STORIA DI NATALE LYSBAK[image]on avevo mai incontrato fra le guide alpine un uomo di così nobile e maschia bellezza. Alto come un corazziere, asciutto ma non sottile, si atteggiava e muoveva con dignità naturale e disinvolta, era agile e sicuro, servizievole senza essere servile, parlava con proprietà, gestiva poco, non vantava ascensioni impossibili.Benchè non dovessimo affrontare pericoli, s'era tuttavia stabilita fra me e lui quella dimestichezza cordiale, che nasce dalla comunanza delle fatiche e della vita; da tre giorni egli mi accompagnava per rupi e ghiacciaie e ci rimanevano, prima di giungere a Gressoney, due [pg!180] giornate di cammino. Quando lo invitavo a sedere alla mia tavola per desinare insieme, accettava semplicemente senza aver l'aria di pretenderlo e nemmeno di ricevere una grazia; a tavola discorreva e mangiava volentieri, ma non beveva che acqua, ricusando con un cenno del capo l'offerta che gli facevo sempre di vino e di liquori.La penultima giornata del nostro viaggio si valicava il colle delle Cime Bianche, ancora coperto di neve, per giungere a Fiery in valle d'Ajaz, donde il domani, pel colle della Betta Forca, dovevamo scendere a Gressoney, termine delle mie escursioni. Siccome non ero mai stato a Gressoney, glie ne chiedevo per strada:—Il vostro nome, Lysbak, mi fa supporre che siate nativo di quel paese, perchè il torrente che vi corre si chiama appunto il Lys.—Sì signore, sono di Gressoney.—È una bella vallata?—La più bella di quante io conosca.—È naturale che voi la giudichiate a quel modo.—È vero, signore. È naturale.S'era oscurito in viso e non aggiunse parola tanto che, temendo di averlo offeso con mettere in dubbio la sincerità del suo giudizio, cercai di abbonirmelo con nuove domande.[pg!181] —Siete ammogliato, Lysbak?—Sì.—E avete famiglia?—Ho famiglia.Il tono asciutto delle sue risposte mi fece capire che quello non era luogo da discorsi, infatti affondavamo nella neve molle fino alle ginocchia ed un passo falso ci avrebbe mandati ruzzolone fino in basso del nevato e costretti a rifar da capo due ore di salita.La sera, all'albergo di Fiery, fu servito a cena un vinetto sottile e fratellevole.—Lysbak, domani ci lascieremo, dopo cinque giorni di convivenza. Sono contento di voi, porgetemi il bicchiere, tocchiamo insieme e bevetene un sorso.—Grazie signore, non bevo.—Che idea! Un uomo della vostra fatta! Vi spiace il vino?—Non ne bevo.—Per farmi piacere, Lysbak, un sorso. Il vino cementa l'amicizia.—Non sono vostro amico, signore; vi servo per paga.—Avete torto: la paga va per i servigi che mi rendete, non per la buona compagnia che mi avete fatto. Quando vi avrò pagato, mi rimarrà di voi una memoria migliore che non [pg!182] delle altre guide che ho conosciuto; voi siete diverso dagli altri: sempre quando mi date la mano per superare un passo difficile, mi viene fatto di ringraziarvi come un compagno disinteressato, un compagno d'elezione. Voi fate la guida con grazia signorile.—È inutile, non bevo, non voglio bere.Si levò turbato e andò diritto a dormire.La mattina del domani era di buon umore più che non fosse mai stato per l'addietro. Salendo la Betta Forca canterellava certe nenie nel tedesco corrotto di Gressoney, chiudendole con quei trilli che passano per tirolesi e sono di tutti i pastori dell'Alpi. Fra una canzone e l'altra era verboso e gaio, raccontava mille aneddoti salati e mille facezie grosse e grasse da stalla e se la rideva da sè, rivoltando fra i denti la cicca di tabacco che non gli avevo mai veduto prima d'allora. Ad ora ad ora pareva si compiacesse di attardarmi per strada, di raddoppiarmi il cammino, andava di qua e di là come un bracco, raccogliendo fiori e fragole che mi portava sorridendo; altre volte prendeva la corsa lasciandomi indietro di gran passi, poi mi aspettava e mi gridava dall'alto: coraggio, signore, coraggio, signore, fra un'ora saremo sui pascoli di Gressoney, in vista della mia cara vallata! Ah, ah, vedrete come è bella, come è [pg!183] tutta bella verde, colore di speranza. È l'ultima tappa che facciamo insieme, allegro signore! E terminava col solito trillo acutissimo, agitando al vento il cappello adorno di un bel fiocco diEdelweis. Aveva gli occhi lucenti, il viso animato, lo si vedeva grillire di piacere e d'impazienza, pareva un innamorato che corresse all'amante.—Vedete lassù quel seno, dove c'è un muro grigio di pietre? quello è il colle, signore.—Là, dove spuntano quelle lingue di nebbia?—Appunto. Ahi ahi, quelle lingue di nebbia annunziano tempesta: sono cattive lingue, signore, cattive lingue che salgono da Gressoney, dal mio paese, dal mio paese. Presto, presto, prima che arrivi la tormenta.In un batter d'occhio il cielo s'era oscurato: la nebbia invadeva invadeva, serrata, uniforme finchè andò a posarsi all'ingiro sui fianchi delle montagne, tagliandone con una riga diritta tutte le cime e livellandole. Il colle non si vedeva più; camminavamo allora in un ripiano erboso, il cielo sospeso a pochi palmi sopra di noi. Che tempaccio orribile! Non era la burrasca sfrenata che arresta i più coraggiosi, li costringe a cercare ricovero e fa confortevole ricovero qualunque cavo di roccia, tanto si scatena furiosa ed irresistibile; ma una sorta di bufera stagnante [pg!184] muta e fredda come la morte. Le nuvole lambivano i nostri cappelli e stavano immobili gravi di più giorni di pioggia e di neve: ancora pochi passi ed immergemmo in esse la testa e poi tutta la persona. Io mi godevo la dolcezza sottile di quel contatto come una carezza morbidissima e velenosa, e ripensando i versi di Dante, là dove incontrata l'ombra di Casella e fatto per abbracciarla:Tre volte dietro lei le mani avvinseE tante si tornò con esse al petto,brancolavo curioso in quella sostanza tangibile ed inafferrabile, della quale è impossibile discernere e concepire la forma, il volume ed il colore e che si manifesta contemporaneamente a tutti i sensi; al tatto, cui pure cede senza resistenza; all'olfatto ed al gusto, che non riescono a dar nome nè al suo odore, nè al suo sapore; all'udito, che in essa perde suoni vicinissimi e ne percepisce nettamente e capricciosamente dei lontani; ed alla vista, che vi riposa in una luce fievole e diffusa. Ma fu breve compiacenza; a poco a poco sentii i panni che mi vestivano diventar leggieri e mi parve di essere nudo nella tempesta. La mia guida mi incorava colla voce a salire; ma l'ascesa, divenuta più erta mi toglieva il respiro; poi venne un soffio di vento [pg!185] a scompigliare, senza diradarlo, l'enorme viluppo grigio che mi avvolgeva; un vento gelato che mi fece correre per il filo della schiena i grossi brividi della febbre e mi lasciai cadere sull'erba sfinito, senza voglie, in preda ad uno smarrimento simile a quello del sonno a lungo sospirato, di cui la coscienza assopita ma non sorda, avverte la venuta e pregusta la dolcezza. Allora Lysbak mi levò di peso e rimessomi sulle gambe e presomi a braccetto, si diede a salire correndo, trascinandomi dietro a forza; lo sentivo soffiare come un mantice e quando giunto sulla vetta sostò un momento per prendere fiato, lo vidi grondante e fumante di sudore.—Siamo sul colle; se non vi strapazzavo a quel modo, vi coglieva il male della montagna; il sonno gelido. Come vi sentite ora?Mi guardava con aria paterna, coll'aspetto rassicurante della forza buona. Era tornato l'uomo grave e premuroso dei giorni innanzi, nobilitato da una autorevolezza intelligente, di capitano.—Bisogna scendere subito, che il freddo non vi assideri un'altra volta; d'altronde con questa nebbia c'è pericolo di rigirare dell'ore sulle nostre peste senza avanzare di un palmo; e tenerci per mano, che non ci s'abbia a perdere; e giù di corsa.[pg!186] Scendevamo da venti minuti, quando si fermò d'un tratto:—Abbiamo sbagliato strada, siamo troppo a sinistra, indietro.Indietro!? Non ne potevo più; meglio scendere purchessia; una volta nella valle, ci saremmo raccapezzati; ma, a sentirlo, egli conosceva il luogo e a pochi passi da noi la china rompeva in un dirupo altissimo, precipitando a picco fino al torrente. Lo richiesi se non sapesse di qualche cascinale vicino dove riposare; la mia viltà gli fece passare negli occhi un lampo di collera e mi rispose brusco:—Non c'è cascinale, venite.In quel punto, a smentirlo udimmo lo scampanellare di molte vacche vicine e non dovevano essere sull'erba ma chiuse nella stalla, perchè il suono giungeva raccolto e confuso, come assordato dalle pareti.—Lo vedete, Lysbak, che ignorate dove siamo?Fece un gesto d'impazienza e mi disse:—Lo sapeva, ma non conviene trattenersi venite.Parlava vibrato, con collera mal contenuta ma la mia stanchezza ed il malessere erano troppo dolorosi perchè mi lasciassi sopraffare. Alle sue parole, ai suoi consigli, ai comandi, alle [pg!187] preghiere, rispondevo un no cocciuto e disperato. Volevo scaldarmi al soffio caldo delle vacche e riposare al chiuso; perchè mi torturava a quel modo? A Gressoney ci saremmo giunti il domani, gli avrei pagata una giornata di più, anche a doppio prezzo se lo voleva; e m'incollerivo anch'io e dimenticando gli affettuosi riguardi di poc'anzi, ribattevo sul pagare, era pagato, lo pagavo, doveva servire alle mie voglie, non ero io che dipendeva da lui, ma egli da me; che prepotenza era la sua! Al postutto, facesse a suo piacere, io cercavo della casa e vi entravo ad ogni costo.—Bene, signore. La casa è a mano destra, a venti passi, conosco il luogo, lasciatevi condurre.—Non m'ingannate, Lysbak, non me ne allontanate.Mi afferrò la mano e mi portò sull'uscio:—Io vi aspetto qui.—Perchè non entrate?—Vi aspetto.—Padrone.—Entrai solo. Era il solito cascinale pastorizio; dissotto, una lunga stalla; dissopra, due camere da abitare.Appena aperta la porta, sentii sul viso il tepore umido che saliva nella stanza per le tavole dell'impiantito.[pg!188] Delle due donne che sedevano accanto al fuoco, la più giovane mi venne incontro senza parlare e andò frettolosamente a serrar fuori la nebbia. Oh il confortevole aspetto di quella stanza! Calda, pulita, le pareti rivestite di tavole, un gran letto alto e largo, un bel fuoco fiammeggiante, e padrone di casa due donne vestite di panno scarlatto, belle tutte e due, certo madre e figliuola. Il loro vestire e gli arredi intorno accusavano una solida agiatezza; la più giovane calzava stivaletti cittadini allacciati sul collo del piede e colla punta inverniciata; l'altra portava anelli d'oro alle dita e polsini di lana finissima. Tutte e due si affaccendarono a servirmi. La madre andava e veniva dalla stanza vicina, stendeva la tovaglia sulla tavola e vi disponeva la scodella di maiolica bianca, la posata lucente che pareva d'oro, il bicchiere e la bottiglia del vino; la figliuola, china sul fuoco al mio fianco, soffiava gonfiando le gote perchè bollisse presto l'acqua del caffè.Mi sentivo rinascere, e nella pienezza del mio benessere avevo scordato affatto quel povero uomo che mi aspettava là fuori nella nebbia gelata: sua colpa, d'altronde; perchè intestarsi a non salire? La ragazza aveva raccolte e chiuse fra le ginocchia le pieghe della sottana, che non le giungesse il fuoco, cosicchè il panno [pg!189] teso disegnava una salda giustezza di forme. Ad ogni soffio, il seno coperto appena da una camicia di tela bianca di bucato, si gonfiava visibilmente e pareva volesse uscire dal busto aperto sul petto a forma di cuore. Le guancie arrossite dalla fiammata, prendevano uno splendore sanguigno stimolante, mentre essa mi lanciava di sottecchi delle occhiate furbe, sicura di far colpo. E quando le ebbi detto che era bella, mi rispose in modo da lasciare aperto l'adito al discorso anzi da avviarlo; certo la ragazza ci stava alla celia, se non mi fosse durato l'avvilimento per la giornataccia sofferta.Quando fui ristorato, mi prese un vivo desiderio dell'albergo, di una camera mia dove mutarmi d'abiti e dormire fino al domani senza pensiero d'altro cammino. E poi era appena il mezzogiorno, che fare lassù tante ore? E la mia guida? Pagai largamente il ristoro ricevuto e benchè le due donne mi invitassero a rimanere, uscii pieno di coraggio.Il tempo non era mutato; lo stesso fumo rassegato di poc'anzi: pareva il tardo crepuscolo di un giorno di gennaio. E Lysbak? Dov'è Lysbak? Guardandomi intorno intensamente mi parve di scorgerlo a pochi passi smarrito nella nebbia. Era là, solo, avvolto nel cielo mobile ed invernale, seduto sopra un sasso, i gomiti [pg!190] sulle ginocchia e la testa nelle mani, fissando la tempesta. Quando gli fui dappresso si levò in piedi: era livido, batteva i denti, aveva gli occhi stanchi come per la veglia di un mese, la grama giacchetta abbottonata stretta stretta alla persona, la barba stillante.Mi sorrise con tristezza, senza rancore e mi disse:—Siete riposato? Avevate ragione, è un gran tempaccio, fa bene un po' di ricovero. Andiamo?Mi sentivo rimordere come di una cattiva azione. Mentre stavamo per muovere, la ragazza si fece sull'uscio di casa gridando:—Siete ancora lì, signore?Al mio sì, scese la scala e venne verso di noi.—È detta—mormorò Lysbak fra i denti, e si voltò tutto dall'altra parte.—Avete scordato il cannocchiale e ve lo riporto.—Grazie.La ragazza fece per tornarsene; Lysbak, rapidissimo le prese una mano, poi l'altra, la tenne ferma un istante dirimpetto a sè, la guardò fissamente negli occhi con una tenerezza piena di martirio e le disse:—Addio, figlia mia.—Siete voi, padre? Buon viaggio—rispose [pg!191] l'altra con un riso sfrontato e perverso, e via di corsa.Camminammo un buon tratto senza parlare, poi lo richiesi:—Le avete detto figlia, vi ha detto padre, come mai ciò?—È mia figlia, signore; quell'altra donna che avrete visto in casa è mia moglie, la casa è mia.—E dopo un gran silenzio:—Le poverette non possono vivere con me perchè io sono un briacone.Due ore dopo giungevamo a Gressoney la Trinité.***La famiglia dei Lysbak, la più antica di Gressoney la Trinité, è imparentata con tutti i centoottanta abitanti del paese, i quali d'altronde maritandosi pressochè sempre fra di loro formano una tale aggrovigliata matassa di parentele da perderne la testa gli avvocati, i procuratori, i giudici ed i notari.Verso il 1830, quando Daniele Lysbak venne in possesso dell'eredità paterna, il suo avere era computato a cento mila lire, locchè a quelle alture dove la terra è carissima e frutta poco equivale a due mila lire di rendita. Con due mila lire l'anno lassù si vive da gran signore [pg!192] purchè le donne vadano, ben inteso, l'estate a menar le mandrie sulle alpi e attendano in persona alle cure della pastorizia e gli uomini l'inverno provvedano colle proprie mani a raccomodare la mobilia e le pareti delle stanze lavorando da falegname. A tal patto quella rendita permette di scaldare l'inverno la casa col fiato di quattro o cinque vacche e di raddoppiare il numero la state, di tenere un mulo od un cavallo per scendere a Ponte San Martino in Valle d'Aosta, di mangiare ogni giorno due piatti di carne, uno fresco e l'altro salato, di ber vino ad ogni pasto, di darne a bere agli amici e parenti, e nei giorni solenni di mettere sulla testa grave e serena della madre di famiglia una specie d'elmo in oro filigranato che fa la più brutta vista di questo mondo.Ma la casa Lysbak non attende ai lavori della campagna o lo fa per spasso; al più gli uomini tentano talora un po' di contrabbando, perchè il contrabbando è una caccia più avventurosa e pericolosa di ogni altra. Daniele Lysbak è un signore, non ricco, ma largo e pieno di cuore tanto che non ha nulla di suo. La sua casa è sempre aperta e pronta la tavola; tutti in paese conoscono il suo vino di Carema; l'elmo d'oro di sua moglie è più pesante che non quello di Maria Lanther, la moglie del barone dieci [pg!193] volte milionario. L'ultima volta che egli fu in Svizzera a vendere le pecore, invece delle quattro giovenche che aveva in animo di comprarvi, ne riportò un bel cronometro d'oro, il primo che si vedesse in Gressoney e quel cronometro lo regalò l'anno appresso a Jose il capraro, allorchè questi con rischio della vita, trasse un bambino dal torrente ingrossato dai temporali.Quando la notte del 24 dicembre 1838, sua moglie si sgravò felicemente e Maria Craut la sarta del villaggio e levatrice a ore perdute gli annunziò che il nuovo venuto era un maschio, egli aperse l'uscio di casa e malgrado il freddo polare che soffiava dal Monte Rosa, vi rimase piantato una buona ora, finchè non ebbe sparato cento e un colpi dai due fucili da caccia e dalle pistole che ricaricò altrettante volte a rischio di farsele scoppiare fra le mani.Annunziato al paese con tale principesco fracasso, il piccolo Natale venne su proprio come un principe. Era bello, intelligente, buono e temerario, cosicchè tutti i cuginetti del villaggio lo seguivano e gli obbedivano; più tardi, sua madre avrebbe voluto mandarlo alle scuole d'Ivrea, e forse chissà? anche a Torino, ma Daniele non voleva saperne di separarsi dal figlio, e poi che farne di tante scuole per vivere a Gressoney colle rendite che aveva? Veramente [pg!194] le rendite erano un po' calate e a fare i conti ne sarebbe risultato roso qua e là anche il capitale; ma Daniele i conti non li faceva e dalla vita che menava da signore, argomentava di esserlo in realtà. Bisogna dire che non fu vista mai più stretta amicizia fra padre e figlio; erano sempre insieme: la bontà infinita, paziente, quasi infantile e l'indole gaia e sollazzevole del padre colmavano la differenza dell'età. Non c'era luogo disastroso dove Natale, forte come un torello e svelto come un cavriolo, non seguisse Daniele a caccia di camosci e dopo le lunghe marcie il ragazzo si sdraiava sull'erba al sole e dormiva col capo sulle ginocchia del padre, che stava immobile, beato, finchè non si svegliasse, a guardarlo dormire ed a cacciargli le mosche dal viso.Natale aveva 12 anni quando un giorno il padre si partì per la Svizzera con un branco di pecore, che menava al mercato di Sion nel Vallese. Per il solito gusto spavaldo di frodare la dogana, egli contava di scostarsi dai sentieri battuti e di passare le ghiacciaie la notte. L'aveva fatto cento volte e sapeva i valichi a memoria. Natale lo accompagnò fino al limite dei primi nevati e poi se ne tornò solo a casa. Verso la mezzanotte, Daniele con un suo pastore traversava il ghiacciaio dell'Aventina [pg!195] quando gli mancò sotto la neve e cadde in un crepaccio, rimanendo però ritto ed incolume su di uno scaglione di ghiaccio a pochi metri dalla bocca. Senza smarrirsi, gridò da quel fondo al pastore che scendesse correndo al più vicino cascinale, a cinque o sei ore di cammino, dove dimorava un tale Frantz suo amico e che salissero insieme con quanta più corda avessero potuto trovare; egli aveva la fiaschetta dell'acquavite e una diecina d'ore le poteva durare. Ma quando i due tornarono e chiamarono Daniele, Daniele non rispose. Il sole alto batteva nelle pareti azzurre della gola ghiacciata, vuota e pulita come uno specchio. Certo assiderato dal gelo, Daniele era scivolato dallo scaglione o questo sotto i primi raggi del sole aveva ceduto al peso e s'era inabissato.Quando la notizia giunse a Gressoney, partirono inbattutauna ventina dei più gagliardi uomini del paese e con essi Natale. Erano muniti di corde, di graffi, di picche e di lanterne. Giunti sul luogo. Natale imperioso ed intollerante di consigli, voleva essere legato sotto le ascelle e sceso nel crepaccio, minacciando di gettarvisi a capo fitto se non gli obbedivano. Due uomini fecero per afferrarlo e costringerlo a starsene cheto, egli scappò loro di mano e si diede a correre solo per il ghiacciaio con [pg!196] grave pericolo di affondare alla sua volta: impossibile raggiungerlo. Si lasciava accostare a dieci passi e gridava: Volete? pronto sempre a riscappare, tanto che bisognò contentarlo. Sospeso nella fenditura senza fondo, una lanterna accesa da una mano, ed un'ascia dall'altra, il fanciullo chiamava: Padre, padre! colla sua dolce voce infantile; poi piantando l'ascia nel ghiaccio e reggendovisi, levava la testa e comandava a quelli di sopra, con voce ferma piena d'intrepidezza, che allentassero o tirassero. Dopo di lui scesero altri, il ghiacciaio fu tentato per ogni senso, ma tutto invano. Quella battuta costò alla famiglia un migliaio di lire, e Natale, tornato a casa, fu quindici giorni in punto di morte, durò malaticcio tutto l'inverno e non si riebbe del tutto che a tarda primavera. Allora cominciò una vita di grandi corse solitarie ed avventurose; la madre avvilita dalla morte del marito non osava contrastarlo; d'altronde le prime gite gli avevano ridato i colori della salute. Così Natale venne a conoscere palmo palmo le montagne vicine e le ghiacciaie dove era sepolto suo padre, temprando a quell'esercizio ed accrescendo la robustezza nativa. Quando dal Consiglio di leva dovettero rimandarlo a casa perchè figlio unico di vedova, gli ufficiali ebbero a dire che mai più bello e robusto soldato [pg!197] avrebbe servito il Re. Era forte come un leone. Una volta, che la valanca nel suo passaggio aveva schiacciato una casa, seppellendo la vecchia donna che vi dimorava, egli accorso con mezzo il paese e sentendo dei gemiti fra le macerie, sollevò solo sulle spalle il più grosso trave del tetto e lo tenne sospeso finchè non ne fu levata salva la donna: e i presenti al fatto giuravano che ad ogni altro il peso avrebbe fiaccato il filo delle reni. Poi raccolse la donna in casa propria perchè le mancavano i mezzi di rifarsi il tugurio.La vecchia aveva una figliuola andata domestica in Aosta, una bella ragazza sana come un pesce ed allegra. L'estate essa venne in paese a trovare la mamma e, di ragione, dimorò in casa dei Lysbak. Quando fu per partire. Natale le disse che le voleva bene e se la sposò così com'era senza un soldo di dote nè un cencio di corredo.Allora bisognò fare i conti, e il patrimonio si trovò ridotto ad una sessantina di mila lire, tanto da vivere discretamente, ma rigar diritto. Le donne del villaggio andavano blaterando che Natale aveva fatto bene a sposare una serva, che così a sua moglie non sarebbe venuto l'uzzolo di far la vistosa e di due braccia gratuite in casa ce n'era bisogno. Maria Maddalena [pg!198] ripetè piangendo queste chiacchiere al marito e vi aggiunse di suo: Dicono che tuo padre aveva le mani bucate, che ha consumato ogni cosa: se bisogna lavorare io sono pronta.—Dirai a quelle donne che mio padre sapeva quel che si faceva, che finora in saccoccia mia non ci hanno a vedere altri, che la moglie di Natale Lysbak può vestire come la moglie del barone, e che i lavori miei non li faranno i loro mariti.Al brav'uomo era durata una tale adorazione per la memoria paterna che guai toccargliela. Ridurre le spese ostensibili, rinserrarsi in una vita più modesta, confessare cioè che veramente il patrimonio era scemato, e che il morto là del ghiacciaio non era stato troppo previdente! Mai più! Maria Maddalena era povera? Ragione di più per non umiliarla; il più bel panno scarlatto che fiammeggi nei prati, sarà quello della sua veste, calzerà gli stivaletti inverniciati, avrà la collana d'oro e il fazzoletto difoulardfatto venire apposta da Lione, e la domenica, a messa, un abito di seta e magari i guanti neri se occorre, i guanti neri come la baronessa.Oh, Maria Maddalena era una moglie docile che non contrastava ai capricci del marito; bisognava vederla come sosteneva gloriosamente colla sua bella persona l'onore dei Lysbak. E [pg!199] in casa, che nettezza! Lavava tutto colle sue mani, la scala di legno, le tavole dell'impiantito, i vetri, gli usci, e senza che nessuno le vedesse mai una macchia indosso. Era il suo gran lavoro, la pulizia. Natale istesso, quando tornava la sera sfinito dalla dura fatica agreste, nuova per lui, dopo avere falciato il fieno o fatto legna su nelle alte foreste o rinsolcato il campo delle patate, se appena avesse gli scarponi inzaccherati, quegli sguaiati scarponi che rigano le tavole, non doveva pensare a riposarsi o a far vaporare il sudore gelato alla fiamma del camino, se prima non s'era calzato di fresco e mutata la grossa giacca sudicia con una nuova che gli metteva freddo indosso. Maria Maddalena era vissuta più anni in Aosta presso un avvocato, e sapeva lei ciò che occorre al decoro di una casa. All'amico, al parente che viene a trovarvi, bisogna poter offrire una buona tazza di caffè o un bicchierino di liquore o anche un bicchiere di Barolo o di Caluso bianco; sono doveri di convenienza. E quando il caffè è nell'armadio bello e tostato, e la bottiglia del liquore sturata, se ai padroni nasce un po' di svogliatezza al cibo o gravezza di stomaco, non sarebbe spilorceria ricusarsi quel poco ristoro? Già ormai colla lodevole abitudine presa dacchè essa è della famiglia, di attendere Natale ai [pg!200] lavori campestri, quattrini in paga di manovali non ne vanno più, locchè in fin d'anno fa un bel risparmio, sapete; peccato che la vecchia madre non curasse di tenere il libro delle spese (ma già una gran testa quella brava donna non l'ha mai avuta) che altrimenti si vedrebbe quanto costavano i manovali.***Quando dopo due anni di matrimonio Maria Maddalena fu incinta, la vecchia madre prese un giorno Natale in disparte e gli tenne un lungo discorso grave e tenero parlandogli de' suoi nuovi doveri, del bilancio della famiglia, del pericolo che c'è a lasciarsi andare per la china delle spese improduttive; raccomandandogli nel nome di quell'essere che doveva venire al mondo, che non toccasse il capitale per carità, che bastasse coi redditi anche a costo di sacrifizi. Era la prima volta che gli parlava di tali cose e perchè vedesse che non c'era malo animo in lei, gli regalò il suo bell'elmo d'oro, dono del povero Daniele il giorno delle nozze, che egli lo regalasse alla nuora; tanto alla sua età quei gingilli non convenivano più. Ma non dire a tua moglie quello che ti ho detto delle economie, che non avesse a credere che io disapprovo la sua condotta.[pg!201] E Natale promise. Ma Maria Maddalena li aveva visti passeggiare un'ora intera su e giù per il prato e la sera tanto adoperò che seppe ogni cosa.—Ha ragione tua madre, il capitale non va toccato, lo predico sempre anch'io.Otto giorni dopo era a cena dai Lysbak un cugino di Maria Maddalena tornato di fresco dalla Baviera dove s'era arricchito. La vecchia dormiva da più ore e i tre stavano discorrendo col bicchiere alla mano. Si parlava del nascituro e Natale rammentava i cento e un colpi che avevano annunziato la propria venuta in questo mondo.—Farò lo stesso per mio figlio.—E tua madre?—interruppe la moglie.—Mia madre?—Sì, il sermone che ti ha fatto l'altro giorno.—Oh, Maria! Mia madre andrebbe a piedi fino ad Ivrea a vendere l'anello per far festa al bambino.—No, credi a me: delle spese ne occorreranno di molte e gravi in questi giorni; teniamoci alle necessarie. Nessuna festa.Natale diventava rosso e la guardava aggrottato.—Nessuna festa. Maria, nessuna festa! Nessuna festa a mio figlio?[pg!202] —I danari è lei che li tiene, se gliene domanderai per sciuparli forse te li darà lo stesso ma ne avrà dispiacere.—E non sono qui io?—disse il cugino.—Se vi occorre nulla, disponete.—Piuttosto Natale, piuttosto, ma che non nascano guai.—E con cento lire fu accomodata ogni cosa.A suo tempo nacque una bella bambina che fu battezzata Maria Maddalena come la madre, ma che in casa chiamarono Lena. Natale si avvicinava alla culla e toccava la bambina come se fosse stata di vetro soffiato. Quando gliela davano in braccio, provava un senso di sgomento; gli pareva che tutta la forza virile che era ne' suoi muscoli dovesse avventarsi su quel corpicino e soffocarlo. Si tagliò la barba per poterla baciare. La sua gran festa era di assistere alla toeletta di Lena; aveva imparato a fasciarla, e come le si sollevasse la testina reggendola sotto la nuca, ma non l'avrebbe fasciata per un impero. Stava fermo a guardarla poppare inghiottendo la saliva come se il latte scendesse in gola a lui e quando l'ingorda che era cercava il seno materno agitando le manine e dimenando con impazienza la testa, egli rideva, rideva, ammirato ed intenerito. Qualche volta, attristatosi al pensiero della prosperità perduta [pg!203] (prima non gli veniva mai quel pensiero), andava a sedere presso la culla e metteva le sue grosse mani da gigante daccanto il viso di Lena e si confortava pensando che finchè quelle gli fossero durate non sarebbe mancato nulla alla piccina.E come lavorava di voglia, come si era fatto abile al lavoro! Tuttavia, di quando in quando una piccola somma bisognava pur sempre richiederla al cugino, ma questi, Maria Maddalena lo sapeva di certo, così ricco com'era, non dava ad imprestito con interesse e d'altronde la vecchia s'era fatta avara. Maria Maddalena aveva le prove in mano che essa metteva in serbo dei quattrini, Maria Maddalena teneva i conti delle entrate e delle uscite e queste non combinavano mai; ne entrava sempre più che non si spendesse.La Lena a sette anni era un fiore rosso di melagrano, anzi un melagrano aperto; si tirava i baci delle comari colle sue arie leziose di signora e sopra tutti adorava suo padre il quale poveretto cominciava ad averne gran bisogno di quella adorazione. Infatti, avendo la vecchia tentato un'altra volta di metterlo in guardia contro le troppe spese ed avendone egli tenuto discorso colla moglie, questa gli si era apertamente rivoltata; era stanca infine delle sorde persecuzioni di quella vipera, sapeva bene che suo studio era di guastarla col marito, perchè non aveva portato [pg!204] dote in casa, ma ormai glie le avrebbe dette sul muso le sue ragioni che non era una vita questa.A Natale ci volle di tutto per ammansarla.—Abbi pazienza, hai ragione, vedo anch'io che hai ragione, ma non facciamo dispute, che non lo sappia il paese.E quando essa ebbe promesso di tacere:—Non basta, questi primi giorni non sapresti celarle il tuo rancore. Tu non fosti mai a Torino, io ho bisogno di un po' di svago, andiamoci insieme e ci porteremo la Lena.—Ecco come sei tu. Così pensi alle economie!—Lascia, andrò poi a giornata se occorre, l'estate farò la guida cogli Inglesi, ma ora mi sento stanco, ho paura di ammalare; sono certo che un giretto mi risana.—Sei tu che lo vuoi, Natale; che si sappia bene che sei tu!—Sì, sì, non temere.La vecchia diede ottanta lire. Natale, che già ne aveva tolte dugento in prestito dal cugino, giurò che bastavano, anzi che ce n'era d'avanzo e fecero il viaggio.Ma nel fondo del cuore il brav'uomo sentiva che la vecchia ci vedeva giusto e le aspre parole della moglie lo avevano dolorosamente maravigliato. Gli parve di intravvedere i maneggi [pg!205] di Maria Maddalena, capì che egli faceva la zampa del gatto, ma riconobbe insieme con indicibile scoramento che la propria indole buona, affettuosa e larga gli avrebbe sempre impedito di contrastare alla corrente.Poi si mise a confutare se stesso: egli calunniava la moglie; che ragione aveva di giudicarla a quel modo? E metteva insieme tutti i piccoli fatti che potevano sollevarla nel suo giudizio e li ingrossava.—Ho torto, ho torto, fu un momento di viltà il mio; io stesso non sono così poltrone quale mi faccio, saprei pure all'occorrenza mostrarmi uomo, ma non è il caso per ora, non è il caso.E il grande bisogno che aveva di pace e di amore gli faceva respingere la dolorosa antiveggenza. D'altronde, non lavorava egli come un disperato? Che vizi aveva? Nemmeno quella poca fumata sull'uscio, non la faceva più. Era stato sempre buon figlio, era buon marito e buon padre, perchè farneticare di avversità? Andiamo! andiamo!Tuttavia tali battaglie interne lo avevano reso taciturno e la moglie non se ne dava pensiero e del suo non darsi pensiero egli si accorava. Ma i baci di Lena lo avrebbero consolato di ben altri dolori.[pg!206]***Lena compiva quindici anni, quando la moglie del barone Lanther, che per caso quell'anno passava l'inverno a Gressoney, invitò mezzo il paese alla cena del ceppo, e dopo cena a fare i giovani, due salti al suono dell'organetto. Perchè le famiglie meno agiate non avessero a scomparire, fu inteso che le donne vestirebbero alla foggia del luogo, la veste di panno rosso col giubbino scuro.Otto giorni prima della festa Natale una sera domandò alla moglie ed alla figliuola come stessero a vestiti. Maria Maddalena aveva certo le sue buone ragioni per aspettar quella domanda, perchè senza nemmeno aprir bocca si levò, tolse due abiti da una panca lì nella stalla e li gettò sulla tavola.—Eccoli, io non parlo;—e lanciò un'occhiata al marito ed alla suocera.—Belli belli non sono,—disse timidamente Natale senza quasi guardarli.—Fatene dei nuovi,—suggerì la vecchia.—Con sessanta lire si compera a Pont San Martino tanto panno che basti per due. Gli abiti restano, se ne farà di meno quest'altr'anno.E Natale:[pg!207] —Sessanta lire non è gran spesa. Di più non direi, ma tre marenghi!—Oh, nonna! Sessanta lire! Tanto vale mettere questi. Tutti vedranno che sono usati e per usati passano, ma a farli nuovi questa lanaccia non serve; si avrebbe l'aria di volere e non potere.—Brava Lena, teniamo quelli, dà retta a tua madre.—No, no, che figura ci fareste? Vediamo, Lena, figlia mia, quanto ci vorrebbe a farti contenta?—Padre, lo scarlatto fino costa almeno un terzo di più. Poi ci vuole il giubbino che accompagni. Il doppio a dir poco.—È troppo,—affermò coraggiosamente Natale, e guardava la vecchia.Maria Maddalena prese gli abiti dalla tavola e li gettò risoluta sulla panca donde li aveva levati. Dopo un po' di silenzio Natale riprese:—È vero che un'occasione simile non si ripresenta: se non fosse proprio il doppio, se cento lire bastassero...—Senza contare,—interruppe Maria Maddalena,—senza contare che a Pont San Martino lo scarlatto bello non si trova: bisogna mandare a Biella, locchè fa alla misera dieci lire di più.—Per questo il padre ci potrebbe andar lui.—È vero, figliuola.[pg!208] La vecchia fermò l'arcolaio e si volse alla nipote:—Oh, Lena, avresti tanto coraggio! d'inverno colla neve su per le scogliere della Mologna!—Il padre conosce la montagna e l'inverno.A Natale non pareva vero di uscirne a così buon mercato, cioè avendo l'aria di fare una economia di dieci lire, mentre in realtà ne spendeva quaranta più del convenuto. Perciò ribattè ridendo tutte le obbiezioni della vecchia; non era il passo del Lysjoch, in fin dei conti, la Mologna! Bella cosa! Dieci ore, al più dodici di cammino, e le prime e le ultime piane come la mano. Avrebbe portato con sè da mangiare per strada e in due giorni il giro era fatto.Partì la notte istessa verso le quattro della mattina. Quando giunse a mezza salita, la neve in terra era tanta che colmava i burroni.—Buono che è sereno, diceva Natale, e freddo se no questa volta ci resterei.Pensava alla sua Lena vestita di nuovo, bella come nessun'altra in paese.—Che aria contenta avrà al mio ritorno! Come mi guarderà dolcemente dicendomi: Grazie, padre!Perduta, per la fatica, la facoltà di seguire il filo di un pensiero, quelle parole: Grazie padre, [pg!209] si rivolgevano nella sua mente, battevano quasi la misura ad ogni suo passo. Poi si accorse che le diceva ad alta voce: Grazie, padre, grazie padre, e ne rise.Sulla vetta il sole si oscurò senza vento e l'aria parve addolcita: segno di neve. E la neve sopraggiunse, calma, larga, eguale, silenziosa, mortale livellatrice dei valli. Natale doveva ad ogni momento scuoterla dal cappello e dalle spalle dove si ammucchiava pesante; le scarpe ad ogni passo ne levavano degli strati larghi come una grossa focaccia e gli toccava staccarsela pestando a forza la terra. I fiocchi fitti, il sudore, l'arsura lo acciecavano, mentre egli precipitava a salti furibondo ed atterrito. A un punto dovè fermarsi e temette di non poterla durare; si pose a sedere sulla neve ansando come un moribondo. Allora gli venne un cattivo pensiero:—È la Lena che mi ha mandato a questa morte. Pure di levarsi un capriccio, la Lena non esitò un momento ad esporre la vita di suo padre!Oh che pensiero doloroso! Perchè gli era venuto? Non l'avrebbe cacciato mai più: lo sentiva mordergli il cervello ed il cuore, avrebbe dato la vita per poterlo respingere. Trasognato per la febbre, smarrita quasi la percezione delle cose esterne e la coscienza del proprio stato, [pg!210] seguiva con lucidezza tormentosa la disputa orrenda che gli lacerava l'anima. Erano due in lui, due avversari accaniti, uno a difendere con tenerezza lacrimosa la sua Lena, l'altro ad accusarla con logica inesorabile. Chi gli aveva messo quello inferno nel cuore? Quell'inferno lo salvò: frustato a sangue da tanto tormento, trovò la forza di risollevarsi, capì che doveva superare ogni ostacolo e vivere ad ogni costo, se non voleva morire maledicendo nel delirio dell'agonia la propria figliuola.Giunse a Biella sull'imbrunire, corse difilato a comprare il panno, poi riprese la strada dei monti per dormire al primo cascinale dove non pagare la nottata. Il ritorno fu agevole, il tempo essendosi rimesso, e l'indomani sera Natale riabbracciò la famiglia.La notte della festa seguì un incidente spiacevole. Intorno a Lena, che era la più bella, si affollavano tutti i giovani del paese, ma essa con sicurezza impertinente non degnava di ballare che coi più ricchi. Un suo primo cugino, bravo ragazzo, ma povero in canna, venne ad invitarla risoluto di rompere il cerchio delle preferenze. Essa rispose ridendo aver promesso a Necio il geometra e lo chiamò ad alta voce da un capo all'altro della sala. Lo sfregio era patente. Il cugino aspettò ritto in piedi che finisse [pg!211] il giro, poi si accostò a Necio e gli diede una forte spallata, dopo di che uscirono insieme nell'aia e si bastonarono di santa ragione, finchè il geometra ebbe mezza rotta la testa.Il ballo terminò in tumulto e tutti furono alle loro case.Per strada, rincasando, Natale non fece motto: precedeva le donne di pochi passi, tanto che al giungere di queste aveva già aperta la porta ed acceso il lume. Lena infilava lesta l'uscio della sua stanza, ma il padre la prese con dolcezza per le due mani, la tenne ferma dirimpetto a sè e le disse:—Lena, perchè hai fatto a quel modo?—Andiamo, andiamo, non è ora di scene, già lo vedevo per strada che masticavi amaro; mandatela a letto che casca dal sonno.—Tacete, Maria, e tu, Lena, rispondi.—Che rispondi? Che ha da dire? Perchè ha fatto a quel modo? Perchè ha fatto bene, ecco; mia figlia non balla cogli straccioni. Voi pensate ai fatti vostri; ad allevare la figliuola ci penso io.E afferrata la ragazza, la strappò dalle mani di Natale e si mosse per accompagnarla.Natale diventò un leone. D'un salto fu di contro le donne e le attanagliò colle mani di acciaio fino a farle urlare dal dolore. Era la prima volta che montava in collera ed apparve [pg!212] terribile. Scagliò sulla moglie tutto il sacco de' suoi rancori, martellava a colpi di parole rapide ed incisive; la moglie e la figliuola tacevano sbigottite. Poi la grossa collera di quell'uomo forte cadde fiaccata dalla propria forza, per far luogo alla bontà infinita ed affettuosa, sorgente continua di ogni suo male. Fu quasi vergognoso della propria violenza, si intenerì al silenzio passivo di Lena, gli passò negli occhi la visione della figliuola piccina, carezzevole e sorridente, rivide nelle sue fattezze addolcita la cara faccia del padre morto e diede in uno scoppio di pianto:—Lena, Lena, sii buona, dimmi che sei pentita dello sgarbo che hai commesso. Era tuo parente, Lena; sua madre era sorella di mio padre. Perchè è povero tu lo respingi, ma lo siamo anche noi, anche noi!Maria Maddalena vide l'uomo disarmato.—Per ciò fece bene. Se vostro padre prima e voi dopo, non le sciupavate quel poco avere essa poteva ballare con tutti i mendicanti della valle, che un marito di conto lo trovava lo stesso; ma ridotta com'è, sposerà la fame e la sete se non si aiuta con quella poca dote che non le potete levare, che è la sua bellezza.—Lascia mamma, lascia, le parole non servono. Quello che voglio ha da essere lo stesso.[pg!213] —E che vuoi?—gridò Natale con paurosa sorpresa.—Non voglio fare la vitaccia che ha fatto mia madre.Natale sentì come una mazzata sulla testa, ma fu presente a se stesso e volle riaversi. Come pochi giorni innanzi, quando per strada lo aveva colto quello sfinimento, capì che guai durare inerte nell'idea dell'ingratitudine di sua figlia.—Oh, Lena, mi rispondi così! Ho veduto la morte sai, Lena? per saperti contenta. Là, sulla montagna, quando andavo a comprarti la veste per farti bella, mi ha colto la tormenta e ho creduto di essere alla mia ultima ora. E non te l'ho detto, tornando, non l'ho detto a nessuno per non guastarvi la festa. Lo sai, Lena?—Tutti i giorni passa gente sulla Mologna—esclamò Lena scrollando le spalle. Ed entrò nella sua stanza.***Il giorno dopo Natale apparve l'uomo di prima; se non che dopo cena, invece di sedere come al solito nella stalla e farvi un po' di lettura, uscì in silenzio e s'avviò lentamente verso la piazzetta della chiesa dov'era l'osteria; ma non vi giunse, rincasò in fretta e andò diritto a dormire.[pg!214] La sera appresso fece notte tarda discorrendo e bevendo alla bettola cogli amici e così seguitò di poi tutte le sere. Ma avvezzo alla sobrietà propria degli uomini attivi, il vino tracannato a quell'ora non gli dava gusto e lo ammalava senza ubriacarlo; perciò si volse ai liquori e una mattina fu trovato dormire sulla neve briaco fradicio. Svegliato e ricondotto a casa, si imbattè sull'uscio in Lena, levata di fresco, e gli parve riceverne uno sguardo così sprezzante che se lo sentì come una coltellata nel cuore. Allora smesse di bere, ma il male era fatto; la moglie era andata piagnucolando per tutto il paese a raccontare gli stravizi del marito e tutti dicevano:—Peccato! quel Natale Lysbak come si mette in rovina!In luglio di quell'anno stesso, Natale sperò per un momento di aver riconquistato la pace e l'affetto della famiglia. Quel tale Frantz che era salito per levar Daniele dal crepaccio, accompagnando un giorno due Inglesi attraverso il ghiacciaio dell'Aventina, vide lontano sulla neve, giusto nel punto dove era caduto Daniele, una macchia nera che non gli era mai apparsa gli anni addietro. Una roccia non poteva essere, in quel luogo il ghiacciaio era altissimo e compatto.[pg!215] —È Daniele—pensò.Le ghiacciaie respingono spesso i corpi inghiottiti; i crepacci, chiudendosi dal basso in alto, li fanno risalire fra le pareti liscie e li ripongono alla faccia del sole.Frantz aveva indovinato. Il corpo del povero Daniele stava disteso sulla neve, riconoscibile come se fosse morto poche ore innanzi; solo la guancia esposta al sole prendeva ad allividire, ma l'altra ed il resto della persona duravano intatti.Gli Inglesi acconsentirono volentieri di tornare indietro a recare la gran notizia alla famiglia; ed ecco tutta Gressoney in subbuglio e Natale risalire un'altra volta su quelle pianure mortali con quanti erano uomini validi in paese. L'incontro fu tragico e silenzioso. Al cospetto del padre, Natale durò un gran pezzo immobile, colle mani sul petto, a fissarlo senza lacrime nè singhiozzi. Quando lo scossero, perchè occorreva discendere, disse:—Povero padre, ti ho voluto bene, io!Fu la sua orazione funebre. Poi lo mise da sè nel sacco che legò alla bocca con mano ferma e non volle che altri portasse il doloroso carico al villaggio.Come furono in vista di Gressoney, le campane rintoccarono a morto; come vi giunsero, [pg!216] tutte le donne ed i pochi uomini rimasti fecero ala al corteo. La stagione estiva era appena in principio, non c'era forestieri nel villaggio; le vesti rosse risaltavano sole sulla tinta petrosa dei muriccioli e sullo smalto dei prati. La mandria non essendo anche salita alle alte montagne, suonava sull'erba l'accordo placido delle vacche pascolanti; la scena aveva una dolcissima intimità paesana e famigliare, si sentiva che tutti erano parenti, nati tutti sotto quel poco cielo, all'ombra grave di quei monti. La novità del caso metteva nell'animo di tutti una trepidanza sospettosa di miracoli: i vecchi vedevano passarsi dinanzi l'amico durato vegeto nella morte, ai giovani appariva sensibile e reale l'oggetto del più affascinante fra i racconti uditi negli anni infantili; quel morto ringiovaniva i viventi.Maria Maddalena e la figliuola stavano fra le donne in seconda fila, quella singhiozzando da rompersi il petto, questa pallidissima e gli occhi sbarrati. Natale ebbe appena veduta la figliuola che dovette cedere il carico ai vicini. Le gambe gli tremavano e fu per cadere; aperse le braccia, si tirò sul petto la fanciulla con impeto selvaggio di tenerezza come se quello solo potesse essere il suo sostegno e scoppiò, baciandola, in pianto dirotto.[pg!217] La sera dopo seppellito Daniele, la famiglia parve tornata ai giorni tranquilli, quando Lena era piccina. Natale, superstizioso, pensava che suo padre era riapparso sulla faccia del mondo per comporre gli animi discordi, e lo disse; e le donne a commuoversi e ad abbracciarlo. L'indomani scese ad Ivrea e vi ordinò una bella colonna di serpentino portante nel mezzo una lastra d'ottone con suvvi inciso il nome di Daniele Lysbak e reggente una croce.Risalito al paese, si mise tosto per guida agli alpinisti. Che buone giornate faceva! Ma che vitaccia rischiosa e faticosa! Su e giù per le ghiacciaie, tentando valichi inesplorati, incitando la vanità dei padroni di un giorno, servendoli con zelo ed intrepidezza ammirabili, sobrio, contegnoso, temerario e prudente, si acquistò il nome di guida insuperabile ed in fin di stagione ebbe raccolto un gruzzolo di cinquecento lire.—Questi andranno a fare pazientare tuo cugino, diceva una sera con sua moglie. Da qualche mese egli mi si fa brusco e vuol essere pagato.—C'è tempo, osservò questa. Al cugino ne darai per ora quattrocento, cento occorrono per la casa.—Da farne che, Maria?La Lena sospira da un pezzo una croce d'oro da portare al collo come l'altre ragazze; di più [pg!218] siamo tutte e due calzate di grosso che è una miseria.Natale, la prima volta in sua vita, tenne duro. S'era finalmente persuaso che lo scredito in cui era caduto presso la moglie e la figliuola, proveniva dalle troppo colpevoli condiscendenze. D'altronde quel denaro guadagnato in due mesi avendogli fatto intravvedere possibile un assetto del patrimonio, egli era fermamente risoluto a conseguirlo. Resistette persino alle preghiere di Lena la quale, bisogna dirlo, non parve impermalirsi del rifiuto.Il giorno che giunse da Ivrea la colonna mortuaria del povero Daniele, dopo che l'ebbe collocata a suo posto e arrotonditovi ai piedi un bel cuscino di zolle fitte. Natale andò in casa a pigliarvi le donne e le menò seco al camposanto.—Ci sta bene, è vero Lena? Non è vero che è bella?—Quanto costa?—domandò senz'altro la ragazza, come se avesse da un pezzo meditata la domanda.—Sessanta lire.—La mia croce l'avreste avuta a miglior mercato,—replicò questa con tono mordente.—Dovevo seppellirlo come un cane, Lena?—È durato ventiquattro anni nel ghiacciaio senza uno straccio di croce, poteva durarla anche [pg!219] qui. Se il Signore io voleva in Paradiso, ce l'ha chiamato lo stesso.Natale levò il pugno serrato, poi si contenne e scappò correndo.***In principio d'inverno morì la vecchia madre e non lasciò pure un soldo. Quel poco di suo era venuta man mano mettendolo in casa per veder di scemare la lista dei debiti dei quali s'era avveduta.—La pitocca,—diceva Maria Maddalena colle comari,—la pitocca dovette aver vizi secreti perchè in casa rubacchiava a man salva. Ma già tutti i Lysbak sono sregolati; io m'aspetto ogni giorno che scoppi qualche grosso debitaccio di quel briccone di Natale.—All'osteria non lo si vede più.—Beve in casa, beve in casa e poi ci maltratta quante siamo.E il debitaccio scoppiò che era grosso davvero. Ventimila lire tra capitale e interessi, delle quali il cugino voleva essere pagato subito o avrebbe mandato l'usciere.Che strilli fece Maria Maddalena! Chi l'avrebbe immaginato! Venti mila lire! eccole sul lastrico tutte e due, essa e la figliuola! E piangeva e si [pg!220] dimenava e correva da una casa all'altra a raccontare le dissennatezze del marito. Poi volle si radunasse una specie di consiglio di famiglia, chiamandovi due vecchi parenti dei Lysbak.Fu una domenica nel pomeriggio. Di fuori nevicava da empire la valle; i due vecchi, Maria Maddalena e la figliuola sedevano intorno alla tavola come giudici, Natale passeggiava su e giù per la stanza, fermandosi di quando in quando ad attizzare il fuoco, in apparenza tranquillo.Maria Maddalena fece un lungo esordio compunto: essa aveva voluto che i due vecchi parenti intervenissero a consulta, perchè tanto essa quanto Natale riposavano nel loro senno.Bisognava pensare a mettere al sicuro quel poco che sarebbe rimasto a debito saldato, perchè quello era l'avere di Lena, di questa povera Lena così docile e riguardosa! Oh, se non avesse avuto quella figliola, essa avrebbe sostenuto senza pure un lamento, il rovescio; essa era avvezza alla miseria perchè, non arrossiva a confessarlo, era nata povera e cresciuta guadagnandosi il pane. Ed eccola raccontare la propria vita dal giorno che era entrata nella casa dei Lysbak. Chi era stato a levar Natale dall'ozio in cui viveva per metterlo al lavoro? Lo dicesse Natale lì presente, non era stata lei forse? E quando la vecchia, Dio abbia in pace l'anima sua, quando la vecchia [pg!221] predicava le economie, essa non le faceva eco forse? Non è vero Natale? Ma già alla scuola di quel brav'omo di Daniele che aveva le mani e le tasche e la borsa bucate, non poteva crescere un ragazzo assennato!Qui Natale, rimasto fino allora in silenzio misurando a gran passi la sala, si fermò a un tratto e disse, accennando la Lena:—Mandatela di là almeno quella figliuola! Questi discorsi non fanno per lei.—Non fanno per lei? O state a sentire! Di chi si tratta, del Lucio forse? Già non udirà cosa che non conosca per veduta, che anch'essa li ha lamentati più volte, scusandoli poverina, gli sperperi del padre.E via e via, ne passavano delle accuse, una aggravando l'altra, chiare, determinate! Ogni fatto aveva la sua brava data e il come e il dove. I festeggiamenti alla bambina appena venne al mondo, l'eleganza del piccolo corredo, lo scampanare a festa per il battesimo, e due torcie, una non bastava! Tutto questo, essa lo predicava sempre al vento. Non è vero. Natale? Poi la casa rifornita più del bisogno e il vino di Barolo e di Caluso e il viaggio a Torino, al quale il marito l'aveva costretta dandosi per malato. Anche il lusso delle malattie, miei cari, delle malattie che guariscono viaggiando. E quella [pg!222] pazzia di portarvi la piccina a rischio di ammalarla davvero! Che non aveva fatto e detto essa per svogliarlo da quel viaggio! Non è vero Natale? Mi smentisca, mi smentisca se può.No, Maria Maddalena, Natale non vi smentisce: Natale passeggia su e giù per la stanza, l'animo pieno di amarezza mortale, ma non vi smentisce. Oh! se Lena non fosse presente, non dico; ma fu buono avviso il vostro di farla rimanere. Voi lo accusate di prodigalità che non è tristo peccato; egli, Maria Maddalena, egli dovrebbe accusarvi di falsità e di tradimento, perchè eravate voi a metterlo sul passo delle spese, foste voi ad avviarlo ai debiti, voi solleticavate la sua vanità per la casata fino a farvi adornare come una madonna: ma Lena non abbisogna di altra scuola d'irriverenza! Al cospetto della figliuola, egli non osa gettarvele sulla faccia queste accuse, perchè Natale ha nell'anima una bontà eroica, una fierezza eroica, una eroica viltà.Oh! il pover'omo soffriva! Gli era venuto un tic nervoso ai lati della bocca che non si chetava. Era bianco come un cencio e andava asciugandosi il sudore. Compiva camminando cento piccoli atti abituali, riponeva a suo posto delle cose che incontrava spostate, attizzava il fuoco, metteva acqua nella scodella della stufa, levava di sulla stufa il porta fiammiferi, che questi non [pg!223] si accendessero al calore, grattava e sfregacciava le macchie del panciotto, faceva risonare i pochi soldi nella scarsella. E intanto nella sua misera testa si rincorrevano mille immagini vive e mordenti. Ogni fatto travisato dalla moglie, gli appariva quale veramente era seguito, con tutte le circostanze che lo avevano accompagnato, e riviveva così tutta la sua vita, vedeva sè gustare tutte le dolcezze gustate, mentre la coscienza inesorabile della realtà attuale, lo costringeva solo ed immobile nell'abisso del dolore senza misura.E Maria Maddalena, come il picchio selvatico che perfora i tronchi beccando sempre nel piccolo cerchio, seguitava a trapassargli il cuore a colpi di ingratitudine. Era venuta la volta di quella scena dopo il ballo dal Lanther, una scenaccia che Lena ne fu malata dallo spavento; e Natale taceva. Poi venne il vizio del bere, e quanto non ne disse di quello! E Natale taceva. Poi la grandigia di un monumento al padre, un monumento così sproporzionato ai loro mezzi di fortuna; e Natale taceva sempre, finchè si giunse a conchiudere, sulla proposta di Maria Maddalena, approvando i vecchi, e col muto e disperato assenso di Natale, che questi riconoscendosi inetto ad assestare le proprie faccende e volendo da quel buon padre che era provvedere all'avveniredella figliuola, avrebbe firmato un atto [pg!224] di procura generale alla moglie perchè questa pagasse i debiti e ristorasse il patrimonio.Tre giorni dopo la firma dell'atto, Maria Maddalena vendeva al cugino tutto il patrimonio dei Lysbak, valutato a sessantamilalire, per le venti mila a cui sommava il debito. Fu ben inteso una finta vendita: il cugino s'impegnava secretamente di lasciare a Maria Maddalena ed alla figliuola la reale proprietà ed il possesso delle quaranta mila lire che avanzavano e Natale rimase così spoglio di ogni avere.Come la cosa fu saputa nel villaggio, si ridestò in favore del poveretto la pietà paesana e tutti lo consigliarono che impugnasse di lesione il contratto. Egli non ne volle sapere; si mise a giornata da questo e da quello a portar carichi di legna e a far commissioni. Il denaro che ne tirava lo metteva in casa e viveva in apparenza così tranquillo come per il passato.In giugno, Maria Maddalena e la figliuola salirono colle vacche al cascinale della Betta Forca. A Natale rimanevano alcuni lavoretti da sbrigare nella valle, sicchè le raggiunse più tardi.Il terzo giorno che stava con loro, la mattina mentre mangiava la polenta, Maria Maddalena gli disse netto che se credeva di rimanere lassù s'ingannava, che essa e la Lena vivevano della carità del cugino il quale consentiva per la sua [pg!225] bontà a lasciarle godere quei pochi stabili; ma che il cugino aveva espressamente dichiarato non voler fare a lui Natale nessuna sorta di carità.Natale la lasciò dire senza nemmeno maravigliarsi. La Lena seduta a due passi divorava tranquilla la sua scodella di polenta con latte guardando il padre con occhio indifferente. Egli si levò e scese piano piano al villaggio.Per strada, di quando in quando sostava come oppresso da stanchezza, guardava intorno i prati verdi, crollando la testa e mormorando: È finita! È finita! Poi prese a cantare una nenia tedesca dolce dolce con che addormiva la sua Lena piccina:Guten Abend, gut' Nacht, ecc.Quella nenia gli giungeva all'orecchio come se un'altra persona l'andasse cantando ed egli ne accompagnava la cadenza col passo e col dimenare del capo. Giunto al villaggio, andò diritto ad un tugurio che la piena del torrente aveva pochi anni addietro mezzo rovinato e di cui rimanevano intatte ma abbandonate dai padroni, due misere stanzette. Vi entrò come in casa propria e seguitò a dimorarvi quieto e solitario, procacciandosi da vivere con far la guida l'estate e l'inverno il manuale.[pg!226] Io lo incontrai quell'anno istesso, un mese preciso dal giorno che sua moglie l'aveva cacciato di casa.***L'anno appresso, risalito a Gressoney, cercai di Natale Lysbak e lo tolsi meco per guida volendo ascendere a parecchie punte del Monte Rosa; ma fin dal primo giorno di cammino dovetti rinunziare all'impresa. Natale era sempre robusto e premuroso come per lo innanzi, ma così distratto e rischioso da impaurire. Intesi di poi come altri alpinisti ben più arditi ed esperti che io non sia, avevano lasciato di servirsene in causa delle sue temerarie imprudenze.Ora, sono passati tre anni da che lo conobbi, ora Natale seguita a dimorare nel tugurio mezzo rovinato. I parenti, specialmente le donne, gli portano in casa da mangiare e lo riforniscono di vestiario. Egli non lavora più; gli alpinisti non cercano più di lui. L'inverno va da una stalla all'altra e vi si trattiene improvvisando ingegnosi giocattoli per i bambini coi quali è sempre sollazzevole e mansueto. Appena la valle è rinverdita, si mette a tracolla la corda ed il cannocchiale, si arma della picca e via per le montagne. Passa intere giornate sdraiato nell'erba, [pg!227] magari sull'orlo di un precipizio, dura delle ore a contemplare estatico la valle e le ghiacciaie, appunta qua e là il cannocchiale come vi cercasse cosa di grandissimo rilievo, raccoglie cappellate di fragole e mazzi diEdelweis. Ed ogni sera torna a casa col passo marziale di una guida che ha valicato Dio sa quali vette, e giunto sull'uscio si dà un'allegra fregatina alle mani, persuaso di aver fatto una buona giornata.***La Lena sposò quest'anno Necio il geometra e si fece gran festa per le sue nozze. [pg!228][pg!229]
STORIA DI NATALE LYSBAK[image]on avevo mai incontrato fra le guide alpine un uomo di così nobile e maschia bellezza. Alto come un corazziere, asciutto ma non sottile, si atteggiava e muoveva con dignità naturale e disinvolta, era agile e sicuro, servizievole senza essere servile, parlava con proprietà, gestiva poco, non vantava ascensioni impossibili.Benchè non dovessimo affrontare pericoli, s'era tuttavia stabilita fra me e lui quella dimestichezza cordiale, che nasce dalla comunanza delle fatiche e della vita; da tre giorni egli mi accompagnava per rupi e ghiacciaie e ci rimanevano, prima di giungere a Gressoney, due [pg!180] giornate di cammino. Quando lo invitavo a sedere alla mia tavola per desinare insieme, accettava semplicemente senza aver l'aria di pretenderlo e nemmeno di ricevere una grazia; a tavola discorreva e mangiava volentieri, ma non beveva che acqua, ricusando con un cenno del capo l'offerta che gli facevo sempre di vino e di liquori.La penultima giornata del nostro viaggio si valicava il colle delle Cime Bianche, ancora coperto di neve, per giungere a Fiery in valle d'Ajaz, donde il domani, pel colle della Betta Forca, dovevamo scendere a Gressoney, termine delle mie escursioni. Siccome non ero mai stato a Gressoney, glie ne chiedevo per strada:—Il vostro nome, Lysbak, mi fa supporre che siate nativo di quel paese, perchè il torrente che vi corre si chiama appunto il Lys.—Sì signore, sono di Gressoney.—È una bella vallata?—La più bella di quante io conosca.—È naturale che voi la giudichiate a quel modo.—È vero, signore. È naturale.S'era oscurito in viso e non aggiunse parola tanto che, temendo di averlo offeso con mettere in dubbio la sincerità del suo giudizio, cercai di abbonirmelo con nuove domande.[pg!181] —Siete ammogliato, Lysbak?—Sì.—E avete famiglia?—Ho famiglia.Il tono asciutto delle sue risposte mi fece capire che quello non era luogo da discorsi, infatti affondavamo nella neve molle fino alle ginocchia ed un passo falso ci avrebbe mandati ruzzolone fino in basso del nevato e costretti a rifar da capo due ore di salita.La sera, all'albergo di Fiery, fu servito a cena un vinetto sottile e fratellevole.—Lysbak, domani ci lascieremo, dopo cinque giorni di convivenza. Sono contento di voi, porgetemi il bicchiere, tocchiamo insieme e bevetene un sorso.—Grazie signore, non bevo.—Che idea! Un uomo della vostra fatta! Vi spiace il vino?—Non ne bevo.—Per farmi piacere, Lysbak, un sorso. Il vino cementa l'amicizia.—Non sono vostro amico, signore; vi servo per paga.—Avete torto: la paga va per i servigi che mi rendete, non per la buona compagnia che mi avete fatto. Quando vi avrò pagato, mi rimarrà di voi una memoria migliore che non [pg!182] delle altre guide che ho conosciuto; voi siete diverso dagli altri: sempre quando mi date la mano per superare un passo difficile, mi viene fatto di ringraziarvi come un compagno disinteressato, un compagno d'elezione. Voi fate la guida con grazia signorile.—È inutile, non bevo, non voglio bere.Si levò turbato e andò diritto a dormire.La mattina del domani era di buon umore più che non fosse mai stato per l'addietro. Salendo la Betta Forca canterellava certe nenie nel tedesco corrotto di Gressoney, chiudendole con quei trilli che passano per tirolesi e sono di tutti i pastori dell'Alpi. Fra una canzone e l'altra era verboso e gaio, raccontava mille aneddoti salati e mille facezie grosse e grasse da stalla e se la rideva da sè, rivoltando fra i denti la cicca di tabacco che non gli avevo mai veduto prima d'allora. Ad ora ad ora pareva si compiacesse di attardarmi per strada, di raddoppiarmi il cammino, andava di qua e di là come un bracco, raccogliendo fiori e fragole che mi portava sorridendo; altre volte prendeva la corsa lasciandomi indietro di gran passi, poi mi aspettava e mi gridava dall'alto: coraggio, signore, coraggio, signore, fra un'ora saremo sui pascoli di Gressoney, in vista della mia cara vallata! Ah, ah, vedrete come è bella, come è [pg!183] tutta bella verde, colore di speranza. È l'ultima tappa che facciamo insieme, allegro signore! E terminava col solito trillo acutissimo, agitando al vento il cappello adorno di un bel fiocco diEdelweis. Aveva gli occhi lucenti, il viso animato, lo si vedeva grillire di piacere e d'impazienza, pareva un innamorato che corresse all'amante.—Vedete lassù quel seno, dove c'è un muro grigio di pietre? quello è il colle, signore.—Là, dove spuntano quelle lingue di nebbia?—Appunto. Ahi ahi, quelle lingue di nebbia annunziano tempesta: sono cattive lingue, signore, cattive lingue che salgono da Gressoney, dal mio paese, dal mio paese. Presto, presto, prima che arrivi la tormenta.In un batter d'occhio il cielo s'era oscurato: la nebbia invadeva invadeva, serrata, uniforme finchè andò a posarsi all'ingiro sui fianchi delle montagne, tagliandone con una riga diritta tutte le cime e livellandole. Il colle non si vedeva più; camminavamo allora in un ripiano erboso, il cielo sospeso a pochi palmi sopra di noi. Che tempaccio orribile! Non era la burrasca sfrenata che arresta i più coraggiosi, li costringe a cercare ricovero e fa confortevole ricovero qualunque cavo di roccia, tanto si scatena furiosa ed irresistibile; ma una sorta di bufera stagnante [pg!184] muta e fredda come la morte. Le nuvole lambivano i nostri cappelli e stavano immobili gravi di più giorni di pioggia e di neve: ancora pochi passi ed immergemmo in esse la testa e poi tutta la persona. Io mi godevo la dolcezza sottile di quel contatto come una carezza morbidissima e velenosa, e ripensando i versi di Dante, là dove incontrata l'ombra di Casella e fatto per abbracciarla:Tre volte dietro lei le mani avvinseE tante si tornò con esse al petto,brancolavo curioso in quella sostanza tangibile ed inafferrabile, della quale è impossibile discernere e concepire la forma, il volume ed il colore e che si manifesta contemporaneamente a tutti i sensi; al tatto, cui pure cede senza resistenza; all'olfatto ed al gusto, che non riescono a dar nome nè al suo odore, nè al suo sapore; all'udito, che in essa perde suoni vicinissimi e ne percepisce nettamente e capricciosamente dei lontani; ed alla vista, che vi riposa in una luce fievole e diffusa. Ma fu breve compiacenza; a poco a poco sentii i panni che mi vestivano diventar leggieri e mi parve di essere nudo nella tempesta. La mia guida mi incorava colla voce a salire; ma l'ascesa, divenuta più erta mi toglieva il respiro; poi venne un soffio di vento [pg!185] a scompigliare, senza diradarlo, l'enorme viluppo grigio che mi avvolgeva; un vento gelato che mi fece correre per il filo della schiena i grossi brividi della febbre e mi lasciai cadere sull'erba sfinito, senza voglie, in preda ad uno smarrimento simile a quello del sonno a lungo sospirato, di cui la coscienza assopita ma non sorda, avverte la venuta e pregusta la dolcezza. Allora Lysbak mi levò di peso e rimessomi sulle gambe e presomi a braccetto, si diede a salire correndo, trascinandomi dietro a forza; lo sentivo soffiare come un mantice e quando giunto sulla vetta sostò un momento per prendere fiato, lo vidi grondante e fumante di sudore.—Siamo sul colle; se non vi strapazzavo a quel modo, vi coglieva il male della montagna; il sonno gelido. Come vi sentite ora?Mi guardava con aria paterna, coll'aspetto rassicurante della forza buona. Era tornato l'uomo grave e premuroso dei giorni innanzi, nobilitato da una autorevolezza intelligente, di capitano.—Bisogna scendere subito, che il freddo non vi assideri un'altra volta; d'altronde con questa nebbia c'è pericolo di rigirare dell'ore sulle nostre peste senza avanzare di un palmo; e tenerci per mano, che non ci s'abbia a perdere; e giù di corsa.[pg!186] Scendevamo da venti minuti, quando si fermò d'un tratto:—Abbiamo sbagliato strada, siamo troppo a sinistra, indietro.Indietro!? Non ne potevo più; meglio scendere purchessia; una volta nella valle, ci saremmo raccapezzati; ma, a sentirlo, egli conosceva il luogo e a pochi passi da noi la china rompeva in un dirupo altissimo, precipitando a picco fino al torrente. Lo richiesi se non sapesse di qualche cascinale vicino dove riposare; la mia viltà gli fece passare negli occhi un lampo di collera e mi rispose brusco:—Non c'è cascinale, venite.In quel punto, a smentirlo udimmo lo scampanellare di molte vacche vicine e non dovevano essere sull'erba ma chiuse nella stalla, perchè il suono giungeva raccolto e confuso, come assordato dalle pareti.—Lo vedete, Lysbak, che ignorate dove siamo?Fece un gesto d'impazienza e mi disse:—Lo sapeva, ma non conviene trattenersi venite.Parlava vibrato, con collera mal contenuta ma la mia stanchezza ed il malessere erano troppo dolorosi perchè mi lasciassi sopraffare. Alle sue parole, ai suoi consigli, ai comandi, alle [pg!187] preghiere, rispondevo un no cocciuto e disperato. Volevo scaldarmi al soffio caldo delle vacche e riposare al chiuso; perchè mi torturava a quel modo? A Gressoney ci saremmo giunti il domani, gli avrei pagata una giornata di più, anche a doppio prezzo se lo voleva; e m'incollerivo anch'io e dimenticando gli affettuosi riguardi di poc'anzi, ribattevo sul pagare, era pagato, lo pagavo, doveva servire alle mie voglie, non ero io che dipendeva da lui, ma egli da me; che prepotenza era la sua! Al postutto, facesse a suo piacere, io cercavo della casa e vi entravo ad ogni costo.—Bene, signore. La casa è a mano destra, a venti passi, conosco il luogo, lasciatevi condurre.—Non m'ingannate, Lysbak, non me ne allontanate.Mi afferrò la mano e mi portò sull'uscio:—Io vi aspetto qui.—Perchè non entrate?—Vi aspetto.—Padrone.—Entrai solo. Era il solito cascinale pastorizio; dissotto, una lunga stalla; dissopra, due camere da abitare.Appena aperta la porta, sentii sul viso il tepore umido che saliva nella stanza per le tavole dell'impiantito.[pg!188] Delle due donne che sedevano accanto al fuoco, la più giovane mi venne incontro senza parlare e andò frettolosamente a serrar fuori la nebbia. Oh il confortevole aspetto di quella stanza! Calda, pulita, le pareti rivestite di tavole, un gran letto alto e largo, un bel fuoco fiammeggiante, e padrone di casa due donne vestite di panno scarlatto, belle tutte e due, certo madre e figliuola. Il loro vestire e gli arredi intorno accusavano una solida agiatezza; la più giovane calzava stivaletti cittadini allacciati sul collo del piede e colla punta inverniciata; l'altra portava anelli d'oro alle dita e polsini di lana finissima. Tutte e due si affaccendarono a servirmi. La madre andava e veniva dalla stanza vicina, stendeva la tovaglia sulla tavola e vi disponeva la scodella di maiolica bianca, la posata lucente che pareva d'oro, il bicchiere e la bottiglia del vino; la figliuola, china sul fuoco al mio fianco, soffiava gonfiando le gote perchè bollisse presto l'acqua del caffè.Mi sentivo rinascere, e nella pienezza del mio benessere avevo scordato affatto quel povero uomo che mi aspettava là fuori nella nebbia gelata: sua colpa, d'altronde; perchè intestarsi a non salire? La ragazza aveva raccolte e chiuse fra le ginocchia le pieghe della sottana, che non le giungesse il fuoco, cosicchè il panno [pg!189] teso disegnava una salda giustezza di forme. Ad ogni soffio, il seno coperto appena da una camicia di tela bianca di bucato, si gonfiava visibilmente e pareva volesse uscire dal busto aperto sul petto a forma di cuore. Le guancie arrossite dalla fiammata, prendevano uno splendore sanguigno stimolante, mentre essa mi lanciava di sottecchi delle occhiate furbe, sicura di far colpo. E quando le ebbi detto che era bella, mi rispose in modo da lasciare aperto l'adito al discorso anzi da avviarlo; certo la ragazza ci stava alla celia, se non mi fosse durato l'avvilimento per la giornataccia sofferta.Quando fui ristorato, mi prese un vivo desiderio dell'albergo, di una camera mia dove mutarmi d'abiti e dormire fino al domani senza pensiero d'altro cammino. E poi era appena il mezzogiorno, che fare lassù tante ore? E la mia guida? Pagai largamente il ristoro ricevuto e benchè le due donne mi invitassero a rimanere, uscii pieno di coraggio.Il tempo non era mutato; lo stesso fumo rassegato di poc'anzi: pareva il tardo crepuscolo di un giorno di gennaio. E Lysbak? Dov'è Lysbak? Guardandomi intorno intensamente mi parve di scorgerlo a pochi passi smarrito nella nebbia. Era là, solo, avvolto nel cielo mobile ed invernale, seduto sopra un sasso, i gomiti [pg!190] sulle ginocchia e la testa nelle mani, fissando la tempesta. Quando gli fui dappresso si levò in piedi: era livido, batteva i denti, aveva gli occhi stanchi come per la veglia di un mese, la grama giacchetta abbottonata stretta stretta alla persona, la barba stillante.Mi sorrise con tristezza, senza rancore e mi disse:—Siete riposato? Avevate ragione, è un gran tempaccio, fa bene un po' di ricovero. Andiamo?Mi sentivo rimordere come di una cattiva azione. Mentre stavamo per muovere, la ragazza si fece sull'uscio di casa gridando:—Siete ancora lì, signore?Al mio sì, scese la scala e venne verso di noi.—È detta—mormorò Lysbak fra i denti, e si voltò tutto dall'altra parte.—Avete scordato il cannocchiale e ve lo riporto.—Grazie.La ragazza fece per tornarsene; Lysbak, rapidissimo le prese una mano, poi l'altra, la tenne ferma un istante dirimpetto a sè, la guardò fissamente negli occhi con una tenerezza piena di martirio e le disse:—Addio, figlia mia.—Siete voi, padre? Buon viaggio—rispose [pg!191] l'altra con un riso sfrontato e perverso, e via di corsa.Camminammo un buon tratto senza parlare, poi lo richiesi:—Le avete detto figlia, vi ha detto padre, come mai ciò?—È mia figlia, signore; quell'altra donna che avrete visto in casa è mia moglie, la casa è mia.—E dopo un gran silenzio:—Le poverette non possono vivere con me perchè io sono un briacone.Due ore dopo giungevamo a Gressoney la Trinité.***La famiglia dei Lysbak, la più antica di Gressoney la Trinité, è imparentata con tutti i centoottanta abitanti del paese, i quali d'altronde maritandosi pressochè sempre fra di loro formano una tale aggrovigliata matassa di parentele da perderne la testa gli avvocati, i procuratori, i giudici ed i notari.Verso il 1830, quando Daniele Lysbak venne in possesso dell'eredità paterna, il suo avere era computato a cento mila lire, locchè a quelle alture dove la terra è carissima e frutta poco equivale a due mila lire di rendita. Con due mila lire l'anno lassù si vive da gran signore [pg!192] purchè le donne vadano, ben inteso, l'estate a menar le mandrie sulle alpi e attendano in persona alle cure della pastorizia e gli uomini l'inverno provvedano colle proprie mani a raccomodare la mobilia e le pareti delle stanze lavorando da falegname. A tal patto quella rendita permette di scaldare l'inverno la casa col fiato di quattro o cinque vacche e di raddoppiare il numero la state, di tenere un mulo od un cavallo per scendere a Ponte San Martino in Valle d'Aosta, di mangiare ogni giorno due piatti di carne, uno fresco e l'altro salato, di ber vino ad ogni pasto, di darne a bere agli amici e parenti, e nei giorni solenni di mettere sulla testa grave e serena della madre di famiglia una specie d'elmo in oro filigranato che fa la più brutta vista di questo mondo.Ma la casa Lysbak non attende ai lavori della campagna o lo fa per spasso; al più gli uomini tentano talora un po' di contrabbando, perchè il contrabbando è una caccia più avventurosa e pericolosa di ogni altra. Daniele Lysbak è un signore, non ricco, ma largo e pieno di cuore tanto che non ha nulla di suo. La sua casa è sempre aperta e pronta la tavola; tutti in paese conoscono il suo vino di Carema; l'elmo d'oro di sua moglie è più pesante che non quello di Maria Lanther, la moglie del barone dieci [pg!193] volte milionario. L'ultima volta che egli fu in Svizzera a vendere le pecore, invece delle quattro giovenche che aveva in animo di comprarvi, ne riportò un bel cronometro d'oro, il primo che si vedesse in Gressoney e quel cronometro lo regalò l'anno appresso a Jose il capraro, allorchè questi con rischio della vita, trasse un bambino dal torrente ingrossato dai temporali.Quando la notte del 24 dicembre 1838, sua moglie si sgravò felicemente e Maria Craut la sarta del villaggio e levatrice a ore perdute gli annunziò che il nuovo venuto era un maschio, egli aperse l'uscio di casa e malgrado il freddo polare che soffiava dal Monte Rosa, vi rimase piantato una buona ora, finchè non ebbe sparato cento e un colpi dai due fucili da caccia e dalle pistole che ricaricò altrettante volte a rischio di farsele scoppiare fra le mani.Annunziato al paese con tale principesco fracasso, il piccolo Natale venne su proprio come un principe. Era bello, intelligente, buono e temerario, cosicchè tutti i cuginetti del villaggio lo seguivano e gli obbedivano; più tardi, sua madre avrebbe voluto mandarlo alle scuole d'Ivrea, e forse chissà? anche a Torino, ma Daniele non voleva saperne di separarsi dal figlio, e poi che farne di tante scuole per vivere a Gressoney colle rendite che aveva? Veramente [pg!194] le rendite erano un po' calate e a fare i conti ne sarebbe risultato roso qua e là anche il capitale; ma Daniele i conti non li faceva e dalla vita che menava da signore, argomentava di esserlo in realtà. Bisogna dire che non fu vista mai più stretta amicizia fra padre e figlio; erano sempre insieme: la bontà infinita, paziente, quasi infantile e l'indole gaia e sollazzevole del padre colmavano la differenza dell'età. Non c'era luogo disastroso dove Natale, forte come un torello e svelto come un cavriolo, non seguisse Daniele a caccia di camosci e dopo le lunghe marcie il ragazzo si sdraiava sull'erba al sole e dormiva col capo sulle ginocchia del padre, che stava immobile, beato, finchè non si svegliasse, a guardarlo dormire ed a cacciargli le mosche dal viso.Natale aveva 12 anni quando un giorno il padre si partì per la Svizzera con un branco di pecore, che menava al mercato di Sion nel Vallese. Per il solito gusto spavaldo di frodare la dogana, egli contava di scostarsi dai sentieri battuti e di passare le ghiacciaie la notte. L'aveva fatto cento volte e sapeva i valichi a memoria. Natale lo accompagnò fino al limite dei primi nevati e poi se ne tornò solo a casa. Verso la mezzanotte, Daniele con un suo pastore traversava il ghiacciaio dell'Aventina [pg!195] quando gli mancò sotto la neve e cadde in un crepaccio, rimanendo però ritto ed incolume su di uno scaglione di ghiaccio a pochi metri dalla bocca. Senza smarrirsi, gridò da quel fondo al pastore che scendesse correndo al più vicino cascinale, a cinque o sei ore di cammino, dove dimorava un tale Frantz suo amico e che salissero insieme con quanta più corda avessero potuto trovare; egli aveva la fiaschetta dell'acquavite e una diecina d'ore le poteva durare. Ma quando i due tornarono e chiamarono Daniele, Daniele non rispose. Il sole alto batteva nelle pareti azzurre della gola ghiacciata, vuota e pulita come uno specchio. Certo assiderato dal gelo, Daniele era scivolato dallo scaglione o questo sotto i primi raggi del sole aveva ceduto al peso e s'era inabissato.Quando la notizia giunse a Gressoney, partirono inbattutauna ventina dei più gagliardi uomini del paese e con essi Natale. Erano muniti di corde, di graffi, di picche e di lanterne. Giunti sul luogo. Natale imperioso ed intollerante di consigli, voleva essere legato sotto le ascelle e sceso nel crepaccio, minacciando di gettarvisi a capo fitto se non gli obbedivano. Due uomini fecero per afferrarlo e costringerlo a starsene cheto, egli scappò loro di mano e si diede a correre solo per il ghiacciaio con [pg!196] grave pericolo di affondare alla sua volta: impossibile raggiungerlo. Si lasciava accostare a dieci passi e gridava: Volete? pronto sempre a riscappare, tanto che bisognò contentarlo. Sospeso nella fenditura senza fondo, una lanterna accesa da una mano, ed un'ascia dall'altra, il fanciullo chiamava: Padre, padre! colla sua dolce voce infantile; poi piantando l'ascia nel ghiaccio e reggendovisi, levava la testa e comandava a quelli di sopra, con voce ferma piena d'intrepidezza, che allentassero o tirassero. Dopo di lui scesero altri, il ghiacciaio fu tentato per ogni senso, ma tutto invano. Quella battuta costò alla famiglia un migliaio di lire, e Natale, tornato a casa, fu quindici giorni in punto di morte, durò malaticcio tutto l'inverno e non si riebbe del tutto che a tarda primavera. Allora cominciò una vita di grandi corse solitarie ed avventurose; la madre avvilita dalla morte del marito non osava contrastarlo; d'altronde le prime gite gli avevano ridato i colori della salute. Così Natale venne a conoscere palmo palmo le montagne vicine e le ghiacciaie dove era sepolto suo padre, temprando a quell'esercizio ed accrescendo la robustezza nativa. Quando dal Consiglio di leva dovettero rimandarlo a casa perchè figlio unico di vedova, gli ufficiali ebbero a dire che mai più bello e robusto soldato [pg!197] avrebbe servito il Re. Era forte come un leone. Una volta, che la valanca nel suo passaggio aveva schiacciato una casa, seppellendo la vecchia donna che vi dimorava, egli accorso con mezzo il paese e sentendo dei gemiti fra le macerie, sollevò solo sulle spalle il più grosso trave del tetto e lo tenne sospeso finchè non ne fu levata salva la donna: e i presenti al fatto giuravano che ad ogni altro il peso avrebbe fiaccato il filo delle reni. Poi raccolse la donna in casa propria perchè le mancavano i mezzi di rifarsi il tugurio.La vecchia aveva una figliuola andata domestica in Aosta, una bella ragazza sana come un pesce ed allegra. L'estate essa venne in paese a trovare la mamma e, di ragione, dimorò in casa dei Lysbak. Quando fu per partire. Natale le disse che le voleva bene e se la sposò così com'era senza un soldo di dote nè un cencio di corredo.Allora bisognò fare i conti, e il patrimonio si trovò ridotto ad una sessantina di mila lire, tanto da vivere discretamente, ma rigar diritto. Le donne del villaggio andavano blaterando che Natale aveva fatto bene a sposare una serva, che così a sua moglie non sarebbe venuto l'uzzolo di far la vistosa e di due braccia gratuite in casa ce n'era bisogno. Maria Maddalena [pg!198] ripetè piangendo queste chiacchiere al marito e vi aggiunse di suo: Dicono che tuo padre aveva le mani bucate, che ha consumato ogni cosa: se bisogna lavorare io sono pronta.—Dirai a quelle donne che mio padre sapeva quel che si faceva, che finora in saccoccia mia non ci hanno a vedere altri, che la moglie di Natale Lysbak può vestire come la moglie del barone, e che i lavori miei non li faranno i loro mariti.Al brav'uomo era durata una tale adorazione per la memoria paterna che guai toccargliela. Ridurre le spese ostensibili, rinserrarsi in una vita più modesta, confessare cioè che veramente il patrimonio era scemato, e che il morto là del ghiacciaio non era stato troppo previdente! Mai più! Maria Maddalena era povera? Ragione di più per non umiliarla; il più bel panno scarlatto che fiammeggi nei prati, sarà quello della sua veste, calzerà gli stivaletti inverniciati, avrà la collana d'oro e il fazzoletto difoulardfatto venire apposta da Lione, e la domenica, a messa, un abito di seta e magari i guanti neri se occorre, i guanti neri come la baronessa.Oh, Maria Maddalena era una moglie docile che non contrastava ai capricci del marito; bisognava vederla come sosteneva gloriosamente colla sua bella persona l'onore dei Lysbak. E [pg!199] in casa, che nettezza! Lavava tutto colle sue mani, la scala di legno, le tavole dell'impiantito, i vetri, gli usci, e senza che nessuno le vedesse mai una macchia indosso. Era il suo gran lavoro, la pulizia. Natale istesso, quando tornava la sera sfinito dalla dura fatica agreste, nuova per lui, dopo avere falciato il fieno o fatto legna su nelle alte foreste o rinsolcato il campo delle patate, se appena avesse gli scarponi inzaccherati, quegli sguaiati scarponi che rigano le tavole, non doveva pensare a riposarsi o a far vaporare il sudore gelato alla fiamma del camino, se prima non s'era calzato di fresco e mutata la grossa giacca sudicia con una nuova che gli metteva freddo indosso. Maria Maddalena era vissuta più anni in Aosta presso un avvocato, e sapeva lei ciò che occorre al decoro di una casa. All'amico, al parente che viene a trovarvi, bisogna poter offrire una buona tazza di caffè o un bicchierino di liquore o anche un bicchiere di Barolo o di Caluso bianco; sono doveri di convenienza. E quando il caffè è nell'armadio bello e tostato, e la bottiglia del liquore sturata, se ai padroni nasce un po' di svogliatezza al cibo o gravezza di stomaco, non sarebbe spilorceria ricusarsi quel poco ristoro? Già ormai colla lodevole abitudine presa dacchè essa è della famiglia, di attendere Natale ai [pg!200] lavori campestri, quattrini in paga di manovali non ne vanno più, locchè in fin d'anno fa un bel risparmio, sapete; peccato che la vecchia madre non curasse di tenere il libro delle spese (ma già una gran testa quella brava donna non l'ha mai avuta) che altrimenti si vedrebbe quanto costavano i manovali.***Quando dopo due anni di matrimonio Maria Maddalena fu incinta, la vecchia madre prese un giorno Natale in disparte e gli tenne un lungo discorso grave e tenero parlandogli de' suoi nuovi doveri, del bilancio della famiglia, del pericolo che c'è a lasciarsi andare per la china delle spese improduttive; raccomandandogli nel nome di quell'essere che doveva venire al mondo, che non toccasse il capitale per carità, che bastasse coi redditi anche a costo di sacrifizi. Era la prima volta che gli parlava di tali cose e perchè vedesse che non c'era malo animo in lei, gli regalò il suo bell'elmo d'oro, dono del povero Daniele il giorno delle nozze, che egli lo regalasse alla nuora; tanto alla sua età quei gingilli non convenivano più. Ma non dire a tua moglie quello che ti ho detto delle economie, che non avesse a credere che io disapprovo la sua condotta.[pg!201] E Natale promise. Ma Maria Maddalena li aveva visti passeggiare un'ora intera su e giù per il prato e la sera tanto adoperò che seppe ogni cosa.—Ha ragione tua madre, il capitale non va toccato, lo predico sempre anch'io.Otto giorni dopo era a cena dai Lysbak un cugino di Maria Maddalena tornato di fresco dalla Baviera dove s'era arricchito. La vecchia dormiva da più ore e i tre stavano discorrendo col bicchiere alla mano. Si parlava del nascituro e Natale rammentava i cento e un colpi che avevano annunziato la propria venuta in questo mondo.—Farò lo stesso per mio figlio.—E tua madre?—interruppe la moglie.—Mia madre?—Sì, il sermone che ti ha fatto l'altro giorno.—Oh, Maria! Mia madre andrebbe a piedi fino ad Ivrea a vendere l'anello per far festa al bambino.—No, credi a me: delle spese ne occorreranno di molte e gravi in questi giorni; teniamoci alle necessarie. Nessuna festa.Natale diventava rosso e la guardava aggrottato.—Nessuna festa. Maria, nessuna festa! Nessuna festa a mio figlio?[pg!202] —I danari è lei che li tiene, se gliene domanderai per sciuparli forse te li darà lo stesso ma ne avrà dispiacere.—E non sono qui io?—disse il cugino.—Se vi occorre nulla, disponete.—Piuttosto Natale, piuttosto, ma che non nascano guai.—E con cento lire fu accomodata ogni cosa.A suo tempo nacque una bella bambina che fu battezzata Maria Maddalena come la madre, ma che in casa chiamarono Lena. Natale si avvicinava alla culla e toccava la bambina come se fosse stata di vetro soffiato. Quando gliela davano in braccio, provava un senso di sgomento; gli pareva che tutta la forza virile che era ne' suoi muscoli dovesse avventarsi su quel corpicino e soffocarlo. Si tagliò la barba per poterla baciare. La sua gran festa era di assistere alla toeletta di Lena; aveva imparato a fasciarla, e come le si sollevasse la testina reggendola sotto la nuca, ma non l'avrebbe fasciata per un impero. Stava fermo a guardarla poppare inghiottendo la saliva come se il latte scendesse in gola a lui e quando l'ingorda che era cercava il seno materno agitando le manine e dimenando con impazienza la testa, egli rideva, rideva, ammirato ed intenerito. Qualche volta, attristatosi al pensiero della prosperità perduta [pg!203] (prima non gli veniva mai quel pensiero), andava a sedere presso la culla e metteva le sue grosse mani da gigante daccanto il viso di Lena e si confortava pensando che finchè quelle gli fossero durate non sarebbe mancato nulla alla piccina.E come lavorava di voglia, come si era fatto abile al lavoro! Tuttavia, di quando in quando una piccola somma bisognava pur sempre richiederla al cugino, ma questi, Maria Maddalena lo sapeva di certo, così ricco com'era, non dava ad imprestito con interesse e d'altronde la vecchia s'era fatta avara. Maria Maddalena aveva le prove in mano che essa metteva in serbo dei quattrini, Maria Maddalena teneva i conti delle entrate e delle uscite e queste non combinavano mai; ne entrava sempre più che non si spendesse.La Lena a sette anni era un fiore rosso di melagrano, anzi un melagrano aperto; si tirava i baci delle comari colle sue arie leziose di signora e sopra tutti adorava suo padre il quale poveretto cominciava ad averne gran bisogno di quella adorazione. Infatti, avendo la vecchia tentato un'altra volta di metterlo in guardia contro le troppe spese ed avendone egli tenuto discorso colla moglie, questa gli si era apertamente rivoltata; era stanca infine delle sorde persecuzioni di quella vipera, sapeva bene che suo studio era di guastarla col marito, perchè non aveva portato [pg!204] dote in casa, ma ormai glie le avrebbe dette sul muso le sue ragioni che non era una vita questa.A Natale ci volle di tutto per ammansarla.—Abbi pazienza, hai ragione, vedo anch'io che hai ragione, ma non facciamo dispute, che non lo sappia il paese.E quando essa ebbe promesso di tacere:—Non basta, questi primi giorni non sapresti celarle il tuo rancore. Tu non fosti mai a Torino, io ho bisogno di un po' di svago, andiamoci insieme e ci porteremo la Lena.—Ecco come sei tu. Così pensi alle economie!—Lascia, andrò poi a giornata se occorre, l'estate farò la guida cogli Inglesi, ma ora mi sento stanco, ho paura di ammalare; sono certo che un giretto mi risana.—Sei tu che lo vuoi, Natale; che si sappia bene che sei tu!—Sì, sì, non temere.La vecchia diede ottanta lire. Natale, che già ne aveva tolte dugento in prestito dal cugino, giurò che bastavano, anzi che ce n'era d'avanzo e fecero il viaggio.Ma nel fondo del cuore il brav'uomo sentiva che la vecchia ci vedeva giusto e le aspre parole della moglie lo avevano dolorosamente maravigliato. Gli parve di intravvedere i maneggi [pg!205] di Maria Maddalena, capì che egli faceva la zampa del gatto, ma riconobbe insieme con indicibile scoramento che la propria indole buona, affettuosa e larga gli avrebbe sempre impedito di contrastare alla corrente.Poi si mise a confutare se stesso: egli calunniava la moglie; che ragione aveva di giudicarla a quel modo? E metteva insieme tutti i piccoli fatti che potevano sollevarla nel suo giudizio e li ingrossava.—Ho torto, ho torto, fu un momento di viltà il mio; io stesso non sono così poltrone quale mi faccio, saprei pure all'occorrenza mostrarmi uomo, ma non è il caso per ora, non è il caso.E il grande bisogno che aveva di pace e di amore gli faceva respingere la dolorosa antiveggenza. D'altronde, non lavorava egli come un disperato? Che vizi aveva? Nemmeno quella poca fumata sull'uscio, non la faceva più. Era stato sempre buon figlio, era buon marito e buon padre, perchè farneticare di avversità? Andiamo! andiamo!Tuttavia tali battaglie interne lo avevano reso taciturno e la moglie non se ne dava pensiero e del suo non darsi pensiero egli si accorava. Ma i baci di Lena lo avrebbero consolato di ben altri dolori.[pg!206]***Lena compiva quindici anni, quando la moglie del barone Lanther, che per caso quell'anno passava l'inverno a Gressoney, invitò mezzo il paese alla cena del ceppo, e dopo cena a fare i giovani, due salti al suono dell'organetto. Perchè le famiglie meno agiate non avessero a scomparire, fu inteso che le donne vestirebbero alla foggia del luogo, la veste di panno rosso col giubbino scuro.Otto giorni prima della festa Natale una sera domandò alla moglie ed alla figliuola come stessero a vestiti. Maria Maddalena aveva certo le sue buone ragioni per aspettar quella domanda, perchè senza nemmeno aprir bocca si levò, tolse due abiti da una panca lì nella stalla e li gettò sulla tavola.—Eccoli, io non parlo;—e lanciò un'occhiata al marito ed alla suocera.—Belli belli non sono,—disse timidamente Natale senza quasi guardarli.—Fatene dei nuovi,—suggerì la vecchia.—Con sessanta lire si compera a Pont San Martino tanto panno che basti per due. Gli abiti restano, se ne farà di meno quest'altr'anno.E Natale:[pg!207] —Sessanta lire non è gran spesa. Di più non direi, ma tre marenghi!—Oh, nonna! Sessanta lire! Tanto vale mettere questi. Tutti vedranno che sono usati e per usati passano, ma a farli nuovi questa lanaccia non serve; si avrebbe l'aria di volere e non potere.—Brava Lena, teniamo quelli, dà retta a tua madre.—No, no, che figura ci fareste? Vediamo, Lena, figlia mia, quanto ci vorrebbe a farti contenta?—Padre, lo scarlatto fino costa almeno un terzo di più. Poi ci vuole il giubbino che accompagni. Il doppio a dir poco.—È troppo,—affermò coraggiosamente Natale, e guardava la vecchia.Maria Maddalena prese gli abiti dalla tavola e li gettò risoluta sulla panca donde li aveva levati. Dopo un po' di silenzio Natale riprese:—È vero che un'occasione simile non si ripresenta: se non fosse proprio il doppio, se cento lire bastassero...—Senza contare,—interruppe Maria Maddalena,—senza contare che a Pont San Martino lo scarlatto bello non si trova: bisogna mandare a Biella, locchè fa alla misera dieci lire di più.—Per questo il padre ci potrebbe andar lui.—È vero, figliuola.[pg!208] La vecchia fermò l'arcolaio e si volse alla nipote:—Oh, Lena, avresti tanto coraggio! d'inverno colla neve su per le scogliere della Mologna!—Il padre conosce la montagna e l'inverno.A Natale non pareva vero di uscirne a così buon mercato, cioè avendo l'aria di fare una economia di dieci lire, mentre in realtà ne spendeva quaranta più del convenuto. Perciò ribattè ridendo tutte le obbiezioni della vecchia; non era il passo del Lysjoch, in fin dei conti, la Mologna! Bella cosa! Dieci ore, al più dodici di cammino, e le prime e le ultime piane come la mano. Avrebbe portato con sè da mangiare per strada e in due giorni il giro era fatto.Partì la notte istessa verso le quattro della mattina. Quando giunse a mezza salita, la neve in terra era tanta che colmava i burroni.—Buono che è sereno, diceva Natale, e freddo se no questa volta ci resterei.Pensava alla sua Lena vestita di nuovo, bella come nessun'altra in paese.—Che aria contenta avrà al mio ritorno! Come mi guarderà dolcemente dicendomi: Grazie, padre!Perduta, per la fatica, la facoltà di seguire il filo di un pensiero, quelle parole: Grazie padre, [pg!209] si rivolgevano nella sua mente, battevano quasi la misura ad ogni suo passo. Poi si accorse che le diceva ad alta voce: Grazie, padre, grazie padre, e ne rise.Sulla vetta il sole si oscurò senza vento e l'aria parve addolcita: segno di neve. E la neve sopraggiunse, calma, larga, eguale, silenziosa, mortale livellatrice dei valli. Natale doveva ad ogni momento scuoterla dal cappello e dalle spalle dove si ammucchiava pesante; le scarpe ad ogni passo ne levavano degli strati larghi come una grossa focaccia e gli toccava staccarsela pestando a forza la terra. I fiocchi fitti, il sudore, l'arsura lo acciecavano, mentre egli precipitava a salti furibondo ed atterrito. A un punto dovè fermarsi e temette di non poterla durare; si pose a sedere sulla neve ansando come un moribondo. Allora gli venne un cattivo pensiero:—È la Lena che mi ha mandato a questa morte. Pure di levarsi un capriccio, la Lena non esitò un momento ad esporre la vita di suo padre!Oh che pensiero doloroso! Perchè gli era venuto? Non l'avrebbe cacciato mai più: lo sentiva mordergli il cervello ed il cuore, avrebbe dato la vita per poterlo respingere. Trasognato per la febbre, smarrita quasi la percezione delle cose esterne e la coscienza del proprio stato, [pg!210] seguiva con lucidezza tormentosa la disputa orrenda che gli lacerava l'anima. Erano due in lui, due avversari accaniti, uno a difendere con tenerezza lacrimosa la sua Lena, l'altro ad accusarla con logica inesorabile. Chi gli aveva messo quello inferno nel cuore? Quell'inferno lo salvò: frustato a sangue da tanto tormento, trovò la forza di risollevarsi, capì che doveva superare ogni ostacolo e vivere ad ogni costo, se non voleva morire maledicendo nel delirio dell'agonia la propria figliuola.Giunse a Biella sull'imbrunire, corse difilato a comprare il panno, poi riprese la strada dei monti per dormire al primo cascinale dove non pagare la nottata. Il ritorno fu agevole, il tempo essendosi rimesso, e l'indomani sera Natale riabbracciò la famiglia.La notte della festa seguì un incidente spiacevole. Intorno a Lena, che era la più bella, si affollavano tutti i giovani del paese, ma essa con sicurezza impertinente non degnava di ballare che coi più ricchi. Un suo primo cugino, bravo ragazzo, ma povero in canna, venne ad invitarla risoluto di rompere il cerchio delle preferenze. Essa rispose ridendo aver promesso a Necio il geometra e lo chiamò ad alta voce da un capo all'altro della sala. Lo sfregio era patente. Il cugino aspettò ritto in piedi che finisse [pg!211] il giro, poi si accostò a Necio e gli diede una forte spallata, dopo di che uscirono insieme nell'aia e si bastonarono di santa ragione, finchè il geometra ebbe mezza rotta la testa.Il ballo terminò in tumulto e tutti furono alle loro case.Per strada, rincasando, Natale non fece motto: precedeva le donne di pochi passi, tanto che al giungere di queste aveva già aperta la porta ed acceso il lume. Lena infilava lesta l'uscio della sua stanza, ma il padre la prese con dolcezza per le due mani, la tenne ferma dirimpetto a sè e le disse:—Lena, perchè hai fatto a quel modo?—Andiamo, andiamo, non è ora di scene, già lo vedevo per strada che masticavi amaro; mandatela a letto che casca dal sonno.—Tacete, Maria, e tu, Lena, rispondi.—Che rispondi? Che ha da dire? Perchè ha fatto a quel modo? Perchè ha fatto bene, ecco; mia figlia non balla cogli straccioni. Voi pensate ai fatti vostri; ad allevare la figliuola ci penso io.E afferrata la ragazza, la strappò dalle mani di Natale e si mosse per accompagnarla.Natale diventò un leone. D'un salto fu di contro le donne e le attanagliò colle mani di acciaio fino a farle urlare dal dolore. Era la prima volta che montava in collera ed apparve [pg!212] terribile. Scagliò sulla moglie tutto il sacco de' suoi rancori, martellava a colpi di parole rapide ed incisive; la moglie e la figliuola tacevano sbigottite. Poi la grossa collera di quell'uomo forte cadde fiaccata dalla propria forza, per far luogo alla bontà infinita ed affettuosa, sorgente continua di ogni suo male. Fu quasi vergognoso della propria violenza, si intenerì al silenzio passivo di Lena, gli passò negli occhi la visione della figliuola piccina, carezzevole e sorridente, rivide nelle sue fattezze addolcita la cara faccia del padre morto e diede in uno scoppio di pianto:—Lena, Lena, sii buona, dimmi che sei pentita dello sgarbo che hai commesso. Era tuo parente, Lena; sua madre era sorella di mio padre. Perchè è povero tu lo respingi, ma lo siamo anche noi, anche noi!Maria Maddalena vide l'uomo disarmato.—Per ciò fece bene. Se vostro padre prima e voi dopo, non le sciupavate quel poco avere essa poteva ballare con tutti i mendicanti della valle, che un marito di conto lo trovava lo stesso; ma ridotta com'è, sposerà la fame e la sete se non si aiuta con quella poca dote che non le potete levare, che è la sua bellezza.—Lascia mamma, lascia, le parole non servono. Quello che voglio ha da essere lo stesso.[pg!213] —E che vuoi?—gridò Natale con paurosa sorpresa.—Non voglio fare la vitaccia che ha fatto mia madre.Natale sentì come una mazzata sulla testa, ma fu presente a se stesso e volle riaversi. Come pochi giorni innanzi, quando per strada lo aveva colto quello sfinimento, capì che guai durare inerte nell'idea dell'ingratitudine di sua figlia.—Oh, Lena, mi rispondi così! Ho veduto la morte sai, Lena? per saperti contenta. Là, sulla montagna, quando andavo a comprarti la veste per farti bella, mi ha colto la tormenta e ho creduto di essere alla mia ultima ora. E non te l'ho detto, tornando, non l'ho detto a nessuno per non guastarvi la festa. Lo sai, Lena?—Tutti i giorni passa gente sulla Mologna—esclamò Lena scrollando le spalle. Ed entrò nella sua stanza.***Il giorno dopo Natale apparve l'uomo di prima; se non che dopo cena, invece di sedere come al solito nella stalla e farvi un po' di lettura, uscì in silenzio e s'avviò lentamente verso la piazzetta della chiesa dov'era l'osteria; ma non vi giunse, rincasò in fretta e andò diritto a dormire.[pg!214] La sera appresso fece notte tarda discorrendo e bevendo alla bettola cogli amici e così seguitò di poi tutte le sere. Ma avvezzo alla sobrietà propria degli uomini attivi, il vino tracannato a quell'ora non gli dava gusto e lo ammalava senza ubriacarlo; perciò si volse ai liquori e una mattina fu trovato dormire sulla neve briaco fradicio. Svegliato e ricondotto a casa, si imbattè sull'uscio in Lena, levata di fresco, e gli parve riceverne uno sguardo così sprezzante che se lo sentì come una coltellata nel cuore. Allora smesse di bere, ma il male era fatto; la moglie era andata piagnucolando per tutto il paese a raccontare gli stravizi del marito e tutti dicevano:—Peccato! quel Natale Lysbak come si mette in rovina!In luglio di quell'anno stesso, Natale sperò per un momento di aver riconquistato la pace e l'affetto della famiglia. Quel tale Frantz che era salito per levar Daniele dal crepaccio, accompagnando un giorno due Inglesi attraverso il ghiacciaio dell'Aventina, vide lontano sulla neve, giusto nel punto dove era caduto Daniele, una macchia nera che non gli era mai apparsa gli anni addietro. Una roccia non poteva essere, in quel luogo il ghiacciaio era altissimo e compatto.[pg!215] —È Daniele—pensò.Le ghiacciaie respingono spesso i corpi inghiottiti; i crepacci, chiudendosi dal basso in alto, li fanno risalire fra le pareti liscie e li ripongono alla faccia del sole.Frantz aveva indovinato. Il corpo del povero Daniele stava disteso sulla neve, riconoscibile come se fosse morto poche ore innanzi; solo la guancia esposta al sole prendeva ad allividire, ma l'altra ed il resto della persona duravano intatti.Gli Inglesi acconsentirono volentieri di tornare indietro a recare la gran notizia alla famiglia; ed ecco tutta Gressoney in subbuglio e Natale risalire un'altra volta su quelle pianure mortali con quanti erano uomini validi in paese. L'incontro fu tragico e silenzioso. Al cospetto del padre, Natale durò un gran pezzo immobile, colle mani sul petto, a fissarlo senza lacrime nè singhiozzi. Quando lo scossero, perchè occorreva discendere, disse:—Povero padre, ti ho voluto bene, io!Fu la sua orazione funebre. Poi lo mise da sè nel sacco che legò alla bocca con mano ferma e non volle che altri portasse il doloroso carico al villaggio.Come furono in vista di Gressoney, le campane rintoccarono a morto; come vi giunsero, [pg!216] tutte le donne ed i pochi uomini rimasti fecero ala al corteo. La stagione estiva era appena in principio, non c'era forestieri nel villaggio; le vesti rosse risaltavano sole sulla tinta petrosa dei muriccioli e sullo smalto dei prati. La mandria non essendo anche salita alle alte montagne, suonava sull'erba l'accordo placido delle vacche pascolanti; la scena aveva una dolcissima intimità paesana e famigliare, si sentiva che tutti erano parenti, nati tutti sotto quel poco cielo, all'ombra grave di quei monti. La novità del caso metteva nell'animo di tutti una trepidanza sospettosa di miracoli: i vecchi vedevano passarsi dinanzi l'amico durato vegeto nella morte, ai giovani appariva sensibile e reale l'oggetto del più affascinante fra i racconti uditi negli anni infantili; quel morto ringiovaniva i viventi.Maria Maddalena e la figliuola stavano fra le donne in seconda fila, quella singhiozzando da rompersi il petto, questa pallidissima e gli occhi sbarrati. Natale ebbe appena veduta la figliuola che dovette cedere il carico ai vicini. Le gambe gli tremavano e fu per cadere; aperse le braccia, si tirò sul petto la fanciulla con impeto selvaggio di tenerezza come se quello solo potesse essere il suo sostegno e scoppiò, baciandola, in pianto dirotto.[pg!217] La sera dopo seppellito Daniele, la famiglia parve tornata ai giorni tranquilli, quando Lena era piccina. Natale, superstizioso, pensava che suo padre era riapparso sulla faccia del mondo per comporre gli animi discordi, e lo disse; e le donne a commuoversi e ad abbracciarlo. L'indomani scese ad Ivrea e vi ordinò una bella colonna di serpentino portante nel mezzo una lastra d'ottone con suvvi inciso il nome di Daniele Lysbak e reggente una croce.Risalito al paese, si mise tosto per guida agli alpinisti. Che buone giornate faceva! Ma che vitaccia rischiosa e faticosa! Su e giù per le ghiacciaie, tentando valichi inesplorati, incitando la vanità dei padroni di un giorno, servendoli con zelo ed intrepidezza ammirabili, sobrio, contegnoso, temerario e prudente, si acquistò il nome di guida insuperabile ed in fin di stagione ebbe raccolto un gruzzolo di cinquecento lire.—Questi andranno a fare pazientare tuo cugino, diceva una sera con sua moglie. Da qualche mese egli mi si fa brusco e vuol essere pagato.—C'è tempo, osservò questa. Al cugino ne darai per ora quattrocento, cento occorrono per la casa.—Da farne che, Maria?La Lena sospira da un pezzo una croce d'oro da portare al collo come l'altre ragazze; di più [pg!218] siamo tutte e due calzate di grosso che è una miseria.Natale, la prima volta in sua vita, tenne duro. S'era finalmente persuaso che lo scredito in cui era caduto presso la moglie e la figliuola, proveniva dalle troppo colpevoli condiscendenze. D'altronde quel denaro guadagnato in due mesi avendogli fatto intravvedere possibile un assetto del patrimonio, egli era fermamente risoluto a conseguirlo. Resistette persino alle preghiere di Lena la quale, bisogna dirlo, non parve impermalirsi del rifiuto.Il giorno che giunse da Ivrea la colonna mortuaria del povero Daniele, dopo che l'ebbe collocata a suo posto e arrotonditovi ai piedi un bel cuscino di zolle fitte. Natale andò in casa a pigliarvi le donne e le menò seco al camposanto.—Ci sta bene, è vero Lena? Non è vero che è bella?—Quanto costa?—domandò senz'altro la ragazza, come se avesse da un pezzo meditata la domanda.—Sessanta lire.—La mia croce l'avreste avuta a miglior mercato,—replicò questa con tono mordente.—Dovevo seppellirlo come un cane, Lena?—È durato ventiquattro anni nel ghiacciaio senza uno straccio di croce, poteva durarla anche [pg!219] qui. Se il Signore io voleva in Paradiso, ce l'ha chiamato lo stesso.Natale levò il pugno serrato, poi si contenne e scappò correndo.***In principio d'inverno morì la vecchia madre e non lasciò pure un soldo. Quel poco di suo era venuta man mano mettendolo in casa per veder di scemare la lista dei debiti dei quali s'era avveduta.—La pitocca,—diceva Maria Maddalena colle comari,—la pitocca dovette aver vizi secreti perchè in casa rubacchiava a man salva. Ma già tutti i Lysbak sono sregolati; io m'aspetto ogni giorno che scoppi qualche grosso debitaccio di quel briccone di Natale.—All'osteria non lo si vede più.—Beve in casa, beve in casa e poi ci maltratta quante siamo.E il debitaccio scoppiò che era grosso davvero. Ventimila lire tra capitale e interessi, delle quali il cugino voleva essere pagato subito o avrebbe mandato l'usciere.Che strilli fece Maria Maddalena! Chi l'avrebbe immaginato! Venti mila lire! eccole sul lastrico tutte e due, essa e la figliuola! E piangeva e si [pg!220] dimenava e correva da una casa all'altra a raccontare le dissennatezze del marito. Poi volle si radunasse una specie di consiglio di famiglia, chiamandovi due vecchi parenti dei Lysbak.Fu una domenica nel pomeriggio. Di fuori nevicava da empire la valle; i due vecchi, Maria Maddalena e la figliuola sedevano intorno alla tavola come giudici, Natale passeggiava su e giù per la stanza, fermandosi di quando in quando ad attizzare il fuoco, in apparenza tranquillo.Maria Maddalena fece un lungo esordio compunto: essa aveva voluto che i due vecchi parenti intervenissero a consulta, perchè tanto essa quanto Natale riposavano nel loro senno.Bisognava pensare a mettere al sicuro quel poco che sarebbe rimasto a debito saldato, perchè quello era l'avere di Lena, di questa povera Lena così docile e riguardosa! Oh, se non avesse avuto quella figliola, essa avrebbe sostenuto senza pure un lamento, il rovescio; essa era avvezza alla miseria perchè, non arrossiva a confessarlo, era nata povera e cresciuta guadagnandosi il pane. Ed eccola raccontare la propria vita dal giorno che era entrata nella casa dei Lysbak. Chi era stato a levar Natale dall'ozio in cui viveva per metterlo al lavoro? Lo dicesse Natale lì presente, non era stata lei forse? E quando la vecchia, Dio abbia in pace l'anima sua, quando la vecchia [pg!221] predicava le economie, essa non le faceva eco forse? Non è vero Natale? Ma già alla scuola di quel brav'omo di Daniele che aveva le mani e le tasche e la borsa bucate, non poteva crescere un ragazzo assennato!Qui Natale, rimasto fino allora in silenzio misurando a gran passi la sala, si fermò a un tratto e disse, accennando la Lena:—Mandatela di là almeno quella figliuola! Questi discorsi non fanno per lei.—Non fanno per lei? O state a sentire! Di chi si tratta, del Lucio forse? Già non udirà cosa che non conosca per veduta, che anch'essa li ha lamentati più volte, scusandoli poverina, gli sperperi del padre.E via e via, ne passavano delle accuse, una aggravando l'altra, chiare, determinate! Ogni fatto aveva la sua brava data e il come e il dove. I festeggiamenti alla bambina appena venne al mondo, l'eleganza del piccolo corredo, lo scampanare a festa per il battesimo, e due torcie, una non bastava! Tutto questo, essa lo predicava sempre al vento. Non è vero. Natale? Poi la casa rifornita più del bisogno e il vino di Barolo e di Caluso e il viaggio a Torino, al quale il marito l'aveva costretta dandosi per malato. Anche il lusso delle malattie, miei cari, delle malattie che guariscono viaggiando. E quella [pg!222] pazzia di portarvi la piccina a rischio di ammalarla davvero! Che non aveva fatto e detto essa per svogliarlo da quel viaggio! Non è vero Natale? Mi smentisca, mi smentisca se può.No, Maria Maddalena, Natale non vi smentisce: Natale passeggia su e giù per la stanza, l'animo pieno di amarezza mortale, ma non vi smentisce. Oh! se Lena non fosse presente, non dico; ma fu buono avviso il vostro di farla rimanere. Voi lo accusate di prodigalità che non è tristo peccato; egli, Maria Maddalena, egli dovrebbe accusarvi di falsità e di tradimento, perchè eravate voi a metterlo sul passo delle spese, foste voi ad avviarlo ai debiti, voi solleticavate la sua vanità per la casata fino a farvi adornare come una madonna: ma Lena non abbisogna di altra scuola d'irriverenza! Al cospetto della figliuola, egli non osa gettarvele sulla faccia queste accuse, perchè Natale ha nell'anima una bontà eroica, una fierezza eroica, una eroica viltà.Oh! il pover'omo soffriva! Gli era venuto un tic nervoso ai lati della bocca che non si chetava. Era bianco come un cencio e andava asciugandosi il sudore. Compiva camminando cento piccoli atti abituali, riponeva a suo posto delle cose che incontrava spostate, attizzava il fuoco, metteva acqua nella scodella della stufa, levava di sulla stufa il porta fiammiferi, che questi non [pg!223] si accendessero al calore, grattava e sfregacciava le macchie del panciotto, faceva risonare i pochi soldi nella scarsella. E intanto nella sua misera testa si rincorrevano mille immagini vive e mordenti. Ogni fatto travisato dalla moglie, gli appariva quale veramente era seguito, con tutte le circostanze che lo avevano accompagnato, e riviveva così tutta la sua vita, vedeva sè gustare tutte le dolcezze gustate, mentre la coscienza inesorabile della realtà attuale, lo costringeva solo ed immobile nell'abisso del dolore senza misura.E Maria Maddalena, come il picchio selvatico che perfora i tronchi beccando sempre nel piccolo cerchio, seguitava a trapassargli il cuore a colpi di ingratitudine. Era venuta la volta di quella scena dopo il ballo dal Lanther, una scenaccia che Lena ne fu malata dallo spavento; e Natale taceva. Poi venne il vizio del bere, e quanto non ne disse di quello! E Natale taceva. Poi la grandigia di un monumento al padre, un monumento così sproporzionato ai loro mezzi di fortuna; e Natale taceva sempre, finchè si giunse a conchiudere, sulla proposta di Maria Maddalena, approvando i vecchi, e col muto e disperato assenso di Natale, che questi riconoscendosi inetto ad assestare le proprie faccende e volendo da quel buon padre che era provvedere all'avveniredella figliuola, avrebbe firmato un atto [pg!224] di procura generale alla moglie perchè questa pagasse i debiti e ristorasse il patrimonio.Tre giorni dopo la firma dell'atto, Maria Maddalena vendeva al cugino tutto il patrimonio dei Lysbak, valutato a sessantamilalire, per le venti mila a cui sommava il debito. Fu ben inteso una finta vendita: il cugino s'impegnava secretamente di lasciare a Maria Maddalena ed alla figliuola la reale proprietà ed il possesso delle quaranta mila lire che avanzavano e Natale rimase così spoglio di ogni avere.Come la cosa fu saputa nel villaggio, si ridestò in favore del poveretto la pietà paesana e tutti lo consigliarono che impugnasse di lesione il contratto. Egli non ne volle sapere; si mise a giornata da questo e da quello a portar carichi di legna e a far commissioni. Il denaro che ne tirava lo metteva in casa e viveva in apparenza così tranquillo come per il passato.In giugno, Maria Maddalena e la figliuola salirono colle vacche al cascinale della Betta Forca. A Natale rimanevano alcuni lavoretti da sbrigare nella valle, sicchè le raggiunse più tardi.Il terzo giorno che stava con loro, la mattina mentre mangiava la polenta, Maria Maddalena gli disse netto che se credeva di rimanere lassù s'ingannava, che essa e la Lena vivevano della carità del cugino il quale consentiva per la sua [pg!225] bontà a lasciarle godere quei pochi stabili; ma che il cugino aveva espressamente dichiarato non voler fare a lui Natale nessuna sorta di carità.Natale la lasciò dire senza nemmeno maravigliarsi. La Lena seduta a due passi divorava tranquilla la sua scodella di polenta con latte guardando il padre con occhio indifferente. Egli si levò e scese piano piano al villaggio.Per strada, di quando in quando sostava come oppresso da stanchezza, guardava intorno i prati verdi, crollando la testa e mormorando: È finita! È finita! Poi prese a cantare una nenia tedesca dolce dolce con che addormiva la sua Lena piccina:Guten Abend, gut' Nacht, ecc.Quella nenia gli giungeva all'orecchio come se un'altra persona l'andasse cantando ed egli ne accompagnava la cadenza col passo e col dimenare del capo. Giunto al villaggio, andò diritto ad un tugurio che la piena del torrente aveva pochi anni addietro mezzo rovinato e di cui rimanevano intatte ma abbandonate dai padroni, due misere stanzette. Vi entrò come in casa propria e seguitò a dimorarvi quieto e solitario, procacciandosi da vivere con far la guida l'estate e l'inverno il manuale.[pg!226] Io lo incontrai quell'anno istesso, un mese preciso dal giorno che sua moglie l'aveva cacciato di casa.***L'anno appresso, risalito a Gressoney, cercai di Natale Lysbak e lo tolsi meco per guida volendo ascendere a parecchie punte del Monte Rosa; ma fin dal primo giorno di cammino dovetti rinunziare all'impresa. Natale era sempre robusto e premuroso come per lo innanzi, ma così distratto e rischioso da impaurire. Intesi di poi come altri alpinisti ben più arditi ed esperti che io non sia, avevano lasciato di servirsene in causa delle sue temerarie imprudenze.Ora, sono passati tre anni da che lo conobbi, ora Natale seguita a dimorare nel tugurio mezzo rovinato. I parenti, specialmente le donne, gli portano in casa da mangiare e lo riforniscono di vestiario. Egli non lavora più; gli alpinisti non cercano più di lui. L'inverno va da una stalla all'altra e vi si trattiene improvvisando ingegnosi giocattoli per i bambini coi quali è sempre sollazzevole e mansueto. Appena la valle è rinverdita, si mette a tracolla la corda ed il cannocchiale, si arma della picca e via per le montagne. Passa intere giornate sdraiato nell'erba, [pg!227] magari sull'orlo di un precipizio, dura delle ore a contemplare estatico la valle e le ghiacciaie, appunta qua e là il cannocchiale come vi cercasse cosa di grandissimo rilievo, raccoglie cappellate di fragole e mazzi diEdelweis. Ed ogni sera torna a casa col passo marziale di una guida che ha valicato Dio sa quali vette, e giunto sull'uscio si dà un'allegra fregatina alle mani, persuaso di aver fatto una buona giornata.***La Lena sposò quest'anno Necio il geometra e si fece gran festa per le sue nozze. [pg!228][pg!229]
[image]on avevo mai incontrato fra le guide alpine un uomo di così nobile e maschia bellezza. Alto come un corazziere, asciutto ma non sottile, si atteggiava e muoveva con dignità naturale e disinvolta, era agile e sicuro, servizievole senza essere servile, parlava con proprietà, gestiva poco, non vantava ascensioni impossibili.
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Benchè non dovessimo affrontare pericoli, s'era tuttavia stabilita fra me e lui quella dimestichezza cordiale, che nasce dalla comunanza delle fatiche e della vita; da tre giorni egli mi accompagnava per rupi e ghiacciaie e ci rimanevano, prima di giungere a Gressoney, due [pg!180] giornate di cammino. Quando lo invitavo a sedere alla mia tavola per desinare insieme, accettava semplicemente senza aver l'aria di pretenderlo e nemmeno di ricevere una grazia; a tavola discorreva e mangiava volentieri, ma non beveva che acqua, ricusando con un cenno del capo l'offerta che gli facevo sempre di vino e di liquori.
La penultima giornata del nostro viaggio si valicava il colle delle Cime Bianche, ancora coperto di neve, per giungere a Fiery in valle d'Ajaz, donde il domani, pel colle della Betta Forca, dovevamo scendere a Gressoney, termine delle mie escursioni. Siccome non ero mai stato a Gressoney, glie ne chiedevo per strada:
—Il vostro nome, Lysbak, mi fa supporre che siate nativo di quel paese, perchè il torrente che vi corre si chiama appunto il Lys.
—Sì signore, sono di Gressoney.
—È una bella vallata?
—La più bella di quante io conosca.
—È naturale che voi la giudichiate a quel modo.
—È vero, signore. È naturale.
S'era oscurito in viso e non aggiunse parola tanto che, temendo di averlo offeso con mettere in dubbio la sincerità del suo giudizio, cercai di abbonirmelo con nuove domande.
[pg!181] —Siete ammogliato, Lysbak?
—Sì.
—E avete famiglia?
—Ho famiglia.
Il tono asciutto delle sue risposte mi fece capire che quello non era luogo da discorsi, infatti affondavamo nella neve molle fino alle ginocchia ed un passo falso ci avrebbe mandati ruzzolone fino in basso del nevato e costretti a rifar da capo due ore di salita.
La sera, all'albergo di Fiery, fu servito a cena un vinetto sottile e fratellevole.
—Lysbak, domani ci lascieremo, dopo cinque giorni di convivenza. Sono contento di voi, porgetemi il bicchiere, tocchiamo insieme e bevetene un sorso.
—Grazie signore, non bevo.
—Che idea! Un uomo della vostra fatta! Vi spiace il vino?
—Non ne bevo.
—Per farmi piacere, Lysbak, un sorso. Il vino cementa l'amicizia.
—Non sono vostro amico, signore; vi servo per paga.
—Avete torto: la paga va per i servigi che mi rendete, non per la buona compagnia che mi avete fatto. Quando vi avrò pagato, mi rimarrà di voi una memoria migliore che non [pg!182] delle altre guide che ho conosciuto; voi siete diverso dagli altri: sempre quando mi date la mano per superare un passo difficile, mi viene fatto di ringraziarvi come un compagno disinteressato, un compagno d'elezione. Voi fate la guida con grazia signorile.
—È inutile, non bevo, non voglio bere.
Si levò turbato e andò diritto a dormire.
La mattina del domani era di buon umore più che non fosse mai stato per l'addietro. Salendo la Betta Forca canterellava certe nenie nel tedesco corrotto di Gressoney, chiudendole con quei trilli che passano per tirolesi e sono di tutti i pastori dell'Alpi. Fra una canzone e l'altra era verboso e gaio, raccontava mille aneddoti salati e mille facezie grosse e grasse da stalla e se la rideva da sè, rivoltando fra i denti la cicca di tabacco che non gli avevo mai veduto prima d'allora. Ad ora ad ora pareva si compiacesse di attardarmi per strada, di raddoppiarmi il cammino, andava di qua e di là come un bracco, raccogliendo fiori e fragole che mi portava sorridendo; altre volte prendeva la corsa lasciandomi indietro di gran passi, poi mi aspettava e mi gridava dall'alto: coraggio, signore, coraggio, signore, fra un'ora saremo sui pascoli di Gressoney, in vista della mia cara vallata! Ah, ah, vedrete come è bella, come è [pg!183] tutta bella verde, colore di speranza. È l'ultima tappa che facciamo insieme, allegro signore! E terminava col solito trillo acutissimo, agitando al vento il cappello adorno di un bel fiocco diEdelweis. Aveva gli occhi lucenti, il viso animato, lo si vedeva grillire di piacere e d'impazienza, pareva un innamorato che corresse all'amante.
—Vedete lassù quel seno, dove c'è un muro grigio di pietre? quello è il colle, signore.
—Là, dove spuntano quelle lingue di nebbia?
—Appunto. Ahi ahi, quelle lingue di nebbia annunziano tempesta: sono cattive lingue, signore, cattive lingue che salgono da Gressoney, dal mio paese, dal mio paese. Presto, presto, prima che arrivi la tormenta.
In un batter d'occhio il cielo s'era oscurato: la nebbia invadeva invadeva, serrata, uniforme finchè andò a posarsi all'ingiro sui fianchi delle montagne, tagliandone con una riga diritta tutte le cime e livellandole. Il colle non si vedeva più; camminavamo allora in un ripiano erboso, il cielo sospeso a pochi palmi sopra di noi. Che tempaccio orribile! Non era la burrasca sfrenata che arresta i più coraggiosi, li costringe a cercare ricovero e fa confortevole ricovero qualunque cavo di roccia, tanto si scatena furiosa ed irresistibile; ma una sorta di bufera stagnante [pg!184] muta e fredda come la morte. Le nuvole lambivano i nostri cappelli e stavano immobili gravi di più giorni di pioggia e di neve: ancora pochi passi ed immergemmo in esse la testa e poi tutta la persona. Io mi godevo la dolcezza sottile di quel contatto come una carezza morbidissima e velenosa, e ripensando i versi di Dante, là dove incontrata l'ombra di Casella e fatto per abbracciarla:
Tre volte dietro lei le mani avvinseE tante si tornò con esse al petto,
Tre volte dietro lei le mani avvinseE tante si tornò con esse al petto,
Tre volte dietro lei le mani avvinse
E tante si tornò con esse al petto,
brancolavo curioso in quella sostanza tangibile ed inafferrabile, della quale è impossibile discernere e concepire la forma, il volume ed il colore e che si manifesta contemporaneamente a tutti i sensi; al tatto, cui pure cede senza resistenza; all'olfatto ed al gusto, che non riescono a dar nome nè al suo odore, nè al suo sapore; all'udito, che in essa perde suoni vicinissimi e ne percepisce nettamente e capricciosamente dei lontani; ed alla vista, che vi riposa in una luce fievole e diffusa. Ma fu breve compiacenza; a poco a poco sentii i panni che mi vestivano diventar leggieri e mi parve di essere nudo nella tempesta. La mia guida mi incorava colla voce a salire; ma l'ascesa, divenuta più erta mi toglieva il respiro; poi venne un soffio di vento [pg!185] a scompigliare, senza diradarlo, l'enorme viluppo grigio che mi avvolgeva; un vento gelato che mi fece correre per il filo della schiena i grossi brividi della febbre e mi lasciai cadere sull'erba sfinito, senza voglie, in preda ad uno smarrimento simile a quello del sonno a lungo sospirato, di cui la coscienza assopita ma non sorda, avverte la venuta e pregusta la dolcezza. Allora Lysbak mi levò di peso e rimessomi sulle gambe e presomi a braccetto, si diede a salire correndo, trascinandomi dietro a forza; lo sentivo soffiare come un mantice e quando giunto sulla vetta sostò un momento per prendere fiato, lo vidi grondante e fumante di sudore.
—Siamo sul colle; se non vi strapazzavo a quel modo, vi coglieva il male della montagna; il sonno gelido. Come vi sentite ora?
Mi guardava con aria paterna, coll'aspetto rassicurante della forza buona. Era tornato l'uomo grave e premuroso dei giorni innanzi, nobilitato da una autorevolezza intelligente, di capitano.
—Bisogna scendere subito, che il freddo non vi assideri un'altra volta; d'altronde con questa nebbia c'è pericolo di rigirare dell'ore sulle nostre peste senza avanzare di un palmo; e tenerci per mano, che non ci s'abbia a perdere; e giù di corsa.
[pg!186] Scendevamo da venti minuti, quando si fermò d'un tratto:
—Abbiamo sbagliato strada, siamo troppo a sinistra, indietro.
Indietro!? Non ne potevo più; meglio scendere purchessia; una volta nella valle, ci saremmo raccapezzati; ma, a sentirlo, egli conosceva il luogo e a pochi passi da noi la china rompeva in un dirupo altissimo, precipitando a picco fino al torrente. Lo richiesi se non sapesse di qualche cascinale vicino dove riposare; la mia viltà gli fece passare negli occhi un lampo di collera e mi rispose brusco:
—Non c'è cascinale, venite.
In quel punto, a smentirlo udimmo lo scampanellare di molte vacche vicine e non dovevano essere sull'erba ma chiuse nella stalla, perchè il suono giungeva raccolto e confuso, come assordato dalle pareti.
—Lo vedete, Lysbak, che ignorate dove siamo?
Fece un gesto d'impazienza e mi disse:
—Lo sapeva, ma non conviene trattenersi venite.
Parlava vibrato, con collera mal contenuta ma la mia stanchezza ed il malessere erano troppo dolorosi perchè mi lasciassi sopraffare. Alle sue parole, ai suoi consigli, ai comandi, alle [pg!187] preghiere, rispondevo un no cocciuto e disperato. Volevo scaldarmi al soffio caldo delle vacche e riposare al chiuso; perchè mi torturava a quel modo? A Gressoney ci saremmo giunti il domani, gli avrei pagata una giornata di più, anche a doppio prezzo se lo voleva; e m'incollerivo anch'io e dimenticando gli affettuosi riguardi di poc'anzi, ribattevo sul pagare, era pagato, lo pagavo, doveva servire alle mie voglie, non ero io che dipendeva da lui, ma egli da me; che prepotenza era la sua! Al postutto, facesse a suo piacere, io cercavo della casa e vi entravo ad ogni costo.
—Bene, signore. La casa è a mano destra, a venti passi, conosco il luogo, lasciatevi condurre.
—Non m'ingannate, Lysbak, non me ne allontanate.
Mi afferrò la mano e mi portò sull'uscio:
—Io vi aspetto qui.
—Perchè non entrate?
—Vi aspetto.
—Padrone.
—Entrai solo. Era il solito cascinale pastorizio; dissotto, una lunga stalla; dissopra, due camere da abitare.
Appena aperta la porta, sentii sul viso il tepore umido che saliva nella stanza per le tavole dell'impiantito.
[pg!188] Delle due donne che sedevano accanto al fuoco, la più giovane mi venne incontro senza parlare e andò frettolosamente a serrar fuori la nebbia. Oh il confortevole aspetto di quella stanza! Calda, pulita, le pareti rivestite di tavole, un gran letto alto e largo, un bel fuoco fiammeggiante, e padrone di casa due donne vestite di panno scarlatto, belle tutte e due, certo madre e figliuola. Il loro vestire e gli arredi intorno accusavano una solida agiatezza; la più giovane calzava stivaletti cittadini allacciati sul collo del piede e colla punta inverniciata; l'altra portava anelli d'oro alle dita e polsini di lana finissima. Tutte e due si affaccendarono a servirmi. La madre andava e veniva dalla stanza vicina, stendeva la tovaglia sulla tavola e vi disponeva la scodella di maiolica bianca, la posata lucente che pareva d'oro, il bicchiere e la bottiglia del vino; la figliuola, china sul fuoco al mio fianco, soffiava gonfiando le gote perchè bollisse presto l'acqua del caffè.
Mi sentivo rinascere, e nella pienezza del mio benessere avevo scordato affatto quel povero uomo che mi aspettava là fuori nella nebbia gelata: sua colpa, d'altronde; perchè intestarsi a non salire? La ragazza aveva raccolte e chiuse fra le ginocchia le pieghe della sottana, che non le giungesse il fuoco, cosicchè il panno [pg!189] teso disegnava una salda giustezza di forme. Ad ogni soffio, il seno coperto appena da una camicia di tela bianca di bucato, si gonfiava visibilmente e pareva volesse uscire dal busto aperto sul petto a forma di cuore. Le guancie arrossite dalla fiammata, prendevano uno splendore sanguigno stimolante, mentre essa mi lanciava di sottecchi delle occhiate furbe, sicura di far colpo. E quando le ebbi detto che era bella, mi rispose in modo da lasciare aperto l'adito al discorso anzi da avviarlo; certo la ragazza ci stava alla celia, se non mi fosse durato l'avvilimento per la giornataccia sofferta.
Quando fui ristorato, mi prese un vivo desiderio dell'albergo, di una camera mia dove mutarmi d'abiti e dormire fino al domani senza pensiero d'altro cammino. E poi era appena il mezzogiorno, che fare lassù tante ore? E la mia guida? Pagai largamente il ristoro ricevuto e benchè le due donne mi invitassero a rimanere, uscii pieno di coraggio.
Il tempo non era mutato; lo stesso fumo rassegato di poc'anzi: pareva il tardo crepuscolo di un giorno di gennaio. E Lysbak? Dov'è Lysbak? Guardandomi intorno intensamente mi parve di scorgerlo a pochi passi smarrito nella nebbia. Era là, solo, avvolto nel cielo mobile ed invernale, seduto sopra un sasso, i gomiti [pg!190] sulle ginocchia e la testa nelle mani, fissando la tempesta. Quando gli fui dappresso si levò in piedi: era livido, batteva i denti, aveva gli occhi stanchi come per la veglia di un mese, la grama giacchetta abbottonata stretta stretta alla persona, la barba stillante.
Mi sorrise con tristezza, senza rancore e mi disse:
—Siete riposato? Avevate ragione, è un gran tempaccio, fa bene un po' di ricovero. Andiamo?
Mi sentivo rimordere come di una cattiva azione. Mentre stavamo per muovere, la ragazza si fece sull'uscio di casa gridando:
—Siete ancora lì, signore?
Al mio sì, scese la scala e venne verso di noi.
—È detta—mormorò Lysbak fra i denti, e si voltò tutto dall'altra parte.
—Avete scordato il cannocchiale e ve lo riporto.
—Grazie.
La ragazza fece per tornarsene; Lysbak, rapidissimo le prese una mano, poi l'altra, la tenne ferma un istante dirimpetto a sè, la guardò fissamente negli occhi con una tenerezza piena di martirio e le disse:
—Addio, figlia mia.
—Siete voi, padre? Buon viaggio—rispose [pg!191] l'altra con un riso sfrontato e perverso, e via di corsa.
Camminammo un buon tratto senza parlare, poi lo richiesi:
—Le avete detto figlia, vi ha detto padre, come mai ciò?
—È mia figlia, signore; quell'altra donna che avrete visto in casa è mia moglie, la casa è mia.—E dopo un gran silenzio:—Le poverette non possono vivere con me perchè io sono un briacone.
Due ore dopo giungevamo a Gressoney la Trinité.
***
La famiglia dei Lysbak, la più antica di Gressoney la Trinité, è imparentata con tutti i centoottanta abitanti del paese, i quali d'altronde maritandosi pressochè sempre fra di loro formano una tale aggrovigliata matassa di parentele da perderne la testa gli avvocati, i procuratori, i giudici ed i notari.
Verso il 1830, quando Daniele Lysbak venne in possesso dell'eredità paterna, il suo avere era computato a cento mila lire, locchè a quelle alture dove la terra è carissima e frutta poco equivale a due mila lire di rendita. Con due mila lire l'anno lassù si vive da gran signore [pg!192] purchè le donne vadano, ben inteso, l'estate a menar le mandrie sulle alpi e attendano in persona alle cure della pastorizia e gli uomini l'inverno provvedano colle proprie mani a raccomodare la mobilia e le pareti delle stanze lavorando da falegname. A tal patto quella rendita permette di scaldare l'inverno la casa col fiato di quattro o cinque vacche e di raddoppiare il numero la state, di tenere un mulo od un cavallo per scendere a Ponte San Martino in Valle d'Aosta, di mangiare ogni giorno due piatti di carne, uno fresco e l'altro salato, di ber vino ad ogni pasto, di darne a bere agli amici e parenti, e nei giorni solenni di mettere sulla testa grave e serena della madre di famiglia una specie d'elmo in oro filigranato che fa la più brutta vista di questo mondo.
Ma la casa Lysbak non attende ai lavori della campagna o lo fa per spasso; al più gli uomini tentano talora un po' di contrabbando, perchè il contrabbando è una caccia più avventurosa e pericolosa di ogni altra. Daniele Lysbak è un signore, non ricco, ma largo e pieno di cuore tanto che non ha nulla di suo. La sua casa è sempre aperta e pronta la tavola; tutti in paese conoscono il suo vino di Carema; l'elmo d'oro di sua moglie è più pesante che non quello di Maria Lanther, la moglie del barone dieci [pg!193] volte milionario. L'ultima volta che egli fu in Svizzera a vendere le pecore, invece delle quattro giovenche che aveva in animo di comprarvi, ne riportò un bel cronometro d'oro, il primo che si vedesse in Gressoney e quel cronometro lo regalò l'anno appresso a Jose il capraro, allorchè questi con rischio della vita, trasse un bambino dal torrente ingrossato dai temporali.
Quando la notte del 24 dicembre 1838, sua moglie si sgravò felicemente e Maria Craut la sarta del villaggio e levatrice a ore perdute gli annunziò che il nuovo venuto era un maschio, egli aperse l'uscio di casa e malgrado il freddo polare che soffiava dal Monte Rosa, vi rimase piantato una buona ora, finchè non ebbe sparato cento e un colpi dai due fucili da caccia e dalle pistole che ricaricò altrettante volte a rischio di farsele scoppiare fra le mani.
Annunziato al paese con tale principesco fracasso, il piccolo Natale venne su proprio come un principe. Era bello, intelligente, buono e temerario, cosicchè tutti i cuginetti del villaggio lo seguivano e gli obbedivano; più tardi, sua madre avrebbe voluto mandarlo alle scuole d'Ivrea, e forse chissà? anche a Torino, ma Daniele non voleva saperne di separarsi dal figlio, e poi che farne di tante scuole per vivere a Gressoney colle rendite che aveva? Veramente [pg!194] le rendite erano un po' calate e a fare i conti ne sarebbe risultato roso qua e là anche il capitale; ma Daniele i conti non li faceva e dalla vita che menava da signore, argomentava di esserlo in realtà. Bisogna dire che non fu vista mai più stretta amicizia fra padre e figlio; erano sempre insieme: la bontà infinita, paziente, quasi infantile e l'indole gaia e sollazzevole del padre colmavano la differenza dell'età. Non c'era luogo disastroso dove Natale, forte come un torello e svelto come un cavriolo, non seguisse Daniele a caccia di camosci e dopo le lunghe marcie il ragazzo si sdraiava sull'erba al sole e dormiva col capo sulle ginocchia del padre, che stava immobile, beato, finchè non si svegliasse, a guardarlo dormire ed a cacciargli le mosche dal viso.
Natale aveva 12 anni quando un giorno il padre si partì per la Svizzera con un branco di pecore, che menava al mercato di Sion nel Vallese. Per il solito gusto spavaldo di frodare la dogana, egli contava di scostarsi dai sentieri battuti e di passare le ghiacciaie la notte. L'aveva fatto cento volte e sapeva i valichi a memoria. Natale lo accompagnò fino al limite dei primi nevati e poi se ne tornò solo a casa. Verso la mezzanotte, Daniele con un suo pastore traversava il ghiacciaio dell'Aventina [pg!195] quando gli mancò sotto la neve e cadde in un crepaccio, rimanendo però ritto ed incolume su di uno scaglione di ghiaccio a pochi metri dalla bocca. Senza smarrirsi, gridò da quel fondo al pastore che scendesse correndo al più vicino cascinale, a cinque o sei ore di cammino, dove dimorava un tale Frantz suo amico e che salissero insieme con quanta più corda avessero potuto trovare; egli aveva la fiaschetta dell'acquavite e una diecina d'ore le poteva durare. Ma quando i due tornarono e chiamarono Daniele, Daniele non rispose. Il sole alto batteva nelle pareti azzurre della gola ghiacciata, vuota e pulita come uno specchio. Certo assiderato dal gelo, Daniele era scivolato dallo scaglione o questo sotto i primi raggi del sole aveva ceduto al peso e s'era inabissato.
Quando la notizia giunse a Gressoney, partirono inbattutauna ventina dei più gagliardi uomini del paese e con essi Natale. Erano muniti di corde, di graffi, di picche e di lanterne. Giunti sul luogo. Natale imperioso ed intollerante di consigli, voleva essere legato sotto le ascelle e sceso nel crepaccio, minacciando di gettarvisi a capo fitto se non gli obbedivano. Due uomini fecero per afferrarlo e costringerlo a starsene cheto, egli scappò loro di mano e si diede a correre solo per il ghiacciaio con [pg!196] grave pericolo di affondare alla sua volta: impossibile raggiungerlo. Si lasciava accostare a dieci passi e gridava: Volete? pronto sempre a riscappare, tanto che bisognò contentarlo. Sospeso nella fenditura senza fondo, una lanterna accesa da una mano, ed un'ascia dall'altra, il fanciullo chiamava: Padre, padre! colla sua dolce voce infantile; poi piantando l'ascia nel ghiaccio e reggendovisi, levava la testa e comandava a quelli di sopra, con voce ferma piena d'intrepidezza, che allentassero o tirassero. Dopo di lui scesero altri, il ghiacciaio fu tentato per ogni senso, ma tutto invano. Quella battuta costò alla famiglia un migliaio di lire, e Natale, tornato a casa, fu quindici giorni in punto di morte, durò malaticcio tutto l'inverno e non si riebbe del tutto che a tarda primavera. Allora cominciò una vita di grandi corse solitarie ed avventurose; la madre avvilita dalla morte del marito non osava contrastarlo; d'altronde le prime gite gli avevano ridato i colori della salute. Così Natale venne a conoscere palmo palmo le montagne vicine e le ghiacciaie dove era sepolto suo padre, temprando a quell'esercizio ed accrescendo la robustezza nativa. Quando dal Consiglio di leva dovettero rimandarlo a casa perchè figlio unico di vedova, gli ufficiali ebbero a dire che mai più bello e robusto soldato [pg!197] avrebbe servito il Re. Era forte come un leone. Una volta, che la valanca nel suo passaggio aveva schiacciato una casa, seppellendo la vecchia donna che vi dimorava, egli accorso con mezzo il paese e sentendo dei gemiti fra le macerie, sollevò solo sulle spalle il più grosso trave del tetto e lo tenne sospeso finchè non ne fu levata salva la donna: e i presenti al fatto giuravano che ad ogni altro il peso avrebbe fiaccato il filo delle reni. Poi raccolse la donna in casa propria perchè le mancavano i mezzi di rifarsi il tugurio.
La vecchia aveva una figliuola andata domestica in Aosta, una bella ragazza sana come un pesce ed allegra. L'estate essa venne in paese a trovare la mamma e, di ragione, dimorò in casa dei Lysbak. Quando fu per partire. Natale le disse che le voleva bene e se la sposò così com'era senza un soldo di dote nè un cencio di corredo.
Allora bisognò fare i conti, e il patrimonio si trovò ridotto ad una sessantina di mila lire, tanto da vivere discretamente, ma rigar diritto. Le donne del villaggio andavano blaterando che Natale aveva fatto bene a sposare una serva, che così a sua moglie non sarebbe venuto l'uzzolo di far la vistosa e di due braccia gratuite in casa ce n'era bisogno. Maria Maddalena [pg!198] ripetè piangendo queste chiacchiere al marito e vi aggiunse di suo: Dicono che tuo padre aveva le mani bucate, che ha consumato ogni cosa: se bisogna lavorare io sono pronta.
—Dirai a quelle donne che mio padre sapeva quel che si faceva, che finora in saccoccia mia non ci hanno a vedere altri, che la moglie di Natale Lysbak può vestire come la moglie del barone, e che i lavori miei non li faranno i loro mariti.
Al brav'uomo era durata una tale adorazione per la memoria paterna che guai toccargliela. Ridurre le spese ostensibili, rinserrarsi in una vita più modesta, confessare cioè che veramente il patrimonio era scemato, e che il morto là del ghiacciaio non era stato troppo previdente! Mai più! Maria Maddalena era povera? Ragione di più per non umiliarla; il più bel panno scarlatto che fiammeggi nei prati, sarà quello della sua veste, calzerà gli stivaletti inverniciati, avrà la collana d'oro e il fazzoletto difoulardfatto venire apposta da Lione, e la domenica, a messa, un abito di seta e magari i guanti neri se occorre, i guanti neri come la baronessa.
Oh, Maria Maddalena era una moglie docile che non contrastava ai capricci del marito; bisognava vederla come sosteneva gloriosamente colla sua bella persona l'onore dei Lysbak. E [pg!199] in casa, che nettezza! Lavava tutto colle sue mani, la scala di legno, le tavole dell'impiantito, i vetri, gli usci, e senza che nessuno le vedesse mai una macchia indosso. Era il suo gran lavoro, la pulizia. Natale istesso, quando tornava la sera sfinito dalla dura fatica agreste, nuova per lui, dopo avere falciato il fieno o fatto legna su nelle alte foreste o rinsolcato il campo delle patate, se appena avesse gli scarponi inzaccherati, quegli sguaiati scarponi che rigano le tavole, non doveva pensare a riposarsi o a far vaporare il sudore gelato alla fiamma del camino, se prima non s'era calzato di fresco e mutata la grossa giacca sudicia con una nuova che gli metteva freddo indosso. Maria Maddalena era vissuta più anni in Aosta presso un avvocato, e sapeva lei ciò che occorre al decoro di una casa. All'amico, al parente che viene a trovarvi, bisogna poter offrire una buona tazza di caffè o un bicchierino di liquore o anche un bicchiere di Barolo o di Caluso bianco; sono doveri di convenienza. E quando il caffè è nell'armadio bello e tostato, e la bottiglia del liquore sturata, se ai padroni nasce un po' di svogliatezza al cibo o gravezza di stomaco, non sarebbe spilorceria ricusarsi quel poco ristoro? Già ormai colla lodevole abitudine presa dacchè essa è della famiglia, di attendere Natale ai [pg!200] lavori campestri, quattrini in paga di manovali non ne vanno più, locchè in fin d'anno fa un bel risparmio, sapete; peccato che la vecchia madre non curasse di tenere il libro delle spese (ma già una gran testa quella brava donna non l'ha mai avuta) che altrimenti si vedrebbe quanto costavano i manovali.
***
Quando dopo due anni di matrimonio Maria Maddalena fu incinta, la vecchia madre prese un giorno Natale in disparte e gli tenne un lungo discorso grave e tenero parlandogli de' suoi nuovi doveri, del bilancio della famiglia, del pericolo che c'è a lasciarsi andare per la china delle spese improduttive; raccomandandogli nel nome di quell'essere che doveva venire al mondo, che non toccasse il capitale per carità, che bastasse coi redditi anche a costo di sacrifizi. Era la prima volta che gli parlava di tali cose e perchè vedesse che non c'era malo animo in lei, gli regalò il suo bell'elmo d'oro, dono del povero Daniele il giorno delle nozze, che egli lo regalasse alla nuora; tanto alla sua età quei gingilli non convenivano più. Ma non dire a tua moglie quello che ti ho detto delle economie, che non avesse a credere che io disapprovo la sua condotta.
[pg!201] E Natale promise. Ma Maria Maddalena li aveva visti passeggiare un'ora intera su e giù per il prato e la sera tanto adoperò che seppe ogni cosa.
—Ha ragione tua madre, il capitale non va toccato, lo predico sempre anch'io.
Otto giorni dopo era a cena dai Lysbak un cugino di Maria Maddalena tornato di fresco dalla Baviera dove s'era arricchito. La vecchia dormiva da più ore e i tre stavano discorrendo col bicchiere alla mano. Si parlava del nascituro e Natale rammentava i cento e un colpi che avevano annunziato la propria venuta in questo mondo.
—Farò lo stesso per mio figlio.
—E tua madre?—interruppe la moglie.
—Mia madre?
—Sì, il sermone che ti ha fatto l'altro giorno.
—Oh, Maria! Mia madre andrebbe a piedi fino ad Ivrea a vendere l'anello per far festa al bambino.
—No, credi a me: delle spese ne occorreranno di molte e gravi in questi giorni; teniamoci alle necessarie. Nessuna festa.
Natale diventava rosso e la guardava aggrottato.
—Nessuna festa. Maria, nessuna festa! Nessuna festa a mio figlio?
[pg!202] —I danari è lei che li tiene, se gliene domanderai per sciuparli forse te li darà lo stesso ma ne avrà dispiacere.
—E non sono qui io?—disse il cugino.—Se vi occorre nulla, disponete.
—Piuttosto Natale, piuttosto, ma che non nascano guai.—E con cento lire fu accomodata ogni cosa.
A suo tempo nacque una bella bambina che fu battezzata Maria Maddalena come la madre, ma che in casa chiamarono Lena. Natale si avvicinava alla culla e toccava la bambina come se fosse stata di vetro soffiato. Quando gliela davano in braccio, provava un senso di sgomento; gli pareva che tutta la forza virile che era ne' suoi muscoli dovesse avventarsi su quel corpicino e soffocarlo. Si tagliò la barba per poterla baciare. La sua gran festa era di assistere alla toeletta di Lena; aveva imparato a fasciarla, e come le si sollevasse la testina reggendola sotto la nuca, ma non l'avrebbe fasciata per un impero. Stava fermo a guardarla poppare inghiottendo la saliva come se il latte scendesse in gola a lui e quando l'ingorda che era cercava il seno materno agitando le manine e dimenando con impazienza la testa, egli rideva, rideva, ammirato ed intenerito. Qualche volta, attristatosi al pensiero della prosperità perduta [pg!203] (prima non gli veniva mai quel pensiero), andava a sedere presso la culla e metteva le sue grosse mani da gigante daccanto il viso di Lena e si confortava pensando che finchè quelle gli fossero durate non sarebbe mancato nulla alla piccina.
E come lavorava di voglia, come si era fatto abile al lavoro! Tuttavia, di quando in quando una piccola somma bisognava pur sempre richiederla al cugino, ma questi, Maria Maddalena lo sapeva di certo, così ricco com'era, non dava ad imprestito con interesse e d'altronde la vecchia s'era fatta avara. Maria Maddalena aveva le prove in mano che essa metteva in serbo dei quattrini, Maria Maddalena teneva i conti delle entrate e delle uscite e queste non combinavano mai; ne entrava sempre più che non si spendesse.
La Lena a sette anni era un fiore rosso di melagrano, anzi un melagrano aperto; si tirava i baci delle comari colle sue arie leziose di signora e sopra tutti adorava suo padre il quale poveretto cominciava ad averne gran bisogno di quella adorazione. Infatti, avendo la vecchia tentato un'altra volta di metterlo in guardia contro le troppe spese ed avendone egli tenuto discorso colla moglie, questa gli si era apertamente rivoltata; era stanca infine delle sorde persecuzioni di quella vipera, sapeva bene che suo studio era di guastarla col marito, perchè non aveva portato [pg!204] dote in casa, ma ormai glie le avrebbe dette sul muso le sue ragioni che non era una vita questa.
A Natale ci volle di tutto per ammansarla.
—Abbi pazienza, hai ragione, vedo anch'io che hai ragione, ma non facciamo dispute, che non lo sappia il paese.
E quando essa ebbe promesso di tacere:
—Non basta, questi primi giorni non sapresti celarle il tuo rancore. Tu non fosti mai a Torino, io ho bisogno di un po' di svago, andiamoci insieme e ci porteremo la Lena.
—Ecco come sei tu. Così pensi alle economie!
—Lascia, andrò poi a giornata se occorre, l'estate farò la guida cogli Inglesi, ma ora mi sento stanco, ho paura di ammalare; sono certo che un giretto mi risana.
—Sei tu che lo vuoi, Natale; che si sappia bene che sei tu!
—Sì, sì, non temere.
La vecchia diede ottanta lire. Natale, che già ne aveva tolte dugento in prestito dal cugino, giurò che bastavano, anzi che ce n'era d'avanzo e fecero il viaggio.
Ma nel fondo del cuore il brav'uomo sentiva che la vecchia ci vedeva giusto e le aspre parole della moglie lo avevano dolorosamente maravigliato. Gli parve di intravvedere i maneggi [pg!205] di Maria Maddalena, capì che egli faceva la zampa del gatto, ma riconobbe insieme con indicibile scoramento che la propria indole buona, affettuosa e larga gli avrebbe sempre impedito di contrastare alla corrente.
Poi si mise a confutare se stesso: egli calunniava la moglie; che ragione aveva di giudicarla a quel modo? E metteva insieme tutti i piccoli fatti che potevano sollevarla nel suo giudizio e li ingrossava.
—Ho torto, ho torto, fu un momento di viltà il mio; io stesso non sono così poltrone quale mi faccio, saprei pure all'occorrenza mostrarmi uomo, ma non è il caso per ora, non è il caso.
E il grande bisogno che aveva di pace e di amore gli faceva respingere la dolorosa antiveggenza. D'altronde, non lavorava egli come un disperato? Che vizi aveva? Nemmeno quella poca fumata sull'uscio, non la faceva più. Era stato sempre buon figlio, era buon marito e buon padre, perchè farneticare di avversità? Andiamo! andiamo!
Tuttavia tali battaglie interne lo avevano reso taciturno e la moglie non se ne dava pensiero e del suo non darsi pensiero egli si accorava. Ma i baci di Lena lo avrebbero consolato di ben altri dolori.
[pg!206]
***
Lena compiva quindici anni, quando la moglie del barone Lanther, che per caso quell'anno passava l'inverno a Gressoney, invitò mezzo il paese alla cena del ceppo, e dopo cena a fare i giovani, due salti al suono dell'organetto. Perchè le famiglie meno agiate non avessero a scomparire, fu inteso che le donne vestirebbero alla foggia del luogo, la veste di panno rosso col giubbino scuro.
Otto giorni prima della festa Natale una sera domandò alla moglie ed alla figliuola come stessero a vestiti. Maria Maddalena aveva certo le sue buone ragioni per aspettar quella domanda, perchè senza nemmeno aprir bocca si levò, tolse due abiti da una panca lì nella stalla e li gettò sulla tavola.
—Eccoli, io non parlo;—e lanciò un'occhiata al marito ed alla suocera.
—Belli belli non sono,—disse timidamente Natale senza quasi guardarli.
—Fatene dei nuovi,—suggerì la vecchia.—Con sessanta lire si compera a Pont San Martino tanto panno che basti per due. Gli abiti restano, se ne farà di meno quest'altr'anno.
E Natale:
[pg!207] —Sessanta lire non è gran spesa. Di più non direi, ma tre marenghi!
—Oh, nonna! Sessanta lire! Tanto vale mettere questi. Tutti vedranno che sono usati e per usati passano, ma a farli nuovi questa lanaccia non serve; si avrebbe l'aria di volere e non potere.
—Brava Lena, teniamo quelli, dà retta a tua madre.
—No, no, che figura ci fareste? Vediamo, Lena, figlia mia, quanto ci vorrebbe a farti contenta?
—Padre, lo scarlatto fino costa almeno un terzo di più. Poi ci vuole il giubbino che accompagni. Il doppio a dir poco.
—È troppo,—affermò coraggiosamente Natale, e guardava la vecchia.
Maria Maddalena prese gli abiti dalla tavola e li gettò risoluta sulla panca donde li aveva levati. Dopo un po' di silenzio Natale riprese:
—È vero che un'occasione simile non si ripresenta: se non fosse proprio il doppio, se cento lire bastassero...
—Senza contare,—interruppe Maria Maddalena,—senza contare che a Pont San Martino lo scarlatto bello non si trova: bisogna mandare a Biella, locchè fa alla misera dieci lire di più.
—Per questo il padre ci potrebbe andar lui.
—È vero, figliuola.
[pg!208] La vecchia fermò l'arcolaio e si volse alla nipote:
—Oh, Lena, avresti tanto coraggio! d'inverno colla neve su per le scogliere della Mologna!
—Il padre conosce la montagna e l'inverno.
A Natale non pareva vero di uscirne a così buon mercato, cioè avendo l'aria di fare una economia di dieci lire, mentre in realtà ne spendeva quaranta più del convenuto. Perciò ribattè ridendo tutte le obbiezioni della vecchia; non era il passo del Lysjoch, in fin dei conti, la Mologna! Bella cosa! Dieci ore, al più dodici di cammino, e le prime e le ultime piane come la mano. Avrebbe portato con sè da mangiare per strada e in due giorni il giro era fatto.
Partì la notte istessa verso le quattro della mattina. Quando giunse a mezza salita, la neve in terra era tanta che colmava i burroni.
—Buono che è sereno, diceva Natale, e freddo se no questa volta ci resterei.
Pensava alla sua Lena vestita di nuovo, bella come nessun'altra in paese.
—Che aria contenta avrà al mio ritorno! Come mi guarderà dolcemente dicendomi: Grazie, padre!
Perduta, per la fatica, la facoltà di seguire il filo di un pensiero, quelle parole: Grazie padre, [pg!209] si rivolgevano nella sua mente, battevano quasi la misura ad ogni suo passo. Poi si accorse che le diceva ad alta voce: Grazie, padre, grazie padre, e ne rise.
Sulla vetta il sole si oscurò senza vento e l'aria parve addolcita: segno di neve. E la neve sopraggiunse, calma, larga, eguale, silenziosa, mortale livellatrice dei valli. Natale doveva ad ogni momento scuoterla dal cappello e dalle spalle dove si ammucchiava pesante; le scarpe ad ogni passo ne levavano degli strati larghi come una grossa focaccia e gli toccava staccarsela pestando a forza la terra. I fiocchi fitti, il sudore, l'arsura lo acciecavano, mentre egli precipitava a salti furibondo ed atterrito. A un punto dovè fermarsi e temette di non poterla durare; si pose a sedere sulla neve ansando come un moribondo. Allora gli venne un cattivo pensiero:
—È la Lena che mi ha mandato a questa morte. Pure di levarsi un capriccio, la Lena non esitò un momento ad esporre la vita di suo padre!
Oh che pensiero doloroso! Perchè gli era venuto? Non l'avrebbe cacciato mai più: lo sentiva mordergli il cervello ed il cuore, avrebbe dato la vita per poterlo respingere. Trasognato per la febbre, smarrita quasi la percezione delle cose esterne e la coscienza del proprio stato, [pg!210] seguiva con lucidezza tormentosa la disputa orrenda che gli lacerava l'anima. Erano due in lui, due avversari accaniti, uno a difendere con tenerezza lacrimosa la sua Lena, l'altro ad accusarla con logica inesorabile. Chi gli aveva messo quello inferno nel cuore? Quell'inferno lo salvò: frustato a sangue da tanto tormento, trovò la forza di risollevarsi, capì che doveva superare ogni ostacolo e vivere ad ogni costo, se non voleva morire maledicendo nel delirio dell'agonia la propria figliuola.
Giunse a Biella sull'imbrunire, corse difilato a comprare il panno, poi riprese la strada dei monti per dormire al primo cascinale dove non pagare la nottata. Il ritorno fu agevole, il tempo essendosi rimesso, e l'indomani sera Natale riabbracciò la famiglia.
La notte della festa seguì un incidente spiacevole. Intorno a Lena, che era la più bella, si affollavano tutti i giovani del paese, ma essa con sicurezza impertinente non degnava di ballare che coi più ricchi. Un suo primo cugino, bravo ragazzo, ma povero in canna, venne ad invitarla risoluto di rompere il cerchio delle preferenze. Essa rispose ridendo aver promesso a Necio il geometra e lo chiamò ad alta voce da un capo all'altro della sala. Lo sfregio era patente. Il cugino aspettò ritto in piedi che finisse [pg!211] il giro, poi si accostò a Necio e gli diede una forte spallata, dopo di che uscirono insieme nell'aia e si bastonarono di santa ragione, finchè il geometra ebbe mezza rotta la testa.
Il ballo terminò in tumulto e tutti furono alle loro case.
Per strada, rincasando, Natale non fece motto: precedeva le donne di pochi passi, tanto che al giungere di queste aveva già aperta la porta ed acceso il lume. Lena infilava lesta l'uscio della sua stanza, ma il padre la prese con dolcezza per le due mani, la tenne ferma dirimpetto a sè e le disse:
—Lena, perchè hai fatto a quel modo?
—Andiamo, andiamo, non è ora di scene, già lo vedevo per strada che masticavi amaro; mandatela a letto che casca dal sonno.
—Tacete, Maria, e tu, Lena, rispondi.
—Che rispondi? Che ha da dire? Perchè ha fatto a quel modo? Perchè ha fatto bene, ecco; mia figlia non balla cogli straccioni. Voi pensate ai fatti vostri; ad allevare la figliuola ci penso io.
E afferrata la ragazza, la strappò dalle mani di Natale e si mosse per accompagnarla.
Natale diventò un leone. D'un salto fu di contro le donne e le attanagliò colle mani di acciaio fino a farle urlare dal dolore. Era la prima volta che montava in collera ed apparve [pg!212] terribile. Scagliò sulla moglie tutto il sacco de' suoi rancori, martellava a colpi di parole rapide ed incisive; la moglie e la figliuola tacevano sbigottite. Poi la grossa collera di quell'uomo forte cadde fiaccata dalla propria forza, per far luogo alla bontà infinita ed affettuosa, sorgente continua di ogni suo male. Fu quasi vergognoso della propria violenza, si intenerì al silenzio passivo di Lena, gli passò negli occhi la visione della figliuola piccina, carezzevole e sorridente, rivide nelle sue fattezze addolcita la cara faccia del padre morto e diede in uno scoppio di pianto:
—Lena, Lena, sii buona, dimmi che sei pentita dello sgarbo che hai commesso. Era tuo parente, Lena; sua madre era sorella di mio padre. Perchè è povero tu lo respingi, ma lo siamo anche noi, anche noi!
Maria Maddalena vide l'uomo disarmato.
—Per ciò fece bene. Se vostro padre prima e voi dopo, non le sciupavate quel poco avere essa poteva ballare con tutti i mendicanti della valle, che un marito di conto lo trovava lo stesso; ma ridotta com'è, sposerà la fame e la sete se non si aiuta con quella poca dote che non le potete levare, che è la sua bellezza.
—Lascia mamma, lascia, le parole non servono. Quello che voglio ha da essere lo stesso.
[pg!213] —E che vuoi?—gridò Natale con paurosa sorpresa.
—Non voglio fare la vitaccia che ha fatto mia madre.
Natale sentì come una mazzata sulla testa, ma fu presente a se stesso e volle riaversi. Come pochi giorni innanzi, quando per strada lo aveva colto quello sfinimento, capì che guai durare inerte nell'idea dell'ingratitudine di sua figlia.
—Oh, Lena, mi rispondi così! Ho veduto la morte sai, Lena? per saperti contenta. Là, sulla montagna, quando andavo a comprarti la veste per farti bella, mi ha colto la tormenta e ho creduto di essere alla mia ultima ora. E non te l'ho detto, tornando, non l'ho detto a nessuno per non guastarvi la festa. Lo sai, Lena?
—Tutti i giorni passa gente sulla Mologna—esclamò Lena scrollando le spalle. Ed entrò nella sua stanza.
***
Il giorno dopo Natale apparve l'uomo di prima; se non che dopo cena, invece di sedere come al solito nella stalla e farvi un po' di lettura, uscì in silenzio e s'avviò lentamente verso la piazzetta della chiesa dov'era l'osteria; ma non vi giunse, rincasò in fretta e andò diritto a dormire.
[pg!214] La sera appresso fece notte tarda discorrendo e bevendo alla bettola cogli amici e così seguitò di poi tutte le sere. Ma avvezzo alla sobrietà propria degli uomini attivi, il vino tracannato a quell'ora non gli dava gusto e lo ammalava senza ubriacarlo; perciò si volse ai liquori e una mattina fu trovato dormire sulla neve briaco fradicio. Svegliato e ricondotto a casa, si imbattè sull'uscio in Lena, levata di fresco, e gli parve riceverne uno sguardo così sprezzante che se lo sentì come una coltellata nel cuore. Allora smesse di bere, ma il male era fatto; la moglie era andata piagnucolando per tutto il paese a raccontare gli stravizi del marito e tutti dicevano:
—Peccato! quel Natale Lysbak come si mette in rovina!
In luglio di quell'anno stesso, Natale sperò per un momento di aver riconquistato la pace e l'affetto della famiglia. Quel tale Frantz che era salito per levar Daniele dal crepaccio, accompagnando un giorno due Inglesi attraverso il ghiacciaio dell'Aventina, vide lontano sulla neve, giusto nel punto dove era caduto Daniele, una macchia nera che non gli era mai apparsa gli anni addietro. Una roccia non poteva essere, in quel luogo il ghiacciaio era altissimo e compatto.
[pg!215] —È Daniele—pensò.
Le ghiacciaie respingono spesso i corpi inghiottiti; i crepacci, chiudendosi dal basso in alto, li fanno risalire fra le pareti liscie e li ripongono alla faccia del sole.
Frantz aveva indovinato. Il corpo del povero Daniele stava disteso sulla neve, riconoscibile come se fosse morto poche ore innanzi; solo la guancia esposta al sole prendeva ad allividire, ma l'altra ed il resto della persona duravano intatti.
Gli Inglesi acconsentirono volentieri di tornare indietro a recare la gran notizia alla famiglia; ed ecco tutta Gressoney in subbuglio e Natale risalire un'altra volta su quelle pianure mortali con quanti erano uomini validi in paese. L'incontro fu tragico e silenzioso. Al cospetto del padre, Natale durò un gran pezzo immobile, colle mani sul petto, a fissarlo senza lacrime nè singhiozzi. Quando lo scossero, perchè occorreva discendere, disse:
—Povero padre, ti ho voluto bene, io!
Fu la sua orazione funebre. Poi lo mise da sè nel sacco che legò alla bocca con mano ferma e non volle che altri portasse il doloroso carico al villaggio.
Come furono in vista di Gressoney, le campane rintoccarono a morto; come vi giunsero, [pg!216] tutte le donne ed i pochi uomini rimasti fecero ala al corteo. La stagione estiva era appena in principio, non c'era forestieri nel villaggio; le vesti rosse risaltavano sole sulla tinta petrosa dei muriccioli e sullo smalto dei prati. La mandria non essendo anche salita alle alte montagne, suonava sull'erba l'accordo placido delle vacche pascolanti; la scena aveva una dolcissima intimità paesana e famigliare, si sentiva che tutti erano parenti, nati tutti sotto quel poco cielo, all'ombra grave di quei monti. La novità del caso metteva nell'animo di tutti una trepidanza sospettosa di miracoli: i vecchi vedevano passarsi dinanzi l'amico durato vegeto nella morte, ai giovani appariva sensibile e reale l'oggetto del più affascinante fra i racconti uditi negli anni infantili; quel morto ringiovaniva i viventi.
Maria Maddalena e la figliuola stavano fra le donne in seconda fila, quella singhiozzando da rompersi il petto, questa pallidissima e gli occhi sbarrati. Natale ebbe appena veduta la figliuola che dovette cedere il carico ai vicini. Le gambe gli tremavano e fu per cadere; aperse le braccia, si tirò sul petto la fanciulla con impeto selvaggio di tenerezza come se quello solo potesse essere il suo sostegno e scoppiò, baciandola, in pianto dirotto.
[pg!217] La sera dopo seppellito Daniele, la famiglia parve tornata ai giorni tranquilli, quando Lena era piccina. Natale, superstizioso, pensava che suo padre era riapparso sulla faccia del mondo per comporre gli animi discordi, e lo disse; e le donne a commuoversi e ad abbracciarlo. L'indomani scese ad Ivrea e vi ordinò una bella colonna di serpentino portante nel mezzo una lastra d'ottone con suvvi inciso il nome di Daniele Lysbak e reggente una croce.
Risalito al paese, si mise tosto per guida agli alpinisti. Che buone giornate faceva! Ma che vitaccia rischiosa e faticosa! Su e giù per le ghiacciaie, tentando valichi inesplorati, incitando la vanità dei padroni di un giorno, servendoli con zelo ed intrepidezza ammirabili, sobrio, contegnoso, temerario e prudente, si acquistò il nome di guida insuperabile ed in fin di stagione ebbe raccolto un gruzzolo di cinquecento lire.
—Questi andranno a fare pazientare tuo cugino, diceva una sera con sua moglie. Da qualche mese egli mi si fa brusco e vuol essere pagato.
—C'è tempo, osservò questa. Al cugino ne darai per ora quattrocento, cento occorrono per la casa.
—Da farne che, Maria?
La Lena sospira da un pezzo una croce d'oro da portare al collo come l'altre ragazze; di più [pg!218] siamo tutte e due calzate di grosso che è una miseria.
Natale, la prima volta in sua vita, tenne duro. S'era finalmente persuaso che lo scredito in cui era caduto presso la moglie e la figliuola, proveniva dalle troppo colpevoli condiscendenze. D'altronde quel denaro guadagnato in due mesi avendogli fatto intravvedere possibile un assetto del patrimonio, egli era fermamente risoluto a conseguirlo. Resistette persino alle preghiere di Lena la quale, bisogna dirlo, non parve impermalirsi del rifiuto.
Il giorno che giunse da Ivrea la colonna mortuaria del povero Daniele, dopo che l'ebbe collocata a suo posto e arrotonditovi ai piedi un bel cuscino di zolle fitte. Natale andò in casa a pigliarvi le donne e le menò seco al camposanto.
—Ci sta bene, è vero Lena? Non è vero che è bella?
—Quanto costa?—domandò senz'altro la ragazza, come se avesse da un pezzo meditata la domanda.
—Sessanta lire.
—La mia croce l'avreste avuta a miglior mercato,—replicò questa con tono mordente.
—Dovevo seppellirlo come un cane, Lena?
—È durato ventiquattro anni nel ghiacciaio senza uno straccio di croce, poteva durarla anche [pg!219] qui. Se il Signore io voleva in Paradiso, ce l'ha chiamato lo stesso.
Natale levò il pugno serrato, poi si contenne e scappò correndo.
***
In principio d'inverno morì la vecchia madre e non lasciò pure un soldo. Quel poco di suo era venuta man mano mettendolo in casa per veder di scemare la lista dei debiti dei quali s'era avveduta.
—La pitocca,—diceva Maria Maddalena colle comari,—la pitocca dovette aver vizi secreti perchè in casa rubacchiava a man salva. Ma già tutti i Lysbak sono sregolati; io m'aspetto ogni giorno che scoppi qualche grosso debitaccio di quel briccone di Natale.
—All'osteria non lo si vede più.
—Beve in casa, beve in casa e poi ci maltratta quante siamo.
E il debitaccio scoppiò che era grosso davvero. Ventimila lire tra capitale e interessi, delle quali il cugino voleva essere pagato subito o avrebbe mandato l'usciere.
Che strilli fece Maria Maddalena! Chi l'avrebbe immaginato! Venti mila lire! eccole sul lastrico tutte e due, essa e la figliuola! E piangeva e si [pg!220] dimenava e correva da una casa all'altra a raccontare le dissennatezze del marito. Poi volle si radunasse una specie di consiglio di famiglia, chiamandovi due vecchi parenti dei Lysbak.
Fu una domenica nel pomeriggio. Di fuori nevicava da empire la valle; i due vecchi, Maria Maddalena e la figliuola sedevano intorno alla tavola come giudici, Natale passeggiava su e giù per la stanza, fermandosi di quando in quando ad attizzare il fuoco, in apparenza tranquillo.
Maria Maddalena fece un lungo esordio compunto: essa aveva voluto che i due vecchi parenti intervenissero a consulta, perchè tanto essa quanto Natale riposavano nel loro senno.
Bisognava pensare a mettere al sicuro quel poco che sarebbe rimasto a debito saldato, perchè quello era l'avere di Lena, di questa povera Lena così docile e riguardosa! Oh, se non avesse avuto quella figliola, essa avrebbe sostenuto senza pure un lamento, il rovescio; essa era avvezza alla miseria perchè, non arrossiva a confessarlo, era nata povera e cresciuta guadagnandosi il pane. Ed eccola raccontare la propria vita dal giorno che era entrata nella casa dei Lysbak. Chi era stato a levar Natale dall'ozio in cui viveva per metterlo al lavoro? Lo dicesse Natale lì presente, non era stata lei forse? E quando la vecchia, Dio abbia in pace l'anima sua, quando la vecchia [pg!221] predicava le economie, essa non le faceva eco forse? Non è vero Natale? Ma già alla scuola di quel brav'omo di Daniele che aveva le mani e le tasche e la borsa bucate, non poteva crescere un ragazzo assennato!
Qui Natale, rimasto fino allora in silenzio misurando a gran passi la sala, si fermò a un tratto e disse, accennando la Lena:
—Mandatela di là almeno quella figliuola! Questi discorsi non fanno per lei.
—Non fanno per lei? O state a sentire! Di chi si tratta, del Lucio forse? Già non udirà cosa che non conosca per veduta, che anch'essa li ha lamentati più volte, scusandoli poverina, gli sperperi del padre.
E via e via, ne passavano delle accuse, una aggravando l'altra, chiare, determinate! Ogni fatto aveva la sua brava data e il come e il dove. I festeggiamenti alla bambina appena venne al mondo, l'eleganza del piccolo corredo, lo scampanare a festa per il battesimo, e due torcie, una non bastava! Tutto questo, essa lo predicava sempre al vento. Non è vero. Natale? Poi la casa rifornita più del bisogno e il vino di Barolo e di Caluso e il viaggio a Torino, al quale il marito l'aveva costretta dandosi per malato. Anche il lusso delle malattie, miei cari, delle malattie che guariscono viaggiando. E quella [pg!222] pazzia di portarvi la piccina a rischio di ammalarla davvero! Che non aveva fatto e detto essa per svogliarlo da quel viaggio! Non è vero Natale? Mi smentisca, mi smentisca se può.
No, Maria Maddalena, Natale non vi smentisce: Natale passeggia su e giù per la stanza, l'animo pieno di amarezza mortale, ma non vi smentisce. Oh! se Lena non fosse presente, non dico; ma fu buono avviso il vostro di farla rimanere. Voi lo accusate di prodigalità che non è tristo peccato; egli, Maria Maddalena, egli dovrebbe accusarvi di falsità e di tradimento, perchè eravate voi a metterlo sul passo delle spese, foste voi ad avviarlo ai debiti, voi solleticavate la sua vanità per la casata fino a farvi adornare come una madonna: ma Lena non abbisogna di altra scuola d'irriverenza! Al cospetto della figliuola, egli non osa gettarvele sulla faccia queste accuse, perchè Natale ha nell'anima una bontà eroica, una fierezza eroica, una eroica viltà.
Oh! il pover'omo soffriva! Gli era venuto un tic nervoso ai lati della bocca che non si chetava. Era bianco come un cencio e andava asciugandosi il sudore. Compiva camminando cento piccoli atti abituali, riponeva a suo posto delle cose che incontrava spostate, attizzava il fuoco, metteva acqua nella scodella della stufa, levava di sulla stufa il porta fiammiferi, che questi non [pg!223] si accendessero al calore, grattava e sfregacciava le macchie del panciotto, faceva risonare i pochi soldi nella scarsella. E intanto nella sua misera testa si rincorrevano mille immagini vive e mordenti. Ogni fatto travisato dalla moglie, gli appariva quale veramente era seguito, con tutte le circostanze che lo avevano accompagnato, e riviveva così tutta la sua vita, vedeva sè gustare tutte le dolcezze gustate, mentre la coscienza inesorabile della realtà attuale, lo costringeva solo ed immobile nell'abisso del dolore senza misura.
E Maria Maddalena, come il picchio selvatico che perfora i tronchi beccando sempre nel piccolo cerchio, seguitava a trapassargli il cuore a colpi di ingratitudine. Era venuta la volta di quella scena dopo il ballo dal Lanther, una scenaccia che Lena ne fu malata dallo spavento; e Natale taceva. Poi venne il vizio del bere, e quanto non ne disse di quello! E Natale taceva. Poi la grandigia di un monumento al padre, un monumento così sproporzionato ai loro mezzi di fortuna; e Natale taceva sempre, finchè si giunse a conchiudere, sulla proposta di Maria Maddalena, approvando i vecchi, e col muto e disperato assenso di Natale, che questi riconoscendosi inetto ad assestare le proprie faccende e volendo da quel buon padre che era provvedere all'avveniredella figliuola, avrebbe firmato un atto [pg!224] di procura generale alla moglie perchè questa pagasse i debiti e ristorasse il patrimonio.
Tre giorni dopo la firma dell'atto, Maria Maddalena vendeva al cugino tutto il patrimonio dei Lysbak, valutato a sessantamilalire, per le venti mila a cui sommava il debito. Fu ben inteso una finta vendita: il cugino s'impegnava secretamente di lasciare a Maria Maddalena ed alla figliuola la reale proprietà ed il possesso delle quaranta mila lire che avanzavano e Natale rimase così spoglio di ogni avere.
Come la cosa fu saputa nel villaggio, si ridestò in favore del poveretto la pietà paesana e tutti lo consigliarono che impugnasse di lesione il contratto. Egli non ne volle sapere; si mise a giornata da questo e da quello a portar carichi di legna e a far commissioni. Il denaro che ne tirava lo metteva in casa e viveva in apparenza così tranquillo come per il passato.
In giugno, Maria Maddalena e la figliuola salirono colle vacche al cascinale della Betta Forca. A Natale rimanevano alcuni lavoretti da sbrigare nella valle, sicchè le raggiunse più tardi.
Il terzo giorno che stava con loro, la mattina mentre mangiava la polenta, Maria Maddalena gli disse netto che se credeva di rimanere lassù s'ingannava, che essa e la Lena vivevano della carità del cugino il quale consentiva per la sua [pg!225] bontà a lasciarle godere quei pochi stabili; ma che il cugino aveva espressamente dichiarato non voler fare a lui Natale nessuna sorta di carità.
Natale la lasciò dire senza nemmeno maravigliarsi. La Lena seduta a due passi divorava tranquilla la sua scodella di polenta con latte guardando il padre con occhio indifferente. Egli si levò e scese piano piano al villaggio.
Per strada, di quando in quando sostava come oppresso da stanchezza, guardava intorno i prati verdi, crollando la testa e mormorando: È finita! È finita! Poi prese a cantare una nenia tedesca dolce dolce con che addormiva la sua Lena piccina:
Guten Abend, gut' Nacht, ecc.
Guten Abend, gut' Nacht, ecc.
Guten Abend, gut' Nacht, ecc.
Quella nenia gli giungeva all'orecchio come se un'altra persona l'andasse cantando ed egli ne accompagnava la cadenza col passo e col dimenare del capo. Giunto al villaggio, andò diritto ad un tugurio che la piena del torrente aveva pochi anni addietro mezzo rovinato e di cui rimanevano intatte ma abbandonate dai padroni, due misere stanzette. Vi entrò come in casa propria e seguitò a dimorarvi quieto e solitario, procacciandosi da vivere con far la guida l'estate e l'inverno il manuale.
[pg!226] Io lo incontrai quell'anno istesso, un mese preciso dal giorno che sua moglie l'aveva cacciato di casa.
***
L'anno appresso, risalito a Gressoney, cercai di Natale Lysbak e lo tolsi meco per guida volendo ascendere a parecchie punte del Monte Rosa; ma fin dal primo giorno di cammino dovetti rinunziare all'impresa. Natale era sempre robusto e premuroso come per lo innanzi, ma così distratto e rischioso da impaurire. Intesi di poi come altri alpinisti ben più arditi ed esperti che io non sia, avevano lasciato di servirsene in causa delle sue temerarie imprudenze.
Ora, sono passati tre anni da che lo conobbi, ora Natale seguita a dimorare nel tugurio mezzo rovinato. I parenti, specialmente le donne, gli portano in casa da mangiare e lo riforniscono di vestiario. Egli non lavora più; gli alpinisti non cercano più di lui. L'inverno va da una stalla all'altra e vi si trattiene improvvisando ingegnosi giocattoli per i bambini coi quali è sempre sollazzevole e mansueto. Appena la valle è rinverdita, si mette a tracolla la corda ed il cannocchiale, si arma della picca e via per le montagne. Passa intere giornate sdraiato nell'erba, [pg!227] magari sull'orlo di un precipizio, dura delle ore a contemplare estatico la valle e le ghiacciaie, appunta qua e là il cannocchiale come vi cercasse cosa di grandissimo rilievo, raccoglie cappellate di fragole e mazzi diEdelweis. Ed ogni sera torna a casa col passo marziale di una guida che ha valicato Dio sa quali vette, e giunto sull'uscio si dà un'allegra fregatina alle mani, persuaso di aver fatto una buona giornata.
***
La Lena sposò quest'anno Necio il geometra e si fece gran festa per le sue nozze. [pg!228]
[pg!229]