CATASTROFE

CATASTROFE

C'era una volta un mesto cavaliero,Assai mesto davvero:Solo abitava in un vecchio castello,Sulla riva del mare:Solea ciascun augelloE ciascun fior che lo vedea passareDi lui meravigliare:Tanto della persona trascurato,Discinto e spettinato,Uscia talor per la contrada intorno.Pure sedea più spesso,Quanto era lungo il giorno,Nella sua stanza, col capo dimesso,Tutto chiuso in sè stesso.Prima del tocco non andava a letto.Dinanzi al caminettoSolea d'inverno consumar le sere;Ci si obliava ancoraPer delle notti intere,E tu invano la voce alzavi allora,Onda del mar sonora.Ed ecco in notte procellosa e nera,Di mezzo alla bufera,Tra il fulminìo che scoppia orrido e fitto,Un grido l'aere fende:Balza il garzone ritto,E un'angoscia infinita il cor gli prende,Com'ei quel grido intende.E si picchia alla porta. Oh non invanoPicchi, o vezzosa mano!Ei corre al saliscendi e tutto l'alza.Ed alto a lungo il tiene.Or seminuda e scalzaUna donna che appena si sostieneSu per le scale viene.Egli è in cima di queste, e dal suo cantoTace e fa lume intanto.«Io son qui per morire ai piedi tuoi,Per chiederti perdono...Tu ancor bene mi vuoi...Se ti lasciai per altri in abbandono,Mira in che stato or sono!» —Questo disse la donna, ed ei rispose:«Ahimè! di queste cosePenetrato son io profondamente.Voi siete assai malata,E fu molto imprudenteL'arrischiarvi a sì lunga passeggiataIn notte sì arruffata.Veniste in legno?.. Oh come sulle spalleNon buttarvi uno scialle?..Bisogno avrete di dormire, io credo;Ho un sol letto e piccinoCh'io volentier vi cedo.Berreste pria qualcosa? Un centellinoDi rumme? un po' di vino?..» —Come udì queste cose la fanciullaNon osò dir più nulla,Ma sull'indifferente alzando gli occhiTimida e sbigottita,S'accasciò sui ginocchiE chinando la testa illanguiditaPassò di questa vita.Il cavalier che al caso inaspettatoNon era apparecchiato,Pur vedendo la bella creaturaVenire a un tratto meno,Con improvvisa curaSu lei gittossi e d'alta ambascia pienoTentolle i polsi e il seno.Ella era morta, ed egli non sostenneDi viver oltre, e venneAlla finestra, e si buttò di sotto.Com'era naturaleEgli ebbe il collo rotto.Amor, per quanto il salto sia mortaleGià non impresta l'ale.Badino a ciò i Signori e le SignoreChe or fossero in amore.Che se fede al mio dir non si rifiuta,Codesto è il mio parere:Amore è febbre acuta.Badate a voi: non facile è sapereQuel che ne può accadere!

C'era una volta un mesto cavaliero,Assai mesto davvero:Solo abitava in un vecchio castello,Sulla riva del mare:Solea ciascun augelloE ciascun fior che lo vedea passareDi lui meravigliare:

C'era una volta un mesto cavaliero,

Assai mesto davvero:

Solo abitava in un vecchio castello,

Sulla riva del mare:

Solea ciascun augello

E ciascun fior che lo vedea passare

Di lui meravigliare:

Tanto della persona trascurato,Discinto e spettinato,Uscia talor per la contrada intorno.Pure sedea più spesso,Quanto era lungo il giorno,Nella sua stanza, col capo dimesso,Tutto chiuso in sè stesso.

Tanto della persona trascurato,

Discinto e spettinato,

Uscia talor per la contrada intorno.

Pure sedea più spesso,

Quanto era lungo il giorno,

Nella sua stanza, col capo dimesso,

Tutto chiuso in sè stesso.

Prima del tocco non andava a letto.Dinanzi al caminettoSolea d'inverno consumar le sere;Ci si obliava ancoraPer delle notti intere,E tu invano la voce alzavi allora,Onda del mar sonora.

Prima del tocco non andava a letto.

Dinanzi al caminetto

Solea d'inverno consumar le sere;

Ci si obliava ancora

Per delle notti intere,

E tu invano la voce alzavi allora,

Onda del mar sonora.

Ed ecco in notte procellosa e nera,Di mezzo alla bufera,Tra il fulminìo che scoppia orrido e fitto,Un grido l'aere fende:Balza il garzone ritto,E un'angoscia infinita il cor gli prende,Com'ei quel grido intende.

Ed ecco in notte procellosa e nera,

Di mezzo alla bufera,

Tra il fulminìo che scoppia orrido e fitto,

Un grido l'aere fende:

Balza il garzone ritto,

E un'angoscia infinita il cor gli prende,

Com'ei quel grido intende.

E si picchia alla porta. Oh non invanoPicchi, o vezzosa mano!Ei corre al saliscendi e tutto l'alza.Ed alto a lungo il tiene.Or seminuda e scalzaUna donna che appena si sostieneSu per le scale viene.

E si picchia alla porta. Oh non invano

Picchi, o vezzosa mano!

Ei corre al saliscendi e tutto l'alza.

Ed alto a lungo il tiene.

Or seminuda e scalza

Una donna che appena si sostiene

Su per le scale viene.

Egli è in cima di queste, e dal suo cantoTace e fa lume intanto.«Io son qui per morire ai piedi tuoi,Per chiederti perdono...Tu ancor bene mi vuoi...Se ti lasciai per altri in abbandono,Mira in che stato or sono!» —

Egli è in cima di queste, e dal suo canto

Tace e fa lume intanto.

«Io son qui per morire ai piedi tuoi,

Per chiederti perdono...

Tu ancor bene mi vuoi...

Se ti lasciai per altri in abbandono,

Mira in che stato or sono!» —

Questo disse la donna, ed ei rispose:«Ahimè! di queste cosePenetrato son io profondamente.Voi siete assai malata,E fu molto imprudenteL'arrischiarvi a sì lunga passeggiataIn notte sì arruffata.

Questo disse la donna, ed ei rispose:

«Ahimè! di queste cose

Penetrato son io profondamente.

Voi siete assai malata,

E fu molto imprudente

L'arrischiarvi a sì lunga passeggiata

In notte sì arruffata.

Veniste in legno?.. Oh come sulle spalleNon buttarvi uno scialle?..Bisogno avrete di dormire, io credo;Ho un sol letto e piccinoCh'io volentier vi cedo.Berreste pria qualcosa? Un centellinoDi rumme? un po' di vino?..» —

Veniste in legno?.. Oh come sulle spalle

Non buttarvi uno scialle?..

Bisogno avrete di dormire, io credo;

Ho un sol letto e piccino

Ch'io volentier vi cedo.

Berreste pria qualcosa? Un centellino

Di rumme? un po' di vino?..» —

Come udì queste cose la fanciullaNon osò dir più nulla,Ma sull'indifferente alzando gli occhiTimida e sbigottita,S'accasciò sui ginocchiE chinando la testa illanguiditaPassò di questa vita.

Come udì queste cose la fanciulla

Non osò dir più nulla,

Ma sull'indifferente alzando gli occhi

Timida e sbigottita,

S'accasciò sui ginocchi

E chinando la testa illanguidita

Passò di questa vita.

Il cavalier che al caso inaspettatoNon era apparecchiato,Pur vedendo la bella creaturaVenire a un tratto meno,Con improvvisa curaSu lei gittossi e d'alta ambascia pienoTentolle i polsi e il seno.

Il cavalier che al caso inaspettato

Non era apparecchiato,

Pur vedendo la bella creatura

Venire a un tratto meno,

Con improvvisa cura

Su lei gittossi e d'alta ambascia pieno

Tentolle i polsi e il seno.

Ella era morta, ed egli non sostenneDi viver oltre, e venneAlla finestra, e si buttò di sotto.Com'era naturaleEgli ebbe il collo rotto.Amor, per quanto il salto sia mortaleGià non impresta l'ale.

Ella era morta, ed egli non sostenne

Di viver oltre, e venne

Alla finestra, e si buttò di sotto.

Com'era naturale

Egli ebbe il collo rotto.

Amor, per quanto il salto sia mortale

Già non impresta l'ale.

Badino a ciò i Signori e le SignoreChe or fossero in amore.Che se fede al mio dir non si rifiuta,Codesto è il mio parere:Amore è febbre acuta.Badate a voi: non facile è sapereQuel che ne può accadere!

Badino a ciò i Signori e le Signore

Che or fossero in amore.

Che se fede al mio dir non si rifiuta,

Codesto è il mio parere:

Amore è febbre acuta.

Badate a voi: non facile è sapere

Quel che ne può accadere!


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