rivedere il giorno appresso, e trovato Ignazino tutto lieto e contento, gli disse: «Senti, Ignazino, per una mia bizzarria, vo' venire qui alle scuole de' Gesuiti; agévolami l'ammissione, che non te ne pentirai.» E il nostro ragazzo tanto fece, che Berlic fu accettato come scolare esterno nelle scuole de' Gesuiti, dopo uno splendido esame che egli sostenne. Ammesso ch'e' fu, seppe così insinuarsi nell'animo de' superiori, e seppe dar tali prove d'ingegno e di dottrina, che in pochi anni diventò ilfactotumdel Collegio, e si può dir che tutta la musica andasse alla sua battuta: nè c'è da demandare se egli se ne prevalesse per venire a' suoi fini: al qual effetto avendo già destinato di servirsi di Ignazino, che già era diventato Padre Ignázio, lui sempre ajutava in tutte le occorrenze, per forma che prese fama di uomo solennissimo, e ben presto ebbe i primi gradi dell'Ordine, e faceva alto e basso, massimamente nelle cose d'istruzione, la quale egli ordinava e governava secondo il consiglio del fido Berlic. Questo diavolo accorto non lasciava scoprire a P. Ignázio il suo fineperverso; e tanto sapeva aggirarlo e offuscargli la mente, che non conosceva il veleno nascosto negli ordinamenti e nelle dottrine, cui egli faceva insegnar per le scuole. Il giuoco durò per un pezzo: durò tanto che il seme gettato dal diavolo fruttò largamente per le scuole de' Gesuiti; e P. Ignázio morì disperato, accortosi troppo tardi del male fatto alla civiltà per suggestione diabòlica.Berlic poi, il quale è il diavolo delegato alle cose della Istruzione, si dice che cerchi di far sua arte da capo, ma per altro verso, qua in Italia; e però stia attento il Ministro, e badi di non fare come P. Ignázio.
IL DIAVOLO SCOLARO DE' GESUITI.
Quanti fossero i giochetti, i gingilli, le arguzie, per via delle quali si infondeva la scienza ne' giovani scolari dai R. R. Padri Gesuiti, lo sanno tutti coloro che punto punto conoscono la storia della pede....—no, volevo dire della pedagogía italiana, e ne fanno tuttora testimonianza parecchie opere scolástiche composte da loro, tra le quali basti guardare ilMiles Rethoricusdel P. Forti. E non solo ne' libri di testo, ma anche negli esercizj giornalieri della scuola i maestri tenevano esercitato l'ingegno de' giovani in fanfaluche di ogni maniera, tra le quali una, che per dir vero non è al tutto sgarbata, mi darà materia a questa Novella.
Quando nel Collegio Cicognini di Prato vi erano i Gesuiti, un maestro di rettòrica, del quale non so dirvi il nome, essendosi una mattina dimenticatodi preparare il tema per la composizione del giorno di poi, dettò a' suoi ragazzi il seguente raccontino: «C'era qui ne' contorni di Prato una famiglia composta di padre, madre e due figliuoli, l'uno di quattro o cinque anni, l'altro tuttora in fasce. Il padre aveva allevato un capretto, e lo teneva per casa: avvenne che una domenica mattina, andando egli e la moglie alla messa, lasciarono il bambino piccino in custodia all'altro fratello, il quale, scambio di badare al fratellíno, stava a ruzzare col capretto: il bambino che era nella culla, cominciò intanto a strillare e a smaniare; e quell'altro, dátogli ora l'un balocco ora l'altro, nè trovando il verso di racchetarlo, all'ultimo gli diede un coltello; ma egli tutto stizzito, come fanno spesso i bambini, glielo tirò contro, e colpì nella gola il capretto, che era appunto lì presso la culla: il capretto si inviperì, e dando delle forti cozzate nella culla, la sfondò, e venne a dare una cozzata sì spietata al bambino che lo ammazzò. L'altro fratello, spaventato, e temendo il furore del babbo, apre una finestra che riusciva sul pozzo, e vi salta dentro. Intanto eccoti la madre, la quale, veduto quello spettacolo, fece un laccio, e s'impiccò: il marito, tornato poco di poi, al vedere quella spaventevole strage, fu còlto da apoplessía e morì istantaneamente.»
Il Padre Maestro, dettata questa storiellina, disse a' suoi giovani: «Su, ragazzi, a chi riesce di metter questa storiellina in meno versi latini,quello avrà il tal premio così e così.» Immaginatevi se que' ragazzi s'arrabattavano; ma nè i grattamenti di capo, nè il rodersi le ugne potevano fare che niuno la potesse mettere in meno di dieci versi. Uno di essi, il più studioso e il più vispo, si era messo in capo di farla in un solo distico; ma sì! aveva almanaccato per quattro o cinque ore, nè gli si apriva il più piccolo spiraglio; il perchè, preso dalla stizza, e pure impuntato di voler fare quel distico, gli scappò detto:Lo vo' fare quand'anche m'avessi a raccomandare di Diavolo. Il Diavolo, il quale come sapete è quelLeo rugiens, che circuit, quærens quem devoret, udite tali parole, gli comparve súbito in forma d'un bel giovinetto per non ispaventarlo, e gli disse: «Senti, Ignazino, il distico te lo detterò io; ma se tu mi prometti di ajutarmi in un mio disegno.»—«Bene, disse il giovane, èccomi qua: ma bada, me tu m'ha' a risparmiare.—Sta bene, disse il Diavolo; e gli dettò il seguente distico:
Hircus cum puero, puer alter, sponsa, maritus,Cultello, lympha, fune, dolore cadunt.
Dettato il distico, Berlic[49]disse a Ignazino che si ricordasse della promessa, e badasse bene di mantenerla, o lo porterebbe all'inferno in anima e in corpo. Ignazino giurò; e si lasciarono da buoniamici. Venuta l'ora della scuola, niuno degli scolari era riuscito a nulla di buono, e il nostro ragazzo, se ne stava in un cantuccio, gongolando fra sè. All'ultimo si alzò, e:Padre maestro, io l'ho fatto in un solo distico. Tutti si meravigliarono, mostrandosi desiderosi di udire tal distico, che appena letto, rimasero mezzi sbalorditi: e quel ragazzo ebbe il premio, e lodi sopra lodi dal maestro e da' superiori. Berlic si lasciò rivedere il giorno appresso, e trovato Ignazino tutto lieto e contento, gli disse: «Senti, Ignazino, per una mia bizzarria, vo' venire qui alle scuole de' Gesuiti; agévolami l'ammissione, che non te ne pentirai.» E il nostro ragazzo tanto fece, che Berlic fu accettato come scolare esterno nelle scuole de' Gesuiti, dopo uno splendido esame che egli sostenne. Ammesso ch'e' fu, seppe così insinuarsi nell'animo de' superiori, e seppe dar tali prove d'ingegno e di dottrina, che in pochi anni diventò ilfactotumdel Collegio, e si può dir che tutta la musica andasse alla sua battuta: nè c'è da demandare se egli se ne prevalesse per venire a' suoi fini: al qual effetto avendo già destinato di servirsi di Ignazino, che già era diventato Padre Ignázio, lui sempre ajutava in tutte le occorrenze, per forma che prese fama di uomo solennissimo, e ben presto ebbe i primi gradi dell'Ordine, e faceva alto e basso, massimamente nelle cose d'istruzione, la quale egli ordinava e governava secondo il consiglio del fido Berlic. Questo diavolo accorto non lasciava scoprire a P. Ignázio il suo fineperverso; e tanto sapeva aggirarlo e offuscargli la mente, che non conosceva il veleno nascosto negli ordinamenti e nelle dottrine, cui egli faceva insegnar per le scuole. Il giuoco durò per un pezzo: durò tanto che il seme gettato dal diavolo fruttò largamente per le scuole de' Gesuiti; e P. Ignázio morì disperato, accortosi troppo tardi del male fatto alla civiltà per suggestione diabòlica.
Berlic poi, il quale è il diavolo delegato alle cose della Istruzione, si dice che cerchi di far sua arte da capo, ma per altro verso, qua in Italia; e però stia attento il Ministro, e badi di non fare come P. Ignázio.
NOVELLA XVI.L'IPÒCRITA CÓLTO AL LACCIO.Cominciando da Gesù Cristo, e venendo giù giù noverando i grandi uomini di 19 secoli, tutti hanno predicato che gli ipòcriti sono la peggior canaglia che viva sotto la cappa del sole: e sono da reputare benefattori dell'uman genere coloro che gli scherniscono, o qualche volta riescono a strappar loro la maschera, scoprendo la loro furfanteria. Essi quanto sono tristi tanto sono furbi: pure anche delle volpi se ne piglia, e qualche ipòcrita rimane anch'esso còlto al laccio; come accadde ad uno di sì fatti ciaccherini[50], del quale voglio adesso raccontarvi.Carlo Medici, orefice fiorentino, del quale fui amico nella mia gioventù, fu uno de' più arguti begliumori che io abbia mal conosciuto, e fu parimenteardentissimo nemico degli ipòcriti, de' bacchettoni, de' Sanfirenzini[51]e simili lordure. Oltre la bottega che aveva sul Ponte[52], ne aveva un'altra in Piazza di Santo Spirito, non ricca di giojelli e di pietre preziose, ma abbondante di lavori d'oro, come quella che forniva tutti i benestanti del prossimo contado. Una mattina il caro Medici va da sè ad aprir la bottega, e trova fatto repulisti di tutto il miglioramento[53]. È facile l'immaginare come rimanesse quel pover'uomo, il quale, non dico che fosse un uomo povero; ma di certo non aveva nulla da buttar via, e quel grosso furto era un vero spianto per lui. Come per altro era uomo accorto, non ne fece grande scalpore: ma fatta la sua denunzia, riportò altra roba in bottega, e tirò innanzi come se nulla fosse stato; sempre però mulinando e almanaccando per veder di scoprire il ladro. Passò molto tempo, e nè egli nè la polizia avevano potuto aver sentore di nulla; e quasi non vi pensava più; quando una mattina, alzátosi, come era sua consuetudine, innanzi giorno, esce di casa col suo sigaro in bocca, e cápita là verso Santo Spirito. La chiesa non era ancora aperta, nè per la piazzac'era anima viva; quando a un tratto vide scantonare un uomo imbacuccato, che gli parve andare sospettosamente guardingo. Gli balenò un pensiero nella mente, e si pose ad osservare ogni mossa di quello sconosciuto; il quale, come si accorse di essere appostato, andò diritto diritto verso la chiesa; salì la scalinata; si inginocchiò dinanzi alla porta maggiore, e lì segni di croce e baci in terra, che neanche un Sant'Ilarione. Il Medici, veduta questa gran divozione, disse fra sè:Tu se' tu; e come san Pietro,sequebatur eum a longe, nè più lo perse d'occhio. La chiesa si apre: il divoto entrò dentro, ed entrò anche il Medici, che andava in èstasi vedendo con quanta devozione quell'animína di messer Domineddio strizzava limoni[54], e faceva ardentissime stralunature d'occhj: e quando fu giorno chiaro, conobbe essere un certo vecchietto del vicinato, che presso tutti passava per un santarello; ma che non era mai stato nel suo calendário. Ciò lo confermò nel primo sospetto; anzi il sospetto prese nella sua mente tal forma di certezza, che non dubitò di andare alla polizia a dare degli indizj contro costui circa alfurto fattogli; e la polizía, che in altra occasione aveva avuto qualche barlume di questo birbone, non esitò un momento, e senza metter tempo in mezzo, fece le sue indagini: e la mattina di poi mandò i suoi agenti a casa di lui con ordine di farvi una minuta perquisizione. Il povero Santo, che tutt'altro si aspettava, rimase più morto che vivo; ma seppe dissimulare: «Padroni; vengano pure: témono forse ch'io sia un cospiratore?»—«Eh! qualcosellina di peggio: ma saranno calunnie.»—«Il Signore vuol darmi questa mortificazione, ed io chino il capo. Sia laudato il suo santo nome. Egli fa tutto a buon fine; e forse permette ciò per far maggiormente brillare la mia innocenza, e confondere i calunniatori.» Aveva finito appena queste parole, che gli agenti scòrsero un usciolíno a muro: «E di qui dove si va?»—«In una dispensína, dove tengo poca roba per uso della parca mensa.»—«Apra.»—Il Santo va per la chiave, e apre; e l'occhio grifagno del capo birro, si accorse che la mano gli tremava, e che lo sgomento gli si dipingeva sulla faccia. Entrano: fiaschi, bottiglie, frutte in aceto, prosciutti, salami, e non altro: solo in quella stanzuccia mezza buja c'era un órcio assai grosso, chiuso a lucchetto.—«O quest'órcio?»—«È quel po' d'olio per la famiglia.»—«Apra.»—«Ma... non ho la chiave...»—«Apra, o lo mando in pezzi.»—Allora il nostr'uomo, vedutosi al perso, si gettò in ginocchioni dinanzi al caporale piangendo come una vite tagliata, e raccomandandosi che lo salvassedal disonore: poi, accostatosegli all'orecchio: «Per lei ci saranno mille lire prima che esca di casa mia.» Questo tentativo di corruzione fece venir la mosca sul naso al caporale, che diede al vecchio un bravo ceffone, intimandogli che aprisse. L'orcio era tutto pieno d'involti, scátole, astucci, borse, ogni cosa contenente gioje, oreríe, monete, medaglie; un vero tesoro: e giù in fondo una cassetta, dove erano parecchie chiavi di varj ingegni e grossezze, grimaldelli, leve, e altri arnesi ladreschi. Ogni cosa fu sequestrato e sigillato: il sant'uomo fu messo in gattabuja; nè si penò molto a scoprire che egli, non solo aveva scassato la bottega del Medici, ma che altri infiniti furti aveva fatto, non mai potuti scoprire; e per i quali erano state condannate altre persone. Il processo era già a termine, e presto doveva trattarsi la causa alla pubblica udienza; ma una mattina, entrata la guardia nella prigione, trovò il Santo penzolone dalla trave del palco. Aveva fatto strisce di un lenzuolo, ed appiccatosi per fuggire la vergogna e la pena durissima.Lettore, impara da questa novella a non ti fidare di coloro che ostèntano devozione, moralità, ed ogni catonesca virtù: e ricordati sempre del Medici, orefice fiorentino, il quale appunto da simili ostentazioni prese certezza a denunziare per ladro uno reputato santo da tutti.
L'IPÒCRITA CÓLTO AL LACCIO.
Cominciando da Gesù Cristo, e venendo giù giù noverando i grandi uomini di 19 secoli, tutti hanno predicato che gli ipòcriti sono la peggior canaglia che viva sotto la cappa del sole: e sono da reputare benefattori dell'uman genere coloro che gli scherniscono, o qualche volta riescono a strappar loro la maschera, scoprendo la loro furfanteria. Essi quanto sono tristi tanto sono furbi: pure anche delle volpi se ne piglia, e qualche ipòcrita rimane anch'esso còlto al laccio; come accadde ad uno di sì fatti ciaccherini[50], del quale voglio adesso raccontarvi.
Carlo Medici, orefice fiorentino, del quale fui amico nella mia gioventù, fu uno de' più arguti begliumori che io abbia mal conosciuto, e fu parimenteardentissimo nemico degli ipòcriti, de' bacchettoni, de' Sanfirenzini[51]e simili lordure. Oltre la bottega che aveva sul Ponte[52], ne aveva un'altra in Piazza di Santo Spirito, non ricca di giojelli e di pietre preziose, ma abbondante di lavori d'oro, come quella che forniva tutti i benestanti del prossimo contado. Una mattina il caro Medici va da sè ad aprir la bottega, e trova fatto repulisti di tutto il miglioramento[53]. È facile l'immaginare come rimanesse quel pover'uomo, il quale, non dico che fosse un uomo povero; ma di certo non aveva nulla da buttar via, e quel grosso furto era un vero spianto per lui. Come per altro era uomo accorto, non ne fece grande scalpore: ma fatta la sua denunzia, riportò altra roba in bottega, e tirò innanzi come se nulla fosse stato; sempre però mulinando e almanaccando per veder di scoprire il ladro. Passò molto tempo, e nè egli nè la polizia avevano potuto aver sentore di nulla; e quasi non vi pensava più; quando una mattina, alzátosi, come era sua consuetudine, innanzi giorno, esce di casa col suo sigaro in bocca, e cápita là verso Santo Spirito. La chiesa non era ancora aperta, nè per la piazzac'era anima viva; quando a un tratto vide scantonare un uomo imbacuccato, che gli parve andare sospettosamente guardingo. Gli balenò un pensiero nella mente, e si pose ad osservare ogni mossa di quello sconosciuto; il quale, come si accorse di essere appostato, andò diritto diritto verso la chiesa; salì la scalinata; si inginocchiò dinanzi alla porta maggiore, e lì segni di croce e baci in terra, che neanche un Sant'Ilarione. Il Medici, veduta questa gran divozione, disse fra sè:Tu se' tu; e come san Pietro,sequebatur eum a longe, nè più lo perse d'occhio. La chiesa si apre: il divoto entrò dentro, ed entrò anche il Medici, che andava in èstasi vedendo con quanta devozione quell'animína di messer Domineddio strizzava limoni[54], e faceva ardentissime stralunature d'occhj: e quando fu giorno chiaro, conobbe essere un certo vecchietto del vicinato, che presso tutti passava per un santarello; ma che non era mai stato nel suo calendário. Ciò lo confermò nel primo sospetto; anzi il sospetto prese nella sua mente tal forma di certezza, che non dubitò di andare alla polizia a dare degli indizj contro costui circa alfurto fattogli; e la polizía, che in altra occasione aveva avuto qualche barlume di questo birbone, non esitò un momento, e senza metter tempo in mezzo, fece le sue indagini: e la mattina di poi mandò i suoi agenti a casa di lui con ordine di farvi una minuta perquisizione. Il povero Santo, che tutt'altro si aspettava, rimase più morto che vivo; ma seppe dissimulare: «Padroni; vengano pure: témono forse ch'io sia un cospiratore?»—«Eh! qualcosellina di peggio: ma saranno calunnie.»—«Il Signore vuol darmi questa mortificazione, ed io chino il capo. Sia laudato il suo santo nome. Egli fa tutto a buon fine; e forse permette ciò per far maggiormente brillare la mia innocenza, e confondere i calunniatori.» Aveva finito appena queste parole, che gli agenti scòrsero un usciolíno a muro: «E di qui dove si va?»—«In una dispensína, dove tengo poca roba per uso della parca mensa.»—«Apra.»—Il Santo va per la chiave, e apre; e l'occhio grifagno del capo birro, si accorse che la mano gli tremava, e che lo sgomento gli si dipingeva sulla faccia. Entrano: fiaschi, bottiglie, frutte in aceto, prosciutti, salami, e non altro: solo in quella stanzuccia mezza buja c'era un órcio assai grosso, chiuso a lucchetto.—«O quest'órcio?»—«È quel po' d'olio per la famiglia.»—«Apra.»—«Ma... non ho la chiave...»—«Apra, o lo mando in pezzi.»—Allora il nostr'uomo, vedutosi al perso, si gettò in ginocchioni dinanzi al caporale piangendo come una vite tagliata, e raccomandandosi che lo salvassedal disonore: poi, accostatosegli all'orecchio: «Per lei ci saranno mille lire prima che esca di casa mia.» Questo tentativo di corruzione fece venir la mosca sul naso al caporale, che diede al vecchio un bravo ceffone, intimandogli che aprisse. L'orcio era tutto pieno d'involti, scátole, astucci, borse, ogni cosa contenente gioje, oreríe, monete, medaglie; un vero tesoro: e giù in fondo una cassetta, dove erano parecchie chiavi di varj ingegni e grossezze, grimaldelli, leve, e altri arnesi ladreschi. Ogni cosa fu sequestrato e sigillato: il sant'uomo fu messo in gattabuja; nè si penò molto a scoprire che egli, non solo aveva scassato la bottega del Medici, ma che altri infiniti furti aveva fatto, non mai potuti scoprire; e per i quali erano state condannate altre persone. Il processo era già a termine, e presto doveva trattarsi la causa alla pubblica udienza; ma una mattina, entrata la guardia nella prigione, trovò il Santo penzolone dalla trave del palco. Aveva fatto strisce di un lenzuolo, ed appiccatosi per fuggire la vergogna e la pena durissima.
Lettore, impara da questa novella a non ti fidare di coloro che ostèntano devozione, moralità, ed ogni catonesca virtù: e ricordati sempre del Medici, orefice fiorentino, il quale appunto da simili ostentazioni prese certezza a denunziare per ladro uno reputato santo da tutti.