Il Maestro di Calligrafia

Il Maestro di CalligrafiaIn un istituto scolastico di una città del mondo gli studenti dell'ultimo corso erano occupati nella prova scritta dell'esame di letteratura. La cosidettasorveglianzaera affidata al signor Antonino Bottaro, vecchio professore di calligrafia, che stava per abbandonare la scuola ed andare in pensione. Sorveglianza alla prova scritta vuol dir questo. Un professore, che non è quello della materia su cui si fa l'esame, rimane nella stanza, ove gli esaminandi lavorano, e invigila affinchè essi non si copino i temi a vicenda, non consultino libri, non si passino carte, ecc. ecc. Naturalmente, finchè non si adotti per l'esame il sistema cellulare, tutta questa roba si fa lo stesso in barba al signor professore. Figuriamoci che cosa avviene, quando il sorvegliante è il professore Bottaro, vittimadella scolaresca a due titoli; primo, perchè è il professore di calligrafia, secondo, perchè è un pan di zucchero. Nei trent'anni dacchè egli insegnava le leggi della scrittura posata, corsiva, rotonda e gotica con ispeciali applicazioni alla burocrazia ed al commercio, gliene erano toccate d'ogni maniera. Non passava giorno senza che un monello di scolare gli appiccicasse un codino di carta al bavero del vestito, o segnasse col gesso la sua caricatura sulla tavola nera. Una volta gli si erano messe due ova in cappello tanto da far nascere una frittata al suo coprirsi nell'uscir dalla scuola; un altro giorno si era spalmato di pece il cuscino della poltrona, ov'egli andava a sedersi per correggere gli elaborati. Non parliamo dei suoni infinitamente varii che rallegravano la sua lezione. Mentr'egli si chinava sul quaderno d'uno studente, dall'estremo opposto della panca sorgeva come un miagolio di gatta in amore; egli volgeva lo sguardo da quella parte, ed ecco venir dal fondo come un tubar di colomba o come un trillo acuto di gallo mattiniero:Chichirichì. Il professore rosso come un gambero correva allora verso la cattedra gridando:Or ora faccio una nota a tutti—ed ecco un silenzio sepolcrale seguito da un rumore che simulava il vento e che cominciava lieve lieve per diventar poi gagliardoe impetuoso e perdersi via via in un gemito impercettibile, come la marcia turca di Beethoven.Il signor Antoninofaceva la nota a tutti, ma prima del termine della lezione la scancellava dopo essersi fatto promettere dai ragazzi che la lezione successiva sarebbero stati buoni come agnellini.Nè da' suoi colleghi il signor Antonino riceveva segni di particolare deferenza. Sgarbi non gliene facevano sicuramente, ma in fin dei conti, al professor di calligrafia chi ci bada? Nelle conferenze, il Preside, il professore di matematica, il professore di belle lettere, il professore di fisica discorrevano tutti con grande prosopopea; anche il cancelliere voleva dire la sua opinione, ma il professore Antonino o poteva egli avere un'opinione? E quando si trattava di dar le classificazioni finali, se il signor Antonino si lagnava di qualche studente (ed era assai raro che se ne lagnasse) se diceva che il tale non aveva mai scritto una riga durante l'anno, gli altri scrollavano le spalle con impazienza, come a dire: seccatore! smetta! Terminato l'anno scolastico molti professori ricevevano visite dagli alunni, complimenti dai genitori, elogi dai preposti all'Istituto; e ora a questo, ora a quello pioveva dall'alto una croce, ma quanto a lui, al calligrafo, chi lo prendeva sul serio? Non eraforse celebre la sua soprascritta a una lettera, che cominciava:All' pregiatissimo? Appena due o tre giovinetti di cuor più tenero degli altri, rammentandosi del grave travaglio che gli avevan dato durante l'anno, gli movevano incontro con viso tra compunto e faceto e dicevano:—Scusi, sa, signor professore, se non fummo sempre tranquilli come avremmo dovuto essere. Egli s'inteneriva subito e diceva:—Ohibò... ohibò!... Loro... voi altri siete stati buoni..., lo so io quelli che erano i cattivi soggetti... basta... basta... adesso si va in vacanza... a far provvista di giudizio, non è vero... eh?E dava loro un pizzicotto alla guancia.L'anno nuovo poi ricominciava la medesima storia.Eppure, malgrado tutto, il professore Antonino non sapeva viver lontano dalla sua scuola. Le vacanze erano per lui una penitenza. Tutta la sua famiglia si riduceva a una sorella nubile più vecchia di lui, sorda e bisbetica, che lo tormentava senza posa affinchè egli domandasse la sua pensione.—Ma—soggiungeva la signora Bettina, che non era un'aquila—ma devi volere la pensione intiera secondo il sistema vecchio, non la pensione di cinque sesti come dànno adesso. Tu sei entrato col sistema vecchio e hai diritto di esser trattato con quello. Capisci, babbuino?Che sua sorella gli desse del babbuino non era alla fin dei conti una cosa che facesse un gran senso al povero professore; tanto e tanto un po' babbuino egli sentiva di essere. Quello che non sapeva perdonare alla rispettabile donzella si era ch'ella tirasse giù a campane doppie contro la scolaresca. E questo livore non era nemmeno cagionato dagli sgarbi che usavano a suo fratello, ma perchè un giorno, essendo passata vicino al portone della scuola in un momento che gli studenti ne uscivano, laragazzaglia, com'ella la chiamava, s'era messa a gridare dietro a squarciagola:bella! bella! bella!La signora Bettina non aveva mai perdonato alla scolaresca questo affronto, nè a suo fratello l'indifferenza con la quale egli ne aveva accolto l'annunzio. Ella che avrebbe voluto un'espulsione in massa! Ella che sarebbe andata in persona dal Preside, se non fosse stata la paura di scontrarsi nuovamente con quei cattivi soggetti!—Già—brontolava la bisbetica donna—quando si ha la disgrazia di non aver uomini in casa mapecore(ho detto pecore) non si può nemmeno arrischiarsi di uscire. C'è da far le maraviglie davvero se sono rimasta zitella? Chi viene da te? Ove mi conduci? Almeno se tu lascierai quella maledetta scuola, beninteso conla tua pensione intiera, potrai pensare un poco a tua sorella...Il professore Antonino ci pativa a sentir questi discorsi, e l'idea di condurre a passeggio sua sorella gli metteva i brividi addosso. Egli non era elegante. Il suo cilindro con un dito di unto, il suo soprabito spelato rispondevano appieno alla sua posizione sociale di pubblico insegnante, ma in fin dei conti egli non aveva un cappello cremisi con piume verdi, nè due ricciolini neri fatti a forma di punto interrogativo ornavano le sue tempie. Dimodochè, anche nelle vacanze, egli trovava mille occupazioni immaginarie per esimersi quanto più spesso gli fosse possibile dall'ufficio di cavaliere servente dimadamigellaBettina. Piuttosto, dando fondo a tutti i suoi risparmi, egli si rassegnava a mandarla a sue spese dal 15 settembre al 15 ottobre d'ogni anno presso una famiglia di conoscenti che villeggiava a breve distanza dalla città. Ella ci andava un po' a malincuore, quasi facendo un atto di degnazione, perchè si trattava di gente inferiore a lei per educazione; figuratevi, eran le nipoti di un salumaio arricchito; a ogni modo ci andava in vista dell'aria che serviva a calmare i suoi nervi. Poveretta! Era stata sempre così sensitiva.Intanto il professore passava la giornata adesiderare la riapertura della scuola. Quando aveva dato da mangiare al canarino, quando aveva temperato la penna d'oca con cui teneva dietro assiduamente a tutti i progressi della scrittura gotica e rotonda (pelcorsivoaveva accettato la penna di ferro), egli non trovava miglior partito di quello d'andare all'Istituto e di spender due ore nella stanzuccia del signor Bartolommeo, il vecchio bidello. Il signor Bartolommeo era anch'egli un po' brontolone come la signora Bettina, si lagnava del Governo, del Consiglio provinciale, del Municipio, del Preside, dei professori, del cancelliere, degli scolari. Ma sopratutto si lagnava della signora Elena, la moglie del Preside, ch'egli aveva visto nascere di povera gente e andar per le strade quasi quasi a raccattar carta, e che ora aveva messo boria e non si degnava nemmeno di salutarlo. Il professore Antonino non sapeva dar tutti i torti al buon Bartolommeo; anch'egli soffriva parte delle umiliazioni che toccavano al bidello, anch'egli aveva notato l'albagia della signora Elena che pareva fargli una grazia a ricambiar con un cenno del capo i suoi umilissimi inchini, ma d'altra parte si adoperava a gettar acqua nel fuoco, a raccomandare al signor Bartolommeo la calma, la pazienza; col ripetere l'antico adagio—Chi ha più giudizio lo adoperi... Anch'iose volessi badare a tutto... non solo qui a scuola... ma anche con quella benedetta donna di mia sorella... buonissima creatura del resto... ah insomma tutti abbiamo le nostre.E chiudeva la sua perorazione coll'offrire al signor Bartolommeo una presa di tabacco.Poi faceva i conti sui giorni che mancavano a riaprire la scuola. E pensava ai suoi colleghi, che non avevano mai l'abitudine di tornare dalla campagna fino a dieci o dodici giorni più tardi del necessario, e pensava a' suoi scolari, furfanti, ma buoni diavoli.Figuriamoci se nel giorno di cui parliamo egli non abbia mille cose che lo molestino. Quella mattina stessa, cedendo alle istanze della sorella, egli aveva consegnato al Preside la sua domanda pel collocamento a riposo, pregandolo che la facesse pervenire al Governo. Nè la pensione poteva essergli negata, perchè egli aveva tutti i titoli per ottenerla, s'intende nella misura fissata dalla legge, non già in quella pretesa dalla signora Bettina; onde questo era l'ultimo anno che egli esercitava le sue funzioni di professore, e la sorveglianza della quale oggi egli veniva pregato era uno degli ultimi incarichi del suo ufficio.Il Preside, esternando il suo rammarico per la risoluzione del professore Antonino, gli avevadetto con una gentilezza insolita:—Senza complimenti, professore, se egli non ha voglia di stare in classe tutt'oggi, incarico un altro. Lei ha lavorato pe' suoi giorni abbastanza.—Oh, cavaliere, le pare?... Anzi... se si tratta di servirla, di essere utile alla scuola... anche dopo... oh per me già ho sempre voluto un gran bene a quest'Istituto.—Lo so, lo so, professore.—Troppo buono, cavaliere... E se ho mancato... non fu per cattiva volontà.—Mancato?... Oh mi meraviglio, professore. Così fossero tutti.E il cavaliere Preside gli aveva stretto la mano.Il professore di calligrafia aveva il cuore gonfio dalla commozione.—Ho mal giudicato anche il Preside—egli diceva fra sè—degnissima persona... Ma! E mi tocca lasciar tutta questa gente che mi vuol bene!Con che fatica il nostro Antonino tratteneva le lagrime!E con queste disposizioni d'animo egli era sceso in classe, ove si raccoglievano i suoi persecutori ordinari, umili quel giorno e contriti per l'idea dell'esame, con queste disposizioni aveva inteso dal Preside dettare il tema dellaprova in iscritto, un tema così difficile, così difficile. Poveri ragazzi! O se avesse potuto far lui l'elaborato per tutti? Ma sì! Non ne capiva nemmeno il titolo. Gran disgrazia essere asini!Intanto quelle fronti giovanili si corrugavano, quegli occhi per solito così gai sì mettevano a guardare in alto, come chiedendo l'ispirazione alle ragnatele del soffitto, quelle labbra vermiglie ordinariamente disposte al sorriso si contraevano con uno sforzo penoso, e le mani avvezze a tante piccole furfanterie andavano ravvolgendosi nei capelli.A poco a poco, prima l'uno e poi l'altro, i ragazzi uscirono dallo stato contemplativo, tirarono fuori i libri che non dovevano avere, consultarono i quaderni che dovevano aver lasciati a casa, e finalmente si accinsero a scrivere. Di lì a una mezz'ora si udiva il suono uniforme delle penne di ferro che correvano sulla carta.—Sia ringraziato il cielo—disse fra sè il buon calligrafo come sollevato da un gran peso.—Sia ringraziato il cielo! Adesso hanno preso l'aire tutti quanti. Già, bisogna confessarlo, son bravi ragazzi.Al signor Antonino pareva che, se gli studenti cominciavano a scrivere, l'esito dell'esame fosse assicurato. Scrivessero poi bene o male, poco importava.Sentendosi un po' le gambe intorpidite egli scese dalla cattedra e si mise a passeggiar su e giù per la classe.Delle varie file di panche non ne erano occupate che due, cosa del resto naturalissima, inquantochè quella era l'aula destinata al secondo corso e gli esaminandi appartenevano all'ultimo, sempre meno numeroso.Il professore Antonino dopo aver passeggiato alcun tempo a capo basso e con le mani intrecciate dietro la schiena lungo la corsia che movendo dalla cattedra percorreva longitudinalmente la classe, si fermò prima davanti a una finestra, poi stette alcun poco in contemplazione delle mosche che gironzavano intorno ai vetri, poi cominciò a gettar l'occhio sulle panche vuote e a passar, quasi senz'accorgersene, da una panca all'altra contemplandovi i rabeschi e le iscrizioni che le adornavano.Le panche della scuola! Chi di noi non se ne rammenta? Chi su quei disadorni sedili non si è, alla fin dei conti, trovato meglio che nelle poltrone a molle ove sdraiammo più tardi la svigorita persona? Senza dubbio le nostre tribolazioni le abbiamo avute anche lì. Quando, interrogati dal professore, non abbiamo saputo rispondere verbo, ed egli, con un sorriso glaciale, ci accennò di sedere e intanto con voluttà crudeledisegnò una bella croce nella colonna delle classificazioni di fronte al nostro nome e cognome; o quando, colti in fallo nel meglio di qualche furfanteria, ci sentimmo dire dallo stesso signor professore—Benissimo, scriverò alla famiglia—oh allora il nostro povero corpicino ci stette pure a disagio sulle panche della scuola! E ci siamo messi a piangere, e ci siamo augurati la morte, e abbiamo fatto ridere i nostri condiscepoli da cui non potevamo restar divisi e che pure erano tanto crudeli. Ma erano bufere d'estate. Il più delle volte dopo essere andati a scuola a malincuore, vi ci trovavamo così bene. Se avevamo un professore simpatico, che possedesse una bella voce, un accento caloroso, noi lì tutt'orecchi a sentirlo, si credeva di esser sollevati insieme alla panca chi sa a quali altezze, e i nostri cuori battevano per un palpito nuovo. Era forse sete di gloria, era bisogno indistinto d'amore, chi lo sa? E dove mettiamo gli accurati lavori col temperino che abbiam fatto sulla nostra panca? La scultura in legno deve sicuramente essere stata inventata sulle panche della scuola. Là iniziali che si confondono, geroglifici che s'intrecciano, tentativi di profili impossibili, saggi d'ornato bizzarri, studi di storia naturale audacissimi, solchi che in parte seguono le venature del legno, in parte tengonouna direzione opposta e formano una linea tremula come corda di lira pizzicata, cavità profonde e paurose, come se lo studente avesse voluto fare un piccolo pozzo artesiano, un guazzabuglio insomma quale può uscire da cento testoline bizzarre e da cento mani l'una più inquieta dell'altra.Che se poi uno abbia avuto lunga dimestichezza con la scolaresca, come gli sarà facile animare, vivificare la scena! Ivi stettero a fianco ignari dell'avvenire i più disparati ingegni e i più diversi caratteri, il futuro commesso e il futuro ministro, quegli il cui nome si perderà nella folla e quegli che raccomanderà ai secoli la sua fama. E furono, qual più qual meno, amici tutti, alla peggio le inimicizie loro durarono poco; chi sa invece che saranno nel mondo? Forse non s'incontreranno mai più, forse s'incontreranno soltanto per osteggiarsi, forse uno finirà col calcare il piede sul collo dell'altro.Il signor Antonino non aveva mai brillato per una fantasia vivace, e anche nei più belli anni della sua giovinezza, egli poteva dire di non aver provato le schiette gioie dell'immaginazione.Ma adesso, fissando quelle panche, al cospetto di quegli intagli bizzarri, egli vedeva una quantità di figure disegnarglisi davanti, e moversi, e prendere atteggiamenti diversi, e cento voltidimenticati ripigliar forma e colore. Era la scolaresca di trent'anni confusa insieme.Ecco un nome. Chi era costui? Il professore Antonino chiudeva gli occhi un momento e poi lo vedeva tal quale lo aveva visto forse dieci o quindici anni prima. È un giovinetto bruno, dai capelli ricciuti, dagli occhi pieni di fuoco, alto, smilzo; sì, sì, è proprio lui. Anch'egli indisciplinato all'estremo. E ora dove è andato mai? Vicino a lui c'era... chi c'era? Vediamo di raccapezzarci... Ah sì!... Da una parte un ragazzino timido che pareva un bimbetto, che non fiatava mai, altro che, pur troppo, nell'ora della calligrafia. Non c'era quanto lui per imitare il miagolio del gatto. Adesso è impiegato alle ipoteche. A sinistra poi,... no, lo scolare di sinistra il professore Antonino non poteva farselo tornare a mente. Ma di dietro invece, nella panca successiva, era tutta una fila di ragazzi che gli pareva aver davanti gli occhi. Che panca terribile era quella! Che demonî! Bisogna però eccettuarne uno il quale sedeva nell'angolo vicino alla parete. C'erano ancora le sue iniziali A. E. Sicuro, si chiamava Angelo Emanuelli, poverino! Era pallido, tossicoloso; d'inverno aveva sempre freddo, d'estate pativa il caldo in modo straordinario. I suoi condiscepoli lo chiamavanoagnelloe gli amministravano una dose straordinaria discappellotti. Egli non si lagnava, non serbava rancore ad alcuno, e diligente com'era faceva le lezioni di tutti. Povero figliuolo! È morto. Il signor Antonino si ricordava che alcuni anni addietro, nelle vacanze d'autunno, l'Emanuelli era venuto a fargli visita insieme a sua madre, una donna abbrunata, dalla cera pallida e dall'aria stanca come suo figlio.Una visita in casa del signor Antonino era un avvenimento.Il professore Antonino era solo; sua sorella, grazie a Dio, si trovava in campagna. Egli corse ad aprire la porta e disse confuso—Caro Angelo... stimatissima signora... prego, si accomodino...—Poi, senza nemmeno terminare la frase, volò nella sua camera da letto, e indossato un abito un po' più pulito, si ripresentò rosso come una fanciulla a cui si parli la prima volta d'amore.—Che onori!... In che cosa posso?... Mi dispiace che trovano tutto in disordine... Non c'è mia sorella... (Ci mancherebbe altro che ella ci fosse—egli soggiunse in cuor suo).—Per carità, professore, non si dia pena per noi—disse la signora.—Lei è così buono, che siamo venuti a chiederle un favore... Angelo fu malato alcuni giorni... Ora sta meglio, ma non si è ancora liberato dalla tosse...E Angelo, come per dar ragione a sua madre, tossì un paio di volte.—Ecco, capisco che la scuola è fatica soverchia per lui—continuò la signora con un tremito nella voce.—Non voglio sforzarlo... Siamo stati tanto disgraziati. Veda, vesto ancora il bruno per una figliuola... E prima di lei ne ho perduti altri due... e mio marito anche lui... sempre dello stesso male... Ma questo qui bisogna che mi resti—continuò la madre asciugandosi le lagrime e cingendo con un braccio il collo del suo Angelo come se volesse difenderlo.—Si calmi, signora, si calmi—rispose il buon professore—posso offrirle un bicchier d'acqua? Ha ragione, ha ragione, non lo mandi più a scuola. Poveri ragazzi! Li ammazzano con questi nuovi sistemi.—Ecco ciò che volevo chiederle—ripigliò la signora poichè si fu ricomposta alquanto—scusi sa, perchè in mezzo a tanti dispiaceri ho quasi perduta la testa... Il mio figliuolo potrebbe andare intanto due ore al giorno nel banco d'un amico di mio marito buon'anima... Due ore sole per adesso... fin che Angelo sia divenuto più forte... gli darebbero quindici lire al mese... pochine, ma tanto per cominciare... Senonchè, c'è un guaio; vorrebbero che il ragazzo sapesse scrivere inrotondo, e Angelo dice che non sa, che non lo ha studiato... Pretesti, forse.—No, no—si affrettò a interrompere il professore Antonino—ilrotondonon l'ho insegnato nella sua classe.—Ebbene allora vorrei ch'Ella avesse la bontà di dargliene qualche lezione, così per metterlo sulla strada. Il resto lo farà egli da sè...—Ma sì, ma sì—sclamò il Bottaro, beato di fare un piacere.—Noi compenseremo secondo le nostre forze...—Nemmen per idea... non voglio neanche sentirne a discorrere... No, signora Emanuelli, se parla di compensi si rivolga ad altri... Angelo verrà da me per una, per due settimane, anche tutte le mattine se può, e vedrà che belrotondoegli imparerà a scrivere in cinque o sei lezioni... Siamo intesi, non è vero?La signora Emanuelli stette alquanto perplessa, tornò a tirar fuori la questione del compenso, ma finì col cedere all'insistenza del professore e disse commossa:—Giacchè il professore è tanto gentile non so come rispondere con un rifiuto. Angelo, che dici al professore?—Grazie—bisbigliò il ragazzo.—Nulla, nulla, caro—replicò il signor Antonino—Vuoi cominciar domattina?Angelo guardò sua madre, poi disse:—Sì, professore.—Allora siamo intesi.E il signor Antonino accompagnò fino giù delle scale il suo scolaro e la madre di lui che si profondeva in ringraziamenti.Angelo Emanuelli prese otto lezioni, poi entrò nel suo nuovo officio, poi venne a fare una visita al professore, poi non lo si vide più.Il presentimento della povera madre si era avverato. Il ragazzo era morto della malattia dei suoi fratelli e del suo babbo, era morto a sedici anni.E il professore Antonino lo aveva dimenticato, quando le due iniziali scolpite sulla panca lo richiamarono alla sua memoria. Egli rivide ancora quella fisonomia languida, sparuta, egli intese ancora sonarsi all'orecchio quella tosse secca, insistente, e la voce di quella povera madre, adesso morta anche lei, che diceva—Ma questo qui bisogna che mi resti.••••••••••••••••Chi sa fino a quando il professore Antonino sarebbe rimasto immerso in siffatti pensieri, se uno scolaro non gli avesse picchiato leggermente sulla spalla!—Che c'è?—proruppe il Bottaro in tuono meno rimesso del consueto.—Signor professore, le consegno il mio elaborato—rispose il ragazzo guardandolo in aria di mezza canzonatura.—Oh!... Ha ragione... hai ragione, caro... Dunque hai finito? Va, va, che andrà tutto benissimo.Al primo studente ne successe un secondo, al secondo un terzo, al terzo un quarto e così via via fino all'ultimo.—Ma bravi, ragazzi, come avete fatto presto quest'oggi!Il signor Antonino non s'era accorto del tempo ch'era passato mentr'egli stava fantasticando, e non aveva avvertito affatto un'altra cosa, quella cioè che i giovanetti, non disturbati punto dalla sua sorveglianza, s'erano a loro agio consultati, copiati, corretti a vicenda, onde i varii còmpiti si somigliavano fra loro come tanti gemelli.••••••••••••••••Uscito l'ultimo studente, il professore Bottaro, col piego degli elaborati sotto il braccio, salì la scala che conduceva in Direzione e consegnò nelle mani del Preside il suo prezioso deposito.—Grazie, professore—disse questi con amabilità—grazie. La pregherò poi d'intervenire alla conferenza per le classificazioni... Ma che cos'ha che mi pare turbato?—Scusi, cavaliere—balbettò il calligrafo—non so nemmen io che cos'abbia... Ha già inoltrato la mia istanza?—No—rispose il Preside togliendo da unmucchio di carte il documento che gli era stato consegnato nella mattina dal professore—No, è ancora qui.—Potrebbe darmela un momento?—Eccola.—Se me la lasciasse fino a domani—continuò timidamente il nostro Antonino.—Vorrei pensarci su.—Davvero?—disse il Preside, componendo le labbra ad un sorriso un tantino ironico.—E posto il caso ch'io sospendessi la domanda della pensione fino all'anno venturo, ne avrebbe dispiacere?—Oh si figuri—rispose coi denti alquanto stretti l'interrogato.—È dal suo punto di vista... Mi pare che, poichè la legge le dà il diritto al riposo... Ah se fossi nel caso suo!—sospirò il Preside, guardando macchinalmente il calendario ch'era sul tavolino, come se potesse leggere colà gli anni che gli mancavano a terminare il suo servizio.—Ah, per lei è un'altra cosa—ripigliò il professore di calligrafia, che a poco a poco trovava il coraggio e quasi l'eloquenza.—Lei è una brava persona, e quando avesse il riposo, si consacrerebbe a' suoi studi, starebbe in mezzo a' suoi manoscritti, alle sue biblioteche...Il Preside, scrollò le spalle quasi a significare—Povero grullo! come t'inganni!—Ma io—seguì a dire il nostro Antonino senza badare ai gesti del suo interlocutore—io che devo fare? Occuparmi in esercizi di calligrafia per mio conto?—Potrebbe ad ogni modo dar qualche lezione privata...—E allora è meglio che rimanga qui. Tanto e tanto mi tocca lavorar lo stesso, e qui almeno ho preso affezione all'ufficio.—Perchè—incalzò il Preside—mi pare che questi benedetti ragazzi non si contengano con lei come dovrebbero.—Si esagera, sa—ripigliò un po' confuso il signor Antonino—- fanno qualche volta del chiasso, ma è piuttosto colpa mia che di loro. Del resto, vede, nella calligrafia non occorre tutto quel raccoglimento che è necessario nelle altre materie... Ma, in ogni maniera, quest'anno non c'è stato male. E mi pare ormai che ogni anno andrebbe meglio.Il Preside non potè a meno di sorridere. Indi soggiunse a modo di conclusione:—Che vuol che le dica? Ci pensi.Il professore Antonino ci ha pensato. Egli deliberò di rimettere la sua dimissione all'annosuccessivo. Scorso il termine fu di nuovo in grandi incertezze, e poi decise di aspettare.Così egli insegna ancora calligrafia nell'Istituto di ***. Gli studenti continuano a prendersi con lui le solite libertà; i colleghi non lo tengono in nessun conto; la signora Bettina lo strapazza senza misericordia, perchè non lascia la scuola e la scolaresca; anche il bidello, suo abituale confidente, lo consiglia a mettersi in quiete, ma il signor Antonino è ormai convinto, che il giorno in cui egli abbandonerà definitivamente il suo ufficio, si potrà preparargli la necrologia.L'OROLOGIO FERMONon vedevo Federico Vivaldi da più di quindici anni.Eravamo stati a scuola insieme; poi come il solito, ciascuno era andato per la sua strada e ci si era perduti d'occhio. Nel 1866 avevo letto il suo nome tra i feriti della fazione di Monte Suello; più tardi seppi ch'egli esercitava l'avvocatura nella sua città natale, una piccola città di provincia. Pareva che non s'ingerisse nelle lotte politiche, poichè non m'era accaduto di sentirlo mai menzionare tra i candidati al Parlamento, o tra i consiglieri provinciali, tra i pubblicisti, o tra gli oratori deimeetings. Chi sa? Forse, non era nemmeno cavaliere. Come le apparenze ingannano! A scuola gli si sarebbe presagito un luminosoavvenire. Imparava ogni cosa prestissimo, scriveva con buon gusto, parlava con facilità, e teneva, se non il primo, uno dei primi posti.Un affare mi conduceva adesso nella città e nella casa di Federico.Lo trovai alquanto mutato, ma non era da meravigliarsene; in quindici anni ero ben mutato anch'io. Egli aveva la cera pallida, l'aria trista e patita, la barba e i capelli brizzolati di bianco.Il nostro incontro fu cordiale ma senza straordinaria espansione. Due uomini che si rivedono dopo un lungo intervallo hanno un bel corrersi incontro con entusiasmo; essi sentono subito che le amicizie non si ripigliano dove si sono lasciate.Federico pareva anche più riguardoso di me.—Sei stato sempre bene?—gli chiesi.—Sì—replicò brevemente.—E la tua ferita?—Oh! Una cosa da nulla.Dall'indole delle sue risposte, e dalla fretta con cui egli entrò a discorrere dell'affare che doveva formar soggetto del nostro colloquio, argomentai ch'egli fosse diventato uno spirito positivo, incapace di far altro da mattina a sera che di compulsar codici e di trattar cause. Anzi, Dio mel perdoni, giunsi fino adaccusarlo di calcolar tempo perduto tutto quello che non si può far figurare nelle specifiche.Egli parlò per più di un'ora esaminando da tutti i lati con molto acume e molta lucidezza la questione che mi aveva chiamato da lui.Ci mettemmo pienamente d'accordo; dopodichè egli mi chiese licenza di rovistare alcune buste per cercarvi un documento che gli occorreva.—Or ora, se vorrai, usciremo insieme—egli soggiunse. Lo disse in tuono così freddo che avrei avuto una gran voglia dì piantarlo lì, ma in quel paese non conoscevo nessuno; che dovevo fare? Mi alzai da sedere, diedi un'occhiata a una piccola biblioteca che non conteneva nulla di peregrino; quindi mi affacciai alla finestra.—Che bella vista!—dissi, tanto per non restare in silenzio.—È più bella dall'altra stanza—osservò Federico che aveva trovato il documento e mi si era avvicinato.—Passa pure.E, tenendo aperto un uscio, mi introdusse in una camera molto semplice ma molto pulita, dalle cui finestre lo sguardo abbracciava un'ampia distesa di colline e di ville.—Tu dormi qui?—gli chiesi.—Sì. È la mia camera da letto.—Come dev'esser piacevole aprir gli occhi la mattina e vedersi davanti questo immenso orizzonte!—Voi a Venezia non ci siete avvezzi. Però adesso c'è troppo sole—egli continuò—e bisogna abbassar le tendine.Mentre Federico eseguiva questa operazione, i miei occhi si fissarono a caso sopra un orologio a dondolo ch'era collocato su un canterale e che segnava le sei e quindici minuti.—Oh—diss'io—quell'orologio è matto.—È fermo—egli rispose in furia come se le parole gli bruciassero la lingua.Era un orologio di forma antica il cui disco cilindrico poggiava su due colonnine d'alabastro coi piedestalli e i capitelli di bronzo. Sulla mostra di maiolica erano incisi il nome della fabbrica e l'anno di fabbricazione—1822.—È un oggetto da museo—ripresi ridendo, e mi chinai per vederne più da presso il meccanismo. Non so se facessi atto di prendere fra le dita il capo di un cordoncino che pendeva fra le colonne. So che Federico mi afferrò il braccio e mi gridò:—Non lo toccare!—con tale un accento ch'io mi voltai in sussulto, temendo quasi di aver dato fuoco a una miccia.—In nome del cielo, che cosa c'è?—sclamai sbigottito.—Perdonami—rispose il Vivaldi con voce più calma e tentando di comporre le labbra a un sorriso.—Avevo paura che tu movessi le lancette di quell'orologio.E mentr'egli pronunziava queste parole, i suoi occhi s'innondarono di lagrime.Lo guardai commosso ma senza osare d'interrogarlo, giacchè egli non mi sembrava disposto alle confidenze.Ci fu un buon minuto di silenzio, e mi parve un secolo.Alla fine Federico incrociò le braccia e sì appoggiò alla spalliera di una seggiola volgendosi verso di me.—Ti ricordi—egli mi disse—di venti anni fa quando passammo la domenica e il lunedì della Pentecoste in villa di Fausto Rioni, presso Sacile?—Sicuro che me ne ricordo—replicai, non intendendo bene ove egli volesse mirare.—Fausto Rioni che adesso è deputato... Ho perso di vista anche lui.—E quella nostra salita sul ciliegio, te ne rammenti?—Aspetta che mi raccapezzi... ah sì... sì.—Era il dopopranzo della domenica. Noi due ci si era arrampicati lì in alto e intanto una mezza dozzina di fanciulle stavano a' piedidell'albero, e gridavano—Coraggio dunque! Fate le cose a modo.—E noi spiccavamo le ciliegie fin dove ci si poteva arrivare con le mani, e poi scrollavamo i rami con quanto fiato ci restava in corpo. Era una pioggia di frutti, che le bimbe raccoglievano o nelle falde del vestito o nel grembialino spiegato... Di quelle bimbe tre erano le sorelle di Fausto, tre erano loro amiche... La maggiore poteva contare dieci anni... Era una fanciulla alta, bionda, con due lunghe treccie che le cadevano giù per le spalle... con due grandi occhi azzurri, pieni di dolcezza e d'ingenuità...—Oh adesso che ci penso—esclamai—L'ho presente anch'io... Lascia ch'io compia la tua descrizione... Le sue treccie bionde erano annodate da due fettuccie di seta blù...—È vero...—Vestiva un abitino di percallo bianco con fioretti rossi...—Sì, sì.—La chiamavano... Oh! qui la memoria mi tradisce...—La chiamavano Virginia.—Sicuro, Virginia. Ebbene?—Ebbene, parecchi anni dopo quella fanciulla divenne mia moglie.Mi guardai intorno. La camera da letto diFederico non era una camera nuziale. Indovinai un lutto domestico:—È morta... forse?—chiesi con esitazione.Il Vivaldi chinò il capo con un cenno affermativo, e si portò la mano sugli occhi.—E da poco tempo?—continuai.—Oh... no—egli rispose—dal marzo del 1866.—Povero amico!—diss'io commiserandolo sinceramente e rispettando un dolore che si manteneva così vivo dopo più di nove anni.—Ma che c'entra in tutto ciò l'orologio, tu mi chiederai?—egli ripigliò dopo una brevissima pausa.Federico aveva côlto il mio pensiero. Io stavo infatti tormentandomi il cervello per iscoprire la relazione fra la morte della Virginia e l'incidente che aveva commosso in modo sì strano l'amico mio.—Quando la Virginia infermò—egli disse—erano sei mesi ch'io l'avevo sposata... sei mesi di una felicità senza nube... Da che male ella fosse presa, non lo so; non lo seppero i medici, non lo seppe nessuno... Ella non soffriva... moriva a oncia a oncia. Ma non lo credevamo nè lei, nè io, e facevamo piani per l'avvenire... Appena ella fosse guarita, avremmo piantato nuove aiuole di fiori nel nostro giardinetto, avremmorimesso a nuovo, secondo le nostre modeste fortune, una parte della casa.—Per esempio—ella osservò un giorno ridendo e additando quello che tu chiamavi giustamente un oggetto da museo—per esempio sarebbe assai bene poter cambiare quell'orologio antidiluviano.—Io le promisi che avremmo fatto apposta una gita insieme a Venezia per comperare una cosa di suo gusto. Ne fu tanto contenta, la poveretta.Eravamo noi due soli. I suoi genitori eran morti, ero orfano anch'io. Del resto, io non volevo cedere a nessuno il privilegio di vegliare mia moglie. Quante notti sedetti, senza chiuder occhio, al suo letto! Ella si assopiva, poi si destava, mi diceva una parola affettuosa e tornava a cedere al sonno. Per ore ed ore non si sentiva nella camera che il suo respiro e iltic-tacdell'orologio. Quanto a me, se non fosse assurdo, direi che non respiravo neppure, tanto la mia vita era confusa con quella dell'amata creatura che mi languiva davanti.Una notte che la vedevo più inquieta del solito, le domandai:—Ti reca disturbo il battito dell'orologio?—Oh no—rispos'ella—tutt'altro.Era un orologio che si caricava ogni otto giorni. Finchè la Virginia era sana, ci pensavalei; durante la sua malattia ero succeduto io nell'ufficio. Ma i patimenti del corpo e le angustie dell'animo mi avevano tolto il giusto concetto del tempo e avevano scompigliato la mia memoria; una settimana caricai l'orologio per due giorni di fila, un'altra me ne scordai affatto. Il 29 marzo del 66 era il giovedì santo. Mi dimenticherò di tutto, non mi dimenticherò mai di quel giorno. Nella mattina la Virginia aveva discorso della Pasqua precedente quando noi ci preparavamo alle nozze, così lieti da non dover invidiare i più gran re della terra.—Saremo felici anche l'anno venturo, non è vero?—ella soggiunse, e per la prima volta mi parve di avvertire nella sua voce un leggero accento dubitativo che mi mise i brividi. Il medico, dopo la sua visita, scrollò il capo, ma non accennò a nessun pericolo imminente. Sulle quattro del pomeriggio la Virginia mi pregò che le sciogliessi i capelli; i legacci le davano molestia. Obbedii, e le sue belle treccie bionde le scesero giù per le spalle.—E pensare che bisognerà tagliarleseguarirò.—Ella vide l'espressione desolata del mio volto e corresse la frase—quandoguarirò.—Indi mi disse:—Apri un momento la finestra. È ormai la primavera.—Io mi movevo come un automa senza profferire una parola.—Oh come è bello!—ella sclamòcontemplando dal suo letto parte di quell'orizzonte che tu ammiravi poco fa.—Basta, adesso... Puoi chiudere.—Ella abbassò le palpebre e cadde in un sopore. Le sedetti vicino prendendole una mano che penzolava fuor delle coltri. Il suo alito era lieve lieve; nel suo volto c'era una pace di paradiso. Avrei voluto chiamar qualcheduno, ma mi sentivo come inchiodato sopra la sedia. Andava facendosi buio; la luce che penetrava nella camera attraverso le stecche delle persiane diveniva sempre più debole. L'orologio misurava gli eterni minuti col suo uniformetic-tac, tic-tac.Ad un tratto iltic-taccessò.—L'orologio s'è fermato—disse la Virginia con voce quasi impercettibile.Nello stesso tempo ella mise un sospiro, e la sua mano, prima si agitò con un tremito, poi si irrigidì nella mia...Accorse gente, si accesero i lumi. Virginia era morta. L'orologio, fermo, segnava le 6.15... Tu piangi, amico mio?... Oh lo so che tu avevi sempre buon cuore.Federico mi baciò più volte singhiozzando. Quand'egli si fu alquanto calmato—Non so come le sopravvissi—egli soggiunse.—Per buona fortuna non tardò a scoppiare la guerra. Corsi subito ad arruolarmi con Garibaldi, invocandouna palla che mi togliesse di pena. Sa Iddio se l'ho cercata, ma non trovai che una palla spuria... la quale mi ferì ad un braccio... Quando potei lasciare l'ambulanza era già sottoscritto l'armistizio... Tornai a casa ove secondo i miei ordini nessuno aveva toccato l'orologio..... Mi rassegnai a vivere ma non c'è più gioia per me... orsù, vuoi uscire?Mi offrì un sigaro e mi prese per il braccio.Allorchè fui sulla soglia non potei a meno di voltarmi indietro. L'orologio, fermo, segnava le 6.15.LA LETTERA DI MARGHERITAÈ una sera di dicembre. Il signor Massimiliano Nebioli, uomo sui sessanta, che porta parrucca ed occhiali, è seduto, con tanto di muso, dinnanzi alla tavola del salotto da pranzo, e legge laGazzetta di Venezia, lagnandosi di tratto in tratto perchè il lume a petrolio non fa abbastanza chiaro, o fuma, o scoppietta. La signora Gertrude sua moglie è sprofondata in una poltrona vicina alla stufa e sonnecchia, o fa le viste di sonnecchiare.Di fuori è un tempo d'inferno. Piove, nevica e soffia un vento di tramontana da intirizzire. È una di quelle notti nelle quali i felici del mondo, ravvolgendosi fra le coltri, mettono filantropiche esclamazioni:—Poveretti quelli che non hanno fuoco da scaldarsi,nè panni da coprirsi, nè un buon bicchiere di vino da rifocillarsi il sangue! Poveretti i poveretti, insomma!—Poi uno sbadiglio, una stiratina di braccia e tutto è finito.Qualche volta il vento è così forte che ne tremano anche le doppie impannate del salotto e le tendine di lana si agitano con una leggera ondulazione. La fiamma del lume approfitta di questi momenti critici per dare un piccolo guizzo e il signor Massimiliano brontola più forte e protesta contro la servitù che non sa chiuder bene le finestre.—Bisogna metter dell'altra legna nella stufa—egli dice a un certo punto rivolgendosi a sua moglie. Ella, che obbedisce a suo marito come un cagnolino, si alza dalla poltrona, tira il campanello, poi torna al suo posto. Un osservatore attento noterebbe due cose: primo, che la signora Gertrude ha gli occhi rossi; secondo, che nel tragitto dalla poltrona al sofà ov'è il cordone del campanello, ella cammina in modo che il suo consorte non possa vederla in viso. Guai a lei s'egli s'accorgesse ch'ella ha pianto!All'appello della padrona è accorsa la Marina, la vecchia cameriera di casa, col naso rosso dal freddo, con le mani conserte sotto il grembiale e con la testa sprofondata fra lespalle, come lumaca che ha ritirate le corna. La Marina non ha neppur ella un viso allegro, effetto forse della stagione.—Fate dell'altro fuoco—ordina la signora Gertrude.—E chiudete meglio le imposte—soggiunge il signor Massimiliano.—Ma se son chiuse benissimo—dice la cameriera.—Niente affatto; venite qui e sentirete che arietta.—Sfido io, col vento che c'è fuori. Vorrei che passasse un po' in sala... Che Siberia!—È una Siberia anche qui... Non sapete nè accendere la stufa nè chiudere le finestre.La Marina, che ha la lingua lunga, sta per replicare, ma è trattenuta da uno sguardo supplichevole della padrona. Così ella ringhiotte le sue osservazioni, e inginocchiata davanti la portella della stufa caccia della nuova legna tra le bragie, e con le molle, col soffietto e un poco anche col fiato, raccende il fuoco, che divampa allegro e rumoroso e illumina la parete.—Avete aperto il registro, per Dio?—grida in tuono burbero il signor Massimiliano.—Eh mi pare che se non lo avessi aperto, a quest'ora ci sarebbe già la stanza piena di fumo.—So che non fate mai nulla a modo—continua il signor Nebioli per giustificare la sua diffidenza.Questa volta la Marina non può reprimere un lunghissimoauff, che però, a uno sguardo della signora Gertrude, ella fa terminare in uno starnuto.Appena ella è uscita il signor Massimiliano brontola:—Petulante!Poi torna a immergersi nella lettura dellaGazzetta, commentando da sè le notizie:—Arnim fu condannato a tre mesi di carcere. Ci ho gusto. Non c'è modo di governare se non c'è rispetto per l'autorità. Ormai ciascuno vuol fare il suo talento. I popoli non vogliono obbedire ai governi come i figliuoli non vogliono obbedire ai genitori. Bel mondo!La signora Gertrude trasse un sospiro dal petto.—Che cosa c'è?—ripigliò il signor Massimiliano.—Hai perduto la parola? Adesso in casa non si discorre che per sospiri.—C'è proprio da stare allegri—insinuò timidamente la signora Gertrude.—Cominciamo coi soliti piagnistei—disse l'ameno signor Nebioli, sbattendo con forza laGazzettasulla tavola.—Vedi se non è meglio ch'io mi taccia?—Meglio niente affattissimo... Si discorre tranquillamente, quietamente come fanno gli altri... come faccio io... Ed eccoci da capo a piagnucolare... Vorrei sapere che cosa ci sia di speciale stassera...—Nulla, nulla...—Nulla un cavolo... sentiamo, via.—C'è, c'è... che penso alle belle feste che ci si preparano.—Oh corpo di un cannone! E ne ho colpa io se passeremo le feste male?—Chi dice questo?—Sono io che ho detto alla nostra figliuola di scapparci di casa? Sono io che l'ho gettata in braccio ad uno spiantato, ad un brigante, ad un ladro?...—Massimiliano, per carità, quanto all'essere uno spiantato non c'è dubbio, ma un ladro poi, un brigante...—osservò la signora Gertrude con un coraggio di cui ella stessa non si sarebbe creduta capace.Infatti suo marito andò su tutte le furie:—Già lo so che tu lo difendi, già lo so che tu trovi degnissima di lode la condotta di quei due signori...—Ma no, Massimiliano, no...—Ah non è un ladro, non è un brigante... Sì che è un ladro, è un ladro di fanciulle; sìche è un brigante, perchè assassina una famiglia... E poi ci sono questi conforti! Quando si mette in campo un tale argomento, quando si ragiona,madamaprende le parti dell'avventuriere e della figlia insubordinata... Avrei voluto vedere io se lei avrebbe consentito a farsi sposare in quella maniera, avrei voluto vedere se il suo signor padre mi avrebbe passato buono un tiro simile a quello dicolui! Mi si è pesato e ripesato su non so quante bilancie, e ci mancò poco che non mi si rimandasse pei fatti miei perchè non avevo blasone. La signora eracontessa, e ci teneva...—Oh Massimiliano, come puoi dir questo?—Ci teneva tanto che il suo più bel sogno era quello di far contessa sua figlia, di darla ad un nobile... Va là, cara, che l'hai trovato il genero nobile.—Senti, Massimiliano, hai ragione, sono stati crudeli, sono stati infumi, se vuoi, ma quel lasciarli patire... ricchi come siamo.Il signor Nebioli tornò a scoppiare come una bomba:—Nemmeno un centesimo non voglio dar loro finchè vivo, no, nemmeno un centesimo... Quando sarò morto s'ingrasseranno a loro agio... Già lo so che molti desiderano la mia morte... Ma io voglio farli aspettare un pezzo, perchèal mondo mi ci trovo benissimo... Se non fossero questi piagnistei che ho in casa.E alzatosi dalla seggiola si mise a passeggiare su e giù per la stanza.La signora Gertrude si alzò ella pure. Ella era combattuta fra la soggezione straordinaria che le aveva sempre inspirato suo marito, e il convincimento che la severità di lui era eccessiva e ch'ella non faceva opera di buona madre obbedendogli in tutto. Le si spezzava il cuore a pensar che sua figlia, a tanti chilometri di lontananza, non aveva forse modo di render meno squallido il suo desco per le feste del Natale. Ella avrebbe potuto mandarle qualche cosa di soppiatto, ma non sapeva nasconder nulla a Massimiliano, e Massimiliano non voleva neppure ch'ella scrivesse alla ingrata, alla perfida Margherita. E sì ch'egli l'aveva amata tanto questa figliuola, l'aveva fatta regina del suo cuore e della sua casa; burbero con tutti, era stato con lei dolce, compiacente, le aveva prodigato mille doni e mille carezze! E l'amava ancora, ed era soltanto la sua indole puntigliosa e caparbia che gl'impediva di perdonarle. Ma aveva i suoi momenti di debolezza ed erano appunto quelli in cui egli prorompeva con maggiore violenza. Sentendo che il fuoco andava languendo, loattizzava egli stesso, si scagliava senza misura contro i colpevoli e quando li aveva colmati di vituperii tornava a persuadersi che il loro delitto era stato ben grave. Una donna più avveduta della signora Gertrude, anzichè atterrirsi di queste sfuriate, avrebbe dato loro il vero significato, le avrebbe accolte come sintomi di resipiscenza, e sarebbe tornata vigorosamente alla carica. Ma ella si ritirava subito impaurita e si limitava a piangere in silenzio e di nascosto. Il suo unico conforto era quello di non opporsi a suo marito, di seguire in tutto i suoi desiderii. I deboli non si accorgono mai che anche i despoti hanno qualche volta il desiderio di esser contraddetti, e che se non lo manifestano gli è perchè temono di perdere la riputazione di fermezza a cui devono la loro forza.A ogni modo quella sera la signora Gertrude era un po' meno timida del consueto. Ed ella si spinse fino a dire con un fil di voce:—Non si potrebbe almeno per queste feste?...—No, no, tre volte no—proruppe il signor Massimiliano dando un gran pugno sopra il pianoforte. Era un pianoforte a coda, di molto prezzo, ch'era stato comperato parecchi anni addietro per la Margherita. Ma dacchè la Margherita se n'era andata, nessuno l'avevapiù aperto, nessuno aveva sentito più la sua voce armoniosa. Ora soltanto, al colpo che ne scuoteva tutta la compagine, le sue corde mandarono un gemito lungo lungo, che parve come un richiamo ai tempi fuggiti ed evocò nella malinconica stanza l'immagine della gentile fanciulla.Le ultime vibrazioni di quel suono si perdevano nell'aria quando si udì una grande scampanellata.—Chi viene questa sera?—sclamò il signor Massimiliano, fermandosi in mezzo al salotto con l'atteggiamento d'un cane di guardia che sente il calpestio di passi sconosciuti.Anche la signora Gertrude tese l'orecchio:—Chiudono la porta.—Quella stupida servitù avrà certo aperto senza veder prima chi sia—osservò il Nebioli pronto sempre ad interpretare ogni cosa nel modo meno benevolo.Intanto dal di fuori s'intese una voce:—Non c'è bisogno che mi annunziate. Mi presento, da me.—È la voce del dottor Beverani—disse la signora Gertrude, pallida ed inquietissima.—Il dottor Beverani! Che cosa può volere?—masticò fra i denti il signor Massimiliano corrugando la fronte.Si spalancò l'uscio ed entrò un uomo alto e grosso, col bavero tirato su fino agli occhi, col cappello in testa e con le mani sprofondate nelle tasche della pelliccia. E sulla pelliccia e sulle falde del cappello si andavano liquefacendo larghi fiocchi di neve.—Buona sera! Buona sera!—disse il nuovo arrivato.—Domando scusa se entro così, ma fa un tal freddo che non ebbi il coraggio di levarmi il soprabito nell'andito.Il signor Nebioli avrebbe avuto una gran voglia di mandare a spasso l'incivile che veniva a colare come una grondaia nel suo salotto da pranzo, ma il dottor Beverani era una persona di riguardo, medico di casa da un pezzo, socio di più accademie, cavaliere di più ordini, e non conveniva usargli scortesia. Inoltre la sua visita non era certo senza grave motivo e destava una legittima curiosità anche nel signor Massimiliano.Il dottore spiegò tranquillamente sopra una sedia la sua pelliccia, depose sopra un'altra il suo cappello e poi si appoggiò con la schiena alla stufa.—Ah qui si respira un'altra aria—egli esclamò soddisfatto.—Dunque, con più calma, buona sera, signora Gertrude, buona sera, Massimiliano.La signora Gertrude rispose un timido—buona sera—e suo marito emise alcuni suoni inarticolati.Però il dottor Beverani non parve curarsi di questo gelido saluto, ed egli continua:—Beati quelli che possono far salire a forza di legna il termometro a dodici gradi! Fuori siamo a tre o quattro gradi sotto zero..... Fui or ora in una casa di poveri ove c'erano dei bambini che tremavano di freddo da far compassione. Un locale terreno, senza vetri alle finestre, un focolare spento, e lungo una parete due pagliericci senz'altre coperte che di miseri cenci. Su una sedia, ravvolta in uno scialle sdrucito, una vecchia con la febbre addosso. Ha una bronchite di cui potrebbe anche guarire se andasse all'ospedale...—E perchè non ci va?—chiese il Nebioli infastidito.—Perchè la mamma dei bimbi è morta l'anno passato, e durante il giorno quando il padre lavora, o chi guarderebbe quelle creaturine? Eh! A chi sta sdraiato nel suo seggiolone vicino al caminetto, la filosofia è facile e con un paio di sentenze si accomoda tutto... Ma quando le cose si vedono dappresso, allora è un altro paio di maniche... I comunisti han torto, ma nondimeno, una volta all'anno, in inverno, divento comunista anch'io....—Tanto fa petroliere—saltò su il signor Massimiliano—ma, scusate, non siete venuto a farci visita che per narrar queste malinconie?—No davvero, per quanto piacere abbia di veder voi e la signora Gertrude, non mi sarei spinto fin qui senza una ragione seria, in mezzo al vento e alla neve.—Vergine Santa!—sclamò la signora Gertrude—ho in cuore il presentimento di una disgrazia.—E che disgrazie volete che ci siano?—urlò suo marito per dissimulare, secondo il solito, con le grida, l'inquietudine che si era impadronita anche di lui. E avrebbe continuato nei medesimo tuono, se il dottor Beverani non avesse preso subito la parola.—No, no, buona signora—egli disse avvicinandosele e prendendole ambe le mani—non ci saranno disgrazie. Ho una lettera da consegnare...—Una lettera? Per me dunque?—interruppe il signor Massimiliano.—Per voi e per vostra moglie... La persona che scrive vuol essere sicura che la lettera sia giunta nelle vostre mani... Ha scritto ancora, e...—E non voglio veder nulla—gridò ilNebioli voltandosi da un'altra parte.—Ho capito chi è la persona che scrive; ella è morta per me.La signora Gertrude avrebbe dato dieci anni della sua vita per trovare un lampo di energia in quel momento, per farsi consegnar quella lettera, per aprirla, per baciarne i caratteri; ma era inutile, ella ormai non sapeva che piangere. E si nascose il volto fra le palme e soffocò i suoi singhiozzi.Il dottore non ismarrì punto la sua calma alle brusche risposte del vecchio bisbetico, ma estrasse di tasca la lettera e ripigliò:—Voi leggerete questo foglio, Massimiliano.—Vi dico di no—rispose costui, dando però un'occhiata di sbieco alla sopracoperta che il medico aveva avvicinato al lume.—O lo lascierete leggere a vostra moglie.—Nemmen per idea.—Allora lo leggerò io... La Margherita me ne dà facoltà... Fatemi portare una candela perchè alla luce del petrolio io non leggo...—Vi ripeto—cominciava il signor Massimiliano, quando il dottore lo interruppe senza riscaldarsi, ma con una certa aria di autorità:—Io spero che il medico di casa avrà il diritto di farsi portare una candela e di leggereuna carta. Signora Gertrude, abbia ella la bontà di suonare il campanello.—Non ce n'è alcun bisogno—disse il vecchio dispettosamente. E rivoltosi a Gertrude:—Se vuole una candela, accendigliela; sulla credenza ce ne sono due... che fai lì come una statua? Santa pazienza!Il dottore teneva sempre la lettera fra le dita; il signor Massimiliano gliela strappò con un impeto subitaneo.—Sapete dove meriterebbe di andar questa lettera? Nella stufa.Quantunque il Beverani fosse certo che una tale minaccia non avrebbe avuto effetto, egli ficcò gli occhi addosso al suo cliente, che pareva magnetizzato da quello sguardo e passava la lettera da una mano all'altra dopo averla tirata fuori dalla sopracoperta ch'egli stracciò in minutissimi pezzi.Intanto la signora Gertrude faceva inutili sforzi per accendere il lume. Le sue mani tremavano ed ella non riusciva a tener fermi i fiammiferi vicino al lucignolo.—Lasci fare a me, buona signora—disse il dottore accostandosele con bontà.—Torni a sedere e si rinfranchi.—Quella fraschetta ha tempo da perdere—osservò signor Massimiliano che aveva spiegatola lettera e l'aveva scorsa rapidamente con l'occhio.—Dodici facciate fitte! E che scrittura! Figlia pessima in tutto, anche nella calligrafia!E gettò con aria sprezzante i foglietti sopra la tavola.—Son qua io—prese a dire il dottore che si avvicinava tenendo in una mano la candela, e trascinando con l'altra una sedia.—Non m'ero già offerto di farvi io la lettura?—Se volete leggere, fate il vostro comodo. Nè io, nè mia moglie non aspettiamo lettere, non vogliamo saperne... Per me riprendo laGazzetta—replicò il Nebioli, quantunque con tuono alquanto più rimesso. E sedette fingendo d'immergersi nuovamente nel giornale.—Va benissimo—disse il dottore senza scomporsi. Spinse verso la tavola la poltrona della signora Gertrude, le accennò di prendervi posto, estrasse dal taschino del panciotto un paio di lenti, le inforcò al naso dopo averle forbite col fazzoletto e poi cominciò:«Caro babbo, cara mamma,«Dopo tanti mesi torno a scrivervi. So che non mi risponderete e non oso chiedervi che mi rispondiate, ma in ogni modo seppure ho rinunciato alla speranza di ricevere una vostra lettera e forse di vedervi piùmai, non voglio lasciarvi credere ch'io mi sia dimenticata di voi, ch'io non vi ami più.—Si può dare un esordio più pretenzioso?—brontolò il Signor Massimiliano alzando gli occhi dallaGazzetta.—Ancora ha ragione lei.—Attendete alla vostra politica—disse il medico.—No, signora Gertrude, non pianga così!E ripigliò la lettura.«Son così piena di brighe che Dio sa quando finirò questa lettera che comincio oggi; dunque non ci metto nemmeno la data. A ogni modo voglio ch'ella vi arrivi prima del Natale, prima di quel Natale che mi desta in cuore una folla di pensieri e di ricordanze. Come volano gli anni! Mi par ieri quand'ero bambina e la povera nonna, facendo capolino col suo gran cuffione bianco dall'uscio della sua camera, mi chiamava misteriosamente con un cenno del capo e tirava fuori dal cassetto una bambola nuova. Mi par ieri quando si preparava l'alberocon la mamma, e i cugini e le cugine venivano a passar la serata in casa nostra. Anche il babbo si metteva di buon umore, e io dicevo a tutti: non è vero che il babbo sia burbero; vedete? egli ride. E ho negli orecchi lo scampanio delle chiese che mi faceva sognareun mondo nuovo e mi empiva lo spirito di visioni dolci e solenni, onde stentavo tanto a dormire, ed ero così beata della mia veglia! Ahimè! La nonna è morta, i cugini e le cugine si sono dispersi, io ho cessato da un pezzo d'essere una bimba e non sono più con voi altri.Il signor Massimiliano si raschiò in gola e poi starnutì.—Felicità!—disse il dottore.«... Non sono più con voi altri. Ebbene, babbo e mamma, se non sono più con voi altri, abbiatevi almeno i miei augurii per le feste che si avvicinano e per l'anno che sta per nascere... Ch'esso vi porti tutte le gioie, ch'esso vi faccia dimenticare tutti i dolori...—Parole, parole... Roba che si trova nelle antologie—sclamò il Nebioli.«Di questi dolori, lo so, io ve ne ho recato uno grandissimo, ho disposto del mio cuore contro i vostri desiderii e quando vi trovai inflessibili, vi ho disobbedito. Era il mio primo atto di ribellione, ma, lo confesso, era un atto ben grave. O genitori miei, se io vi dicessi che per risparmiare le vostre lagrime avrei dato il mio sangue, voi non mi credereste...—No sicuro.«... Eppure io direi il vero. Ma ciò che non potevo darvi era la mia fede, perchè non si riprende la fede giurata, perchè io amavo Ugo con tutto il trasporto dell'anima mia, come l'amo ancora, come spero di amarlo fino all'ultimo giorno della mia vita. Iddio vorrà concedermi questa grazia, di farmi morire appena o l'amor mio si raffreddi, o si raffreddi l'amor d'Ugo per me.—Declamazioni da romanzo! Ecco che cosa si guadagna a lasciar leggere cattivi libri alle ragazze. Ma mia moglie...Gli occhi del signor Massimiliano s'incontrarono con quelli della povera donna i quali nuotavano nelle lagrime ed esprimevano una desolazione così profonda ch'egli troncò a mezzo la frase e prese in mano laGazzetta, sottraendo in tal guisa la faccia agli sguardi indiscreti. Solo si stentava a comprendere com'egli potesse continuare a leggere un foglio, che, tenuto a quel modo, pareva dovesse servirgli da paralume.Il dottor Beverani fece le viste di non accorgersi di tutte queste manovre e proseguì:«Del resto, qual sia la mia colpa, per mesi e mesi dopo fatto il gran passo, io sperai nel vostro perdono, sperai che mi avreste riaperte le braccia, attesi una parola vostra.«attesi almeno nuove rampogne... Ohi! Il silenzio è peggiore assai dei rimproveri.... Basta!... Io non vi accuserò di durezza...—Già, si scambian le parti, è creditrice lei—disse il Nebioli senza mutar posizione.«No, voi siete sempre il mio buon babbo e la mia buona mamma, e io mi figuro di chiacchierar con voi, come facevo una volta, quando tu, babbo, mi conducevi alla domenica in piazza, e quando con te, mamma, si facevano le nostre lunghe passeggiate fino ai Giardini... Te le ricordi? Con chi esci adesso, la mia povera mamma? Conduci teco la Marina, forse?... Oh, nell'inverno, come si ritornava contente a casa! Oh i bei tramonti dietro la cupola della Salute!... Qui in questo romitorio a cui non si arriva che dopo due ore di mulo, si va sui cosidetti bastioni, e non c'è altro... Due filari di platani, quattro panche di legno, e intorno montagne da tutte le parti, e giù nella valle campi poveri di vegetazione e un fiumicello che pare un fosso. Il sole ha fretta di andarsene; c'è un monte alto, sassoso, sgarbato che ci affretta la sera almeno di due ore. E quando il sole è sparito, che aria fredda, sottile! Brr!«Però a passeggiare io ci vado poco. Ugoè così stanco quando viene a casa, e io pure, sapete, sono stanca. Lavoro dall'alba fino a sera... C'è stata una interruzione, ma ne parleremo dopo.«Smetto un momento, indovinate perchè? Perchè sento la pentola che bolle e voglio ritirarla dal fuoco... Vi scrivo dalla cucina... Altro che il mio studio con le sedie imbottite! Tutto il nostro quartiere consiste in questa cucina e in una cameruccia.••••••••••••••••••••••••••••••••«Fra la riga precedente e questa c'è corso un intervallo di due giorni. Non ebbi un minuto di libertà. Ugo fu in letto con un po' di febbre. Egli sapeva ch'ioavevo sul telaiouna lettera per voi altri e mi sollecitava a finirla, ma io ero così apprensiva che non sapevo tener la penna in mano. Grazie a Dio, tutto è terminato.«Ah, volevo dire alla mamma che non c'è di meglio per diventar brave massaie che il dover farsi tutto da sè... Serva io non ne ho, potete immaginarvelo; la fantesca della mia padrona di casa viene la mattina per un paio d'ore; poi rimango io sola. Ho imparato a spazzare, a stirare, a cucinare.... In quest'ultima funzione riesco a meraviglia.Ugo mi dice sempre: se ci fosse lamateria prima, che buoni piattini uscirebbero dalle tue mani! Ma quella che egli chiama la materia prima non c'è... Qualche volta, in confidenza, sui venticinque o ventisei del mese, c'è alla mattina una preoccupazione nuova, curiosa, vale a dire se ci sarà da pranzo. Vi confesso che questo dubbio produce un effetto strano...—Povera Margherita!—esclamò con voce flebile e con un gemito la signora Gertrude.Il dottore, sospendendo un momento la sua lettura, rivolse gli occhi dalla parte ove si trovava il signor Massimiliano. Ma egli continuava ad essere nascosto dietro laGazzetta.«A ogni modo si arriva al giorno dello stipendio. Un bello stipendio in verità! Con quella gioia della trattenuta ci restano 75 lire e 45 centesimi al mese.....—Peggio per lei!—gridò il Nebioli facendo la voce grossa.—Perchè ha lasciato la sua casa? Perchè ha lasciato i suoi genitori?«E con 75 lire e 45 centesimi al mese un pover'uomo deve insegnare a sessanta bimbi, asini e cocciuti, provvisti di babbi più asini e più cocciuti di loro. Il segretario comunale ha levato il saluto a mio marito perchènon giudicò degno del premio suo figlio che in un anno non aveva ancora imparato a scriverecarosenza l'h. E il sagrestano lo guarda in cagnesco perchè egli osò mettere in burla il suo illustre rampollo, il quale un giorno in iscuola disse che il Tevere è la capitale d'Italia. C'è finalmente il barbiere, che attribuisce la caduta del suo primogenito all'esame amene consortesche! Ho proprio paura che abbia ragione il brigadiere dei carabinieri, un lombardo, che quando mi vede mi dice sempre:Che la mi creda, signora, l'è minga un paes per lee.«Ho dovuto, volere o non volere, far la conoscenza dellesignoredel luogo. Ne conosco una ventina; dieci di esse non sanno leggere affatto; dieci leggono soltanto lo stampato, quattro anche il manoscritto. Che sappiano scrivere non ce ne sono che tre. Al mio arrivo s'è fatto un gran mormorare perchè ero troppoelegante, e un giorno in chiesa, mentre il curato predicava contro il lusso, tutti gli sguardi si sono rivolti su me. Avevo ancora l'abito dipiquetvioletto che mi hai fatto fare nel settembre dell'anno passato..... Adesso, sta tranquilla, mamma, che non pecco per eccesso di vanità. Ho venduto a un merciaiuolo ambulante il vestitovioletto, il mio spillone a mosaico, i miei coralli..... ah i miei coralli m'è costato a venderli; me li avevi regalati tu quando compivo diciott'anni; ma come si fa?... C'erano spese indispensabili, urgenti..... Insomma sono ormai come le altre, quantunque mi facciano l'onore di dirmi che ho qualchecosa che non hanno le altre. Ho ilchic, sentenziò la moglie del pretore che sa due parole di francese.«A proposito di francese, il babbo non mi rimprovererebbe più di aver sempre libri francesi per le mani. Qui non vi sono libri in nessuna lingua, quando se ne levi qualche libro di devozione, e la cabala del lotto. Al caffè ci sono due giornali, ma un terzo ne riceviamo noi altri (è l'unico nostro lusso) e indovinate che giornale è? IlRinnovamento, a cui Ugo s'è fatto associare da un suo amico di costì per compiacermi. Quando quel foglio arriva a questo romitorio dopo due giorni di viaggio, mi par che capiti un amico a darmi novelle della mia Venezia, de' miei parenti, e benedico a chi ha inventato i giornali. Guardo lo Stato civile, i matrimoni, le morti, guardo i pettegolezzi, le feste da ballo, le baruffe, le serenate sul canal Grande, e vivo ancora nella mia piazza, nelle mie calli, nei mieicampi, negli sfondi misteriosi de' mieirii. E sento venirmi le lagrime agli occhi, ma le asciugo presto, perchè i poveri, e ormai sono povera anch'io, non hanno tempo da piangere, non hanno tempo da cullarsi in fantasie malinconiche. Adesso poi.....«Ah sì, avevo il capriccio di darvela soltanto per poscritto la grande novella, ma non posso indugiare di più e quasi quasi la penna scrive da sè.....»Il dottore Beverani fece una piccola pausa; la signora Gertrude lo guardò con trepida ansietà e il signor Massimiliano tese gli orecchi.«La grande novella è questa, che al 15 del passato mese di novembre, alle 9 precise di sera, ho dato alla luce un bambino....»Il Nebioli lasciò cader di mano laGazzetta, sua moglie si alzò in piedi e appoggiandosi alla spalliera della sedia del medico cercò di leggere nel foglietto ch'egli teneva spiegato davanti; ma i suoi occhi indeboliti e velati dal pianto non vedevano che una gran confusione nella fitta e scapigliata calligrafia della figliuola.—Un bambino!—esclamò il signor Massimiliano—come mai?—Probabilmente come le altre donne—rispose ironicamente il dottore.—Ma forse dirà ella stessa qualche cosa di più.E riprese la frase interrotta.«.....Un bambino il quale sebbene nato in sette mesi.....»—Quando s'è maritata la Margherita?—chiese il vecchio brontolone in tuono aspro a sua moglie.—Non lo sai? In maggio—disse la signora Gertrude.—Già, il mese..... ah stavo per dirla grossa. Maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre..... Per fare i sette mesi bisogna metterci della gran buona volontà.....—Via, mettetecela—disse il dottore. E continuò:«Il quale sebbene nato in sette mesi è vispo e robusto e a cui ho dato il nome di Massimiliano.»Il signor Nebioli fece spalluccie in segno di indifferenza, ma nello stesso tempo si soffiò due volte il naso rumorosamente, e alzatosi dalla sedia si mise a passeggiare per la stanza.—Massimiliano—disse con accento commosso la signora Gertrude,—la senti? Gli ha dato il tuo nome.—Commedie! commedie!—Dottore, interponga lei una buona parola—soggiunse a mezza voce la povera donna. Ma egli le accennò ch'era meglio finir la lettura.«Voi non vi aspettavate di diventar nonni così presto, e giudicherete strano che nelle altre due lettere scrittevi io non vi annunziassi quello che si preparava. È giusto, ma non so perchè, io m'ero fitta in capo di farvi un'improvvisata a cose compiute. Speravo davvero che questa creaturina sarebbe stata un maschio (noi donne siamo tanto sfortunate) e pensavo che forse anche babbo, se avessi potuto dirgli: ti è nato un nipotino, avrebbe spianato la sua fronte severa. Per amore di lui, babbo, se non per amor mio, perocchè egli, poveretto, colpe non ne ha. Le sue manine sono pure, i suoi occhi sono innocenti come quelli degli altri bimbi; o perchè dunque troverà egli, al suo entrare nel mondo, meno affetto, meno sorrisi, meno baci ad accoglierlo? Se il vostro cuore dev'essermi chiuso per sempre, oh non sia chiuso almeno per esso. Io gli insegnerò ad amarvi, le prime preghiere che i suoi labbri di rosa alzeranno al Signore saranno per voi; fate che io possa dirgli che voi pure gli volete bene, che voipure qualche volta, tra le pareti della casa ov'io nacqui, pronunciate con dolcezza il suo nome e gli inviate un saluto col mezzo degli augelli che volano, delle nubi che passano, e lo raccomandate al buon Dio che protegge i bambini.—Oh dottore, dottore, non ne posso più—esclamò la signora Gertrude rompendo in un pianto dirotto.—Già le donne non sanno altro che piangere,—urlò il Nebioli che voleva mostrarsi impassibile.—Lancialo finire per Dio... Avanti, avanti, Beverani..... La mia signora figliuola ha la penna spedita come la lingua.E continuò a misurare in lungo ed in largo il salotto, guardando di tratto in tratto la sua ombra sulla parete e dando segni frequenti di essere molto infreddato.Il dottore indirizzò una parola affettuosa alla signora Gertrude, indi proseguì:«Assicurano ch'egli mi somiglia; io non lo, so che mi par tanto bello. Potete immaginarvi che lo allatto io stessa; a trovare una balia si dovrebbe girar mezza provincia, e poi dove ci sarebbero i quattrini da pagarla? Già in questi paesi è sempre necessario di applicare il proverbio:Chi si aiuta, Dio l'aiuta. Se la mamma fosse qui,gliene racconterei di curiose circa al gran momento in cui il signorino è nato. Figuratevi che di levatrici non ce ne sono, ma c'è almeno una dozzina di femmine le quali in questi casi offrono i loro servigi e assordano con le loro grida e coi loro consigli. E siccome non vanno d'accordo fra loro, finiscono quasi sempre coll'attaccar briga e col tirarsi per i capelli. Ugo ha dovuto usar la violenza per cacciarle di camera; egli ha dovuto fareuna carica a fondo, come quand'era soldato diSavoia cavalleria. Quando fummo rimasti soli noi due, egli era pallido, aveva la febbre addosso, e mi chiese:—Margherita, come si fa? Quasi quasi richiamerei qualcheduna di quelle megere.—No, per carità, gli risposi—spicciamoci fra noi altri.—E stringevo la sua mano nella mia mano, e lo guardavo, ed egli guardava me con occhi pieni di lagrime, e diceva con un filo di voce:—Margherita! Margherita!—Di fuori intanto origliavano all'uscio due o tre delle più ostinate comari e gridavano ad Ugo: Signore, faccia così—No, faccia in quest'altra maniera.—Insomma, com'egli facesse lo ignoro, so che di lì a poco ho provato una calma di paradiso e ho inteso un vagito che mi disse: sei madre.«Da quel momento (e passarono omai venticinque giorni) sono come un'altra persona e capisco che tutto quel che si dice dell'amor materno è al disotto del vero, o piuttosto non si può dirne nulla finchè non si è madri. Faccio mille castelli in aria, mi sento più ricca e non desidero ormai che due cose: di ricevere il vostro perdono e di vedere Ugo meno sfiduciato. Egli ha perduto una gran parte del buon umore che gli rendeva tollerabile la sua posizione, si affanna per l'avvenire mio, per l'avvenire del nostro Massimiliano e rimane qualche volta col bimbo in braccio senza profferir parola. Ah! odo i suoi passi. Credevo di finir questa lettera oggi, ma la finirò domani.••••••••••••••••«Ripiglio la penna ancora tutta sbalordita da una risoluzione che abbiamo presa con Ugo... È una risoluzione assai grave, ma Ugo dice: a mali estremi, estremi rimedi.«Ieri egli era più mesto del consueto. Andò alla cuna del bimbo che dormiva e si chinò a baciarlo, poi mi fissò gli occhi in viso due, tre volte, come se volesse parlare e gliene mancasse il coraggio.—Ugo, gli diss'io in tuono di rimprovero, avresti segreti per me?—Ascoltami, egli rispose,e mi passò il braccio intorno al collo: qui non ci posso più vivere, mi ci logoro la salute e l'ingegno, e del resto m'è insidiato anche lo scarso pane che guadano. Il segretario comunale e alcuni consiglieri sono miei nemici e cospirano per togliermi il posto e mettere in vece mia una loro creatura che non avrà il torto massimo di essere forestiero. La mia dignità mi costringe a dar le mie dimissioni.—E tu dalle—io proruppi. Egli sorrise tristamente.—E poi?—E poi, replicai, si cerca un altro nido.—Senti amor mio, egli ripigliò, se per qualche mese, se per qualche tempo, io dovessi girare il mondo in traccia di fortuna, credi tu che i tuoi genitori darebbero asilo a te e a nostro figlio?»—Sì, sì—esclamò la signora Gertrude fra i singhiozzi.—Che ne sai tu?—interruppe suo marito con la usata ruvidezza.—Sono io che devo decidere... Vuoi scommettere intanto che quel Lucifero della nostra figliuola non si degnerebbe d'entrare in casa senza il suo illustre consorte?... Oh! ma del resto è successo ciò ch'io prevedevo... è successo appuntino... doveva finire così... Quando si sposa un disperato, un.....—Volete lasciarmi continuare?—disse il dottore. Siamo ormai alle ultime pagine.«Io debbo essere diventata assai pallida perchè Ugo si affrettò a farmi sedere e mi a supplicò che mi calmassi. Ma io m'ero aggrappata alla sua persona e gli gridavo con voce, affannosa che non avrei consentito a staccarmi da lui nè per un giorno, nè per un'ora, nè per un minuto, che dovunque egli andasse sarei andata anch'io, che il godere gli agi della casa paterna mi sarebbe parso un delitto, lui lontano, povero, ramingo, che perfino la gioia del vostro perdono mi sarebbe stata tolta non avendolo al fianco.—Ero sicuro che avrebbe risposto così—disse il signor Massimiliano.—È nel suo carattere.—Un bel carattere, confessatelo—soggiunse il dottore senza staccar gli occhi dalla lettera.—Ma dunque, per carità, che cosa è succeduto?—chiese ansiosamente la signora Gertrude..—Or ora vedremo—replicò il medico.«La sua fisonomia—così proseguiva la Margherita—si fece raggiante, sparirono le nubi dalla sua fronte, sparirono dalle sue guancie i solchi che le assidue cure vi avevanoscavato, egli tornò splendido di bellezza e di gioventù come nel primo giorno in cui gli diedi il mio cuore.—Me lo aspettavo, egli disse baciandomi. Tu dunque, fuor che dell'esser divisa da me, non ti sgomenteresti di nulla?—Di nulla.—Mi seguiresti anche fuori d'Italia?—In capo al mondo.—Hai paura del mare?—No.—Egli trasse allora di tasca una lettera scrittagli da un suo buon amico di Genova al quale egli si era raccomandato per un impiego.Vuoi andare a Buenos Ayres?gli chiedeva l'amico,c'è un posto presso una casa italiana. Diecimila franchi di stipendio e alloggio e vitto per te e per la tua famigliuola. Se accetti, preparati a partire col vapore che salpa da qui il 28 di questo mese.—Vanno a Buenos Ayres! Vanno in America?—gridò disperatamente la signora Gertrude.—Massimiliano, ciò non è possibile... Massimiliano, rispondi per carità.Il signor Massimiliano aveva smesso di passeggiare e s'era avvicinato al dottore.—Taci un momento, Gertrude—egli disse a sua moglie—sentiamo il resto.L'inflessione della sua voce era diversa dal solito, egli che non parlava mai che per imporre, pareva quasi voler pregare. Sua moglieafferrò una delle sue mani, e coprendola di baci e di lagrime tornò alla carica:—Massimiliano, per carità, dimmi che non lascierai che la tua unica figlia vada in quei paesi remoti...Il naturale violento del Nebioli riprese il disopra.—Vuoi tacere, per Dio? Vuoi lasciar finire questa disgraziata lettera?La signora Gertrude aveva tanto l'abitudine di obbedire che non seppe ribellarsi nemmen questa volta; ella fece silenzio, ma continuò a tener stretta nelle sue la mano di suo marito.«Ho pensato subito a voi—lesse il dottore con accento commosso—e dissi ad Ugo:—E i miei genitori?—Non ti hanno essi chiusa la porta della loro casa? egli replicò.—È vero.—Non hanno lasciato senza risposta tutte le tue lettere?—È vero, pur troppo, è vero. Stetti in forse ancora un istante; poi mi decisi.—Accetta e occupiamoci dei preparativi della partenza.—Egli mi gettò le braccia al collo e.....—Ed egli è uno scellerato—scoppiò come un fulmine il signor Massimiliano svincolandosi da sua moglie e gettando in terra con gran fracasso tutto ciò che gli capitava davanti.—Non gli basta di averci rubato la figlia, vuol portarcela anche al di là dei mari, vuol farla morire di fatiche, di stenti..... Un mesedopo il parto, con un bambino da latte, le fa imprendere un viaggio a cui non reggono talvolta nemmeno i più vigorosi..... E non c'è galera per questi delitti, e non c'è forca..... Ma voi, Beverani, voi lo compatirete, voi lo difenderete, non è vero? Non si può saperla la vostra opinione?—La mia opinione—rispose il medico—è di leggere la mezza paginetta che manca a compiere la lettera; poi vi dirò quel che farei nel caso vostro.—Oh ci saranno le frasi d'uso..... Quelle tenerezze ridicole a cui corrisponde sì bene l'effetto..... Morale moderna!«Egli mi gettò le braccia al collo—riprese il Beverani rileggendo la frase già letta—e mi susurrò in un bacio: tu sei un angelo.—No, diss'io, sono una donna che ti ama. Una cosa però è forza che tu mi conceda. Anticipiamo di ventiquattr'ore la nostra partenza e passiamo un giorno a Venezia. Prima di abbandonar l'Europa per non tornarvi forse mai più è necessario che io tenti almeno di vedere un'ultima volta i miei genitori. Egli mi ribaciò e accondiscese al mio desiderio. Abbiamo fatto tutti i nostri conti. Oggi è il 19, sabato. Noi partiremo di qui lunedì e saremo a Venezia mercoledì alle cinque pomeridiane.—Posdomani!—sclamarono a una voce il signor Massimiliano e la signora Gertrude.—Mercoledì abbraccierò la mia padroncina—gridò, battendo festosamente le mani, la cameriera che s'era introdotta pian piano nel salotto.Il signor Massimiliano si voltò per sgridarla, ma non seppe aprir bocca.—Non ci sono ormai che due sole righe—osservò il dottore. E lesse:«Ci faremo condurre a un albergo, poi verremo da voi, e io non suppongo neppure che non vogliate riceverci, e vi mando in anticipazione mille baci. Ah! la mia lettera è un gran pasticcio, ma non ho più tempo di rifarla perchè ho da attendere ai miei bauli. Addio, addio, anche da parte di Ugo... Il mio bimbo si sveglia e mi chiama con un vagito... Forse vuol mandarvi a salutare anch'egli.«Margherita.»—Dunque Margherita sarà qui posdomani... farà il Natale con noi—disse la signora Gertrude che di tutta la lettera non ricordava ormai che questa notizia e quasi non credeva a se stessa.—E viene anchelui? E bisognerà accogliereanche lui?—- soggiunse come parlando fra sè il signor Massimiliano.—Quel cane che vuol portarla a Buenos Ayres!...—Che Buenos Ayres?—interruppe il dottore alzandosi in piedi.—Sapete che vi ho da dire?... Che l'alloggio di vostra figlia e di vostro genero dev'essere la vostra casa e non un albergo, che quando essi sian qui non dovete più lasciarli andar via, che la parte del tiranno l'avete fatta anche troppo a lungo, e che la vostra Margherita l'avete castigata anche troppo.....—Dovevo anzi premiarla?—La si è maritata a suo modo, e ha fatto male, non c'è dubbio, ma in fin dei conti le ragazze si sposan per loro e non per uso dei genitori e la Margherita trovò almeno un galantuomo...—Non mi fate dire spropositi, Beverani. Un galantuomo che seduce una fanciulla...—E la sposa.—Sì, contando sul perdono del padre babbeo.—Ci contava tanto poco che stava per andare in America.—Baie! Non credo più al viaggio in America.—Non ci credete? Allora vi dirò che vostra figlia mi scrive supplicandomi di prestare a suo marito 1000 lire che gli mancano a pagare i posti sul vapore.—E voi le presterete?—Sicuro, a meno che voi non vi decidiate a farla finita, dando a vostra figlia la dote che le avevate destinata e lasciandola vivere agiatamente con lo sposo ch'ella si è scelto....—Oh corpo..... come avviene che tutto questo zelo vi capita da un momento all'altro?—Mio Dio, perchè trovavo giusto in passato che la condotta di Margherita avesse la sua punizione, e trovo adesso che quella giovane ha espiato largamente i suoi falli.—Già, voi avete la sapienza di Salomone—brontolò il signor Massimiliano.La signora Gertrude era esterrefatta. Ella non aveva mai inteso alcuno a parlare con tanta libertà a suo marito e non sapeva intendere com'egli, malgrado tutto il rispetto pel dottore Beverani, non prorompesse in una di quelle sfuriate che le facevano venir la pelle d'oca.Ma la cameriera Marina la confortava dicendole—Vedrà che cede..... Il padrone è così... A esser conigli non ci si guadagna con lui... E poi, la padroncina è stata sempre il suo occhio destro.Il signor Massimiliano fece ancora quattro giri per la stanza torcendo fra le mani il fazzoletto; indi si piantò ritto ed immobile davantia sua moglie—Invece di mandar acqua da tutte le parti come una fontana, mi sembra che potreste almeno pensare a far allestire le camere.....—Oh Massimiliano—sclamò la povera signora, tu dunque acconsenti?...—Io! Io! E lei,madama? In tutto il tempo dacchè nostra figlia è partita s'è mai potuto sentir da lei un'opinione franca?... Lamenti, piagnistei, sospiri e niente più di così...—Ma mi lasciavi forse parlare?—Via, via, non vi bisticciate, chè s'ha da stare allegri. Beninteso che voglio guadagnarci qualche cosa anch'io. Per la vigilia di Natale verrò a pranzo con voi altri—disse il Beverani.—Oh dottore, sia benedetto, venga, venga. Le si deve tutto—replicò la signora Gertrude prendendogli la mano.—Come volontieri le darei un bacio!—soggiunse in un trasporto d'entusiasmo la cameriera che adorava la sua padroncina.—Troppo tardi, Marina—rispose ridendo il dottore.—Bisognava risolversi vent'anni fa quando ve l'ho domandato.....—Che cosa va a tirar fuori!—replicò la donna facendosi rossa.—Non c'è punto da arrossire, perchè miavete detto di no... Ma voi Massimiliano, non mi offrite niente?—Scusate, ma non so raccapezzarmi..... Darei la testa nei muri..... Quella lettera, quelle vostre parole..... insomma penso alla bella figura che faccio io dopo tante proteste, dopo tante dichiarazioni di fermezza..... Sia pure..... ci vuol pazienza... Marina?—Comandi.—Va a pigliare una bottiglia di Cipro stravecchio.—Oh questa è una risoluzione che mi piace. Non c'è quanto un bicchierino di Cipro per far passare le ubbie. Posdomani poi a quest'ora ne beveremo un altro con la Margherita...—Margherita, Margherita, quanto mi hai fatto soffrire e quanto bene ti voglio ancora!—disse il Nebioli. E si coprì il viso colle palme, e scoppiò in un pianto dirotto, irrefrenabile. Non ci voleva di più per far piangere nuovamente anche la signora Gertrude.—Sta a vedere che finisco coi fare il terzo—osservò il Beverani passandosi la mano sugli occhi.Per buona ventura entrò intanto la cameriera col Cipro. Aveva ella pure una gran voglia di commuoversi, ma il Beverani la sollecitò a non far bambinate e a sturare la bottigliasenza romperla. Quando il liquore fu mesciuto, il medico vuotò il primo bicchierino gridando:—Alla salute degli sposi e del bimbo!Il signor Massimiliano si rasciugò in fretta le lagrime e bevette. Dopo di lui la signora Gertrude e la Marina.—Sia ringraziato il cielo! La pace è fatta!—concluse il dottore.Era per andarsene quando sentì la mano del Nebioli nella sua.—Sarà per la povera famiglia di cui ci avete discorso prima—disse il ruvido vecchio lasciando scivolar fra le dita del medico un biglietto di banca di cinquanta lire.—E fate che preghino.....—Per i vostri peccati?—chiese il Beverani ch'era un po' scettico.....—No, ma perchè il Signore mi dia la forza di accogliere benecolui..... mi capite..... Vi assicuro... non so ancora persuadermi.....—Oh si persuaderà, si persuaderà, ripetè il dottore scendendo le scale.

Il Maestro di CalligrafiaIn un istituto scolastico di una città del mondo gli studenti dell'ultimo corso erano occupati nella prova scritta dell'esame di letteratura. La cosidettasorveglianzaera affidata al signor Antonino Bottaro, vecchio professore di calligrafia, che stava per abbandonare la scuola ed andare in pensione. Sorveglianza alla prova scritta vuol dir questo. Un professore, che non è quello della materia su cui si fa l'esame, rimane nella stanza, ove gli esaminandi lavorano, e invigila affinchè essi non si copino i temi a vicenda, non consultino libri, non si passino carte, ecc. ecc. Naturalmente, finchè non si adotti per l'esame il sistema cellulare, tutta questa roba si fa lo stesso in barba al signor professore. Figuriamoci che cosa avviene, quando il sorvegliante è il professore Bottaro, vittimadella scolaresca a due titoli; primo, perchè è il professore di calligrafia, secondo, perchè è un pan di zucchero. Nei trent'anni dacchè egli insegnava le leggi della scrittura posata, corsiva, rotonda e gotica con ispeciali applicazioni alla burocrazia ed al commercio, gliene erano toccate d'ogni maniera. Non passava giorno senza che un monello di scolare gli appiccicasse un codino di carta al bavero del vestito, o segnasse col gesso la sua caricatura sulla tavola nera. Una volta gli si erano messe due ova in cappello tanto da far nascere una frittata al suo coprirsi nell'uscir dalla scuola; un altro giorno si era spalmato di pece il cuscino della poltrona, ov'egli andava a sedersi per correggere gli elaborati. Non parliamo dei suoni infinitamente varii che rallegravano la sua lezione. Mentr'egli si chinava sul quaderno d'uno studente, dall'estremo opposto della panca sorgeva come un miagolio di gatta in amore; egli volgeva lo sguardo da quella parte, ed ecco venir dal fondo come un tubar di colomba o come un trillo acuto di gallo mattiniero:Chichirichì. Il professore rosso come un gambero correva allora verso la cattedra gridando:Or ora faccio una nota a tutti—ed ecco un silenzio sepolcrale seguito da un rumore che simulava il vento e che cominciava lieve lieve per diventar poi gagliardoe impetuoso e perdersi via via in un gemito impercettibile, come la marcia turca di Beethoven.Il signor Antoninofaceva la nota a tutti, ma prima del termine della lezione la scancellava dopo essersi fatto promettere dai ragazzi che la lezione successiva sarebbero stati buoni come agnellini.Nè da' suoi colleghi il signor Antonino riceveva segni di particolare deferenza. Sgarbi non gliene facevano sicuramente, ma in fin dei conti, al professor di calligrafia chi ci bada? Nelle conferenze, il Preside, il professore di matematica, il professore di belle lettere, il professore di fisica discorrevano tutti con grande prosopopea; anche il cancelliere voleva dire la sua opinione, ma il professore Antonino o poteva egli avere un'opinione? E quando si trattava di dar le classificazioni finali, se il signor Antonino si lagnava di qualche studente (ed era assai raro che se ne lagnasse) se diceva che il tale non aveva mai scritto una riga durante l'anno, gli altri scrollavano le spalle con impazienza, come a dire: seccatore! smetta! Terminato l'anno scolastico molti professori ricevevano visite dagli alunni, complimenti dai genitori, elogi dai preposti all'Istituto; e ora a questo, ora a quello pioveva dall'alto una croce, ma quanto a lui, al calligrafo, chi lo prendeva sul serio? Non eraforse celebre la sua soprascritta a una lettera, che cominciava:All' pregiatissimo? Appena due o tre giovinetti di cuor più tenero degli altri, rammentandosi del grave travaglio che gli avevan dato durante l'anno, gli movevano incontro con viso tra compunto e faceto e dicevano:—Scusi, sa, signor professore, se non fummo sempre tranquilli come avremmo dovuto essere. Egli s'inteneriva subito e diceva:—Ohibò... ohibò!... Loro... voi altri siete stati buoni..., lo so io quelli che erano i cattivi soggetti... basta... basta... adesso si va in vacanza... a far provvista di giudizio, non è vero... eh?E dava loro un pizzicotto alla guancia.L'anno nuovo poi ricominciava la medesima storia.Eppure, malgrado tutto, il professore Antonino non sapeva viver lontano dalla sua scuola. Le vacanze erano per lui una penitenza. Tutta la sua famiglia si riduceva a una sorella nubile più vecchia di lui, sorda e bisbetica, che lo tormentava senza posa affinchè egli domandasse la sua pensione.—Ma—soggiungeva la signora Bettina, che non era un'aquila—ma devi volere la pensione intiera secondo il sistema vecchio, non la pensione di cinque sesti come dànno adesso. Tu sei entrato col sistema vecchio e hai diritto di esser trattato con quello. Capisci, babbuino?Che sua sorella gli desse del babbuino non era alla fin dei conti una cosa che facesse un gran senso al povero professore; tanto e tanto un po' babbuino egli sentiva di essere. Quello che non sapeva perdonare alla rispettabile donzella si era ch'ella tirasse giù a campane doppie contro la scolaresca. E questo livore non era nemmeno cagionato dagli sgarbi che usavano a suo fratello, ma perchè un giorno, essendo passata vicino al portone della scuola in un momento che gli studenti ne uscivano, laragazzaglia, com'ella la chiamava, s'era messa a gridare dietro a squarciagola:bella! bella! bella!La signora Bettina non aveva mai perdonato alla scolaresca questo affronto, nè a suo fratello l'indifferenza con la quale egli ne aveva accolto l'annunzio. Ella che avrebbe voluto un'espulsione in massa! Ella che sarebbe andata in persona dal Preside, se non fosse stata la paura di scontrarsi nuovamente con quei cattivi soggetti!—Già—brontolava la bisbetica donna—quando si ha la disgrazia di non aver uomini in casa mapecore(ho detto pecore) non si può nemmeno arrischiarsi di uscire. C'è da far le maraviglie davvero se sono rimasta zitella? Chi viene da te? Ove mi conduci? Almeno se tu lascierai quella maledetta scuola, beninteso conla tua pensione intiera, potrai pensare un poco a tua sorella...Il professore Antonino ci pativa a sentir questi discorsi, e l'idea di condurre a passeggio sua sorella gli metteva i brividi addosso. Egli non era elegante. Il suo cilindro con un dito di unto, il suo soprabito spelato rispondevano appieno alla sua posizione sociale di pubblico insegnante, ma in fin dei conti egli non aveva un cappello cremisi con piume verdi, nè due ricciolini neri fatti a forma di punto interrogativo ornavano le sue tempie. Dimodochè, anche nelle vacanze, egli trovava mille occupazioni immaginarie per esimersi quanto più spesso gli fosse possibile dall'ufficio di cavaliere servente dimadamigellaBettina. Piuttosto, dando fondo a tutti i suoi risparmi, egli si rassegnava a mandarla a sue spese dal 15 settembre al 15 ottobre d'ogni anno presso una famiglia di conoscenti che villeggiava a breve distanza dalla città. Ella ci andava un po' a malincuore, quasi facendo un atto di degnazione, perchè si trattava di gente inferiore a lei per educazione; figuratevi, eran le nipoti di un salumaio arricchito; a ogni modo ci andava in vista dell'aria che serviva a calmare i suoi nervi. Poveretta! Era stata sempre così sensitiva.Intanto il professore passava la giornata adesiderare la riapertura della scuola. Quando aveva dato da mangiare al canarino, quando aveva temperato la penna d'oca con cui teneva dietro assiduamente a tutti i progressi della scrittura gotica e rotonda (pelcorsivoaveva accettato la penna di ferro), egli non trovava miglior partito di quello d'andare all'Istituto e di spender due ore nella stanzuccia del signor Bartolommeo, il vecchio bidello. Il signor Bartolommeo era anch'egli un po' brontolone come la signora Bettina, si lagnava del Governo, del Consiglio provinciale, del Municipio, del Preside, dei professori, del cancelliere, degli scolari. Ma sopratutto si lagnava della signora Elena, la moglie del Preside, ch'egli aveva visto nascere di povera gente e andar per le strade quasi quasi a raccattar carta, e che ora aveva messo boria e non si degnava nemmeno di salutarlo. Il professore Antonino non sapeva dar tutti i torti al buon Bartolommeo; anch'egli soffriva parte delle umiliazioni che toccavano al bidello, anch'egli aveva notato l'albagia della signora Elena che pareva fargli una grazia a ricambiar con un cenno del capo i suoi umilissimi inchini, ma d'altra parte si adoperava a gettar acqua nel fuoco, a raccomandare al signor Bartolommeo la calma, la pazienza; col ripetere l'antico adagio—Chi ha più giudizio lo adoperi... Anch'iose volessi badare a tutto... non solo qui a scuola... ma anche con quella benedetta donna di mia sorella... buonissima creatura del resto... ah insomma tutti abbiamo le nostre.E chiudeva la sua perorazione coll'offrire al signor Bartolommeo una presa di tabacco.Poi faceva i conti sui giorni che mancavano a riaprire la scuola. E pensava ai suoi colleghi, che non avevano mai l'abitudine di tornare dalla campagna fino a dieci o dodici giorni più tardi del necessario, e pensava a' suoi scolari, furfanti, ma buoni diavoli.Figuriamoci se nel giorno di cui parliamo egli non abbia mille cose che lo molestino. Quella mattina stessa, cedendo alle istanze della sorella, egli aveva consegnato al Preside la sua domanda pel collocamento a riposo, pregandolo che la facesse pervenire al Governo. Nè la pensione poteva essergli negata, perchè egli aveva tutti i titoli per ottenerla, s'intende nella misura fissata dalla legge, non già in quella pretesa dalla signora Bettina; onde questo era l'ultimo anno che egli esercitava le sue funzioni di professore, e la sorveglianza della quale oggi egli veniva pregato era uno degli ultimi incarichi del suo ufficio.Il Preside, esternando il suo rammarico per la risoluzione del professore Antonino, gli avevadetto con una gentilezza insolita:—Senza complimenti, professore, se egli non ha voglia di stare in classe tutt'oggi, incarico un altro. Lei ha lavorato pe' suoi giorni abbastanza.—Oh, cavaliere, le pare?... Anzi... se si tratta di servirla, di essere utile alla scuola... anche dopo... oh per me già ho sempre voluto un gran bene a quest'Istituto.—Lo so, lo so, professore.—Troppo buono, cavaliere... E se ho mancato... non fu per cattiva volontà.—Mancato?... Oh mi meraviglio, professore. Così fossero tutti.E il cavaliere Preside gli aveva stretto la mano.Il professore di calligrafia aveva il cuore gonfio dalla commozione.—Ho mal giudicato anche il Preside—egli diceva fra sè—degnissima persona... Ma! E mi tocca lasciar tutta questa gente che mi vuol bene!Con che fatica il nostro Antonino tratteneva le lagrime!E con queste disposizioni d'animo egli era sceso in classe, ove si raccoglievano i suoi persecutori ordinari, umili quel giorno e contriti per l'idea dell'esame, con queste disposizioni aveva inteso dal Preside dettare il tema dellaprova in iscritto, un tema così difficile, così difficile. Poveri ragazzi! O se avesse potuto far lui l'elaborato per tutti? Ma sì! Non ne capiva nemmeno il titolo. Gran disgrazia essere asini!Intanto quelle fronti giovanili si corrugavano, quegli occhi per solito così gai sì mettevano a guardare in alto, come chiedendo l'ispirazione alle ragnatele del soffitto, quelle labbra vermiglie ordinariamente disposte al sorriso si contraevano con uno sforzo penoso, e le mani avvezze a tante piccole furfanterie andavano ravvolgendosi nei capelli.A poco a poco, prima l'uno e poi l'altro, i ragazzi uscirono dallo stato contemplativo, tirarono fuori i libri che non dovevano avere, consultarono i quaderni che dovevano aver lasciati a casa, e finalmente si accinsero a scrivere. Di lì a una mezz'ora si udiva il suono uniforme delle penne di ferro che correvano sulla carta.—Sia ringraziato il cielo—disse fra sè il buon calligrafo come sollevato da un gran peso.—Sia ringraziato il cielo! Adesso hanno preso l'aire tutti quanti. Già, bisogna confessarlo, son bravi ragazzi.Al signor Antonino pareva che, se gli studenti cominciavano a scrivere, l'esito dell'esame fosse assicurato. Scrivessero poi bene o male, poco importava.Sentendosi un po' le gambe intorpidite egli scese dalla cattedra e si mise a passeggiar su e giù per la classe.Delle varie file di panche non ne erano occupate che due, cosa del resto naturalissima, inquantochè quella era l'aula destinata al secondo corso e gli esaminandi appartenevano all'ultimo, sempre meno numeroso.Il professore Antonino dopo aver passeggiato alcun tempo a capo basso e con le mani intrecciate dietro la schiena lungo la corsia che movendo dalla cattedra percorreva longitudinalmente la classe, si fermò prima davanti a una finestra, poi stette alcun poco in contemplazione delle mosche che gironzavano intorno ai vetri, poi cominciò a gettar l'occhio sulle panche vuote e a passar, quasi senz'accorgersene, da una panca all'altra contemplandovi i rabeschi e le iscrizioni che le adornavano.Le panche della scuola! Chi di noi non se ne rammenta? Chi su quei disadorni sedili non si è, alla fin dei conti, trovato meglio che nelle poltrone a molle ove sdraiammo più tardi la svigorita persona? Senza dubbio le nostre tribolazioni le abbiamo avute anche lì. Quando, interrogati dal professore, non abbiamo saputo rispondere verbo, ed egli, con un sorriso glaciale, ci accennò di sedere e intanto con voluttà crudeledisegnò una bella croce nella colonna delle classificazioni di fronte al nostro nome e cognome; o quando, colti in fallo nel meglio di qualche furfanteria, ci sentimmo dire dallo stesso signor professore—Benissimo, scriverò alla famiglia—oh allora il nostro povero corpicino ci stette pure a disagio sulle panche della scuola! E ci siamo messi a piangere, e ci siamo augurati la morte, e abbiamo fatto ridere i nostri condiscepoli da cui non potevamo restar divisi e che pure erano tanto crudeli. Ma erano bufere d'estate. Il più delle volte dopo essere andati a scuola a malincuore, vi ci trovavamo così bene. Se avevamo un professore simpatico, che possedesse una bella voce, un accento caloroso, noi lì tutt'orecchi a sentirlo, si credeva di esser sollevati insieme alla panca chi sa a quali altezze, e i nostri cuori battevano per un palpito nuovo. Era forse sete di gloria, era bisogno indistinto d'amore, chi lo sa? E dove mettiamo gli accurati lavori col temperino che abbiam fatto sulla nostra panca? La scultura in legno deve sicuramente essere stata inventata sulle panche della scuola. Là iniziali che si confondono, geroglifici che s'intrecciano, tentativi di profili impossibili, saggi d'ornato bizzarri, studi di storia naturale audacissimi, solchi che in parte seguono le venature del legno, in parte tengonouna direzione opposta e formano una linea tremula come corda di lira pizzicata, cavità profonde e paurose, come se lo studente avesse voluto fare un piccolo pozzo artesiano, un guazzabuglio insomma quale può uscire da cento testoline bizzarre e da cento mani l'una più inquieta dell'altra.Che se poi uno abbia avuto lunga dimestichezza con la scolaresca, come gli sarà facile animare, vivificare la scena! Ivi stettero a fianco ignari dell'avvenire i più disparati ingegni e i più diversi caratteri, il futuro commesso e il futuro ministro, quegli il cui nome si perderà nella folla e quegli che raccomanderà ai secoli la sua fama. E furono, qual più qual meno, amici tutti, alla peggio le inimicizie loro durarono poco; chi sa invece che saranno nel mondo? Forse non s'incontreranno mai più, forse s'incontreranno soltanto per osteggiarsi, forse uno finirà col calcare il piede sul collo dell'altro.Il signor Antonino non aveva mai brillato per una fantasia vivace, e anche nei più belli anni della sua giovinezza, egli poteva dire di non aver provato le schiette gioie dell'immaginazione.Ma adesso, fissando quelle panche, al cospetto di quegli intagli bizzarri, egli vedeva una quantità di figure disegnarglisi davanti, e moversi, e prendere atteggiamenti diversi, e cento voltidimenticati ripigliar forma e colore. Era la scolaresca di trent'anni confusa insieme.Ecco un nome. Chi era costui? Il professore Antonino chiudeva gli occhi un momento e poi lo vedeva tal quale lo aveva visto forse dieci o quindici anni prima. È un giovinetto bruno, dai capelli ricciuti, dagli occhi pieni di fuoco, alto, smilzo; sì, sì, è proprio lui. Anch'egli indisciplinato all'estremo. E ora dove è andato mai? Vicino a lui c'era... chi c'era? Vediamo di raccapezzarci... Ah sì!... Da una parte un ragazzino timido che pareva un bimbetto, che non fiatava mai, altro che, pur troppo, nell'ora della calligrafia. Non c'era quanto lui per imitare il miagolio del gatto. Adesso è impiegato alle ipoteche. A sinistra poi,... no, lo scolare di sinistra il professore Antonino non poteva farselo tornare a mente. Ma di dietro invece, nella panca successiva, era tutta una fila di ragazzi che gli pareva aver davanti gli occhi. Che panca terribile era quella! Che demonî! Bisogna però eccettuarne uno il quale sedeva nell'angolo vicino alla parete. C'erano ancora le sue iniziali A. E. Sicuro, si chiamava Angelo Emanuelli, poverino! Era pallido, tossicoloso; d'inverno aveva sempre freddo, d'estate pativa il caldo in modo straordinario. I suoi condiscepoli lo chiamavanoagnelloe gli amministravano una dose straordinaria discappellotti. Egli non si lagnava, non serbava rancore ad alcuno, e diligente com'era faceva le lezioni di tutti. Povero figliuolo! È morto. Il signor Antonino si ricordava che alcuni anni addietro, nelle vacanze d'autunno, l'Emanuelli era venuto a fargli visita insieme a sua madre, una donna abbrunata, dalla cera pallida e dall'aria stanca come suo figlio.Una visita in casa del signor Antonino era un avvenimento.Il professore Antonino era solo; sua sorella, grazie a Dio, si trovava in campagna. Egli corse ad aprire la porta e disse confuso—Caro Angelo... stimatissima signora... prego, si accomodino...—Poi, senza nemmeno terminare la frase, volò nella sua camera da letto, e indossato un abito un po' più pulito, si ripresentò rosso come una fanciulla a cui si parli la prima volta d'amore.—Che onori!... In che cosa posso?... Mi dispiace che trovano tutto in disordine... Non c'è mia sorella... (Ci mancherebbe altro che ella ci fosse—egli soggiunse in cuor suo).—Per carità, professore, non si dia pena per noi—disse la signora.—Lei è così buono, che siamo venuti a chiederle un favore... Angelo fu malato alcuni giorni... Ora sta meglio, ma non si è ancora liberato dalla tosse...E Angelo, come per dar ragione a sua madre, tossì un paio di volte.—Ecco, capisco che la scuola è fatica soverchia per lui—continuò la signora con un tremito nella voce.—Non voglio sforzarlo... Siamo stati tanto disgraziati. Veda, vesto ancora il bruno per una figliuola... E prima di lei ne ho perduti altri due... e mio marito anche lui... sempre dello stesso male... Ma questo qui bisogna che mi resti—continuò la madre asciugandosi le lagrime e cingendo con un braccio il collo del suo Angelo come se volesse difenderlo.—Si calmi, signora, si calmi—rispose il buon professore—posso offrirle un bicchier d'acqua? Ha ragione, ha ragione, non lo mandi più a scuola. Poveri ragazzi! Li ammazzano con questi nuovi sistemi.—Ecco ciò che volevo chiederle—ripigliò la signora poichè si fu ricomposta alquanto—scusi sa, perchè in mezzo a tanti dispiaceri ho quasi perduta la testa... Il mio figliuolo potrebbe andare intanto due ore al giorno nel banco d'un amico di mio marito buon'anima... Due ore sole per adesso... fin che Angelo sia divenuto più forte... gli darebbero quindici lire al mese... pochine, ma tanto per cominciare... Senonchè, c'è un guaio; vorrebbero che il ragazzo sapesse scrivere inrotondo, e Angelo dice che non sa, che non lo ha studiato... Pretesti, forse.—No, no—si affrettò a interrompere il professore Antonino—ilrotondonon l'ho insegnato nella sua classe.—Ebbene allora vorrei ch'Ella avesse la bontà di dargliene qualche lezione, così per metterlo sulla strada. Il resto lo farà egli da sè...—Ma sì, ma sì—sclamò il Bottaro, beato di fare un piacere.—Noi compenseremo secondo le nostre forze...—Nemmen per idea... non voglio neanche sentirne a discorrere... No, signora Emanuelli, se parla di compensi si rivolga ad altri... Angelo verrà da me per una, per due settimane, anche tutte le mattine se può, e vedrà che belrotondoegli imparerà a scrivere in cinque o sei lezioni... Siamo intesi, non è vero?La signora Emanuelli stette alquanto perplessa, tornò a tirar fuori la questione del compenso, ma finì col cedere all'insistenza del professore e disse commossa:—Giacchè il professore è tanto gentile non so come rispondere con un rifiuto. Angelo, che dici al professore?—Grazie—bisbigliò il ragazzo.—Nulla, nulla, caro—replicò il signor Antonino—Vuoi cominciar domattina?Angelo guardò sua madre, poi disse:—Sì, professore.—Allora siamo intesi.E il signor Antonino accompagnò fino giù delle scale il suo scolaro e la madre di lui che si profondeva in ringraziamenti.Angelo Emanuelli prese otto lezioni, poi entrò nel suo nuovo officio, poi venne a fare una visita al professore, poi non lo si vide più.Il presentimento della povera madre si era avverato. Il ragazzo era morto della malattia dei suoi fratelli e del suo babbo, era morto a sedici anni.E il professore Antonino lo aveva dimenticato, quando le due iniziali scolpite sulla panca lo richiamarono alla sua memoria. Egli rivide ancora quella fisonomia languida, sparuta, egli intese ancora sonarsi all'orecchio quella tosse secca, insistente, e la voce di quella povera madre, adesso morta anche lei, che diceva—Ma questo qui bisogna che mi resti.••••••••••••••••Chi sa fino a quando il professore Antonino sarebbe rimasto immerso in siffatti pensieri, se uno scolaro non gli avesse picchiato leggermente sulla spalla!—Che c'è?—proruppe il Bottaro in tuono meno rimesso del consueto.—Signor professore, le consegno il mio elaborato—rispose il ragazzo guardandolo in aria di mezza canzonatura.—Oh!... Ha ragione... hai ragione, caro... Dunque hai finito? Va, va, che andrà tutto benissimo.Al primo studente ne successe un secondo, al secondo un terzo, al terzo un quarto e così via via fino all'ultimo.—Ma bravi, ragazzi, come avete fatto presto quest'oggi!Il signor Antonino non s'era accorto del tempo ch'era passato mentr'egli stava fantasticando, e non aveva avvertito affatto un'altra cosa, quella cioè che i giovanetti, non disturbati punto dalla sua sorveglianza, s'erano a loro agio consultati, copiati, corretti a vicenda, onde i varii còmpiti si somigliavano fra loro come tanti gemelli.••••••••••••••••Uscito l'ultimo studente, il professore Bottaro, col piego degli elaborati sotto il braccio, salì la scala che conduceva in Direzione e consegnò nelle mani del Preside il suo prezioso deposito.—Grazie, professore—disse questi con amabilità—grazie. La pregherò poi d'intervenire alla conferenza per le classificazioni... Ma che cos'ha che mi pare turbato?—Scusi, cavaliere—balbettò il calligrafo—non so nemmen io che cos'abbia... Ha già inoltrato la mia istanza?—No—rispose il Preside togliendo da unmucchio di carte il documento che gli era stato consegnato nella mattina dal professore—No, è ancora qui.—Potrebbe darmela un momento?—Eccola.—Se me la lasciasse fino a domani—continuò timidamente il nostro Antonino.—Vorrei pensarci su.—Davvero?—disse il Preside, componendo le labbra ad un sorriso un tantino ironico.—E posto il caso ch'io sospendessi la domanda della pensione fino all'anno venturo, ne avrebbe dispiacere?—Oh si figuri—rispose coi denti alquanto stretti l'interrogato.—È dal suo punto di vista... Mi pare che, poichè la legge le dà il diritto al riposo... Ah se fossi nel caso suo!—sospirò il Preside, guardando macchinalmente il calendario ch'era sul tavolino, come se potesse leggere colà gli anni che gli mancavano a terminare il suo servizio.—Ah, per lei è un'altra cosa—ripigliò il professore di calligrafia, che a poco a poco trovava il coraggio e quasi l'eloquenza.—Lei è una brava persona, e quando avesse il riposo, si consacrerebbe a' suoi studi, starebbe in mezzo a' suoi manoscritti, alle sue biblioteche...Il Preside, scrollò le spalle quasi a significare—Povero grullo! come t'inganni!—Ma io—seguì a dire il nostro Antonino senza badare ai gesti del suo interlocutore—io che devo fare? Occuparmi in esercizi di calligrafia per mio conto?—Potrebbe ad ogni modo dar qualche lezione privata...—E allora è meglio che rimanga qui. Tanto e tanto mi tocca lavorar lo stesso, e qui almeno ho preso affezione all'ufficio.—Perchè—incalzò il Preside—mi pare che questi benedetti ragazzi non si contengano con lei come dovrebbero.—Si esagera, sa—ripigliò un po' confuso il signor Antonino—- fanno qualche volta del chiasso, ma è piuttosto colpa mia che di loro. Del resto, vede, nella calligrafia non occorre tutto quel raccoglimento che è necessario nelle altre materie... Ma, in ogni maniera, quest'anno non c'è stato male. E mi pare ormai che ogni anno andrebbe meglio.Il Preside non potè a meno di sorridere. Indi soggiunse a modo di conclusione:—Che vuol che le dica? Ci pensi.Il professore Antonino ci ha pensato. Egli deliberò di rimettere la sua dimissione all'annosuccessivo. Scorso il termine fu di nuovo in grandi incertezze, e poi decise di aspettare.Così egli insegna ancora calligrafia nell'Istituto di ***. Gli studenti continuano a prendersi con lui le solite libertà; i colleghi non lo tengono in nessun conto; la signora Bettina lo strapazza senza misericordia, perchè non lascia la scuola e la scolaresca; anche il bidello, suo abituale confidente, lo consiglia a mettersi in quiete, ma il signor Antonino è ormai convinto, che il giorno in cui egli abbandonerà definitivamente il suo ufficio, si potrà preparargli la necrologia.

In un istituto scolastico di una città del mondo gli studenti dell'ultimo corso erano occupati nella prova scritta dell'esame di letteratura. La cosidettasorveglianzaera affidata al signor Antonino Bottaro, vecchio professore di calligrafia, che stava per abbandonare la scuola ed andare in pensione. Sorveglianza alla prova scritta vuol dir questo. Un professore, che non è quello della materia su cui si fa l'esame, rimane nella stanza, ove gli esaminandi lavorano, e invigila affinchè essi non si copino i temi a vicenda, non consultino libri, non si passino carte, ecc. ecc. Naturalmente, finchè non si adotti per l'esame il sistema cellulare, tutta questa roba si fa lo stesso in barba al signor professore. Figuriamoci che cosa avviene, quando il sorvegliante è il professore Bottaro, vittimadella scolaresca a due titoli; primo, perchè è il professore di calligrafia, secondo, perchè è un pan di zucchero. Nei trent'anni dacchè egli insegnava le leggi della scrittura posata, corsiva, rotonda e gotica con ispeciali applicazioni alla burocrazia ed al commercio, gliene erano toccate d'ogni maniera. Non passava giorno senza che un monello di scolare gli appiccicasse un codino di carta al bavero del vestito, o segnasse col gesso la sua caricatura sulla tavola nera. Una volta gli si erano messe due ova in cappello tanto da far nascere una frittata al suo coprirsi nell'uscir dalla scuola; un altro giorno si era spalmato di pece il cuscino della poltrona, ov'egli andava a sedersi per correggere gli elaborati. Non parliamo dei suoni infinitamente varii che rallegravano la sua lezione. Mentr'egli si chinava sul quaderno d'uno studente, dall'estremo opposto della panca sorgeva come un miagolio di gatta in amore; egli volgeva lo sguardo da quella parte, ed ecco venir dal fondo come un tubar di colomba o come un trillo acuto di gallo mattiniero:Chichirichì. Il professore rosso come un gambero correva allora verso la cattedra gridando:Or ora faccio una nota a tutti—ed ecco un silenzio sepolcrale seguito da un rumore che simulava il vento e che cominciava lieve lieve per diventar poi gagliardoe impetuoso e perdersi via via in un gemito impercettibile, come la marcia turca di Beethoven.

Il signor Antoninofaceva la nota a tutti, ma prima del termine della lezione la scancellava dopo essersi fatto promettere dai ragazzi che la lezione successiva sarebbero stati buoni come agnellini.

Nè da' suoi colleghi il signor Antonino riceveva segni di particolare deferenza. Sgarbi non gliene facevano sicuramente, ma in fin dei conti, al professor di calligrafia chi ci bada? Nelle conferenze, il Preside, il professore di matematica, il professore di belle lettere, il professore di fisica discorrevano tutti con grande prosopopea; anche il cancelliere voleva dire la sua opinione, ma il professore Antonino o poteva egli avere un'opinione? E quando si trattava di dar le classificazioni finali, se il signor Antonino si lagnava di qualche studente (ed era assai raro che se ne lagnasse) se diceva che il tale non aveva mai scritto una riga durante l'anno, gli altri scrollavano le spalle con impazienza, come a dire: seccatore! smetta! Terminato l'anno scolastico molti professori ricevevano visite dagli alunni, complimenti dai genitori, elogi dai preposti all'Istituto; e ora a questo, ora a quello pioveva dall'alto una croce, ma quanto a lui, al calligrafo, chi lo prendeva sul serio? Non eraforse celebre la sua soprascritta a una lettera, che cominciava:All' pregiatissimo? Appena due o tre giovinetti di cuor più tenero degli altri, rammentandosi del grave travaglio che gli avevan dato durante l'anno, gli movevano incontro con viso tra compunto e faceto e dicevano:—Scusi, sa, signor professore, se non fummo sempre tranquilli come avremmo dovuto essere. Egli s'inteneriva subito e diceva:—Ohibò... ohibò!... Loro... voi altri siete stati buoni..., lo so io quelli che erano i cattivi soggetti... basta... basta... adesso si va in vacanza... a far provvista di giudizio, non è vero... eh?

E dava loro un pizzicotto alla guancia.

L'anno nuovo poi ricominciava la medesima storia.

Eppure, malgrado tutto, il professore Antonino non sapeva viver lontano dalla sua scuola. Le vacanze erano per lui una penitenza. Tutta la sua famiglia si riduceva a una sorella nubile più vecchia di lui, sorda e bisbetica, che lo tormentava senza posa affinchè egli domandasse la sua pensione.—Ma—soggiungeva la signora Bettina, che non era un'aquila—ma devi volere la pensione intiera secondo il sistema vecchio, non la pensione di cinque sesti come dànno adesso. Tu sei entrato col sistema vecchio e hai diritto di esser trattato con quello. Capisci, babbuino?

Che sua sorella gli desse del babbuino non era alla fin dei conti una cosa che facesse un gran senso al povero professore; tanto e tanto un po' babbuino egli sentiva di essere. Quello che non sapeva perdonare alla rispettabile donzella si era ch'ella tirasse giù a campane doppie contro la scolaresca. E questo livore non era nemmeno cagionato dagli sgarbi che usavano a suo fratello, ma perchè un giorno, essendo passata vicino al portone della scuola in un momento che gli studenti ne uscivano, laragazzaglia, com'ella la chiamava, s'era messa a gridare dietro a squarciagola:bella! bella! bella!

La signora Bettina non aveva mai perdonato alla scolaresca questo affronto, nè a suo fratello l'indifferenza con la quale egli ne aveva accolto l'annunzio. Ella che avrebbe voluto un'espulsione in massa! Ella che sarebbe andata in persona dal Preside, se non fosse stata la paura di scontrarsi nuovamente con quei cattivi soggetti!

—Già—brontolava la bisbetica donna—quando si ha la disgrazia di non aver uomini in casa mapecore(ho detto pecore) non si può nemmeno arrischiarsi di uscire. C'è da far le maraviglie davvero se sono rimasta zitella? Chi viene da te? Ove mi conduci? Almeno se tu lascierai quella maledetta scuola, beninteso conla tua pensione intiera, potrai pensare un poco a tua sorella...

Il professore Antonino ci pativa a sentir questi discorsi, e l'idea di condurre a passeggio sua sorella gli metteva i brividi addosso. Egli non era elegante. Il suo cilindro con un dito di unto, il suo soprabito spelato rispondevano appieno alla sua posizione sociale di pubblico insegnante, ma in fin dei conti egli non aveva un cappello cremisi con piume verdi, nè due ricciolini neri fatti a forma di punto interrogativo ornavano le sue tempie. Dimodochè, anche nelle vacanze, egli trovava mille occupazioni immaginarie per esimersi quanto più spesso gli fosse possibile dall'ufficio di cavaliere servente dimadamigellaBettina. Piuttosto, dando fondo a tutti i suoi risparmi, egli si rassegnava a mandarla a sue spese dal 15 settembre al 15 ottobre d'ogni anno presso una famiglia di conoscenti che villeggiava a breve distanza dalla città. Ella ci andava un po' a malincuore, quasi facendo un atto di degnazione, perchè si trattava di gente inferiore a lei per educazione; figuratevi, eran le nipoti di un salumaio arricchito; a ogni modo ci andava in vista dell'aria che serviva a calmare i suoi nervi. Poveretta! Era stata sempre così sensitiva.

Intanto il professore passava la giornata adesiderare la riapertura della scuola. Quando aveva dato da mangiare al canarino, quando aveva temperato la penna d'oca con cui teneva dietro assiduamente a tutti i progressi della scrittura gotica e rotonda (pelcorsivoaveva accettato la penna di ferro), egli non trovava miglior partito di quello d'andare all'Istituto e di spender due ore nella stanzuccia del signor Bartolommeo, il vecchio bidello. Il signor Bartolommeo era anch'egli un po' brontolone come la signora Bettina, si lagnava del Governo, del Consiglio provinciale, del Municipio, del Preside, dei professori, del cancelliere, degli scolari. Ma sopratutto si lagnava della signora Elena, la moglie del Preside, ch'egli aveva visto nascere di povera gente e andar per le strade quasi quasi a raccattar carta, e che ora aveva messo boria e non si degnava nemmeno di salutarlo. Il professore Antonino non sapeva dar tutti i torti al buon Bartolommeo; anch'egli soffriva parte delle umiliazioni che toccavano al bidello, anch'egli aveva notato l'albagia della signora Elena che pareva fargli una grazia a ricambiar con un cenno del capo i suoi umilissimi inchini, ma d'altra parte si adoperava a gettar acqua nel fuoco, a raccomandare al signor Bartolommeo la calma, la pazienza; col ripetere l'antico adagio—Chi ha più giudizio lo adoperi... Anch'iose volessi badare a tutto... non solo qui a scuola... ma anche con quella benedetta donna di mia sorella... buonissima creatura del resto... ah insomma tutti abbiamo le nostre.

E chiudeva la sua perorazione coll'offrire al signor Bartolommeo una presa di tabacco.

Poi faceva i conti sui giorni che mancavano a riaprire la scuola. E pensava ai suoi colleghi, che non avevano mai l'abitudine di tornare dalla campagna fino a dieci o dodici giorni più tardi del necessario, e pensava a' suoi scolari, furfanti, ma buoni diavoli.

Figuriamoci se nel giorno di cui parliamo egli non abbia mille cose che lo molestino. Quella mattina stessa, cedendo alle istanze della sorella, egli aveva consegnato al Preside la sua domanda pel collocamento a riposo, pregandolo che la facesse pervenire al Governo. Nè la pensione poteva essergli negata, perchè egli aveva tutti i titoli per ottenerla, s'intende nella misura fissata dalla legge, non già in quella pretesa dalla signora Bettina; onde questo era l'ultimo anno che egli esercitava le sue funzioni di professore, e la sorveglianza della quale oggi egli veniva pregato era uno degli ultimi incarichi del suo ufficio.

Il Preside, esternando il suo rammarico per la risoluzione del professore Antonino, gli avevadetto con una gentilezza insolita:—Senza complimenti, professore, se egli non ha voglia di stare in classe tutt'oggi, incarico un altro. Lei ha lavorato pe' suoi giorni abbastanza.

—Oh, cavaliere, le pare?... Anzi... se si tratta di servirla, di essere utile alla scuola... anche dopo... oh per me già ho sempre voluto un gran bene a quest'Istituto.

—Lo so, lo so, professore.

—Troppo buono, cavaliere... E se ho mancato... non fu per cattiva volontà.

—Mancato?... Oh mi meraviglio, professore. Così fossero tutti.

E il cavaliere Preside gli aveva stretto la mano.

Il professore di calligrafia aveva il cuore gonfio dalla commozione.

—Ho mal giudicato anche il Preside—egli diceva fra sè—degnissima persona... Ma! E mi tocca lasciar tutta questa gente che mi vuol bene!

Con che fatica il nostro Antonino tratteneva le lagrime!

E con queste disposizioni d'animo egli era sceso in classe, ove si raccoglievano i suoi persecutori ordinari, umili quel giorno e contriti per l'idea dell'esame, con queste disposizioni aveva inteso dal Preside dettare il tema dellaprova in iscritto, un tema così difficile, così difficile. Poveri ragazzi! O se avesse potuto far lui l'elaborato per tutti? Ma sì! Non ne capiva nemmeno il titolo. Gran disgrazia essere asini!

Intanto quelle fronti giovanili si corrugavano, quegli occhi per solito così gai sì mettevano a guardare in alto, come chiedendo l'ispirazione alle ragnatele del soffitto, quelle labbra vermiglie ordinariamente disposte al sorriso si contraevano con uno sforzo penoso, e le mani avvezze a tante piccole furfanterie andavano ravvolgendosi nei capelli.

A poco a poco, prima l'uno e poi l'altro, i ragazzi uscirono dallo stato contemplativo, tirarono fuori i libri che non dovevano avere, consultarono i quaderni che dovevano aver lasciati a casa, e finalmente si accinsero a scrivere. Di lì a una mezz'ora si udiva il suono uniforme delle penne di ferro che correvano sulla carta.

—Sia ringraziato il cielo—disse fra sè il buon calligrafo come sollevato da un gran peso.—Sia ringraziato il cielo! Adesso hanno preso l'aire tutti quanti. Già, bisogna confessarlo, son bravi ragazzi.

Al signor Antonino pareva che, se gli studenti cominciavano a scrivere, l'esito dell'esame fosse assicurato. Scrivessero poi bene o male, poco importava.

Sentendosi un po' le gambe intorpidite egli scese dalla cattedra e si mise a passeggiar su e giù per la classe.

Delle varie file di panche non ne erano occupate che due, cosa del resto naturalissima, inquantochè quella era l'aula destinata al secondo corso e gli esaminandi appartenevano all'ultimo, sempre meno numeroso.

Il professore Antonino dopo aver passeggiato alcun tempo a capo basso e con le mani intrecciate dietro la schiena lungo la corsia che movendo dalla cattedra percorreva longitudinalmente la classe, si fermò prima davanti a una finestra, poi stette alcun poco in contemplazione delle mosche che gironzavano intorno ai vetri, poi cominciò a gettar l'occhio sulle panche vuote e a passar, quasi senz'accorgersene, da una panca all'altra contemplandovi i rabeschi e le iscrizioni che le adornavano.

Le panche della scuola! Chi di noi non se ne rammenta? Chi su quei disadorni sedili non si è, alla fin dei conti, trovato meglio che nelle poltrone a molle ove sdraiammo più tardi la svigorita persona? Senza dubbio le nostre tribolazioni le abbiamo avute anche lì. Quando, interrogati dal professore, non abbiamo saputo rispondere verbo, ed egli, con un sorriso glaciale, ci accennò di sedere e intanto con voluttà crudeledisegnò una bella croce nella colonna delle classificazioni di fronte al nostro nome e cognome; o quando, colti in fallo nel meglio di qualche furfanteria, ci sentimmo dire dallo stesso signor professore—Benissimo, scriverò alla famiglia—oh allora il nostro povero corpicino ci stette pure a disagio sulle panche della scuola! E ci siamo messi a piangere, e ci siamo augurati la morte, e abbiamo fatto ridere i nostri condiscepoli da cui non potevamo restar divisi e che pure erano tanto crudeli. Ma erano bufere d'estate. Il più delle volte dopo essere andati a scuola a malincuore, vi ci trovavamo così bene. Se avevamo un professore simpatico, che possedesse una bella voce, un accento caloroso, noi lì tutt'orecchi a sentirlo, si credeva di esser sollevati insieme alla panca chi sa a quali altezze, e i nostri cuori battevano per un palpito nuovo. Era forse sete di gloria, era bisogno indistinto d'amore, chi lo sa? E dove mettiamo gli accurati lavori col temperino che abbiam fatto sulla nostra panca? La scultura in legno deve sicuramente essere stata inventata sulle panche della scuola. Là iniziali che si confondono, geroglifici che s'intrecciano, tentativi di profili impossibili, saggi d'ornato bizzarri, studi di storia naturale audacissimi, solchi che in parte seguono le venature del legno, in parte tengonouna direzione opposta e formano una linea tremula come corda di lira pizzicata, cavità profonde e paurose, come se lo studente avesse voluto fare un piccolo pozzo artesiano, un guazzabuglio insomma quale può uscire da cento testoline bizzarre e da cento mani l'una più inquieta dell'altra.

Che se poi uno abbia avuto lunga dimestichezza con la scolaresca, come gli sarà facile animare, vivificare la scena! Ivi stettero a fianco ignari dell'avvenire i più disparati ingegni e i più diversi caratteri, il futuro commesso e il futuro ministro, quegli il cui nome si perderà nella folla e quegli che raccomanderà ai secoli la sua fama. E furono, qual più qual meno, amici tutti, alla peggio le inimicizie loro durarono poco; chi sa invece che saranno nel mondo? Forse non s'incontreranno mai più, forse s'incontreranno soltanto per osteggiarsi, forse uno finirà col calcare il piede sul collo dell'altro.

Il signor Antonino non aveva mai brillato per una fantasia vivace, e anche nei più belli anni della sua giovinezza, egli poteva dire di non aver provato le schiette gioie dell'immaginazione.

Ma adesso, fissando quelle panche, al cospetto di quegli intagli bizzarri, egli vedeva una quantità di figure disegnarglisi davanti, e moversi, e prendere atteggiamenti diversi, e cento voltidimenticati ripigliar forma e colore. Era la scolaresca di trent'anni confusa insieme.

Ecco un nome. Chi era costui? Il professore Antonino chiudeva gli occhi un momento e poi lo vedeva tal quale lo aveva visto forse dieci o quindici anni prima. È un giovinetto bruno, dai capelli ricciuti, dagli occhi pieni di fuoco, alto, smilzo; sì, sì, è proprio lui. Anch'egli indisciplinato all'estremo. E ora dove è andato mai? Vicino a lui c'era... chi c'era? Vediamo di raccapezzarci... Ah sì!... Da una parte un ragazzino timido che pareva un bimbetto, che non fiatava mai, altro che, pur troppo, nell'ora della calligrafia. Non c'era quanto lui per imitare il miagolio del gatto. Adesso è impiegato alle ipoteche. A sinistra poi,... no, lo scolare di sinistra il professore Antonino non poteva farselo tornare a mente. Ma di dietro invece, nella panca successiva, era tutta una fila di ragazzi che gli pareva aver davanti gli occhi. Che panca terribile era quella! Che demonî! Bisogna però eccettuarne uno il quale sedeva nell'angolo vicino alla parete. C'erano ancora le sue iniziali A. E. Sicuro, si chiamava Angelo Emanuelli, poverino! Era pallido, tossicoloso; d'inverno aveva sempre freddo, d'estate pativa il caldo in modo straordinario. I suoi condiscepoli lo chiamavanoagnelloe gli amministravano una dose straordinaria discappellotti. Egli non si lagnava, non serbava rancore ad alcuno, e diligente com'era faceva le lezioni di tutti. Povero figliuolo! È morto. Il signor Antonino si ricordava che alcuni anni addietro, nelle vacanze d'autunno, l'Emanuelli era venuto a fargli visita insieme a sua madre, una donna abbrunata, dalla cera pallida e dall'aria stanca come suo figlio.

Una visita in casa del signor Antonino era un avvenimento.

Il professore Antonino era solo; sua sorella, grazie a Dio, si trovava in campagna. Egli corse ad aprire la porta e disse confuso—Caro Angelo... stimatissima signora... prego, si accomodino...—Poi, senza nemmeno terminare la frase, volò nella sua camera da letto, e indossato un abito un po' più pulito, si ripresentò rosso come una fanciulla a cui si parli la prima volta d'amore.

—Che onori!... In che cosa posso?... Mi dispiace che trovano tutto in disordine... Non c'è mia sorella... (Ci mancherebbe altro che ella ci fosse—egli soggiunse in cuor suo).

—Per carità, professore, non si dia pena per noi—disse la signora.—Lei è così buono, che siamo venuti a chiederle un favore... Angelo fu malato alcuni giorni... Ora sta meglio, ma non si è ancora liberato dalla tosse...

E Angelo, come per dar ragione a sua madre, tossì un paio di volte.

—Ecco, capisco che la scuola è fatica soverchia per lui—continuò la signora con un tremito nella voce.—Non voglio sforzarlo... Siamo stati tanto disgraziati. Veda, vesto ancora il bruno per una figliuola... E prima di lei ne ho perduti altri due... e mio marito anche lui... sempre dello stesso male... Ma questo qui bisogna che mi resti—continuò la madre asciugandosi le lagrime e cingendo con un braccio il collo del suo Angelo come se volesse difenderlo.

—Si calmi, signora, si calmi—rispose il buon professore—posso offrirle un bicchier d'acqua? Ha ragione, ha ragione, non lo mandi più a scuola. Poveri ragazzi! Li ammazzano con questi nuovi sistemi.

—Ecco ciò che volevo chiederle—ripigliò la signora poichè si fu ricomposta alquanto—scusi sa, perchè in mezzo a tanti dispiaceri ho quasi perduta la testa... Il mio figliuolo potrebbe andare intanto due ore al giorno nel banco d'un amico di mio marito buon'anima... Due ore sole per adesso... fin che Angelo sia divenuto più forte... gli darebbero quindici lire al mese... pochine, ma tanto per cominciare... Senonchè, c'è un guaio; vorrebbero che il ragazzo sapesse scrivere inrotondo, e Angelo dice che non sa, che non lo ha studiato... Pretesti, forse.

—No, no—si affrettò a interrompere il professore Antonino—ilrotondonon l'ho insegnato nella sua classe.

—Ebbene allora vorrei ch'Ella avesse la bontà di dargliene qualche lezione, così per metterlo sulla strada. Il resto lo farà egli da sè...

—Ma sì, ma sì—sclamò il Bottaro, beato di fare un piacere.

—Noi compenseremo secondo le nostre forze...

—Nemmen per idea... non voglio neanche sentirne a discorrere... No, signora Emanuelli, se parla di compensi si rivolga ad altri... Angelo verrà da me per una, per due settimane, anche tutte le mattine se può, e vedrà che belrotondoegli imparerà a scrivere in cinque o sei lezioni... Siamo intesi, non è vero?

La signora Emanuelli stette alquanto perplessa, tornò a tirar fuori la questione del compenso, ma finì col cedere all'insistenza del professore e disse commossa:—Giacchè il professore è tanto gentile non so come rispondere con un rifiuto. Angelo, che dici al professore?

—Grazie—bisbigliò il ragazzo.

—Nulla, nulla, caro—replicò il signor Antonino—Vuoi cominciar domattina?

Angelo guardò sua madre, poi disse:—Sì, professore.

—Allora siamo intesi.

E il signor Antonino accompagnò fino giù delle scale il suo scolaro e la madre di lui che si profondeva in ringraziamenti.

Angelo Emanuelli prese otto lezioni, poi entrò nel suo nuovo officio, poi venne a fare una visita al professore, poi non lo si vide più.

Il presentimento della povera madre si era avverato. Il ragazzo era morto della malattia dei suoi fratelli e del suo babbo, era morto a sedici anni.

E il professore Antonino lo aveva dimenticato, quando le due iniziali scolpite sulla panca lo richiamarono alla sua memoria. Egli rivide ancora quella fisonomia languida, sparuta, egli intese ancora sonarsi all'orecchio quella tosse secca, insistente, e la voce di quella povera madre, adesso morta anche lei, che diceva—Ma questo qui bisogna che mi resti.

Chi sa fino a quando il professore Antonino sarebbe rimasto immerso in siffatti pensieri, se uno scolaro non gli avesse picchiato leggermente sulla spalla!

—Che c'è?—proruppe il Bottaro in tuono meno rimesso del consueto.

—Signor professore, le consegno il mio elaborato—rispose il ragazzo guardandolo in aria di mezza canzonatura.

—Oh!... Ha ragione... hai ragione, caro... Dunque hai finito? Va, va, che andrà tutto benissimo.

Al primo studente ne successe un secondo, al secondo un terzo, al terzo un quarto e così via via fino all'ultimo.

—Ma bravi, ragazzi, come avete fatto presto quest'oggi!

Il signor Antonino non s'era accorto del tempo ch'era passato mentr'egli stava fantasticando, e non aveva avvertito affatto un'altra cosa, quella cioè che i giovanetti, non disturbati punto dalla sua sorveglianza, s'erano a loro agio consultati, copiati, corretti a vicenda, onde i varii còmpiti si somigliavano fra loro come tanti gemelli.

Uscito l'ultimo studente, il professore Bottaro, col piego degli elaborati sotto il braccio, salì la scala che conduceva in Direzione e consegnò nelle mani del Preside il suo prezioso deposito.

—Grazie, professore—disse questi con amabilità—grazie. La pregherò poi d'intervenire alla conferenza per le classificazioni... Ma che cos'ha che mi pare turbato?

—Scusi, cavaliere—balbettò il calligrafo—non so nemmen io che cos'abbia... Ha già inoltrato la mia istanza?

—No—rispose il Preside togliendo da unmucchio di carte il documento che gli era stato consegnato nella mattina dal professore—No, è ancora qui.

—Potrebbe darmela un momento?

—Eccola.

—Se me la lasciasse fino a domani—continuò timidamente il nostro Antonino.—Vorrei pensarci su.

—Davvero?—disse il Preside, componendo le labbra ad un sorriso un tantino ironico.

—E posto il caso ch'io sospendessi la domanda della pensione fino all'anno venturo, ne avrebbe dispiacere?

—Oh si figuri—rispose coi denti alquanto stretti l'interrogato.—È dal suo punto di vista... Mi pare che, poichè la legge le dà il diritto al riposo... Ah se fossi nel caso suo!—sospirò il Preside, guardando macchinalmente il calendario ch'era sul tavolino, come se potesse leggere colà gli anni che gli mancavano a terminare il suo servizio.

—Ah, per lei è un'altra cosa—ripigliò il professore di calligrafia, che a poco a poco trovava il coraggio e quasi l'eloquenza.—Lei è una brava persona, e quando avesse il riposo, si consacrerebbe a' suoi studi, starebbe in mezzo a' suoi manoscritti, alle sue biblioteche...

Il Preside, scrollò le spalle quasi a significare—Povero grullo! come t'inganni!

—Ma io—seguì a dire il nostro Antonino senza badare ai gesti del suo interlocutore—io che devo fare? Occuparmi in esercizi di calligrafia per mio conto?

—Potrebbe ad ogni modo dar qualche lezione privata...

—E allora è meglio che rimanga qui. Tanto e tanto mi tocca lavorar lo stesso, e qui almeno ho preso affezione all'ufficio.

—Perchè—incalzò il Preside—mi pare che questi benedetti ragazzi non si contengano con lei come dovrebbero.

—Si esagera, sa—ripigliò un po' confuso il signor Antonino—- fanno qualche volta del chiasso, ma è piuttosto colpa mia che di loro. Del resto, vede, nella calligrafia non occorre tutto quel raccoglimento che è necessario nelle altre materie... Ma, in ogni maniera, quest'anno non c'è stato male. E mi pare ormai che ogni anno andrebbe meglio.

Il Preside non potè a meno di sorridere. Indi soggiunse a modo di conclusione:—Che vuol che le dica? Ci pensi.

Il professore Antonino ci ha pensato. Egli deliberò di rimettere la sua dimissione all'annosuccessivo. Scorso il termine fu di nuovo in grandi incertezze, e poi decise di aspettare.

Così egli insegna ancora calligrafia nell'Istituto di ***. Gli studenti continuano a prendersi con lui le solite libertà; i colleghi non lo tengono in nessun conto; la signora Bettina lo strapazza senza misericordia, perchè non lascia la scuola e la scolaresca; anche il bidello, suo abituale confidente, lo consiglia a mettersi in quiete, ma il signor Antonino è ormai convinto, che il giorno in cui egli abbandonerà definitivamente il suo ufficio, si potrà preparargli la necrologia.

L'OROLOGIO FERMONon vedevo Federico Vivaldi da più di quindici anni.Eravamo stati a scuola insieme; poi come il solito, ciascuno era andato per la sua strada e ci si era perduti d'occhio. Nel 1866 avevo letto il suo nome tra i feriti della fazione di Monte Suello; più tardi seppi ch'egli esercitava l'avvocatura nella sua città natale, una piccola città di provincia. Pareva che non s'ingerisse nelle lotte politiche, poichè non m'era accaduto di sentirlo mai menzionare tra i candidati al Parlamento, o tra i consiglieri provinciali, tra i pubblicisti, o tra gli oratori deimeetings. Chi sa? Forse, non era nemmeno cavaliere. Come le apparenze ingannano! A scuola gli si sarebbe presagito un luminosoavvenire. Imparava ogni cosa prestissimo, scriveva con buon gusto, parlava con facilità, e teneva, se non il primo, uno dei primi posti.Un affare mi conduceva adesso nella città e nella casa di Federico.Lo trovai alquanto mutato, ma non era da meravigliarsene; in quindici anni ero ben mutato anch'io. Egli aveva la cera pallida, l'aria trista e patita, la barba e i capelli brizzolati di bianco.Il nostro incontro fu cordiale ma senza straordinaria espansione. Due uomini che si rivedono dopo un lungo intervallo hanno un bel corrersi incontro con entusiasmo; essi sentono subito che le amicizie non si ripigliano dove si sono lasciate.Federico pareva anche più riguardoso di me.—Sei stato sempre bene?—gli chiesi.—Sì—replicò brevemente.—E la tua ferita?—Oh! Una cosa da nulla.Dall'indole delle sue risposte, e dalla fretta con cui egli entrò a discorrere dell'affare che doveva formar soggetto del nostro colloquio, argomentai ch'egli fosse diventato uno spirito positivo, incapace di far altro da mattina a sera che di compulsar codici e di trattar cause. Anzi, Dio mel perdoni, giunsi fino adaccusarlo di calcolar tempo perduto tutto quello che non si può far figurare nelle specifiche.Egli parlò per più di un'ora esaminando da tutti i lati con molto acume e molta lucidezza la questione che mi aveva chiamato da lui.Ci mettemmo pienamente d'accordo; dopodichè egli mi chiese licenza di rovistare alcune buste per cercarvi un documento che gli occorreva.—Or ora, se vorrai, usciremo insieme—egli soggiunse. Lo disse in tuono così freddo che avrei avuto una gran voglia dì piantarlo lì, ma in quel paese non conoscevo nessuno; che dovevo fare? Mi alzai da sedere, diedi un'occhiata a una piccola biblioteca che non conteneva nulla di peregrino; quindi mi affacciai alla finestra.—Che bella vista!—dissi, tanto per non restare in silenzio.—È più bella dall'altra stanza—osservò Federico che aveva trovato il documento e mi si era avvicinato.—Passa pure.E, tenendo aperto un uscio, mi introdusse in una camera molto semplice ma molto pulita, dalle cui finestre lo sguardo abbracciava un'ampia distesa di colline e di ville.—Tu dormi qui?—gli chiesi.—Sì. È la mia camera da letto.—Come dev'esser piacevole aprir gli occhi la mattina e vedersi davanti questo immenso orizzonte!—Voi a Venezia non ci siete avvezzi. Però adesso c'è troppo sole—egli continuò—e bisogna abbassar le tendine.Mentre Federico eseguiva questa operazione, i miei occhi si fissarono a caso sopra un orologio a dondolo ch'era collocato su un canterale e che segnava le sei e quindici minuti.—Oh—diss'io—quell'orologio è matto.—È fermo—egli rispose in furia come se le parole gli bruciassero la lingua.Era un orologio di forma antica il cui disco cilindrico poggiava su due colonnine d'alabastro coi piedestalli e i capitelli di bronzo. Sulla mostra di maiolica erano incisi il nome della fabbrica e l'anno di fabbricazione—1822.—È un oggetto da museo—ripresi ridendo, e mi chinai per vederne più da presso il meccanismo. Non so se facessi atto di prendere fra le dita il capo di un cordoncino che pendeva fra le colonne. So che Federico mi afferrò il braccio e mi gridò:—Non lo toccare!—con tale un accento ch'io mi voltai in sussulto, temendo quasi di aver dato fuoco a una miccia.—In nome del cielo, che cosa c'è?—sclamai sbigottito.—Perdonami—rispose il Vivaldi con voce più calma e tentando di comporre le labbra a un sorriso.—Avevo paura che tu movessi le lancette di quell'orologio.E mentr'egli pronunziava queste parole, i suoi occhi s'innondarono di lagrime.Lo guardai commosso ma senza osare d'interrogarlo, giacchè egli non mi sembrava disposto alle confidenze.Ci fu un buon minuto di silenzio, e mi parve un secolo.Alla fine Federico incrociò le braccia e sì appoggiò alla spalliera di una seggiola volgendosi verso di me.—Ti ricordi—egli mi disse—di venti anni fa quando passammo la domenica e il lunedì della Pentecoste in villa di Fausto Rioni, presso Sacile?—Sicuro che me ne ricordo—replicai, non intendendo bene ove egli volesse mirare.—Fausto Rioni che adesso è deputato... Ho perso di vista anche lui.—E quella nostra salita sul ciliegio, te ne rammenti?—Aspetta che mi raccapezzi... ah sì... sì.—Era il dopopranzo della domenica. Noi due ci si era arrampicati lì in alto e intanto una mezza dozzina di fanciulle stavano a' piedidell'albero, e gridavano—Coraggio dunque! Fate le cose a modo.—E noi spiccavamo le ciliegie fin dove ci si poteva arrivare con le mani, e poi scrollavamo i rami con quanto fiato ci restava in corpo. Era una pioggia di frutti, che le bimbe raccoglievano o nelle falde del vestito o nel grembialino spiegato... Di quelle bimbe tre erano le sorelle di Fausto, tre erano loro amiche... La maggiore poteva contare dieci anni... Era una fanciulla alta, bionda, con due lunghe treccie che le cadevano giù per le spalle... con due grandi occhi azzurri, pieni di dolcezza e d'ingenuità...—Oh adesso che ci penso—esclamai—L'ho presente anch'io... Lascia ch'io compia la tua descrizione... Le sue treccie bionde erano annodate da due fettuccie di seta blù...—È vero...—Vestiva un abitino di percallo bianco con fioretti rossi...—Sì, sì.—La chiamavano... Oh! qui la memoria mi tradisce...—La chiamavano Virginia.—Sicuro, Virginia. Ebbene?—Ebbene, parecchi anni dopo quella fanciulla divenne mia moglie.Mi guardai intorno. La camera da letto diFederico non era una camera nuziale. Indovinai un lutto domestico:—È morta... forse?—chiesi con esitazione.Il Vivaldi chinò il capo con un cenno affermativo, e si portò la mano sugli occhi.—E da poco tempo?—continuai.—Oh... no—egli rispose—dal marzo del 1866.—Povero amico!—diss'io commiserandolo sinceramente e rispettando un dolore che si manteneva così vivo dopo più di nove anni.—Ma che c'entra in tutto ciò l'orologio, tu mi chiederai?—egli ripigliò dopo una brevissima pausa.Federico aveva côlto il mio pensiero. Io stavo infatti tormentandomi il cervello per iscoprire la relazione fra la morte della Virginia e l'incidente che aveva commosso in modo sì strano l'amico mio.—Quando la Virginia infermò—egli disse—erano sei mesi ch'io l'avevo sposata... sei mesi di una felicità senza nube... Da che male ella fosse presa, non lo so; non lo seppero i medici, non lo seppe nessuno... Ella non soffriva... moriva a oncia a oncia. Ma non lo credevamo nè lei, nè io, e facevamo piani per l'avvenire... Appena ella fosse guarita, avremmo piantato nuove aiuole di fiori nel nostro giardinetto, avremmorimesso a nuovo, secondo le nostre modeste fortune, una parte della casa.—Per esempio—ella osservò un giorno ridendo e additando quello che tu chiamavi giustamente un oggetto da museo—per esempio sarebbe assai bene poter cambiare quell'orologio antidiluviano.—Io le promisi che avremmo fatto apposta una gita insieme a Venezia per comperare una cosa di suo gusto. Ne fu tanto contenta, la poveretta.Eravamo noi due soli. I suoi genitori eran morti, ero orfano anch'io. Del resto, io non volevo cedere a nessuno il privilegio di vegliare mia moglie. Quante notti sedetti, senza chiuder occhio, al suo letto! Ella si assopiva, poi si destava, mi diceva una parola affettuosa e tornava a cedere al sonno. Per ore ed ore non si sentiva nella camera che il suo respiro e iltic-tacdell'orologio. Quanto a me, se non fosse assurdo, direi che non respiravo neppure, tanto la mia vita era confusa con quella dell'amata creatura che mi languiva davanti.Una notte che la vedevo più inquieta del solito, le domandai:—Ti reca disturbo il battito dell'orologio?—Oh no—rispos'ella—tutt'altro.Era un orologio che si caricava ogni otto giorni. Finchè la Virginia era sana, ci pensavalei; durante la sua malattia ero succeduto io nell'ufficio. Ma i patimenti del corpo e le angustie dell'animo mi avevano tolto il giusto concetto del tempo e avevano scompigliato la mia memoria; una settimana caricai l'orologio per due giorni di fila, un'altra me ne scordai affatto. Il 29 marzo del 66 era il giovedì santo. Mi dimenticherò di tutto, non mi dimenticherò mai di quel giorno. Nella mattina la Virginia aveva discorso della Pasqua precedente quando noi ci preparavamo alle nozze, così lieti da non dover invidiare i più gran re della terra.—Saremo felici anche l'anno venturo, non è vero?—ella soggiunse, e per la prima volta mi parve di avvertire nella sua voce un leggero accento dubitativo che mi mise i brividi. Il medico, dopo la sua visita, scrollò il capo, ma non accennò a nessun pericolo imminente. Sulle quattro del pomeriggio la Virginia mi pregò che le sciogliessi i capelli; i legacci le davano molestia. Obbedii, e le sue belle treccie bionde le scesero giù per le spalle.—E pensare che bisognerà tagliarleseguarirò.—Ella vide l'espressione desolata del mio volto e corresse la frase—quandoguarirò.—Indi mi disse:—Apri un momento la finestra. È ormai la primavera.—Io mi movevo come un automa senza profferire una parola.—Oh come è bello!—ella sclamòcontemplando dal suo letto parte di quell'orizzonte che tu ammiravi poco fa.—Basta, adesso... Puoi chiudere.—Ella abbassò le palpebre e cadde in un sopore. Le sedetti vicino prendendole una mano che penzolava fuor delle coltri. Il suo alito era lieve lieve; nel suo volto c'era una pace di paradiso. Avrei voluto chiamar qualcheduno, ma mi sentivo come inchiodato sopra la sedia. Andava facendosi buio; la luce che penetrava nella camera attraverso le stecche delle persiane diveniva sempre più debole. L'orologio misurava gli eterni minuti col suo uniformetic-tac, tic-tac.Ad un tratto iltic-taccessò.—L'orologio s'è fermato—disse la Virginia con voce quasi impercettibile.Nello stesso tempo ella mise un sospiro, e la sua mano, prima si agitò con un tremito, poi si irrigidì nella mia...Accorse gente, si accesero i lumi. Virginia era morta. L'orologio, fermo, segnava le 6.15... Tu piangi, amico mio?... Oh lo so che tu avevi sempre buon cuore.Federico mi baciò più volte singhiozzando. Quand'egli si fu alquanto calmato—Non so come le sopravvissi—egli soggiunse.—Per buona fortuna non tardò a scoppiare la guerra. Corsi subito ad arruolarmi con Garibaldi, invocandouna palla che mi togliesse di pena. Sa Iddio se l'ho cercata, ma non trovai che una palla spuria... la quale mi ferì ad un braccio... Quando potei lasciare l'ambulanza era già sottoscritto l'armistizio... Tornai a casa ove secondo i miei ordini nessuno aveva toccato l'orologio..... Mi rassegnai a vivere ma non c'è più gioia per me... orsù, vuoi uscire?Mi offrì un sigaro e mi prese per il braccio.Allorchè fui sulla soglia non potei a meno di voltarmi indietro. L'orologio, fermo, segnava le 6.15.

Non vedevo Federico Vivaldi da più di quindici anni.

Eravamo stati a scuola insieme; poi come il solito, ciascuno era andato per la sua strada e ci si era perduti d'occhio. Nel 1866 avevo letto il suo nome tra i feriti della fazione di Monte Suello; più tardi seppi ch'egli esercitava l'avvocatura nella sua città natale, una piccola città di provincia. Pareva che non s'ingerisse nelle lotte politiche, poichè non m'era accaduto di sentirlo mai menzionare tra i candidati al Parlamento, o tra i consiglieri provinciali, tra i pubblicisti, o tra gli oratori deimeetings. Chi sa? Forse, non era nemmeno cavaliere. Come le apparenze ingannano! A scuola gli si sarebbe presagito un luminosoavvenire. Imparava ogni cosa prestissimo, scriveva con buon gusto, parlava con facilità, e teneva, se non il primo, uno dei primi posti.

Un affare mi conduceva adesso nella città e nella casa di Federico.

Lo trovai alquanto mutato, ma non era da meravigliarsene; in quindici anni ero ben mutato anch'io. Egli aveva la cera pallida, l'aria trista e patita, la barba e i capelli brizzolati di bianco.

Il nostro incontro fu cordiale ma senza straordinaria espansione. Due uomini che si rivedono dopo un lungo intervallo hanno un bel corrersi incontro con entusiasmo; essi sentono subito che le amicizie non si ripigliano dove si sono lasciate.

Federico pareva anche più riguardoso di me.

—Sei stato sempre bene?—gli chiesi.

—Sì—replicò brevemente.

—E la tua ferita?

—Oh! Una cosa da nulla.

Dall'indole delle sue risposte, e dalla fretta con cui egli entrò a discorrere dell'affare che doveva formar soggetto del nostro colloquio, argomentai ch'egli fosse diventato uno spirito positivo, incapace di far altro da mattina a sera che di compulsar codici e di trattar cause. Anzi, Dio mel perdoni, giunsi fino adaccusarlo di calcolar tempo perduto tutto quello che non si può far figurare nelle specifiche.

Egli parlò per più di un'ora esaminando da tutti i lati con molto acume e molta lucidezza la questione che mi aveva chiamato da lui.

Ci mettemmo pienamente d'accordo; dopodichè egli mi chiese licenza di rovistare alcune buste per cercarvi un documento che gli occorreva.—Or ora, se vorrai, usciremo insieme—egli soggiunse. Lo disse in tuono così freddo che avrei avuto una gran voglia dì piantarlo lì, ma in quel paese non conoscevo nessuno; che dovevo fare? Mi alzai da sedere, diedi un'occhiata a una piccola biblioteca che non conteneva nulla di peregrino; quindi mi affacciai alla finestra.

—Che bella vista!—dissi, tanto per non restare in silenzio.

—È più bella dall'altra stanza—osservò Federico che aveva trovato il documento e mi si era avvicinato.—Passa pure.

E, tenendo aperto un uscio, mi introdusse in una camera molto semplice ma molto pulita, dalle cui finestre lo sguardo abbracciava un'ampia distesa di colline e di ville.

—Tu dormi qui?—gli chiesi.

—Sì. È la mia camera da letto.

—Come dev'esser piacevole aprir gli occhi la mattina e vedersi davanti questo immenso orizzonte!

—Voi a Venezia non ci siete avvezzi. Però adesso c'è troppo sole—egli continuò—e bisogna abbassar le tendine.

Mentre Federico eseguiva questa operazione, i miei occhi si fissarono a caso sopra un orologio a dondolo ch'era collocato su un canterale e che segnava le sei e quindici minuti.

—Oh—diss'io—quell'orologio è matto.

—È fermo—egli rispose in furia come se le parole gli bruciassero la lingua.

Era un orologio di forma antica il cui disco cilindrico poggiava su due colonnine d'alabastro coi piedestalli e i capitelli di bronzo. Sulla mostra di maiolica erano incisi il nome della fabbrica e l'anno di fabbricazione—1822.

—È un oggetto da museo—ripresi ridendo, e mi chinai per vederne più da presso il meccanismo. Non so se facessi atto di prendere fra le dita il capo di un cordoncino che pendeva fra le colonne. So che Federico mi afferrò il braccio e mi gridò:—Non lo toccare!—con tale un accento ch'io mi voltai in sussulto, temendo quasi di aver dato fuoco a una miccia.

—In nome del cielo, che cosa c'è?—sclamai sbigottito.

—Perdonami—rispose il Vivaldi con voce più calma e tentando di comporre le labbra a un sorriso.—Avevo paura che tu movessi le lancette di quell'orologio.

E mentr'egli pronunziava queste parole, i suoi occhi s'innondarono di lagrime.

Lo guardai commosso ma senza osare d'interrogarlo, giacchè egli non mi sembrava disposto alle confidenze.

Ci fu un buon minuto di silenzio, e mi parve un secolo.

Alla fine Federico incrociò le braccia e sì appoggiò alla spalliera di una seggiola volgendosi verso di me.

—Ti ricordi—egli mi disse—di venti anni fa quando passammo la domenica e il lunedì della Pentecoste in villa di Fausto Rioni, presso Sacile?

—Sicuro che me ne ricordo—replicai, non intendendo bene ove egli volesse mirare.—Fausto Rioni che adesso è deputato... Ho perso di vista anche lui.

—E quella nostra salita sul ciliegio, te ne rammenti?

—Aspetta che mi raccapezzi... ah sì... sì.

—Era il dopopranzo della domenica. Noi due ci si era arrampicati lì in alto e intanto una mezza dozzina di fanciulle stavano a' piedidell'albero, e gridavano—Coraggio dunque! Fate le cose a modo.—E noi spiccavamo le ciliegie fin dove ci si poteva arrivare con le mani, e poi scrollavamo i rami con quanto fiato ci restava in corpo. Era una pioggia di frutti, che le bimbe raccoglievano o nelle falde del vestito o nel grembialino spiegato... Di quelle bimbe tre erano le sorelle di Fausto, tre erano loro amiche... La maggiore poteva contare dieci anni... Era una fanciulla alta, bionda, con due lunghe treccie che le cadevano giù per le spalle... con due grandi occhi azzurri, pieni di dolcezza e d'ingenuità...

—Oh adesso che ci penso—esclamai—L'ho presente anch'io... Lascia ch'io compia la tua descrizione... Le sue treccie bionde erano annodate da due fettuccie di seta blù...

—È vero...

—Vestiva un abitino di percallo bianco con fioretti rossi...

—Sì, sì.

—La chiamavano... Oh! qui la memoria mi tradisce...

—La chiamavano Virginia.

—Sicuro, Virginia. Ebbene?

—Ebbene, parecchi anni dopo quella fanciulla divenne mia moglie.

Mi guardai intorno. La camera da letto diFederico non era una camera nuziale. Indovinai un lutto domestico:

—È morta... forse?—chiesi con esitazione.

Il Vivaldi chinò il capo con un cenno affermativo, e si portò la mano sugli occhi.

—E da poco tempo?—continuai.

—Oh... no—egli rispose—dal marzo del 1866.

—Povero amico!—diss'io commiserandolo sinceramente e rispettando un dolore che si manteneva così vivo dopo più di nove anni.

—Ma che c'entra in tutto ciò l'orologio, tu mi chiederai?—egli ripigliò dopo una brevissima pausa.

Federico aveva côlto il mio pensiero. Io stavo infatti tormentandomi il cervello per iscoprire la relazione fra la morte della Virginia e l'incidente che aveva commosso in modo sì strano l'amico mio.

—Quando la Virginia infermò—egli disse—erano sei mesi ch'io l'avevo sposata... sei mesi di una felicità senza nube... Da che male ella fosse presa, non lo so; non lo seppero i medici, non lo seppe nessuno... Ella non soffriva... moriva a oncia a oncia. Ma non lo credevamo nè lei, nè io, e facevamo piani per l'avvenire... Appena ella fosse guarita, avremmo piantato nuove aiuole di fiori nel nostro giardinetto, avremmorimesso a nuovo, secondo le nostre modeste fortune, una parte della casa.—Per esempio—ella osservò un giorno ridendo e additando quello che tu chiamavi giustamente un oggetto da museo—per esempio sarebbe assai bene poter cambiare quell'orologio antidiluviano.—Io le promisi che avremmo fatto apposta una gita insieme a Venezia per comperare una cosa di suo gusto. Ne fu tanto contenta, la poveretta.

Eravamo noi due soli. I suoi genitori eran morti, ero orfano anch'io. Del resto, io non volevo cedere a nessuno il privilegio di vegliare mia moglie. Quante notti sedetti, senza chiuder occhio, al suo letto! Ella si assopiva, poi si destava, mi diceva una parola affettuosa e tornava a cedere al sonno. Per ore ed ore non si sentiva nella camera che il suo respiro e iltic-tacdell'orologio. Quanto a me, se non fosse assurdo, direi che non respiravo neppure, tanto la mia vita era confusa con quella dell'amata creatura che mi languiva davanti.

Una notte che la vedevo più inquieta del solito, le domandai:—Ti reca disturbo il battito dell'orologio?

—Oh no—rispos'ella—tutt'altro.

Era un orologio che si caricava ogni otto giorni. Finchè la Virginia era sana, ci pensavalei; durante la sua malattia ero succeduto io nell'ufficio. Ma i patimenti del corpo e le angustie dell'animo mi avevano tolto il giusto concetto del tempo e avevano scompigliato la mia memoria; una settimana caricai l'orologio per due giorni di fila, un'altra me ne scordai affatto. Il 29 marzo del 66 era il giovedì santo. Mi dimenticherò di tutto, non mi dimenticherò mai di quel giorno. Nella mattina la Virginia aveva discorso della Pasqua precedente quando noi ci preparavamo alle nozze, così lieti da non dover invidiare i più gran re della terra.—Saremo felici anche l'anno venturo, non è vero?—ella soggiunse, e per la prima volta mi parve di avvertire nella sua voce un leggero accento dubitativo che mi mise i brividi. Il medico, dopo la sua visita, scrollò il capo, ma non accennò a nessun pericolo imminente. Sulle quattro del pomeriggio la Virginia mi pregò che le sciogliessi i capelli; i legacci le davano molestia. Obbedii, e le sue belle treccie bionde le scesero giù per le spalle.—E pensare che bisognerà tagliarleseguarirò.—Ella vide l'espressione desolata del mio volto e corresse la frase—quandoguarirò.—Indi mi disse:—Apri un momento la finestra. È ormai la primavera.—Io mi movevo come un automa senza profferire una parola.—Oh come è bello!—ella sclamòcontemplando dal suo letto parte di quell'orizzonte che tu ammiravi poco fa.—Basta, adesso... Puoi chiudere.—Ella abbassò le palpebre e cadde in un sopore. Le sedetti vicino prendendole una mano che penzolava fuor delle coltri. Il suo alito era lieve lieve; nel suo volto c'era una pace di paradiso. Avrei voluto chiamar qualcheduno, ma mi sentivo come inchiodato sopra la sedia. Andava facendosi buio; la luce che penetrava nella camera attraverso le stecche delle persiane diveniva sempre più debole. L'orologio misurava gli eterni minuti col suo uniformetic-tac, tic-tac.

Ad un tratto iltic-taccessò.

—L'orologio s'è fermato—disse la Virginia con voce quasi impercettibile.

Nello stesso tempo ella mise un sospiro, e la sua mano, prima si agitò con un tremito, poi si irrigidì nella mia...

Accorse gente, si accesero i lumi. Virginia era morta. L'orologio, fermo, segnava le 6.15... Tu piangi, amico mio?... Oh lo so che tu avevi sempre buon cuore.

Federico mi baciò più volte singhiozzando. Quand'egli si fu alquanto calmato—Non so come le sopravvissi—egli soggiunse.—Per buona fortuna non tardò a scoppiare la guerra. Corsi subito ad arruolarmi con Garibaldi, invocandouna palla che mi togliesse di pena. Sa Iddio se l'ho cercata, ma non trovai che una palla spuria... la quale mi ferì ad un braccio... Quando potei lasciare l'ambulanza era già sottoscritto l'armistizio... Tornai a casa ove secondo i miei ordini nessuno aveva toccato l'orologio..... Mi rassegnai a vivere ma non c'è più gioia per me... orsù, vuoi uscire?

Mi offrì un sigaro e mi prese per il braccio.

Allorchè fui sulla soglia non potei a meno di voltarmi indietro. L'orologio, fermo, segnava le 6.15.

LA LETTERA DI MARGHERITAÈ una sera di dicembre. Il signor Massimiliano Nebioli, uomo sui sessanta, che porta parrucca ed occhiali, è seduto, con tanto di muso, dinnanzi alla tavola del salotto da pranzo, e legge laGazzetta di Venezia, lagnandosi di tratto in tratto perchè il lume a petrolio non fa abbastanza chiaro, o fuma, o scoppietta. La signora Gertrude sua moglie è sprofondata in una poltrona vicina alla stufa e sonnecchia, o fa le viste di sonnecchiare.Di fuori è un tempo d'inferno. Piove, nevica e soffia un vento di tramontana da intirizzire. È una di quelle notti nelle quali i felici del mondo, ravvolgendosi fra le coltri, mettono filantropiche esclamazioni:—Poveretti quelli che non hanno fuoco da scaldarsi,nè panni da coprirsi, nè un buon bicchiere di vino da rifocillarsi il sangue! Poveretti i poveretti, insomma!—Poi uno sbadiglio, una stiratina di braccia e tutto è finito.Qualche volta il vento è così forte che ne tremano anche le doppie impannate del salotto e le tendine di lana si agitano con una leggera ondulazione. La fiamma del lume approfitta di questi momenti critici per dare un piccolo guizzo e il signor Massimiliano brontola più forte e protesta contro la servitù che non sa chiuder bene le finestre.—Bisogna metter dell'altra legna nella stufa—egli dice a un certo punto rivolgendosi a sua moglie. Ella, che obbedisce a suo marito come un cagnolino, si alza dalla poltrona, tira il campanello, poi torna al suo posto. Un osservatore attento noterebbe due cose: primo, che la signora Gertrude ha gli occhi rossi; secondo, che nel tragitto dalla poltrona al sofà ov'è il cordone del campanello, ella cammina in modo che il suo consorte non possa vederla in viso. Guai a lei s'egli s'accorgesse ch'ella ha pianto!All'appello della padrona è accorsa la Marina, la vecchia cameriera di casa, col naso rosso dal freddo, con le mani conserte sotto il grembiale e con la testa sprofondata fra lespalle, come lumaca che ha ritirate le corna. La Marina non ha neppur ella un viso allegro, effetto forse della stagione.—Fate dell'altro fuoco—ordina la signora Gertrude.—E chiudete meglio le imposte—soggiunge il signor Massimiliano.—Ma se son chiuse benissimo—dice la cameriera.—Niente affatto; venite qui e sentirete che arietta.—Sfido io, col vento che c'è fuori. Vorrei che passasse un po' in sala... Che Siberia!—È una Siberia anche qui... Non sapete nè accendere la stufa nè chiudere le finestre.La Marina, che ha la lingua lunga, sta per replicare, ma è trattenuta da uno sguardo supplichevole della padrona. Così ella ringhiotte le sue osservazioni, e inginocchiata davanti la portella della stufa caccia della nuova legna tra le bragie, e con le molle, col soffietto e un poco anche col fiato, raccende il fuoco, che divampa allegro e rumoroso e illumina la parete.—Avete aperto il registro, per Dio?—grida in tuono burbero il signor Massimiliano.—Eh mi pare che se non lo avessi aperto, a quest'ora ci sarebbe già la stanza piena di fumo.—So che non fate mai nulla a modo—continua il signor Nebioli per giustificare la sua diffidenza.Questa volta la Marina non può reprimere un lunghissimoauff, che però, a uno sguardo della signora Gertrude, ella fa terminare in uno starnuto.Appena ella è uscita il signor Massimiliano brontola:—Petulante!Poi torna a immergersi nella lettura dellaGazzetta, commentando da sè le notizie:—Arnim fu condannato a tre mesi di carcere. Ci ho gusto. Non c'è modo di governare se non c'è rispetto per l'autorità. Ormai ciascuno vuol fare il suo talento. I popoli non vogliono obbedire ai governi come i figliuoli non vogliono obbedire ai genitori. Bel mondo!La signora Gertrude trasse un sospiro dal petto.—Che cosa c'è?—ripigliò il signor Massimiliano.—Hai perduto la parola? Adesso in casa non si discorre che per sospiri.—C'è proprio da stare allegri—insinuò timidamente la signora Gertrude.—Cominciamo coi soliti piagnistei—disse l'ameno signor Nebioli, sbattendo con forza laGazzettasulla tavola.—Vedi se non è meglio ch'io mi taccia?—Meglio niente affattissimo... Si discorre tranquillamente, quietamente come fanno gli altri... come faccio io... Ed eccoci da capo a piagnucolare... Vorrei sapere che cosa ci sia di speciale stassera...—Nulla, nulla...—Nulla un cavolo... sentiamo, via.—C'è, c'è... che penso alle belle feste che ci si preparano.—Oh corpo di un cannone! E ne ho colpa io se passeremo le feste male?—Chi dice questo?—Sono io che ho detto alla nostra figliuola di scapparci di casa? Sono io che l'ho gettata in braccio ad uno spiantato, ad un brigante, ad un ladro?...—Massimiliano, per carità, quanto all'essere uno spiantato non c'è dubbio, ma un ladro poi, un brigante...—osservò la signora Gertrude con un coraggio di cui ella stessa non si sarebbe creduta capace.Infatti suo marito andò su tutte le furie:—Già lo so che tu lo difendi, già lo so che tu trovi degnissima di lode la condotta di quei due signori...—Ma no, Massimiliano, no...—Ah non è un ladro, non è un brigante... Sì che è un ladro, è un ladro di fanciulle; sìche è un brigante, perchè assassina una famiglia... E poi ci sono questi conforti! Quando si mette in campo un tale argomento, quando si ragiona,madamaprende le parti dell'avventuriere e della figlia insubordinata... Avrei voluto vedere io se lei avrebbe consentito a farsi sposare in quella maniera, avrei voluto vedere se il suo signor padre mi avrebbe passato buono un tiro simile a quello dicolui! Mi si è pesato e ripesato su non so quante bilancie, e ci mancò poco che non mi si rimandasse pei fatti miei perchè non avevo blasone. La signora eracontessa, e ci teneva...—Oh Massimiliano, come puoi dir questo?—Ci teneva tanto che il suo più bel sogno era quello di far contessa sua figlia, di darla ad un nobile... Va là, cara, che l'hai trovato il genero nobile.—Senti, Massimiliano, hai ragione, sono stati crudeli, sono stati infumi, se vuoi, ma quel lasciarli patire... ricchi come siamo.Il signor Nebioli tornò a scoppiare come una bomba:—Nemmeno un centesimo non voglio dar loro finchè vivo, no, nemmeno un centesimo... Quando sarò morto s'ingrasseranno a loro agio... Già lo so che molti desiderano la mia morte... Ma io voglio farli aspettare un pezzo, perchèal mondo mi ci trovo benissimo... Se non fossero questi piagnistei che ho in casa.E alzatosi dalla seggiola si mise a passeggiare su e giù per la stanza.La signora Gertrude si alzò ella pure. Ella era combattuta fra la soggezione straordinaria che le aveva sempre inspirato suo marito, e il convincimento che la severità di lui era eccessiva e ch'ella non faceva opera di buona madre obbedendogli in tutto. Le si spezzava il cuore a pensar che sua figlia, a tanti chilometri di lontananza, non aveva forse modo di render meno squallido il suo desco per le feste del Natale. Ella avrebbe potuto mandarle qualche cosa di soppiatto, ma non sapeva nasconder nulla a Massimiliano, e Massimiliano non voleva neppure ch'ella scrivesse alla ingrata, alla perfida Margherita. E sì ch'egli l'aveva amata tanto questa figliuola, l'aveva fatta regina del suo cuore e della sua casa; burbero con tutti, era stato con lei dolce, compiacente, le aveva prodigato mille doni e mille carezze! E l'amava ancora, ed era soltanto la sua indole puntigliosa e caparbia che gl'impediva di perdonarle. Ma aveva i suoi momenti di debolezza ed erano appunto quelli in cui egli prorompeva con maggiore violenza. Sentendo che il fuoco andava languendo, loattizzava egli stesso, si scagliava senza misura contro i colpevoli e quando li aveva colmati di vituperii tornava a persuadersi che il loro delitto era stato ben grave. Una donna più avveduta della signora Gertrude, anzichè atterrirsi di queste sfuriate, avrebbe dato loro il vero significato, le avrebbe accolte come sintomi di resipiscenza, e sarebbe tornata vigorosamente alla carica. Ma ella si ritirava subito impaurita e si limitava a piangere in silenzio e di nascosto. Il suo unico conforto era quello di non opporsi a suo marito, di seguire in tutto i suoi desiderii. I deboli non si accorgono mai che anche i despoti hanno qualche volta il desiderio di esser contraddetti, e che se non lo manifestano gli è perchè temono di perdere la riputazione di fermezza a cui devono la loro forza.A ogni modo quella sera la signora Gertrude era un po' meno timida del consueto. Ed ella si spinse fino a dire con un fil di voce:—Non si potrebbe almeno per queste feste?...—No, no, tre volte no—proruppe il signor Massimiliano dando un gran pugno sopra il pianoforte. Era un pianoforte a coda, di molto prezzo, ch'era stato comperato parecchi anni addietro per la Margherita. Ma dacchè la Margherita se n'era andata, nessuno l'avevapiù aperto, nessuno aveva sentito più la sua voce armoniosa. Ora soltanto, al colpo che ne scuoteva tutta la compagine, le sue corde mandarono un gemito lungo lungo, che parve come un richiamo ai tempi fuggiti ed evocò nella malinconica stanza l'immagine della gentile fanciulla.Le ultime vibrazioni di quel suono si perdevano nell'aria quando si udì una grande scampanellata.—Chi viene questa sera?—sclamò il signor Massimiliano, fermandosi in mezzo al salotto con l'atteggiamento d'un cane di guardia che sente il calpestio di passi sconosciuti.Anche la signora Gertrude tese l'orecchio:—Chiudono la porta.—Quella stupida servitù avrà certo aperto senza veder prima chi sia—osservò il Nebioli pronto sempre ad interpretare ogni cosa nel modo meno benevolo.Intanto dal di fuori s'intese una voce:—Non c'è bisogno che mi annunziate. Mi presento, da me.—È la voce del dottor Beverani—disse la signora Gertrude, pallida ed inquietissima.—Il dottor Beverani! Che cosa può volere?—masticò fra i denti il signor Massimiliano corrugando la fronte.Si spalancò l'uscio ed entrò un uomo alto e grosso, col bavero tirato su fino agli occhi, col cappello in testa e con le mani sprofondate nelle tasche della pelliccia. E sulla pelliccia e sulle falde del cappello si andavano liquefacendo larghi fiocchi di neve.—Buona sera! Buona sera!—disse il nuovo arrivato.—Domando scusa se entro così, ma fa un tal freddo che non ebbi il coraggio di levarmi il soprabito nell'andito.Il signor Nebioli avrebbe avuto una gran voglia di mandare a spasso l'incivile che veniva a colare come una grondaia nel suo salotto da pranzo, ma il dottor Beverani era una persona di riguardo, medico di casa da un pezzo, socio di più accademie, cavaliere di più ordini, e non conveniva usargli scortesia. Inoltre la sua visita non era certo senza grave motivo e destava una legittima curiosità anche nel signor Massimiliano.Il dottore spiegò tranquillamente sopra una sedia la sua pelliccia, depose sopra un'altra il suo cappello e poi si appoggiò con la schiena alla stufa.—Ah qui si respira un'altra aria—egli esclamò soddisfatto.—Dunque, con più calma, buona sera, signora Gertrude, buona sera, Massimiliano.La signora Gertrude rispose un timido—buona sera—e suo marito emise alcuni suoni inarticolati.Però il dottor Beverani non parve curarsi di questo gelido saluto, ed egli continua:—Beati quelli che possono far salire a forza di legna il termometro a dodici gradi! Fuori siamo a tre o quattro gradi sotto zero..... Fui or ora in una casa di poveri ove c'erano dei bambini che tremavano di freddo da far compassione. Un locale terreno, senza vetri alle finestre, un focolare spento, e lungo una parete due pagliericci senz'altre coperte che di miseri cenci. Su una sedia, ravvolta in uno scialle sdrucito, una vecchia con la febbre addosso. Ha una bronchite di cui potrebbe anche guarire se andasse all'ospedale...—E perchè non ci va?—chiese il Nebioli infastidito.—Perchè la mamma dei bimbi è morta l'anno passato, e durante il giorno quando il padre lavora, o chi guarderebbe quelle creaturine? Eh! A chi sta sdraiato nel suo seggiolone vicino al caminetto, la filosofia è facile e con un paio di sentenze si accomoda tutto... Ma quando le cose si vedono dappresso, allora è un altro paio di maniche... I comunisti han torto, ma nondimeno, una volta all'anno, in inverno, divento comunista anch'io....—Tanto fa petroliere—saltò su il signor Massimiliano—ma, scusate, non siete venuto a farci visita che per narrar queste malinconie?—No davvero, per quanto piacere abbia di veder voi e la signora Gertrude, non mi sarei spinto fin qui senza una ragione seria, in mezzo al vento e alla neve.—Vergine Santa!—sclamò la signora Gertrude—ho in cuore il presentimento di una disgrazia.—E che disgrazie volete che ci siano?—urlò suo marito per dissimulare, secondo il solito, con le grida, l'inquietudine che si era impadronita anche di lui. E avrebbe continuato nei medesimo tuono, se il dottor Beverani non avesse preso subito la parola.—No, no, buona signora—egli disse avvicinandosele e prendendole ambe le mani—non ci saranno disgrazie. Ho una lettera da consegnare...—Una lettera? Per me dunque?—interruppe il signor Massimiliano.—Per voi e per vostra moglie... La persona che scrive vuol essere sicura che la lettera sia giunta nelle vostre mani... Ha scritto ancora, e...—E non voglio veder nulla—gridò ilNebioli voltandosi da un'altra parte.—Ho capito chi è la persona che scrive; ella è morta per me.La signora Gertrude avrebbe dato dieci anni della sua vita per trovare un lampo di energia in quel momento, per farsi consegnar quella lettera, per aprirla, per baciarne i caratteri; ma era inutile, ella ormai non sapeva che piangere. E si nascose il volto fra le palme e soffocò i suoi singhiozzi.Il dottore non ismarrì punto la sua calma alle brusche risposte del vecchio bisbetico, ma estrasse di tasca la lettera e ripigliò:—Voi leggerete questo foglio, Massimiliano.—Vi dico di no—rispose costui, dando però un'occhiata di sbieco alla sopracoperta che il medico aveva avvicinato al lume.—O lo lascierete leggere a vostra moglie.—Nemmen per idea.—Allora lo leggerò io... La Margherita me ne dà facoltà... Fatemi portare una candela perchè alla luce del petrolio io non leggo...—Vi ripeto—cominciava il signor Massimiliano, quando il dottore lo interruppe senza riscaldarsi, ma con una certa aria di autorità:—Io spero che il medico di casa avrà il diritto di farsi portare una candela e di leggereuna carta. Signora Gertrude, abbia ella la bontà di suonare il campanello.—Non ce n'è alcun bisogno—disse il vecchio dispettosamente. E rivoltosi a Gertrude:—Se vuole una candela, accendigliela; sulla credenza ce ne sono due... che fai lì come una statua? Santa pazienza!Il dottore teneva sempre la lettera fra le dita; il signor Massimiliano gliela strappò con un impeto subitaneo.—Sapete dove meriterebbe di andar questa lettera? Nella stufa.Quantunque il Beverani fosse certo che una tale minaccia non avrebbe avuto effetto, egli ficcò gli occhi addosso al suo cliente, che pareva magnetizzato da quello sguardo e passava la lettera da una mano all'altra dopo averla tirata fuori dalla sopracoperta ch'egli stracciò in minutissimi pezzi.Intanto la signora Gertrude faceva inutili sforzi per accendere il lume. Le sue mani tremavano ed ella non riusciva a tener fermi i fiammiferi vicino al lucignolo.—Lasci fare a me, buona signora—disse il dottore accostandosele con bontà.—Torni a sedere e si rinfranchi.—Quella fraschetta ha tempo da perdere—osservò signor Massimiliano che aveva spiegatola lettera e l'aveva scorsa rapidamente con l'occhio.—Dodici facciate fitte! E che scrittura! Figlia pessima in tutto, anche nella calligrafia!E gettò con aria sprezzante i foglietti sopra la tavola.—Son qua io—prese a dire il dottore che si avvicinava tenendo in una mano la candela, e trascinando con l'altra una sedia.—Non m'ero già offerto di farvi io la lettura?—Se volete leggere, fate il vostro comodo. Nè io, nè mia moglie non aspettiamo lettere, non vogliamo saperne... Per me riprendo laGazzetta—replicò il Nebioli, quantunque con tuono alquanto più rimesso. E sedette fingendo d'immergersi nuovamente nel giornale.—Va benissimo—disse il dottore senza scomporsi. Spinse verso la tavola la poltrona della signora Gertrude, le accennò di prendervi posto, estrasse dal taschino del panciotto un paio di lenti, le inforcò al naso dopo averle forbite col fazzoletto e poi cominciò:«Caro babbo, cara mamma,«Dopo tanti mesi torno a scrivervi. So che non mi risponderete e non oso chiedervi che mi rispondiate, ma in ogni modo seppure ho rinunciato alla speranza di ricevere una vostra lettera e forse di vedervi piùmai, non voglio lasciarvi credere ch'io mi sia dimenticata di voi, ch'io non vi ami più.—Si può dare un esordio più pretenzioso?—brontolò il Signor Massimiliano alzando gli occhi dallaGazzetta.—Ancora ha ragione lei.—Attendete alla vostra politica—disse il medico.—No, signora Gertrude, non pianga così!E ripigliò la lettura.«Son così piena di brighe che Dio sa quando finirò questa lettera che comincio oggi; dunque non ci metto nemmeno la data. A ogni modo voglio ch'ella vi arrivi prima del Natale, prima di quel Natale che mi desta in cuore una folla di pensieri e di ricordanze. Come volano gli anni! Mi par ieri quand'ero bambina e la povera nonna, facendo capolino col suo gran cuffione bianco dall'uscio della sua camera, mi chiamava misteriosamente con un cenno del capo e tirava fuori dal cassetto una bambola nuova. Mi par ieri quando si preparava l'alberocon la mamma, e i cugini e le cugine venivano a passar la serata in casa nostra. Anche il babbo si metteva di buon umore, e io dicevo a tutti: non è vero che il babbo sia burbero; vedete? egli ride. E ho negli orecchi lo scampanio delle chiese che mi faceva sognareun mondo nuovo e mi empiva lo spirito di visioni dolci e solenni, onde stentavo tanto a dormire, ed ero così beata della mia veglia! Ahimè! La nonna è morta, i cugini e le cugine si sono dispersi, io ho cessato da un pezzo d'essere una bimba e non sono più con voi altri.Il signor Massimiliano si raschiò in gola e poi starnutì.—Felicità!—disse il dottore.«... Non sono più con voi altri. Ebbene, babbo e mamma, se non sono più con voi altri, abbiatevi almeno i miei augurii per le feste che si avvicinano e per l'anno che sta per nascere... Ch'esso vi porti tutte le gioie, ch'esso vi faccia dimenticare tutti i dolori...—Parole, parole... Roba che si trova nelle antologie—sclamò il Nebioli.«Di questi dolori, lo so, io ve ne ho recato uno grandissimo, ho disposto del mio cuore contro i vostri desiderii e quando vi trovai inflessibili, vi ho disobbedito. Era il mio primo atto di ribellione, ma, lo confesso, era un atto ben grave. O genitori miei, se io vi dicessi che per risparmiare le vostre lagrime avrei dato il mio sangue, voi non mi credereste...—No sicuro.«... Eppure io direi il vero. Ma ciò che non potevo darvi era la mia fede, perchè non si riprende la fede giurata, perchè io amavo Ugo con tutto il trasporto dell'anima mia, come l'amo ancora, come spero di amarlo fino all'ultimo giorno della mia vita. Iddio vorrà concedermi questa grazia, di farmi morire appena o l'amor mio si raffreddi, o si raffreddi l'amor d'Ugo per me.—Declamazioni da romanzo! Ecco che cosa si guadagna a lasciar leggere cattivi libri alle ragazze. Ma mia moglie...Gli occhi del signor Massimiliano s'incontrarono con quelli della povera donna i quali nuotavano nelle lagrime ed esprimevano una desolazione così profonda ch'egli troncò a mezzo la frase e prese in mano laGazzetta, sottraendo in tal guisa la faccia agli sguardi indiscreti. Solo si stentava a comprendere com'egli potesse continuare a leggere un foglio, che, tenuto a quel modo, pareva dovesse servirgli da paralume.Il dottor Beverani fece le viste di non accorgersi di tutte queste manovre e proseguì:«Del resto, qual sia la mia colpa, per mesi e mesi dopo fatto il gran passo, io sperai nel vostro perdono, sperai che mi avreste riaperte le braccia, attesi una parola vostra.«attesi almeno nuove rampogne... Ohi! Il silenzio è peggiore assai dei rimproveri.... Basta!... Io non vi accuserò di durezza...—Già, si scambian le parti, è creditrice lei—disse il Nebioli senza mutar posizione.«No, voi siete sempre il mio buon babbo e la mia buona mamma, e io mi figuro di chiacchierar con voi, come facevo una volta, quando tu, babbo, mi conducevi alla domenica in piazza, e quando con te, mamma, si facevano le nostre lunghe passeggiate fino ai Giardini... Te le ricordi? Con chi esci adesso, la mia povera mamma? Conduci teco la Marina, forse?... Oh, nell'inverno, come si ritornava contente a casa! Oh i bei tramonti dietro la cupola della Salute!... Qui in questo romitorio a cui non si arriva che dopo due ore di mulo, si va sui cosidetti bastioni, e non c'è altro... Due filari di platani, quattro panche di legno, e intorno montagne da tutte le parti, e giù nella valle campi poveri di vegetazione e un fiumicello che pare un fosso. Il sole ha fretta di andarsene; c'è un monte alto, sassoso, sgarbato che ci affretta la sera almeno di due ore. E quando il sole è sparito, che aria fredda, sottile! Brr!«Però a passeggiare io ci vado poco. Ugoè così stanco quando viene a casa, e io pure, sapete, sono stanca. Lavoro dall'alba fino a sera... C'è stata una interruzione, ma ne parleremo dopo.«Smetto un momento, indovinate perchè? Perchè sento la pentola che bolle e voglio ritirarla dal fuoco... Vi scrivo dalla cucina... Altro che il mio studio con le sedie imbottite! Tutto il nostro quartiere consiste in questa cucina e in una cameruccia.••••••••••••••••••••••••••••••••«Fra la riga precedente e questa c'è corso un intervallo di due giorni. Non ebbi un minuto di libertà. Ugo fu in letto con un po' di febbre. Egli sapeva ch'ioavevo sul telaiouna lettera per voi altri e mi sollecitava a finirla, ma io ero così apprensiva che non sapevo tener la penna in mano. Grazie a Dio, tutto è terminato.«Ah, volevo dire alla mamma che non c'è di meglio per diventar brave massaie che il dover farsi tutto da sè... Serva io non ne ho, potete immaginarvelo; la fantesca della mia padrona di casa viene la mattina per un paio d'ore; poi rimango io sola. Ho imparato a spazzare, a stirare, a cucinare.... In quest'ultima funzione riesco a meraviglia.Ugo mi dice sempre: se ci fosse lamateria prima, che buoni piattini uscirebbero dalle tue mani! Ma quella che egli chiama la materia prima non c'è... Qualche volta, in confidenza, sui venticinque o ventisei del mese, c'è alla mattina una preoccupazione nuova, curiosa, vale a dire se ci sarà da pranzo. Vi confesso che questo dubbio produce un effetto strano...—Povera Margherita!—esclamò con voce flebile e con un gemito la signora Gertrude.Il dottore, sospendendo un momento la sua lettura, rivolse gli occhi dalla parte ove si trovava il signor Massimiliano. Ma egli continuava ad essere nascosto dietro laGazzetta.«A ogni modo si arriva al giorno dello stipendio. Un bello stipendio in verità! Con quella gioia della trattenuta ci restano 75 lire e 45 centesimi al mese.....—Peggio per lei!—gridò il Nebioli facendo la voce grossa.—Perchè ha lasciato la sua casa? Perchè ha lasciato i suoi genitori?«E con 75 lire e 45 centesimi al mese un pover'uomo deve insegnare a sessanta bimbi, asini e cocciuti, provvisti di babbi più asini e più cocciuti di loro. Il segretario comunale ha levato il saluto a mio marito perchènon giudicò degno del premio suo figlio che in un anno non aveva ancora imparato a scriverecarosenza l'h. E il sagrestano lo guarda in cagnesco perchè egli osò mettere in burla il suo illustre rampollo, il quale un giorno in iscuola disse che il Tevere è la capitale d'Italia. C'è finalmente il barbiere, che attribuisce la caduta del suo primogenito all'esame amene consortesche! Ho proprio paura che abbia ragione il brigadiere dei carabinieri, un lombardo, che quando mi vede mi dice sempre:Che la mi creda, signora, l'è minga un paes per lee.«Ho dovuto, volere o non volere, far la conoscenza dellesignoredel luogo. Ne conosco una ventina; dieci di esse non sanno leggere affatto; dieci leggono soltanto lo stampato, quattro anche il manoscritto. Che sappiano scrivere non ce ne sono che tre. Al mio arrivo s'è fatto un gran mormorare perchè ero troppoelegante, e un giorno in chiesa, mentre il curato predicava contro il lusso, tutti gli sguardi si sono rivolti su me. Avevo ancora l'abito dipiquetvioletto che mi hai fatto fare nel settembre dell'anno passato..... Adesso, sta tranquilla, mamma, che non pecco per eccesso di vanità. Ho venduto a un merciaiuolo ambulante il vestitovioletto, il mio spillone a mosaico, i miei coralli..... ah i miei coralli m'è costato a venderli; me li avevi regalati tu quando compivo diciott'anni; ma come si fa?... C'erano spese indispensabili, urgenti..... Insomma sono ormai come le altre, quantunque mi facciano l'onore di dirmi che ho qualchecosa che non hanno le altre. Ho ilchic, sentenziò la moglie del pretore che sa due parole di francese.«A proposito di francese, il babbo non mi rimprovererebbe più di aver sempre libri francesi per le mani. Qui non vi sono libri in nessuna lingua, quando se ne levi qualche libro di devozione, e la cabala del lotto. Al caffè ci sono due giornali, ma un terzo ne riceviamo noi altri (è l'unico nostro lusso) e indovinate che giornale è? IlRinnovamento, a cui Ugo s'è fatto associare da un suo amico di costì per compiacermi. Quando quel foglio arriva a questo romitorio dopo due giorni di viaggio, mi par che capiti un amico a darmi novelle della mia Venezia, de' miei parenti, e benedico a chi ha inventato i giornali. Guardo lo Stato civile, i matrimoni, le morti, guardo i pettegolezzi, le feste da ballo, le baruffe, le serenate sul canal Grande, e vivo ancora nella mia piazza, nelle mie calli, nei mieicampi, negli sfondi misteriosi de' mieirii. E sento venirmi le lagrime agli occhi, ma le asciugo presto, perchè i poveri, e ormai sono povera anch'io, non hanno tempo da piangere, non hanno tempo da cullarsi in fantasie malinconiche. Adesso poi.....«Ah sì, avevo il capriccio di darvela soltanto per poscritto la grande novella, ma non posso indugiare di più e quasi quasi la penna scrive da sè.....»Il dottore Beverani fece una piccola pausa; la signora Gertrude lo guardò con trepida ansietà e il signor Massimiliano tese gli orecchi.«La grande novella è questa, che al 15 del passato mese di novembre, alle 9 precise di sera, ho dato alla luce un bambino....»Il Nebioli lasciò cader di mano laGazzetta, sua moglie si alzò in piedi e appoggiandosi alla spalliera della sedia del medico cercò di leggere nel foglietto ch'egli teneva spiegato davanti; ma i suoi occhi indeboliti e velati dal pianto non vedevano che una gran confusione nella fitta e scapigliata calligrafia della figliuola.—Un bambino!—esclamò il signor Massimiliano—come mai?—Probabilmente come le altre donne—rispose ironicamente il dottore.—Ma forse dirà ella stessa qualche cosa di più.E riprese la frase interrotta.«.....Un bambino il quale sebbene nato in sette mesi.....»—Quando s'è maritata la Margherita?—chiese il vecchio brontolone in tuono aspro a sua moglie.—Non lo sai? In maggio—disse la signora Gertrude.—Già, il mese..... ah stavo per dirla grossa. Maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre..... Per fare i sette mesi bisogna metterci della gran buona volontà.....—Via, mettetecela—disse il dottore. E continuò:«Il quale sebbene nato in sette mesi è vispo e robusto e a cui ho dato il nome di Massimiliano.»Il signor Nebioli fece spalluccie in segno di indifferenza, ma nello stesso tempo si soffiò due volte il naso rumorosamente, e alzatosi dalla sedia si mise a passeggiare per la stanza.—Massimiliano—disse con accento commosso la signora Gertrude,—la senti? Gli ha dato il tuo nome.—Commedie! commedie!—Dottore, interponga lei una buona parola—soggiunse a mezza voce la povera donna. Ma egli le accennò ch'era meglio finir la lettura.«Voi non vi aspettavate di diventar nonni così presto, e giudicherete strano che nelle altre due lettere scrittevi io non vi annunziassi quello che si preparava. È giusto, ma non so perchè, io m'ero fitta in capo di farvi un'improvvisata a cose compiute. Speravo davvero che questa creaturina sarebbe stata un maschio (noi donne siamo tanto sfortunate) e pensavo che forse anche babbo, se avessi potuto dirgli: ti è nato un nipotino, avrebbe spianato la sua fronte severa. Per amore di lui, babbo, se non per amor mio, perocchè egli, poveretto, colpe non ne ha. Le sue manine sono pure, i suoi occhi sono innocenti come quelli degli altri bimbi; o perchè dunque troverà egli, al suo entrare nel mondo, meno affetto, meno sorrisi, meno baci ad accoglierlo? Se il vostro cuore dev'essermi chiuso per sempre, oh non sia chiuso almeno per esso. Io gli insegnerò ad amarvi, le prime preghiere che i suoi labbri di rosa alzeranno al Signore saranno per voi; fate che io possa dirgli che voi pure gli volete bene, che voipure qualche volta, tra le pareti della casa ov'io nacqui, pronunciate con dolcezza il suo nome e gli inviate un saluto col mezzo degli augelli che volano, delle nubi che passano, e lo raccomandate al buon Dio che protegge i bambini.—Oh dottore, dottore, non ne posso più—esclamò la signora Gertrude rompendo in un pianto dirotto.—Già le donne non sanno altro che piangere,—urlò il Nebioli che voleva mostrarsi impassibile.—Lancialo finire per Dio... Avanti, avanti, Beverani..... La mia signora figliuola ha la penna spedita come la lingua.E continuò a misurare in lungo ed in largo il salotto, guardando di tratto in tratto la sua ombra sulla parete e dando segni frequenti di essere molto infreddato.Il dottore indirizzò una parola affettuosa alla signora Gertrude, indi proseguì:«Assicurano ch'egli mi somiglia; io non lo, so che mi par tanto bello. Potete immaginarvi che lo allatto io stessa; a trovare una balia si dovrebbe girar mezza provincia, e poi dove ci sarebbero i quattrini da pagarla? Già in questi paesi è sempre necessario di applicare il proverbio:Chi si aiuta, Dio l'aiuta. Se la mamma fosse qui,gliene racconterei di curiose circa al gran momento in cui il signorino è nato. Figuratevi che di levatrici non ce ne sono, ma c'è almeno una dozzina di femmine le quali in questi casi offrono i loro servigi e assordano con le loro grida e coi loro consigli. E siccome non vanno d'accordo fra loro, finiscono quasi sempre coll'attaccar briga e col tirarsi per i capelli. Ugo ha dovuto usar la violenza per cacciarle di camera; egli ha dovuto fareuna carica a fondo, come quand'era soldato diSavoia cavalleria. Quando fummo rimasti soli noi due, egli era pallido, aveva la febbre addosso, e mi chiese:—Margherita, come si fa? Quasi quasi richiamerei qualcheduna di quelle megere.—No, per carità, gli risposi—spicciamoci fra noi altri.—E stringevo la sua mano nella mia mano, e lo guardavo, ed egli guardava me con occhi pieni di lagrime, e diceva con un filo di voce:—Margherita! Margherita!—Di fuori intanto origliavano all'uscio due o tre delle più ostinate comari e gridavano ad Ugo: Signore, faccia così—No, faccia in quest'altra maniera.—Insomma, com'egli facesse lo ignoro, so che di lì a poco ho provato una calma di paradiso e ho inteso un vagito che mi disse: sei madre.«Da quel momento (e passarono omai venticinque giorni) sono come un'altra persona e capisco che tutto quel che si dice dell'amor materno è al disotto del vero, o piuttosto non si può dirne nulla finchè non si è madri. Faccio mille castelli in aria, mi sento più ricca e non desidero ormai che due cose: di ricevere il vostro perdono e di vedere Ugo meno sfiduciato. Egli ha perduto una gran parte del buon umore che gli rendeva tollerabile la sua posizione, si affanna per l'avvenire mio, per l'avvenire del nostro Massimiliano e rimane qualche volta col bimbo in braccio senza profferir parola. Ah! odo i suoi passi. Credevo di finir questa lettera oggi, ma la finirò domani.••••••••••••••••«Ripiglio la penna ancora tutta sbalordita da una risoluzione che abbiamo presa con Ugo... È una risoluzione assai grave, ma Ugo dice: a mali estremi, estremi rimedi.«Ieri egli era più mesto del consueto. Andò alla cuna del bimbo che dormiva e si chinò a baciarlo, poi mi fissò gli occhi in viso due, tre volte, come se volesse parlare e gliene mancasse il coraggio.—Ugo, gli diss'io in tuono di rimprovero, avresti segreti per me?—Ascoltami, egli rispose,e mi passò il braccio intorno al collo: qui non ci posso più vivere, mi ci logoro la salute e l'ingegno, e del resto m'è insidiato anche lo scarso pane che guadano. Il segretario comunale e alcuni consiglieri sono miei nemici e cospirano per togliermi il posto e mettere in vece mia una loro creatura che non avrà il torto massimo di essere forestiero. La mia dignità mi costringe a dar le mie dimissioni.—E tu dalle—io proruppi. Egli sorrise tristamente.—E poi?—E poi, replicai, si cerca un altro nido.—Senti amor mio, egli ripigliò, se per qualche mese, se per qualche tempo, io dovessi girare il mondo in traccia di fortuna, credi tu che i tuoi genitori darebbero asilo a te e a nostro figlio?»—Sì, sì—esclamò la signora Gertrude fra i singhiozzi.—Che ne sai tu?—interruppe suo marito con la usata ruvidezza.—Sono io che devo decidere... Vuoi scommettere intanto che quel Lucifero della nostra figliuola non si degnerebbe d'entrare in casa senza il suo illustre consorte?... Oh! ma del resto è successo ciò ch'io prevedevo... è successo appuntino... doveva finire così... Quando si sposa un disperato, un.....—Volete lasciarmi continuare?—disse il dottore. Siamo ormai alle ultime pagine.«Io debbo essere diventata assai pallida perchè Ugo si affrettò a farmi sedere e mi a supplicò che mi calmassi. Ma io m'ero aggrappata alla sua persona e gli gridavo con voce, affannosa che non avrei consentito a staccarmi da lui nè per un giorno, nè per un'ora, nè per un minuto, che dovunque egli andasse sarei andata anch'io, che il godere gli agi della casa paterna mi sarebbe parso un delitto, lui lontano, povero, ramingo, che perfino la gioia del vostro perdono mi sarebbe stata tolta non avendolo al fianco.—Ero sicuro che avrebbe risposto così—disse il signor Massimiliano.—È nel suo carattere.—Un bel carattere, confessatelo—soggiunse il dottore senza staccar gli occhi dalla lettera.—Ma dunque, per carità, che cosa è succeduto?—chiese ansiosamente la signora Gertrude..—Or ora vedremo—replicò il medico.«La sua fisonomia—così proseguiva la Margherita—si fece raggiante, sparirono le nubi dalla sua fronte, sparirono dalle sue guancie i solchi che le assidue cure vi avevanoscavato, egli tornò splendido di bellezza e di gioventù come nel primo giorno in cui gli diedi il mio cuore.—Me lo aspettavo, egli disse baciandomi. Tu dunque, fuor che dell'esser divisa da me, non ti sgomenteresti di nulla?—Di nulla.—Mi seguiresti anche fuori d'Italia?—In capo al mondo.—Hai paura del mare?—No.—Egli trasse allora di tasca una lettera scrittagli da un suo buon amico di Genova al quale egli si era raccomandato per un impiego.Vuoi andare a Buenos Ayres?gli chiedeva l'amico,c'è un posto presso una casa italiana. Diecimila franchi di stipendio e alloggio e vitto per te e per la tua famigliuola. Se accetti, preparati a partire col vapore che salpa da qui il 28 di questo mese.—Vanno a Buenos Ayres! Vanno in America?—gridò disperatamente la signora Gertrude.—Massimiliano, ciò non è possibile... Massimiliano, rispondi per carità.Il signor Massimiliano aveva smesso di passeggiare e s'era avvicinato al dottore.—Taci un momento, Gertrude—egli disse a sua moglie—sentiamo il resto.L'inflessione della sua voce era diversa dal solito, egli che non parlava mai che per imporre, pareva quasi voler pregare. Sua moglieafferrò una delle sue mani, e coprendola di baci e di lagrime tornò alla carica:—Massimiliano, per carità, dimmi che non lascierai che la tua unica figlia vada in quei paesi remoti...Il naturale violento del Nebioli riprese il disopra.—Vuoi tacere, per Dio? Vuoi lasciar finire questa disgraziata lettera?La signora Gertrude aveva tanto l'abitudine di obbedire che non seppe ribellarsi nemmen questa volta; ella fece silenzio, ma continuò a tener stretta nelle sue la mano di suo marito.«Ho pensato subito a voi—lesse il dottore con accento commosso—e dissi ad Ugo:—E i miei genitori?—Non ti hanno essi chiusa la porta della loro casa? egli replicò.—È vero.—Non hanno lasciato senza risposta tutte le tue lettere?—È vero, pur troppo, è vero. Stetti in forse ancora un istante; poi mi decisi.—Accetta e occupiamoci dei preparativi della partenza.—Egli mi gettò le braccia al collo e.....—Ed egli è uno scellerato—scoppiò come un fulmine il signor Massimiliano svincolandosi da sua moglie e gettando in terra con gran fracasso tutto ciò che gli capitava davanti.—Non gli basta di averci rubato la figlia, vuol portarcela anche al di là dei mari, vuol farla morire di fatiche, di stenti..... Un mesedopo il parto, con un bambino da latte, le fa imprendere un viaggio a cui non reggono talvolta nemmeno i più vigorosi..... E non c'è galera per questi delitti, e non c'è forca..... Ma voi, Beverani, voi lo compatirete, voi lo difenderete, non è vero? Non si può saperla la vostra opinione?—La mia opinione—rispose il medico—è di leggere la mezza paginetta che manca a compiere la lettera; poi vi dirò quel che farei nel caso vostro.—Oh ci saranno le frasi d'uso..... Quelle tenerezze ridicole a cui corrisponde sì bene l'effetto..... Morale moderna!«Egli mi gettò le braccia al collo—riprese il Beverani rileggendo la frase già letta—e mi susurrò in un bacio: tu sei un angelo.—No, diss'io, sono una donna che ti ama. Una cosa però è forza che tu mi conceda. Anticipiamo di ventiquattr'ore la nostra partenza e passiamo un giorno a Venezia. Prima di abbandonar l'Europa per non tornarvi forse mai più è necessario che io tenti almeno di vedere un'ultima volta i miei genitori. Egli mi ribaciò e accondiscese al mio desiderio. Abbiamo fatto tutti i nostri conti. Oggi è il 19, sabato. Noi partiremo di qui lunedì e saremo a Venezia mercoledì alle cinque pomeridiane.—Posdomani!—sclamarono a una voce il signor Massimiliano e la signora Gertrude.—Mercoledì abbraccierò la mia padroncina—gridò, battendo festosamente le mani, la cameriera che s'era introdotta pian piano nel salotto.Il signor Massimiliano si voltò per sgridarla, ma non seppe aprir bocca.—Non ci sono ormai che due sole righe—osservò il dottore. E lesse:«Ci faremo condurre a un albergo, poi verremo da voi, e io non suppongo neppure che non vogliate riceverci, e vi mando in anticipazione mille baci. Ah! la mia lettera è un gran pasticcio, ma non ho più tempo di rifarla perchè ho da attendere ai miei bauli. Addio, addio, anche da parte di Ugo... Il mio bimbo si sveglia e mi chiama con un vagito... Forse vuol mandarvi a salutare anch'egli.«Margherita.»—Dunque Margherita sarà qui posdomani... farà il Natale con noi—disse la signora Gertrude che di tutta la lettera non ricordava ormai che questa notizia e quasi non credeva a se stessa.—E viene anchelui? E bisognerà accogliereanche lui?—- soggiunse come parlando fra sè il signor Massimiliano.—Quel cane che vuol portarla a Buenos Ayres!...—Che Buenos Ayres?—interruppe il dottore alzandosi in piedi.—Sapete che vi ho da dire?... Che l'alloggio di vostra figlia e di vostro genero dev'essere la vostra casa e non un albergo, che quando essi sian qui non dovete più lasciarli andar via, che la parte del tiranno l'avete fatta anche troppo a lungo, e che la vostra Margherita l'avete castigata anche troppo.....—Dovevo anzi premiarla?—La si è maritata a suo modo, e ha fatto male, non c'è dubbio, ma in fin dei conti le ragazze si sposan per loro e non per uso dei genitori e la Margherita trovò almeno un galantuomo...—Non mi fate dire spropositi, Beverani. Un galantuomo che seduce una fanciulla...—E la sposa.—Sì, contando sul perdono del padre babbeo.—Ci contava tanto poco che stava per andare in America.—Baie! Non credo più al viaggio in America.—Non ci credete? Allora vi dirò che vostra figlia mi scrive supplicandomi di prestare a suo marito 1000 lire che gli mancano a pagare i posti sul vapore.—E voi le presterete?—Sicuro, a meno che voi non vi decidiate a farla finita, dando a vostra figlia la dote che le avevate destinata e lasciandola vivere agiatamente con lo sposo ch'ella si è scelto....—Oh corpo..... come avviene che tutto questo zelo vi capita da un momento all'altro?—Mio Dio, perchè trovavo giusto in passato che la condotta di Margherita avesse la sua punizione, e trovo adesso che quella giovane ha espiato largamente i suoi falli.—Già, voi avete la sapienza di Salomone—brontolò il signor Massimiliano.La signora Gertrude era esterrefatta. Ella non aveva mai inteso alcuno a parlare con tanta libertà a suo marito e non sapeva intendere com'egli, malgrado tutto il rispetto pel dottore Beverani, non prorompesse in una di quelle sfuriate che le facevano venir la pelle d'oca.Ma la cameriera Marina la confortava dicendole—Vedrà che cede..... Il padrone è così... A esser conigli non ci si guadagna con lui... E poi, la padroncina è stata sempre il suo occhio destro.Il signor Massimiliano fece ancora quattro giri per la stanza torcendo fra le mani il fazzoletto; indi si piantò ritto ed immobile davantia sua moglie—Invece di mandar acqua da tutte le parti come una fontana, mi sembra che potreste almeno pensare a far allestire le camere.....—Oh Massimiliano—sclamò la povera signora, tu dunque acconsenti?...—Io! Io! E lei,madama? In tutto il tempo dacchè nostra figlia è partita s'è mai potuto sentir da lei un'opinione franca?... Lamenti, piagnistei, sospiri e niente più di così...—Ma mi lasciavi forse parlare?—Via, via, non vi bisticciate, chè s'ha da stare allegri. Beninteso che voglio guadagnarci qualche cosa anch'io. Per la vigilia di Natale verrò a pranzo con voi altri—disse il Beverani.—Oh dottore, sia benedetto, venga, venga. Le si deve tutto—replicò la signora Gertrude prendendogli la mano.—Come volontieri le darei un bacio!—soggiunse in un trasporto d'entusiasmo la cameriera che adorava la sua padroncina.—Troppo tardi, Marina—rispose ridendo il dottore.—Bisognava risolversi vent'anni fa quando ve l'ho domandato.....—Che cosa va a tirar fuori!—replicò la donna facendosi rossa.—Non c'è punto da arrossire, perchè miavete detto di no... Ma voi Massimiliano, non mi offrite niente?—Scusate, ma non so raccapezzarmi..... Darei la testa nei muri..... Quella lettera, quelle vostre parole..... insomma penso alla bella figura che faccio io dopo tante proteste, dopo tante dichiarazioni di fermezza..... Sia pure..... ci vuol pazienza... Marina?—Comandi.—Va a pigliare una bottiglia di Cipro stravecchio.—Oh questa è una risoluzione che mi piace. Non c'è quanto un bicchierino di Cipro per far passare le ubbie. Posdomani poi a quest'ora ne beveremo un altro con la Margherita...—Margherita, Margherita, quanto mi hai fatto soffrire e quanto bene ti voglio ancora!—disse il Nebioli. E si coprì il viso colle palme, e scoppiò in un pianto dirotto, irrefrenabile. Non ci voleva di più per far piangere nuovamente anche la signora Gertrude.—Sta a vedere che finisco coi fare il terzo—osservò il Beverani passandosi la mano sugli occhi.Per buona ventura entrò intanto la cameriera col Cipro. Aveva ella pure una gran voglia di commuoversi, ma il Beverani la sollecitò a non far bambinate e a sturare la bottigliasenza romperla. Quando il liquore fu mesciuto, il medico vuotò il primo bicchierino gridando:—Alla salute degli sposi e del bimbo!Il signor Massimiliano si rasciugò in fretta le lagrime e bevette. Dopo di lui la signora Gertrude e la Marina.—Sia ringraziato il cielo! La pace è fatta!—concluse il dottore.Era per andarsene quando sentì la mano del Nebioli nella sua.—Sarà per la povera famiglia di cui ci avete discorso prima—disse il ruvido vecchio lasciando scivolar fra le dita del medico un biglietto di banca di cinquanta lire.—E fate che preghino.....—Per i vostri peccati?—chiese il Beverani ch'era un po' scettico.....—No, ma perchè il Signore mi dia la forza di accogliere benecolui..... mi capite..... Vi assicuro... non so ancora persuadermi.....—Oh si persuaderà, si persuaderà, ripetè il dottore scendendo le scale.

È una sera di dicembre. Il signor Massimiliano Nebioli, uomo sui sessanta, che porta parrucca ed occhiali, è seduto, con tanto di muso, dinnanzi alla tavola del salotto da pranzo, e legge laGazzetta di Venezia, lagnandosi di tratto in tratto perchè il lume a petrolio non fa abbastanza chiaro, o fuma, o scoppietta. La signora Gertrude sua moglie è sprofondata in una poltrona vicina alla stufa e sonnecchia, o fa le viste di sonnecchiare.

Di fuori è un tempo d'inferno. Piove, nevica e soffia un vento di tramontana da intirizzire. È una di quelle notti nelle quali i felici del mondo, ravvolgendosi fra le coltri, mettono filantropiche esclamazioni:—Poveretti quelli che non hanno fuoco da scaldarsi,nè panni da coprirsi, nè un buon bicchiere di vino da rifocillarsi il sangue! Poveretti i poveretti, insomma!—Poi uno sbadiglio, una stiratina di braccia e tutto è finito.

Qualche volta il vento è così forte che ne tremano anche le doppie impannate del salotto e le tendine di lana si agitano con una leggera ondulazione. La fiamma del lume approfitta di questi momenti critici per dare un piccolo guizzo e il signor Massimiliano brontola più forte e protesta contro la servitù che non sa chiuder bene le finestre.

—Bisogna metter dell'altra legna nella stufa—egli dice a un certo punto rivolgendosi a sua moglie. Ella, che obbedisce a suo marito come un cagnolino, si alza dalla poltrona, tira il campanello, poi torna al suo posto. Un osservatore attento noterebbe due cose: primo, che la signora Gertrude ha gli occhi rossi; secondo, che nel tragitto dalla poltrona al sofà ov'è il cordone del campanello, ella cammina in modo che il suo consorte non possa vederla in viso. Guai a lei s'egli s'accorgesse ch'ella ha pianto!

All'appello della padrona è accorsa la Marina, la vecchia cameriera di casa, col naso rosso dal freddo, con le mani conserte sotto il grembiale e con la testa sprofondata fra lespalle, come lumaca che ha ritirate le corna. La Marina non ha neppur ella un viso allegro, effetto forse della stagione.

—Fate dell'altro fuoco—ordina la signora Gertrude.

—E chiudete meglio le imposte—soggiunge il signor Massimiliano.

—Ma se son chiuse benissimo—dice la cameriera.

—Niente affatto; venite qui e sentirete che arietta.

—Sfido io, col vento che c'è fuori. Vorrei che passasse un po' in sala... Che Siberia!

—È una Siberia anche qui... Non sapete nè accendere la stufa nè chiudere le finestre.

La Marina, che ha la lingua lunga, sta per replicare, ma è trattenuta da uno sguardo supplichevole della padrona. Così ella ringhiotte le sue osservazioni, e inginocchiata davanti la portella della stufa caccia della nuova legna tra le bragie, e con le molle, col soffietto e un poco anche col fiato, raccende il fuoco, che divampa allegro e rumoroso e illumina la parete.

—Avete aperto il registro, per Dio?—grida in tuono burbero il signor Massimiliano.

—Eh mi pare che se non lo avessi aperto, a quest'ora ci sarebbe già la stanza piena di fumo.

—So che non fate mai nulla a modo—continua il signor Nebioli per giustificare la sua diffidenza.

Questa volta la Marina non può reprimere un lunghissimoauff, che però, a uno sguardo della signora Gertrude, ella fa terminare in uno starnuto.

Appena ella è uscita il signor Massimiliano brontola:—Petulante!

Poi torna a immergersi nella lettura dellaGazzetta, commentando da sè le notizie:—Arnim fu condannato a tre mesi di carcere. Ci ho gusto. Non c'è modo di governare se non c'è rispetto per l'autorità. Ormai ciascuno vuol fare il suo talento. I popoli non vogliono obbedire ai governi come i figliuoli non vogliono obbedire ai genitori. Bel mondo!

La signora Gertrude trasse un sospiro dal petto.

—Che cosa c'è?—ripigliò il signor Massimiliano.—Hai perduto la parola? Adesso in casa non si discorre che per sospiri.

—C'è proprio da stare allegri—insinuò timidamente la signora Gertrude.

—Cominciamo coi soliti piagnistei—disse l'ameno signor Nebioli, sbattendo con forza laGazzettasulla tavola.

—Vedi se non è meglio ch'io mi taccia?

—Meglio niente affattissimo... Si discorre tranquillamente, quietamente come fanno gli altri... come faccio io... Ed eccoci da capo a piagnucolare... Vorrei sapere che cosa ci sia di speciale stassera...

—Nulla, nulla...

—Nulla un cavolo... sentiamo, via.

—C'è, c'è... che penso alle belle feste che ci si preparano.

—Oh corpo di un cannone! E ne ho colpa io se passeremo le feste male?

—Chi dice questo?

—Sono io che ho detto alla nostra figliuola di scapparci di casa? Sono io che l'ho gettata in braccio ad uno spiantato, ad un brigante, ad un ladro?...

—Massimiliano, per carità, quanto all'essere uno spiantato non c'è dubbio, ma un ladro poi, un brigante...—osservò la signora Gertrude con un coraggio di cui ella stessa non si sarebbe creduta capace.

Infatti suo marito andò su tutte le furie:—Già lo so che tu lo difendi, già lo so che tu trovi degnissima di lode la condotta di quei due signori...

—Ma no, Massimiliano, no...

—Ah non è un ladro, non è un brigante... Sì che è un ladro, è un ladro di fanciulle; sìche è un brigante, perchè assassina una famiglia... E poi ci sono questi conforti! Quando si mette in campo un tale argomento, quando si ragiona,madamaprende le parti dell'avventuriere e della figlia insubordinata... Avrei voluto vedere io se lei avrebbe consentito a farsi sposare in quella maniera, avrei voluto vedere se il suo signor padre mi avrebbe passato buono un tiro simile a quello dicolui! Mi si è pesato e ripesato su non so quante bilancie, e ci mancò poco che non mi si rimandasse pei fatti miei perchè non avevo blasone. La signora eracontessa, e ci teneva...

—Oh Massimiliano, come puoi dir questo?

—Ci teneva tanto che il suo più bel sogno era quello di far contessa sua figlia, di darla ad un nobile... Va là, cara, che l'hai trovato il genero nobile.

—Senti, Massimiliano, hai ragione, sono stati crudeli, sono stati infumi, se vuoi, ma quel lasciarli patire... ricchi come siamo.

Il signor Nebioli tornò a scoppiare come una bomba:

—Nemmeno un centesimo non voglio dar loro finchè vivo, no, nemmeno un centesimo... Quando sarò morto s'ingrasseranno a loro agio... Già lo so che molti desiderano la mia morte... Ma io voglio farli aspettare un pezzo, perchèal mondo mi ci trovo benissimo... Se non fossero questi piagnistei che ho in casa.

E alzatosi dalla seggiola si mise a passeggiare su e giù per la stanza.

La signora Gertrude si alzò ella pure. Ella era combattuta fra la soggezione straordinaria che le aveva sempre inspirato suo marito, e il convincimento che la severità di lui era eccessiva e ch'ella non faceva opera di buona madre obbedendogli in tutto. Le si spezzava il cuore a pensar che sua figlia, a tanti chilometri di lontananza, non aveva forse modo di render meno squallido il suo desco per le feste del Natale. Ella avrebbe potuto mandarle qualche cosa di soppiatto, ma non sapeva nasconder nulla a Massimiliano, e Massimiliano non voleva neppure ch'ella scrivesse alla ingrata, alla perfida Margherita. E sì ch'egli l'aveva amata tanto questa figliuola, l'aveva fatta regina del suo cuore e della sua casa; burbero con tutti, era stato con lei dolce, compiacente, le aveva prodigato mille doni e mille carezze! E l'amava ancora, ed era soltanto la sua indole puntigliosa e caparbia che gl'impediva di perdonarle. Ma aveva i suoi momenti di debolezza ed erano appunto quelli in cui egli prorompeva con maggiore violenza. Sentendo che il fuoco andava languendo, loattizzava egli stesso, si scagliava senza misura contro i colpevoli e quando li aveva colmati di vituperii tornava a persuadersi che il loro delitto era stato ben grave. Una donna più avveduta della signora Gertrude, anzichè atterrirsi di queste sfuriate, avrebbe dato loro il vero significato, le avrebbe accolte come sintomi di resipiscenza, e sarebbe tornata vigorosamente alla carica. Ma ella si ritirava subito impaurita e si limitava a piangere in silenzio e di nascosto. Il suo unico conforto era quello di non opporsi a suo marito, di seguire in tutto i suoi desiderii. I deboli non si accorgono mai che anche i despoti hanno qualche volta il desiderio di esser contraddetti, e che se non lo manifestano gli è perchè temono di perdere la riputazione di fermezza a cui devono la loro forza.

A ogni modo quella sera la signora Gertrude era un po' meno timida del consueto. Ed ella si spinse fino a dire con un fil di voce:—Non si potrebbe almeno per queste feste?...

—No, no, tre volte no—proruppe il signor Massimiliano dando un gran pugno sopra il pianoforte. Era un pianoforte a coda, di molto prezzo, ch'era stato comperato parecchi anni addietro per la Margherita. Ma dacchè la Margherita se n'era andata, nessuno l'avevapiù aperto, nessuno aveva sentito più la sua voce armoniosa. Ora soltanto, al colpo che ne scuoteva tutta la compagine, le sue corde mandarono un gemito lungo lungo, che parve come un richiamo ai tempi fuggiti ed evocò nella malinconica stanza l'immagine della gentile fanciulla.

Le ultime vibrazioni di quel suono si perdevano nell'aria quando si udì una grande scampanellata.

—Chi viene questa sera?—sclamò il signor Massimiliano, fermandosi in mezzo al salotto con l'atteggiamento d'un cane di guardia che sente il calpestio di passi sconosciuti.

Anche la signora Gertrude tese l'orecchio:—Chiudono la porta.

—Quella stupida servitù avrà certo aperto senza veder prima chi sia—osservò il Nebioli pronto sempre ad interpretare ogni cosa nel modo meno benevolo.

Intanto dal di fuori s'intese una voce:—Non c'è bisogno che mi annunziate. Mi presento, da me.

—È la voce del dottor Beverani—disse la signora Gertrude, pallida ed inquietissima.

—Il dottor Beverani! Che cosa può volere?—masticò fra i denti il signor Massimiliano corrugando la fronte.

Si spalancò l'uscio ed entrò un uomo alto e grosso, col bavero tirato su fino agli occhi, col cappello in testa e con le mani sprofondate nelle tasche della pelliccia. E sulla pelliccia e sulle falde del cappello si andavano liquefacendo larghi fiocchi di neve.

—Buona sera! Buona sera!—disse il nuovo arrivato.—Domando scusa se entro così, ma fa un tal freddo che non ebbi il coraggio di levarmi il soprabito nell'andito.

Il signor Nebioli avrebbe avuto una gran voglia di mandare a spasso l'incivile che veniva a colare come una grondaia nel suo salotto da pranzo, ma il dottor Beverani era una persona di riguardo, medico di casa da un pezzo, socio di più accademie, cavaliere di più ordini, e non conveniva usargli scortesia. Inoltre la sua visita non era certo senza grave motivo e destava una legittima curiosità anche nel signor Massimiliano.

Il dottore spiegò tranquillamente sopra una sedia la sua pelliccia, depose sopra un'altra il suo cappello e poi si appoggiò con la schiena alla stufa.

—Ah qui si respira un'altra aria—egli esclamò soddisfatto.—Dunque, con più calma, buona sera, signora Gertrude, buona sera, Massimiliano.

La signora Gertrude rispose un timido—buona sera—e suo marito emise alcuni suoni inarticolati.

Però il dottor Beverani non parve curarsi di questo gelido saluto, ed egli continua:—Beati quelli che possono far salire a forza di legna il termometro a dodici gradi! Fuori siamo a tre o quattro gradi sotto zero..... Fui or ora in una casa di poveri ove c'erano dei bambini che tremavano di freddo da far compassione. Un locale terreno, senza vetri alle finestre, un focolare spento, e lungo una parete due pagliericci senz'altre coperte che di miseri cenci. Su una sedia, ravvolta in uno scialle sdrucito, una vecchia con la febbre addosso. Ha una bronchite di cui potrebbe anche guarire se andasse all'ospedale...

—E perchè non ci va?—chiese il Nebioli infastidito.

—Perchè la mamma dei bimbi è morta l'anno passato, e durante il giorno quando il padre lavora, o chi guarderebbe quelle creaturine? Eh! A chi sta sdraiato nel suo seggiolone vicino al caminetto, la filosofia è facile e con un paio di sentenze si accomoda tutto... Ma quando le cose si vedono dappresso, allora è un altro paio di maniche... I comunisti han torto, ma nondimeno, una volta all'anno, in inverno, divento comunista anch'io....

—Tanto fa petroliere—saltò su il signor Massimiliano—ma, scusate, non siete venuto a farci visita che per narrar queste malinconie?

—No davvero, per quanto piacere abbia di veder voi e la signora Gertrude, non mi sarei spinto fin qui senza una ragione seria, in mezzo al vento e alla neve.

—Vergine Santa!—sclamò la signora Gertrude—ho in cuore il presentimento di una disgrazia.

—E che disgrazie volete che ci siano?—urlò suo marito per dissimulare, secondo il solito, con le grida, l'inquietudine che si era impadronita anche di lui. E avrebbe continuato nei medesimo tuono, se il dottor Beverani non avesse preso subito la parola.

—No, no, buona signora—egli disse avvicinandosele e prendendole ambe le mani—non ci saranno disgrazie. Ho una lettera da consegnare...

—Una lettera? Per me dunque?—interruppe il signor Massimiliano.

—Per voi e per vostra moglie... La persona che scrive vuol essere sicura che la lettera sia giunta nelle vostre mani... Ha scritto ancora, e...

—E non voglio veder nulla—gridò ilNebioli voltandosi da un'altra parte.—Ho capito chi è la persona che scrive; ella è morta per me.

La signora Gertrude avrebbe dato dieci anni della sua vita per trovare un lampo di energia in quel momento, per farsi consegnar quella lettera, per aprirla, per baciarne i caratteri; ma era inutile, ella ormai non sapeva che piangere. E si nascose il volto fra le palme e soffocò i suoi singhiozzi.

Il dottore non ismarrì punto la sua calma alle brusche risposte del vecchio bisbetico, ma estrasse di tasca la lettera e ripigliò:—Voi leggerete questo foglio, Massimiliano.

—Vi dico di no—rispose costui, dando però un'occhiata di sbieco alla sopracoperta che il medico aveva avvicinato al lume.

—O lo lascierete leggere a vostra moglie.

—Nemmen per idea.

—Allora lo leggerò io... La Margherita me ne dà facoltà... Fatemi portare una candela perchè alla luce del petrolio io non leggo...

—Vi ripeto—cominciava il signor Massimiliano, quando il dottore lo interruppe senza riscaldarsi, ma con una certa aria di autorità:

—Io spero che il medico di casa avrà il diritto di farsi portare una candela e di leggereuna carta. Signora Gertrude, abbia ella la bontà di suonare il campanello.

—Non ce n'è alcun bisogno—disse il vecchio dispettosamente. E rivoltosi a Gertrude:—Se vuole una candela, accendigliela; sulla credenza ce ne sono due... che fai lì come una statua? Santa pazienza!

Il dottore teneva sempre la lettera fra le dita; il signor Massimiliano gliela strappò con un impeto subitaneo.

—Sapete dove meriterebbe di andar questa lettera? Nella stufa.

Quantunque il Beverani fosse certo che una tale minaccia non avrebbe avuto effetto, egli ficcò gli occhi addosso al suo cliente, che pareva magnetizzato da quello sguardo e passava la lettera da una mano all'altra dopo averla tirata fuori dalla sopracoperta ch'egli stracciò in minutissimi pezzi.

Intanto la signora Gertrude faceva inutili sforzi per accendere il lume. Le sue mani tremavano ed ella non riusciva a tener fermi i fiammiferi vicino al lucignolo.

—Lasci fare a me, buona signora—disse il dottore accostandosele con bontà.—Torni a sedere e si rinfranchi.

—Quella fraschetta ha tempo da perdere—osservò signor Massimiliano che aveva spiegatola lettera e l'aveva scorsa rapidamente con l'occhio.

—Dodici facciate fitte! E che scrittura! Figlia pessima in tutto, anche nella calligrafia!

E gettò con aria sprezzante i foglietti sopra la tavola.

—Son qua io—prese a dire il dottore che si avvicinava tenendo in una mano la candela, e trascinando con l'altra una sedia.—Non m'ero già offerto di farvi io la lettura?

—Se volete leggere, fate il vostro comodo. Nè io, nè mia moglie non aspettiamo lettere, non vogliamo saperne... Per me riprendo laGazzetta—replicò il Nebioli, quantunque con tuono alquanto più rimesso. E sedette fingendo d'immergersi nuovamente nel giornale.

—Va benissimo—disse il dottore senza scomporsi. Spinse verso la tavola la poltrona della signora Gertrude, le accennò di prendervi posto, estrasse dal taschino del panciotto un paio di lenti, le inforcò al naso dopo averle forbite col fazzoletto e poi cominciò:

«Caro babbo, cara mamma,

«Dopo tanti mesi torno a scrivervi. So che non mi risponderete e non oso chiedervi che mi rispondiate, ma in ogni modo seppure ho rinunciato alla speranza di ricevere una vostra lettera e forse di vedervi piùmai, non voglio lasciarvi credere ch'io mi sia dimenticata di voi, ch'io non vi ami più.

—Si può dare un esordio più pretenzioso?—brontolò il Signor Massimiliano alzando gli occhi dallaGazzetta.—Ancora ha ragione lei.

—Attendete alla vostra politica—disse il medico.—No, signora Gertrude, non pianga così!

E ripigliò la lettura.

«Son così piena di brighe che Dio sa quando finirò questa lettera che comincio oggi; dunque non ci metto nemmeno la data. A ogni modo voglio ch'ella vi arrivi prima del Natale, prima di quel Natale che mi desta in cuore una folla di pensieri e di ricordanze. Come volano gli anni! Mi par ieri quand'ero bambina e la povera nonna, facendo capolino col suo gran cuffione bianco dall'uscio della sua camera, mi chiamava misteriosamente con un cenno del capo e tirava fuori dal cassetto una bambola nuova. Mi par ieri quando si preparava l'alberocon la mamma, e i cugini e le cugine venivano a passar la serata in casa nostra. Anche il babbo si metteva di buon umore, e io dicevo a tutti: non è vero che il babbo sia burbero; vedete? egli ride. E ho negli orecchi lo scampanio delle chiese che mi faceva sognareun mondo nuovo e mi empiva lo spirito di visioni dolci e solenni, onde stentavo tanto a dormire, ed ero così beata della mia veglia! Ahimè! La nonna è morta, i cugini e le cugine si sono dispersi, io ho cessato da un pezzo d'essere una bimba e non sono più con voi altri.

Il signor Massimiliano si raschiò in gola e poi starnutì.

—Felicità!—disse il dottore.

«... Non sono più con voi altri. Ebbene, babbo e mamma, se non sono più con voi altri, abbiatevi almeno i miei augurii per le feste che si avvicinano e per l'anno che sta per nascere... Ch'esso vi porti tutte le gioie, ch'esso vi faccia dimenticare tutti i dolori...

—Parole, parole... Roba che si trova nelle antologie—sclamò il Nebioli.

«Di questi dolori, lo so, io ve ne ho recato uno grandissimo, ho disposto del mio cuore contro i vostri desiderii e quando vi trovai inflessibili, vi ho disobbedito. Era il mio primo atto di ribellione, ma, lo confesso, era un atto ben grave. O genitori miei, se io vi dicessi che per risparmiare le vostre lagrime avrei dato il mio sangue, voi non mi credereste...

—No sicuro.

«... Eppure io direi il vero. Ma ciò che non potevo darvi era la mia fede, perchè non si riprende la fede giurata, perchè io amavo Ugo con tutto il trasporto dell'anima mia, come l'amo ancora, come spero di amarlo fino all'ultimo giorno della mia vita. Iddio vorrà concedermi questa grazia, di farmi morire appena o l'amor mio si raffreddi, o si raffreddi l'amor d'Ugo per me.

—Declamazioni da romanzo! Ecco che cosa si guadagna a lasciar leggere cattivi libri alle ragazze. Ma mia moglie...

Gli occhi del signor Massimiliano s'incontrarono con quelli della povera donna i quali nuotavano nelle lagrime ed esprimevano una desolazione così profonda ch'egli troncò a mezzo la frase e prese in mano laGazzetta, sottraendo in tal guisa la faccia agli sguardi indiscreti. Solo si stentava a comprendere com'egli potesse continuare a leggere un foglio, che, tenuto a quel modo, pareva dovesse servirgli da paralume.

Il dottor Beverani fece le viste di non accorgersi di tutte queste manovre e proseguì:

«Del resto, qual sia la mia colpa, per mesi e mesi dopo fatto il gran passo, io sperai nel vostro perdono, sperai che mi avreste riaperte le braccia, attesi una parola vostra.«attesi almeno nuove rampogne... Ohi! Il silenzio è peggiore assai dei rimproveri.... Basta!... Io non vi accuserò di durezza...

—Già, si scambian le parti, è creditrice lei—disse il Nebioli senza mutar posizione.

«No, voi siete sempre il mio buon babbo e la mia buona mamma, e io mi figuro di chiacchierar con voi, come facevo una volta, quando tu, babbo, mi conducevi alla domenica in piazza, e quando con te, mamma, si facevano le nostre lunghe passeggiate fino ai Giardini... Te le ricordi? Con chi esci adesso, la mia povera mamma? Conduci teco la Marina, forse?... Oh, nell'inverno, come si ritornava contente a casa! Oh i bei tramonti dietro la cupola della Salute!... Qui in questo romitorio a cui non si arriva che dopo due ore di mulo, si va sui cosidetti bastioni, e non c'è altro... Due filari di platani, quattro panche di legno, e intorno montagne da tutte le parti, e giù nella valle campi poveri di vegetazione e un fiumicello che pare un fosso. Il sole ha fretta di andarsene; c'è un monte alto, sassoso, sgarbato che ci affretta la sera almeno di due ore. E quando il sole è sparito, che aria fredda, sottile! Brr!

«Però a passeggiare io ci vado poco. Ugoè così stanco quando viene a casa, e io pure, sapete, sono stanca. Lavoro dall'alba fino a sera... C'è stata una interruzione, ma ne parleremo dopo.

«Smetto un momento, indovinate perchè? Perchè sento la pentola che bolle e voglio ritirarla dal fuoco... Vi scrivo dalla cucina... Altro che il mio studio con le sedie imbottite! Tutto il nostro quartiere consiste in questa cucina e in una cameruccia.

«Fra la riga precedente e questa c'è corso un intervallo di due giorni. Non ebbi un minuto di libertà. Ugo fu in letto con un po' di febbre. Egli sapeva ch'ioavevo sul telaiouna lettera per voi altri e mi sollecitava a finirla, ma io ero così apprensiva che non sapevo tener la penna in mano. Grazie a Dio, tutto è terminato.

«Ah, volevo dire alla mamma che non c'è di meglio per diventar brave massaie che il dover farsi tutto da sè... Serva io non ne ho, potete immaginarvelo; la fantesca della mia padrona di casa viene la mattina per un paio d'ore; poi rimango io sola. Ho imparato a spazzare, a stirare, a cucinare.... In quest'ultima funzione riesco a meraviglia.Ugo mi dice sempre: se ci fosse lamateria prima, che buoni piattini uscirebbero dalle tue mani! Ma quella che egli chiama la materia prima non c'è... Qualche volta, in confidenza, sui venticinque o ventisei del mese, c'è alla mattina una preoccupazione nuova, curiosa, vale a dire se ci sarà da pranzo. Vi confesso che questo dubbio produce un effetto strano...

—Povera Margherita!—esclamò con voce flebile e con un gemito la signora Gertrude.

Il dottore, sospendendo un momento la sua lettura, rivolse gli occhi dalla parte ove si trovava il signor Massimiliano. Ma egli continuava ad essere nascosto dietro laGazzetta.

«A ogni modo si arriva al giorno dello stipendio. Un bello stipendio in verità! Con quella gioia della trattenuta ci restano 75 lire e 45 centesimi al mese.....

—Peggio per lei!—gridò il Nebioli facendo la voce grossa.—Perchè ha lasciato la sua casa? Perchè ha lasciato i suoi genitori?

«E con 75 lire e 45 centesimi al mese un pover'uomo deve insegnare a sessanta bimbi, asini e cocciuti, provvisti di babbi più asini e più cocciuti di loro. Il segretario comunale ha levato il saluto a mio marito perchènon giudicò degno del premio suo figlio che in un anno non aveva ancora imparato a scriverecarosenza l'h. E il sagrestano lo guarda in cagnesco perchè egli osò mettere in burla il suo illustre rampollo, il quale un giorno in iscuola disse che il Tevere è la capitale d'Italia. C'è finalmente il barbiere, che attribuisce la caduta del suo primogenito all'esame amene consortesche! Ho proprio paura che abbia ragione il brigadiere dei carabinieri, un lombardo, che quando mi vede mi dice sempre:Che la mi creda, signora, l'è minga un paes per lee.

«Ho dovuto, volere o non volere, far la conoscenza dellesignoredel luogo. Ne conosco una ventina; dieci di esse non sanno leggere affatto; dieci leggono soltanto lo stampato, quattro anche il manoscritto. Che sappiano scrivere non ce ne sono che tre. Al mio arrivo s'è fatto un gran mormorare perchè ero troppoelegante, e un giorno in chiesa, mentre il curato predicava contro il lusso, tutti gli sguardi si sono rivolti su me. Avevo ancora l'abito dipiquetvioletto che mi hai fatto fare nel settembre dell'anno passato..... Adesso, sta tranquilla, mamma, che non pecco per eccesso di vanità. Ho venduto a un merciaiuolo ambulante il vestitovioletto, il mio spillone a mosaico, i miei coralli..... ah i miei coralli m'è costato a venderli; me li avevi regalati tu quando compivo diciott'anni; ma come si fa?... C'erano spese indispensabili, urgenti..... Insomma sono ormai come le altre, quantunque mi facciano l'onore di dirmi che ho qualchecosa che non hanno le altre. Ho ilchic, sentenziò la moglie del pretore che sa due parole di francese.

«A proposito di francese, il babbo non mi rimprovererebbe più di aver sempre libri francesi per le mani. Qui non vi sono libri in nessuna lingua, quando se ne levi qualche libro di devozione, e la cabala del lotto. Al caffè ci sono due giornali, ma un terzo ne riceviamo noi altri (è l'unico nostro lusso) e indovinate che giornale è? IlRinnovamento, a cui Ugo s'è fatto associare da un suo amico di costì per compiacermi. Quando quel foglio arriva a questo romitorio dopo due giorni di viaggio, mi par che capiti un amico a darmi novelle della mia Venezia, de' miei parenti, e benedico a chi ha inventato i giornali. Guardo lo Stato civile, i matrimoni, le morti, guardo i pettegolezzi, le feste da ballo, le baruffe, le serenate sul canal Grande, e vivo ancora nella mia piazza, nelle mie calli, nei mieicampi, negli sfondi misteriosi de' mieirii. E sento venirmi le lagrime agli occhi, ma le asciugo presto, perchè i poveri, e ormai sono povera anch'io, non hanno tempo da piangere, non hanno tempo da cullarsi in fantasie malinconiche. Adesso poi.....

«Ah sì, avevo il capriccio di darvela soltanto per poscritto la grande novella, ma non posso indugiare di più e quasi quasi la penna scrive da sè.....»

Il dottore Beverani fece una piccola pausa; la signora Gertrude lo guardò con trepida ansietà e il signor Massimiliano tese gli orecchi.

«La grande novella è questa, che al 15 del passato mese di novembre, alle 9 precise di sera, ho dato alla luce un bambino....»

Il Nebioli lasciò cader di mano laGazzetta, sua moglie si alzò in piedi e appoggiandosi alla spalliera della sedia del medico cercò di leggere nel foglietto ch'egli teneva spiegato davanti; ma i suoi occhi indeboliti e velati dal pianto non vedevano che una gran confusione nella fitta e scapigliata calligrafia della figliuola.

—Un bambino!—esclamò il signor Massimiliano—come mai?

—Probabilmente come le altre donne—rispose ironicamente il dottore.—Ma forse dirà ella stessa qualche cosa di più.

E riprese la frase interrotta.

«.....Un bambino il quale sebbene nato in sette mesi.....»

—Quando s'è maritata la Margherita?—chiese il vecchio brontolone in tuono aspro a sua moglie.

—Non lo sai? In maggio—disse la signora Gertrude.

—Già, il mese..... ah stavo per dirla grossa. Maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre..... Per fare i sette mesi bisogna metterci della gran buona volontà.....

—Via, mettetecela—disse il dottore. E continuò:

«Il quale sebbene nato in sette mesi è vispo e robusto e a cui ho dato il nome di Massimiliano.»

Il signor Nebioli fece spalluccie in segno di indifferenza, ma nello stesso tempo si soffiò due volte il naso rumorosamente, e alzatosi dalla sedia si mise a passeggiare per la stanza.

—Massimiliano—disse con accento commosso la signora Gertrude,—la senti? Gli ha dato il tuo nome.

—Commedie! commedie!

—Dottore, interponga lei una buona parola—soggiunse a mezza voce la povera donna. Ma egli le accennò ch'era meglio finir la lettura.

«Voi non vi aspettavate di diventar nonni così presto, e giudicherete strano che nelle altre due lettere scrittevi io non vi annunziassi quello che si preparava. È giusto, ma non so perchè, io m'ero fitta in capo di farvi un'improvvisata a cose compiute. Speravo davvero che questa creaturina sarebbe stata un maschio (noi donne siamo tanto sfortunate) e pensavo che forse anche babbo, se avessi potuto dirgli: ti è nato un nipotino, avrebbe spianato la sua fronte severa. Per amore di lui, babbo, se non per amor mio, perocchè egli, poveretto, colpe non ne ha. Le sue manine sono pure, i suoi occhi sono innocenti come quelli degli altri bimbi; o perchè dunque troverà egli, al suo entrare nel mondo, meno affetto, meno sorrisi, meno baci ad accoglierlo? Se il vostro cuore dev'essermi chiuso per sempre, oh non sia chiuso almeno per esso. Io gli insegnerò ad amarvi, le prime preghiere che i suoi labbri di rosa alzeranno al Signore saranno per voi; fate che io possa dirgli che voi pure gli volete bene, che voipure qualche volta, tra le pareti della casa ov'io nacqui, pronunciate con dolcezza il suo nome e gli inviate un saluto col mezzo degli augelli che volano, delle nubi che passano, e lo raccomandate al buon Dio che protegge i bambini.

—Oh dottore, dottore, non ne posso più—esclamò la signora Gertrude rompendo in un pianto dirotto.

—Già le donne non sanno altro che piangere,—urlò il Nebioli che voleva mostrarsi impassibile.—Lancialo finire per Dio... Avanti, avanti, Beverani..... La mia signora figliuola ha la penna spedita come la lingua.

E continuò a misurare in lungo ed in largo il salotto, guardando di tratto in tratto la sua ombra sulla parete e dando segni frequenti di essere molto infreddato.

Il dottore indirizzò una parola affettuosa alla signora Gertrude, indi proseguì:

«Assicurano ch'egli mi somiglia; io non lo, so che mi par tanto bello. Potete immaginarvi che lo allatto io stessa; a trovare una balia si dovrebbe girar mezza provincia, e poi dove ci sarebbero i quattrini da pagarla? Già in questi paesi è sempre necessario di applicare il proverbio:Chi si aiuta, Dio l'aiuta. Se la mamma fosse qui,gliene racconterei di curiose circa al gran momento in cui il signorino è nato. Figuratevi che di levatrici non ce ne sono, ma c'è almeno una dozzina di femmine le quali in questi casi offrono i loro servigi e assordano con le loro grida e coi loro consigli. E siccome non vanno d'accordo fra loro, finiscono quasi sempre coll'attaccar briga e col tirarsi per i capelli. Ugo ha dovuto usar la violenza per cacciarle di camera; egli ha dovuto fareuna carica a fondo, come quand'era soldato diSavoia cavalleria. Quando fummo rimasti soli noi due, egli era pallido, aveva la febbre addosso, e mi chiese:—Margherita, come si fa? Quasi quasi richiamerei qualcheduna di quelle megere.—No, per carità, gli risposi—spicciamoci fra noi altri.—E stringevo la sua mano nella mia mano, e lo guardavo, ed egli guardava me con occhi pieni di lagrime, e diceva con un filo di voce:—Margherita! Margherita!—Di fuori intanto origliavano all'uscio due o tre delle più ostinate comari e gridavano ad Ugo: Signore, faccia così—No, faccia in quest'altra maniera.—Insomma, com'egli facesse lo ignoro, so che di lì a poco ho provato una calma di paradiso e ho inteso un vagito che mi disse: sei madre.

«Da quel momento (e passarono omai venticinque giorni) sono come un'altra persona e capisco che tutto quel che si dice dell'amor materno è al disotto del vero, o piuttosto non si può dirne nulla finchè non si è madri. Faccio mille castelli in aria, mi sento più ricca e non desidero ormai che due cose: di ricevere il vostro perdono e di vedere Ugo meno sfiduciato. Egli ha perduto una gran parte del buon umore che gli rendeva tollerabile la sua posizione, si affanna per l'avvenire mio, per l'avvenire del nostro Massimiliano e rimane qualche volta col bimbo in braccio senza profferir parola. Ah! odo i suoi passi. Credevo di finir questa lettera oggi, ma la finirò domani.

«Ripiglio la penna ancora tutta sbalordita da una risoluzione che abbiamo presa con Ugo... È una risoluzione assai grave, ma Ugo dice: a mali estremi, estremi rimedi.

«Ieri egli era più mesto del consueto. Andò alla cuna del bimbo che dormiva e si chinò a baciarlo, poi mi fissò gli occhi in viso due, tre volte, come se volesse parlare e gliene mancasse il coraggio.—Ugo, gli diss'io in tuono di rimprovero, avresti segreti per me?—Ascoltami, egli rispose,e mi passò il braccio intorno al collo: qui non ci posso più vivere, mi ci logoro la salute e l'ingegno, e del resto m'è insidiato anche lo scarso pane che guadano. Il segretario comunale e alcuni consiglieri sono miei nemici e cospirano per togliermi il posto e mettere in vece mia una loro creatura che non avrà il torto massimo di essere forestiero. La mia dignità mi costringe a dar le mie dimissioni.—E tu dalle—io proruppi. Egli sorrise tristamente.—E poi?—E poi, replicai, si cerca un altro nido.—Senti amor mio, egli ripigliò, se per qualche mese, se per qualche tempo, io dovessi girare il mondo in traccia di fortuna, credi tu che i tuoi genitori darebbero asilo a te e a nostro figlio?»

—Sì, sì—esclamò la signora Gertrude fra i singhiozzi.

—Che ne sai tu?—interruppe suo marito con la usata ruvidezza.—Sono io che devo decidere... Vuoi scommettere intanto che quel Lucifero della nostra figliuola non si degnerebbe d'entrare in casa senza il suo illustre consorte?... Oh! ma del resto è successo ciò ch'io prevedevo... è successo appuntino... doveva finire così... Quando si sposa un disperato, un.....

—Volete lasciarmi continuare?—disse il dottore. Siamo ormai alle ultime pagine.

«Io debbo essere diventata assai pallida perchè Ugo si affrettò a farmi sedere e mi a supplicò che mi calmassi. Ma io m'ero aggrappata alla sua persona e gli gridavo con voce, affannosa che non avrei consentito a staccarmi da lui nè per un giorno, nè per un'ora, nè per un minuto, che dovunque egli andasse sarei andata anch'io, che il godere gli agi della casa paterna mi sarebbe parso un delitto, lui lontano, povero, ramingo, che perfino la gioia del vostro perdono mi sarebbe stata tolta non avendolo al fianco.

—Ero sicuro che avrebbe risposto così—disse il signor Massimiliano.—È nel suo carattere.

—Un bel carattere, confessatelo—soggiunse il dottore senza staccar gli occhi dalla lettera.

—Ma dunque, per carità, che cosa è succeduto?—chiese ansiosamente la signora Gertrude..

—Or ora vedremo—replicò il medico.

«La sua fisonomia—così proseguiva la Margherita—si fece raggiante, sparirono le nubi dalla sua fronte, sparirono dalle sue guancie i solchi che le assidue cure vi avevanoscavato, egli tornò splendido di bellezza e di gioventù come nel primo giorno in cui gli diedi il mio cuore.—Me lo aspettavo, egli disse baciandomi. Tu dunque, fuor che dell'esser divisa da me, non ti sgomenteresti di nulla?—Di nulla.—Mi seguiresti anche fuori d'Italia?—In capo al mondo.—Hai paura del mare?—No.—Egli trasse allora di tasca una lettera scrittagli da un suo buon amico di Genova al quale egli si era raccomandato per un impiego.Vuoi andare a Buenos Ayres?gli chiedeva l'amico,c'è un posto presso una casa italiana. Diecimila franchi di stipendio e alloggio e vitto per te e per la tua famigliuola. Se accetti, preparati a partire col vapore che salpa da qui il 28 di questo mese.

—Vanno a Buenos Ayres! Vanno in America?—gridò disperatamente la signora Gertrude.—Massimiliano, ciò non è possibile... Massimiliano, rispondi per carità.

Il signor Massimiliano aveva smesso di passeggiare e s'era avvicinato al dottore.—Taci un momento, Gertrude—egli disse a sua moglie—sentiamo il resto.

L'inflessione della sua voce era diversa dal solito, egli che non parlava mai che per imporre, pareva quasi voler pregare. Sua moglieafferrò una delle sue mani, e coprendola di baci e di lagrime tornò alla carica:—Massimiliano, per carità, dimmi che non lascierai che la tua unica figlia vada in quei paesi remoti...

Il naturale violento del Nebioli riprese il disopra.—Vuoi tacere, per Dio? Vuoi lasciar finire questa disgraziata lettera?

La signora Gertrude aveva tanto l'abitudine di obbedire che non seppe ribellarsi nemmen questa volta; ella fece silenzio, ma continuò a tener stretta nelle sue la mano di suo marito.

«Ho pensato subito a voi—lesse il dottore con accento commosso—e dissi ad Ugo:—E i miei genitori?—Non ti hanno essi chiusa la porta della loro casa? egli replicò.—È vero.—Non hanno lasciato senza risposta tutte le tue lettere?—È vero, pur troppo, è vero. Stetti in forse ancora un istante; poi mi decisi.—Accetta e occupiamoci dei preparativi della partenza.—Egli mi gettò le braccia al collo e.....

—Ed egli è uno scellerato—scoppiò come un fulmine il signor Massimiliano svincolandosi da sua moglie e gettando in terra con gran fracasso tutto ciò che gli capitava davanti.—Non gli basta di averci rubato la figlia, vuol portarcela anche al di là dei mari, vuol farla morire di fatiche, di stenti..... Un mesedopo il parto, con un bambino da latte, le fa imprendere un viaggio a cui non reggono talvolta nemmeno i più vigorosi..... E non c'è galera per questi delitti, e non c'è forca..... Ma voi, Beverani, voi lo compatirete, voi lo difenderete, non è vero? Non si può saperla la vostra opinione?

—La mia opinione—rispose il medico—è di leggere la mezza paginetta che manca a compiere la lettera; poi vi dirò quel che farei nel caso vostro.

—Oh ci saranno le frasi d'uso..... Quelle tenerezze ridicole a cui corrisponde sì bene l'effetto..... Morale moderna!

«Egli mi gettò le braccia al collo—riprese il Beverani rileggendo la frase già letta—e mi susurrò in un bacio: tu sei un angelo.—No, diss'io, sono una donna che ti ama. Una cosa però è forza che tu mi conceda. Anticipiamo di ventiquattr'ore la nostra partenza e passiamo un giorno a Venezia. Prima di abbandonar l'Europa per non tornarvi forse mai più è necessario che io tenti almeno di vedere un'ultima volta i miei genitori. Egli mi ribaciò e accondiscese al mio desiderio. Abbiamo fatto tutti i nostri conti. Oggi è il 19, sabato. Noi partiremo di qui lunedì e saremo a Venezia mercoledì alle cinque pomeridiane.

—Posdomani!—sclamarono a una voce il signor Massimiliano e la signora Gertrude.

—Mercoledì abbraccierò la mia padroncina—gridò, battendo festosamente le mani, la cameriera che s'era introdotta pian piano nel salotto.

Il signor Massimiliano si voltò per sgridarla, ma non seppe aprir bocca.

—Non ci sono ormai che due sole righe—osservò il dottore. E lesse:

«Ci faremo condurre a un albergo, poi verremo da voi, e io non suppongo neppure che non vogliate riceverci, e vi mando in anticipazione mille baci. Ah! la mia lettera è un gran pasticcio, ma non ho più tempo di rifarla perchè ho da attendere ai miei bauli. Addio, addio, anche da parte di Ugo... Il mio bimbo si sveglia e mi chiama con un vagito... Forse vuol mandarvi a salutare anch'egli.

«Margherita.»

—Dunque Margherita sarà qui posdomani... farà il Natale con noi—disse la signora Gertrude che di tutta la lettera non ricordava ormai che questa notizia e quasi non credeva a se stessa.

—E viene anchelui? E bisognerà accogliereanche lui?—- soggiunse come parlando fra sè il signor Massimiliano.—Quel cane che vuol portarla a Buenos Ayres!...

—Che Buenos Ayres?—interruppe il dottore alzandosi in piedi.—Sapete che vi ho da dire?... Che l'alloggio di vostra figlia e di vostro genero dev'essere la vostra casa e non un albergo, che quando essi sian qui non dovete più lasciarli andar via, che la parte del tiranno l'avete fatta anche troppo a lungo, e che la vostra Margherita l'avete castigata anche troppo.....

—Dovevo anzi premiarla?

—La si è maritata a suo modo, e ha fatto male, non c'è dubbio, ma in fin dei conti le ragazze si sposan per loro e non per uso dei genitori e la Margherita trovò almeno un galantuomo...

—Non mi fate dire spropositi, Beverani. Un galantuomo che seduce una fanciulla...

—E la sposa.

—Sì, contando sul perdono del padre babbeo.

—Ci contava tanto poco che stava per andare in America.

—Baie! Non credo più al viaggio in America.

—Non ci credete? Allora vi dirò che vostra figlia mi scrive supplicandomi di prestare a suo marito 1000 lire che gli mancano a pagare i posti sul vapore.

—E voi le presterete?

—Sicuro, a meno che voi non vi decidiate a farla finita, dando a vostra figlia la dote che le avevate destinata e lasciandola vivere agiatamente con lo sposo ch'ella si è scelto....

—Oh corpo..... come avviene che tutto questo zelo vi capita da un momento all'altro?

—Mio Dio, perchè trovavo giusto in passato che la condotta di Margherita avesse la sua punizione, e trovo adesso che quella giovane ha espiato largamente i suoi falli.

—Già, voi avete la sapienza di Salomone—brontolò il signor Massimiliano.

La signora Gertrude era esterrefatta. Ella non aveva mai inteso alcuno a parlare con tanta libertà a suo marito e non sapeva intendere com'egli, malgrado tutto il rispetto pel dottore Beverani, non prorompesse in una di quelle sfuriate che le facevano venir la pelle d'oca.

Ma la cameriera Marina la confortava dicendole—Vedrà che cede..... Il padrone è così... A esser conigli non ci si guadagna con lui... E poi, la padroncina è stata sempre il suo occhio destro.

Il signor Massimiliano fece ancora quattro giri per la stanza torcendo fra le mani il fazzoletto; indi si piantò ritto ed immobile davantia sua moglie—Invece di mandar acqua da tutte le parti come una fontana, mi sembra che potreste almeno pensare a far allestire le camere.....

—Oh Massimiliano—sclamò la povera signora, tu dunque acconsenti?...

—Io! Io! E lei,madama? In tutto il tempo dacchè nostra figlia è partita s'è mai potuto sentir da lei un'opinione franca?... Lamenti, piagnistei, sospiri e niente più di così...

—Ma mi lasciavi forse parlare?

—Via, via, non vi bisticciate, chè s'ha da stare allegri. Beninteso che voglio guadagnarci qualche cosa anch'io. Per la vigilia di Natale verrò a pranzo con voi altri—disse il Beverani.

—Oh dottore, sia benedetto, venga, venga. Le si deve tutto—replicò la signora Gertrude prendendogli la mano.

—Come volontieri le darei un bacio!—soggiunse in un trasporto d'entusiasmo la cameriera che adorava la sua padroncina.

—Troppo tardi, Marina—rispose ridendo il dottore.—Bisognava risolversi vent'anni fa quando ve l'ho domandato.....

—Che cosa va a tirar fuori!—replicò la donna facendosi rossa.

—Non c'è punto da arrossire, perchè miavete detto di no... Ma voi Massimiliano, non mi offrite niente?

—Scusate, ma non so raccapezzarmi..... Darei la testa nei muri..... Quella lettera, quelle vostre parole..... insomma penso alla bella figura che faccio io dopo tante proteste, dopo tante dichiarazioni di fermezza..... Sia pure..... ci vuol pazienza... Marina?

—Comandi.

—Va a pigliare una bottiglia di Cipro stravecchio.

—Oh questa è una risoluzione che mi piace. Non c'è quanto un bicchierino di Cipro per far passare le ubbie. Posdomani poi a quest'ora ne beveremo un altro con la Margherita...

—Margherita, Margherita, quanto mi hai fatto soffrire e quanto bene ti voglio ancora!—disse il Nebioli. E si coprì il viso colle palme, e scoppiò in un pianto dirotto, irrefrenabile. Non ci voleva di più per far piangere nuovamente anche la signora Gertrude.

—Sta a vedere che finisco coi fare il terzo—osservò il Beverani passandosi la mano sugli occhi.

Per buona ventura entrò intanto la cameriera col Cipro. Aveva ella pure una gran voglia di commuoversi, ma il Beverani la sollecitò a non far bambinate e a sturare la bottigliasenza romperla. Quando il liquore fu mesciuto, il medico vuotò il primo bicchierino gridando:—Alla salute degli sposi e del bimbo!

Il signor Massimiliano si rasciugò in fretta le lagrime e bevette. Dopo di lui la signora Gertrude e la Marina.

—Sia ringraziato il cielo! La pace è fatta!—concluse il dottore.

Era per andarsene quando sentì la mano del Nebioli nella sua.

—Sarà per la povera famiglia di cui ci avete discorso prima—disse il ruvido vecchio lasciando scivolar fra le dita del medico un biglietto di banca di cinquanta lire.—E fate che preghino.....

—Per i vostri peccati?—chiese il Beverani ch'era un po' scettico.....

—No, ma perchè il Signore mi dia la forza di accogliere benecolui..... mi capite..... Vi assicuro... non so ancora persuadermi.....

—Oh si persuaderà, si persuaderà, ripetè il dottore scendendo le scale.


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