X.Lasciato a sinistra un simulacro di capanna svizzera, camminavano lungo un sentiero ghiajoso che costeggiava il lago.L'Angela ch'era rimasta indietro con Cesare passò il braccio sotto quello del fratello e abbassando la voce gli chiese: — Dunque? Come li hai trovati?— Chi?— Oh bella! Il babbo e la mamma.Cesare scosse il capo tristamente.— Vecchi li ho trovati, assai vecchi.— Pur troppo — sospirò l'Angela. — E ancora il babbo, se non fosse così indebolito nella vista,non ci sarebbe male.. Ha la sua mente libera, la sua energia... Anzi Vignoni dice ch'è un miracolo...— Brontolerà...— Brontola, sì... Poveretto! Bisogna perdonargli... Non sono stati giusti con lui... E quegli occhi, quegli occhi! A ogni modo, egli ha i visceri sani... Spero che camperà un pezzo... Mi dà più pensiero la mamma ch'è ridotta un'ombra.— Era sempre debole e malaticcia.— È vero... Ma in questi ultimi tempi ha dato un crollo!... Pare decrepita... E ha cinqu'anni meno del babbo... Tutto l'affatica, non s'interessa di nulla...L'Angela si sforzava invano di trattenere le lacrime.Cesare la guardò con simpatia.— Che vita di sacrificio ti tocca fare!— No, no... Io vorrei che durasse sempre così... Il mio cruccio è...Ma s'interruppe per rispondere alla Letizia che le domandava ove fossero andate a finire le rose da cui la villa aveva preso il nome.— Ce ne sono in quantità — rispose l'Angela — davanti alla casa. Non le hai viste?— Una volta ce n'erano da per tutto... anche quì sul lago...— Quelle son morte tutte in un inverno rigido.— Noi a Posilipo... — principiò la Letizia. E si diffuse a descrivere le sue piantagioni di rose che fiorivano in ogni stagione.Dall'altra parte del giardino Tullio e l'Antonietta, col fervore della loro età, discorrevano dei più svariati argomenti.E innanzi tutto l'Antonietta aveva manifestato al cugino la sua ammirazione per l'italianitàche egli aveva saputo conservare vivendo parte dell'anno a Parigi.— Sì, sì — aveva risposto Tullio con vivacità; — io sono italiano e voglio restare italiano... Tengo della povera mamma che aveva la nostalgia dell'Italia... Ero bambino quando ci siamo trapiantati in Francia, ma ricordo le lacrime della mamma il giorno della partenza... E mai, mai s'è potuta avvezzare... Mai ha voluto rinunziare alla sua lingua...— Il tuo babbo, quello si è infranciosato.— Fino a un certo punto, specie dopo il suosecondo matrimonio... Però ha conservato la nazionalità italiana... E appena ha visto ch'io non sarei andato d'accordo con la matrigna...— Che donna è?— Non è cattiva, ma è sempre matrigna... Insomma il babbo con me è stato d'una grande condiscendenza, e prima ancora ch'io dovessi venire in Italia a fare il volontariato m'ha permesso di finire i miei studi a Pisa, e ormai si rassegna a lasciarmi di quà dalle Alpi.— Quando facevi il volontariato a Livorno — disse l'Antonietta — io ero in collegio a Firenze... Credo d'averti visto tre o quattro volte.— Vestivi da collegiale.— Che orrore!— No... Eri tanto bellina anche così.— Zitto!— Ma ora sei infinitamente più bella.— Basta!...— Sei come doveva essere la tua mamma alla tua età.— Oh, la mamma è molto più bella anche adesso.— Tu hai un'espressione più dolce...— Non fidarti.— Che tesoro di cuginetta!— Finiscila, o scappo.— Provati.— Chiamerò in ajuto Max e Fritz.E accompagnò la minaccia con una sonora risata a cui Tullio fece eco di cuore.Ma ricompostasi a gravità ella mutò argomento.— E vai a studiare ancora?— Sempre si deve studiare a questo mondo.— Che pedante!... E vai a studiare a Venezia?— Sì, a quegli Archivi.L'Antonietta arricciò il naso.— Già io non capisco niente... Che cosa sono gli Archivi?... Una volta si andò a Bologna... sai, il babbo è bolognese e sino ad alcuni anni addietro aveva in quella città una vecchia zia che abitava in un palazzo antico... Ebbene, l'anno prima ch'io entrassi in collegio, si andò a Bologna con la mamma e col babbo... Una mattina, in casa appunto della zia morta da pochi mesi, sciorinarono davanti al babbo, ch'era l'erede, un fascio di carte gialle, polverose, intorno a cui volavano le tignuole...Un signore calvo, in occhiali, non so se avvocato o notajo, disse al babbo: — Queste sono carte dell'Archivio. — Il babbo, spaventato, le respinse con la mano e disse a quel signore: — Guardi lei, faccia lei. — ...Io da quel giorno ho pensato che l'Archivio sia un luogo ove si conservano delle carte sudice e puzzolente...— Fino a un certo punto non hai torto.— E tu vai a studiare in un Archivio?... A sternutir tutto il giorno in mezzo alle cartacce.... A me, per farmi sternutire, è bastato che sciogliessero un pacco...— Ah cara cuginetta mia, — replicò Tullio — gli è che in quelle cartacce c'è anche qualche altra cosa... Senti, non ti son mai venute delle curiosità retrospettive?— Spiegati.— Per esempio, quando visiti un monumento non t'è mai venuto il desiderio di conoscerne le origini, le vicende?— Sì, anche a noi, in Collegio, insegnavano le origini di Santa Maria del Fiore, di Palazzo Vecchio...— Ebbene, chi ve le insegnava come le sapeva queste cose?— A me lo domandi?... Le sapeva, credo almeno... Sta a vedere che ci ha insegnato delle corbellerie.— Speriamo di no... Chi le insegnava si sarà appoggiato ai documenti... Senza documenti non c'è storia.— Che parole difficili!... Documenti, curiosità retrospettive...— Mi canzoni, birichina?— Tutt'altro... Ma che rapporto c'è?...— Ce n'è moltissimo... Anche le scritture che si conservano negli Archivi sono documenti del passato, ci permettono cioè di assicurarci se certe cose sono avvenute e come sono avvenute.— E a Venezia?— Figurati centinaja e centinaja di stanze piene di buste d'alto in basso, e in quelle buste chiuse le memorie di molti secoli, le memorie di ciò che generazioni e generazioni d'uomini hanno operato, pensato, sofferto; leggi, relazioni, sentenze, condanne, note di spese e note di entrate, fogli aridicome le cifre che portano scritte e fogli palpitanti come le glorie e i dolori che narrano;... eccoti gli Archivi di Venezia, d'una città che fu per tanto tempo regina dei mari...L'Antonietta pendeva estatica dalle labbra dell'eloquente cugino.— Ora credo d'intendere anch'io... Se gli Archivi son così, è naturale che uno vi si deva interessare... Ma c'è da spenderci dentro la vita....— La vita?... Supposto che un uomo per cinquant'anni di fila perdesse l'intera giornata sulle carte di quella colossale raccolta, egli, dopo mezzo secolo, sarebbe appena al principio.— Misericordia! — esclamò la ragazza inorridita. — Quand'è così, è inutile sobbarcarsi all'impresa.— Ma nessuno si sogna di compulsar tutto un Archivio... Si studia un breve periodo; un singolo avvenimento, un solo incidente talvolta...— Come pagherei di vederli questi famosi Archivi! — disse l'Antonietta.— Vieni a Venezia... Ti accompagnerò io — riprese Tullio con calore.— Eh no — ella soggiunse. — Il babbo non vuol più saperne di Venezia dopo che gli hanno rifiutato un quadro all'Esposizione del 1895... Peccato... Io sono entusiasta di Venezia.— Ci sei stata dunque?— Parecchi anni fa... Ero piccolina... Ma rammento perfettamente la Chiesa di San Marco, la Piazza, il Palazzo Ducale, la Riva degli Schiavoni, e una gita in gondola... Era un dopopranzo d'estate... con un cielo limpido, con un'acqua chiara, tranquilla che pareva uno specchio... E, in fatti, vi si riflettevano come in uno specchio le case e i palazzi... Che magnificenza!— Ah se tu venissi a Venezia quando ci son io, vorrei condurti a spasso per tutti i canali della città.— Magari! — disse l'Antonietta saltando per l'allegrezza. — Oh... che c'è?E fece per alzar la mano, ma Tullio la prevenne, e delicatamente tolse dai capelli della cugina una foglia di platano ingiallita agli orli che vi si era posata.— «Da' bei rami scendea» — egli principiò.— Oh, è un verso?— Sicuro.— Tuo?— No, d'uno che valeva meglio di me, Messer Francesco Petrarca.E riprese a declamare:Da' bei rami scendea,Dolce nella memoria.Una pioggia di fior sovra il suo grembo...— Quella non era che una foglia — interruppe l'Antonietta.— Fa lo stesso.Tullio continuò:Ed ella si sedeaUmile in tanta gloria...— Chi,ella?— Laura, l'amante di Petrarca.— Sua moglie?— No, veramente. Era moglie d'un altro.— Che vergogna.... Però — soggiunse l'Antonietta con un sorriso malizioso — dev'essere ungran piacere il sentirsi recitar dei versi fatti in proprio onore.— Vuoi che ne faccia io per te?— Tu?... Sei poeta?— Si diventa per l'occasione.Camminarono un tratto in silenzio. E in silenzio passarono accanto al cedro del Libano piantato dal nonno, il famoso cedro che Tullio s'era proposto di mostrare alla cugina e di cui non si ricordavano più nè l'uno nè l'altra. Di là dagli alberi che andavano via via spogliandosi si vedeva lo scintillìo del lago.L'Antonietta battè palma a palma.— Ecco l'acqua.E affrettò il passo. Ma poichè Tullio non la seguiva si fermò sui due piedi. E guardandolo chiese:— O che hai? Che vai borbottando?— Senti! — egli disse con aria inspirata.Vorrei fossimo insieme in mezzo al mare...— Versi? — domandò di nuovo l'Antonietta in tono dubitativo.— Sì — rispose Tullio. — Ma non farmi perdere il filo.E ripetè:«Vorrei fossimo soli in mezzo al mare...— Bellissimo! — mormorò l'Antonietta in un soffio mentre pendeva dalle labbra del vate, non ben sicuro che l'estro gli durasse sino alla fine.«Sopra uno schiforipigliò Tullio. Ma non parve contento delloschifo, e corresse:«Sopra un naviglio dalla bianca prora...A questo punto l'Antonietta andò in brodo di giuggiole e non seppe darne migliore dimostrazione che quella di ripetere anch'ella i due versi:«Vorrei fossimo insieme in mezzo al mare,Sopra un naviglio dalla bianca prora...— E poi?Tullio s'impazientì.— E poi? Credi che fare un sonetto sia come sorbire un ovo?— Ah, è un sonetto?— Avrebbe l'intenzione di essere un sonetto — confermò il cugino. — Ma è un'impresa seria... Occorrono quattordici versi e finora non ne ho improvvisati che due.— Se potessi ajutarti? — insinuò timidamente l'Antonietta.Tullio sorrise.— Oh sì, brava, un sonetto in collaborazione.E andava masticando:«Sotto un limpido ciel... sotto un limpido ciel.— Se ti fa male, smetti — disse la giovinetta pietosa.«Sotto un limpido ciel, soli nell'oraChe fra rosei vapor la luna appare,declamò Tullio trionfante.— Oh Tullio! — proruppe l'Antonietta non trovando parole per esprimere il suo entusiasmo.Senonchè Tullio era ripiombato nello scoraggiamento. Certo quella era una quartina, ma ne occorreva una seconda. E dopo la quartina occorrevano due terzine.Il poeta estemporaneo s'era fermato e l'Antonietta ne aveva imitato l'esempio, e ora guardava lui, ora guardava uno stuolo di formiche che attraversavano obliquamente il sentiero.Visto però che l'inspirazione tardava a venire, Tullio riprese a moversi a passi lenti.Egli borbottava:«Vorrei fossimo soli in mezzo al mare,Sopra un naviglio dalla bianca prora;Sotto un limpido ciel, soli nell'oraChe tra rosei vapor la luna appare.»E da capo:«Vorrei... vorrei...Per fortuna, a questo punto, Tullio Torralba fu invasato dal Nume. E afferrando la mano dell'Antonietta che lo seguiva come un cagnolino declamò quasi tutto d'un fiato:«A un'isoletta ti vorrei portareOve fiorisse primavera ognora,E vorrei dirti: Sei la mia signora,Ti starò notte e giorno ad adorare.»— No, no, è troppo — esclamò l'Antoniettacommossa fino alle lacrime. E ne' suoi occhi c'era tanta ammirazione quanta non n'ebbe mai quella civetta a freddo di Madonna Laura pel suo Petrarca nè quel pezzo in ghiaccio teologico di Beatrice per Dante Allighieri.— Vedi — spiegò Tullio — qualche volta per trovar l'estro bisogna rifarsi da capo, come chi prende la rincorsa per un salto. Ora mancano le due terzine.— Ma ora devi riposarti — supplicò l'Antonietta con affettuosa sollecitudine. — Già potrebbe bastare così.— Brava! Un sonetto senza terzine... Tal quale una carrozza a cui manchino le due ruote davanti.Senz'accorgersene erano arrivati in vista della terrazza ove gli altri della brigata li avevano preceduti da qualche minuto.
Lasciato a sinistra un simulacro di capanna svizzera, camminavano lungo un sentiero ghiajoso che costeggiava il lago.
L'Angela ch'era rimasta indietro con Cesare passò il braccio sotto quello del fratello e abbassando la voce gli chiese: — Dunque? Come li hai trovati?
— Chi?
— Oh bella! Il babbo e la mamma.
Cesare scosse il capo tristamente.
— Vecchi li ho trovati, assai vecchi.
— Pur troppo — sospirò l'Angela. — E ancora il babbo, se non fosse così indebolito nella vista,non ci sarebbe male.. Ha la sua mente libera, la sua energia... Anzi Vignoni dice ch'è un miracolo...
— Brontolerà...
— Brontola, sì... Poveretto! Bisogna perdonargli... Non sono stati giusti con lui... E quegli occhi, quegli occhi! A ogni modo, egli ha i visceri sani... Spero che camperà un pezzo... Mi dà più pensiero la mamma ch'è ridotta un'ombra.
— Era sempre debole e malaticcia.
— È vero... Ma in questi ultimi tempi ha dato un crollo!... Pare decrepita... E ha cinqu'anni meno del babbo... Tutto l'affatica, non s'interessa di nulla...
L'Angela si sforzava invano di trattenere le lacrime.
Cesare la guardò con simpatia.
— Che vita di sacrificio ti tocca fare!
— No, no... Io vorrei che durasse sempre così... Il mio cruccio è...
Ma s'interruppe per rispondere alla Letizia che le domandava ove fossero andate a finire le rose da cui la villa aveva preso il nome.
— Ce ne sono in quantità — rispose l'Angela — davanti alla casa. Non le hai viste?
— Una volta ce n'erano da per tutto... anche quì sul lago...
— Quelle son morte tutte in un inverno rigido.
— Noi a Posilipo... — principiò la Letizia. E si diffuse a descrivere le sue piantagioni di rose che fiorivano in ogni stagione.
Dall'altra parte del giardino Tullio e l'Antonietta, col fervore della loro età, discorrevano dei più svariati argomenti.
E innanzi tutto l'Antonietta aveva manifestato al cugino la sua ammirazione per l'italianitàche egli aveva saputo conservare vivendo parte dell'anno a Parigi.
— Sì, sì — aveva risposto Tullio con vivacità; — io sono italiano e voglio restare italiano... Tengo della povera mamma che aveva la nostalgia dell'Italia... Ero bambino quando ci siamo trapiantati in Francia, ma ricordo le lacrime della mamma il giorno della partenza... E mai, mai s'è potuta avvezzare... Mai ha voluto rinunziare alla sua lingua...
— Il tuo babbo, quello si è infranciosato.
— Fino a un certo punto, specie dopo il suosecondo matrimonio... Però ha conservato la nazionalità italiana... E appena ha visto ch'io non sarei andato d'accordo con la matrigna...
— Che donna è?
— Non è cattiva, ma è sempre matrigna... Insomma il babbo con me è stato d'una grande condiscendenza, e prima ancora ch'io dovessi venire in Italia a fare il volontariato m'ha permesso di finire i miei studi a Pisa, e ormai si rassegna a lasciarmi di quà dalle Alpi.
— Quando facevi il volontariato a Livorno — disse l'Antonietta — io ero in collegio a Firenze... Credo d'averti visto tre o quattro volte.
— Vestivi da collegiale.
— Che orrore!
— No... Eri tanto bellina anche così.
— Zitto!
— Ma ora sei infinitamente più bella.
— Basta!...
— Sei come doveva essere la tua mamma alla tua età.
— Oh, la mamma è molto più bella anche adesso.
— Tu hai un'espressione più dolce...
— Non fidarti.
— Che tesoro di cuginetta!
— Finiscila, o scappo.
— Provati.
— Chiamerò in ajuto Max e Fritz.
E accompagnò la minaccia con una sonora risata a cui Tullio fece eco di cuore.
Ma ricompostasi a gravità ella mutò argomento.
— E vai a studiare ancora?
— Sempre si deve studiare a questo mondo.
— Che pedante!... E vai a studiare a Venezia?
— Sì, a quegli Archivi.
L'Antonietta arricciò il naso.
— Già io non capisco niente... Che cosa sono gli Archivi?... Una volta si andò a Bologna... sai, il babbo è bolognese e sino ad alcuni anni addietro aveva in quella città una vecchia zia che abitava in un palazzo antico... Ebbene, l'anno prima ch'io entrassi in collegio, si andò a Bologna con la mamma e col babbo... Una mattina, in casa appunto della zia morta da pochi mesi, sciorinarono davanti al babbo, ch'era l'erede, un fascio di carte gialle, polverose, intorno a cui volavano le tignuole...Un signore calvo, in occhiali, non so se avvocato o notajo, disse al babbo: — Queste sono carte dell'Archivio. — Il babbo, spaventato, le respinse con la mano e disse a quel signore: — Guardi lei, faccia lei. — ...Io da quel giorno ho pensato che l'Archivio sia un luogo ove si conservano delle carte sudice e puzzolente...
— Fino a un certo punto non hai torto.
— E tu vai a studiare in un Archivio?... A sternutir tutto il giorno in mezzo alle cartacce.... A me, per farmi sternutire, è bastato che sciogliessero un pacco...
— Ah cara cuginetta mia, — replicò Tullio — gli è che in quelle cartacce c'è anche qualche altra cosa... Senti, non ti son mai venute delle curiosità retrospettive?
— Spiegati.
— Per esempio, quando visiti un monumento non t'è mai venuto il desiderio di conoscerne le origini, le vicende?
— Sì, anche a noi, in Collegio, insegnavano le origini di Santa Maria del Fiore, di Palazzo Vecchio...
— Ebbene, chi ve le insegnava come le sapeva queste cose?
— A me lo domandi?... Le sapeva, credo almeno... Sta a vedere che ci ha insegnato delle corbellerie.
— Speriamo di no... Chi le insegnava si sarà appoggiato ai documenti... Senza documenti non c'è storia.
— Che parole difficili!... Documenti, curiosità retrospettive...
— Mi canzoni, birichina?
— Tutt'altro... Ma che rapporto c'è?...
— Ce n'è moltissimo... Anche le scritture che si conservano negli Archivi sono documenti del passato, ci permettono cioè di assicurarci se certe cose sono avvenute e come sono avvenute.
— E a Venezia?
— Figurati centinaja e centinaja di stanze piene di buste d'alto in basso, e in quelle buste chiuse le memorie di molti secoli, le memorie di ciò che generazioni e generazioni d'uomini hanno operato, pensato, sofferto; leggi, relazioni, sentenze, condanne, note di spese e note di entrate, fogli aridicome le cifre che portano scritte e fogli palpitanti come le glorie e i dolori che narrano;... eccoti gli Archivi di Venezia, d'una città che fu per tanto tempo regina dei mari...
L'Antonietta pendeva estatica dalle labbra dell'eloquente cugino.
— Ora credo d'intendere anch'io... Se gli Archivi son così, è naturale che uno vi si deva interessare... Ma c'è da spenderci dentro la vita....
— La vita?... Supposto che un uomo per cinquant'anni di fila perdesse l'intera giornata sulle carte di quella colossale raccolta, egli, dopo mezzo secolo, sarebbe appena al principio.
— Misericordia! — esclamò la ragazza inorridita. — Quand'è così, è inutile sobbarcarsi all'impresa.
— Ma nessuno si sogna di compulsar tutto un Archivio... Si studia un breve periodo; un singolo avvenimento, un solo incidente talvolta...
— Come pagherei di vederli questi famosi Archivi! — disse l'Antonietta.
— Vieni a Venezia... Ti accompagnerò io — riprese Tullio con calore.
— Eh no — ella soggiunse. — Il babbo non vuol più saperne di Venezia dopo che gli hanno rifiutato un quadro all'Esposizione del 1895... Peccato... Io sono entusiasta di Venezia.
— Ci sei stata dunque?
— Parecchi anni fa... Ero piccolina... Ma rammento perfettamente la Chiesa di San Marco, la Piazza, il Palazzo Ducale, la Riva degli Schiavoni, e una gita in gondola... Era un dopopranzo d'estate... con un cielo limpido, con un'acqua chiara, tranquilla che pareva uno specchio... E, in fatti, vi si riflettevano come in uno specchio le case e i palazzi... Che magnificenza!
— Ah se tu venissi a Venezia quando ci son io, vorrei condurti a spasso per tutti i canali della città.
— Magari! — disse l'Antonietta saltando per l'allegrezza. — Oh... che c'è?
E fece per alzar la mano, ma Tullio la prevenne, e delicatamente tolse dai capelli della cugina una foglia di platano ingiallita agli orli che vi si era posata.
— «Da' bei rami scendea» — egli principiò.
— Oh, è un verso?
— Sicuro.
— Tuo?
— No, d'uno che valeva meglio di me, Messer Francesco Petrarca.
E riprese a declamare:
Da' bei rami scendea,Dolce nella memoria.Una pioggia di fior sovra il suo grembo...
Da' bei rami scendea,
Dolce nella memoria.
Una pioggia di fior sovra il suo grembo...
— Quella non era che una foglia — interruppe l'Antonietta.
— Fa lo stesso.
Tullio continuò:
Ed ella si sedeaUmile in tanta gloria...
Ed ella si sedea
Umile in tanta gloria...
— Chi,ella?
— Laura, l'amante di Petrarca.
— Sua moglie?
— No, veramente. Era moglie d'un altro.
— Che vergogna.... Però — soggiunse l'Antonietta con un sorriso malizioso — dev'essere ungran piacere il sentirsi recitar dei versi fatti in proprio onore.
— Vuoi che ne faccia io per te?
— Tu?... Sei poeta?
— Si diventa per l'occasione.
Camminarono un tratto in silenzio. E in silenzio passarono accanto al cedro del Libano piantato dal nonno, il famoso cedro che Tullio s'era proposto di mostrare alla cugina e di cui non si ricordavano più nè l'uno nè l'altra. Di là dagli alberi che andavano via via spogliandosi si vedeva lo scintillìo del lago.
L'Antonietta battè palma a palma.
— Ecco l'acqua.
E affrettò il passo. Ma poichè Tullio non la seguiva si fermò sui due piedi. E guardandolo chiese:
— O che hai? Che vai borbottando?
— Senti! — egli disse con aria inspirata.
Vorrei fossimo insieme in mezzo al mare...
Vorrei fossimo insieme in mezzo al mare...
— Versi? — domandò di nuovo l'Antonietta in tono dubitativo.
— Sì — rispose Tullio. — Ma non farmi perdere il filo.
E ripetè:
«Vorrei fossimo soli in mezzo al mare...
«Vorrei fossimo soli in mezzo al mare...
— Bellissimo! — mormorò l'Antonietta in un soffio mentre pendeva dalle labbra del vate, non ben sicuro che l'estro gli durasse sino alla fine.
«Sopra uno schifo
«Sopra uno schifo
ripigliò Tullio. Ma non parve contento delloschifo, e corresse:
«Sopra un naviglio dalla bianca prora...
«Sopra un naviglio dalla bianca prora...
A questo punto l'Antonietta andò in brodo di giuggiole e non seppe darne migliore dimostrazione che quella di ripetere anch'ella i due versi:
«Vorrei fossimo insieme in mezzo al mare,Sopra un naviglio dalla bianca prora...
«Vorrei fossimo insieme in mezzo al mare,
Sopra un naviglio dalla bianca prora...
— E poi?
Tullio s'impazientì.
— E poi? Credi che fare un sonetto sia come sorbire un ovo?
— Ah, è un sonetto?
— Avrebbe l'intenzione di essere un sonetto — confermò il cugino. — Ma è un'impresa seria... Occorrono quattordici versi e finora non ne ho improvvisati che due.
— Se potessi ajutarti? — insinuò timidamente l'Antonietta.
Tullio sorrise.
— Oh sì, brava, un sonetto in collaborazione.
E andava masticando:
«Sotto un limpido ciel... sotto un limpido ciel.
«Sotto un limpido ciel... sotto un limpido ciel.
— Se ti fa male, smetti — disse la giovinetta pietosa.
«Sotto un limpido ciel, soli nell'oraChe fra rosei vapor la luna appare,
«Sotto un limpido ciel, soli nell'ora
Che fra rosei vapor la luna appare,
declamò Tullio trionfante.
— Oh Tullio! — proruppe l'Antonietta non trovando parole per esprimere il suo entusiasmo.
Senonchè Tullio era ripiombato nello scoraggiamento. Certo quella era una quartina, ma ne occorreva una seconda. E dopo la quartina occorrevano due terzine.
Il poeta estemporaneo s'era fermato e l'Antonietta ne aveva imitato l'esempio, e ora guardava lui, ora guardava uno stuolo di formiche che attraversavano obliquamente il sentiero.
Visto però che l'inspirazione tardava a venire, Tullio riprese a moversi a passi lenti.
Egli borbottava:
«Vorrei fossimo soli in mezzo al mare,Sopra un naviglio dalla bianca prora;Sotto un limpido ciel, soli nell'oraChe tra rosei vapor la luna appare.»
«Vorrei fossimo soli in mezzo al mare,
Sopra un naviglio dalla bianca prora;
Sotto un limpido ciel, soli nell'ora
Che tra rosei vapor la luna appare.»
E da capo:
«Vorrei... vorrei...
«Vorrei... vorrei...
Per fortuna, a questo punto, Tullio Torralba fu invasato dal Nume. E afferrando la mano dell'Antonietta che lo seguiva come un cagnolino declamò quasi tutto d'un fiato:
«A un'isoletta ti vorrei portareOve fiorisse primavera ognora,E vorrei dirti: Sei la mia signora,Ti starò notte e giorno ad adorare.»
«A un'isoletta ti vorrei portare
Ove fiorisse primavera ognora,
E vorrei dirti: Sei la mia signora,
Ti starò notte e giorno ad adorare.»
— No, no, è troppo — esclamò l'Antoniettacommossa fino alle lacrime. E ne' suoi occhi c'era tanta ammirazione quanta non n'ebbe mai quella civetta a freddo di Madonna Laura pel suo Petrarca nè quel pezzo in ghiaccio teologico di Beatrice per Dante Allighieri.
— Vedi — spiegò Tullio — qualche volta per trovar l'estro bisogna rifarsi da capo, come chi prende la rincorsa per un salto. Ora mancano le due terzine.
— Ma ora devi riposarti — supplicò l'Antonietta con affettuosa sollecitudine. — Già potrebbe bastare così.
— Brava! Un sonetto senza terzine... Tal quale una carrozza a cui manchino le due ruote davanti.
Senz'accorgersene erano arrivati in vista della terrazza ove gli altri della brigata li avevano preceduti da qualche minuto.