X.

Suonò l'avemaria; le campane rimbombavano entro il loro castello e il plesbiterio ne tremava.

—Orvia, spero che mi porterai da cena—mormorò il cappellano aMoschetto.

Ma i tordi, dimenticati in cucina, avevano côlto l'occasione per volar via; qualche gatto affamato li aveva forse messi in salvo e Don Bonomo dovè accontentarsi di mangiar la polenta sola. Egli si accomodò a tavola con gli occhi chiusi, da persona rassegnata, e fattosi il segno della croce esclamò più volte:

—Sia rispettata la volontà del cielo!

Papà Gedeone ha ceduto.

Raccontai già altrove che papà Gedeone, per causa del suo orologio a sveglia, ebbe forti dispiaceri col nipote e che poi questi se ne vendicò.

Ma la mia imprudenza costò cara al povero Tata ed a Martuccia i quali, così, videro svelato il proprio affetto a mezzo mondo e, quel che è peggio, anche a papà Gedeone.

Una sera, mentre io leggeva il giornale su la porta di casa, ecco arrivar Tata furibondo con un randellaccio in mano.

—Abbiamo un conto da accomodare—mi disse. E poichè, essendo alquanto distratto, non mi raccapezzava, egli soggiunse:

—Quell'affare dell'orologio. Sa benissimo. E il bacio e papà Gedeone e io e tutti. Perchè mi ha compromesso inventando un'assurdità simile? Non mi sono mai sognato di baciarla, io. Ma intanto lo zio Gedeone, che non mi crede, ha giurato di farcela pagare. È fuori dei gangheri; e, bisogna dirla, non ha torto. Se io avessi una figlia e leggessi nei giornali certe cose, farei altrettanto. Sì, già. E quella poverina? quanto ha sofferto! è diventata magra e gialla. Un così bel colore, che aveva prima! Pare un'altra donna. Per me non è un gusto. Sono stato in Piemonte a lavorare. Portai a casa ventitre marenghi e mezzo: vado subito dallo zio e mi scaccia. Bella cosa! e ci vogliamo tanto bene con quella benedetta…

Io, a dir la verità, provava un certo rimorso. Cercai di rabbonire il mio avversario.

—Tutto non è perduto—gli dissi.

—Tutto, tutto, signore.

—Una speranza c'è sempre.

—Per me no.

—Eh! via! Scommettiamo? Se ho fatto il male, farò anche l'ammenda. Ci rimedierò io.

—Che rimediarci! nè anche il papa…

—Zitto—mormorai.—Venite in casa. Lasciate stare il papa… si parla di conciliazione e se mai…

Fatto è che lo indussi ad entrare, parlammo a lungo discutendo vari disegni e, dopo un'ora circa, egli si allontanò facendomi tanto di cappello.

—So che le piacciono le cose antiche—mi disse.—Le porterò una moneta che trovai in Piemonte. È tutta verde per la muffa e rôsa dell'umidità. La vuole? dev'essere di Pio nono.

—Volentieri—gridai con riconoscenza sorridendo.

Ed ora eccovi cosa avevamo combinato.

* * *

Papà Gedeone si era fatto assai taciturno. Curva la testa sopra il desco lavorava da mattina a sera pazientemente, con un cencio di berretto su la fronte e gli occhiali infilati a metà del naso. Per evitar di servirsi della sua figlia e di rivolgerle qualche parola, aveva anzi preso, a venti soldi la settimana, un fanciulletto del paese che tirava gli spaghi, picchiava il cuoio, levava le forme, cavava l'acqua e tagliava le legna. La povera Martuccia erane desolatissima. Costretta a rimaner lungamente con le mani sotto il grembiale, provava una malinconia indicibile ed i suoi guardi andavano fuori della piccola finestra, ben turata alle fessure con carta greggia e piombo fuso. Non le era più concesso uscir di casa. Quando sporgeva la testa dall'uscio per qualche necessità, suo padre rabbuiava la faccia e si tirava i baffi grigi. Tutti in paese erano spettatori di questa disarmonia domestica e se ne facevano commenti in ogni discorso. Il solo che venisse a portare un momento di allegrezza era Lorenzo, ferraio che aveva sempre qualche suola da farsi accomodare o qualche ferro da chiedere. Egli inoltre doveva di frequente regolar l'orologio del campanile che, per i freddi eccessivi di quell'invernata, si era guasto e oggi correva disperatamente, domani si fermava all'improvviso con grave disturbo per gli affari. Perocchè la sveglia di papà Gedeone, malgrado gli avvenimenti di cui era stata complice, continuava ad essere un oggetto preziosissimo nel paese e, in tante settimane, non aveva sbagliato più nè anche di un minuto. Basta dire, come papà Gedeone, che essa era di Germania.

I colloquî, anzi, i monologhi di Lorenzo non cambiavano mai.

—Papà Gedeone, son qui a rompervi le scatole per un poco di filo;—oppure: per un dito di cuoio;—oppure: per un chiodino da mettere alle ciabatte. E così? che ora facciamo? oggi siam giusti: la differenza è solo di sette minuti. Però, unsi d'olio le ruote piccole del congegno. In un luogo mancava una laminetta d'ottone; foggiai la maniglia d'un uscio e ve la posi. Niente di nuovo? Ho visto il vostro garzone che andava dal fornaio. Sapete che è un gran bighellonaccio? correva dietro alle oche, dico, in mezzo alla via, e poneva loro le bricciole su la coda. Mi son permesso di dargli uno scappellotto. Già. Ha la pelle dura. Sicchè dunque vi hanno raccontato? al sindaco è morto il bracco. È stato morsicato da una bestia forestiera e si è dovuto attossicarlo. Una morte orribile. Io l'ho visto dalla inferriata; aveva la bava alla bocca e si contorceva come un cane. Non potevano attendere? si è sempre in tempo ad ammazzare. Ma voi siete stato anche in guerra ed avete visto di ben altre cose, non è così?

Papà Gedeone allora cominciava a rianimarsi nelle memorie del passato e le sue disquisizioni concludevano sempre con un rabbuffo al presente.

—L'Italia? la libertà? dove è questa Italia? bella roba che ci han dato. La miseria, e tutti i vizî, e le birbanterie, e le stupidaggini. Non si può più bere un bicchiere di vino; falsificato anche il vino. I croati erano rozzi ma ci davano da bere. E il tabacco? altro che i virginia, i sella, i che so io. L'ho a morte con questi italiani del diavolo. Dico dunque che la va male. Non si lavora più. C'è tanti che si fanno concorrenza. La roba è cara e noi non ci pàgano mica. Guardate: sui registri ho per duecento e più lire di credito. Denari buttàti via. Ho paura che morirò senza rivederli. Basta, finiamola. È meglio farci una croce su la lingua. Qualche giorno la succederà grossa.

E Lorenzo, strizzando l'occhio a Martuccia, guardava in alto un certo quadro bislungo, entro la sua cornice greggia, semi coperto da ragnateli e voltato con la faccia verso il muro. Il ritratto di Garibaldi.

* * *

Martuccia sedeva alla tavola di noce, nella parte posteriore della bottega. Cadeva la sera; sul focolare si udiva un allegro bollir di pentola.

—Papà!—ella disse con voce tremolante. E le sue dita sfogliarono le pagine d'un librone che le stava dinanzi tutto stellato di sgorbi neri e traversato da lunghe striscie d'inchiostro. Gedeone, al deschetto, aveva deposto una scarpaccia e coi gomiti su le ginocchia meditava in silenzio.

—Papà; sono due settimane che non prendiamo un soldo. E dieci giorni fa hai dato trentasette franchi in prestito al pizzicagnolo. Se non tieni denari di sopra, in qualche canterano…

—Non ho niente—rispose asciutto asciutto il vecchio.

—Vedi però: se mi lasciavi andare al filatoio…

—Mai.

—Sarebbero stati pochi, ma nelle nostre condizioni…

—Mai, dico.

—Che anno disgraziato!—soggiunse la povera fanciulla con atto dolente. E levatasi dalla tavola andò a riattizzare il fuoco. Papà Gedeone intanto, avendo preso il posto di lei, cominciò a scartabellar quel registro, togliendone interi fogli, numerando le somme lunghe da cime a fondo. Ma non trovò nulla di buono e, tratto tratto, i suoi sospiri nella penombra del crepuscolo risonavano come soffî di mantice. Non era un bel momento, vero? ed ecco all'improvviso spalancarsi la porta. Entrò Lorenzo ferraio accompagnato da un altro che aveva il mantello su gli occhi: la sorpresa di papà Gedeone apparve grandissima, ma fu più grande ancora quella di Martuccia.

—Papà Gedeone—proruppe Lorenzo:—volete guadagnar trenta franchi? ecco uno che desidera un paio di stivali.

—Per chi, poi?—chiese il vecchio.

—Per chi ha le gambe. Volete o non volete?

—Si fa il nostro mestiere, diamine.

—Sicchè dunque prendetegli la misura.

L'uomo dal mantello si accomodò su la seggiola di papà Gedeone e ne fece crepitare il cuoio imbottito.

—Di che pelle?—disse papà Gedeone andando a prendere una lista di carta ripiegata.—E quante suole? una o due? ed a che uso dovranno servire? bisogna saperlo prima.

Lorenzo diede le risposte che occorrevano.

—Pelle fina. Non guardate a spesa. Due suole, a punta in rilievo. Per un camminatore le scarpe devono essere leggiere. Fatele dunque molto leggiere. E niente aristocrazia, niente economia. Un largo gambale che caschi su le caviglie in pieghe uniformi; un collo del piede alto e comodo, punta piatta e forte sì che all'occasione possa usarsi in certi esercizî.

E papà Gedeone si curvò in ginocchio per terra, tolse al cliente la scarpa destra, appoggiò la gamba di lui sopra una delle sue coscie, indi, calcàti gli occhiali al loro posto, si mise a palpare in tutti i sensi quel povero piede, a misurarlo di sopra, a misurarlo di sotto, a segnar di brevi tagli la carta che aveva tra le dita, a brontolar misteriosi discorsi, assorto completamente nelle funzioni della propria arte.

Quand'ebbe terminato lasciò andare il piede, si rizzò di nuovo e corse a trascrivere l'ordinazione in apposito registro.

—Ecco fatto—mormorò.

—E il costo?—chiese Lorenzo.

—Vedremo dopo.

—Vi raccomando una punta larga—alla sua volta disse l'uomo ammantellato.—Soffro molto in questa parte. E non voglio chiodi alle suole. E nè meno voglio rinforzi al calcagno. Guai se mi viene a dolere il calcagno!

—Lasciate fare, lasciate fare, lasciate fare!—ripeteva papà Gedeone accendendo la piccola lucerna.

E dopo che i due furono usciti, rivoltosi a Martuccia:

—Glieli faccio perchè ho bisogno di soldi, veh! ma poscia lo metto ancora alla porta, quell'asino.

** *

Passarono quindici giorni. Tata (poichè era egli) ritornò a prendere gli stivali.

—E così? fatti?

—Fatti.

—Si può provarli?

—Eccoli.

—Belli. Bravo. Mi piacciono. Quale è il destro? ah! ho capito. Benissimo. Datemi una sedia. Così. Tentiamo. Uno, due… La scarpa è fuori. Li avete anche lucidàti? a meraviglia. Il gambale è molto comodo. Perfettamente. Uno, due… ancora un poco… è su!

Tata, avendo messo lo stivale destro, diede un colpo a terra per meglio adagiarvi il piede e fece qualche passo nella bottega. Ma ben presto cominciò a far di quelle smorfie, di quei visacci, di quelle bocche!

—Ahi! ahi!—gemeva il povero diavolo zoppicando.—Impossibile! Avete fatto la punta troppo stretta. Ci voleva un centimetro più comoda. Son rovinato.

Papà Gedeone cercò di gridare.

—Ma se ho misurato, ma se ho fatto largo come il campanile! ma se ho tagliato giù un piede buono per san Cristoforo!

—Insomma non si può. Io non voglio guastarmi il piede. Quand'è guastato è guastato.

—Trentacinque franchi alla malora!—gemette papà Gedeone buttando gli stivali sotto la tavola.—Bei guadagni che faccio. Ma non importa. Succeda quel che vuole succedere. Te ne preparerò un altro paio. Torna giovedì prossimo. Fuori, fuori. Chiudo la bottega.

Tata dovette andarsene.

—Contento voi, contento tutti—esclamò mentre usciva in istrada.

E al giovedì seguente fu puntuale. Sul deschetto lo aspettava un secondo paio di stivali, più belli dei primi, a cui il vecchio, aiutato dal garzoncello, dava l'ultima spalmata di grasso.

—Fatti?

—Sono qui.

—Mi rincresce, sapete…

—Colpa mia.

—Proviamo?

—Proviamo pure.

E si posero all'opera. Dopo cinque minuti il giovane rinnovò i suoi esperimenti attraverso la camera. Ma l'esito fu eguale.

—Oh! Dio! oh! che bruciore! l'ho detto io! ho adosso il malocchio. Stavolta sono i chiodi alla suola. E la gamba? che vi è venuto in mente, zio? troppo sottile, troppo esile! è buona per uno struzzo e non per me che devo fare trenta chilometri al giorno!

—Ma se di chiodi non ce ne ho messi!

—Ecco, già. Vedete? sono chiodi. E non si possono togliere. Hanno la testa in giù. Il cuoio è sollevato. Resterà sempre una montagnetta al loro posto. Poi c'è la gamba. Come allargarla? sfido io. Quando si è disgraziati!

Papà Gedeone diede un grande calcio anche a quel secondo paio di stivali e chiuse la bottega.

—Torna lunedì l'altro. Ci porrò tutto l'impegno. E se il diavolo non ci ficca le corna…

—Oh! zio! lasciate lì!

—Silenzio. So il mio dovere.

E serrate le imposte afferrò il garzoncello per un orecchio.

—Tu hai messo quei chiodi, mariolo. Ti manderò via, brutto ceffo.

Poscia, picchiatolo a suon di tamburo, salì per coricarsi.

Martuccia vide il fanciullo che piangeva, gli si avvicinò e gli offerse una scodella di latte caldo.

* * *

È inutile insistere molto: fatto è che Tata, il lunedì indicato, venne alla bottega, calzò gli stivali, fece mezzo giro per la contrada e ricomparve rosso come bragia, bestemmiando senza ritegno. Questa volta era il tallone che tormentavalo: in fondo agli stivali, proprio dove si fanno le pieghe, era cucita una pezza di cuoio dura e nodosa.

Papà Gedeone diventò di tutti i colori. Via; anche un santo avrebbe rinnegato la pazienza. E non era per quel centinaio di franchi sprecàti che più si rammaricava; era per l'onore della sua arte irremissibilmente perduto: era per le ciarle che se ne facevano in paese, per i sardonici sorrisetti che gli pareva di scorgere su la faccia di qualunque mascalzone, per gli scherni di cui lo si rendeva oggetto ad ogni mosca che volasse. Tutte le occasioni si prestavano per burlarlo. Egli era la vittima degli amici, i quali durante una quindicina di giorni lo importunarono per diritto e per traverso con mille allusioni, con mille beffe, con mille ironie. Bisogna essere vissuti un po' di tempo in un villaggio ozioso ed ignorante per intendere fino a qual grado possano arrivare certi pettegolezzi campagnoli.

Il povero uomo alla fine, trovandosi così bersagliato, perdette la testa e un bel giorno confidò a Martuccia che gli pareva di essere uno scemo.

Quanto a Tata, s'era opposto vivamente che suo zio gli facesse un quarto paio di stivali: essere troppa la spesa, ritener che doveva incolparsene qualche spirito maligno, demonio o strega o mago sabino, aver intenzione di parlarne col cappellano e di pregarlo a benedirgli i piedi con l'acqua santa. In realtà papà Gedeone non avrebbe trovato nei canterani due lire per comperare un'altra lista di cuoio.

Ma ogni cosa ha la sua spina e la sua rosa, come sentenziava Lorenzo ferraio. Il quale una sera giunse tutto in chicchera (cioè con le scarpe e senza grembiale) giunse tutto in chicchera, accompagnato dal figlio maggiore del sagrestano. Essi presero papà Gedeone a tu per tu e gli dissero:

—Tata è figlio di vostra sorella Maria. Maria morendo ve lo raccomandava. Egli ha fatto il militare, è sano, è senza fastidî, è un bel maschione: tien via un cumuletto di marenghi guadagnati con le sue onestissime fatiche; non ha vizi, gli piace la pipa ma è meglio la pipa che peggio. Sicchè dunque, per che cosa non gli dareste Martuccia? L'età è a proposito: si vogliono bene, anzi benissimo, o non desiderano che questo. Fateli contenti e sarete contento anche voi.

Papà Gedeone rispose con una sola parola:

—Amen.

E diede una affermativa crollatina di spalle.

* * *

Il giorno delle nozze papà Gedeone era di allegrissimo umore. Tata portava una coppia di quegli stivali famosi nè sembrava esservi a disagio.

—Oh! da un pezzo ho capito che me la volevi fare—mormorò in fine di pranzo papà Gedeone a sua figlia.—E trinciò la mano per aria, sorridendo, in atto di carezzevole minaccia.

Frattanto Lorenzo ferraio, rosso come un peperone, passava dall'uno all'altro dei convitati susurrando loro nell'orecchio:

—Sapete, già: era Martuccia che metteva i chiodi, e tagliava le suole, e cuciva le pezze di cuoio. Ho sempre detto che è maliziosa come… come… come… Facciamo baldoria!

Le redini di Brunello.

Quando Momolo arrivò, Bortolino dal ferro e Marco suo garzone stavano attaccando i fanali al baroccio.

—Ti aspettava—disse Bortolino al cognato;—anche mia moglie è impaziente di vederti. Abbiamo apparecchiato un vinello coi fiocchi e la mia festa si farà in allegria. Solamente, mi dispiace ma devo lasciarvi qui sino ad ora tardissima. Saverio mi ha portato in principio di sera un biglietto di mio cugino il quale ha una cosa importante da comunicarmi. Bisogna ch'io scenda a Fiumenero. Non so di che si tratti: ma vedrai che prima delle undici sarò di ritorno.

Elena comparve portando un lume; salutò il fratello e lo invitò ad entrare. Il baroccio era pronto.

—Io vado—gridò Bortolino; e saltò in fretta sul veicolo. Poi diede una frustata, brontolò un arrivederci e Brunello si mosse verso il portone. Marco lo teneva per le redini.

—Lascialo stare che lo guido io—gli disse il padrone. E fermandosi di colpo, come preso da un pensiero subitaneo, si rivolse ancora a Momolo.

—Perdonami, sai: non ti ho domandato di tua moglie. Perchè non è quiPetronilla?

—Eh! con questo buio era impossibile. Aveva paura.

—Ha fatto bene—soggiunse Elena.—Ma veramente, anche tu Bortolino dovresti rimettere a un'altra volta il tuo viaggio!

Bortolino dal ferro per tutta risposta sciolse le briglie e dileguò nelle tenebre.

—Bortolino! Bortolino!—gridava Elena a perdifiato.—Bada per amor di Dio! c'è un vento d'inferno e non ci si vede a due passi. Copriti la gola e non far correre Brunello. Sai bene che stupido è Brunello! ti potrebbe anche precipitare nel Serio!

In lontananza udivansi il trotto misurato del puledro e alcune raffiche di vento che passavano di minuto in minuto sopra la boscaglia sibilavano come serpenti.

—Quale imprudenza!—proruppe Elena con suo fratello, trascinandolo in bottega. E lì accovacciatisi alla stufa cominciarono a discorrere di molte cose. Ella gli ripetè sottovoce, con inquietudine mal repressa, che Bortolino si faceva sempre più insopportabile e non le risparmiava umiliazioni di sorta e cercava tutti i modi per contraddirla. Quando trattavasi di comperar Brunello, avendogli ella osservato che non conveniva prendere una bestia così giovane e vivace, quel tristo l'aveva sùbito voluta ed a caro prezzo; già due volte, lungo la strada per Clusone, erano caduti insieme, l'uno su l'altro e con addosso il baroccio carico di ferro. Si erano salvàti per miracolo. Ma naturalmente Bortolino aveva aumentato da allora la sua affezione per il puledro. Anche con una persona talvolta succede così: più la ci fa male e più ce ne innamoriamo. Malgrado le cattiverie di suo marito, non pareva forse ch'ella medesima raddoppiasse di premure per lui?—Quanto alla bottega meglio non parlarne; un disordine indescrivibile. Regalata via, si può dire, la roba di maggior commercio e riempite le casse di cianciafruscole inutili; spese ingenti somme nel dar la vernice agli scaffali e, per soprappiù, fatto venir da Passevra quello scrocco di Marco, un fanciullaccio senza voglia di guadagnarsi il pane, che mangiava alle loro spalle e si divertiva col mettere la zizzania in casa. Elena aveva le lagrime agli occhi: suo fratello ascoltava pazientemente, curvo, pensoso, con un bicchiere di vino caldo a lato.

Il vento crebbe. Quantunque le porte fossero chiuse ermeticamente, esso riusciva ad aprirsi l'adito anche tra le minime fessure e precipitarsi nella bottega con rabbia, così che la fiamma ne tremolava tutta. Dal di fuori poi giungeva un sinistro brontolìo di voci e un fremere di pini secchi, come se le rupi si lamentassero o scrosciassero insieme tre o quattro torrenti. I montanari vi sono abituàti e non ne fanno caso. Marco, posto attraverso al banco, leggeva un brano di giornale vecchio, Momolo finì con l'addormentarsi ed Elena colse il momento per recitare il rosario.

Improvvisamente furono scossi tutti e tre da un colpo dato contro il portone. Marco balzò di soprassalto dal banco.

—Sarà il vento—disse Elena senza meravigliarsi. Un secondo colpo si fece udire; nello stesso tempo Brunello nitrì.

—Pazienza! mio marito è di ritorno—soggiunse ella; e si diresse verso il cortile.

Ma, quando il portone fu aperto, Brunello, stanco, sudato, impolverato e sporco di schiuma, fece il suo ingresso da solo, tirandosi dietro il baroccio vuoto e urtandolo spietatamente contro i muri.

—Dov'è Bortolino?—gridò Elena atterrita.

Marco e Momolo si posero intorno al cavallo tastandolo, palpandolo, guardandolo per di sopra e per di sotto, interrogandolo come se avessero potuto cavarne qualcosa. Brunello, contentissimo di tante carezze, continuava a nitrire e scuotere la criniera, come per liberarsi dai fastidî, e fissava gli occhi annebbiàti dal sonno in faccia alle tre persone.

—Santo Dio, è avvenuta una disgrazia!—esclamò Elena con voce strozzata.

In quel momento Marco e Momolo si consultavano tra loro. La ruota destra aveva perso un raggio e uno dei fanali era andato in frantumi. Quand'ecco il garzone, toccando la bocca della bestia, s'avvide che il morso pendeva slacciato e che le redini non c'erano più.

—Ormai è certissimo—ruggì egli pallido per l'emozione:—il principale fu attirato in un'insidia; me l'hanno sorpreso, me l'hanno derubato, me l'hanno assassinato!

Elena scoppiò in singhiozzi: Momolo da uomo prudente ed energico si fece sùbito portare una corda, la adattò sui finimenti del cavallo, salì in cassetta e raccomandando la calma si mosse fuor del cortile.

—Vengo anch'io, vengo anch'io—mormorava Marco desideroso di poter scarrozzare: ma quell'altro non voleva incomodi e senza tanti complimenti si liberò di lui con una scudisciata.

Poi giù, giù, lungo il Serio a rotta di collo. Passò per Bondione e si arrestò un attimo da Gervasio a chiedergli notizie. Sbucarono su la via in quattro o cinque, ma non seppero dirgli nulla di preciso. Avevano sentito rotare un paio di volte il baroccio: ma, siccome stavano giocando animatamente, non s'erano accorti da che banda venisse e per dove si dirigesse. Altro non si poteva aggiungere. Momolo non diede spiegazioni di sorta e proseguì. Era forte e coraggioso, ma trovandosi in mezzo a quel buio profondo, affatto solo e senz'armi, appena l'impressione del primo istante fu sbollita si pentì di non aver chiesto a Gervasio un fucile, un coltello, una difesa qualunque. Non gli conveniva rifar la strada: scese dal baroccio, strappò un grosso palo da una vigna e, munito di esso, continuò con maggiore confidenza.

Il Serio rumoreggiava rompendosi contro le sponde: nembi di polvere volavano per l'aria e le zampe del puledro battevano il terreno come colpi di martello. Momolo passò davanti alla propria casa.

—Guarda—pensò.—E se domandassi qualcosa a Petronilla?

Egli fermò di nuovo la bestia, si lanciò dal baroccio, girò intorno all'orto, s'accostò alla finestra posteriore del pianterreno e, spingendo la destra oltre l'inferriata, percosse leggiermente i vetri.

—Petronilla!—gridò.

Nessuno rispose.

—Petronilla!—replicò più forte.

Ma il vento portava lontano la sua voce.

Allora si decise ad entrare. Movendosi verso il muricciolo di cinta e la porta d'ingresso, inciampò in qualchecosa di mobile e penzolante; pareva una bacchetta, o una corda, o una coreggia. Si chinò, la raccolse e, seguendone il corso con la palma, venne a toccare l'inferriata stessa. La distaccò, ritornò al baroccio, alzò fin sotto i raggi del fanale quell'arnese trovato e non potè reprimere un'esclamazione di meraviglia.

Erano le redini di Brunello!

Non molte cose dunque si potevano sospettare.

Con ogni probabilità i ladri, assaltato Bortolino, avevano legato il suo cavallo in quel luogo e si erano allontanàti di fretta. Questo per due motivi: o perchè si trovavano in condizioni tali che il carro ed il cavallo non avrebbero potuto condurli seco senza pericolo di compromettersi e tradirsi; o perchè intendevano di far perdere in questo modo le proprie traccie. Comunque si fosse, Bortolino o era già spacciato o stava in un brutto rischio e quanto a Brunello, stancatosi di rimanere al vento ed al freddo, rotte con uno sforzo estremo le redini forse già guaste nell'assalto, da animale intelligente era tornato a casa. Nessun dubbio in proposito: Momolo ebbe un capogiro. Tosto, macchinalmente, risolutamente, a passo fermo penetrò nell'orto con le briglie ripiegate su la mano. L'uscio esterno era spalancato: un filo di luce passava dalla fessura dell'uscio interno: Petronilla non aveva ancor lasciata la cucina. Egli ne provò stupore. Sua moglie nel salutarlo due ore prima gli aveva promesso di coricarsi di lì a poco. Come spiegare questo cambiamento?

Momolo si diresse in fondo all'andito, cercò il saliscendi, lo compresse e s'inoltrò nella cucina.

Egli rimase pietrificato.

Sua moglie e Bortolino sedevano al focolare tenendosi per mano e discorrendo liberamente in un dolce abbandono.

Fu un lampo.

Una folata di vento spense il lume; e Momolo, così all'incerto chiarore della fiamma, si gittò sopra Bortolino mentre sua moglie cadeva in ginocchio per terra gridando:

—Santa Vergine! santa Vergine! aiuto!

Ma Bortolino non ebbe tempo di salvarsi dietro la tavola, nell'altra camera, in una parte qualunque; non tentò nè meno di reagire: una mano di ferro lo avvinghiò per la gola e sentì cinque dita che lo soffocavano. Contemporaneamente Momolo, adoperando le grosse redini a mo' di sferza, gli diede cinque o sei colpi sul viso con tutta violenza, spietatamente, ferocemente, in mezzo alle più nere bestemmie.

—Pensa! pensa!—gemeva lo sciagurato impallidendo per lo spasimo.

E Momolo si arrestò di botto lanciando le redini in grembo a Petronilla. Quindi prese il cognato per le braccia, gli fece varcare la soglia, serrò l'uscio a chiave e risalì sul baroccio insieme con lui.

—Ringrazia Cristo che ho dimenticato il bastone sul carro!—brontolò gettando il puledro al galoppo. E non aggiunse altro per tutto il viaggio, ma si mise a piangere silenziosamente.

Quando Elena udì il passo di Brunello che s'avvicinava di furia, tremò per l'angoscia e congiunse le mani in atto di suprema preghiera. Marco da un pezzo correva per Bondione raccontando l'avvenimento e commentandolo in mille modi. Alla statura, al profilo, al tutt'insieme ella indovinò che l'uomo arrivato con suo fratello era Bortolino. La gioia la rendeva pazza; gli si precipitò nelle braccia, lo baciò sul viso e su le spalle, l'attirò in casa, sospirando, senza parlare. Ma al lume della lucerna si accorse che Bortolino era bagnato di sangue; due solchi profondi gli fendevano le guancie e gli abiti portavano grosse macchie rossastre.

—Tu sei ferito! tu sei ferito! oh! per amor di Dio! quale disgrazia!—susurrò affannosamente. Momolo guardava smorto come un cadavere.

—Non è niente!—disse Bortolino.—Brunello mi ha rovesciato sovra un mucchio di pietre.

Elena proruppe in acerbi rimproveri.

—Bortolino: vedi adesso? non te l'aveva detto io? oh! se tu mi avessi obbedito, Bortolino! se ora sei rovinato, colpa tua, colpa tua: e mi rincresce ma ti sta bene.

Bortolino dal ferro per togliersi alle seccature si coricò. Elena accomiatato il fratello gli portò vino caldo, gli raccomandò che sudasse, lo vegliò come un bambino, preparò le bende per fasciargli le guancie.

In quella giunse Marco.

—Lena!—gridò stando abbasso.—Dove siete? oh! se sapeste! il principale è annegato. Ho visto le sue scarpe su la sponda. Vado a Gromo per i carabinieri.

Elena, chiamandolo imbecille, gli ordinò di salire. Visto Bortolino sotto le coltri egli stralunò tanto d'occhi.

—Oh! quella bestia d'un puledro!—ripeteva la povera donna.—L'ha scaraventato nel letto d'un torrente e le pietre gli han lacerato la faccia. Così dicendo sollevò un poco le coltri e la fasciatura, per mostrare a Marco le piaghe di suo marito.

—Pietre?… pietre?…—mormorò Marco incredulamente.—E pensate che le pietre….

Bortolino seccato gli additò la porta con un gesto eloquente.

Pochi giorni dopo Brunello era venduto ad un mercante girovago e Marco tornava a Passevra sfrattato per sempre.

Elena fu contentissima.

Le nozze.

Din don dan…

La contrada era piena di gente: uomini donne, vecchi, bambine, quasi ammonticchiàti gli uni su gli altri. E tutte quelle faccie impazienti erano volte verso una sola parte dove aprivasi il portone della chiesa come un gran buco nero, sormontato dagli affreschi allegorici. In fondo, presso l'altare, lucevano alcune fiammelle, cioè lampade e candele, schierate intorno ai dieci vescovi di rame inargentato: presso il campanile una ventina di fanciulletti ondulavano in su ed in giù, vociando e battendo le mani allorchè passavano i chierici in cotta bianca.

Quand'ecco la porta dell'uffizio comunale si aperse; il cursore comparve col berretto di gala in testa e la guardia forestale gli tenne dietro, curva nella sua divisa grigia dagli orli verdi. Poi uscirono tre o quattro contadini vestiti di scuro, poi spuntò lo sposo, poi finalmente la sposa, timida, timida, con l'abito color latte e vino, un gran velo nero buttato sul capo e gli occhi bassi verso terra.

Fu un grande scoppio di grida, saluti e risa: la comitiva s'ingolfò nella chiesa e la folla dentro anch'essa confusamente, allegramente.

Il cappellano, a suon d'organo, celebrò il matrimonio, in piedi sui gradini dell'altare parato con un damasco a fondo verde e striscie d'oro. I balaustri di marmo splendevano spolveràti e ripuliti con cura: dalle muraglie bianche pendevano i piccoli quadri della passione, ornàti da una crocetta di stagno. E la cerimonia fu breve; quattro genuflessioni, quattro parole in latino, una benedizione e gli sposi vennero lasciàti in libertà. Poveri diavoli! avevano le orecchie intronate e il sangue in orgasmo.

Procolo coi due camerati, un paio d'altri amici e suo padre precedeva di venti passi Luigia e le donne: che, affrettando il passo per la strada un po' fangosa e fredda, incespicavano contro le pietre e sudavano dal capo alle piante. Esse non ciarlavano molto: avevano fame ed erano stanche.

Quanta poesia in quel viaggio traverso i campi leggiermente velàti dalla nebbia di febbraio, dove sorgevano i pioppi alti e nudi e si vedevano sbucar su dal verde le casette bigie coi comignoli rudi e le finestre ben chiuse! Anche Procolo ne era commosso, senza capir come e perchè: egli taceva e sorrideva, felice come non era stato mai.

Arrivarono in paese. Là pure una quantità di persone li aspettava, curiose di veder la nuova compagna. E fu un urlo, un chiasso indiavolato intorno a loro, perchè alcuni salutavano Procolo, altri lo perseguitavano a facezie, altri fingevano insultarlo. La sposa per la vergogna non sapeva più in che mondo si fosse: cento occhi la squadravano di sotto in su, encomiando o censurando il suo abbigliamento per il colore, la foggia, il portamento, il velo, gli spadini e la capigliatura. Perocchè avevano osservato che gli spadini erano moltissimi, cinquanta circa, e ricchissimi, cioè ben lavorati e d'argento fino; ma si erano anche accorti che la rendevano troppo grassa con una faccia di luna piena.

A casa li attendeva un'insidia; i parenti e coinquilini avevano internamente barricato il portone: onde, mentre gli uomini con Procolo facevan di tutto per aprirlo con urti, spintoni e colpi di pugno, alla sposa sopraggiunta furono lanciate pallottole di neve, prese chi sa in che luogo. Le sue compagne distribuivano confetti.

Il portone si schiuse cigolando; l'ostacolo era vinto: i puntelli caddero spezzàti con frastuono. Ma un gemito lungo, acutissimo, doloroso si udì improvvisamente nel cortile e ben tosto un cagnaccio grosso e peloso fu visto scostarsi zoppicando e guaendo. Nello sfondare il portone l'avevano percosso e ferito.

—Oh! per amore—gridavano in coro le donne. Procolo arricciò il naso e scosse il capo.

—Povera bestia—mormorò Luigia inoltrandosi verso il cane. Ma Procolo la prese per un braccio.

—Fa piacere—le disse.—Ecco un brutto pronostico. Se fossi superstizioso…

—È vero, è vero—mormorò sua madre.—Non è bello niente! non mi piace, ti dico!

E tra lei e Procolo si diedero a percuotere il cane facendolo scappare.

—È un cane forestiero. Donde è capitato? non l'ho mai visto—brontolavano.

Luigia tacque ma provò nel suo cuore un sentimento di ribellione.

* * *

Una cognata, già cuoca del cappellano, aveva l'incarico di preparare il sontuoso pranzo nuziale. Ella comparve su l'uscio e li accolse tutti con abbracci, baci ed evviva. Era donna assai allegra ed avrebbe fatto bene alla compagnia. La seguirono in cucina dove sotto l'immensa cappa fumavano cinque o sei paiuoli di spropositate dimensioni, accanto a due padelle prese a prestito dalla moglie del medico. Alcune tavole messe in fila e ricoperte con un lenzuolo costituivano la mensa: e su di essa già stavano allineàti i bicchieri di qualità diverse, i piatti di stagno e di maiolica, qualche bottiglia, molte scodelle, a fiori azzurri, per il vino. Poichè, dietro l'uscio che metteva nella camera degli sposi, appoggiata al muro modestamente celavasi una brenta scura, piena di quel fino e mal coperta con un giornale ingiallito. Le sedie e le panche ancora in disordine; un gatto antico accoccolato sul davanzale della finestra: in un canto le vanghe e gli altri arnesi di campagna. Tutt'insieme la stanza era di bell'effetto e pareva una salamangé, secondo il linguaggio di papà Benigno. Il quale, morsicando l'eterno mozzicone di sigaro e premendolo in modo da farne alzar la punta verso il suo naso, continuava a girare di qua e di là, col laconismo solito ai vecchi, e già mezzo cotto attirava seco or l'uno or l'altro: se osava dir qualche buaggine, i figli o la moglie rispondevano bruscamente ed egli tacito ritiravasi svelto, come se volesse scappare. La sua gloria era, quel giorno, di mostrare a tutti la bella camera degli sposi, l'unica nella casa che fosse a pianterreno, situata ad oriente, imbiancata di fresco e asciutta come una stufa. Là si custodiva entro casse lavorate la biancheria di famiglia; ed in mezzo sorgeva il letto matrimoniale, nuovo, soffice, con la coperta gialla: la dote di Luigia.

Finalmente si avvertì che la tavola era pronta; i convitati rumorosamente entrarono da ogni parte e per buona precauzione si chiuse l'uscio d'ingresso. Alcuni fanciulli discacciàti a quel modo, non volendo perdere la bella scena, si arrampicarono sul fico del cortile e spinsero il faccione rosso traverso le grate della finestra. Essi disturbavano; per accontentarli e farli andar via Procolo e papà Benigno lanciarono loro manate di confetti.

E i confetti caddero, mescolandovisi, in tutte le vivande. Il riso ne era pieno; pieno pure l'arrosto, piene le scodelle e i bicchieri. Uno dei camerati se ne indispettì. Come mandar giù quella roba? non aveva mai visto nulla di simile, stessero un po' quieti, lo lasciassero in pace, le cose lunghe diventano serpi. E tutti a ridere, a gridare, a beffarlo: gliene fecero tante che lo costrinsero ad alzarsi ed allora gli corsero dietro, gli fecero inghiottire a forza molte scodelle di vino, le donne lo carezzarono, gli amici lo rimproverarono. Papà Benigno, deposto il sigaro su la tovaglia, mangiava silenziosamente, guardando in giro: e quando cambiavano il piatto (di rado) riprendeva tra le imberbi labbra quel povero mozzicone spento, come un'inseparabile compagnia. Sua moglie, curva presso di lui, rideva pronta a malignare su tutto e di tutti.

Ma Procolo si accorse che Luigia era assai triste non mangiava. Una, due, tre volte lasciò la camera e sparve nel cortile, furtivamente, credendo non essere osservata.

—Che hai Luigia?—mormoravale all'orecchio E di soppiatto le cingeva il fianco.

—Nulla, ho.

—Non sei contenta?

—Altro!

—Perchè non parli?

—Ma… sai bene…

E Procolo accarezzavala affettuosamente, diventato distratto anch'egli. Perchè dunque così taciturna e pensosa? non le piaceva essere vicino al suo marito? forse trovavasi impacciata tra persone che non conosceva? forse le rincresceva di abbandonar la sua famiglia?

Un'idea terribile gli venne. Si rammentò di Battistino, quegli che la voleva sposare, prima di lui: il bel legnaiuolo che l'aveva innamorata, il birbante che si ubbriacava sempre e che, dopo una sanguinosa rissa co' suoi compagni, era scappato chi sa dove, indarno cercato dalla giustizia.

Senza dubbio il poco di buono minacciava qualche tiro de' suoi.

* * *

Venne la sera e presto. Procolo mandò a chiamare il vecchio Martino, il quale arrivò trascinando il suo organetto mezzo sconquassato e difeso da tela verde. Egli si mise davanti alla porta e cominciò a far girare il manubrio mentre le note scappavano fuori dello stromento come stridi, andando in su ed in giù, a destra e sinistra, scordate, aspre, matte; grattavano le orecchi.

Pure, a quella musica, il più giovane dei camerati sentì agitarsi il sangue, non potè star fermo, afferrò una qualunque fra le donne e via, prese a far salti con lei, battendo i tacchi sul pavimento, strisciando, curvandosi, inchinandosi come sogliono i ballerini di campagna. L'esempio non dispiacque; altre coppie lo imitarono: la festa raggiunse il suo momento di crisi. Quelle gambe pesanti e rudi balzavano per la cucina, intorno alla tavola, picchiando calci contro le sedie e le panche del focolare; le faccie diventarono rosse e, in mezzo al frastuono, alla polvere, ai canti, si videro anche i vecchi a sorridere, il vino bagnò le pietre del suolo, qualche scodella cadde in frantumi: l'ebbrezza invase tutti i cervelli e i poveri diavoli dimenticarono di essere poveri diavoli.

Ma Procolo era sempre triste: una ruga gli traversava la fronte e il suo occhio non brillava come quel degli altri.

Scoccarono le dieci: bisognava separarsi; la famiglia di Luigia si apparecchiò a partire: nuove grida, nuove proteste, nuove promesse da ogni parte. Quelli fuor dell'uscio insistevano perchè quelli di dentro si staccassero una buona volta; quelli di dentro non terminavano mai di salutarsi. Finalmente se n'andarono; i camerati, per prendere un po' d'aria, proposero d'accompagnare a casa le donne: si munirono di bastoni e sigari, bevettero l'ultima bicchierata e poi via.

La cucina restò deserta, nel suo disordine, piena di fumo e d'aria calda. S'avvicinava il momento solenne: il rustico talamo chiamava i due sposi per iniziarli alle sue delizie. Luigia tornò dall'aver condotto i suoi fino al portone di strada: depose il lumicino alla tavola e gettò un sospiro. Ella sentiva un penoso malessere, un'angoscia indefinibile, una paura strana: l'ignoto che stava per affrontare la sgomentava. Attese che Procolo dicesse la prima parola. Papà Benigno e sua moglie stavano in piedi, guardandoli silenziosamente.

Procolo si rivolse ad essi.

—Ho da parlarvi—proruppe. Egli fremeva. Indicò a Luigia l'uscio della camera matrimoniale e la invitò ad entrarvi. Luigia lo guardò arrossendo, stupita, quantunque ciò dovesse recarle piacere. Come! non veniva sùbito con lei? Anche la mamma strabiliava.

—Ho da parlarvi, mi pare—ripetè Procolo con gli occhi luccicanti; la sposa, senza aprir bocca, si scostò, aperse l'uscio, scomparve.

—Che significa questa cosa?—mormorava papà Benigno.

Procolo riflettè un istante poi disse:

—Aveva ragione io di esitare quando mi avete proposto colei…Prendete. Ora è troppo tardi.

—Sei matto?—aggiunse allora sua madre.

—Niente matto! Lo fossi!—E, abbassando la voce, guardandosi intorno, domandò:

—Vi siete accorti che oggi tre o quattro volte Luigia si è allontanata durante la cena, è uscita nel cortile con alcuni pacchi nascosti sotto il grembiale e quando rientrava era confusa ed inquieta?

—Non ci siamo accorti di nulla—dissero i due vecchi.

—Ebbene, ho visto io.—E preso il lume s'avvicinò alla porta d'uscita. Egli era male in gambe.

—Seguitemi—susurrò con voce sepolcrale.

* * *

Era una bella sera. Di quelle sere invernali fredde ma azzurre che non sono frequenti nella campagna lombarda. Il cielo vedevasi punteggiato di stelle e l'aria sembrava più limpida, più buona a respirare.

Procolo, suo padre e sua madre traversarono il cortile deserto. Su per i muri della casa arrampicavansi le sottili ombre delle viti; il suolo duro suonava ad ogni passo. E il lumicino mandando intorno la sua luce tremula rischiarava la scala esterna di legno, con la sbarra contorta, e, più sotto, le finestrine dai vetri appannàti, e, più oltre, i fienili gonfi di biada, le stalle chiuse, i carri solitari. Procolo andò al portone e diligentemente lo serrò, sbarrandolo con la piccola trave e il catenaccio. Indi, afferrata una verga di acciaio che si era staccata da un de' carri, mosse verso la cascina. Giunto a poca distanza dal muro si volse di botto.

—Vedete la rimessa?—mormorò.—Ebbene, là c'è un uomo.

—Oh! per amore!—gridò la vecchia spaventata. Papà Benigno, non più sorridendo, levò le palme di tasca.

—Sì, vi dico. Un uomo, un uomo, un uomo. È lui. Adesso vedrete….

—Non farti male; Procolo, torna indietro!—gemeva la vecchia.

Ma Procolo non udiva più, fingeva di non udire. Si appressò alla porta della rimessa e stette origliando. Padre e madre lo raggiunsero. Un filo di luce partito dal lumicino traversò le fessure e andò forse a turbar ne' suoi pensieri, nel sonno, la persona ch'era là dentro. Si udì un piccolo gemito.

—Vi pare?—disse Procolo.—Aperse e penetrò nella rimessa. Papà Benigno, serio serio e quasi imbronciato, lo seguiva. A destra, verso il fondo, dietro una catasta di legna, scorgevasi a terra un mucchio di paglia; ad un metro di lontananza, in mezzo alla camera, stava una scodella vuota: sopra la paglia un'ombra nera immobile.

Procolo brandì la pala di ferro, tese innanzi il lume e guardò.

Rimase stupefatto.

Su la paglia giaceva quel cagnaccio bruno ferito durante il giorno, quando si era aperto il portone. La povera bestia nel delirio della febbre guardava con gli occhi timidi e lucenti; la sua zampa, fasciata da una mano pietosa, tendevasi rotta ed inanimata.

—L'ho sempre detto io che sei un gaglioffo—proruppe Benigno. E andò via borbottando.

* * *

Procolo ardì entrar nella camera nuziale. Luigia sopra una cassa piangeva dirottamente.

—E ora? che avete fatto?—disse a suo marito con voce soffocata dai singhiozzi.

—Nulla. Scusa. Quel che è stato è stato….

E venutole presso, bruscamente, rozzamente, sur una delle guancie, a caso, le diede il primo bacio.

Così tardi? si potrebbe dire.

PREFAZIONE Pag. 5

Il ratto di Sabina » 9La passione di G.C. » 19Storia di Matteo Vento » 35Una vittima » 53Storiella invernale » 65Giustizia per tutti » 75Maometto » 91L'orologio di papà Gedeone » 105Don Bonomo è senza cena » 117Papà Gedeone ha ceduto » 129Le redini di Brunello » 145Le nozze » 157

in vista dello straordinario successo che ottenne in due anni di battagliera esistenza, col nuovo anno è escita settimanalmente, con copertina di maggior lusso e illustrata.

L'abbonamento per un anno nel Regno costa L. 5— » per un semestre » » » 3— » per un anno all'Estero » » 7— » per un semestre » » » 4—

Gli abbonati annui ricevono in dono un elegante volume di prosa o di versi edito dallaCasa Editrice della Cronaca Rossa.

Il giornale, oltre ai soliti e spassionati articoli di critica letteraria, giudiziose polemiche scientifiche e letterarie, novelle, bozzetti e poesie, contiene un Corriere dei Teatri, dedicato particolarmente alle novità drammatiche dei giovani autori.—Una colonna della copertina è destinata ai Giuochi.

La __Cronaca Rossa__ si occupa coscenziosamente di tutte le pubblicazioni che le sono inviate in dono.

Arcuno A.—Avancini A.—Auriemma A.—Benini V.—BertaG. A.—Bertossi U.—Bianco P.—Blengini C. A.—Borrelli P.—BorzelliA.—Bovio G.—Calauti M.—Cameroni F.—Capello F.—CasertanoA.—Casertano G.—Cesareo G. A.—Checchia G.—ChiesaG. C.—Cattellani G.—Cimbali G.—Colautti A.—Calì C.—ConfortiL.—Corrieri A. G.—Costando G. A.—Dalla Porta E.—DallaRocca A.—De Amicis E.—Dell'Erba F.—De Luca D.—DeLuca P.—De Marco G.—De Marinis E.—De Nuccio E.—Faldella G.—FavaO.—Fabiani P. L.—Federici B.—Ferri E.—Fogazzaro A.—FranceschiniG.—Francesconi P. E.—Galli E.—Garbagnati V.—GaroglioL.—Ghisleri A.—Giorgieri-Contri C.—Grilli L.—LauriaA.—Lenzoni A.—Lesca G.—Luraghi V.—Madini G. P.—MancaS.—Magliani E.—Malamani V.—Martinoli G.—MazzucchettiA.—Michelini I.—Milelli D.—Mariani M.—Moschino E.—Neera—NorsaG.—Olper-Monis V.—Palma G.—Paoletti E.—PappalardoG. A.—Petrucci G.—Pica V.—Piccoli G.—Pipitone G. F.—PodreiderA.—Rapisardi M.—Ricciardi M.—Rossi V.—RossiVittorio—Rovetta G.—Russo de Cerame F.—Serao E.—Sperani B.—StecchettiL.—Strinati T.—Tanganelli U.—Tarozzi G.—TomaselliA.—Torre A.—Trezza G.—Turati F.—Villa F. E.—VirgiliiF.—Vaccari G.

La Casa editrice GALLI di C.CHIESA & F.GUINDANI

ha messo in vendita in tutta Italia le seguenti pregevolissime pubblicazioni:

FOGAZZARO—Il Mistero del poetaL. 4—

OTTONE DI BANZOLE (Alfredo Oriani)—Al di là. » 4—

SERAO MATILDE—Fior di passione» 4—

VALCARENGHI—Spergiuro!» 3—

VICTOR—Storielle vere» 2—

CONTI—Entrando nella vita» 2—

ROBIATI GIUS.—Gerolamo Rovetta. Studio critico » 1—

LA MARCHESA COLOMBI—I ragazzi di una volta e i ragazzi d'adesso. Seconda edizione » 2 50

LIOY—In alto» 3 50

CAGNA—Noviziato di sposa. Terza edizione » 2—

PONZONI—Guida al servizio telegrafico. Quartaedizione 1888 » 1—

BRUNO SPERANI—L'avvocato Malphieri. Secondaedizione » 3 50

GOLTARA CAMILLO—La Repubblica Argentinaagricola» 1 20

Indirizzare lettere e vaglia agli Editori, Galleria Vitt. Eman. 17 e80, Milano

La Casa editrice della CRONACA ROSSA

ha pubblicato:

EMMA ARNAUD—Morbosità. Romanzo L. 1 50

LUIGI GRILLI—Quinquennalia. Poesie » 1 50

ANGIOLO SILVIO NOVARO—Sul mare» 1 50

UGO BERTOSSI—Pro-patria» 1—

F. A. SALAROLI—Villa Giulia. Novelle » 2—

EGUARDO PAROLETTE—Bois. Pranzetto lirico, con prefazione di LUIGI SCONFORTO » 3—

PASQUALE DE-LUCA—Ars. Profili » 1 50

GUALTIERO PETRUCCI—Album» 1 50

AUGUSTO LENZONI—Canzoniere. Versi » 1 50

GIOVANNI FALDELLA—Per la giustizia giusta» 2 50

— —La Giovinezza di Cavour» 1 50

D'imminente pubblicazione:

AUGUSTO LENZONI—Il romanzo della colpa. Romanzo.

DOMENICO MILELLI—Rottàmi. Versi.

A. GHISLERI—L'asino e il porco.

ETTORE STRINATI—Granadiglie. Versi.

Dirigere commissioni e vaglia allaCasa EditriceVia S. Maurilio, 18, allaCasa Editrice Galli di C. Chiesa e F. Guindani,Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 80, Milano e alleLibrerie Enrico Trevisini,Via Larga, 15, Milano e Via Poli, 13, Roma.

I seguenti refusi sono stati corretti:

refrigerio solenne ai giorni monotomi del castello. (P. 61) sbarrando quella finenestruola a tre vetri (P. 102) e con aria compasionevole disse: (P. 116) già ruduce da Bergamo aveva assunto (P. 117) quel povera mozzicone spento, (P. 163)


Back to IndexNext