IL FASCIO DEL CAVALIEREIl cavaliere don Mimmo Li 'Nguanti era tornato a casa con un diavol per capello, accompagnato da tre o quattro dei suoi più fidi partigiani che tentavano invano di calmarlo. Anche questa volta la lista del cavaliere, lista di opposizione al Municipio, era stata sopraffatta in modo indegno. Sfido io! Esattore, Ricevitore del registro, Agente delle Tasse, Sindaco, Assessori, tutti legati a refe doppio! E minaccie, e promesse e quattrini!... Chi avrebbe potuto resistere? E lui intanto voleva vincere onestamente, far trionfare la moralità, la giustizia, e così spazzar via dal Municipio quella congrega di ladri che manometteva ogni cosa senza neppur rispettare le apparenze! Sfido io! Protetti dal Sottoprefetto e dal Prefetto, che erano in mano del Deputato del Collegio e avevano paura di lui, mentre il deputato aveva paura del sindacoe degli assessori, ora che si avvicinavano le elezioni generali!Don Mimmo Li 'Nguanti però non se la prendeva tanto col Deputato e col Prefetto, quanto con quella canaglia di elettori che lo aveva tradito all'ultim'ora... Senza l'incredibile tradimento!...Il notaio Pitarra, rifatti i calcoli con la lista elettorale in mano, per provare che questa volta la vittoria del partito era sicura, esclamò:— Ma voi, caro cavaliere, voi non volete capirla. Quattrini ci vogliono, quattrini!Il cavaliere, in risposta, fece un energico gesto che significava:— Mi dovranno tagliare le mani prima che io metta fuori due soldi!E non lo diceva per tirchieria o altro, ma per la dignità della cosa.— E allora non ne parliamo più! — conchiuse il notaio. — Moralizzare il popolo, sì, è una bella idea; la vera morale però, — egli soggiunse quasi subito, strofinando l'indice e il pollice — per molti, pei più, consiste soltanto in questi qui!— Vedrete, notaio!... Vedrete!Don Mimmo, rizzatosi tutt'un tratto dalla seggiola su cui si era buttato entrando in casa, aveva pronunziato quelle parole, alzando minacciosamente il braccio, in tono quasi profetico.Un'idea, una grande idea gli era balenata tutt'a un tratto nella mente, e se n'era sentito sùbito invasare. E sorrideva, crollando il capo, stropicciandosi le mani, andando su e giù per la stanza; e si accendeva sempre più, di mano in mano che l'improvvisa rivelazione gli si schiariva davanti.Il notaio Pitarra e gli altri stavano a guardarlo, muti, meravigliati, aspettando che il cavaliere parlasse.— Chiamatemi Cipolla! — egli disse finalmente.E Cipolla,factotumdi casa Li 'Nguanti, che era di là a raccontare, a modo suo, alla signora e alla signorina le peripezie di quella giornata campale, accorse sùbito e si fermò su l'uscio, facendo, per abitudine, il saluto militare:— Comandi.— Tu che sei stato caporale... Ecco... Io penso... Quanti siete in paese i militari in congedo?— Centinaia, eccellenza.— Bene. Sappi dunque che dobbiamo fareIl Fascio dei Reduci... Capisci?Il notaio Pitarra e gli altri applaudirono.— Sì, unFasciotutto cosa nostra, come sono del partito avverso ilCircolo degli Agricoltorie ilCircolo degli Operai...— Mah... — fece Cipolla,— Che ma?— I reduci, eccellenza, sono più poveri di me; e pelFascioci vogliono quattrini e di molti... Il locale, le trombe...— Le trombe?— Sicuro, le trombe; un fascio militare senza trombe farebbe ridere i polli... Ne ho visti parecchiFasci di Reduci; tutti con le trombe, eccellenza.— E avrà le trombe anche il nostro! — esclamò il cavaliere, picchiando con una mano su l'altra, in segno di viva soddisfazione.Così fu concepito il famosoFascio dei reduciche doveva poi dare tanto travaglio al municipio di Doguara. —***La cosa era stata organizzata alla chetichella, perchè il Sindaco e il suo partito non prendessero ombra e non cercassero d'impedirne l'attuazione. Lo stesso Cipolla si era tenuto apparentemente in disparte, servito bene da mezza dozzina di giovanotti ai quali l'idea delle trombe aveva fatto girare la testa.DalCircolo degli Agricoltori, il Sindaco che n'era presidente onorario e i suoi partigiani osservavano, sorridendo, i lavori di riattamentoche venivano allestiti là di faccia per trasformare le due botteghe di erbaiuoli destinate a sede delFascio dei Reduci. Ma il Sindaco e gli altri risero male il giorno dell'inaugurazione, quando in coda a quelle due centinaia di reduci, che marciavano con in testa otto trombe assordanti, videro il cavaliere, il notaio Pitarra e tutti gli altri del partito di opposizione.Quella novità delle trombe aveva messo sossopra Doguara. La piazza era gremita di gente per vedere i militari. Su le due porte del Circolo, fasci di alloro e di bandiere. Le sale non bastavano a contenere tutti i membri. Le trombe, rimaste fuori, di tratto in tratto, a capriccio, scoppiavano in segnali militari, dalla diana al saluto reale. E la gente applaudiva. Dentro, in fondo alla seconda sala, sur una predella, seduto a un tavolino, il cavaliere spiegava ai socii lo scopo di quel santissimo fascio che raccoglieva le forze vive del paese, le più giovani, le più disciplinate per cooperare al bene di...—Tatà, taratatà!— le trombe, da fuori, coprivano la voce dell'oratore. Invano qualcuno, affacciandosi alla porta, imponeva silenzio. Nei punti migliori, quando il cavaliere avea voluto destar nei socii il sentimento militare per combattere incruente battaglie civili, —Tatà, taratatà!— le trombe lo avevano interrotto, facendogli perdere il filo delle idee.Ma già, per un'inaugurazione, egli avea parlato troppo. Ed era uscito dalla sala fra un subisso di applausi, lasciando libera l'assemblea che doveva eleggere il Presidente e il Comitato esecutivo; le trombe gli avevano fatto il saluto reale.***Cipolla, dafactotumdi casa Li 'Nguanti, era diventato in pochi mesifactotumdelFasciodi cui il cavaliere era presidente, cassiere, conferenziere e istruttore, coadiuvato in questo ufficio dal fido ex-caporale di fanteria. Col pretesto di aprire, la mattina, e chiudere, la sera, le stanze delFascio, di spazzarle, di spolverare i pochi mobili e custodire le otto trombe, Cipolla se la spassava in paese.Si poteva dire che durante la settimana il locale servisse soltanto per lui e per due o tre degli indispensabili trombettieri sempre pronti ai suoi ordini. Quasi fossero stati in quartiere, le trombe suonavano la diana all'alba, e poi il rancio e poi tutti gli altri segnali del regolamento. Verso le undici, Cipolla si appostava davanti all'uscio per scoprire da lontano il cavaliere che veniva a fare una visita alle due dozzine di seggiole, ai quattro tavolini, all'armadio delle trombe, perchè i reduci nei giornidi lavoro avevano ben altro da fare che venire alFascio, a conversare o a fumare qualche sigaro; e appena il cavaliere era a venti passi di distanza, i trombettieri si schieravano fuori, etatà taratatà, quasi don Mimmo fosse stato Re Umberto in persona. Egli si accostava impettito, serio, con cert'aria militaresca di circostanza, salutava, portando la mano destra alla falda del cappello, ed entrava.I socii delCircolo degli Agricoltori, quelli delCircolo degli Operai, gli sfaccendati, i disoccupati che ingombravano la Piazza Grande gli ridevano dietro. Ma egli o non se ne accorgeva o non se ne curava.E spasseggiando su e giù per le due stanze, approvava con lievi mosse del capo i progetti di Cipolla: esercizii, passeggiate, scampagnate. Bisognava tener vivo il fuoco, altrimenti addioFascio! Scampagnate soprattutto!In quella circostanza, dei socii delFascioneppur uno mancava. Si sapeva che il cavaliere faceva le cose alla grande: carne, pane, vino, noci, fichi secchi. Si passava una giornata allegra, si mangiava a ufo, e si tornava a casa lieti e contenti, con le trombe che assordavano. — Viva il cavaliere! Viva! — E anche: — Viva Cipolla! — Le grida e gli schiamazzi si udivano di lontano un miglio. È vero che la sera poi i reduci sbadigliavano alla conferenzadel cavaliere; ma non voleva dir niente. Capivano poco, perchè egli soleva parlarecon la lingua di fuori, in punta di forchetta, spiegando lo Statuto egli la Legge Comunale e i Diritti del cittadino; qualcosa però capivano, specialmente quando lasciandosi prender la mano dal soggetto, e parlava di rivendicazioni e di tante altre belle cose che aguzzavano l'avidità di quell'udienza di contadini; o quando li incensava e li esaltava:— Voi soli siete buoni; voi soli siete degni, voi lavoratori della terra, voi sfruttati e malmenati! E voi dovete prendere nella società il posto che vi spetta! E lo prenderete, per Dio!— Viva il cavaliere! Viva il cavaliere!E le trombe suonavano la ritirata:Tatà, taratatà!***Fino a che si era trattato di non spendere nulla, la signora Li 'Nguanti non solamente non aveva fiatato, ma aveva preso parte attiva all'agitazione elettorale in favore di suo marito. Lo avrebbe visto volentieri assessore e anche sindaco; perchè no? Quei cosi del municipio valevano forse meglio di lui? Suo marito, il cavaliere, come ella lo chiamava parlando con certe persone, era galantuomo provato e avevale mani nette. Non si poteva dire altrettanto di tutti quei signori. E poi, essere assessoressa o sindachessa non le sarebbe dispiaciuto, per far arrabbiare quella malcreata della moglie del sindaco che una volta si era permessa di dire del signor Li 'Nguanti:Cavaliere di che. Ah! Chi lo aveva fatto cavaliere? Ma c'era nato, e non erano occorsi decreti reali per dirsi tale!... Sicuro, del sindaco, marito della screanzata, non si poteva dire:Carrettiere per caso; era figlio di carrettiere e si vedeva. E... e... Quando entrava in quest'argomento, la signora Li 'Nguanti non la finiva più.Per ciò nell'ultima lotta elettorale ella era andata di qua e di là, di giorno e anche di notte, convinta che le donne in certe occasioni valgono meglio degli uomini. Ora però che si trattava di buttar via quattrini a palate, la questione diventava un'altra.— Siete ammattito? — ella gridava al cavaliere. — Non sapete che farvene, se li spendete così?— Zitta! — rispondeva il cavaliere dignitosamente.— Zitta un corno! Lo vedo io quel che si sciupa in questa casa da che vi è saltata in testa la maledettissima idea delFascio.— Zitta!— Perchè vi suonano le trombe? Bella cosa!Ma quando si tratta di sganasciare, pane, vino, salami, formaggio, tutto deve uscire di qui!... Il notaio Pitarra e gli altri non si scomodano. — Viva il cavaliere! — E ilFascio... Dio non voglia!... farà andare questa casa a catafascio! Già, non è ilFasciol'abitazione vostra? Mattina e sera là. Credete che ve ne saranno grati? Alle elezioni vi aspetto!Il cavaliere la lasciava dire.— Benedette donne! Vogliono metter becco in tutto e non capiscono nulla!— E queste trombe che rompono i timpani alla gente, non potreste farle tacere? Il padre di Vincenzino non ne può più; vi manda tanti accidenti quante volte suonano... Ci volevano appunto le trombe per irritarlo peggio! E vedrete che il matrimonio di vostra figlia, a cagione anche delle trombe, andrà per aria!— Il padre di Vincenzino è un asino! Ora gli danno noia le trombe! Si turi le orecchiaccie, si turi! Scuse, pretesti! C'erano forse le trombe quando ha votato contro di me? E anche il signor Vincenzino...— Si è astenuto!Il cavaliere, appena si toccava questo tasto, tagliava corto. Quel matrimonio della figliuola rimasto in asso un po' per questioni d'interessi ma più per dispetti elettorali, gli era una spina al cuore. Ormai non se ne poteva ragionare,finchè le cose duravano così; ed era inutile pensarci. La ragazza, che aveva più intelligenza della mamma, non ne parlava mai, povera figliuola! Ma l'anno prossimo... dopo le elezioni!...E perciò il cavaliere si era dato anima e corpo alFascio, al suo Fascio, che infatti non veniva chiamatodei Reduci, ma ilFascio del cavaliere. Egli aveva istituito anche la scuola serale domenicale, pei soci che non sapevano leggere e scrivere. Metà dei reduci erano già iscritti nella lista e, secondo lui, facevano fare cattivi sogni ai signori del Municipio.Ah!... Le trombe davano noia? Ma sarebbero state le trombe del giudizio universale, in luglio, il giorno delle elezioni!E con l'immaginazione egli si vedeva alla testa del suo piccolo esercito, che correva a votare a suon di trombe, come a un assalto... E sbaraglio!Intanto, marce domenicali, e scampagnate; e vino e pane, e capretti al forno e noci e fichi secchi, per tenere allegro e ben compatto ilFascio, con gran disperazione di donna Beatrice che se la prendeva anche con Cipolla, quando veniva a dirle:— Dice il signor cavaliere che il pane lo comprerà da Severino. Il vino, di quello della botte piccola; lo battezzerò io, padrona mia!E siccome scendeva in cantina lui, non lo battezzava affatto.— Andate a farvi benedire, tutti! — esclamava donna Beatrice, quantunque, ora che le elezioni erano vicine, sbraitasse meno. Voleva star a vedere!Uno spettacolo, quel giorno!Le trombe delFascio dei Reduciparevano davvero le trombe del giudizio finale, andando attorno per le vie del paese sin dalle prime ore del mattino:Tatà-Taratatà!E così tutta la giornata, e la sera, dopo la vittoria del cavaliere, fino a tarda notte, come se il paesetto fosse stato preso di assalto. — Viva il cavaliere! Viva il cavaliere! — ETatà-Taratatà!***La vittoria non era poi stata splendidissima; della lista del cavaliere, due soltanto erano riusciti eletti, lui e il notaio Pitarra. E il cavaliere, modestamente, aveva detto ai soci delFascio:— Questa è vittoria vostra! Vittoria dei vostri diritti! Vittoria delle vostre rivendicazioni! Io sarò la vostra voce in Consiglio, nient'altro!Il sindaco che, quantunque nipote di carrettiere (e non figlio come diceva donna Beatricenei momenti di stizza), era un furbo di tre cotte, alla prima seduta del Consiglio, appena il cavaliere entrò nella sala, gli andò incontro, gli strinse la mano, si rallegrò di vederlo colà; e, trattolo in disparte, gli disse:— Caro cavaliere, noi non abbiamo mai combattuto voi, ma le persone che vi stavano attorno. Ed oggi infatti il Consiglio saprà darvi il posto che meritate.Quella domenica sera nelle sale delFascioci fu gran baldoria per la nomina del cavaliere ad assessore. Donna Beatrice avrebbe vuotato non una ma due botti, e finito anche le provviste di fichi secchi e di noci, tanto era contenta. Ma la mattina dopo disse al marito:— Ora basta; siete assessore! Pensate a vostra figlia piuttosto.Don Mimmo volle fare l'assessore davvero. Poteva servire due padroni? E dovette per forza trascurare ilFascio. Cipolla n'era dispiacente più di tutti. Non più marce, non più scampagnate; e il cavaliere spesso spesso ora lo mandava in campagna a lavorare come prima.I Reduci borbottavano:Come? Ancora fuocatico? Ancora dazio consumo? Il cavaliere aveva promesso che entrando in Consiglio avrebbe detto, avrebbe fatto! E che diceva? Niente. E che faceva? Peggio degli altri. Ora si era messo a perseguitare la poveragente con la scusa che avevano usurpato qualche palmo delle strade comunali di campagna! Perchè non cominciava daigalantuomini?E c'era ilBraccoche soffiava nel fuoco. IlBraccosi era iscritto nelFascioda pochi mesi, appena tornato dal reggimento, e parlava come un libro stampato collei, colmica, colciao, e bestemmiava alla toscana, alla piemontese, alla romana, da far rizzare i capelli. Raccontava, a quattr'occhi, ora in questo, ora in quel crocchio, che a Palermo stavano per fare il comunismo e dividersi le terre e i quattrini dei signori tanto per uno, com'era giustizia.— Domineddio ci ha fatti tutti eguali; perchè i ricchi debbono mangiare come porci e noi morire di fame? Giustizia? Non ce n'è: dobbiamo farcela con le nostre mani.Fascio dei Reduci,Circolo degli Agricoltori,Circolo degli Operaiavevano fraternizzato dopo che il cavaliere era entrato a far parte della Giunta comunale.E ilBracco, che aveva poco da lavorare col suo mestiere di sellaio, passava le giornate nei locali delFascioe deiCircoli, a fumare, a sputacchiare, a far prediche; ascoltato meglio di un predicatore, perchè col predicatore non si discorre e con lui si poteva chiedere schiarimenti, fare obbiezioni, e gridargli bravo, quando esclamava, col rinforzo di una bestemmia delle sue:— Faremo il comunismo anche noi!Fascio?Circoli?— ripeteva ironico. — Ma li hanno messi su per comodo loro, per avere i voti. Che siamo? Pecore? Schiavi? I consiglieri dovremmo esser noi, non loro. Ora, lo avete inteso? aggravano il dazio consumo. Dicono: Ci vogliono quattrini!... Ma che ne fanno? Si bevono il sangue di noi poveretti!... Faremo il comunismo!Dapprima lo avevano ascoltato con diffidenza, quasi con terrore; ma ora aveva fatto scuola, e Cipolla si era legato con lui, e soffiava, sottomano, anche lui nel fuoco del malumore che covava covava e già mandava fuori un po' di fumo.Il cavaliere se n'accorse la sera che, dopo tanto tempo, volle fare una delle sue solite conferenze nel locale delFascio. Correvano attorno voci paurose, minacciose. I contadini facevano capannelli nella Piazza Grande, e quando il sindaco passava tra i crocchi, non si cavavano più il berretto per salutarlo, non si voltavano nemmeno; e le trombe non erano più là pronte agli ordini del Cipolla per fare il saluto reale al cavaliere, che passava davanti alFascio, senza fermarsi, andando al municipio anche lui. Cipolla soltanto gli faceva il saluto militare, per abitudine; Cipolla che pensava notte e giorno a qual pezzo di terreno gli sarebbe toccato in sorte, quando avrebbero fatto il comunismo ola repubblica, che per lui volevano dire la stessa cosa.Il cavaliere dunque quella sera si trovò davanti a una trentina di persone, scarso uditorio, e non tutte delFascio, ma delCircolo degli Agricoltorie delCircolo degli Operai, venuti colà più per curiosità che per altro. Voleva appunto parlare di quelle voci paurose e minacciose, ma ebbe la sorpresa di sentirsi interrompere dalBracco:— Non vogliamo più dazii!E tutti e trenta gli uditori erano scoppiati a parlare assieme, facendo una gran confusione, senza nessun rispetto dell'oratore che avea dovuto abbassarsi a discutere con loro.— Non più dazii? È presto detto! Ma...— Non vogliamo più dazii!Il cavaliere, indignato, avea risposto:— Il municipio saprà fare il suo dovere!Ed era andato via. Neppur Cipolla lo aveva accompagnato fino a casa.***E da lì a due giorni le trombe delFascio, tutte e otto, suonavano sinistramente mentre la folla tumultuava nella Piazza Grande, e ilBraccosbraitava:— Ai casotti! Ai casotti!E quando i casotti del dazio furono atterrati e arsi:— Al municipio! Al municipio!Una fiumana di gente, uomini, donne, ragazzi! E dalle finestre del municipio volavano giù nella strada seggiole, tavolini, divani, scrivanie per fare il falò; e volavano registri e carte, che si spandevano per l'aria come tanti uccelli di malaugurio, fra grida, schiamazzi e urli feroci! La folla, ubbriacata da quel puzzo di arso, ballava attorno al falò che mandava alte fiamme e grosse nuvole di fumo. — Abbasso i dazii! Le terre! Le terre! Vogliamo le terre!Chi aveva gridato: Dal sindaco?Chi aveva gridato: Dal cavaliere?Non se ne seppe mai nulla. La folla irruppe per diverse vie, gli uomini con le accette, le donne coi tizzi accesi!... Il sindaco non li aveva aizzati contro il cavaliere? Il cavaliere contro il sindaco? Il cavaliere non aveva predicato ai reduci: Voi soli siete buoni, voi soli siete degni di rispetto, voi sfruttati e malmenati?E la folla ora rispondeva: — Lasciatemi fare! Farò giustizia di tutti! — E le case fumavano! e il sangue correva! Voleva i loro palazzi, i loro beni, le loro donne, si, sì, anche queste! E le trombe delFascionon cessavano gli squilli sinistri; e dal nascondiglio dove si era rifugiatoper scampare la vita, con la moglie e la figliuola scappate di casa come si trovavano, il cavaliere, pallido, tremante, incapace di dire una parola, si turava invano gli orecchi per non sentire gli squilli!***Don Mimmo Li 'Nguanti sembrava un reo davanti al Giudice Istruttore, al Delegato e al capitano della truppa, mandati dal governo per fare il processo agli incendiari, agli assassini, e ripristinare l'ordine pubblico.— Quel Cipolla era persona di sua fiducia? — gli domandò il giudice istruttore bruscamente.— Ma, lei capisce bene... Traviato da cattivi consigli...— Lo difende?— No, no, non lo difendo; spiego... Io stesso non avrei mai creduto...— E le trombe? Le trombe le ha fornito lei...— Fornito!..... Lei sa come vanno queste cose... Il presidente... non lo fanno presidente per nulla... anticipa la spesa...— IlBracco, quel sellaio...— Lei deve figurarsi...— Lei capisce! Lei sa! Lei deve figurarsi! Ma io non capisco, non so, non voglio figurarmi niente; chiedo una deposizione, fatti, schiarimenti.È assessore, è presidente delFascio dei Reduci... e non gli si cava nulla di bocca. Ha paura? Prima fanno il male; per le loro gare, per le loro ambizioni, soffiano nel fuoco... e quando il fuoco è divampato e l'autorità accorre e vuole indagare, e vuol scoprire i rei, lor signori stanno zitti, non illuminano la giustizia, e poi se la prendono con le autorità, col governo!— Mi hanno bruciato la casa, mi hanno rovinato!... Sono vivo per miracolo! — balbettò il cavaliere.— Parli dunque, nomini qualcuno! Ha paura?Sicuro, aveva paura, come tutti gli altri signori!Donna Beatrice gli aveva raccomandato:— Non vi compromettete! I soldati all'ultimo se ne vanno, e noi restiamo nelle peste!E davanti al giudice istruttore egli si ripeteva mentalmente il consiglio di sua moglie: Non vi compromettete!Pensava anche alla figliuola. La paura avea riuniti tutti icavalieriin un vero fascio, e il padre di Vincenzino non si curava più dell'opposizione, del Municipio, nè delle trombe che già erano state sequestrate; il matrimonio, da lui osteggiato fin a poche settimane fa, ora egli voleva affrettarlo, e il cavaliere e donna Beatrice n'erano contenti. Appena restaurata la casa, appena rifatti i mobili, quelle nozze, senzasfoggi e senza inviti, avrebbero messo una pietra sul passato, a patto che il cavaliere non si fosse più mescolato di elezioni, nè di nulla!— Questi sopraccapi bisogna abbandonarli ai minchioni, o a coloro che vogliono mestare e che — lo vedete? — in qualunque circostanza cascano ritti in piedi. Tanto, è inutile voler raddrizzare le gambe ai cani. Cose del Comune, cose di nessuno!— Bravo! Siamo di accordo! — rispondeva il cavaliere, quantunque in fondo in fondo non fosse affatto di accordo.Passata la paura, dopo che le condanne dei tribunali erano fioccate peggio della grandine, colpendo un po' alla cieca, come sempre avviene in simili casi, i furfanti rimettevano fuori le corna, si davano l'aria di sacrificarsi riprendendo in mano le redini del Municipio.— Volete scommettere che ilcarrettieresarà di nuovo sindaco? — diceva con rancore donna Beatrice.— Per me, possono farlo re, imperatore, papa!Il cavaliere si segnava, quasi per cacciar via la diabolica tentazione di mescolarsi di affari comunali.Ma ragionandone col padre di Vincenzino, l'amarezza gli tornava a gola:— Volete scommettere che colui sarà di nuovo sindaco? — egli ripeteva come sua moglie.E tutti i bei propositi andarono a gambe per aria, quando quelfiglio di carrettieresi rifiutò di andare a sposare in casa la figlia del cavaliere, come si era fatto sempre coicivilifino a pochi mesi addietro.— Caro cavaliere, la legge è uguale per tutti: il municipio è la gran casa di tutti; non dobbiamo vergognarci di venir qui.Ah! Ora predicava: La legge è uguale per tutti? Bravo, benissimo!— Lo vedete? — disse il cavaliere al suocero di sua figlia. — Ci tirano pei capelli a fare quel che non vorremmo!E il padre di Vincenzino assentì stringendo le labbra, strizzando gli occhi, crollando il capo. E finita la cerimonia nuziale, salutò con gran sussiego il sindaco, ripetendo un: — Grazie! Grazie! — che voleva significare:— Arrivederci alle prossime elezioni!E rimpiangeva fin le sonore trombe delFascio dei Reducie il loro belTaratatàche gli aveva fatto prendere tante arrabbiature due anni addietro!
Il cavaliere don Mimmo Li 'Nguanti era tornato a casa con un diavol per capello, accompagnato da tre o quattro dei suoi più fidi partigiani che tentavano invano di calmarlo. Anche questa volta la lista del cavaliere, lista di opposizione al Municipio, era stata sopraffatta in modo indegno. Sfido io! Esattore, Ricevitore del registro, Agente delle Tasse, Sindaco, Assessori, tutti legati a refe doppio! E minaccie, e promesse e quattrini!... Chi avrebbe potuto resistere? E lui intanto voleva vincere onestamente, far trionfare la moralità, la giustizia, e così spazzar via dal Municipio quella congrega di ladri che manometteva ogni cosa senza neppur rispettare le apparenze! Sfido io! Protetti dal Sottoprefetto e dal Prefetto, che erano in mano del Deputato del Collegio e avevano paura di lui, mentre il deputato aveva paura del sindacoe degli assessori, ora che si avvicinavano le elezioni generali!
Don Mimmo Li 'Nguanti però non se la prendeva tanto col Deputato e col Prefetto, quanto con quella canaglia di elettori che lo aveva tradito all'ultim'ora... Senza l'incredibile tradimento!...
Il notaio Pitarra, rifatti i calcoli con la lista elettorale in mano, per provare che questa volta la vittoria del partito era sicura, esclamò:
— Ma voi, caro cavaliere, voi non volete capirla. Quattrini ci vogliono, quattrini!
Il cavaliere, in risposta, fece un energico gesto che significava:
— Mi dovranno tagliare le mani prima che io metta fuori due soldi!
E non lo diceva per tirchieria o altro, ma per la dignità della cosa.
— E allora non ne parliamo più! — conchiuse il notaio. — Moralizzare il popolo, sì, è una bella idea; la vera morale però, — egli soggiunse quasi subito, strofinando l'indice e il pollice — per molti, pei più, consiste soltanto in questi qui!
— Vedrete, notaio!... Vedrete!
Don Mimmo, rizzatosi tutt'un tratto dalla seggiola su cui si era buttato entrando in casa, aveva pronunziato quelle parole, alzando minacciosamente il braccio, in tono quasi profetico.
Un'idea, una grande idea gli era balenata tutt'a un tratto nella mente, e se n'era sentito sùbito invasare. E sorrideva, crollando il capo, stropicciandosi le mani, andando su e giù per la stanza; e si accendeva sempre più, di mano in mano che l'improvvisa rivelazione gli si schiariva davanti.
Il notaio Pitarra e gli altri stavano a guardarlo, muti, meravigliati, aspettando che il cavaliere parlasse.
— Chiamatemi Cipolla! — egli disse finalmente.
E Cipolla,factotumdi casa Li 'Nguanti, che era di là a raccontare, a modo suo, alla signora e alla signorina le peripezie di quella giornata campale, accorse sùbito e si fermò su l'uscio, facendo, per abitudine, il saluto militare:
— Comandi.
— Tu che sei stato caporale... Ecco... Io penso... Quanti siete in paese i militari in congedo?
— Centinaia, eccellenza.
— Bene. Sappi dunque che dobbiamo fareIl Fascio dei Reduci... Capisci?
Il notaio Pitarra e gli altri applaudirono.
— Sì, unFasciotutto cosa nostra, come sono del partito avverso ilCircolo degli Agricoltorie ilCircolo degli Operai...
— Mah... — fece Cipolla,
— Che ma?
— I reduci, eccellenza, sono più poveri di me; e pelFascioci vogliono quattrini e di molti... Il locale, le trombe...
— Le trombe?
— Sicuro, le trombe; un fascio militare senza trombe farebbe ridere i polli... Ne ho visti parecchiFasci di Reduci; tutti con le trombe, eccellenza.
— E avrà le trombe anche il nostro! — esclamò il cavaliere, picchiando con una mano su l'altra, in segno di viva soddisfazione.
Così fu concepito il famosoFascio dei reduciche doveva poi dare tanto travaglio al municipio di Doguara. —
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La cosa era stata organizzata alla chetichella, perchè il Sindaco e il suo partito non prendessero ombra e non cercassero d'impedirne l'attuazione. Lo stesso Cipolla si era tenuto apparentemente in disparte, servito bene da mezza dozzina di giovanotti ai quali l'idea delle trombe aveva fatto girare la testa.
DalCircolo degli Agricoltori, il Sindaco che n'era presidente onorario e i suoi partigiani osservavano, sorridendo, i lavori di riattamentoche venivano allestiti là di faccia per trasformare le due botteghe di erbaiuoli destinate a sede delFascio dei Reduci. Ma il Sindaco e gli altri risero male il giorno dell'inaugurazione, quando in coda a quelle due centinaia di reduci, che marciavano con in testa otto trombe assordanti, videro il cavaliere, il notaio Pitarra e tutti gli altri del partito di opposizione.
Quella novità delle trombe aveva messo sossopra Doguara. La piazza era gremita di gente per vedere i militari. Su le due porte del Circolo, fasci di alloro e di bandiere. Le sale non bastavano a contenere tutti i membri. Le trombe, rimaste fuori, di tratto in tratto, a capriccio, scoppiavano in segnali militari, dalla diana al saluto reale. E la gente applaudiva. Dentro, in fondo alla seconda sala, sur una predella, seduto a un tavolino, il cavaliere spiegava ai socii lo scopo di quel santissimo fascio che raccoglieva le forze vive del paese, le più giovani, le più disciplinate per cooperare al bene di...
—Tatà, taratatà!— le trombe, da fuori, coprivano la voce dell'oratore. Invano qualcuno, affacciandosi alla porta, imponeva silenzio. Nei punti migliori, quando il cavaliere avea voluto destar nei socii il sentimento militare per combattere incruente battaglie civili, —Tatà, taratatà!— le trombe lo avevano interrotto, facendogli perdere il filo delle idee.
Ma già, per un'inaugurazione, egli avea parlato troppo. Ed era uscito dalla sala fra un subisso di applausi, lasciando libera l'assemblea che doveva eleggere il Presidente e il Comitato esecutivo; le trombe gli avevano fatto il saluto reale.
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Cipolla, dafactotumdi casa Li 'Nguanti, era diventato in pochi mesifactotumdelFasciodi cui il cavaliere era presidente, cassiere, conferenziere e istruttore, coadiuvato in questo ufficio dal fido ex-caporale di fanteria. Col pretesto di aprire, la mattina, e chiudere, la sera, le stanze delFascio, di spazzarle, di spolverare i pochi mobili e custodire le otto trombe, Cipolla se la spassava in paese.
Si poteva dire che durante la settimana il locale servisse soltanto per lui e per due o tre degli indispensabili trombettieri sempre pronti ai suoi ordini. Quasi fossero stati in quartiere, le trombe suonavano la diana all'alba, e poi il rancio e poi tutti gli altri segnali del regolamento. Verso le undici, Cipolla si appostava davanti all'uscio per scoprire da lontano il cavaliere che veniva a fare una visita alle due dozzine di seggiole, ai quattro tavolini, all'armadio delle trombe, perchè i reduci nei giornidi lavoro avevano ben altro da fare che venire alFascio, a conversare o a fumare qualche sigaro; e appena il cavaliere era a venti passi di distanza, i trombettieri si schieravano fuori, etatà taratatà, quasi don Mimmo fosse stato Re Umberto in persona. Egli si accostava impettito, serio, con cert'aria militaresca di circostanza, salutava, portando la mano destra alla falda del cappello, ed entrava.
I socii delCircolo degli Agricoltori, quelli delCircolo degli Operai, gli sfaccendati, i disoccupati che ingombravano la Piazza Grande gli ridevano dietro. Ma egli o non se ne accorgeva o non se ne curava.
E spasseggiando su e giù per le due stanze, approvava con lievi mosse del capo i progetti di Cipolla: esercizii, passeggiate, scampagnate. Bisognava tener vivo il fuoco, altrimenti addioFascio! Scampagnate soprattutto!
In quella circostanza, dei socii delFascioneppur uno mancava. Si sapeva che il cavaliere faceva le cose alla grande: carne, pane, vino, noci, fichi secchi. Si passava una giornata allegra, si mangiava a ufo, e si tornava a casa lieti e contenti, con le trombe che assordavano. — Viva il cavaliere! Viva! — E anche: — Viva Cipolla! — Le grida e gli schiamazzi si udivano di lontano un miglio. È vero che la sera poi i reduci sbadigliavano alla conferenzadel cavaliere; ma non voleva dir niente. Capivano poco, perchè egli soleva parlarecon la lingua di fuori, in punta di forchetta, spiegando lo Statuto egli la Legge Comunale e i Diritti del cittadino; qualcosa però capivano, specialmente quando lasciandosi prender la mano dal soggetto, e parlava di rivendicazioni e di tante altre belle cose che aguzzavano l'avidità di quell'udienza di contadini; o quando li incensava e li esaltava:
— Voi soli siete buoni; voi soli siete degni, voi lavoratori della terra, voi sfruttati e malmenati! E voi dovete prendere nella società il posto che vi spetta! E lo prenderete, per Dio!
— Viva il cavaliere! Viva il cavaliere!
E le trombe suonavano la ritirata:Tatà, taratatà!
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Fino a che si era trattato di non spendere nulla, la signora Li 'Nguanti non solamente non aveva fiatato, ma aveva preso parte attiva all'agitazione elettorale in favore di suo marito. Lo avrebbe visto volentieri assessore e anche sindaco; perchè no? Quei cosi del municipio valevano forse meglio di lui? Suo marito, il cavaliere, come ella lo chiamava parlando con certe persone, era galantuomo provato e avevale mani nette. Non si poteva dire altrettanto di tutti quei signori. E poi, essere assessoressa o sindachessa non le sarebbe dispiaciuto, per far arrabbiare quella malcreata della moglie del sindaco che una volta si era permessa di dire del signor Li 'Nguanti:Cavaliere di che. Ah! Chi lo aveva fatto cavaliere? Ma c'era nato, e non erano occorsi decreti reali per dirsi tale!... Sicuro, del sindaco, marito della screanzata, non si poteva dire:Carrettiere per caso; era figlio di carrettiere e si vedeva. E... e... Quando entrava in quest'argomento, la signora Li 'Nguanti non la finiva più.
Per ciò nell'ultima lotta elettorale ella era andata di qua e di là, di giorno e anche di notte, convinta che le donne in certe occasioni valgono meglio degli uomini. Ora però che si trattava di buttar via quattrini a palate, la questione diventava un'altra.
— Siete ammattito? — ella gridava al cavaliere. — Non sapete che farvene, se li spendete così?
— Zitta! — rispondeva il cavaliere dignitosamente.
— Zitta un corno! Lo vedo io quel che si sciupa in questa casa da che vi è saltata in testa la maledettissima idea delFascio.
— Zitta!
— Perchè vi suonano le trombe? Bella cosa!Ma quando si tratta di sganasciare, pane, vino, salami, formaggio, tutto deve uscire di qui!... Il notaio Pitarra e gli altri non si scomodano. — Viva il cavaliere! — E ilFascio... Dio non voglia!... farà andare questa casa a catafascio! Già, non è ilFasciol'abitazione vostra? Mattina e sera là. Credete che ve ne saranno grati? Alle elezioni vi aspetto!
Il cavaliere la lasciava dire.
— Benedette donne! Vogliono metter becco in tutto e non capiscono nulla!
— E queste trombe che rompono i timpani alla gente, non potreste farle tacere? Il padre di Vincenzino non ne può più; vi manda tanti accidenti quante volte suonano... Ci volevano appunto le trombe per irritarlo peggio! E vedrete che il matrimonio di vostra figlia, a cagione anche delle trombe, andrà per aria!
— Il padre di Vincenzino è un asino! Ora gli danno noia le trombe! Si turi le orecchiaccie, si turi! Scuse, pretesti! C'erano forse le trombe quando ha votato contro di me? E anche il signor Vincenzino...
— Si è astenuto!
Il cavaliere, appena si toccava questo tasto, tagliava corto. Quel matrimonio della figliuola rimasto in asso un po' per questioni d'interessi ma più per dispetti elettorali, gli era una spina al cuore. Ormai non se ne poteva ragionare,finchè le cose duravano così; ed era inutile pensarci. La ragazza, che aveva più intelligenza della mamma, non ne parlava mai, povera figliuola! Ma l'anno prossimo... dopo le elezioni!...
E perciò il cavaliere si era dato anima e corpo alFascio, al suo Fascio, che infatti non veniva chiamatodei Reduci, ma ilFascio del cavaliere. Egli aveva istituito anche la scuola serale domenicale, pei soci che non sapevano leggere e scrivere. Metà dei reduci erano già iscritti nella lista e, secondo lui, facevano fare cattivi sogni ai signori del Municipio.
Ah!... Le trombe davano noia? Ma sarebbero state le trombe del giudizio universale, in luglio, il giorno delle elezioni!
E con l'immaginazione egli si vedeva alla testa del suo piccolo esercito, che correva a votare a suon di trombe, come a un assalto... E sbaraglio!
Intanto, marce domenicali, e scampagnate; e vino e pane, e capretti al forno e noci e fichi secchi, per tenere allegro e ben compatto ilFascio, con gran disperazione di donna Beatrice che se la prendeva anche con Cipolla, quando veniva a dirle:
— Dice il signor cavaliere che il pane lo comprerà da Severino. Il vino, di quello della botte piccola; lo battezzerò io, padrona mia!
E siccome scendeva in cantina lui, non lo battezzava affatto.
— Andate a farvi benedire, tutti! — esclamava donna Beatrice, quantunque, ora che le elezioni erano vicine, sbraitasse meno. Voleva star a vedere!
Uno spettacolo, quel giorno!
Le trombe delFascio dei Reduciparevano davvero le trombe del giudizio finale, andando attorno per le vie del paese sin dalle prime ore del mattino:Tatà-Taratatà!E così tutta la giornata, e la sera, dopo la vittoria del cavaliere, fino a tarda notte, come se il paesetto fosse stato preso di assalto. — Viva il cavaliere! Viva il cavaliere! — ETatà-Taratatà!
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La vittoria non era poi stata splendidissima; della lista del cavaliere, due soltanto erano riusciti eletti, lui e il notaio Pitarra. E il cavaliere, modestamente, aveva detto ai soci delFascio:
— Questa è vittoria vostra! Vittoria dei vostri diritti! Vittoria delle vostre rivendicazioni! Io sarò la vostra voce in Consiglio, nient'altro!
Il sindaco che, quantunque nipote di carrettiere (e non figlio come diceva donna Beatricenei momenti di stizza), era un furbo di tre cotte, alla prima seduta del Consiglio, appena il cavaliere entrò nella sala, gli andò incontro, gli strinse la mano, si rallegrò di vederlo colà; e, trattolo in disparte, gli disse:
— Caro cavaliere, noi non abbiamo mai combattuto voi, ma le persone che vi stavano attorno. Ed oggi infatti il Consiglio saprà darvi il posto che meritate.
Quella domenica sera nelle sale delFascioci fu gran baldoria per la nomina del cavaliere ad assessore. Donna Beatrice avrebbe vuotato non una ma due botti, e finito anche le provviste di fichi secchi e di noci, tanto era contenta. Ma la mattina dopo disse al marito:
— Ora basta; siete assessore! Pensate a vostra figlia piuttosto.
Don Mimmo volle fare l'assessore davvero. Poteva servire due padroni? E dovette per forza trascurare ilFascio. Cipolla n'era dispiacente più di tutti. Non più marce, non più scampagnate; e il cavaliere spesso spesso ora lo mandava in campagna a lavorare come prima.
I Reduci borbottavano:
Come? Ancora fuocatico? Ancora dazio consumo? Il cavaliere aveva promesso che entrando in Consiglio avrebbe detto, avrebbe fatto! E che diceva? Niente. E che faceva? Peggio degli altri. Ora si era messo a perseguitare la poveragente con la scusa che avevano usurpato qualche palmo delle strade comunali di campagna! Perchè non cominciava daigalantuomini?
E c'era ilBraccoche soffiava nel fuoco. IlBraccosi era iscritto nelFascioda pochi mesi, appena tornato dal reggimento, e parlava come un libro stampato collei, colmica, colciao, e bestemmiava alla toscana, alla piemontese, alla romana, da far rizzare i capelli. Raccontava, a quattr'occhi, ora in questo, ora in quel crocchio, che a Palermo stavano per fare il comunismo e dividersi le terre e i quattrini dei signori tanto per uno, com'era giustizia.
— Domineddio ci ha fatti tutti eguali; perchè i ricchi debbono mangiare come porci e noi morire di fame? Giustizia? Non ce n'è: dobbiamo farcela con le nostre mani.
Fascio dei Reduci,Circolo degli Agricoltori,Circolo degli Operaiavevano fraternizzato dopo che il cavaliere era entrato a far parte della Giunta comunale.
E ilBracco, che aveva poco da lavorare col suo mestiere di sellaio, passava le giornate nei locali delFascioe deiCircoli, a fumare, a sputacchiare, a far prediche; ascoltato meglio di un predicatore, perchè col predicatore non si discorre e con lui si poteva chiedere schiarimenti, fare obbiezioni, e gridargli bravo, quando esclamava, col rinforzo di una bestemmia delle sue:
— Faremo il comunismo anche noi!Fascio?Circoli?— ripeteva ironico. — Ma li hanno messi su per comodo loro, per avere i voti. Che siamo? Pecore? Schiavi? I consiglieri dovremmo esser noi, non loro. Ora, lo avete inteso? aggravano il dazio consumo. Dicono: Ci vogliono quattrini!... Ma che ne fanno? Si bevono il sangue di noi poveretti!... Faremo il comunismo!
Dapprima lo avevano ascoltato con diffidenza, quasi con terrore; ma ora aveva fatto scuola, e Cipolla si era legato con lui, e soffiava, sottomano, anche lui nel fuoco del malumore che covava covava e già mandava fuori un po' di fumo.
Il cavaliere se n'accorse la sera che, dopo tanto tempo, volle fare una delle sue solite conferenze nel locale delFascio. Correvano attorno voci paurose, minacciose. I contadini facevano capannelli nella Piazza Grande, e quando il sindaco passava tra i crocchi, non si cavavano più il berretto per salutarlo, non si voltavano nemmeno; e le trombe non erano più là pronte agli ordini del Cipolla per fare il saluto reale al cavaliere, che passava davanti alFascio, senza fermarsi, andando al municipio anche lui. Cipolla soltanto gli faceva il saluto militare, per abitudine; Cipolla che pensava notte e giorno a qual pezzo di terreno gli sarebbe toccato in sorte, quando avrebbero fatto il comunismo ola repubblica, che per lui volevano dire la stessa cosa.
Il cavaliere dunque quella sera si trovò davanti a una trentina di persone, scarso uditorio, e non tutte delFascio, ma delCircolo degli Agricoltorie delCircolo degli Operai, venuti colà più per curiosità che per altro. Voleva appunto parlare di quelle voci paurose e minacciose, ma ebbe la sorpresa di sentirsi interrompere dalBracco:
— Non vogliamo più dazii!
E tutti e trenta gli uditori erano scoppiati a parlare assieme, facendo una gran confusione, senza nessun rispetto dell'oratore che avea dovuto abbassarsi a discutere con loro.
— Non più dazii? È presto detto! Ma...
— Non vogliamo più dazii!
Il cavaliere, indignato, avea risposto:
— Il municipio saprà fare il suo dovere!
Ed era andato via. Neppur Cipolla lo aveva accompagnato fino a casa.
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E da lì a due giorni le trombe delFascio, tutte e otto, suonavano sinistramente mentre la folla tumultuava nella Piazza Grande, e ilBraccosbraitava:
— Ai casotti! Ai casotti!
E quando i casotti del dazio furono atterrati e arsi:
— Al municipio! Al municipio!
Una fiumana di gente, uomini, donne, ragazzi! E dalle finestre del municipio volavano giù nella strada seggiole, tavolini, divani, scrivanie per fare il falò; e volavano registri e carte, che si spandevano per l'aria come tanti uccelli di malaugurio, fra grida, schiamazzi e urli feroci! La folla, ubbriacata da quel puzzo di arso, ballava attorno al falò che mandava alte fiamme e grosse nuvole di fumo. — Abbasso i dazii! Le terre! Le terre! Vogliamo le terre!
Chi aveva gridato: Dal sindaco?
Chi aveva gridato: Dal cavaliere?
Non se ne seppe mai nulla. La folla irruppe per diverse vie, gli uomini con le accette, le donne coi tizzi accesi!... Il sindaco non li aveva aizzati contro il cavaliere? Il cavaliere contro il sindaco? Il cavaliere non aveva predicato ai reduci: Voi soli siete buoni, voi soli siete degni di rispetto, voi sfruttati e malmenati?
E la folla ora rispondeva: — Lasciatemi fare! Farò giustizia di tutti! — E le case fumavano! e il sangue correva! Voleva i loro palazzi, i loro beni, le loro donne, si, sì, anche queste! E le trombe delFascionon cessavano gli squilli sinistri; e dal nascondiglio dove si era rifugiatoper scampare la vita, con la moglie e la figliuola scappate di casa come si trovavano, il cavaliere, pallido, tremante, incapace di dire una parola, si turava invano gli orecchi per non sentire gli squilli!
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Don Mimmo Li 'Nguanti sembrava un reo davanti al Giudice Istruttore, al Delegato e al capitano della truppa, mandati dal governo per fare il processo agli incendiari, agli assassini, e ripristinare l'ordine pubblico.
— Quel Cipolla era persona di sua fiducia? — gli domandò il giudice istruttore bruscamente.
— Ma, lei capisce bene... Traviato da cattivi consigli...
— Lo difende?
— No, no, non lo difendo; spiego... Io stesso non avrei mai creduto...
— E le trombe? Le trombe le ha fornito lei...
— Fornito!..... Lei sa come vanno queste cose... Il presidente... non lo fanno presidente per nulla... anticipa la spesa...
— IlBracco, quel sellaio...
— Lei deve figurarsi...
— Lei capisce! Lei sa! Lei deve figurarsi! Ma io non capisco, non so, non voglio figurarmi niente; chiedo una deposizione, fatti, schiarimenti.È assessore, è presidente delFascio dei Reduci... e non gli si cava nulla di bocca. Ha paura? Prima fanno il male; per le loro gare, per le loro ambizioni, soffiano nel fuoco... e quando il fuoco è divampato e l'autorità accorre e vuole indagare, e vuol scoprire i rei, lor signori stanno zitti, non illuminano la giustizia, e poi se la prendono con le autorità, col governo!
— Mi hanno bruciato la casa, mi hanno rovinato!... Sono vivo per miracolo! — balbettò il cavaliere.
— Parli dunque, nomini qualcuno! Ha paura?
Sicuro, aveva paura, come tutti gli altri signori!
Donna Beatrice gli aveva raccomandato:
— Non vi compromettete! I soldati all'ultimo se ne vanno, e noi restiamo nelle peste!
E davanti al giudice istruttore egli si ripeteva mentalmente il consiglio di sua moglie: Non vi compromettete!
Pensava anche alla figliuola. La paura avea riuniti tutti icavalieriin un vero fascio, e il padre di Vincenzino non si curava più dell'opposizione, del Municipio, nè delle trombe che già erano state sequestrate; il matrimonio, da lui osteggiato fin a poche settimane fa, ora egli voleva affrettarlo, e il cavaliere e donna Beatrice n'erano contenti. Appena restaurata la casa, appena rifatti i mobili, quelle nozze, senzasfoggi e senza inviti, avrebbero messo una pietra sul passato, a patto che il cavaliere non si fosse più mescolato di elezioni, nè di nulla!
— Questi sopraccapi bisogna abbandonarli ai minchioni, o a coloro che vogliono mestare e che — lo vedete? — in qualunque circostanza cascano ritti in piedi. Tanto, è inutile voler raddrizzare le gambe ai cani. Cose del Comune, cose di nessuno!
— Bravo! Siamo di accordo! — rispondeva il cavaliere, quantunque in fondo in fondo non fosse affatto di accordo.
Passata la paura, dopo che le condanne dei tribunali erano fioccate peggio della grandine, colpendo un po' alla cieca, come sempre avviene in simili casi, i furfanti rimettevano fuori le corna, si davano l'aria di sacrificarsi riprendendo in mano le redini del Municipio.
— Volete scommettere che ilcarrettieresarà di nuovo sindaco? — diceva con rancore donna Beatrice.
— Per me, possono farlo re, imperatore, papa!
Il cavaliere si segnava, quasi per cacciar via la diabolica tentazione di mescolarsi di affari comunali.
Ma ragionandone col padre di Vincenzino, l'amarezza gli tornava a gola:
— Volete scommettere che colui sarà di nuovo sindaco? — egli ripeteva come sua moglie.
E tutti i bei propositi andarono a gambe per aria, quando quelfiglio di carrettieresi rifiutò di andare a sposare in casa la figlia del cavaliere, come si era fatto sempre coicivilifino a pochi mesi addietro.
— Caro cavaliere, la legge è uguale per tutti: il municipio è la gran casa di tutti; non dobbiamo vergognarci di venir qui.
Ah! Ora predicava: La legge è uguale per tutti? Bravo, benissimo!
— Lo vedete? — disse il cavaliere al suocero di sua figlia. — Ci tirano pei capelli a fare quel che non vorremmo!
E il padre di Vincenzino assentì stringendo le labbra, strizzando gli occhi, crollando il capo. E finita la cerimonia nuziale, salutò con gran sussiego il sindaco, ripetendo un: — Grazie! Grazie! — che voleva significare:
— Arrivederci alle prossime elezioni!
E rimpiangeva fin le sonore trombe delFascio dei Reducie il loro belTaratatàche gli aveva fatto prendere tante arrabbiature due anni addietro!