I PAESI DELLE VALANGHE

I PAESI DELLE VALANGHE[image]alla vetta delle Alpi al mare Mediterraneo corrono poche centinaia di chilometri, mentre parecchie migliaia la separano dai mari del Nord. Questo fatto spiega la diversa struttura dei due versanti, dei quali il meridionale precipita per via di immani scoscendimenti nella valle del Po, e s'allunga, e si spiana e digrada negli ondulati altipiani della Svizzera il settentrionale.Ci sono tre diverse regioni alpine. La montagnosa al basso, l'alpestre nel mezzo, l'alpina propriamente detta in alto. Chi scende in Italia pei valichi delle Alpi Cozie, Graie o Pennine, avverte [pg!336] subito il limite ed il carattere di ogni regione. Appena lasciati i deserti nevosi, la regione alpina gli sorride con un tranquillo aspetto pastorale. La valle si rompe in più branche come una scala enorme, e fra l'una branca e l'altra è una pianura placidissima, una conca verde dove il torrente corre quieto come un ruscello e spesso dilagando alimenta le lussuriose vegetazioni. I villaggi vi sono lindi ed agiati, anzi non hanno di villaggio che il nome e il campanile, tanto le case si sparpagliano qua e là volte a quel poco sole di cui tutte vogliono la sua parte.Il centro, la parrocchia, raccoglie appena intorno a sè tre o quattro fuochi: quello del parroco, la casa comunale, la scuola, spesso un albergo, qualche volta il tabaccaio che smercia pane, droghe, fettuccie, carta, chiodi, olio di ricino e confetti. Il resto del villaggio è sminuzzato in tanti casali di due o tre fuochi, dove al solito dimorano i diversi rami di una stessa famiglia. Ogni casa ha, davanti, la sua pezza di prato, il suo orto glorioso di quattro o cinque girasoli e il tronco mozzato infitto nella terra che getta acqua per un tubetto di ferro.Qui la gente dimora tutta nel fondo della valle. Si vedono bensì su per le coste della montagna e fino rasente le ghiacciaie, dei casolari pastorizi (chiamatiMeire,GrangieoAlpi); ma a [pg!337] questi salgono per lo più i mandriani della pianura e non vi soggiornano che i tre mesi della state. L'inverno, quelli del paese o s'industriano trafficando intorno per il mondo o si tappano nelle stalle e vi impigriscono in minuterie tranquille, e pulite che sembrano trastulli. Per essi il lavoro invernale, meglio che di sostentare la vita, è un mezzo di ammazzare la giornata e più la sera. Si baloccano in piccoli ordigni per aprir l'uscio o la botola del fieno senza muover di posto, per abbassare dall'assito, ond'è rivestita la parete, un piano che faccia da tavolino e rialzarlo senza che ne appaia la mostra, si lambiccano il cervello a perfezionare le morsette di legno destinate ad assicurare contro il vento i panni sciorinati al sole, o a trovare un nuovo congegno per l'aspo o una nuova zangola per sbattervi il burro. I più utilitarii fanno mestole o cucchiai di legno, o riparano le minute avarìe della casa. Da ciò deriva alla casa un'aria agiata e patriarcale, che non inganna. L'alta montagna elesse i suoi abitanti. È avvenuta la naturale selezione darwiniana: chi non ebbe forza e sostanze da camparvi con agiatezza, o dovette soccombere o ne sloggiò. La miseria della quale vedremo tanti impensati esempi nel basso, non è compatibile colle asprezze del clima e cogli scarsi prodotti del suolo alpino. La frase pare paradossale, [pg!338] ma non è. La terra frutta così poco, che solamente i ricchi ne posseggono, e non essendovi traffichi nè industrie, chi non ha rendite o possedimenti, non trova la via di campare. Nei villaggi della regione alpina non vi hanno mendicanti o ve li attira nella buona stagione la ressa dei forestieri; non vi si incontrano quei visi sparuti di morente, quegli occhi febbrili pieni di timidità supplichevole, che attristano i grossi borghi della media vallata, nè i mostricciatoli rugosi, cenciosi, luridi e paurosi, obbrobrio e pietà della razza umana. La terra, le case, la gente, tutto è disposto e apparecchiato per la consueta guerra contro le stagioni. Del gran nemico alpino che è la valanga, tutti, lassù, sanno misurare il peso e l'impeto e prevedere le mosse e spiare i passi, tutti conoscono della valle i punti vulnerabili ed i sicuri. E perchè la giacitura della casa non è imposta nè da assoluta necessità di lavori agresti, nè da assoluta ristrettezza di spazio, la casa sorge sempre al riparo del noto ed atteso flagello. Dove il pericolo diventa consuetudinario, l'uomo industrioso ne scampa o se ne giova; il solco squarciato dalla valanga serve l'estate a guidare in basso le abbattute d'alberi. Ma questa placida zona che pare una Tempe ha poco spessore. A un tratto, la valle, in luogo di rompersi in branche e ripiani, rovina tutta [pg!339] verso la pianura. Sembra che ogni montagna cerchi invano un punto sicuro dove posare, sicchè tutte, una dopo l'altra affondino la base e la smarriscano in una voragine smisurata. Non più spazi piani di terreno in mezzo alla valle: le due chine opposte si avventano l'una sull'altra e incassano il torrente. In luogo dei declivi ammorbiditi da una foresta fitta d'abeti o dal bel cuscino dei prati, rovine di massi titanici fra i quali il monte lacerato mostra la sua ignea ossatura. Una vegetazione arborea bastarda, dove intisichiscono insieme gli ultimi pini e le prime querce e i primi noci. E via la valle precipita a rigiri rapidi e brevi, sempre serrata e sempre echeggiante per le acque sbattute, e via la strada si sviluppa, tagliata quasi sempre a mezza costa, dominante dall'alto il torrente, attraversante gruppi di case cui, d'estate la folta ombra dei castani, e d'inverno, la montagna di contro, rubano il pochissimo sole, sicchè anche quando è più secca la canicola, esce dai loro usci un tanfo umidiccio e lungo le loro muraglie un loto perenne vi si appiccica ai piedi. E quando dopo parecchie ore di cammino, la gora si apre al largo dove a mala pena capisce un borguccio tutto pigiato intorno la chiesa, vi pare di affacciarvi al gran padre Oceano e di respirarne i liberi venti. Questo segue ben inteso delle valli [pg!340] minori e la pittura sarebbe un po' carica per le grandi vallate, le quali hanno spesso un letto largo e fertile. Ma anche in quelle i monti che le fiancheggiano precipitano per via di fenditure enormi, levigate come tavole di lavagna, le quali tolgono al paese l'aspetto mansueto che incontrammo più in alto e gli danno un carattere di violenza selvaggia e grandiosa. Mentre in alto il prato e la foresta attestano solamente la feracità del suolo e rammentano le beate leggende dell'Eden, qui le varie ardue colture accusano la fatica dell'uomo. E colla fatica, il bisogno e gli stenti. I grossi borghi tagliati in mezzo dalla via maestra, non sono più disseminati per le praterie, ma si aggruppano avari di spazio e respirano poca aria dalle viuzze strette e senza sole. Il terreno ha troppo valore perchè lo si getti in larghezze signorili. I frutti del suolo sono già molti e varii, sicchè la terra lavorata può bastare alla vita dell'uomo. Ma quale vita! E quale lavoro! Quel poco pane il villano deve cercarselo dove lo trova, contendendolo al sole, alla neve, alle frane, ai torrentelli divoratori, al vento gelido di tramontana, alle brinate primaverili. Di qui un lusso faticoso di muri e muriccioli, di trincee, di valli militareschi, di pilastrini d'ogni forma, e grandezza per reggere le pergole; opere di continua e solerte difesa contro [pg!341] i continui e solerti nemici, le quali richiedono una vigilanza quotidiana e vicina. Perciò le case agresti sorgono dove la dura necessità lo comanda. Dove la montagna, fra dirupi impraticabili, spiana un pratellino, ivi qualche eroe del bisogno improvvisa un'oasi che sa di miracolo. L'inverno ha già perduto la crudezza micidiale di poc'anzi. Anche miserrimo, qui l'uomo può durare in uno stato che somiglia la vita e questo basta a tanti infelici i quali arrischiano mille volte di morire, pure di trascinare l'agonia.I forestieri che attraversano quei paesi, diretti alle alture salutifere, la mente nutrita delle frasi letterarie difieri e robusti alpigiani, ditempre ferreee via discorrendo, stupiscono della realtà e calunniano la razza montanina, la quale è ancora in parte e fu tutta quanta fortissima in origine e dotata delle migliori attività umane, ma venne via via negli stenti e per la dimenticanza in cui fu lasciata, e più andrà in avvenire, logorando la fibra e intimidendo gli spiriti.Chi dalla valle maggiore sale i fianchi delle montagne o s'interna per le gole, vi scopre certi brandelli di paesucci, viluppi di tuguri, perduti in luoghi così inospiti che si credono disabitati. La chiesa valligiana serve per lo più a una ventina di villaggetti aggrappati a sporgenze rocciose quasi impercettibili, sospesi a mezza costa [pg!342] con un abisso sul capo ed uno ai piedi, terribilmente pittoreschi, dei quali l'estate nasconde il miserrimo aspetto e l'inverno rivela l'esistenza sempre pericolante. Se una valanga piombasse dall'alto della rupe che liprotegge, li spazzerebbe di netto. Ma chi pensò, edificandoli, se la valanga li avrebbe un giorno colpiti? Ben altra cura li collocò dove stanno e ve li mantiene. Nella regione alpestre la valanga non ha il suo corso normale e prevedibile. Essa non è flagello di ogni anno, mentre la fame lo è di ogni giorno. Ciò spiega le vittime dell'inverno passato e ne fa temere di nuove ogni anno.[pg!343]

I PAESI DELLE VALANGHE[image]alla vetta delle Alpi al mare Mediterraneo corrono poche centinaia di chilometri, mentre parecchie migliaia la separano dai mari del Nord. Questo fatto spiega la diversa struttura dei due versanti, dei quali il meridionale precipita per via di immani scoscendimenti nella valle del Po, e s'allunga, e si spiana e digrada negli ondulati altipiani della Svizzera il settentrionale.Ci sono tre diverse regioni alpine. La montagnosa al basso, l'alpestre nel mezzo, l'alpina propriamente detta in alto. Chi scende in Italia pei valichi delle Alpi Cozie, Graie o Pennine, avverte [pg!336] subito il limite ed il carattere di ogni regione. Appena lasciati i deserti nevosi, la regione alpina gli sorride con un tranquillo aspetto pastorale. La valle si rompe in più branche come una scala enorme, e fra l'una branca e l'altra è una pianura placidissima, una conca verde dove il torrente corre quieto come un ruscello e spesso dilagando alimenta le lussuriose vegetazioni. I villaggi vi sono lindi ed agiati, anzi non hanno di villaggio che il nome e il campanile, tanto le case si sparpagliano qua e là volte a quel poco sole di cui tutte vogliono la sua parte.Il centro, la parrocchia, raccoglie appena intorno a sè tre o quattro fuochi: quello del parroco, la casa comunale, la scuola, spesso un albergo, qualche volta il tabaccaio che smercia pane, droghe, fettuccie, carta, chiodi, olio di ricino e confetti. Il resto del villaggio è sminuzzato in tanti casali di due o tre fuochi, dove al solito dimorano i diversi rami di una stessa famiglia. Ogni casa ha, davanti, la sua pezza di prato, il suo orto glorioso di quattro o cinque girasoli e il tronco mozzato infitto nella terra che getta acqua per un tubetto di ferro.Qui la gente dimora tutta nel fondo della valle. Si vedono bensì su per le coste della montagna e fino rasente le ghiacciaie, dei casolari pastorizi (chiamatiMeire,GrangieoAlpi); ma a [pg!337] questi salgono per lo più i mandriani della pianura e non vi soggiornano che i tre mesi della state. L'inverno, quelli del paese o s'industriano trafficando intorno per il mondo o si tappano nelle stalle e vi impigriscono in minuterie tranquille, e pulite che sembrano trastulli. Per essi il lavoro invernale, meglio che di sostentare la vita, è un mezzo di ammazzare la giornata e più la sera. Si baloccano in piccoli ordigni per aprir l'uscio o la botola del fieno senza muover di posto, per abbassare dall'assito, ond'è rivestita la parete, un piano che faccia da tavolino e rialzarlo senza che ne appaia la mostra, si lambiccano il cervello a perfezionare le morsette di legno destinate ad assicurare contro il vento i panni sciorinati al sole, o a trovare un nuovo congegno per l'aspo o una nuova zangola per sbattervi il burro. I più utilitarii fanno mestole o cucchiai di legno, o riparano le minute avarìe della casa. Da ciò deriva alla casa un'aria agiata e patriarcale, che non inganna. L'alta montagna elesse i suoi abitanti. È avvenuta la naturale selezione darwiniana: chi non ebbe forza e sostanze da camparvi con agiatezza, o dovette soccombere o ne sloggiò. La miseria della quale vedremo tanti impensati esempi nel basso, non è compatibile colle asprezze del clima e cogli scarsi prodotti del suolo alpino. La frase pare paradossale, [pg!338] ma non è. La terra frutta così poco, che solamente i ricchi ne posseggono, e non essendovi traffichi nè industrie, chi non ha rendite o possedimenti, non trova la via di campare. Nei villaggi della regione alpina non vi hanno mendicanti o ve li attira nella buona stagione la ressa dei forestieri; non vi si incontrano quei visi sparuti di morente, quegli occhi febbrili pieni di timidità supplichevole, che attristano i grossi borghi della media vallata, nè i mostricciatoli rugosi, cenciosi, luridi e paurosi, obbrobrio e pietà della razza umana. La terra, le case, la gente, tutto è disposto e apparecchiato per la consueta guerra contro le stagioni. Del gran nemico alpino che è la valanga, tutti, lassù, sanno misurare il peso e l'impeto e prevedere le mosse e spiare i passi, tutti conoscono della valle i punti vulnerabili ed i sicuri. E perchè la giacitura della casa non è imposta nè da assoluta necessità di lavori agresti, nè da assoluta ristrettezza di spazio, la casa sorge sempre al riparo del noto ed atteso flagello. Dove il pericolo diventa consuetudinario, l'uomo industrioso ne scampa o se ne giova; il solco squarciato dalla valanga serve l'estate a guidare in basso le abbattute d'alberi. Ma questa placida zona che pare una Tempe ha poco spessore. A un tratto, la valle, in luogo di rompersi in branche e ripiani, rovina tutta [pg!339] verso la pianura. Sembra che ogni montagna cerchi invano un punto sicuro dove posare, sicchè tutte, una dopo l'altra affondino la base e la smarriscano in una voragine smisurata. Non più spazi piani di terreno in mezzo alla valle: le due chine opposte si avventano l'una sull'altra e incassano il torrente. In luogo dei declivi ammorbiditi da una foresta fitta d'abeti o dal bel cuscino dei prati, rovine di massi titanici fra i quali il monte lacerato mostra la sua ignea ossatura. Una vegetazione arborea bastarda, dove intisichiscono insieme gli ultimi pini e le prime querce e i primi noci. E via la valle precipita a rigiri rapidi e brevi, sempre serrata e sempre echeggiante per le acque sbattute, e via la strada si sviluppa, tagliata quasi sempre a mezza costa, dominante dall'alto il torrente, attraversante gruppi di case cui, d'estate la folta ombra dei castani, e d'inverno, la montagna di contro, rubano il pochissimo sole, sicchè anche quando è più secca la canicola, esce dai loro usci un tanfo umidiccio e lungo le loro muraglie un loto perenne vi si appiccica ai piedi. E quando dopo parecchie ore di cammino, la gora si apre al largo dove a mala pena capisce un borguccio tutto pigiato intorno la chiesa, vi pare di affacciarvi al gran padre Oceano e di respirarne i liberi venti. Questo segue ben inteso delle valli [pg!340] minori e la pittura sarebbe un po' carica per le grandi vallate, le quali hanno spesso un letto largo e fertile. Ma anche in quelle i monti che le fiancheggiano precipitano per via di fenditure enormi, levigate come tavole di lavagna, le quali tolgono al paese l'aspetto mansueto che incontrammo più in alto e gli danno un carattere di violenza selvaggia e grandiosa. Mentre in alto il prato e la foresta attestano solamente la feracità del suolo e rammentano le beate leggende dell'Eden, qui le varie ardue colture accusano la fatica dell'uomo. E colla fatica, il bisogno e gli stenti. I grossi borghi tagliati in mezzo dalla via maestra, non sono più disseminati per le praterie, ma si aggruppano avari di spazio e respirano poca aria dalle viuzze strette e senza sole. Il terreno ha troppo valore perchè lo si getti in larghezze signorili. I frutti del suolo sono già molti e varii, sicchè la terra lavorata può bastare alla vita dell'uomo. Ma quale vita! E quale lavoro! Quel poco pane il villano deve cercarselo dove lo trova, contendendolo al sole, alla neve, alle frane, ai torrentelli divoratori, al vento gelido di tramontana, alle brinate primaverili. Di qui un lusso faticoso di muri e muriccioli, di trincee, di valli militareschi, di pilastrini d'ogni forma, e grandezza per reggere le pergole; opere di continua e solerte difesa contro [pg!341] i continui e solerti nemici, le quali richiedono una vigilanza quotidiana e vicina. Perciò le case agresti sorgono dove la dura necessità lo comanda. Dove la montagna, fra dirupi impraticabili, spiana un pratellino, ivi qualche eroe del bisogno improvvisa un'oasi che sa di miracolo. L'inverno ha già perduto la crudezza micidiale di poc'anzi. Anche miserrimo, qui l'uomo può durare in uno stato che somiglia la vita e questo basta a tanti infelici i quali arrischiano mille volte di morire, pure di trascinare l'agonia.I forestieri che attraversano quei paesi, diretti alle alture salutifere, la mente nutrita delle frasi letterarie difieri e robusti alpigiani, ditempre ferreee via discorrendo, stupiscono della realtà e calunniano la razza montanina, la quale è ancora in parte e fu tutta quanta fortissima in origine e dotata delle migliori attività umane, ma venne via via negli stenti e per la dimenticanza in cui fu lasciata, e più andrà in avvenire, logorando la fibra e intimidendo gli spiriti.Chi dalla valle maggiore sale i fianchi delle montagne o s'interna per le gole, vi scopre certi brandelli di paesucci, viluppi di tuguri, perduti in luoghi così inospiti che si credono disabitati. La chiesa valligiana serve per lo più a una ventina di villaggetti aggrappati a sporgenze rocciose quasi impercettibili, sospesi a mezza costa [pg!342] con un abisso sul capo ed uno ai piedi, terribilmente pittoreschi, dei quali l'estate nasconde il miserrimo aspetto e l'inverno rivela l'esistenza sempre pericolante. Se una valanga piombasse dall'alto della rupe che liprotegge, li spazzerebbe di netto. Ma chi pensò, edificandoli, se la valanga li avrebbe un giorno colpiti? Ben altra cura li collocò dove stanno e ve li mantiene. Nella regione alpestre la valanga non ha il suo corso normale e prevedibile. Essa non è flagello di ogni anno, mentre la fame lo è di ogni giorno. Ciò spiega le vittime dell'inverno passato e ne fa temere di nuove ogni anno.[pg!343]

[image]alla vetta delle Alpi al mare Mediterraneo corrono poche centinaia di chilometri, mentre parecchie migliaia la separano dai mari del Nord. Questo fatto spiega la diversa struttura dei due versanti, dei quali il meridionale precipita per via di immani scoscendimenti nella valle del Po, e s'allunga, e si spiana e digrada negli ondulati altipiani della Svizzera il settentrionale.

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Ci sono tre diverse regioni alpine. La montagnosa al basso, l'alpestre nel mezzo, l'alpina propriamente detta in alto. Chi scende in Italia pei valichi delle Alpi Cozie, Graie o Pennine, avverte [pg!336] subito il limite ed il carattere di ogni regione. Appena lasciati i deserti nevosi, la regione alpina gli sorride con un tranquillo aspetto pastorale. La valle si rompe in più branche come una scala enorme, e fra l'una branca e l'altra è una pianura placidissima, una conca verde dove il torrente corre quieto come un ruscello e spesso dilagando alimenta le lussuriose vegetazioni. I villaggi vi sono lindi ed agiati, anzi non hanno di villaggio che il nome e il campanile, tanto le case si sparpagliano qua e là volte a quel poco sole di cui tutte vogliono la sua parte.

Il centro, la parrocchia, raccoglie appena intorno a sè tre o quattro fuochi: quello del parroco, la casa comunale, la scuola, spesso un albergo, qualche volta il tabaccaio che smercia pane, droghe, fettuccie, carta, chiodi, olio di ricino e confetti. Il resto del villaggio è sminuzzato in tanti casali di due o tre fuochi, dove al solito dimorano i diversi rami di una stessa famiglia. Ogni casa ha, davanti, la sua pezza di prato, il suo orto glorioso di quattro o cinque girasoli e il tronco mozzato infitto nella terra che getta acqua per un tubetto di ferro.

Qui la gente dimora tutta nel fondo della valle. Si vedono bensì su per le coste della montagna e fino rasente le ghiacciaie, dei casolari pastorizi (chiamatiMeire,GrangieoAlpi); ma a [pg!337] questi salgono per lo più i mandriani della pianura e non vi soggiornano che i tre mesi della state. L'inverno, quelli del paese o s'industriano trafficando intorno per il mondo o si tappano nelle stalle e vi impigriscono in minuterie tranquille, e pulite che sembrano trastulli. Per essi il lavoro invernale, meglio che di sostentare la vita, è un mezzo di ammazzare la giornata e più la sera. Si baloccano in piccoli ordigni per aprir l'uscio o la botola del fieno senza muover di posto, per abbassare dall'assito, ond'è rivestita la parete, un piano che faccia da tavolino e rialzarlo senza che ne appaia la mostra, si lambiccano il cervello a perfezionare le morsette di legno destinate ad assicurare contro il vento i panni sciorinati al sole, o a trovare un nuovo congegno per l'aspo o una nuova zangola per sbattervi il burro. I più utilitarii fanno mestole o cucchiai di legno, o riparano le minute avarìe della casa. Da ciò deriva alla casa un'aria agiata e patriarcale, che non inganna. L'alta montagna elesse i suoi abitanti. È avvenuta la naturale selezione darwiniana: chi non ebbe forza e sostanze da camparvi con agiatezza, o dovette soccombere o ne sloggiò. La miseria della quale vedremo tanti impensati esempi nel basso, non è compatibile colle asprezze del clima e cogli scarsi prodotti del suolo alpino. La frase pare paradossale, [pg!338] ma non è. La terra frutta così poco, che solamente i ricchi ne posseggono, e non essendovi traffichi nè industrie, chi non ha rendite o possedimenti, non trova la via di campare. Nei villaggi della regione alpina non vi hanno mendicanti o ve li attira nella buona stagione la ressa dei forestieri; non vi si incontrano quei visi sparuti di morente, quegli occhi febbrili pieni di timidità supplichevole, che attristano i grossi borghi della media vallata, nè i mostricciatoli rugosi, cenciosi, luridi e paurosi, obbrobrio e pietà della razza umana. La terra, le case, la gente, tutto è disposto e apparecchiato per la consueta guerra contro le stagioni. Del gran nemico alpino che è la valanga, tutti, lassù, sanno misurare il peso e l'impeto e prevedere le mosse e spiare i passi, tutti conoscono della valle i punti vulnerabili ed i sicuri. E perchè la giacitura della casa non è imposta nè da assoluta necessità di lavori agresti, nè da assoluta ristrettezza di spazio, la casa sorge sempre al riparo del noto ed atteso flagello. Dove il pericolo diventa consuetudinario, l'uomo industrioso ne scampa o se ne giova; il solco squarciato dalla valanga serve l'estate a guidare in basso le abbattute d'alberi. Ma questa placida zona che pare una Tempe ha poco spessore. A un tratto, la valle, in luogo di rompersi in branche e ripiani, rovina tutta [pg!339] verso la pianura. Sembra che ogni montagna cerchi invano un punto sicuro dove posare, sicchè tutte, una dopo l'altra affondino la base e la smarriscano in una voragine smisurata. Non più spazi piani di terreno in mezzo alla valle: le due chine opposte si avventano l'una sull'altra e incassano il torrente. In luogo dei declivi ammorbiditi da una foresta fitta d'abeti o dal bel cuscino dei prati, rovine di massi titanici fra i quali il monte lacerato mostra la sua ignea ossatura. Una vegetazione arborea bastarda, dove intisichiscono insieme gli ultimi pini e le prime querce e i primi noci. E via la valle precipita a rigiri rapidi e brevi, sempre serrata e sempre echeggiante per le acque sbattute, e via la strada si sviluppa, tagliata quasi sempre a mezza costa, dominante dall'alto il torrente, attraversante gruppi di case cui, d'estate la folta ombra dei castani, e d'inverno, la montagna di contro, rubano il pochissimo sole, sicchè anche quando è più secca la canicola, esce dai loro usci un tanfo umidiccio e lungo le loro muraglie un loto perenne vi si appiccica ai piedi. E quando dopo parecchie ore di cammino, la gora si apre al largo dove a mala pena capisce un borguccio tutto pigiato intorno la chiesa, vi pare di affacciarvi al gran padre Oceano e di respirarne i liberi venti. Questo segue ben inteso delle valli [pg!340] minori e la pittura sarebbe un po' carica per le grandi vallate, le quali hanno spesso un letto largo e fertile. Ma anche in quelle i monti che le fiancheggiano precipitano per via di fenditure enormi, levigate come tavole di lavagna, le quali tolgono al paese l'aspetto mansueto che incontrammo più in alto e gli danno un carattere di violenza selvaggia e grandiosa. Mentre in alto il prato e la foresta attestano solamente la feracità del suolo e rammentano le beate leggende dell'Eden, qui le varie ardue colture accusano la fatica dell'uomo. E colla fatica, il bisogno e gli stenti. I grossi borghi tagliati in mezzo dalla via maestra, non sono più disseminati per le praterie, ma si aggruppano avari di spazio e respirano poca aria dalle viuzze strette e senza sole. Il terreno ha troppo valore perchè lo si getti in larghezze signorili. I frutti del suolo sono già molti e varii, sicchè la terra lavorata può bastare alla vita dell'uomo. Ma quale vita! E quale lavoro! Quel poco pane il villano deve cercarselo dove lo trova, contendendolo al sole, alla neve, alle frane, ai torrentelli divoratori, al vento gelido di tramontana, alle brinate primaverili. Di qui un lusso faticoso di muri e muriccioli, di trincee, di valli militareschi, di pilastrini d'ogni forma, e grandezza per reggere le pergole; opere di continua e solerte difesa contro [pg!341] i continui e solerti nemici, le quali richiedono una vigilanza quotidiana e vicina. Perciò le case agresti sorgono dove la dura necessità lo comanda. Dove la montagna, fra dirupi impraticabili, spiana un pratellino, ivi qualche eroe del bisogno improvvisa un'oasi che sa di miracolo. L'inverno ha già perduto la crudezza micidiale di poc'anzi. Anche miserrimo, qui l'uomo può durare in uno stato che somiglia la vita e questo basta a tanti infelici i quali arrischiano mille volte di morire, pure di trascinare l'agonia.

I forestieri che attraversano quei paesi, diretti alle alture salutifere, la mente nutrita delle frasi letterarie difieri e robusti alpigiani, ditempre ferreee via discorrendo, stupiscono della realtà e calunniano la razza montanina, la quale è ancora in parte e fu tutta quanta fortissima in origine e dotata delle migliori attività umane, ma venne via via negli stenti e per la dimenticanza in cui fu lasciata, e più andrà in avvenire, logorando la fibra e intimidendo gli spiriti.

Chi dalla valle maggiore sale i fianchi delle montagne o s'interna per le gole, vi scopre certi brandelli di paesucci, viluppi di tuguri, perduti in luoghi così inospiti che si credono disabitati. La chiesa valligiana serve per lo più a una ventina di villaggetti aggrappati a sporgenze rocciose quasi impercettibili, sospesi a mezza costa [pg!342] con un abisso sul capo ed uno ai piedi, terribilmente pittoreschi, dei quali l'estate nasconde il miserrimo aspetto e l'inverno rivela l'esistenza sempre pericolante. Se una valanga piombasse dall'alto della rupe che liprotegge, li spazzerebbe di netto. Ma chi pensò, edificandoli, se la valanga li avrebbe un giorno colpiti? Ben altra cura li collocò dove stanno e ve li mantiene. Nella regione alpestre la valanga non ha il suo corso normale e prevedibile. Essa non è flagello di ogni anno, mentre la fame lo è di ogni giorno. Ciò spiega le vittime dell'inverno passato e ne fa temere di nuove ogni anno.

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