XVI.

XVI.Della condiscendenza mostrata nel lasciarsi assordare daivivadei contadini che avevano invaso la villa e nell'assistere all'esecuzione d'unaMarcia trionfale Torralba, composta in suo onore dal capobanda di San Vito su motivi dellaBella Elena, l'ex Prefetto, discorrendo nella sua camera col dottore, si rifaceva con recriminazioni infinite ch'erano per l'Angela come tanti colpi di spillo.— Ah se sapevo, se m'immaginavo... Mai più permetterò all'Angela di agir di sua testa... Son io il padrone e intendo di essere il padrone fino all'ultimo... Anzi ho piacere che l'Angela mi senta... E di là, non è vero?— Sì — rispondeva Vignoni — è nell'andito...Avrebbe assoluta necessità di riposo... È in piedi fin dall'alba.— Colpa sua, colpa sua... Ha montato lei questa macchina.— Non si lagni, commendatore... Non sia ingiusto...Ma il vecchio Torralba tentennava ostinatamente la testa.— Chè? Chè?... Un'idea sbagliata... Non si festeggia la decrepitezza... I figliuoli potevano venir a uno a uno... in giorni diversi... senza solennità... E a ogni modo, ce n'era d'avanzo di riunir la famiglia... Ma la scuola... ma la banda... ma il popolo... il buon popolo.— Una cosa tira l'altra.— Già, e i danari che si spendono?— Oh, per una volta!Nella stanza dirimpetto la signora Laura brontolava con la Maddalena, la cameriera.— Ero sicura che avrei scontato tutti questi strapazzi... Sento già esacerbarsi i miei reumatismi... Aspetta, aspetta domani.— Eh, non faccia brutti pronostici... Non accadrànulla... Le resterà invece la compiacenza d'aver avuto la visita de' suoi figliuoli lontani.— Visita di congedo — biascicò la signora Laura.— Eh via... Un secolo deve campare.— Son proprio di quelle, io... Ahi, ahi!... Il mio braccio!... E il dottore non può venire un momento da me?— Vengo, signora Laura, vengo — gridò Vignoni dall'altra camera.— E non la finiscono più quei cani? — grugniva l'ex Prefetto, stringendo i pugni. — Sta a vedere che tornano da questa parte.In fatti gli accordi musicali che giungevano prima confusi e indistinti accennavano ora a riavvicinarsi.L'Angela si levò faticosamente dalla sedia e affacciatasi alla soglia della camera da letto del suo babbo disse:— Se ne andranno forse.— Se ne vadano, senza sonare, per Dio!Messi di buon umore dalla musica, dal ballo e dal vino (due barili che l'Angela aveva fatti portare nel prato erano stati vuotati in un attimo) i contadinisbucavano da ogni parte rumoreggiando e si accalcavano dinanzi alla casa.— Viva! Viva! Viva la nobile famiglia Torralba!E la banda riattaccava la marcia trionfale.— Ma basta! — urlava il commendatore. — Non ci sarà nessuno a farli tacere?— Or ora — disse l'Angela accingendosi ad aprir la finestra.Fu peggio. Quelli ch'erano giù, vedendola dietro i vetri, si credettero in obbligo di salutarla con un tonante: — Viva la signorina Angela!— Non aprire! — strillava intanto la signora Laura... — Ne ho presa anche troppa dell'aria.— Anzi apri e mandali al diavolo! — ordinava il commendatore Ercole. — Se no, vengo io stesso.— Se credono, scendo in giardino e li licenzio io — propose il dottore.— Senza cerimonie — soggiunse il vecchio Torralba.— Con buone maniere — raccomandò l'Angela.Vignoni si mise a ridere.— Ah sentano. Tutto considerato, è meglio che se ne incarichi la signorina.E appressandosi a lei le susurrò nell'orecchio:— Tanto quì non la lasciano in pace... Quando poi ha persuaso quegli energumeni a battere in ritirata, cerchi un angolo tranquillo della casa, qualunque sia, e procuri di dormire un'oretta... Non abusi delle sue forze.— Oh sì, ci vuol proprio quel poggiapiano della mia figliuola — borbottava, malcontento, il commendatore vedendola avviarsi. E poichè le acclamazioni si ripetevano, dava in ismanie sempre maggiori.— Bifolchi! Bifolchi! Pagate i vostri debiti, altro che gridarviva viva!Mescolandosi alla folla plaudente, l'Angela non durò troppa fatica a ottener silenzio. Ringraziò in nome di tutta la famiglia delle cortesi dimostrazioni, assicurò ch'ella in particolare avrebbe conservato perenne memoria di questo giorno, ma soggiunse che i suoi genitori erano affranti e avevano bisogno di quiete.— Giusto — disse qualcuno dei più ragionevoli, — troppo giusto... Ora ce ne andiamo.— Viva la signorina Angela!— Viva i nobili signori Torralba!— No, no — supplicava l'Angela portandosi il dito alla bocca.Il capobanda la interrogò con lo sguardo.Ella fece un segno negativo, e gettò una parola: — Fuori del cancello.Ancora un applauso tosto represso, indi, con la musica in testa, la processione s'avviò abbastanza ordinata. Soltanto fuori del cancello, secondo il desiderio dell'Angela, le trombe ripresero a suonare la marcia dell'Aida.— È finito — pensava l'Angela risalendo la breve gradinata che metteva alla sala terrena della villa. — È finito. Fra poco Villarosa sarà tornata un mortorio.Al primo piano s'aperse una finestra, quella della camera abitata dalla Letizia.— Non ti fendono gli orecchi anche di lontano? — gridò dall'alto l'Alvarez rivolgendosi alla sorella. — C'è da stare allegri a Villarosa in fatto di musica. Fra le sonate preistoriche di nostra nipote e i concerti della vostra banda, c'è da stare allegri.L'Angela non rilevò le parole sprezzanti; silimitò a dire: — Ora che non c'è più nessuno, perchè non scendi?— No, no, ho bisogno di rinfrancarmi... Quel frastuono mi ha intontita... E sono così stanca...— Ti sei alzata molto presto stamane? — domandò l'Angela con un tono ironico che non l'era consueto.Ma l'altra non se ne avvide o finse di non avvedersene, e rispose semplicemente: — Sì, molto presto.L'Angela non rispose nulla, pentita già della sua richiesta insidiosa. A che prò? Chiese invece: — Che ce n'è di tutta questa gente? Luciano, Girolamo, Cesare, l'Adele, la Marialì, Frassini, i tuoi figliuoli?— Si sono dispersi. Effetti della musica... Max e Fritz sono partiti per una passeggiata intandem. Frassini dev'essere uscito a piedi con la figliuola... Luciano, Girolamo e l'Adele credo che stiano sbrigando la loro posta... la Marialì e gli altri saranno in salotto... Brr! Che aria frizzante! Il tempo vuol cambiare.E in fretta richiuse i vetri.L'Angela guardò il cielo che si copriva di cirri. All'occidente l'occhio del sole mostrandosi or sì or no fra le nuvole pareva una pupilla velata di pianto.— È finito — ella ripetè fra sè. — È finito.E stava per rientrare quando fu chiamata da Tullio.— Zia Angela!— Mi hai fatto paura — ella esclamò. — Di dove sei sbucato?— Non so... Ero quì in giro.— Dio, che faccia scura hai!... Vieni.— No — egli rispose, — scendi tu in giardino un momento... Ho da dirti...— Che cosa?— Scendi un momento — egli insistè. — Non sarà poi un gran sacrifizio.L'Angela compiacque al desiderio del nipote.— Ebbene?— Tu non hai voluto parlare — ripigliò Tullio concitatamente; — ho parlato io.— Con chi?— Con l'Antonietta. Siamo intesi.L'Angela fu colpita dal contrasto che c'era fra queste parole e il modo singolare in cui erano pronunciate.— Intesi su che?— Sul romper tutto... Sicuro... L'Antonietta mi dichiarò che ha riflettuto, che non si sposerà ne ora, nè mai, che il suo obbligo è di consacrarsi a suo padre.Ecco, pensava l'Angela, Frassini ha catechizzato la figliuola, le ha tenuto un discorso analogo a quello tenuto a me, e la poveretta ha consentito a sacrificarsi, a immolare la sua felicità e la sua giovinezza.— Credevo fosse un ripicco, e non volevo prenderlo sul serio — continuò Tullio — ma ella ribattè il chiodo, e allora toccò a me di perdere la pazienza, e le diedi della matta, della commediante, della civetta...— Oh Tullio! — esclamò la zia in tuono di rimprovero.— Avrò fatto male — convenne il giovine. — Ma già ella non s'è troppo offesa... Oh, è d'una serenità, d'una equanimità degna d'una matronadi quarant'anni... Mi stese la mano, mi disse che non mi serbava rancore, e ch'era certa che le avrei reso giustizia, e che si sarebbe rimasti due buoni cugini, due buoni amici.— E tu?— Oh... io le dissi che non ci saremmo rivisti mai... E appunto per questo son venuto ad annunziarti che parto.L'Angela non potè reprimere un grido.— Parti?Ironicamente, Tullio riprese: — Perchè fai le maraviglie?... Non era quello che mi consigliavi stamattina?... Allora mi suggerivi d'andarmene per non turbar la pace dell'Antonietta; ora che quella pace non è in pericolo sono io che me ne vado per amore dellamiapace... Tornerò a' miei studi, mi seppellirò ne' miei archivi, guarirò di questa scalmana... In fin dei conti, perchè dovrebb'esser altro?... che la conosco a fondo l'Antonietta?... Prima che ci trovassimo insieme in quest'occasione l'avevo vista forse cinque o sei volte, l'avevo vista ch'era una ragazzina in sottane corte... E venti minuti passati insieme in giardino dovrebbero esserbastati a farmene innamorare?... No, no... fuochi di paglia, fuochi di paglia... Ma siccome anche i fuochi di paglia posson appiccar davvero un incendio, il meglio è di battere in ritirata.E Tullio rideva d'un riso amaro che mal dissimulava i singhiozzi.L'Angela si sforzava di cercar una soluzione che non compromettesse l'avvenire.— Partirai, ma senza precipitazione... e sopra tutto in buona armonia con l'Antonietta.— Già... da buoni cugini, da buoni amici — egli soggiunse sarcasticamente, ripetendo le frasi che la ragazza gli aveva dette pocanzi.— E perchè no? — chiese l'Angela. — Oggi siete tali; domani, s'è destinato, diverrete qualche cosa di più l'uno per l'altra... Credilo, Tullio mio, vi sono avvenimenti che si compiono attraverso tutti gli ostacoli... Non accusar l'Antonietta... Oggi forse ella non poteva parlarti in modo diverso... Un giorno muterà linguaggio.— Quand'ella avrà mutato linguaggio io avrò mutato cuore — replicò Tullio. — No, cara zia, io non ho il tuo fatalismo... Gli avvenimenti lifacciamo noi, non si fanno essi da sè... Intanto, domattina presto, poichè stasera non ci son più corse, io prenderò il treno...Un colpo di vento improvviso gli fece portar la mano al cappello.— Oh, come il cielo s'è annuvolato!— È un pezzo che si va annuvolando... Non te n'eri accorto? — disse l'Angela avviluppandosi nello scialle. — Rientriamo... Discorreremo con calma.Tullio scosse il capo energicamente.— Rientra tu... Ho bisogno di respirar quest'aria di temporale... Rientra, zia, rientra...Ella esitava; egli le cinse con un braccio la vita e l'accompagnò fin su della scalinata.In quella, Cesare Torralba spalancava la porta a vetri della sala e attirava a sè sua sorella.— Ma vieni dunque... Vuoi pigliarti un malanno... E tu, bel ragazzo?Ma quest'ultime parole non ebbero risposta perchè Tullio era già lontano.— Ha i gusti che avevo io alla sua età — disse Cesare con una spallucciata. E chiuse in fretta la portiera.

Della condiscendenza mostrata nel lasciarsi assordare daivivadei contadini che avevano invaso la villa e nell'assistere all'esecuzione d'unaMarcia trionfale Torralba, composta in suo onore dal capobanda di San Vito su motivi dellaBella Elena, l'ex Prefetto, discorrendo nella sua camera col dottore, si rifaceva con recriminazioni infinite ch'erano per l'Angela come tanti colpi di spillo.

— Ah se sapevo, se m'immaginavo... Mai più permetterò all'Angela di agir di sua testa... Son io il padrone e intendo di essere il padrone fino all'ultimo... Anzi ho piacere che l'Angela mi senta... E di là, non è vero?

— Sì — rispondeva Vignoni — è nell'andito...Avrebbe assoluta necessità di riposo... È in piedi fin dall'alba.

— Colpa sua, colpa sua... Ha montato lei questa macchina.

— Non si lagni, commendatore... Non sia ingiusto...

Ma il vecchio Torralba tentennava ostinatamente la testa.

— Chè? Chè?... Un'idea sbagliata... Non si festeggia la decrepitezza... I figliuoli potevano venir a uno a uno... in giorni diversi... senza solennità... E a ogni modo, ce n'era d'avanzo di riunir la famiglia... Ma la scuola... ma la banda... ma il popolo... il buon popolo.

— Una cosa tira l'altra.

— Già, e i danari che si spendono?

— Oh, per una volta!

Nella stanza dirimpetto la signora Laura brontolava con la Maddalena, la cameriera.

— Ero sicura che avrei scontato tutti questi strapazzi... Sento già esacerbarsi i miei reumatismi... Aspetta, aspetta domani.

— Eh, non faccia brutti pronostici... Non accadrànulla... Le resterà invece la compiacenza d'aver avuto la visita de' suoi figliuoli lontani.

— Visita di congedo — biascicò la signora Laura.

— Eh via... Un secolo deve campare.

— Son proprio di quelle, io... Ahi, ahi!... Il mio braccio!... E il dottore non può venire un momento da me?

— Vengo, signora Laura, vengo — gridò Vignoni dall'altra camera.

— E non la finiscono più quei cani? — grugniva l'ex Prefetto, stringendo i pugni. — Sta a vedere che tornano da questa parte.

In fatti gli accordi musicali che giungevano prima confusi e indistinti accennavano ora a riavvicinarsi.

L'Angela si levò faticosamente dalla sedia e affacciatasi alla soglia della camera da letto del suo babbo disse:

— Se ne andranno forse.

— Se ne vadano, senza sonare, per Dio!

Messi di buon umore dalla musica, dal ballo e dal vino (due barili che l'Angela aveva fatti portare nel prato erano stati vuotati in un attimo) i contadinisbucavano da ogni parte rumoreggiando e si accalcavano dinanzi alla casa.

— Viva! Viva! Viva la nobile famiglia Torralba!

E la banda riattaccava la marcia trionfale.

— Ma basta! — urlava il commendatore. — Non ci sarà nessuno a farli tacere?

— Or ora — disse l'Angela accingendosi ad aprir la finestra.

Fu peggio. Quelli ch'erano giù, vedendola dietro i vetri, si credettero in obbligo di salutarla con un tonante: — Viva la signorina Angela!

— Non aprire! — strillava intanto la signora Laura... — Ne ho presa anche troppa dell'aria.

— Anzi apri e mandali al diavolo! — ordinava il commendatore Ercole. — Se no, vengo io stesso.

— Se credono, scendo in giardino e li licenzio io — propose il dottore.

— Senza cerimonie — soggiunse il vecchio Torralba.

— Con buone maniere — raccomandò l'Angela.

Vignoni si mise a ridere.

— Ah sentano. Tutto considerato, è meglio che se ne incarichi la signorina.

E appressandosi a lei le susurrò nell'orecchio:

— Tanto quì non la lasciano in pace... Quando poi ha persuaso quegli energumeni a battere in ritirata, cerchi un angolo tranquillo della casa, qualunque sia, e procuri di dormire un'oretta... Non abusi delle sue forze.

— Oh sì, ci vuol proprio quel poggiapiano della mia figliuola — borbottava, malcontento, il commendatore vedendola avviarsi. E poichè le acclamazioni si ripetevano, dava in ismanie sempre maggiori.

— Bifolchi! Bifolchi! Pagate i vostri debiti, altro che gridarviva viva!

Mescolandosi alla folla plaudente, l'Angela non durò troppa fatica a ottener silenzio. Ringraziò in nome di tutta la famiglia delle cortesi dimostrazioni, assicurò ch'ella in particolare avrebbe conservato perenne memoria di questo giorno, ma soggiunse che i suoi genitori erano affranti e avevano bisogno di quiete.

— Giusto — disse qualcuno dei più ragionevoli, — troppo giusto... Ora ce ne andiamo.

— Viva la signorina Angela!

— Viva i nobili signori Torralba!

— No, no — supplicava l'Angela portandosi il dito alla bocca.

Il capobanda la interrogò con lo sguardo.

Ella fece un segno negativo, e gettò una parola: — Fuori del cancello.

Ancora un applauso tosto represso, indi, con la musica in testa, la processione s'avviò abbastanza ordinata. Soltanto fuori del cancello, secondo il desiderio dell'Angela, le trombe ripresero a suonare la marcia dell'Aida.

— È finito — pensava l'Angela risalendo la breve gradinata che metteva alla sala terrena della villa. — È finito. Fra poco Villarosa sarà tornata un mortorio.

Al primo piano s'aperse una finestra, quella della camera abitata dalla Letizia.

— Non ti fendono gli orecchi anche di lontano? — gridò dall'alto l'Alvarez rivolgendosi alla sorella. — C'è da stare allegri a Villarosa in fatto di musica. Fra le sonate preistoriche di nostra nipote e i concerti della vostra banda, c'è da stare allegri.

L'Angela non rilevò le parole sprezzanti; silimitò a dire: — Ora che non c'è più nessuno, perchè non scendi?

— No, no, ho bisogno di rinfrancarmi... Quel frastuono mi ha intontita... E sono così stanca...

— Ti sei alzata molto presto stamane? — domandò l'Angela con un tono ironico che non l'era consueto.

Ma l'altra non se ne avvide o finse di non avvedersene, e rispose semplicemente: — Sì, molto presto.

L'Angela non rispose nulla, pentita già della sua richiesta insidiosa. A che prò? Chiese invece: — Che ce n'è di tutta questa gente? Luciano, Girolamo, Cesare, l'Adele, la Marialì, Frassini, i tuoi figliuoli?

— Si sono dispersi. Effetti della musica... Max e Fritz sono partiti per una passeggiata intandem. Frassini dev'essere uscito a piedi con la figliuola... Luciano, Girolamo e l'Adele credo che stiano sbrigando la loro posta... la Marialì e gli altri saranno in salotto... Brr! Che aria frizzante! Il tempo vuol cambiare.

E in fretta richiuse i vetri.

L'Angela guardò il cielo che si copriva di cirri. All'occidente l'occhio del sole mostrandosi or sì or no fra le nuvole pareva una pupilla velata di pianto.

— È finito — ella ripetè fra sè. — È finito.

E stava per rientrare quando fu chiamata da Tullio.

— Zia Angela!

— Mi hai fatto paura — ella esclamò. — Di dove sei sbucato?

— Non so... Ero quì in giro.

— Dio, che faccia scura hai!... Vieni.

— No — egli rispose, — scendi tu in giardino un momento... Ho da dirti...

— Che cosa?

— Scendi un momento — egli insistè. — Non sarà poi un gran sacrifizio.

L'Angela compiacque al desiderio del nipote.

— Ebbene?

— Tu non hai voluto parlare — ripigliò Tullio concitatamente; — ho parlato io.

— Con chi?

— Con l'Antonietta. Siamo intesi.

L'Angela fu colpita dal contrasto che c'era fra queste parole e il modo singolare in cui erano pronunciate.

— Intesi su che?

— Sul romper tutto... Sicuro... L'Antonietta mi dichiarò che ha riflettuto, che non si sposerà ne ora, nè mai, che il suo obbligo è di consacrarsi a suo padre.

Ecco, pensava l'Angela, Frassini ha catechizzato la figliuola, le ha tenuto un discorso analogo a quello tenuto a me, e la poveretta ha consentito a sacrificarsi, a immolare la sua felicità e la sua giovinezza.

— Credevo fosse un ripicco, e non volevo prenderlo sul serio — continuò Tullio — ma ella ribattè il chiodo, e allora toccò a me di perdere la pazienza, e le diedi della matta, della commediante, della civetta...

— Oh Tullio! — esclamò la zia in tuono di rimprovero.

— Avrò fatto male — convenne il giovine. — Ma già ella non s'è troppo offesa... Oh, è d'una serenità, d'una equanimità degna d'una matronadi quarant'anni... Mi stese la mano, mi disse che non mi serbava rancore, e ch'era certa che le avrei reso giustizia, e che si sarebbe rimasti due buoni cugini, due buoni amici.

— E tu?

— Oh... io le dissi che non ci saremmo rivisti mai... E appunto per questo son venuto ad annunziarti che parto.

L'Angela non potè reprimere un grido.

— Parti?

Ironicamente, Tullio riprese: — Perchè fai le maraviglie?... Non era quello che mi consigliavi stamattina?... Allora mi suggerivi d'andarmene per non turbar la pace dell'Antonietta; ora che quella pace non è in pericolo sono io che me ne vado per amore dellamiapace... Tornerò a' miei studi, mi seppellirò ne' miei archivi, guarirò di questa scalmana... In fin dei conti, perchè dovrebb'esser altro?... che la conosco a fondo l'Antonietta?... Prima che ci trovassimo insieme in quest'occasione l'avevo vista forse cinque o sei volte, l'avevo vista ch'era una ragazzina in sottane corte... E venti minuti passati insieme in giardino dovrebbero esserbastati a farmene innamorare?... No, no... fuochi di paglia, fuochi di paglia... Ma siccome anche i fuochi di paglia posson appiccar davvero un incendio, il meglio è di battere in ritirata.

E Tullio rideva d'un riso amaro che mal dissimulava i singhiozzi.

L'Angela si sforzava di cercar una soluzione che non compromettesse l'avvenire.

— Partirai, ma senza precipitazione... e sopra tutto in buona armonia con l'Antonietta.

— Già... da buoni cugini, da buoni amici — egli soggiunse sarcasticamente, ripetendo le frasi che la ragazza gli aveva dette pocanzi.

— E perchè no? — chiese l'Angela. — Oggi siete tali; domani, s'è destinato, diverrete qualche cosa di più l'uno per l'altra... Credilo, Tullio mio, vi sono avvenimenti che si compiono attraverso tutti gli ostacoli... Non accusar l'Antonietta... Oggi forse ella non poteva parlarti in modo diverso... Un giorno muterà linguaggio.

— Quand'ella avrà mutato linguaggio io avrò mutato cuore — replicò Tullio. — No, cara zia, io non ho il tuo fatalismo... Gli avvenimenti lifacciamo noi, non si fanno essi da sè... Intanto, domattina presto, poichè stasera non ci son più corse, io prenderò il treno...

Un colpo di vento improvviso gli fece portar la mano al cappello.

— Oh, come il cielo s'è annuvolato!

— È un pezzo che si va annuvolando... Non te n'eri accorto? — disse l'Angela avviluppandosi nello scialle. — Rientriamo... Discorreremo con calma.

Tullio scosse il capo energicamente.

— Rientra tu... Ho bisogno di respirar quest'aria di temporale... Rientra, zia, rientra...

Ella esitava; egli le cinse con un braccio la vita e l'accompagnò fin su della scalinata.

In quella, Cesare Torralba spalancava la porta a vetri della sala e attirava a sè sua sorella.

— Ma vieni dunque... Vuoi pigliarti un malanno... E tu, bel ragazzo?

Ma quest'ultime parole non ebbero risposta perchè Tullio era già lontano.

— Ha i gusti che avevo io alla sua età — disse Cesare con una spallucciata. E chiuse in fretta la portiera.


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