XII.Quella sera stessa, dopo cena, davanti alla tavola che la Lisa sparecchiava lentamente, Luciano, Girolamo e Cesare Torralba sedevano fumando un sigaro e sorseggiando il cognac. Giulio Frassini, inquieto, ora passeggiava per la stanza sbirciando la Lisa, ora usciva in giardino a godersi il fresco Il resto della comitiva era passato nel salotto attiguo di dove venivano degli accordi di pianoforte.I tre fratelli Torralba tacevano o scambiavano qualche frase insignificante. Finchè s'era trattato di evocar insieme le rimembranze comuni, la loro conversazione era stata calda e animata; esaurito questo tema, essi avevano scoperto che il tempo, la lontananza, le diverse abitudini avevano inmodo straordinario allentati i vincoli della parentela, cresciute le differenze originali che c'eran fra loro. Erano come i congegni d'una macchina smontata da un pezzo e che non si riesce più a combinare. E ora Luciano pensava alla sua Banca e a un sindacato per la emissione di certi titoli e Girolamo si doleva seco medesimo della coincidenza tra le nozze d'oro de' suoi genitori e la Mostra bovina del suo collegio elettorale, onde a lui era stato impossibile d'intervenire all'inaugurazione di quella Mostra e di pronunziarvi il discorso d'apertura; Cesare in fine, il poeta della famiglia, concretava nella sua mente il disegno di una grande istituzione da lui immaginata a favore degli emigranti italiani agli Stati Uniti. Così era in tutti e tre i fratelli, dissimulata forse, forse avvertita con un senso intimo d'amarezza, la segreta impazienza di andarsene da Villarosa, di rientrare ciascuno nella sua sfera d'attività, in un ambiente favorevole alle proprie idee, ai propri interessi, alle proprie ambizioni.Luciano fu il primo ad alzarsi in piedi e ad accostarsi all'uscio del salotto.— Chi è che suona? — chiese Girolamo reprimendo uno sbadiglio.— L'Antonietta — rispose Luciano.— È carina nostra nipote — disse Cesare. — Quando poi la paragono a quelle due marionette dei figliuoli di nostra sorella Letizia.Quì non c'erano dissidi possibili. Max e Fritz parevano a tutti due caricature ridicole.Girolamo gettò via il sigaro.— E che muso avevano stasera! Sarà pel bagno involontario d'oggi che sciupò loro un vestito e li costrinse a indossare losmoking.— Li costrinse? — esclamò Cesare. — Nemmen per sogno. Hanno portato con sè un intero guardaroba... Ma la sera vestono sempre di nero, all'uso inglese.— Ebbene — propose Girolamo, — vogliamo assistere al concerto?—Faute de mieux— sospirò Luciano. — A Parigi ove della musica se ne può sentire oltre il bisogno, io mi guardo bene dall'accompagnare mia moglie, che, lei, si dà delle arie di artista.— In quanto a me — confessò Cesare — di musicanon capisco niente. Non posso sentire una sonata senza correre involontariamente col pensiero a quella scena delBourgeois gentilhommedi Molière, ove il professore di filosofia combina, non so in quanti modi diversi, per istruzione di M.rJourdain, la fraseBelle marquise, vos beaux yeux me font mourir d'amour. Così, quando un maestro ha trovato un'idea musicale, ve la ripete all'infinito condita in tutte le salse:Belle marquise, vos beaux yeux me font mourir d'amour... D'amour mourir me font, belle marquise, vos beaux yeux... Vos yeux beaux d'amour me font, belle marquise, mourir...E via di questo passo per una mezz'ora.Luciano e Girolamo sorrisero per compiacenza. Era strano; questo loro fratello che non aveva terminato i suoi studi, che dal Liceo, ove scaldava le panche, era passato all'Istituto tecnico, e nemmeno all'Istituto tecnico era riuscito a conseguire la sua licenza, pareva conoscere a menadito una quantità di autori ch'essi, usciti entrambi dall'Università con la loro brava laurea, conoscevano appena di nome... Bah! Fors'era appunto per questoch'egli non aveva fatto fortuna. Non è l'erudizione letteraria quella che spinge avanti nel mondo.Venne dal salotto un rumore d'applausi.— Entriamo! — disse Girolamo. — Il concerto è finito.— Entriamo pure — soggiunse Cesare. — Ma per vostra regola i concerti non finiscono mai.In fatti, prima che i tre fratelli avessero richiuso l'uscio dietro di sè, l'Antonietta aveva attaccato un altro pezzo.— Tss! — fece la signora Laura portandosi il dito alla bocca con una vivacità inconsueta. E dalla fisonomia di lei come da quella dell'Angela che le sedeva vicino traspariva un godimento intimo e schietto.Non tutto però l'uditorio si trovava nelle stesse disposizioni d'animo. Se il dottor Vignoni era in estasi e ritto accanto al pianoforte voltava le pagine alla suonatrice, se la signora Cesira, la maestra comunale di San Vito, affetta da uno strabismo che si esacerbava per ogni emozione inconsueta pareva guardar fuori del mondo conosciuto, se ilsignor Domenico Sarni, il farmacista, si leccava i baffi come per un buon boccone mangiato, se Tullio nel suo entusiasmo per la cugina prorompeva in continue esclamazioni ammirative, il commendatore Ercole, col berretto calato sul naso, sonnecchiava sulla poltrona, l'Adele, accostata la sedia alla tavola, sfogliava laTribuna, la Letizia e i figliuoli avevano un risolino sarcastico sul labbro, e la Marialì, poco o punto curandosi dei successi pianistici della sua ragazza, mostrava l'inquietudine della civetta la quale non sa persuadersi che nessuno si occupi di lei.— Cara, cara, cara!... Vieni quì che ti dia un bacio — gridò la signora Laura dopo che l'Antonietta si fu fermata sulle ultime note del coro d'introduzione dellaNorma.— E un bacio anche a me! — soggiunse l'Angela. — Non foss'altro, pel piacere che dài alla nonna.— Torna al pianoforte — riprese la vecchia signora, che, nell'eccitazione di quella sera, scordava i suoi reumatismi e si moveva e gestiva come non s'era mossa e non aveva gestito da un pezzo. — C'è tanta musica lì in quello scaffale.— L'Antonietta legge a prima vista con grande facilità — sentenziò la Letizia rivolgendosi a sua sorella Marialì, — ma spero che a casa la farai studiare sul serio.— A Firenze ha preso sei lezioni da Buonamici e poi non ha più voluto saperne.— Sfido! — protestò l'Antonietta. — Mi rimetteva agli esercizi.— Naturale, i fondamenti ci vogliono.— Lasciali discorrere e va al pianoforte — tornò a dire la signora Laura.Ma la Letizia non si diede per vinta.— A Firenze almeno suonerà dell'altra roba. Quì a Villarosa avete ancora le riduzioni d'opere teatrali ch'erano in voga quand'eravamo bambine noi, e che son fatte per sciupar la mano di chi eseguisce e l'orecchio di chi ascolta. Non lo rinnovate mai il vostro repertorio?La Letizia poteva anche aver ragione, ma i suoi modi sprezzanti riuscivano a irritar perfino la pazientissima Angela.— Oh — ella rispose. — Lo sai che nessuna di noi tre e nessuno dei nostri fratelli aveva disposizionispeciali per la musica... Da ragazze strimpellavamo il pianoforte, ecco tutto... E quando son rimasta sola in casa ho seguitato a strimpellarlo ripetendo le vecchie sonate che la mamma riudiva volentieri... Ma ormai da anni e anni lo stromento non si apriva più... La mamma non ci trovava più gusto... Ci voleva l'Antonietta per fare il miracolo.— Vuoi mettere il tocco dell'Antonietta col tuo? — saltò su la signora Laura con la crudeltà con cui si parla alle persone che sacrificano la loro vita per noi. — Sicuro, l'Antonietta ha fatto il miracolo... Ha sentimento, ha espressione... Per merito suo ho risentito della musica che va al cuore... Torna al pianoforte, Antonietta, e non badare agli sproloqui di tua zia Letizia... Cerca le riduzioni dellaSonnambula, dellaLucrezia Borgia, deiLombardi, delTrovatore, delRigoletto, dellaTraviata, dell'Aida, delFaust.La ragazza si mise a ridere.— Ci sarebbe da tirare innanzi fino a domattina.— Tira innanzi fin che puoi... Mi ringiovanisci di trent'anni.— Vede, signora Laura — notò il dottor Vignoni — vede se non ho ragione io quando sostengo che i suoi mali sono per una buona metà fatti d'immaginazione, e che s'ella si sforzasse...Ma le parole del medico richiamarono la valetudinaria ai consueti piagnistei.— Voi dite delle sciocchezze, Vignoni... Li aveste voi per un'ora i mali che ho io, ve ne accorgereste... Ma ha ragione mio marito... Voi altri medici non capite nulla.Il commendatore Ercole si scosse, cacciò indietro il berretto che gli copriva gli occhi, stirò le braccia e si guardò intorno.— Oh, oh... qualcuno sonava, mi sembra.— Era l'Antonietta — rispose la moglie. — Suona come un angelo.— In fatti — ripigliò l'ex Prefetto — ho dormito meglio del solito... E perchè non suona più?Benchè a malincuore, l'Antonietta sedette di nuovo al pianoforte. Ell'avrebbe voluto chiacchierare un poco con Tullio, avrebbe voluto chiedergli se avesse finito il sonetto così ben iniziato durante la loro passeggiata in giardino. E la infastidivaaltresì che quella sera la sua mamma lo avesse accaparrato per sè e ch'egli non sapesse liberarsene e lasciasse al dottor Vignoni l'ufficio di voltarle le carte della musica, ufficio che ragionevolmente spettava a lui, il cugino.Era stata la Marialì che aveva fatto segno a Tullio di avvicinarsele, ed egli s'era affrettato a ubbidirle, con quel segreto compiacimento che gli uomini provano alla minima preferenza di una bella donna. E poi, pensava Tullio, non era ella la mamma dell'Antonietta? Non doveva egli, per questo solo, usare particolari riguardi?Allorchè il docile nipote aveva accostato la sua seggiola a quella di lei ella non gli aveva detto niente, s'era contentata di ringraziarlo con un cenno amichevole e con uno di que' suoi sorrisi radiosi che mettevano in mostra, fra due labbra rosee, una doppia fila di denti candidi, uguali, perfetti. Indi s'era tirata alquanto nell'ombra, dietro la poltrona della madre, e su quella poltrona posava la mano scintillante d'anelli. La svelta, elegante persona si disegnava mirabilmente nell'attillato vestito di seta grigia, a risvolti di velluto nero,che un po' aperto sul davanti lasciava a nudo il collo bianchissimo e il principio del seno; i capelli abbondanti, fini, ricciuti, l'avvolgevano come d'un nimbo, e tutto intorno a lei si spandeva un sottile profumo di viola. Tullio non poteva a meno di paragonarla all'altre sue zie che si trovavano nella stanza; la giunonica Letizia a cui non restava quasi più traccia dell'antica avvenenza, l'esile Angela alla quale la vita d'infermiera aveva dato quella tinta scialba, e quell'andatura dimessa che le suore acquistano negli ospedali, la magra ed ossuta Adele, moglie dello zio Girolamo, verde e fegatosa, quasi si fosse guastata irrimediabilmente lo stomaco a sentire e a legger discorsi parlamentari. E poichè la nonna non entrava nel conto, e la signora Cesira, quantunque giovine d'età, ci entrava anche meno, Tullio era tratto a concludere che quella sera, nel salotto di Villarosa non c'erano che due donne degne d'esser guardate, l'Antonietta e la Marialì. E, sotto il rispetto puramente fisico, egli non avrebbe saputo davvero a quale delle due, fra la madre e la figliuola, spettasse la palma.Dei confronti mentali che il suo vicino andavafacendo la Marialì non si curava nè punto nè poco: sentiva che in quel suo nipote aveva un ammiratore di più, e ciò bastava a lusingare la sua vanità. Ella non supponeva nemmeno che in quel momento l'Antonietta la considerava come una rivale e che nel cuore, pur buono, della fanciulla s'andava accumulando un astio segreto contro di lei che le insidiava le prime dolcezze dell'amore; a' suoi occhi l'Antonietta era sempre una bimba e non poteva fermar l'attenzione degli uomini... Il suo tempo sarebbe venuto... molto più tardi.Il commendatore Ercole s'era finito di svegliare e seguiva con un certo interesse, sebbene con minore entusiasmo di sua moglie, le esercitazioni musicali dell'Antonietta.— Quindic'anni che non vado ad un'opera — egli borbottava.— Son quasi venti — rettificò la signora Laura. — Da quando ci siam seppelliti quì.L'ex Prefetto, ch'era sdrajato sulla poltrona, si puntellò con le due mani ai bracciuoli, e su su si levò a sedere con una particolare espressione di maraviglia sul viso. Già nel dormiveglia di primalo aveva stupito la parlantina della consorte, ora lo stupiva in grado molto maggiore l'udirla manifestare un'opinione contraria alla sua, lei che delle opinioni non soleva avere che quelle degli altri, e che, sopra tutto, non osava mai contraddire nè censurare il marito.Comunque sia, prima che il vecchio autocrata aprisse la bocca per reprimere questo tentativo d'emancipazione coniugale, la Letizia slanciò una delle sue frecciatine.— Avreste proprio bisogno di tornarci a teatro per riformare i vostri gusti antidiluviani... Se verrete nell'inverno a Napoli, vi accompagnerò io a sentir della musica che non sia una strimpellatura buona al più per grattar gli orecchi.— Lo so, lo so — ribattè il commendatore; — oggi la musica l'andate a prendere di là dall'Alpi... Non c'è che Wagner al mondo. Tutti i maestri italiani passati e presenti sono asini... E c'è da giurare che di cento che vanno in solluchero per queste nenie tedesche novantanove non capiscono niente.Frattanto una singolare nervosità s'era impadronitadell'Antonietta che non giungeva più al termine di nessuna sonata, ma dopo poche battute, senza curarsi delle proteste dell'uditorio, ordinava a Vignoni di spiegarle sul leggìo un nuovo quaderno.Max e Fritz, inorriditi, s'erano tirati in un angolo e svolgevano un album di fotografie, borbottando: — Par d'esser in una fiera di villaggio.Ora le agili dita della ragazza richiamarono sul pianoforte il patetico lamento della «Traviata».Addio del passato bei sogni ridenti.— Oh — dichiarò Ercole Torralba — questo vogliamo sentirlo tutto.— Mi ricordo quando lo cantava la Spezia — disse la signora Laura.— E la Boccabadati?... L'abbiamo intesa a Livorno.— E la Piccolomini?— E la Patti?— La Patti aveva più voce e più arte, ma la passione della Spezia non l'aveva nessuna...— Nessuna in quest'opera valeva la Boccabadati — replicò in tuono reciso l'ex Prefetto.— Per me la Spezia.— Ma che? Ma che?Era strano. In quella rievocazione di fatti che risalivano a oltre una quarantina d'anni, i due vecchi, pur bisticciandosi, si sentivano più vicini che abitualmente non fossero, sentivano che ognuno dei due sarebbe stato più triste, più solo il giorno che l'altro fosse venuto a mancare, sentivano ch'è una gran cosa l'esser vissuti insieme in un tempo lontano del quale coloro che vi attorniano hanno appena una confusa notizia.«Addio del passato bei sogni ridenti.»Per la decima volta la melodia diluita nella mediocre riduzione correva sui tasti del pianoforte quando l'Antonietta cessò di sonare ad un tratto e ruppe in un pianto dirotto.— Cosa c'è? Cos'è stato?La giovinetta balzò dalla seggiola, respinse sua madre e Tullio e il dottor Vignoni e gli altri ch'erano accorsi, e singhiozzando buttò le braccia al collo della zia Angela.— Ma cos'hai, bimba? Spiegati.— Non lo so — ella susurrò in modo da non essere intesa che dall'Angela. — Vorrei morire anch'io come Violetta...— Insomma che dice? Che ha?— Niente, niente — ripeteva l'Angela. — Non agitarti, babbo, non ti agitare, mamma... E non vi movete.La Marialì sorrise.— Nervi, nervi... Ci va soggetta... Passa subito...— Antonietta, Antonietta! — supplicava Tullio, côlto da una vaga inquietudine, fatta di rimorso e di vanità. Se il suo contegno di quella sera non fosse stato estraneo al turbamento della cugina?— Lasciala in pace — intimò la zia Angela. — La conduco io a respirare una boccata d'aria.— Sì, zia, mi conduci all'aperto... E dov'è il babbo?— Già, dov'è Frassini?— Ma! — disse Girolamo. — Prima era di là con noi, poi è uscito in giardino.— Meglio. Lo troveremo noi — ripigliò l'Angela cingendo col braccio la vita dell'Antonietta e trascinandola seco. — No, no, è inutile che nessuno ci accompagni.Le due donne avevano appena rinchiuso dietro di sè la portiera a vetri, quando un'ombra passò davanti a loro correndo, e gridando, rivolta a qualcheduno che la inseguiva: — Smetta! Basta!...In pari tempo un'altra ombra sbucò d'improvviso fuori d'una macchia d'alberi, s'arrestò di botto, scomparve nuovamente nel folto delle piante.Pallidissime, la zia e la nipote s'erano fermate senz'articolar parola. La prima a rompere il silenzio fu l'Antonietta.— Rientriamo — ella disse con una calma che contrastava con l'eccitazione di poco fa. — È inutile cercare il babbo ora.— Perchè? — balbettò l'Angela.— Oh! Credi che non l'abbia riconosciuto? Credi che non abbia riconosciuta la Lisa?E soggiunse, in uno scoppio di pianto: — Hai visto? La mamma è espansiva con tutti gli uomini tranne col babbo... Lui, si perde dietro alle serve!... Non ho ragione dì voler morire?
Quella sera stessa, dopo cena, davanti alla tavola che la Lisa sparecchiava lentamente, Luciano, Girolamo e Cesare Torralba sedevano fumando un sigaro e sorseggiando il cognac. Giulio Frassini, inquieto, ora passeggiava per la stanza sbirciando la Lisa, ora usciva in giardino a godersi il fresco Il resto della comitiva era passato nel salotto attiguo di dove venivano degli accordi di pianoforte.
I tre fratelli Torralba tacevano o scambiavano qualche frase insignificante. Finchè s'era trattato di evocar insieme le rimembranze comuni, la loro conversazione era stata calda e animata; esaurito questo tema, essi avevano scoperto che il tempo, la lontananza, le diverse abitudini avevano inmodo straordinario allentati i vincoli della parentela, cresciute le differenze originali che c'eran fra loro. Erano come i congegni d'una macchina smontata da un pezzo e che non si riesce più a combinare. E ora Luciano pensava alla sua Banca e a un sindacato per la emissione di certi titoli e Girolamo si doleva seco medesimo della coincidenza tra le nozze d'oro de' suoi genitori e la Mostra bovina del suo collegio elettorale, onde a lui era stato impossibile d'intervenire all'inaugurazione di quella Mostra e di pronunziarvi il discorso d'apertura; Cesare in fine, il poeta della famiglia, concretava nella sua mente il disegno di una grande istituzione da lui immaginata a favore degli emigranti italiani agli Stati Uniti. Così era in tutti e tre i fratelli, dissimulata forse, forse avvertita con un senso intimo d'amarezza, la segreta impazienza di andarsene da Villarosa, di rientrare ciascuno nella sua sfera d'attività, in un ambiente favorevole alle proprie idee, ai propri interessi, alle proprie ambizioni.
Luciano fu il primo ad alzarsi in piedi e ad accostarsi all'uscio del salotto.
— Chi è che suona? — chiese Girolamo reprimendo uno sbadiglio.
— L'Antonietta — rispose Luciano.
— È carina nostra nipote — disse Cesare. — Quando poi la paragono a quelle due marionette dei figliuoli di nostra sorella Letizia.
Quì non c'erano dissidi possibili. Max e Fritz parevano a tutti due caricature ridicole.
Girolamo gettò via il sigaro.
— E che muso avevano stasera! Sarà pel bagno involontario d'oggi che sciupò loro un vestito e li costrinse a indossare losmoking.
— Li costrinse? — esclamò Cesare. — Nemmen per sogno. Hanno portato con sè un intero guardaroba... Ma la sera vestono sempre di nero, all'uso inglese.
— Ebbene — propose Girolamo, — vogliamo assistere al concerto?
—Faute de mieux— sospirò Luciano. — A Parigi ove della musica se ne può sentire oltre il bisogno, io mi guardo bene dall'accompagnare mia moglie, che, lei, si dà delle arie di artista.
— In quanto a me — confessò Cesare — di musicanon capisco niente. Non posso sentire una sonata senza correre involontariamente col pensiero a quella scena delBourgeois gentilhommedi Molière, ove il professore di filosofia combina, non so in quanti modi diversi, per istruzione di M.rJourdain, la fraseBelle marquise, vos beaux yeux me font mourir d'amour. Così, quando un maestro ha trovato un'idea musicale, ve la ripete all'infinito condita in tutte le salse:Belle marquise, vos beaux yeux me font mourir d'amour... D'amour mourir me font, belle marquise, vos beaux yeux... Vos yeux beaux d'amour me font, belle marquise, mourir...E via di questo passo per una mezz'ora.
Luciano e Girolamo sorrisero per compiacenza. Era strano; questo loro fratello che non aveva terminato i suoi studi, che dal Liceo, ove scaldava le panche, era passato all'Istituto tecnico, e nemmeno all'Istituto tecnico era riuscito a conseguire la sua licenza, pareva conoscere a menadito una quantità di autori ch'essi, usciti entrambi dall'Università con la loro brava laurea, conoscevano appena di nome... Bah! Fors'era appunto per questoch'egli non aveva fatto fortuna. Non è l'erudizione letteraria quella che spinge avanti nel mondo.
Venne dal salotto un rumore d'applausi.
— Entriamo! — disse Girolamo. — Il concerto è finito.
— Entriamo pure — soggiunse Cesare. — Ma per vostra regola i concerti non finiscono mai.
In fatti, prima che i tre fratelli avessero richiuso l'uscio dietro di sè, l'Antonietta aveva attaccato un altro pezzo.
— Tss! — fece la signora Laura portandosi il dito alla bocca con una vivacità inconsueta. E dalla fisonomia di lei come da quella dell'Angela che le sedeva vicino traspariva un godimento intimo e schietto.
Non tutto però l'uditorio si trovava nelle stesse disposizioni d'animo. Se il dottor Vignoni era in estasi e ritto accanto al pianoforte voltava le pagine alla suonatrice, se la signora Cesira, la maestra comunale di San Vito, affetta da uno strabismo che si esacerbava per ogni emozione inconsueta pareva guardar fuori del mondo conosciuto, se ilsignor Domenico Sarni, il farmacista, si leccava i baffi come per un buon boccone mangiato, se Tullio nel suo entusiasmo per la cugina prorompeva in continue esclamazioni ammirative, il commendatore Ercole, col berretto calato sul naso, sonnecchiava sulla poltrona, l'Adele, accostata la sedia alla tavola, sfogliava laTribuna, la Letizia e i figliuoli avevano un risolino sarcastico sul labbro, e la Marialì, poco o punto curandosi dei successi pianistici della sua ragazza, mostrava l'inquietudine della civetta la quale non sa persuadersi che nessuno si occupi di lei.
— Cara, cara, cara!... Vieni quì che ti dia un bacio — gridò la signora Laura dopo che l'Antonietta si fu fermata sulle ultime note del coro d'introduzione dellaNorma.
— E un bacio anche a me! — soggiunse l'Angela. — Non foss'altro, pel piacere che dài alla nonna.
— Torna al pianoforte — riprese la vecchia signora, che, nell'eccitazione di quella sera, scordava i suoi reumatismi e si moveva e gestiva come non s'era mossa e non aveva gestito da un pezzo. — C'è tanta musica lì in quello scaffale.
— L'Antonietta legge a prima vista con grande facilità — sentenziò la Letizia rivolgendosi a sua sorella Marialì, — ma spero che a casa la farai studiare sul serio.
— A Firenze ha preso sei lezioni da Buonamici e poi non ha più voluto saperne.
— Sfido! — protestò l'Antonietta. — Mi rimetteva agli esercizi.
— Naturale, i fondamenti ci vogliono.
— Lasciali discorrere e va al pianoforte — tornò a dire la signora Laura.
Ma la Letizia non si diede per vinta.
— A Firenze almeno suonerà dell'altra roba. Quì a Villarosa avete ancora le riduzioni d'opere teatrali ch'erano in voga quand'eravamo bambine noi, e che son fatte per sciupar la mano di chi eseguisce e l'orecchio di chi ascolta. Non lo rinnovate mai il vostro repertorio?
La Letizia poteva anche aver ragione, ma i suoi modi sprezzanti riuscivano a irritar perfino la pazientissima Angela.
— Oh — ella rispose. — Lo sai che nessuna di noi tre e nessuno dei nostri fratelli aveva disposizionispeciali per la musica... Da ragazze strimpellavamo il pianoforte, ecco tutto... E quando son rimasta sola in casa ho seguitato a strimpellarlo ripetendo le vecchie sonate che la mamma riudiva volentieri... Ma ormai da anni e anni lo stromento non si apriva più... La mamma non ci trovava più gusto... Ci voleva l'Antonietta per fare il miracolo.
— Vuoi mettere il tocco dell'Antonietta col tuo? — saltò su la signora Laura con la crudeltà con cui si parla alle persone che sacrificano la loro vita per noi. — Sicuro, l'Antonietta ha fatto il miracolo... Ha sentimento, ha espressione... Per merito suo ho risentito della musica che va al cuore... Torna al pianoforte, Antonietta, e non badare agli sproloqui di tua zia Letizia... Cerca le riduzioni dellaSonnambula, dellaLucrezia Borgia, deiLombardi, delTrovatore, delRigoletto, dellaTraviata, dell'Aida, delFaust.
La ragazza si mise a ridere.
— Ci sarebbe da tirare innanzi fino a domattina.
— Tira innanzi fin che puoi... Mi ringiovanisci di trent'anni.
— Vede, signora Laura — notò il dottor Vignoni — vede se non ho ragione io quando sostengo che i suoi mali sono per una buona metà fatti d'immaginazione, e che s'ella si sforzasse...
Ma le parole del medico richiamarono la valetudinaria ai consueti piagnistei.
— Voi dite delle sciocchezze, Vignoni... Li aveste voi per un'ora i mali che ho io, ve ne accorgereste... Ma ha ragione mio marito... Voi altri medici non capite nulla.
Il commendatore Ercole si scosse, cacciò indietro il berretto che gli copriva gli occhi, stirò le braccia e si guardò intorno.
— Oh, oh... qualcuno sonava, mi sembra.
— Era l'Antonietta — rispose la moglie. — Suona come un angelo.
— In fatti — ripigliò l'ex Prefetto — ho dormito meglio del solito... E perchè non suona più?
Benchè a malincuore, l'Antonietta sedette di nuovo al pianoforte. Ell'avrebbe voluto chiacchierare un poco con Tullio, avrebbe voluto chiedergli se avesse finito il sonetto così ben iniziato durante la loro passeggiata in giardino. E la infastidivaaltresì che quella sera la sua mamma lo avesse accaparrato per sè e ch'egli non sapesse liberarsene e lasciasse al dottor Vignoni l'ufficio di voltarle le carte della musica, ufficio che ragionevolmente spettava a lui, il cugino.
Era stata la Marialì che aveva fatto segno a Tullio di avvicinarsele, ed egli s'era affrettato a ubbidirle, con quel segreto compiacimento che gli uomini provano alla minima preferenza di una bella donna. E poi, pensava Tullio, non era ella la mamma dell'Antonietta? Non doveva egli, per questo solo, usare particolari riguardi?
Allorchè il docile nipote aveva accostato la sua seggiola a quella di lei ella non gli aveva detto niente, s'era contentata di ringraziarlo con un cenno amichevole e con uno di que' suoi sorrisi radiosi che mettevano in mostra, fra due labbra rosee, una doppia fila di denti candidi, uguali, perfetti. Indi s'era tirata alquanto nell'ombra, dietro la poltrona della madre, e su quella poltrona posava la mano scintillante d'anelli. La svelta, elegante persona si disegnava mirabilmente nell'attillato vestito di seta grigia, a risvolti di velluto nero,che un po' aperto sul davanti lasciava a nudo il collo bianchissimo e il principio del seno; i capelli abbondanti, fini, ricciuti, l'avvolgevano come d'un nimbo, e tutto intorno a lei si spandeva un sottile profumo di viola. Tullio non poteva a meno di paragonarla all'altre sue zie che si trovavano nella stanza; la giunonica Letizia a cui non restava quasi più traccia dell'antica avvenenza, l'esile Angela alla quale la vita d'infermiera aveva dato quella tinta scialba, e quell'andatura dimessa che le suore acquistano negli ospedali, la magra ed ossuta Adele, moglie dello zio Girolamo, verde e fegatosa, quasi si fosse guastata irrimediabilmente lo stomaco a sentire e a legger discorsi parlamentari. E poichè la nonna non entrava nel conto, e la signora Cesira, quantunque giovine d'età, ci entrava anche meno, Tullio era tratto a concludere che quella sera, nel salotto di Villarosa non c'erano che due donne degne d'esser guardate, l'Antonietta e la Marialì. E, sotto il rispetto puramente fisico, egli non avrebbe saputo davvero a quale delle due, fra la madre e la figliuola, spettasse la palma.
Dei confronti mentali che il suo vicino andavafacendo la Marialì non si curava nè punto nè poco: sentiva che in quel suo nipote aveva un ammiratore di più, e ciò bastava a lusingare la sua vanità. Ella non supponeva nemmeno che in quel momento l'Antonietta la considerava come una rivale e che nel cuore, pur buono, della fanciulla s'andava accumulando un astio segreto contro di lei che le insidiava le prime dolcezze dell'amore; a' suoi occhi l'Antonietta era sempre una bimba e non poteva fermar l'attenzione degli uomini... Il suo tempo sarebbe venuto... molto più tardi.
Il commendatore Ercole s'era finito di svegliare e seguiva con un certo interesse, sebbene con minore entusiasmo di sua moglie, le esercitazioni musicali dell'Antonietta.
— Quindic'anni che non vado ad un'opera — egli borbottava.
— Son quasi venti — rettificò la signora Laura. — Da quando ci siam seppelliti quì.
L'ex Prefetto, ch'era sdrajato sulla poltrona, si puntellò con le due mani ai bracciuoli, e su su si levò a sedere con una particolare espressione di maraviglia sul viso. Già nel dormiveglia di primalo aveva stupito la parlantina della consorte, ora lo stupiva in grado molto maggiore l'udirla manifestare un'opinione contraria alla sua, lei che delle opinioni non soleva avere che quelle degli altri, e che, sopra tutto, non osava mai contraddire nè censurare il marito.
Comunque sia, prima che il vecchio autocrata aprisse la bocca per reprimere questo tentativo d'emancipazione coniugale, la Letizia slanciò una delle sue frecciatine.
— Avreste proprio bisogno di tornarci a teatro per riformare i vostri gusti antidiluviani... Se verrete nell'inverno a Napoli, vi accompagnerò io a sentir della musica che non sia una strimpellatura buona al più per grattar gli orecchi.
— Lo so, lo so — ribattè il commendatore; — oggi la musica l'andate a prendere di là dall'Alpi... Non c'è che Wagner al mondo. Tutti i maestri italiani passati e presenti sono asini... E c'è da giurare che di cento che vanno in solluchero per queste nenie tedesche novantanove non capiscono niente.
Frattanto una singolare nervosità s'era impadronitadell'Antonietta che non giungeva più al termine di nessuna sonata, ma dopo poche battute, senza curarsi delle proteste dell'uditorio, ordinava a Vignoni di spiegarle sul leggìo un nuovo quaderno.
Max e Fritz, inorriditi, s'erano tirati in un angolo e svolgevano un album di fotografie, borbottando: — Par d'esser in una fiera di villaggio.
Ora le agili dita della ragazza richiamarono sul pianoforte il patetico lamento della «Traviata».
Addio del passato bei sogni ridenti.
Addio del passato bei sogni ridenti.
— Oh — dichiarò Ercole Torralba — questo vogliamo sentirlo tutto.
— Mi ricordo quando lo cantava la Spezia — disse la signora Laura.
— E la Boccabadati?... L'abbiamo intesa a Livorno.
— E la Piccolomini?
— E la Patti?
— La Patti aveva più voce e più arte, ma la passione della Spezia non l'aveva nessuna...
— Nessuna in quest'opera valeva la Boccabadati — replicò in tuono reciso l'ex Prefetto.
— Per me la Spezia.
— Ma che? Ma che?
Era strano. In quella rievocazione di fatti che risalivano a oltre una quarantina d'anni, i due vecchi, pur bisticciandosi, si sentivano più vicini che abitualmente non fossero, sentivano che ognuno dei due sarebbe stato più triste, più solo il giorno che l'altro fosse venuto a mancare, sentivano ch'è una gran cosa l'esser vissuti insieme in un tempo lontano del quale coloro che vi attorniano hanno appena una confusa notizia.
«Addio del passato bei sogni ridenti.»
«Addio del passato bei sogni ridenti.»
Per la decima volta la melodia diluita nella mediocre riduzione correva sui tasti del pianoforte quando l'Antonietta cessò di sonare ad un tratto e ruppe in un pianto dirotto.
— Cosa c'è? Cos'è stato?
La giovinetta balzò dalla seggiola, respinse sua madre e Tullio e il dottor Vignoni e gli altri ch'erano accorsi, e singhiozzando buttò le braccia al collo della zia Angela.
— Ma cos'hai, bimba? Spiegati.
— Non lo so — ella susurrò in modo da non essere intesa che dall'Angela. — Vorrei morire anch'io come Violetta...
— Insomma che dice? Che ha?
— Niente, niente — ripeteva l'Angela. — Non agitarti, babbo, non ti agitare, mamma... E non vi movete.
La Marialì sorrise.
— Nervi, nervi... Ci va soggetta... Passa subito...
— Antonietta, Antonietta! — supplicava Tullio, côlto da una vaga inquietudine, fatta di rimorso e di vanità. Se il suo contegno di quella sera non fosse stato estraneo al turbamento della cugina?
— Lasciala in pace — intimò la zia Angela. — La conduco io a respirare una boccata d'aria.
— Sì, zia, mi conduci all'aperto... E dov'è il babbo?
— Già, dov'è Frassini?
— Ma! — disse Girolamo. — Prima era di là con noi, poi è uscito in giardino.
— Meglio. Lo troveremo noi — ripigliò l'Angela cingendo col braccio la vita dell'Antonietta e trascinandola seco. — No, no, è inutile che nessuno ci accompagni.
Le due donne avevano appena rinchiuso dietro di sè la portiera a vetri, quando un'ombra passò davanti a loro correndo, e gridando, rivolta a qualcheduno che la inseguiva: — Smetta! Basta!...
In pari tempo un'altra ombra sbucò d'improvviso fuori d'una macchia d'alberi, s'arrestò di botto, scomparve nuovamente nel folto delle piante.
Pallidissime, la zia e la nipote s'erano fermate senz'articolar parola. La prima a rompere il silenzio fu l'Antonietta.
— Rientriamo — ella disse con una calma che contrastava con l'eccitazione di poco fa. — È inutile cercare il babbo ora.
— Perchè? — balbettò l'Angela.
— Oh! Credi che non l'abbia riconosciuto? Credi che non abbia riconosciuta la Lisa?
E soggiunse, in uno scoppio di pianto: — Hai visto? La mamma è espansiva con tutti gli uomini tranne col babbo... Lui, si perde dietro alle serve!... Non ho ragione dì voler morire?