APPENDICE BIBLIOGRAFICA

«Que l'ombre de Ducis nous pardonne si son nom nous revient à l'esprit dans cette circonstance; mais presque toutes les comédies de M. Sardou nous rappellent un mot charmant de M.e d'Houdetot sur une tragédie de Ducis,Oedipe chez Admète…—Que pensez-vous de la pièce nouvelle?—lui demandait-il.—De laquelle parlez vous?—répondit M.e d'Houdetot,—car j'en ai vu deux hier-au-soir. C'est ce qui arrive à tous les auditeurs de M. Sardou; il voient toujours deux pièces en une seule, et deux pièces qui les plus souvent n'ont rien à démêler l'une avec l'autre».

Perché tanta pompa di sdegno, perché tanta mostra di muscoli, di bicipiti e di torace, di vene enfiate e di narici dilatate contro l'innocente Sardou? Il "gladiatore" d'Agasias esiste già in una sala del Louvre ed ogni buon parigino può andare ad ammirarlo tutti i dì dalle dieci alle tre, né c'è bisogno alcuno che M. Prévost-Paradol offra al pubblico in se medesimo una copia della celebre statua eginetica. Perché evocare l'ombra del dimenticato Ducis e domandarle perdono di trascinarla nell'argomento deiNos bons villageois? noi domanderemmo piuttosto perdono al Sardou se venissimo a ciarlargli di Ducis, di quel mediocrissimo uomo, traditore de' classici, traditore de' romantici e insieme plagiario di Corneille e di Shakespeare, profanatore miserabile ad un tempo di Amleto e di Edipo, uomo a buon dritto morto, sepolto, ammuffito e obbliato. Si offende la sacra memoria dei grandi morti immortali citando con tanta unzione e con tanta pietà il nome di Ducis. Dopo essersi inginocchiato davanti a quest'ombra, Prévost-Paradol trova che Ducis ha lo stesso peccato di Victorien Sardou:Oedipe chez Admèteson due commedie in una, comeNos bons villageois. Ma forse anche ciò è falso, e doppiamente falso: in questo asserto noi troviamo due errori.

Errore primo: neiBons villageoisnon ci sono punto due commedie. Il Prévost-Paradol ha preso per un'intera commedia lescenette di generedel primo e del secondo atto, e qui sta l'inganno; egli non ha capito che quelle scenette erano il semplice fondo su cui s'aggiravano le linee dell'unica e vera commedia che s'intravvede al primo atto, che si rivede al secondo, che scoppia con tutta la sua forza al terzo, che freme ancora nel quarto e che nel quinto si scioglie in un dolce sorriso. L'azione deiBons villageoisè una, unicissima, e dove mai Prévost-Paradol mi sa trovare in questa commedia materia per una seconda azione? Il cicalio delle lavandaie, ben lungi dal presentare gli elementi d'una superfetazione, per così dire, di soggetto, non ci pare quasi neanche un episodio, neanche un dialogo, neanche un seguito di scene, bensì un chiacchierio di gaie comari, un gorgheggio di passeri, una facezia; si dica lo stesso delle celie paesanesche dell'atto secondo nella bottega del barbiere. Queste scene sono il paesaggio del quadro le di cui figure reali sono il Barone, i due Morisson e le due donne del castello. La maniera del Sardou ci rammenta un po' il pennello di Salvator Rosa, paesaggista e figurista in uno. In tutta la commedia del Sardou appare questa doppia manifestazione del suo ingegno, per modo che non sappiamo se egli sia più Calame o più Meissonier.

L'originalità principale del nostro commediografo sta appunto nell'accordo ch'egli sa trarre da questo suo dualismo; e ci pare di avere scoperto le traccie della sua teoria e d'aver seguito le orme del suo sistema. Sardou cerca prima di tutto una tesi sociale, un intrigo. La tesi sociale corrisponde a ciò che noi chiamiamo "il fondo", il "paesaggio" della sua commedia, il quale fondo o paesaggio viene rappresentato da personaggi esclusivamente incaricati di ciò; l'intrigo è l'altra parte, la quale corrisponde alle "figure". Ma non diremo mai d'una commedia di Sardou: sono due commedie; come non diremo mai d'un quadro del Rosa: sono due quadri.

Errore secondo: laduplice azionenon è un difetto. Per convincerci che lo sia, si dovrebbe incominciare a distruggerci davanti agli occhi tutto Shakespeare dalla sua prima commedia all'ultima tragedia. In quasi tutte le più mirabili e possenti opere dello Shakespeare appare laduplice azione. Laduplice azioneè uno dei segni di quel gigante. Tutte le sue tragedie sono biforcute e poderosamente ramificate come le corna d'un antilope immenso. Nell'Arrigo IVdramma c'è la commedia che si chiamaFalstaff; nell'Antonio e Cleopatrac'è una tragedia a Roma e l'altra in Egitto; nelRe Learc'è un'altro dramma che si chiamaGlocester, nell'Amletoc'è un altro Amleto che si chiamaLaerte.

Dunque M. Prévost-Paradol erra due volte: la prima perché osserva con intenzione di biasimo l'esistenza d'una duplice azione neiNos bons villageois, la seconda perché questa doppia azione non c'è. Se ci fosse, essa sarebbe, secondo noi, un indizio di più dell'eccezionale ingegno di Victorien Sardou. M. Prévost-Paradol chiamaNos bons villageois: "tissu d'invraiesemblances, suite d'incidents et d'actions qui sont autant de défis portés au sens commun". La tela di quest'ultima commedia di Sardou ha un carattere speciale che la distingue dalle tele di quasi tutte le altre commedie dello stesso autore, e questo carattere è lasemplicità. Una posizione drammatica sola, portata fino alle ultime sue conseguenze, ecco con quale innocente artifizio è composto l'intrigo di questa commedia. Questa posizione sulla cui base poggia tutta la favola del dramma, può narrarsi in una riga e già tutti lo sanno: un innamorato che per salvare la donna si finge un ladro, e costui è Henri Morisson. Ora, data questa posizione unica, dal contatto di Henri col padre suo, poi di Henri col marito, poi di Henri col padre e col marito assieme, poi di Henri col padre, col marito e colla donna, il Sardou fa scaturire la commedia intera, e la fa scaturire limpida, naturale, spontanea, senza nessuntessuto d'inverosimiglianzenéseguito d'incidentiestranei e superflui. Sardou si è proposto in questibons villageoisuna grande economia di avvenimenti: volle gli avvenimenti appena necessarii allo sviluppo de' suoi cinque atti. E infatti è così facile a tenersi a mente il soggetto, è così parco d'accessorii, è così semplice, che il Prévost-Paradol benché voglia evidentemente raccontarlo in modo da farlo sembrare una matassa informe di inverosimiglianze, lo fa stare tutto in una pagina dellaRevue, compresi i più minuti particolari. Se non che l'illustre critico francese raccontando questo soggetto di commedia incorre in una grave distrazione, e su questa distrazione fonda in piena coscienza una ferocissima accusa contro il povero Sardou. Lo strano si è che questa accusa, la quale tende a distruggere da capo a fondo la commedia, è falsa, falsissima; e benché tale, fu ripetuta da tutti i giornali francesi.

Citiamo l'accusa:

"Le voilà donc révenu dans ce parc (tutti i lettori capiscono che qui si parla di Henri Morisson), où le surveille la méchanceté des paysans; sa présence est denoncée au maître de la maison; on le corne, on le pursuit, on l'atteint enfin dans le salon, où il faut éxpliquer sa présence. Il n'a qu'un mot à dire, et puisqu'il vient cette fois pour cette jeune fille qu'il aurait pu si aisément et si honnêtement demander en mariage, sa conduite est absurde sans être criminelle. Il va sans doute dire la vérité, ou du moins cette partie de la vérité qui ne compromet personne et le fera seulement paraître aussi sot qu'il le mérite; mais cette vérité est encore trop commode à dire: il n'y a pas de danger qu'il la dise. Il aime mieux étendre la main, saisir une poignée de diamants et se faire passer pour voleur".

Qui appunto sta il culmine della commedia. Qui sta l'arte, qui sta l'ispirazione di Victorien Sardou. Henri non può fare altro che fingere di rubare i diamanti, e basta notare una circostanza dimenticata da Prevost-Paradol per isgominare dalle fondamenta la sua critica. Henri non entra nel parco per Geneviève, ma per Pauline, non è là per lademoiselle, ma per ladame. Basti citare queste parole stampate a pagina 98 della terza edizione deiNos bons villageoisper convincersi di ciò:

(Henri è già nella sala del castello, solo, quasi spaventato dall'audacia sua) "Tous le gens du château sont à la fête… le baron est au bal, je m'en suis assuré… Et sans doute elle est seule… C'est audacieux ce que je fais la. (Ma ecco, che entra in scena Geneviève invece di Paolina) Geneviève! quel contre-temps!"

Dunque se Geneviève est uncontre-temps, Henri non è certamente entrato nel parco e nel castello per Geneviève, e la miglior prova è che appena egli l'ha scorta, s'è mosso per andarsene. Ma Geneviève lo vede e lo chiama. Henri bisogna che s'arresti. Di lì poi nasce la catastrofe logicissima. Come può dire Henri al Barone: "sono venuto qui per Geneviève", se realmente è venuto lì per la moglie del Barone? La presenza di Henri nel castello in quella notte è colpevole e, diciamolo pure, è pazza, è sconsigliata: bisogna espiarla. Il mezzo termine di Geneviève sarebbe alla coscienza di Henri una infamia maggiore, un rimorso maggiore, e poi là in quel parco, inseguito, circondato, scacciato da tutti, fuggente, tremante, disperato, non si ricorda già più di Geneviève. Vede Paolina, è colto con Paolina, bisogna salvare la moglie del Barone anzi tutto; non c'è altro mezzo che passare per ladro e farsi prendere co' diamanti in mano. Il mezzo è terribile, eccessivo ma necessario, e in questa necessità sta appunto il trionfo di Sardou. Pauline è innocente, è monda d'ogni macchia, Pauline non ama più Henri, non lo ha forse amato che un giorno solo e poi l'amore gli è tornato in uggia, in nausea, in paura, in tormento di spirito. Ed è appunto questa resistenza implacabile, questa virtù di Pauline che desta in Henri tutte le più violente ostinazioni dell'amore deluso: "Une femme qui s'enfuit… quel âpre désir de courir aprés elle". In quell'âpre désirc'è una infocata mistura di tutti i più veementi veleni dell'amore e della collera.

Henri Morisson, che in fine de' conti è il personaggio che condensa in sé tutto il dramma, dev'essere meditato scrupolosamente dalla critica. Meditiamolo.

Henri Morisson è l'antagonista del soggetto di Sardou, è ilparigino, è l'uomo della capitale, è il personaggio che rappresenta l'antica legge deicontrariie deicontrasti, legge che nacque col dramma primitivo e che vivrà fin che vivrà il dramma sulla terra. Ecco dunque da un lato Grinchu, Floupin, Fetillard,villageois, dall'altro lato Henri Morisson, parigino. E fin dal primo atto appaiono sulla scena i difetti degli uni e dell'altro.

Gli abitanti della villa sono ignoranti, caparbi, egoisti, maligni, invidiosi, ingrati, burbanzosi, vigliacchi, e l'abitante della città è frivolo, leggero, volubile, pronto al male, ma pronto anche anche al bene, suscettibile al peccato, ma anche all'espiazione, effeminato ed eroe, coraggioso in tutto, tanto nel vizio come nella virtù, vero figliuolo del secolo. Tutti i giovani che hanno oggi vent'anni, sono fatti a simiglianza di Henri Morisson. Appena ch'essi sentono l'imperiosa necessità dell'amore, eccoli già posti in un bivio inevitabile e fatale: l'amor puro o l'amore colpevole? Non sanno se dare l'anima loro alla vergine o alla donna, a Geneviève o a Pauline. Quasi tutti, dopo aver molto sofferto, molto desiderato e molto titubato, scelgono… Pauline.

Questa è la storia quotidiana di tutti i primi amori, che oggi non sono certo i più puri, e la colpa non è di Sardou. Ma dopo i primi amori vengono i secondi, e allora si sceglie Geneviève, che si sposa al quinto atto. Che questo Henri sia un tipo vero, nessuno certo potrà contestarcelo; ma tutti ci contesteranno che sia un tipo estetico. E veramente fino al terzo atto nulla d'estetico, nulla d'ideale appare in codesto Henri Morisson. Ma al terzo atto il nostro personaggio s'ingrandisce meravigliosamente. La sua menzogna è stupenda; quelgirelladell'amore, quel don Giovanni da dozzina, quelbardassadaboudoir, diventa un ideale eroico e tragico e mirabile, e allora l'arte incomincia:

"Ce rôle sans issue une fois adopté, il faut qu'il le soutienne, et nous soubissons lentement tous les détails que cette situation peut produire, depuis les mensonges variés de ce jeune imbécile jusqu'à la niaiserie de son père qui aime mieux se conformer à son dire et le déclarer un voleur que l'exposer à la colère de ce mari outragé ou plutôt croyant l'être. Certes la plume tombe des mains en résumant de pareilles aventures, e vingt fois devant cette succession d'absurdités la patience est sur le point de s'échapper à tout spectateur raisonnable".

Ecco ancora Prévost-Paradol che vocifera, e chiama l'azione di Henri unrôle sans issue, ma appunto perché è unrôle sans issue, fuorché l'issuedella finestra e della fuga, o l'issuedell'infamia, l'azione è grande e drammatica. Prévost-Paradol avrebbe preferito il duello fin dal terzo atto, e che vantaggio avrebbe avuto la commedia dal duello? Henri si sarebbe lasciato uccidere dal Barone, o s'anche si fosse difeso, il Barone, vecchio militare, e vecchio geloso, e vecchio gentiluomo, avrebbe ucciso senza dubbio Henri. La colpa immaginaria della Baronessa si sarebbe confermata e aggravata col duello e tutte le apparenze avrebbero gridato la sua accusa. Il padre Morisson avrebbe, sconfessando la menzogna del figlio, immolata la vita di Henri a una apparente infamia di alcune ore, avrebbe da vigliacco, da plebeo, compromessa terribilmente la Baronessa. Tutto è combinato nell'atto terzo deiBons villageoiscon profonda sapienza, e la critica non può assalirlo che combattendo in cattiva guerra e con cattive armi.

Eppure tutti i critici l'assalirono. Ci dev'essere una cagione nascosta a codesto sdegno universale: non possiamo supporre che gli scrittori francesi abbiano così fattamente smarrito il senso dell'arte e la gentilezza loro abituale. La ragione ci pare d'intravvederla in un periodo dello stesso Prévost-Paradol verso la fine del suo articolo. Alcuni calunniatori del fortunato commediografo hanno sparso la voce a Parigi che ne'Bons villageoisci erano delle allusioni politiche. Da qui la lapidazione di tutti i giornali oppositori al calunniato Victorien Sardou. Questa discolpa ci pare puerile e vana quanto la colpa. Sta bene l'opposizione, sta bene l'opinione politica, e non è difficile il manifestarla ogni mattina ed ogni sera su tutti gli articoli di fondo dei grandi giornali parigini. Rispettiamo ed onoriamo profondamente quel nobile circolo di persone che fanno od ispirano gli scritti dellaRevue des deux-mondes: hanno molto pensato, molto lottato, molto sofferto, molto osato per la Francia; ma rispettiamo ed onoriamo anche l'arte. Che iNos bons villageoissiano una commedia politica, lo neghiamo ricisamente in nome del buon senso, del buon senso del pubblico, del buon senso di Victorien Sardou. Chi crede al significato misterioso del "sindaco-barone", è un visionario, è un don Chisciotte, piglia mulini per mostri e lucciole per lanterne. INos bons villageoissono una semplice commedia e vanno giudicati come tale. Apprezziamo troppo l'importanza della politica per acconsentire quando la vediamo con paura spavalda nascondersi e mostrarsi in un articolo d'arte. Lo scritto di Prévost-Paradol è una cattiva azione giudicata dal punto di vista della critica, senz'essere una buona azione politicamente parlando. La stampa francese in questo affare deiBons villageoisci ha mossi a sorpresa e a compianto. Abbiamo veduto con un certo ribrezzo tante altissime intelligenze dar fede a una fola da bimbi e su quella congiurare una dimostrazione politica. Il popolo della Rivoluzione, delOhè Lambert, il popolo di Vergniaud e diThérèseè sintetizzato in questo atteggiamento dei critici davanti a Sardou.

E qui è il caso di guardarci un po' noi con orgoglio lieto e sereno, noi liberissimi. Tutte le audacie ci sono permesse, tanto quello della penna come quelle della parola. Per dire altamente l'animo nostro non abbiamo bisogno di mascherarci dietro una rivista teatrale o di fischiare una bella commedia, o di applaudire una brutta. L'arte non deve nulla temere da noi; possiamo meditarla tranquilli, sciolti, senza manette ai polsi e senza vischio alle labbra. E perché possiamo ciò fare, ci piacque in queste pagine di riabilitare, per quanto le nostre forze lo permisero, la commedia di Victorien Sardou.

Un nobile esempio di questa nostra libertà l'ebbimo, or son poche sere, al Teatro Re nel dramma del signor Giovanni BiffiIl Ministro Prina. Bisognava essere ben saldi e bene affratellati e bene indipendenti per poter sostenere lo spettacolo d'un simile soggetto. Il signor Biffi osò presentarcelo coraggiosamente, noi osammo fissarlo pacati. La bieca data del 20 aprile 1814 poté oggi soltanto essere dissepolta senza pericolo. Se l'ombra del ministro Prina sorgesse dalla sua fossa del Gentilino e chiedesse a qualcuno

Cossa n'è staa di milanês dal dìVint d'april del quattordes fina adess?

udirebbe narrare ben altre storie di quella che narrò Tommaso Grossi ai suoi tempi. Quante altre date gloriose dopo quella data funerea! Foscolo la descrive mirabilmente, colla sua solita pompa d'amarezza nello stile, e col suo solito splendore, e sembra che la lettera di Foscolo alla contessa d'Albany, scritta il lunedì 16 maggio 1814, sia stata quasi il programma scenico del signor Biffi. V'è nel lavoro del signor Biffi un bel colore storico, un bel colore locale, primissimi doveri di chi vuol trar dalle cronache la materia dell'arte. V'è generosa moderazione nel concetto generale, v'è arguta semplicità nei particolari; la scienza del vero e la coscienza del buono lo guidarono. Tutti i caratteri sono diligentemente segnati, colla storia alla mano. A volte il lavoro del signor Biffi appare tanto culto e tanto austero da dirsi piuttosto unostudioche un dramma; utile esempio a' giorni nostri ed a' paesi nostri ove s'usa porre assai troppo sotto ai piedi le severe fatiche dell'arte, e sta bene che in un tempo in cui l'attualità sola trova facile il plauso, ci siano de' giovani i quali studino, malgrado ciò, le cose passate. La serietà del loro intento li fa degni della riconoscenza e dell'ossequio dei critici.

Novelle e riviste ho fedelmente trascritto dai periodici dove furon dapprima pubblicate, indicati nella specialeBibliografiache faccio seguire, correggendo la spesso capricciosa punteggiatura e riducendo ad uniformità la incongruente grafia. Ho corretto anche alcuni evidenti errori di stampa, ma di così poco momento che non credo opportuno riferirli; naturalmente ho restituita al Grossi la paternità dellaPrineide, ma non ho potuto ridare la sua unità allabaronne d'Ange, perché avrei dovuto mutare tutto un periodo. Un "1879", nell'ultimo capitolo d'Iberia, è evidente errore di stampa; ma a quella data altra non ho saputo, né altri, credo, saprebbe sostituire e quindi la lascio com'è, confidando nella sagacia del lettore. NelTrapezio, a pag. 93, si leggerà una frase un po' strana: «la ferocità della corsa»: può darsi che «ferocità» sia errore di stampa per «velocità»; ma date le bizzarrie linguistiche e immaginative del Boito,—non sono tuttavia in queste prose le preziosità e le stranezze dei versi e di certi libretti se non in scarsissima misura, meno inIberia—, non ho osato mutare.

Sul testo del Raynouard, solo il quale il Boito poteva conoscere, ho, finalmente, corretto i versi provenzali che si leggono a pag. 28: sono essi del trovatore Guglielmo de Béziers e si leggono a pag. 33 del 3° tomo dellaChoix des poésies originales des trobadours. Mi sia lecito notar, di passata, che nella stessa opera (vol. 2°, pag. 213 e vol. 4°passim) il Boito trovò il nome di Papiol, giullare di Bertrand de Born, da lui introdotto nelRe Orso, nonché i versi provenzali riportati in questo poemetto.

Dell'Alfiernero avevo la scelta tra due testi, quello delPolitecnicoe quello dellaStrenna Italiana; preferii questo perché riveduto dall'autore. Ecco ora le principali varianti tra i due:

Politecnico

Strenna

pag.4 l. 26 quel negro venne portato in Europa

quel negro, nativo del Morant-Bay, venne portato in Europa

» 6 » 6 e 7 distingue il vero gentiluomo dal gentiluomodi contraffazione

distingue il verogentlemandalgentlemandi contraffazione

» 7 » 16 Hanno l'intelletto ottusoHanno l'intelletto chiuso

» 7 » 26 né me sono pentito, solo un po' scoraggiato.Voi vedete in me una specie di Diogene

Io sono una specie di Diogene

» 8 » 3 Gli sguardi di ognuno

Gli sguardi degli astanti

» « » 22-23 potrei proporvi un passatempo

potrei proporvi una distrazione

» 9 » 16-17 il lavoro di questi scacchi era così sottile che li riducea

il lavoro sottile di questi scacchi li riduceva

» 10 » 11 potrei darvi

potrei chiedere di darvi

» » » 27 il più celebre

uno dei più celebri

» » » 28 giuocatori a scacchi di Washington

giuocatori a scacchi d'America

» » » 31 emigrata in America

emigrata a Washington

» 10-11 » 31-1 si era fatto milionario

si era fatto quasi milionario

» 13 » 19-20 fosca e convulsa

fosca come la notte

» » » 27 quegli poneva ogni studio ed ogni sua forza

quegli poneva ogni sua forza

» 15 » 26 per darsi quale ad un libro

per darsi quale ad un lavoro

» 19 » 24 fuor che il battito d'un grande orologio

fuor che quello d'un grande orologio

» » » 30-31 aggiunte queste due righe:

Il selvaggio odore della razza negra offendeva le nari dell'Americano.

» 21 » 2 non era più uno scacco, ma un uomo

non era più uno scacco, era un uomo

» » » 3 non era più unnero, ma unnegro

non era piùnero, eranegro.

» » » 5-6 aveva visto molti anni addietro quel volto

aveva visto molti anni addietro il suo volto

» » » 6 era un vivente….. o un morto.

era un vivente….. o forse un morto.

» » » 24 Passarono così quattro ore,

Passarono così altre quattro ore,

» 22 » 12 avventandosi l'un contro l'altro tragicamente

avventandosi fra loro tragicamente

» » » 15 della torre e dell'alfiere avevano trascinato

della torre e delle pedine avevano trascinato

» 23 » 29 ove incalzato dai rimorsi,

e là incalzato dai rimorsi,

» 24 » 1-2 l'assassinato era un negro

l'assassinato non era che un negro

» » » 10 tornò a casa sua

rientrò nelle sue terre

» » » 18 camminava per le piazze di New-York

camminava per le vie di New-York

A) delle Novelle

1.—L'Alfier nero: a)Il Politecnico, Repertorio di studi letterarii, scientifici e tecnici. Parte letterario-scientifica. Milano 1867, Serie 4, vol. 3, pag. 269-282 (fascicolo del marzo).

b)Strenna italiana pel 1868.Milano, R. Stabilimento Nazionale di Ant. Ripamonti-Carpano; Venezia, Carlo Bianchi. Pag. 9-64: ARRIGO BOITOUn paio di novelle, pag. 11-31:L'Alfier nero.

2.—Iberia:Strennacitata, pag. 33-64.

3.—Il trapezio:Rivista Minimadiretta da Antonio Ghislanzoni. Anno III, 1873. R. Stabilimento Ricordi, Milano. N. 3, 4, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 13, 14, 16, 17, 18, 19, 23.Rivista Minimadiretta da A. Ghislanzoni-S. Farina. Anno IV, 1874. R. Stabilimento Ricordi, Milano. N. 2, 18 gennaio 1874, pag. 27. Con questa puntata resta troncato il racconto. Nel N. 13, nella rubricaMinime, si legge: «Nel prossimo numero sarà ripigliato e continuato senza interruzione il bel racconto di Tobia Gorrio:Il Trapezio», ma la promessa non ebbe né anche un principio di adempimento. La firma in calce alle singole puntate è sempreTobia Gorrio, qualche volta in carattere tondo, qualche volta in corsivo, a forma di autografo. Anche nell'indice è sempre questo nome. Invece nel N. 10 del 1874, pag. 148, è pubblicata la nota poesiaLezione anatomicafirmata con le sole iniziali A. B. In queste due annate dellaRivista Minimaaltro non c'è del Boito.

B) Delle Riviste drammatiche

I.Il Politecnicocitato. Serie 4. vol. I. Milano, 1866, pag. 635-646.

II.Ivi, pag. 915-23.

III.Ivi. Serie 4, vol. 3. Milano, 1867, pag. 86-96. La firma è, per I e II e per L'Alfier nero, =Arrigo Boito= (nell'indice, anche per la novella, =Boito prof. Arrigo=); per III A. B. (nell'indice B. A.)¹

¹ Non dispiaccia che, per la storia della fortuna del Boito e più specialmente delMefistofele, ricordi come nel 1868 leriviste drammatichedel Politecnico nel 1868 furono continuate da un anonimo, il quale (vol. V, pag. 197-198) scrisse un severo giudizio del libretto appunto delMefistofele, che dice, più che un errore, un assurdo, consigliando il poeta a mutar strada, poiché egli aveva provocato il pubblico a giudicare come opera letteraria un melodramma destinato a incarnare uno spartito musicale. Ricorderò anche che nellaStrenna del Gazzettino Rosa(Milano, Gattinoni, 1868, ma stampata e pubblicata nei primi mesi del '69, e infatti la prefazione porta la data 16 gennaio 1869)L'economista per riderescrive in unaRivista comica dell'anno 1868(pag. 14): «Mefistofele, genio malefico, mosse aspra battaglia al genio dell'Armonia, e venne,lacerator di ben costrutti orecchi, evocato da non so qualemediumsul palcoscenico della Scala». Dopo questa prima botta al Boito, che apparteneva alla consorteria delPungoloinviso, al quale laStrennacontinuamente e ferocemente allude, introduce (pag. 19-22) un dialogo, burlesco ma non spiritoso, tra il Boito e il ministro dell'Istruzione Emilio Broglio, che pare intendesse far risorgere la musica italiana, dimenticando, dice l'articolista, ch'era viva, mentre quello aveva colMefistofeleinteso allo stesso scopo e non si vedeva apprezzato dal ministro; finisce riproducendo una supposta lettera, stupidamente insolente, che pare prenda le mosse da una vera, del maestro al ministro. Nel dialogo il Boito si vanta di aver fatto molti sforzi per la risurrezione della musica italiana e di esserci riuscito: «chiedetelo dice, alDottor Verità, poi a Leone Fortis, poi alPungolo, e vedrete». Come laconsorteriaaccogliesse questi assalti mostra il brindisi-melodrammaLa consorteria delle Effedi Paolo Ferrari, che è appunto del 1868, pubblicato da Vittorio Ferrari nel suo libro sul padre: il brindisi è notevole anche perché prova che il severo giudizio sullaMariannanon aveva per nulla offeso l'affettuosa amicizia ch'era tra i due scrittori. Vero è che il Ferrari, nella prefazione dellaMarianna, anteriore allarivistadel Boito, ribatte le accuse di immoralità rivolte alla sua commedia, e quanto ai giudizi estetici dichiara di rispettare il gusto di tutti.

C) Intorno alle Novelle

1.—=Albinati G.=Bibliografia letteraria e musicale di Arrigo BoitoinI libri del giorno, Rassegna mensile internazionale, Milano, Treves, 1918, anno I, n. 4, pag. 165. Embrione di bibliografia più che vera bibliografia: le novelle sono ricordate così: "Moltissimi articoli di critica musicale, letteraria, tre novelle pubblicate in diverse "Riviste", tra le qualiLa Gazzetta Musicale". Esaminata questaGazzetta, nulla vi ho trovato.

2.—=Barbiera Raffaello=.La veglia d'arme d'Arrigo BoitoinRivista d'Italia, anno XI, fasc. IX, 30 settembre 1918, Milano, p. 86.

Sono ricordi interessanti; delle novelle nominaL'Alfier neroeIl trapezio: di questa non dice nulla, di quella scrive che fu pubblicata nelPolitecnicosenza precisare il volume.

3.—=Croce Benedetto=.Note sulla letteratura italiana nella seconda metà del secolo XIX.«VIII: Boito—Tarchetti—ZanellainLa Critica, anno II (1904), pag. 379: «Trovo ricordata nelConversations-Lexicondel Meyer una serie di novelle (del Boito):L'alfiere nero,Il pugno chiuso,Honor,Il trapezio,Iberia; ma non so se non si tratti di un equivoco».

NellaLetteratura della Nuova Italia, Bari, Laterza, 1914, vol. 1°, pag. 259 e 419, il C. soppresse l'accenno alle novelle.

4. =Farina Salvatore=. La mia giornata (Dall'alba al meriggio). S. T. E. N. Torino 1910. p. 178-179.

5. =Gallignani G.=Arrigo Boito rievocato da un amicoinLa Lettura, anno XIX, n. 3, marzo 1919, pag. 153. È la migliore commemorazione del B. che io abbia letto; ricorda l'attività svariata di lui come giornalista, e dice che in quanto scriveva di critica, sebbene scrivesse senza ambizione d'arte, solo per guadagnarsi da vivere, imprimeva «tale marca personale di osservazione e di forma, da persuadere che quei suoi rilievi sarebbero accolti oggi ancora con grande piacere e profitto». A pag. 158 scrive: «butta giù (il B.) due novelle «Alfiere nero» ed «Iberia»: che proprio lebuttasse giù, almeno per quanto riguarda L'Alfiere, smentiscono le correzioni fatte per la seconda edizione. Poco più oltre: «butta giù altre due novelle: «La musica in piazza» e «Il trapezio», rimasta incompiuta»: né anche al Trapezio è bene applicato il butta giù. Non dá nessuna indicazione bibliografica.

7. =Molmenti P. G.=, Impressioni letterarie. Milano, Battezzati, 1875.Arrigo Boito, pag. 188.

8.Pungolo (il), di Milano, 10 settembre e 27 dicembre 1867.

Abbiamo indicato i cambi di carattere con

corsivo, __spazieggiato__, =Maiuscoletto=.

Abbiamo corretto i seguenti evidenti refusi indicati fra [parentesi]:

famoso giornale [milamese], diretto e compilato da amici affezionati [victorughiani] sono i personaggi e victorhughiana, notarle, [che] sono preziose per la conoscenza appieno l'anima e la mente dell'uomo [e dell'ar-] e dell'artista Il negro titubò, poi rispose:—[Si], questa l'accetto volentieri, di temperare gli slanci della [sua sua] fisionomia. Correva scacchi, ma non vinse più. Quando si accingeva a [giouocaro] —Pace all'anima di Don Sancio,—rispose [Estebabano]; A fermare col pensiero [lo] tenuissima gradazione ideale [Le] pergamena era piena di simboli sacri, di formule [incomincio] a diventare loquace. ilarità. Strillò [sghignazznndo]:—Ah!Kùa! Kùa! Kùa!parlava un misto di latino e d'orientale, e la sua [naziozionalità] lo [atttirò]. Questa persona fu una donna, una giovanetta sui [piccciolissimi] piedi Ambra volava. Era suo capriccio se stesso [un'immenso] palco scenico, sovra il quale s'aggiri basta aver udito una volta quegli urli, quegli [schiaschiamazzi], tradizione viva. [L'incredibtle], l'inverosimile, il fantastico 22 septembre 1792 [buit] heures du soir. Salon de Circi senza sentirsi infiacchito. Egli, [incantenatore] dei sarà passata sui tumulti oggi ancor vivi, [qnando] la marcire le buone; e ciò è scritto anche in una [moralisssima]Tous plus malins les uns que les autres, [dicelo] stesso Dumasfilsnell'Ami des femmes, e in questa [fase] è Augier, dopo aver udito il [Demi-monae], immaginò madame al [ravvedimanto]; Olivier finisce per isposare Marcella e rammenta moltissimo il primo atto dellaDame aux [caméelias]. sotto la nostra [pena]; potevamo a dirittura inscriverlo a di [Genéviève] sarebbe alla coscienza di Henri una infamia Come laconsorteria[accoglieste] questi assalti mostra

Nelle frasi in francese l'ortografia è spesso sistematicamente scorretta; abbiamo corretto:

scéne, v'la, Révue, ésprits, résoudere, révient, circostance, chateau, dèsir, imbecile, niàiserie.

Nel confronto fra le due edizioni de L'Alfier nero abbiamo esteso il contesto per permettere l'identificazione dei passaggi, e corretto nel primo riferimento di p. 7 la linea da 26 a 16.

Nella seguente citazione bibliografica

I.Il Politecnicocitato. Serie 4. vol. I. Milano, 1866, pag. 685-646.

in mancanza di più sicura correzione abbiamo sostituito 685 con 635.

Nella sezione bibliografica, parte C), manca la citazione n. 6.

End of Project Gutenberg's Novelle e riviste drammatiche, by Arrigo Boito


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