IL TRAPEZIO

—E intanto il sole saliva dietro la montagna che era di fronte a DonSancio, ed irradiava le vette che gli stavano sul capo. Il nonnomisurò collo sguardo e colla mente il corso della luce e sclamò:"Ancora un'ora di vita!"

—Poi si raccolse nei suoi pensieri.

—Dopo mezz'ora si scosse dicendo: "È tempo ch'io mi confessi". Allora si fece il segno della croce, si curvò col capo sull'abisso profondo che si squarciava sotto ai suoi piedi, e, incurvando le mani alla bocca in forma di portavoce, mugghiò verso il precipizio: "Tu sarai il mio confessore". La sua parola si perdeva nel burrone, squillante come la nota d'un corno da caccia. La voragine, co' suoi tortuosi meandri, pareva un immenso orecchio di tenebra su cui piombavano queste voci:

"Ho tre peccati sull'anima. Eccoli:

"Primo peccato: quando avevo vent'anni, a Zamora salvai dal rogo tre infedeli, un moro, un ebreo e un luterano.

"Secondo peccato: quando avevo cinquant'anni, salendo a questi dirupi, allontanai dalla mia solitudine e dalla mia povertà tutti i miei vecchi servi, tutti i miei santi preti e tutte le mie povere ancelle.

"Terzo peccato: ieri, vigilia della mia morte, ho ucciso un'aquila reale sul suo nido".

—E si levò come un albero in nave.

—Io allora feci un passo come per varcare il ponte che ci divideva;Don Sancio me lo vietò, gridando:

"Fermati, non avvicinarti, non toccarmi; mi faresti cader vivo nel precipizio".

—Il sole continuava a salire ed il suo raggio a discendere sui macigni del monte, attraversando una rupe spaccata nel mezzo come una gigantesca merlatura guelfa.

—A un tratto il sole raddoppiò di splendore; c'era la distanza d'un palmo dalla sua luce ai capelli del nonno. Il nonno pareva assorto in contemplazione, ritto sui piedi e appoggiato alla roccia; fu un baleno quando il suo crine canuto al primo tocco della luce diventò d'argento. Il sole sembrava un arciere appostato dietro la rupe spaccata come dietro una feritoia; l'arciere appuntava lentamente il suo arco verso le pupille del nonno; una saettata di luce vibrò sugli occhi di Don Sancio. Il sole e il vegliardo si fissarono per un attimo come due rivali. La freccia era scattata; Don Sancio era morto. Il sole lo aveva fulminato; pure non cadde e stette ritto fino a meriggio. Mentre voi sellavate a Salamanca il vostro caval sauro, il vento urtò il povero nonno, che precipitò nell'abisso.

—Pace all'anima di Don Sancio,—rispose Estebano; domani scenderò nel precipizio, raccoglierò la salma veneranda e la porterò nel chiostro di Sant'Isidoro, dove dormono tutti i monarchi di Leone.

Elisenda soggiunse:—Amen.

I due cugini, così parlando, camminavano lentamente fra gli oscuri colonnati del castello. L'uniforme pestio degli sproni d'Estebano accompagnava lungo i marmi del cortile il fiero racconto d'Elisenda; tutto intorno era silenzio. Intanto la luna alzatasi splendeva già sui monti e sui tetti; una piccola stella le vagava d'accanto e pareva una lagrima di luce.

Estebano mormorò:—La luna piange!—e i due giovanetti s'arrestarono immobili a guardarla, mentr'essa benignamente li inondava di raggi. Allora comparve illuminato e purissimo il viso della fanciulla.

A fermare col pensiero la tenuissima gradazione ideale che esisteva fra le fattezze e le anime di quei due cugini, simigliantisi come due fratelli, non troviamo altra imagine fuor che questa:

Estebano era un fiore vivace con un profumo gentile;

Elisenda era un fiore gentile con un profumo vivace.

Il gherofano e la viola avevano fra essi scambiato l'olezzo, e per ridonarselo entrambi era forza che l'uno penetrasse nell'essenza dell'altra. Ogni armonia ed ogni soavità sembrava assorta in quella coppia adolescente. Appariva fra essi di vario appena quel tanto che è indispensabile al simpatico accordo delle cose create. Del resto erano in tutto l'identica ispirazione di Dio tentata su due sessi diversi, Estebano la forma virile ed Elisenda la forma femminea dello stesso divino concetto. Essi si assomigliavano come tutti gli angeli si assomigliano. Certo nelle loro vene scorreva infuso l'azzurro del cielo tanto essi apparivano eterei. L'orgogliosa frase castigliana, sangre azul, colla quale si fregia tuttora l'antichissima nobiltà spagnuola anteriore alla invasione dei saraceni, realizzavasi idealmente nei due ultimi germogli dei Sang-Real.

Quel re di Leone che, ferito in battaglia, macchiò di azzurro la scimitarra del moro nemico, era un antenato dei nostri giovanetti reali. Le teste d'Elisenda e d'Estebano dovevano esser state create per portar nimbo o corona; un'aura monarchica e serafica si condensava attorno le loro fronti come una gloria, e i cieli d'oro di Zurbaran si abbozzavano vagamente dietro lo spazio in cui respiravano. Immobili, Estebano ed Elisenda, fissavano sempre la luna.

A far vieppiù tenace la loro contemplazione s'aggiungeva lo sgomento che provavano entrambi nel sentirsi vicini e l'indicibile terrore del guardarsi nel viso.

S'amavano già e non s'erano neanche intraveduti, tanto l'oscurità scendeva fitta prima che la luna s'alzasse.

S'amavano per la memoria che avevano del loro amore da bimbi, perché quell'amore era stato il primo sogno dei loro cuori infantili e l'ultimo sogno dell'avo moribondo; s'amavano perché un istinto fatale e un'occasione violenta li trascinava ad amarsi; s'amavano perché la farfalla bianca ama il fiorellino bianco e la farfalla celeste il fiorellino celeste, perché erano biondi e pallidi tutti e due, perché si sentivano soli sulla terra, soli ed uniti su quelle notturne alture di paese selvaggio.

Nello stesso modo che sovra il disco lunare l'astronomo contempla il riverbero diurno d'un altro emisfero, i due giovanetti contemplavano nella luna il raggio riflesso del loro timido amore.

Elisenda ruppe prima il silenzio dicendo:—Principe, volete seguirmi nell'oratorio?—e s'incamminò verso una gradinata fosca; Estebano la seguì.

Salirono nel buio l'uno dietro l'altra senza più dir parola.

Giunti al culmine della torre, Elisenda spinse una porta ferrata e grave che ricadde dietro i passi d'Estebano.

Eccoli nell'oratorio.

Il cero santo arde per la morte del nonno ed illumina solo il religioso recinto.

È l'oratorio situato sulla più elevata parte del castello; le pareti ottangolari tese di velluto viola, fiocamente illuminate, sembrano quasi nere e i loro angoli vi si confondono tanto da produrre all'occhio di chi entra l'aspetto d'una costruzione conica. Di fronte all'ingresso sta l'altare innalzato su tre vasti scaglioni coperti da molle e prezioso tappeto. Sopra l'altare è appeso un lunghissimo quadro. Due faccie magre guardano dall'alto della nerissima tela. A piedi del dipinto si legge in lettere gialle questa scritta:—el matrimonio de doña Uraca de Castiglia et Alfonso de Aragon.—Più sotto la data 1144. Le figure del quadro sono quasi interamente sommerse in una caligine che arriva loro alla bocca, né più s'indovina quale fosse lo sposo e quale fosse la sposa di quell'antico imeneo. Tutti e due hanno negli occhi lo sguardo esterrefatto dei naufraghi e par che presentino l'irrevocabile sollevamento del livello di tenebre che li affoga. Né una mano, né una collana, né l'impugnatura d'un brando traspare attraverso il sudario nero che li va coprendo. Pure in mezzo ad essi si stacca dal buio la linea d'un cero alto ben sette cubiti.

L'ironia del tempo che parla da ogni cosa surta per mano d'uomo, sembra qui voler paragonare quel lungo cero dipinto all'altro rimasuglio di torcia che arde nel mezzo della cappella e che non ha più d'un palmo d'altezza. L'ironia diventa più bieca quando si sappia che uno è l'immagine intiera dell'altro. I secoli consumarono il cero ardente come consumarono i due monarchi effigiati nel quadro; l'ombra salì su questo, la luce calò su quello.

Fra le modanature dell'altare si vedono scolpite le parolemensa regia.

Un messale d'argento massiccio è aperto a sinistra del ciborio. Agli otto angoli della cappella pendono o giacciono stole, turiboli, spade, morioni, flabelli, palii, clamidi, rosarii, farraginosamente accumulati. Su tre ampli cuscini, disposti rasente l'orlo del più alto gradino dellamensa regia, riposano due corone e una mitria.

Pochi passi bastano a misurar l'oratorio. Tutto il genio spagnuolo è compendiato in quelle pareti e in quelle spoglie pompose. Penetrando in quel ricinto chiuso e opulento come una tomba, ove tante reliquie reali e papali sono agglomerate, il pensiero porge al pensiero queste parole:Angusto et Augusto.

Estebano ed Elisenda, a capo chino davanti l'altare, pregavano; sulle loro labbra vagava un alito sottile, un ronzio dolce come di brezza o di zanzara. Elisenda finì le sue preci prima di Estebano, e poiché vide ch'esso continuava devoto, si pose a contemplarlo. Com'era bello il profilo del principe, col mento converso sul petto e sulle mani giunte, in atto d'alta mansuetudine!

L'estasi scendeva già nell'anima della fanciulla.

Quand'ei si scosse, ella, turbata, fece sembianza di rimettersi a pregare.

Allora fu egli che la guardò. Com'era bella, alla luce del cero,Elisenda, in vesti bianche!

I suoi capelli parevano ambra pura, e le sue mani avevano il morbido contorno dell'agata lavorata; poi, strana cosa, eppur leggiadra, le sue labbra non erano porporine né rosee, ma quasi bianche, e, assai divise nel mezzo, parevano composte con quattro foglie di tuberosa.

L'adorazione d'Estebano s'era volta da Dio ad Elisenda.

Il silenzio era così grave che opprimeva l'orecchio. A un trattoEstebano esclamò quasi supplichevolmente:

—Oh! principessa, è lunga la vostra orazione!

Elisenda rispose:—Ho finito.—E si guardarono negli occhi, stupefatti di non ispaventarsi.

Lo sguardo d'Estebano penetrava nelle pupille di Elisenda profondo, lucido, sicuro, come una lama nella sua guaina.

—Chi c'è nel castello?—chies'egli.

Essa rispose:—Non un'anima viva.

Appena finite queste parole s'udì un colpo formidabile dietro l'altare, come d'un gigante che bussasse dietro a una porta, e dopo quel prim'urto un secondo, e un terzo, e un quarto; al dodicesimo s'arrestò.

—Chi è là? Chi è là? Chi è là?—grida Estebano, e si slancia verso Elisenda e l'afferra pel corpo col braccio sinistro, e col destro la copre come per difenderla dall'ignoto nemico.

Poi ripiglia, mugghiando più che sclamando:—Avanti, se sei un prode! se sei un vile, indietro! o il mio pugno levato risponderà sul tuo cranio dodici percosse non meno tremende delle tue, malvagio turbator di preghiere. Avanti! Avanti, ciclope od orso o diavolo, uomo, fantasma…—Ma qui s'interruppe e, tutto stretto ad Elisenda, mormorò:

—Ahimè! pace all'anima di Don Sancio.—E fu come un leopardo che diventasse un agnello.

La fanciulla tremava, ma non di paura, e come Estebano la vide così tremebonda, la raccolse tutta sul petto e la baciò sulla fronte.

Ella allora sclamò:—Grazie, don Sancio!—con accento d'infantile beatitudine; poi continuò sorridente:—Cugino mio, fiero e robusto, pace anche a te! Ciò che hai udito vien dalla cripta che sta sotto all'oratorio ed è l'orologio del vescovo Olivarez. Devi sapere che quando morì quel santo vescovo (il solo prete e il solo uomo che abitò con noi questo castello), il nonno lo seppellì in un bel cofano di rame ricoperto d'ebano, e lo collocò sotto l'orologio della torre, da dove aveva fatto estrar la campana perché il martello, cadendo ad ogn'ora sulla bara del morto, ricordasse perennemente la caducità delle esistenze umane. Quei dodici colpi ci avvertono ch'è mezzanotte.—Poi soggiunse con voce più bassa, come chi profferisce cosa che non comprende:—È tempo che ci sposiamo.—E fissò in volto lo sposo. Estebano la teneva ancora stretta col braccio.

Lo spavento aveva congiunte, più presto che non avrebbe fatto l'amore, quelle due creature innamorate, le quali non sapevano più separarsi, né più cessar dal tremare. Così avvinti, vacillanti, i due giovanetti s'avviarono, mossi da un solo pensiero, verso un angolo dall'oratorio. Là, Elisenda, raccolto da terra un palio di drappo d'oro, lo pose sulle spalle ad Estebano; poscia ambidue si volsero ad un altro angolo ove Estebano staccò dal muro una clamide di porpora e d'argento colla quale rivestì Elisenda sua; poi brancolarono lungamente sulle sparse reliquie degli avi e si adornarono di cinture moresche, di collane gotiche; il giovanetto indossò anche una preziosa stola di bisso e la fanciulla colse un rosario e un anello; poi s'inginocchiarono sul primo gradino dell'altare, Estebano a destra, Elisenda a sinistra; si curvarono religiosamente, sollevarono dai cuscini, ov'erano deposte, le due corone imperiali e se le posero in capo, muti, gravi, compunti, come due bimbi assorti in un magico tripudio. I loro corpi flettevano sotto il peso degli splendidi manti, e le loro chiome si torturavano entro i cerchi massicci delle corone d'oro.

La corona d'Estebano, imperiale e chiusa, colla croce sul colmo, somigliava a quella di Carlo Magno, tranne che in giro apparivano cesellate le tre parole colle quali i romani battezzarono la provincia di Leone:Legio septima gemina.

Sul manto d'Elisenda s'ammirava ricamato in argento il superboleones rampando, e topazi e rubini e diamanti erano sparsi a centinaia sulle vesti dei giovanetti reali. Ma la polvere aveva appannate quelle gemme e quegli ori, e il tarlo aveva róso quelle porpore.

Un'antitesi tragica sorgeva da quelle due bionde figure adolescenti, schiacciate sotto una così polverosa catasta di ornamenti da trono. La stola d'Estebano gli si acuminava dietro il collo con una piega acuta sotto la nuca, e dura e tondeggiante sugli omeri. Una ragna cinerea gli cadeva da una punta della corona fin lungo l'orecchio e gli si perdea fra i capegli. Quei sacri arredi coprivano di maestà e di scherno, incoronavano e vituperavano ad un tempo chi li portava.

Le membra dei teneri sposi avevano smarrita la loro eleganza natia sotto la goffa pompa di quei drappeggiamenti.

Ma i due fanciulli si guardavano, e così vestiti si sembravano più belli.

Allora incominciarono una bizzarra cerimonia.

Sempre inginocchiati, si presero per mano e recitarono il rosario:Elisenda sospiravaKirie Eleison, Estebano rispondevaChristeEleison, e le grane delle avemarie scorrevano lievi lievi fra le ditatiepidamente intralciate. Quand'ebbero finito, Estebano intuonò:

Veni de Libano, sponsa mea, veni,

e nel suo canto s'udivano le vibrazioni dei sorrisi e delle lagrime.

Elisenda rispondeva:

Manibus date lilia plenis.

Poi Estebano:

Fulcite me floribus;

poi, chinando la fronte davanti ad Elisenda:

Salve, Regina,

mormorò soavemente, e le baciò il manto come ad una madonna. Indi ambidue si posero a cantare con voce alta e fiera l'inno delle nozze reali

Te Deum laudamus, te, Domine, confitemur.

Le loro voci unisone salivano e scendevano sul liturgico salmo. La grave melodia faceva risonar l'oratorio; i turiboli appesi, allo scoppio delle forti note, oscillavano, come per accompagnarle colle loro danze.

Così, sempre cantando, Elisenda aveva messo in dito ad Estebano un anello d'onice, e, sempre cantando, Estebano s'era levato e avea steso il pugno nell'ombra dietro l'altare e l'avea ritratto armato da una immensa spada. Poi che si tacquero, egli, ritto in piedi, col braccio alzato, colla punta della spada tesa sul messale aperto, pronunciò questo giuramento:

—Io, Don Estebano, principe di Castiglia, duca di Salamanca e di Zamora, giuro sulla sacrata croce vera di Cristo, sull'evangelio e su questa lama d'Alfonso VIII d'Aragona, giuro d'essere sposo in terra ed in cielo alla principessa Donna Elisenda di Leon, marchesa di Valadolid, contessa d'Asturia, mia eccelsa cugina. Giuro di riconquistare per noi e pei nostri figliuoli il trono perduto di Spagna, di riconquistarlo colla virtù o colla forza, col genio o colla spada, colla pace o colla guerra, col bene o col male, colla clemenza o colla ferocia, sorretto pur sempre dalla sacrosanta religione cattolica. Così sia.

L'orologio di legno battè un'ora. La punta della spada agitata dai fremiti del principe aveva squarciato la pagina del messale sovra cui s'appoggiava.

Estebano si toglieva a stento da quell'atto sovrano e dalla solennità di quel gesto; ma, di repente, come disciolto in un ineffabile bisogno d'umiltà, si gettò per terra colla testa sui cuscini dell'altare, sclamando:

—Adhaesit pavimento anima mea.

Allora Elisenda gli si pose d'accosto, chinò la guancia verso le sue labbra: una lunga perla pendeva dall'orecchio della fanciulla; Estebano baciò quella perla, poi disse:

—Sei bella, o mia regina!

Essa rispose:

—Sei bello, mio re!

E l'amore incominciò le sue note.

L'odore della cera liquefatta saliva nelle nari dei giovanetti; quell'odore era dolce e tedioso e caldo. Ma essi non rimuovevano già più gli occhi l'uno dall'altro.

—Mia soave Elisenda,—la chiamava Estebano, mentre il suo cuore batteva convulso come l'ali d'una farfalla trafitta da uno spillo; poi continuava:

—Posa, posa la tua bianca mano sulla mia fronte e penserò dei poemi!—ed Elisenda posava la mano sulla fronte d'Estebano. Dopo un lungo silenzio egli riprendeva a parlare con questo sogno:

—Elisenda, odi; vorrei che tu fossi una caleide ed io un altro vago e tenue insetto, e che avessimo per padiglione il calice d'un giglio, e lì vivere la corta vita nostra, al blando lume d'un'aurora mitigata dalle nivee pareti del nostro talamo, e poi morire tutti e due in quel giglio odoroso e chiuso.

—Ma non vedi, Estebano, com'è tutto chiuso e non senti com'è tutto odoroso anche questo asilo di pace?

Ciò che dicevano quei due fanciulli erano parole e parevano canti.

Elisenda ripigliava:—Ho dei sogni così gonfi e delle chimere così turbolente nel cuore che, per farnele uscire, mi bisognerebbe infrangerlo. Ciò che nasce nel cuore non può escir che dal cuore! feriscimi un poco qui, Estebano mio, al costato sinistro… tanto che con qualche goccia di sangue possa sprigionarsi anche qualche pensiero. Le labbra umane non sanno la via di queste cose profonde.

Allora Estebano soggiungeva:—No; nel linguaggio che mi hanno insegnato non esiste il nome di ciò ch'io sento per te.

Elisenda chiedeva:—M'ami?

Ed Estebano rispondeva con voce bassa e tranquilla:—Sì,—e i volti avvicinavansi ed allungavansi le labbra; poi baciavansi col bacio religioso e casto che si dá agli amuleti. E continuavano:—Amiamoci più delle rondini e più dei cigni e più dei puledri d'Asturia che vanne a due a due per le ville castigliane avvinti alle carrozze dei re.

L'orologio del vescovo Olivarez batté due tocchi. Ogni volta che quell'orologio scoccava, Estebano trasaliva.—Quell'orologio è lugubre,—pensò;—pare il dito d'uno spettro che bussi là fuori per incitarmi a qualche oscuro mistero,—e rimase turbato.

—Estebano mio, permetti ch'io mi tolga un minuto da te? Oggi ho scordato di dare il pane al mio povero cigno. Tu, intanto, va dal tuo cavallo con un pugno d'avena, perché non muoia di fame.

—Questi, cugina mia, non sono uffici da principi,—rispose Estebano;—lascia che il cigno provveda egli stesso al suo pane e il cavallo alla sua avena. Non istaccarti da me: il tempo fugge, l'ora batte alla porta. Guai a chi esce dal cerchio che gli segnò la fortuna! Poni mente al giorno più lieto de' tuoi anni, perché in quel giorno morrai. Mi ricordo sempre queste parole che udii una volta, predicate sul pergamo nella chiesa di Sant'Ignazio a Madrid da un vecchio gesuita. Questo è il giorno più lieto de' miei anni; temo che se noi esciamo di qui, la morte ci colga.—Poi susurrò, posando il capo sul seno d'Elisenda:—È così dolce la vita!

La fanciulla rispose:—Sia fatta la tua volontà,—e si coricarono entrambi sui gradini dell'altare colle teste appoggiate sullo stesso cuscino. I loro profili sfioravansi; si guardavano l'anima attraverso le pupille degli occhi. Quelle d'Elisenda si dilatavano prodigiosamente e si rinserravano convulse ad ogni battito de' polsi. Dopo un mite silenzio essa chiese ad Estebano:—Dimmi, ti par più bello l'amore o la gloria?

Estebano meditò; poi disse:—Sorella, la gloria non e altro che un grande amore diffuso su molti popoli e su molti secoli; ma l'amore è una soave gloria condensata in un cuore solo e in un'ora sola. È più bello l'amore:

Mejor es penarSufriendo doloresQue estar sin amores.

Le sue parole s'estinsero in questo mormorio cadenzato; poscia egli s'avvinse ad Elisenda e la baciò sulla bocca, e l'abbracciamento fu stretto e il bacio fu lungo; ma la loro posa rimaneva innocente come quella della cuna ed immobile come quella della tomba.

La pupilla d'Elisenda s'alzava lenta, cerulea, simile a un'alba di luna.

Sulla testa dei due giovanetti pendeva, appesa a quattro catenelle d'oro, una lampada di quelle che i primi cristiani chiamavanocoronaephorae; era spenta e di bronzo e tempestata di pietre preziose, sulle quali si rifrangeva la luce del cero con tutti i riverberi del prisma.

Estebano ed Elisenda levavano in su gli occhi e il mento; la nascente lanugine delle guancie d'Estebano toccava la guancia d'Elisenda come l'ermellino ducale tocca il velluto principesco. Gli sguardi dei due giovanetti adagiati erano fissi sulle faccette d'un grosso diamante, che folgorava più d'ogni altra gemma. Le loro labbra si confidavano così gl'incanti dell'iride che li affascinava:

—Estebano,—mormorava Elisenda,—vedo un paese azzurro come una notte serena e come il canto della tua voce; poi vedo uno sciame di farfalle volanti in mezzo a un fumo di mirra!

—Elisenda, vedo un paese verde come un liquido prato o come un oceano tranquillo, e poi degli angioli che si baciano e nuotano coll'ali come delfini celesti!

—Estebano, vedo un paese viola come i colli remoti d'Andalusia, e come il manto della Vergine, e come il solco soave che sempre più si sprofonda sotto le tue palpebre.

Poscia, come l'idea sale dall'effetto alla causa, gli sguardi dei due giovanetti passarono dal diamante della lampada alla fiamma del cero.

Il cero non misurava già più di tre pollici di lunghezza, per modo che il suo dileguarsi era rapidissimo in proporzione della sua circonferenza. Certo quella cera doveva essere amalgamata con qualche materia più adusta. Le goccie scorrevano veloci dal vertice alla base della candela e s'arrestavano per un attimo sugli orli del candelabro; poi, scivolando lentamente e mano mano appannandosi, conformavano una agglomerazione di stalattiti glutinose e verdastre che si perdevano nell'ombra. Il candelabro, alto come una gamba, era d'argento massiccio arrugginito, ed aveva per piedistallo la figura d'un serpe avvoltolato che si mordeva la coda.

Quella santa reliquia emanava una segreta aura di veleno. Quel cero, stillante la sua bava d'ossido su quella ruggine malsana e su quel serpe attortigliato, appariva bieco.

Nell'oratorio si diffondeva sempre più un profumo: era la mollezza dell'oppio, l'acredine della canfora, la limpidezza dell'aloe, mista ad un altro inesprimibile olezzo. Tutti gli aromi d'un gineceo d'Oriente e tutte le esalazioni d'un sotterraneo d'alchimia si condensavano in quell'aura letargica e letale.

La fiamma del cero si circondava di quando in quando con quell'alone di nebbia che si vede intorno la luna durante le insalubri notti autunnali. Il suo lucignolo allungato e curvo portava in cima un carboncello che aveva la forma d'una viola stillante una pioggia di faville incandescenti.

Estebano ed Elisenda scoprivano in quella rugiada di foco l'immagine d'un nuovo paradiso. Fissavano ammaliati il cero sorridendo alla luce, muti, pallidi.

Elisenda riandava colla memoria le ultime parole di Don Sancio, e tentava invano afferrarne il recondito senso; e pensando favellava come in sogno:

—Le anime de' tuoi figliuoli si accenderanno alle faville di quel serafico cero…

—Finché quel cero sarà, vivranno i troni di Spagna…

—Per ispegnerlo ci vuole l'alito di una sposa….e qui s'arrestava conturbata.

—Prima di spegnerlo attendi Estebano tuo…

—Dal tuo grembo sorgerà la storia dei secoli venturi…

—Amate! Germinate!

E piangeva.

Intanto la fiamma calava rapidissima; Estebano la fissava sempre più intensamente; a un tratto s'accorse d'una sigla miniata in carmino sulla estremità del cero. Quella sigla scritta orizzontalmente formava queste tre lettere disposte così:

antichissimo monogramma delle paroleHave. Iesus.

Estebano s'erge in piedi, corre verso il cero, afferra il candelabro pesante, lo innalza vigorosamente, lo capovolge; poi, segnando coll'indice sinistro la sigla rovesciata così:

grida volto verso Elisenda:—Stephanus Imperator Hispaniae!

Elisenda lo guardava atterrita, eppur beata, tanto era sublime quel fiero garzone in quell'atteggiamento di trionfo. Ma intanto la fiamma sconvolta divorava il cero e mordeva il dito d'Estebano.

Quando il pesante candelabro fu ricollocato sul suo piedistallo, della torcia non rimaneva più che un mezzo pollice appena; le lettere H e I della sigla erano dileguate.

Elisenda sclamò:—Guai a me se si spegne!

Il giovanetto s'accorse allora che tutto intorno all'estremo del cero girava una grossa lista di pergamena. La distaccò per prolungare così d'un minuto la vita alla fiamma.

La pergamena era piena di simboli sacri, di formule cattoliche che s'insertavano bizzarramente a molti caratteri orientali. Nel mezzo della lista apparivano queste parole miniate in rosso:

Estebano s'era messo già a decifrar quel mistero, allorché Elisenda dié un grido.

—Elisenda mia!—sclamò, e le fu subito accanto.

—Ho tanta sete,—sospirò la fanciulla, mentr'ei, tutto chino sovr'essa, le toccava i polsi e la fronte.

Essa ripeteva tutta ansimante:—Leggi, leggi ciò che stringi nel pugno. Un anatema pesa su noi in questo minuto. Leggi, ma non partirti da me; leggi qui,… qui.

La fiamma si dibatteva convulsa; pareva quasi un'anima che si ribellasse alla morte.

Quell'estremo avanzo d'antichissima reliquia cattolica e monarchica pareva fatale a vedersi. Era più che un lumignolo che s'estingueva; era un'agonia. Otto secoli accumulati su quella torcia agonizzavano con essa. Una religione possente e una stirpe trionfale esalavano l'anima nel crepitio di quel cero. Quel cero soffriva la rabbiosa angoscia del reprobo; le sue convulsioni affrettavano la sua fine. Una luce fredda, verdastra, inquieta vagava nella cappella e rendeva penosa ad Estebano la lettura dell'anathemamezzo arso, macchiato, irto d'intralciatissime cifre.

—Estebano! Estebano!—ripigliava la fanciulla tremante avviticchiandosi al collo del giovanetto, mentr'ei frugava cogli occhi quelle iscrizioni oscure.—Guardami, guardami! prima che il cero si spenga, prima che la notte infinita ci copra, guardami! Dammi un bacio, e che il tuo bacio mi dial'alito di una sposa; poi soffierò sul cero prima che si spenga.—

Ei la guardò; un fremito febbrile li avvolgeva. Ricaddero col capo sul cuscino della corona. L'afa dell'oratorio, l'amplesso violento in cui erano assorti, li soffocavano.

—Resta qui,—diceva Elisenda con voce fievole.—Non posso alzarmi; la mia fronte suda piombo bollente e il mio seno stilla rugiada di manna. Vorrei morire adesso, vorrei che la mia vita si sciogliesse fra le tue braccia, dolce, mesta, serena come una cadenza d'arpa, come gli ultimi accordi d'un organo…

—Se io morissi ora,—rispondeva Estebano,—l'angelo sarebbe già accanto a me; e le lagrime inumidivano le loro labbra, che si parlavano unite… La fiamma del cero non guizzava più, ma diveniva più fioca; il pavimento dell'oratorio era già immerso in una fluttuante penombra.

—La luce muore—disse Elisenda.

—Lasciala morire,—rispose Estebano;—quando saremo nel buio, le tue labbra mi parranno più dolci…

Un ribrezzo vago s'agitava ne' loro fianchi, sotto il pesante incubo degli ornamenti reali…

L'oscurità era fitta…

Elisenda gridò:—Ah! questa cintura m'abbrucia!…—e divennero muti.

Il lucignolo della torcia era mezzo affogato nella cera liquida che affluiva intorno ad esso come un lago oleoso; quando quella cera traboccò giù pel candelabro, la fiamma si ravvivò come per incanto e brillò luminosissima e fissa.

Estebano guardò Elisenda che non profferiva parola; poi, con un supremo sforzo, si levò e corse alla fiamma del cero colla pergamena spiegata. Un lampo dell'anima gli rivelò la scrittura. Lesse:—Quand'io morrò, morranno i troni di Spagna.

La fiamma vacillò, Estebano rabbrividì. C'erano ancora due versi che bisognava leggere… gli occhi del giovanetto s'offuscavano… gli pareva vedere Elisenda stesa a piè dell'altare, immobile e bianca, e avvolta in un fumo. Gli ultimi fili del lucignolo caddero nel lago di cera liquefatta, ma non si spensero. Estebano si chinò sulla fanciulla moribonda, concentrò in un impeto solo tutte le forze degli occhi e del pensiero; il fumo del lucignolo lo attossicava, un'acre angoscia gli salia nella gola. La fiammella scemava, scemava, e più che scemava, più diventava serena… A un tratto apparvero chiare queste parole sulla pergamena:

Ho sulla cima il meleE in fondo il veleno dell'Upas.

La fiamma si spense.

L'orologio di legno batté tre colpi spaventosi.

Estebano cadde.

Brillava ancora sul fumido lucignolo un'ultima brage. Era l'occhio sanguigno delle tenebre. Dopo qualche minuto secondo s'udì per terra lo strisciare d'un corpo che si trascinava penosamente… poi due baci… poi uno stridor di mascelle tremanti…

L'ultima brage si spense. Tutto ripiombò nella notte; tutto ripiombò nel silenzio.

Un'ora prima dell'alba il gallo di montagna cantò come per interrogare un mistero.

Molti e molti anni dopo il dramma senza data che or finimmo di raccontare, sorgeranno in Ispagna questi avvenimenti:

Un poeta si ricorderà dell'anno 613, quando il re Egica, prosternato colla faccia a terra davanti i vescovi cattolici, si sentì sulla nuca premere le calcagna di quei santi.

Un altro poeta si ricorderà dell'anno 730, quando l'Oriente calò sull'Iberia con tutte le sue mollezze e con tutte le sue pestilenze.

Un altro poeta si ricorderà dell'anno 1578, quando l'invincibile armadafu distrutta dal mare, cioè da Dio.

Un altro poeta si ricorderà dell'anno 1879; e un altro si ricorderà anche dell'augusto secolo presente, e sorgerà per la Spagna intera un forte ed armonioso ridestamento d'idee.

S'alzerà un filosofo che parlerà così alle turbe raunate nei giardini di Madrid:

—Spagnuoli! Un cieco istinto di sommissione verso i troni e verso la Chiesa fu il peccato mortale della nostra razza. Noi abbiamo sonnecchiato sei secoli nel culto delle fedi antiche. Guardate com'è già lontana da noi la spira luminosa del progresso.

—Fin dalle prime aurore del 1500 cominciò in Europa l'assalto contro gli errori e i pregiudizi degli avi.

—Mentre l'intelletto umano compiva atti prodigiosi, mentre le scoperte s'accumulavano su tutti i punti dell'orizzonte mercé la indomabile energia del progresso, la Spagna continuava a dormire, impassibile, incurante, vanagloriosa, sull'estremo punto d'Europa, incarnazione letargica del Medio Evo…

E allora la turba briaca non aspetterà la conclusione del discorso e si getterà a capo chino, come il toro dell'anfiteatro, in una corsa furibonda e feroce. E il severo filosofo rimarrà solo, mesto, deluso, a fronte dell'Idea.

La turba irruente, colla bava dei torrenti alla bocca, armata di scuri e di pugnali, salirà alla devastazione dei troni.

Allora, un truce, un vecchio assassino si ricorderà alla sua volta che sull'alto d'una certa montagna d'Estremadura s'era rifugiata una razza di re discendenti da Urraca di Castiglia.

La turba correrà alla montagna, assalirà gli spaldi, troverà lo scheletro d'un cavallo legato sulla cui gualdrappa si potrà ancora vedere lo stemma castigliano. La turba colle picche in pugno salirà le scale, demente, furente; cercherà nei penetrali più remoti del castello le tracce dei figliuoli dei re.

Finalmente giungerà all'oratorio, spalancherà la porta, invaderà quel tenebroso asilo di preganti, che sarà ad un tratto rischiarato dalle torve faci della rivolta.

Allora appariranno agli sguardi della turba due figure di re, coronate e coperte di porpora e abbracciate l'una all'altra come nello sgomento e nell'amore.

Un rosso demagogo toglierà loro dal capo le corone e palperà loro la testa; poi dirà alla plebe impaziente:

—Gettate pur le mannaie; costoro sono morti da mezzo secolo.

Savio Meng-pen, discepolo mio prediletto, fin da quel giorno in cui la paralisi m'irrigidì la lingua (e fu in sul principio di questa luna), tu mi sei stato sempre vicino, hai soccorso ai bisogni del mutolo ora indagando il mio cenno, or seguendo con l'occhio, e come anche ora fai, la traccia del mio calamo su questo papiro. Operando così tu mostri di possedere la più nobile fra le virtù, quella che Kong-tseu chiamavavirtù d'umanità, e perciò ti lodo. E lodo Iddio che largì agli uomini tre possenti mezzi d'eloquenza nel gesto, nella penna e nella lingua, per modo che, grazie alla tua fedeltà, s'anco mi sia tolto il conversar delle labbra, mi sembra, scrivendo ciò che tu leggi, di non esser mutolo, giacché mi valgo d'una manifestazione dell'animo assai più lenta ma molto meno infedele che non sia la parola parlata. Afferrando la penna mi pare di stringere la mia lingua nel mio pugno e di assoggettarla meglio alla volontà e al pensiero.

Tu vedi adunque, savio Meng-pen, come codesto morbo, il quale non è altro che un mio placido silenzio, e non paralizza menomamente la sensazione dell'orecchio né i movimenti della mano, e annoda soltanto il volubile organo della pronunzia, possa essere considerato come un bene piuttosto che come un male, giacché molti danni intravvengono agli uomini dalla parola ed io sono ora salvo da tali danni e perciò più perfetto nella mia persona che tant'altra gente ciarliera.

Rammentati del saggio Wen-Wang di cui è scritto nel Lun-yu, che rimase rinchiuso nell'eremo suo per tre anni senza profferire vocabolo. Pur ch'io m'illuda d'imitare quell'antico re e filosofo, mi troverò una volta di più contento nel mio silenzio.

Tu sai, per quella dimestichezza che avemmo insieme, come io sia stato sempre eccessivamente propenso per mia indole al tacere.

Sai come in tutte le speculazioni del mio ingegno, e in forza della sublime scienza che professo, io abbia prediletta sempre la forma grafica del pensiero e anteposto la linea che io geometra stendo sulla tavola d'avorio, ad ogni altra dimostrazione di verità. Se la linea dunque è superiore alla parola, il carattere figurativo della nostra gloriosa patria chinese è più atto d'ogni altro a rappresentare l'idea. Ciò che non è scritto, non è dimostrato che in parte. Felice me dunque che obbligato per esprimermi a mover la penna anzi che le labbra, sono così miglior interprete del vero.

Già da parecchi giorni volevo tracciare queste righe per farti sapere che la mia calma, ammirata da te fin dalle prime ore del morbo, non è soltanto rassegnazione serena, ma sincero accontentamento dell'animo; e tu che m'ami, acquetati filosoficamente in questa certezza.

Non ti rivolsi mai tante parole di seguito negli anni della mia completa salute ed ecco che, essendo ora mutolo, incomincio a diventare loquace.

Sorridi pure senza temere d'offendermi; coll'orlo della pupilla, vedo l'onesto riso del tuo occhio intento a dicifrare l'orma tranquilla della mia scrittura. Sorridi pure delle contraddizioni umane, le troverai nei più saggi; ma non tralasciare di cercare il punto d'intersecazione in cui i due moti contraddittorii s'uniscono, perché colà troverai la sintesi dell'uomo e la spiegazione d'ogni sua apparente stranezza, e il tuo labbro si farà serio tosto.

Certo, sono diventato loquace per ciò solo che non diffido più della mia lingua. Se quando potevo parlare non osavo intrattenermi teco d'altra materia meno esatta che non fosse la nostra scienza, credi che la ragione di ciò non è da ricercarsi in nessuna titubanza o in nessun disdegno ch'io m'avessi di confidarmi teco, anzi la mia natura mi ha sempre spinto all'espansione fino dagli anni più teneri. Mi astenevo solo perché m'è sempre parso che la parola dovesse molto o poco travisare l'intenzione dell'affetto, e per omaggio all'affetto stesso frenavo lo slancio interno che mi trascinava ad espandermi. La vergogna dell'arrischiare, parlando, di commovermi più che non s'addicesse a filosofo, mi tratteneva anche. Fin da quando compresi d'esser uomo, mi studiai di raggiungere quella forza morale che Confucio chiama l'irremovibilità del cuore, e in parte, a prezzo d'angoscia, la conquistai. Fin da quando lessi in Mencio che Kao-tse non si lasciava scuotere da emozione alcuna, mi studiai di possedere così solenne impassibilità. Io so fin dove posso paragonarmi a Kao-tse.

Molte, anche fortissime azioni so di potere pacificamente compiere; altre poche e in apparenza semplici, no. Pure fin che avrò vita lotterò contro me stesso come un ginnasta e trionferò di codeste ultime fiacchezze per le quali a volte mi giaccio.

Fu una di queste fiacchezze la fatale occasione della vertigine che mi colse il dì della nuova luna, mentre stavo calcolando sulla tavola d'avorio, in presenza tua e d'altri miei colleghi e discepoli e del venerabile Kung-sie, l'altezza dell'obelisco di Wei. Ti rammenti che in quel calcolo vi fu un punto in cui io volli generalizzare le mie dimostrazioni a tutte le forme trapezoidali? Ti rammenterai anche, o Meng-pen, che dopo aver disegnato col carbone tre lati d'un trapezio, mentre stavo tracciandone la base, dicendo queste parole:—il trapezio, come sapete, è una figura piana di quattro lati ineguali, due dei quali sono paralleli…—mi turbai un poco, e quando soggiunsi:—benché lo trapezoide differisca dal trapezio…,—svenni; poi mi ridestasti mutolo.

I medici hanno ricercata la causa della mia malattia nel sangue, e credo che abbiano ragione; e so anche di certo che questa infermità mi sarebbe un dì o l'altro capitata per la gravezza dei miei anni; ma so pure che non la causa, ma l'occasione per la quale mi accadde ciò, fu il trapezio.

Sappi dunque, mio dilettissimo Meng-pen, che in mezzo secolo ch'io ammaestro le generazioni nelle matematiche, non ho mai potuto descrivere un trapezio senza confusione dei miei spiriti vitali.

Se alzo gli occhi dalla carta vedo che Meng-pen mi osserva con meraviglia e quasi con incredulità e alterna lo sguardo or sulla mia scrittura or sul mio volto per tema ch'io vaneggi. Onesto Meng-pen, rassicurati. Se ti fosse noto un segreto della mia giovinezza, ti sarebbe manifesta l'origine di quella ubbia strana del trapezio, ubbia che ora soltanto incomincio a domare appunto perché provocò in me una crisi violenta.

Tranquillizzati, amico; penetro nel desiderio che mi nascondi e lo trovo concorde al mio. Nessuno è degno più di te di fiducia. Ti ho insegnato tutte le scienze che possiedo. Sei giunto alla maturità della ragione, sai osservare, discutere, ascoltare, entrare ed uscire secondo illibro dei riti. Tu sacrifichi la tua giovinezza alla mia vecchiaia, la tua salute alla mia infermità; è troppo giusto che tu sappi una avventura che a questa infermità pare strettamente legata.

Quante ore mancano alla cena?

Sta bene. Chiudi l'uscio a chiave. Riaccendi la lampada del thè. Porgimi la cartella di lacca. Avvicina lo scranno di bambù che sta davanti il terrazzo. Siedi. Io scriverò sulle mie ginocchia; ti permetto di appoggiare la testa sul dorso del mio seggiolone; potrai scorgere così più agevolmente i caratteri.

Leggi attento. Incomincio.

L'anno della grande carestia io era, nella provincia di Tsing, un fanciulletto di sette palmi d'altezza. Mio padre era morto e la mia brava madre s'affaticava, colla coltivazione di tre camperelli, a sostentarmi. Ma la crudeltà della terra infieriva e il governo, più crudele ancora, esigeva dall'affamato agricoltore l'integralità del tributo. Il popolo precipitava ogni giorno in miseria più cupa. I figli adulti non potevano più mantenere i loro vecchi padri, le madri dovevano abbandonare alla fame i loro piccoli bimbi; le famiglie disperse migravano per le quattro parti dell'impero in cerca di vita. Ogni germinazione pareva spenta, isterilivano i semi e le corolle. Nulla più nasceva, tutto moriva. Il mercante di bare, che specula sulla morte, ammassava tesori, ma un sacco d'oncie d'oro valeva meno d'un sacco di riso. E vi fu un giorno che anche i funerali parvero superflue cerimonie. I mesti riti sacri a Confucio ed a Mencio stettero negletti per lunghi mesi. Nella città di Tsing più di mille tra vecchi ed infermi si precipitarono dalle mura per sottrarsi alla fame. L'inverno s'avanzava. Io intanto saltavo attraverso i campi, m'arrampicavo sulle piante ischeletrite senza foglie e senza nidi, m'esercitavo al bersaglio colle pietre, colle freccie, colle frombole. Mangiavo tutte le mattine unpingdi riso bollito e tutte le sere un pezzo di pasticcio di miglio. Ma un giorno vidi, attraverso l'uscio socchiuso che metteva nel granaio, vidi mia madre curva su d'un sacco mezzo vuoto. Essa teneva nella mano destra una piccola misura di quelle che chiamiamochao, la immerse quattro volte nel sacco e tre la estrasse piena di grano, la quarta non raccolse che poca polvere. Quando la buona donna si voltò, vidi che piangeva; fuggii senza ch'essa si fosse avvista della mia presenza. Per tutto quel giorno e il giorno appresso, mia madre, muta, pareva occultasse un orribile dolore. Il terzo dì, dopo essersi assentata per qualche ora da casa, rientrò in compagnia d'un uomo vestito da marinaio europeo. Mi chiamò; poi, mostrandomi allo straniero, disse:—Ecco il mio unico figliuolo; ha nome Yao; gli ho insegnato a leggere e a scrivere; è snello e robusto come un leopardo, ed ha anche l'appetito d'una piccola fiera, ma d'una fiera buona, paziente e saggia.—C'erano nelle parole della mia povera madre certe interruzioni, certi brevi silenzi angosciosi. Poi, rivolta a me, disse:—Yao, questoKoo, questo mercante, ha un bastimento pieno di biscotti e di miele, un grande bastimento che viaggia sul mare. Tu lo seguirai,—soggiunse,—diventerai un valoroso navigatore, mentre io mangerò sola i tuoipingdi riso e i tuoi pasticci di miglio.

Poi, rivolta al mercante, gli disse col più tenero accento della supplicazione:—E perché non mi sarebbe concesso di accompagnare mio figlio? potrei rattoppare le vele della nave, medicare i malati; sarei utile, paziente e coraggiosa.

IlKoorispose scandendo le sillabe in modo bizzarro ed aspro:—Non voglio donne a bordo.

Mia madre, rassegnata, tolse allora da un armadio, che rivedo ancora nella memoria tal quale, tolse una borsa di pelle e la consegnò al mercante con queste parole:—Ecco la somma pattuita: cinquanta oncie d'oro. Intendo comperare con questo denaro una fibra viva del vostro cuore pel mio piccolo Yao. Ho messo dieci anni ad ammassare le cinquanta monete che state contando.

Poi dallo stesso armadio quasi vuoto (e alcuni mesi prima era pieno di molti cibi buoni e dolci) tolse un libro legato in seta (il libro che in questo momento giace sul mio scrittoio, nel secondo scaffale) e me lo diede e disse:—A te, figlio mio; in questo volume ho raccolti e cuciti colle mie proprie mani ilLun-yu, ilTa-hioe ilTsiung-yung. Ti ho insegnato a dicifrare i nostri antichi caratteri a ciò tu potessi un giorno leggere questo sacro libro, la cui sapienza profonda ambivo spiegarti io stessa verso a verso; ma le calamità della terra mi vietarono una tal gioia. Poiché tu possa continuare a vivere, è necessario che tu ti separi da me. Tutte le volte che leggerai qua entro, fa di rammentarti di tua madre.

Io piangevo, essa piangeva; eravamo avvinti in un bacio.

A un tratto ilKooguardò l'orologio, mi afferrò la mano, mi strappò dalle braccia materne gridando:—È tardi.—Mi trascinò seco. Giunti al limitare dello squallido orto, scendemmo giù per la vallata finché giungemmo alle sponde delFiume Giallo. Avevamo corso ben mezza lega quando salimmo in unsam-pana sei remi. Io mi accasciai sotto la prua con minore coscienza di me medesimo che se fossi stato una pietra. I remiganti batterono le onde. Il sonno pesante dell'angoscia piombò sulle mie palpebre. Quando mi destai ero a bordo d'un immenso vascello galleggiante su d'una immensa pianura immensurabile che mi pareva un universo d'acque, e mirai per la prima volta, esterrefatto, il mare.

Il mio stupore fu sì forte che dimenticai mia madre finché il sole s'ascose sotto all'orizzonte.

L'infanzia, savio Meng-pen, è un canto vago, incompreso mentre vibra, che diventa chiaro più tardi nella memoria.

Le soluzioni di molti oscuri problemi della mia fanciullezza non mi si rivelarono evidenti che quando divenni adulto.

Nei primi giorni ch'io navigai sul vascello di quell'uomo crudele che mi strappò dal bacio materno, non pensai di esser vittima d'ungin-mù, d'un mercante di schiavi, d'uno di quelli che la timida ironia del popolo cinese chiamapastori d'uomini.

Vissi fidente fra le mani di colui, perché mia madre mi ci aveva posto. Ma una idea mi preoccupava: non avevo ancora gustato né visto i biscotti ed il miele, di cui, come mi aveva detto la madre, doveva esser carico il bastimento.

Un giorno, mentre la maggior parte dei marinai erano immersi nel sonno delle ore meridiane, fui tentato d'andare a scoprire il sito ove dovevano essere nascoste le dolcissime ghiottonerie che mi erano state promesse. Il denaro che mia madre aveva dato per me al capitano, mi costituiva nella mia coscienza il diritto di una tale esplorazione.

Scesi quatto quatto la ripida scaletta che metteva capo alla stiva della nave. Giunto al fondo, mi trovai in mezzo ad una folta penombra, che più avanzavo e più l'oscurità si faceva cieca. Mi posi carpone per non incespicare fra le gomene che ingombravano il pavimento. Camminavo così, timido e cauto come un gatto che intraprende qualche pericolosa avventura.

La tolda sul mio capo era muta, indizio che nessuno si moveva sul ponte. Mi feci coraggio e spinsi la mia esplorazione in dritta linea fin che m'arrestò una parete. Palpai davanti a me fra le tenebre, e indovinai una porta. Il mio dito mignolo s'incastrò in una fessura, lo estrassi e in sua vece posi l'occhio. Attraverso quello spiraglio non vidi che ombra. Pure sapevo che in quell'ombra doveva celarsi il dolce carico del bastimento.

Sperai che a forza d'aguzzare lo sguardo la pupilla dovesse abituarsi a quell'ombra e diradarla. Infatti, dopo qualche minuto un torbido barlume mi rissensò l'occhio. Con l'avida curiosità di un fanciullo goloso che sta spiando un mondo di ghiottonerie, stetti immobile a contemplare ciò che non discernevo ancora. Tutto il silenzio ch'è possibile in mare regnava in quella stiva.

Più guardavo attraverso lo spiraglio e più il barlume aumentava. Poco a poco mi parve che l'ombra quasi vinta si condensasse tutta da un lato in istrati orizzontali e, condensata, assumesse corpo, ma corpo vero e quasi profilo, anzi vero profilo e forma d'uomo.

Prima vidi una testa negra come la caligine, una testa dai capelli lanosi e dalle grosse labbra, poi un torso che respirava affannosamente, poi due ginocchia tremanti; le braccia non vidi; parevano legate sotto la schiena. Quel corpo era disteso sul suolo.

La curiosità della gola aveva fatto posto nel mio animo ad un'altra curiosità assai violenta, quella della paura.

Spesse volte il vero piglia gli aspetti dell'allucinazione. Mi sembrò repente che quel corpo legato e disteso si riflettesse dieci o dodici volte collo stesso profilo e collo stesso atteggiamento, quasi ripercosso nei cristalli di due specchi neri.

Il mio sguardo fuggì atterrito all'opposto lato della stiva. Lì altrettanti corpi di color giallo giacevano stesi in senso inverso, con le piante contro le piante dei primi. Senza l'anelito dei petti li avrei creduti cadaveri.

Ma una fulminea staffilata che piombò sulle mie spalle, mi strappò subitamente al mio terrore e mi rinfrancò lo spirito inorridito.

Dietro di me stava una irosa figura che teneva una lanterna accesa con una mano e una scuriada con l'altra. Riconobbi ilpastore d'uomini.

Quando, come adesso, rievoco nella memoria quell'attimo feroce in cui sentii piombare sulla mia schiena la sferza delgin-mù, penso che quello fu l'attimo decisivo e capitale del mio destino, l'impulso primo che inflisse al mio spirito quel moto particolare del pensiero che vien detto, fra gli uomini,carattere, e che è quasi uno stile dell'anima.

Da quel momento la mia vita s'è divisa in due epoche, dirò più, in due ere morali: prima della staffilata delgin-mù; dopo la staffilata delgin-mù. Ma qui permetti che ricorra ad un'immagine. Sai che per le salme degliTsingsi estrae dal più ardente veleno una goccia di balsamo che, appena infiltrata nel cuore del floscio cadavere imperiale, lo irrigidisce, lo trasforma in macigno incorruttibile. Alla stessa guisa mi parve d'essere stato, io vivente, tramutato dallo staffile delpastore d'uomini.

Pure il minuto che seguì immediatamente il colpo non te lo saprei descrivere; lì c'è una lacuna nella mia memoria.

Dopo il momento ch'io rimasi rattrappito nel più profondo della stiva, sulla soglia tragica che ti scrissi, con due violenti fulgori sul volto, la luce della lanterna e lo sguardo delgin-mù, la mia rimembranza s'estingue. Mi ritrovo poi immobile, placido, imperterrito a cavalcioni della più eccelsa antenna d'artimone, dominante il mare. Come io fossi saltato sulla tolda e arrampicato sull'albero maestro, non lo rammento. Ma so che il piccolo Yao, che prima se ne stava accovacciato fra le tenebre, non era più quello stesso che s'ergeva librato fra le sartie della nave, col sole nelle pupille e colla fronte al vento. La mia mente pareva essersi sollevata col mio corpo fra quelle libere altezze, sentivo trabalzar il mio cuore con rapidi e fierissimi slanci, come se la sferzata di quel manigoldo avesse mosso nel mio petto un meraviglioso palèo. Il senso della dignità offesa è più delicato e più puro nel fanciullo che nell'uomo, perché in quello il risentimento è più ingenuo e lo sdegno prodotto dalle tracotanze umane più nuovo. Aggiungi a ciò che fin dalla tenerissima infanzia ebbi la coscienza di possedere un sentimento di giustizia irresistibile, sentimento che m'accompagnò per tutta la vita.

La giustizia apparve sempre nel mio pensiero esatta, evidente come una verità tutta fisica. Quando nella mia età matura incominciai a studiare le matematiche, un diritto leso ripugnò alla mia coscienza nello stesso modo che un calcolo errato al mio intelletto.

Riabilitare il diritto o correggere il calcolo, era per me tutt'uno e mi trovavo formidabilmente spinto verso le vendette da un chiaro e calmo principio scientifico. Attacco e difesa, azione, reazione, angolo percosso, angolo riflesso, identici assiomi che dimostravano lo stesso vero sotto vari aspetti. Il dubbio, il mistero, tutto ciò che è vago e indefinito, fu sempre contrario all'indole mia; non ho mai potuto sopportare a lungo un aspetto, un problema insoluto, una menzogna; s'agita in me un vasto bisogno di constatazione. Ho sempre odiato le tenebre e le fantasie dei romanzi; ho avuto sempre paura dell'ignoto, del noto mai. Ecco perché spiante nell'ombra allo spiraglio della stiva, intravvedendo la bieca fantasmagoria di martirii che ti accennai, tremavo; quello era l'ignoto. Ecco perché la sferzata precisa ed evidente delpastore d'uominimi aveva ridonata la calma e colla calma la forza.

Placido sull'antenna, pensavo; pensavo che quella mia discesa nella stiva era stata giusta e saggia, perché ne avevo dedotto la certezza che quelgin-mùingannava mia madre. Il carico di schiavi l'avevo visto co' miei occhi; nessun'altra mercanzia apparve né sotto né sopra il ponte. Sentivo d'essere caduto in potere di un feroce nemico, e fanciulletto e solo, provavo il bisogno di difendermi, di armarmi, di conquistare le nobili forze del corpo e della mente, tanto più che difendendomi mi pareva di vendicare mia madre. Sotto i miei piedi penzolanti nel vuoto vedevo l'equipaggio della nave muoversi, affaccendarsi; tutta quella folla mi sembrava ostile. Compivo in quel giorno undici anni; mi rammento di aver fatto questo computo.—Undici anni!—pensai con orgoglio, e levando il mio berretto marinaresco dal capo, mormorai gravemente come compiendo un voto sacro:—Sii tu il mioKuan, il mio berretto di virilità; sono uomo!—E mi ricoprii fieramente la testa. Anticipavo così di nove anni la tradizionale imposizione delKuane m'ero consacrato uomo da me stesso.

La luna spuntava sull'orizzonte e l'aura del giorno non era ancora scomparsa. Io rimanevo sulla mia antenna, immerso nelle brezze marine co' miei pensieri. A un tratto, nel torcere gli occhi in giù, vidi un non so che di bruno che s'arrampicava sull'albero maestro con maggior sveltezza e rapidità che una scimmia. Un attimo dopo riconobbi un fanciullo bizzarrissimo nel volto e nelle movenze, il quale cavalcava già l'antenna accanto a me.

Appena ch'egli ebbe inforcata l'antenna di fronte a me, quel fanciullo ed io ci guatammo come due esseri di razza contraria che si vedono per la prima volta; attoniti, serii, faccia a faccia e muti.

Per un istinto tutto bambinesco di vanità e di difesa misurai collo sguardo le nostre due stature. Le punte de' suoi piedi, penzolanti nel vuoto, giungevano al malleolo de' miei ed i suoi occhi non arrivavano al mio mento. Arguii, dunque, con tacita compiacenza, che sul suolo io sarei stato d'un palmo e mezzo più grande del mio aereo compagno. Il suo corpicino snellissimo s'agitava tutto senza posa, come uno di que' vibrioni d'acqua che vivono in una oscillazione perenne, e la mobilità del suo volto era anche più rapida che quella delle sue membra. Le sue chiome apparivano più nere e più lucide di questo inchiostro col quale scrivo, e prolisse e pendenti e attortigliate come le corde che sopravvanzano dalla testa delle nostre citàre. Di quei capelli foltissimi nessuna parte era rasa; il vento li scuoteva dolcemente di qua e di là, come una pianta di zonarie marine dondolante nell'onda. La sua pelle aveva il colore dell'oliva acerba e sotto i pori sembrava gli traspirasse anche l'untume dolce di quel frutto. Quella testina livida e ardente pareva impregnata d'un balsamo oleoso; il mio sguardo scivolava su di essa senza potersi arrestare a nessun punto, tanta era la instabilità del fanciullo. Fra un guizzo e l'altro del suo volto, lo potei mirare negli occhi, neri così che mettevano raggi come due carboni elettrici, raggi intermittenti ed acuti. Tutto quel corpo era un magnete. Si pensava, a vederlo, che una elettricità più che un'anima lo vivificava. Benché io, giovanetto, a quell'epoca non conoscessi ancora le leggi di certi fenomeni fisici, presentivo che se avessi avvicinato un mio dito alla fronte di quel fanciullo, ne sarebbe scaturita una scintilla. Non credevo allora, come non credo oggi, alle cose soprannaturali; pure una strana inquietudine m'agitava accanto a quella bizzarra creatura d'aspetto fantastico. Oltre gli occhi, altri due punti su quella figura brillavano: i denti fulgidissimi e una piccola moneta d'oro che gli penzolava sul petto nudo. Vestiva una zimarra bruna e sdruscita e squarciata in mille modi e ridevolmente amplia che, sbattuta dal vento, gli svolazzava d'intorno, spandendo al cielo un'allegria di brandelli scossi.

A un tratto egli scoppiò in una sonora risata e con intensa curiosità indicò la mia coda, che fin da quegli anni avevo bellissima, e che dalla sommità del cocuzzolo sfuggendo di sotto al berretto, pendeva lunga lunga e solenne.

Io, a quello scroscio di risa, rimasi muto, immobile e un poco offeso.

L'altro allora incominciò a parlarmi un idioma armonico e strano che non avevo inteso mai; il suo accento terminava come interrogandomi. Quella voce mi penetrava nell'udito così soave che il mio sdegno nascente scomparve e fece luogo a un moto primo di simpatia.

Le cose ch'egli mi chiedeva pensai che dovessero essere, senza dubbio, argomenti di affettuosa inchiesta. Mi immaginai ch'egli mi domandasse, non so perché, di mia madre. E fermo in questa supposizione, risposi con tutta semplicità nel mio linguaggio:—Mia madre è una poveraKùa! (vedova).

A quelle parole il fanciullo fu colto da una frenetica ilarità. Strillò sghignazzando:—Ah!Kùa! Kùa! Kùa!Ah!Kùa! Kùa!—capitombolando sull'antenna più svelto d'una girandola. Poi fra le vociferazioni e le risate si lasciò piombare colla testa all'ingiù, si abbrancò ad una fune, e scivolò così capovolto fin sul ponte, più ratto di una pietra e più leggiero d'una piuma; e scomparve.

Io rimasi ancora sull'antenna, sorpreso, meditabondo. L'apparizione di quel fanciullo, là sulle alture dell'albero maestro, fra il cielo ed il mare, mi aveva scosso, né arrivavo a immaginarmi da dove poteva essere sbucata quella pazza creatura che non avevo veduta mai prima d'allora sul vascello.

Intanto il vascello correva gagliardo, la vela sotto di me si gonfiava maestosamente piena d'aria. S'era fatto notte. Lungo il mio corpo vidi repente scorrere un lume che si fermò alla cima dell'albero; era la lanterna del bastimento. Il rintocco d'una campana annunciò la cena della ciurma e discesi sul ponte.

Diletto Meng-pen, l'occhio tuo diligentissimo ha seguito fin qui i preliminari del mio racconto, troppo, forse, lentamente svolti dalla mia penna. Perdona all'involontaria prolissità d'un vecchio che ritorna col pensiero sui più giovani anni della sua vita. Mille particolari del passato si presentano alla mia mente che li coglie come se ti favellassi, e dimentico che scrivo e che tu leggi accanto a me le diffuse parole che vado delineando. Ma di questa prolissità minuziosa esiste (lo temo e lo sento confusamente), esiste anche una causa volontaria in parte.

Questa causa sta nel ribrezzo che provo d'avvicinarmi a quella stessa catastrofe la di cui narrazione è lo scopo di questo racconto. Mentre mi soffermo qua e là nello scrivere, osservando e dissertando allontano dalla mia penna e dal mio pensiero l'incontro dell'ultimo avvenimento verso cui fatalmente s'avvia questa mia storia. E appunto nella esposizione di quella catastrofe, più assai che altrove, mi converrà adoperare tutta l'arte della più minuta e scrupolosa analisi.

Ma il tuo volto atteggiato ad espressione di nobile pazienza mi conforta a ripigliare il mio tema.

Dopo ch'io m'imbattei sull'antenna con quel fanciullo bizzarro che ti descrissi, non passò ora che non fossimo insieme. Egli, nei dì anteriori era stato rinchiuso dal suo padrone in una cabina del bastimento per castigo di non so più quale colpa.

Ecco perché non l'avevo mai scontrato sul ponte nei primi giorni della navigazione. Quel fanciullo esprimeva colle riflessioni della fisionomia, colla vivacità dei gesti e col modular dell'accento tutto ciò che, in sulle prime, il suo barbarico gergo aveva d'incompreso per me. Egli parlava un misto di latino e d'orientale, e la sua nazionalità era ibrida più che il suo idioma. Apparteneva a una schiatta di popoli errabondi, senza patria e senza nome, o, per dir meglio, di più patrie e di più nomi. Sul ponte egli esilarava la ciurma che si componeva di marinai di vari paesi; alcuni lo chiamavano, sorridendo,Tartaro, altriPharaòhnepek; gli americani lo battezzavano perindiano nero,Hind-Kales; gli olandesi lo qualificavanoHeidene(idolatra); parecchi gli dicevano sorridendogypsi, parecchi altrigitanoozingaro.

A tutti questi appellativi diversi egli rispondeva indifferentemente. Ma quando alcuno lo richiedeva del suo vero nome indicante la sua propria personalità, il piccolozingarodenudava il suo braccio sinistro e con un gesto grazioso e solenne poneva l'indice della mano destra su d'un tatuaggio che ornava la gagliarda curva del suo bicipite, e pronunciava la parolaRamàr, secca, sonora come due colpi di tamburo. Ramàr ed io diventammo amici prestissimo. Io capivo i suoi gesti, egli arrivò in poco tempo a intendere le mie parole. Gl'insegnavo la lingua chinese con un sistema assai semplice. Mettevo, per esempio, la mano al posto del cuore e articolavo la parolasin(cuore), ch'egli ripeteva ridendo; oppure allungavo le palme e dicevotsci, oppure additavo l'azzurro e dicevolì(cielo). Questi ammaestramenti pareva lo dilettassero assai, perché sghignazzava ad ogni urto un poco aspro di consonanti come d'un effetto fonico ridevolissimo. La sua sfrenata gaiezza, ch'ei non sapeva contenere neanche in presenza delle cose più serie, mi era qualche volta uggiosa, forse perché contrastava fin d'allora coll'indole mia. L'instabilità di Ramàr m'indispettiva anche un poco e l'impeto delle sue parole, delle sue azioni e de' suoi sguardi. Ramàr sconcertava la mia individualità nascente, e questa era senza dubbio la causa dell'uggia. Io, là, solo, senza soccorsi, migrante su d'un vascello che viaggiava per un paese a me ignoto; io disamato da tutti, disarmato contro tutti, stavo appunto in quei giorni raccogliendo i miei istinti per cingermi di forza e di difesa. S'operava entro me un lavorio morale simile in tutto a quello del baco da seta che fila il robusto suo bozzolo, ed ecco che quellozingarospensierato, irriverente, leggiadro, confondeva l'opera mia.

Non mi perdonavo il fascino di curiosità ch'egli m'imponeva e dal quale non potevo sciogliermi.

Ricorrevo spesso alla lettura di Confucio per rassodarmi nelle mie aspirazioni, intuivo più che non capissi letteralmente le profonde massime dell'Invariabilità nel centro; l'anima di quel libro passava nella mia, quasi attratta da un elemento omogeneo. Dopo quelle letture sentivo la coscienza della mia superiorità e contemplavo Ramàr con affettuoso disprezzo. Quel povero fanciullo ignorava perfino il vero senso dei nomi dimadree dipadre. Un giorno che io gli chiesi chi era suo padre, Ramàr mi mostrò un signore gigantesco, coi capelli rossi, cogli occhi celesti, un americano del Nord puro sangue, che passeggiava sul ponte. Compresi che Ramàr confondeva il nome dipadrecon quellopadrone. Fin che fui sul vascello non potei raccapezzare nessun altro dato intorno alla condizione sociale del mio piccolo amico.

Quando io gli domandavo:—sai leggere? sai scrivere?—o qualche altra consimile domanda, egli mi rispondeva invariabilmente con uno stranissimo accento di convinzione:—Io so volare.

La stagione, che era piuttosto fredda al principio del viaggio, andava mano mano temperandosi. Mi pareva di essere balzato dall'autunno alla primavera. Ripensavo alle lune che avevano brillato sul mare durante la nostra navigazione e non riuscivo a computarne più di tre. Secondo i miei calcoli, dovevamo esser vicini al solstizio d'inverno, e il caldo aumentava. Questo fenomeno atmosferico m'inspirava meraviglia e turbamento. Tutto era enigmatico intorno a me, il vascello in cui viaggiavo, ilgin-mùche lo guidava, il piccolo Ramàr, e l'aria stessa che respiravo e la meta verso cui ero rivolto. Il mio istinto di esattezza s'angosciava in mezzo tutta questa incertezza strana che componeva la mia vita, e mi ribellavo contro il mare, contro l'aria, contro gli uomini, tacitamente, ma con un gran tumulto di pensieri. Nessuno mi parlava tranne Ramàr, il quale pareva abbandonarsi spensierato su tutto ciò che gli sembrava ignoto o misterioso. Io avevo un solenne disdegno d'interrogare gli altri su tutte le cose gravi che non capivo; volevo indagare, indurre, dedurre, scoprire tutto da me. Questo sistema era senza dubbio il più dignitoso per non intender nulla, ma non il più spiccio per arrivare al fondo degli arcani che mi agitavano.

Pure sentivo che quella vita di mare non poteva essere che passeggiera per me, e benché mi rammentassi quelle parole di mia madre:—Diventerai un grande navigatore,—pensavo che l'arte marinaresca non sarebbe stata il mio destino, dacché nessuno s'occupava ad istruirmi in quella, né ilgin-mùesigeva da me fatica di sorta sul vascello, e da ciò mi risultava ancora più evidente l'inganno in cui doveva esser caduta la madre. La madre! ed allora mille incertezze assai più crudeli mi assalivano e pensavo:—Quella affettuosa donna mi allontanò dalle sue braccia per causa della carestia che infieriva; mi salvò così dalla fame; diede il suo oro per salvarmi, quel poco d'oro che essa aveva raccolto con tanto sacrificio di lavoro e di astinenze: il pericolo dunque doveva essere estremo, la necessità ineluttabile. Dunque, se mia madre sofferse ch'io mi distaccassi da lei, è segno che vivere in due non si poteva; fuggire in due, neanche; ma essa?—E mi si parava davanti alla memoria, terribile, il granaio deserto e quegli ultimipingdi riso misurati dalla povera donna piangente. Una deduzione orrenda sorgeva sempre alla fine di questi pensieri. Allora, per isfuggire dallo sguardo degli uomini, salivo al mio rifugio, l'albero maestro, e mi sedevo non più sull'antenna, bensì sulla cima stessa dell'immenso pino, come un augello che più sale volando e più si salva. Quando l'angoscia persisteva, quando quella immersione nell'azzurro non bastava a calmarmi, afferravo colle mani la punta dell'albero e mi abbandonavo con tutto il corpo penzolante a seconda del vento e rimanevo così finché le forze me lo permettevano. Quella stiracchiatura di muscoli violenta distraeva l'ansia del pensiero.

Spesso Ramàr, che mi vedeva dal ponte e che credeva ch'io facessi per giocare, mi raggiungeva. Allora s'incominciava una sequela di evoluzioni ginnastiche stranissime, portentose, egli ridente, io piangente quasi ed in preda ad una specie d'esasperazione nervosa. Ciò che mi affascinava in quelle evoluzioni altissime e pazze era l'imminenza del pericolo. I marinai sul ponte ci ammiravano beffandoci. Un giorno m'accadde di compiere una prodezza che mi valse, per così dire, il loro rispetto.

Quel giorno io me stavo accovacciato presso la bussola, studiando le oscillazioni dell'ago magnetico, quando mi scosse un gaio vociar della ciurma. Mi avvicinai ad un crocchio di mozzi; costoro guardavano in alto qualcosa che destava la loro curiosità. Era uno di quegli uccelli gialli di montagna che noi chiamiamomièn-man, smarrito non so come nei deserti del mare; s'era posato sull'albero di prora, stanco, sfinito, immobile. La ciurma proponeva un premio a chi avrebbe atterrato quell'uccello. Ilgin-mù, a cui, in quel dì, sorrideva l'umore, permise la gara. Si caricarono i fucili, la mira appariva difficilissima per la piccolezza delmièn-mane per l'altezza ove posava. Tutti tirarono e sbagliarono il loro colpo. Ad ogni fucilata ilmièn-manfuggiva dall'albero con ala incerta, girovagava per l'aria, poi, spossato, si riduceva sul primo appoggio. Dopo l'ultimo colpo io corsi a cercare la mia frombola che avevo portato meco, la armai d'una grossa palla di piombo e mi posi nell'atteggiamento di chi compie un calcolo mentale, fisso coll'occhio al mio bersaglio. I marinai, ilgin-mùe il padrone di Ramàr mi contemplavano ironicamente. Convien qui notare che il colpire colla frombola un bersaglio piccolo, alto e lontano è ardua impresa per i più esperti, giacché la parabola del proiettile varia secondo il peso e lo slancio. Pure, dopo due giri di corda, feci scattare la palla ed ilmièn-mancadde morto in mare. Un applauso scoppiò dalla ciurma. Io vinsi il premio, che era una moneta d'argento.


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