UN TIPO

UN TIPOLo chiamavano don Pietro ilGobbo, ma il gobbo veramente era stato suo padre che, pur avendo due gobbe, una davanti e l'altra di dietro, aveva trovato una coraggiosissima donna la quale si era rassegnata a sposarlo e gli aveva regalato due figli diritti come fusi. Il nomignolo però era rimasto appiccicato alla famiglia e probabilmente i D'Accurso saranno chiamati iGobbifino all'ultima generazione.Don Pietro D'Accurso, diceva la gente, non era gobbo ma meritava di esser tale. La gobba, aggiungevano, l'aveva nel cuore. In vita sua non aveva mai dato a un poveretto una buccia di fava, nè una stilla d'acqua, mai, mai! Se un poveretto andava a chiedergli l'elemosina e per intenerirlo gli diceva: — Da due giorni non metto niente dentro lo stomaco! — egli aveva la sfacciataggine di rispondergli:— Beato te, che puoi vivere due giorni senzamangiare! Io, vedi, ho fatto colazione due ore fa e già mi sento lo stomaco vuoto.A sentir lui, non c'era peggiore miseria di quella di esser ricchi. Quanti pensieri! Quanti grattacapi! E come invidiava quegli straccioni che non avevano un soldo in tasca, nè un palmo di terreno al sole, nè un tetto sotto cui ricoverarsi! Per loro non c'era Esattori, nè Agenti delle Tasse, nè Ricevitori del Registro, nè focatico, nè dazio di consumo, nè ruolo di vetture! Essi potevano ridere allegramente in faccia al governo e alla morte, mentre lui, disgraziato! non rifiatava da mattina a sera, sempre in giro di qua e di là, per pagare, pagare, pagare; e, appena aveva finito, dovea ricominciare daccapo! Il Signore gli aveva caricato su le spalle questa pesantissima croce, e gli toccava di portarla, peggio di Gesù Cristo quando lo conducevano al Calvario.Il suo Calvario era ilPuddaru, con gli uliveti che coprivano le colline, con le vigne da un lato, i vasti terreni seminativi dall'altro, fino a piè della Montagna, e il gran casamento nel centro, metà villa, metà masseria, con frantoio per estrar l'olio, palmento, cantina, stalle pei buoi, rimesse per la paglia e pel fieno e tanti e tanti altri impicci!Ah! Che non ci voleva pel raccolto delle ulive?Una ventina di bacchiatori, una cinquantina di raccoglitrici, e, più, dieci o dodici mangiapane che lavoravano, sì, giorno e notte nel frantoio, sporchi, unti di olio, ingialliti per la perdita del sonno, ma che però divoravano come lupi anche quando non avevano fame. Dove la mettevano tutta quella robbaccia indigesta che egli doveva far cucinare dalla massaia?... Un mese e mezzo d'inferno!I coppi, è vero, si riempivano d'olio, ma gli toccava ogni volta scendere giù in cantina col pericolo di rompersi la noce del collo con quegli scalini sdruciti, e sorvegliare gli uomini perchè non sbagliassero nel versare l'olio di prima qualità in un coppo, e l'olio di sanza in un altro. Se non apriva tanto d'occhi lui, chi sa che pasticci gli avrebbero fatti!E così, alla fine, quei mangiapane si beccavano fazzolettate di pezzi da cinque lire, si ripulivano, si rivestivano a nuovo; e lui, poveretto, che aveva dormito appena due, tre ore ogni notte, per un mese e mezzo di fila, si sentiva tutto rotto, con la nausea dell'odor dell'olio nelle narici e nella gola... E non era finita!Quel benedettissimo olio poteva restar in cantina, nei coppi? Bisognava venderlo. Ma prima!... Travasarlo due, tre volte, cavar la morga di fondo ai coppi, e poi attendere che il prezzosalisse, salisse!... Sicuro, attendere, mentre i poveretti, che ne avevano tre, quattrocafisisoltanto, se ne sbarazzavano subito e non ci pensavano più!E che discussioni, che còllere, nei giorni di vendita, con quei ladri dei misuratori che recavano la misura falsa e tenevano la spugna attorno il collo delcafiso, per farla impregnare di olio nel riempirlo col boccale! E che arrabbiature coi compratori più ladri di loro, che cercavano di appioppargli falsi pezzi di cinque lire nuovi fiammanti che lo avrebbero rovinato, se lui non avesse avuto la santa pazienza di osservarli bene, voltandoli e rivoltandoli e facendoli ballare sul marmo a uno a uno per sentirne il suono! Se li era proprio guadagnati sudando, arrabbiandosi, perdendoci la voce... E da lì a due giorni dov'erano tutte quelle pile di pezzi da cinque lire?In mano dell'Esattore, dell'Agente delle Tasse, del Ricevitore del Registro!— Tu non hai queste seccature! — egli diceva a Cannizzu, povero diavolo che lo serviva come un cane, magro e allampanato tra tutto quel ben di Dio del suo padrone.— Evoscenzadia ogni cosa a me! Così non avrà più seccature! — gli rispondeva ridendo Cannizzu.— Ti farei un bel regalo! Mi maledirestinotte e giorno! Sta' zitto! Pensiamo alle semente piuttosto!Laggiù, alPuddaru, venti, trenta aratri preparavano il terreno; e in paese, nel magazzino del grano, il crivellatore ripassava il farro, la timimia, la francese, l'orzo fra un nugolo di polvere che faceva tossire don Pietro, quasi stesse per sputar fuori i polmoni. Ma era quella la sua croce! Aver l'occhio a tutto, guardarsi di tutti, per non farsi spogliar vivo, ora che non c'era più moralità in questo mondo, e dei galantuomini si era già perso lo stampo.Era forse sicuro che tutto quel grano da sementa andasse tra i solchi aperti? Non poteva avere cento occhi, non poteva essere, come Domineddio, presente in ogni luogo! Faceva quel che poteva; e si logorava la vita; ci perdeva la salute e l'appetito.— Beato te, Cannizzu! Pane e cipolla eh? Fai bocconi grossi! Io, intanto, se non ho un buon brodo di manzo, un po' di fritto, un po' di pesce, una bistecca e un pezzo di rosbiffe, un po' di cacio svizzero, e dolce e frutta e caffè...! Mi reggo in piedi così!... Ah se avessi il tuo stomaco di struzzo, che digerisce fino il ferro! E tu puoi bere anche quella specie di aceto, e leccartene i baffi. Io, invece... miseria!... senza due dita di marsala, di moscato, di calabrese! I nostri vini mi riescono indisgesti...Mi tornano a gola... Ci vuole pure un po' di Chianti, un po' di Bordò... Miseria! Ma bisogna fare la volontà di Dio!Cannizzu qualche volta rispondeva:— La farei anch'io cotesta volontà di Dio!Don Pietro gli dava su la voce:— Bestia! Bestia! Pane e cipolla! Ringrazia Gesù Cristo che non ti ha dato altro! Guarda mio fratello. Non ha niente, e fa il signore. È guardia campestre; e va a cavallo da mattina a sera. Che deve guardare? I caprai che pascolano per le strade di campagna comunali! Non ha voluto fare mai nulla, si è giocato e mangiato e bevuto tutto il suo... ed è felice! Ma siccome è più bestia di te, non mi può vedere, mi odia perchè non ho fatto come lui. Che colpa ci ho io? E stata la mia disgrazia. Ho fatto come la formica; tutto mi è andato bene, tutto mi va bene; se mettessi acqua nei lumi, credo che arderebbe come petrolio. Che colpa ci ho io?... E devo sfacchinare il giorno e pensare la notte; pensare a questo, a quello, a cento cose...! La testa mi va per aria... E vorrei dormire il sonno pieno che dormi tu, sul tuo pagliericcio duro! Che vale che il mio letto abbia tre materasse di lana scelta, e morbide e ben sprimacciate? La testa mi va per aria! Mi rivolto di qua e di là... Sì, sì!... Guai se dormissi come te, russando, la grossa! Chi penserebbe alla mietitura, allatrebbia? Chi alla vendemmia? Rifiato forse? Tu ridi, bestione, quasi io dica delle sciocchezze... Ed io ti dico che cambierei volentieri il tuo stato col mio!— Cambiamolo, eccellenza!— Mi malediresti l'anima cento volte al giorno!— Ma, infine, da qui a cento anni, voscenza non si porterà tutto nell'altro mondo. Per chi lavora?— Lo so io? È la mia croce, non lo capisci? Ne godo forse di tutta questa ricchezza?... Perchè, tu lo sai bene, ce n'è grazia di Dio, ce n'è! Il magazzino del grano è pieno come un uovo; la cantina non ha una botte vuota; la dispensa ha quaranta coppi ricolmi fino all'orlo... E poi, e poi!... Se ti dicessi quel che mi deve il barone Pitulla? Con belle ipoteche... Eh! Eh!... Ma che vale? Lui se la spassa a Napoli, a Roma, a Torino, a Parigi con le donne... Ed io sono stato a Roma, una volta sola, col pellegrinaggio, per vedere il Papa!... E se non tornavo subito, addio mietitura! Posso prendermi uno svago io?... Niente, niente! La mia croce è questa. Sia fatta la volontà di Dio!E don Pietro d'Accurso, detto ilGobbo, era invecchiato, mangiando bene, bevendo benissimo, grasso, roseo, tondo col suo eterno lamento su le labbra, predicando sempre che non c'èpeggiore miseria di quella di esser ricchi; non facendo mai carità a nessuno, neppure a suo fratello che aveva otto figli e non sapeva come sfamarli col suo misero soldo di guardia campestre; dando da campare però a tante persone, pagando puntualmente tutti fino all'ultimo centesimo, mai però un centesimo di più, come neppure uno di meno. Egoista, sì, ma sincero nei suoi lamenti e nel suo aforisma prediletto: Non c'è peggiore miseria della ricchezza!E questo si vide benissimo nell'ultima sua malattia.Quando si avvide che l'ora sua era arrivata, mandò a chiamare il fratello:— Senti, Nanni; ti càpita una gran disgrazia: stai per diventare ricco, ricco assai. Il Signore abbia pietà di te. Pensa al funerale. Sarai costretto a spendere qualche migliaio di lire. Che vuoi farci? I quattrini sono là, in quel cassetto. I poveretti vanno all'altro mondo senza torce e preti e concerto; io sono ricco e debbo pensare a queste miserie anche in punto di morte!... Senti, Nanni: una bella cassa di noce scura, foderata di raso... Ti costerà parecchio... Ma che vuoi farci? Tu, se fossi morto guardia campestre, avresti dovuto contentarti della cassa del comune... Te la saresti cavata, senza darti nessun pensiero, senza un soldo di spesa. Basta; io me ne vado. Mi dispiace di averti procuratoquesta disgrazia, questo gran guaio di lasciarti ricco... Fa' la volontà di Dio, come l'ho fatta io!... Io vò a rendere i conti lassù!... Chi sa come andrà? Speriamo bene. Pensa a quel che ti ho detto di provvedere: cassa, funerale, concerto... E... spicciati, spicciati... Mandami qui il confessore!

Lo chiamavano don Pietro ilGobbo, ma il gobbo veramente era stato suo padre che, pur avendo due gobbe, una davanti e l'altra di dietro, aveva trovato una coraggiosissima donna la quale si era rassegnata a sposarlo e gli aveva regalato due figli diritti come fusi. Il nomignolo però era rimasto appiccicato alla famiglia e probabilmente i D'Accurso saranno chiamati iGobbifino all'ultima generazione.

Don Pietro D'Accurso, diceva la gente, non era gobbo ma meritava di esser tale. La gobba, aggiungevano, l'aveva nel cuore. In vita sua non aveva mai dato a un poveretto una buccia di fava, nè una stilla d'acqua, mai, mai! Se un poveretto andava a chiedergli l'elemosina e per intenerirlo gli diceva: — Da due giorni non metto niente dentro lo stomaco! — egli aveva la sfacciataggine di rispondergli:

— Beato te, che puoi vivere due giorni senzamangiare! Io, vedi, ho fatto colazione due ore fa e già mi sento lo stomaco vuoto.

A sentir lui, non c'era peggiore miseria di quella di esser ricchi. Quanti pensieri! Quanti grattacapi! E come invidiava quegli straccioni che non avevano un soldo in tasca, nè un palmo di terreno al sole, nè un tetto sotto cui ricoverarsi! Per loro non c'era Esattori, nè Agenti delle Tasse, nè Ricevitori del Registro, nè focatico, nè dazio di consumo, nè ruolo di vetture! Essi potevano ridere allegramente in faccia al governo e alla morte, mentre lui, disgraziato! non rifiatava da mattina a sera, sempre in giro di qua e di là, per pagare, pagare, pagare; e, appena aveva finito, dovea ricominciare daccapo! Il Signore gli aveva caricato su le spalle questa pesantissima croce, e gli toccava di portarla, peggio di Gesù Cristo quando lo conducevano al Calvario.

Il suo Calvario era ilPuddaru, con gli uliveti che coprivano le colline, con le vigne da un lato, i vasti terreni seminativi dall'altro, fino a piè della Montagna, e il gran casamento nel centro, metà villa, metà masseria, con frantoio per estrar l'olio, palmento, cantina, stalle pei buoi, rimesse per la paglia e pel fieno e tanti e tanti altri impicci!

Ah! Che non ci voleva pel raccolto delle ulive?

Una ventina di bacchiatori, una cinquantina di raccoglitrici, e, più, dieci o dodici mangiapane che lavoravano, sì, giorno e notte nel frantoio, sporchi, unti di olio, ingialliti per la perdita del sonno, ma che però divoravano come lupi anche quando non avevano fame. Dove la mettevano tutta quella robbaccia indigesta che egli doveva far cucinare dalla massaia?... Un mese e mezzo d'inferno!

I coppi, è vero, si riempivano d'olio, ma gli toccava ogni volta scendere giù in cantina col pericolo di rompersi la noce del collo con quegli scalini sdruciti, e sorvegliare gli uomini perchè non sbagliassero nel versare l'olio di prima qualità in un coppo, e l'olio di sanza in un altro. Se non apriva tanto d'occhi lui, chi sa che pasticci gli avrebbero fatti!

E così, alla fine, quei mangiapane si beccavano fazzolettate di pezzi da cinque lire, si ripulivano, si rivestivano a nuovo; e lui, poveretto, che aveva dormito appena due, tre ore ogni notte, per un mese e mezzo di fila, si sentiva tutto rotto, con la nausea dell'odor dell'olio nelle narici e nella gola... E non era finita!

Quel benedettissimo olio poteva restar in cantina, nei coppi? Bisognava venderlo. Ma prima!... Travasarlo due, tre volte, cavar la morga di fondo ai coppi, e poi attendere che il prezzosalisse, salisse!... Sicuro, attendere, mentre i poveretti, che ne avevano tre, quattrocafisisoltanto, se ne sbarazzavano subito e non ci pensavano più!

E che discussioni, che còllere, nei giorni di vendita, con quei ladri dei misuratori che recavano la misura falsa e tenevano la spugna attorno il collo delcafiso, per farla impregnare di olio nel riempirlo col boccale! E che arrabbiature coi compratori più ladri di loro, che cercavano di appioppargli falsi pezzi di cinque lire nuovi fiammanti che lo avrebbero rovinato, se lui non avesse avuto la santa pazienza di osservarli bene, voltandoli e rivoltandoli e facendoli ballare sul marmo a uno a uno per sentirne il suono! Se li era proprio guadagnati sudando, arrabbiandosi, perdendoci la voce... E da lì a due giorni dov'erano tutte quelle pile di pezzi da cinque lire?

In mano dell'Esattore, dell'Agente delle Tasse, del Ricevitore del Registro!

— Tu non hai queste seccature! — egli diceva a Cannizzu, povero diavolo che lo serviva come un cane, magro e allampanato tra tutto quel ben di Dio del suo padrone.

— Evoscenzadia ogni cosa a me! Così non avrà più seccature! — gli rispondeva ridendo Cannizzu.

— Ti farei un bel regalo! Mi maledirestinotte e giorno! Sta' zitto! Pensiamo alle semente piuttosto!

Laggiù, alPuddaru, venti, trenta aratri preparavano il terreno; e in paese, nel magazzino del grano, il crivellatore ripassava il farro, la timimia, la francese, l'orzo fra un nugolo di polvere che faceva tossire don Pietro, quasi stesse per sputar fuori i polmoni. Ma era quella la sua croce! Aver l'occhio a tutto, guardarsi di tutti, per non farsi spogliar vivo, ora che non c'era più moralità in questo mondo, e dei galantuomini si era già perso lo stampo.

Era forse sicuro che tutto quel grano da sementa andasse tra i solchi aperti? Non poteva avere cento occhi, non poteva essere, come Domineddio, presente in ogni luogo! Faceva quel che poteva; e si logorava la vita; ci perdeva la salute e l'appetito.

— Beato te, Cannizzu! Pane e cipolla eh? Fai bocconi grossi! Io, intanto, se non ho un buon brodo di manzo, un po' di fritto, un po' di pesce, una bistecca e un pezzo di rosbiffe, un po' di cacio svizzero, e dolce e frutta e caffè...! Mi reggo in piedi così!... Ah se avessi il tuo stomaco di struzzo, che digerisce fino il ferro! E tu puoi bere anche quella specie di aceto, e leccartene i baffi. Io, invece... miseria!... senza due dita di marsala, di moscato, di calabrese! I nostri vini mi riescono indisgesti...Mi tornano a gola... Ci vuole pure un po' di Chianti, un po' di Bordò... Miseria! Ma bisogna fare la volontà di Dio!

Cannizzu qualche volta rispondeva:

— La farei anch'io cotesta volontà di Dio!

Don Pietro gli dava su la voce:

— Bestia! Bestia! Pane e cipolla! Ringrazia Gesù Cristo che non ti ha dato altro! Guarda mio fratello. Non ha niente, e fa il signore. È guardia campestre; e va a cavallo da mattina a sera. Che deve guardare? I caprai che pascolano per le strade di campagna comunali! Non ha voluto fare mai nulla, si è giocato e mangiato e bevuto tutto il suo... ed è felice! Ma siccome è più bestia di te, non mi può vedere, mi odia perchè non ho fatto come lui. Che colpa ci ho io? E stata la mia disgrazia. Ho fatto come la formica; tutto mi è andato bene, tutto mi va bene; se mettessi acqua nei lumi, credo che arderebbe come petrolio. Che colpa ci ho io?... E devo sfacchinare il giorno e pensare la notte; pensare a questo, a quello, a cento cose...! La testa mi va per aria... E vorrei dormire il sonno pieno che dormi tu, sul tuo pagliericcio duro! Che vale che il mio letto abbia tre materasse di lana scelta, e morbide e ben sprimacciate? La testa mi va per aria! Mi rivolto di qua e di là... Sì, sì!... Guai se dormissi come te, russando, la grossa! Chi penserebbe alla mietitura, allatrebbia? Chi alla vendemmia? Rifiato forse? Tu ridi, bestione, quasi io dica delle sciocchezze... Ed io ti dico che cambierei volentieri il tuo stato col mio!

— Cambiamolo, eccellenza!

— Mi malediresti l'anima cento volte al giorno!

— Ma, infine, da qui a cento anni, voscenza non si porterà tutto nell'altro mondo. Per chi lavora?

— Lo so io? È la mia croce, non lo capisci? Ne godo forse di tutta questa ricchezza?... Perchè, tu lo sai bene, ce n'è grazia di Dio, ce n'è! Il magazzino del grano è pieno come un uovo; la cantina non ha una botte vuota; la dispensa ha quaranta coppi ricolmi fino all'orlo... E poi, e poi!... Se ti dicessi quel che mi deve il barone Pitulla? Con belle ipoteche... Eh! Eh!... Ma che vale? Lui se la spassa a Napoli, a Roma, a Torino, a Parigi con le donne... Ed io sono stato a Roma, una volta sola, col pellegrinaggio, per vedere il Papa!... E se non tornavo subito, addio mietitura! Posso prendermi uno svago io?... Niente, niente! La mia croce è questa. Sia fatta la volontà di Dio!

E don Pietro d'Accurso, detto ilGobbo, era invecchiato, mangiando bene, bevendo benissimo, grasso, roseo, tondo col suo eterno lamento su le labbra, predicando sempre che non c'èpeggiore miseria di quella di esser ricchi; non facendo mai carità a nessuno, neppure a suo fratello che aveva otto figli e non sapeva come sfamarli col suo misero soldo di guardia campestre; dando da campare però a tante persone, pagando puntualmente tutti fino all'ultimo centesimo, mai però un centesimo di più, come neppure uno di meno. Egoista, sì, ma sincero nei suoi lamenti e nel suo aforisma prediletto: Non c'è peggiore miseria della ricchezza!

E questo si vide benissimo nell'ultima sua malattia.

Quando si avvide che l'ora sua era arrivata, mandò a chiamare il fratello:

— Senti, Nanni; ti càpita una gran disgrazia: stai per diventare ricco, ricco assai. Il Signore abbia pietà di te. Pensa al funerale. Sarai costretto a spendere qualche migliaio di lire. Che vuoi farci? I quattrini sono là, in quel cassetto. I poveretti vanno all'altro mondo senza torce e preti e concerto; io sono ricco e debbo pensare a queste miserie anche in punto di morte!... Senti, Nanni: una bella cassa di noce scura, foderata di raso... Ti costerà parecchio... Ma che vuoi farci? Tu, se fossi morto guardia campestre, avresti dovuto contentarti della cassa del comune... Te la saresti cavata, senza darti nessun pensiero, senza un soldo di spesa. Basta; io me ne vado. Mi dispiace di averti procuratoquesta disgrazia, questo gran guaio di lasciarti ricco... Fa' la volontà di Dio, come l'ho fatta io!... Io vò a rendere i conti lassù!... Chi sa come andrà? Speriamo bene. Pensa a quel che ti ho detto di provvedere: cassa, funerale, concerto... E... spicciati, spicciati... Mandami qui il confessore!


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