FRAMMENTO EPICO
Già Bruto essendo col proprio esercito ai litiDell'Ellesponto giunto, pria ch'egli passasse d'Abido,A tarda notte, sedeva siccome era usatoNel padiglione suo, sepolto in profondo pensiero.Posava il campo nell'ombra e nel grande notturnoSilenzio; ma quasi d'alto le complici stellePiovessero influssi maligni, correva l'arcanoSenso di non so quale sgomento nell'aëre tetro.Mandava intanto la lampada gli ultimi guizziSu quel vigilante capo, cui stretto più intornoFacevasi il cerchio di luce e le tenebre ognoraPiù fitte, siccome dai lati e di mezzo alle piegheDel cortinaggio basso surgessero, oppure di terra.Ma non a ciò dava mente egli cui nulla premevaSe non l'alto, ahi! dubbio fato imminente di Roma.Quand'ecco un suono — lieve, indefinibile suono —Udire gli parve, ond'alzò di subito il capoChe reggea fra le mani, con gli occhi nel buio indagando:E veduto gli venne, tra il fosco orrore notturnoCostà sulla soglia tremendo in aspetto ed immaneDi membra un ignoto. Pria sbigottimento l'assalse;Ma come colui vide zitto ed immobile starsi.Gli chiese chi fosse. Tosto il fantasma rispose:«Sono il mal genio tuo. Bruto; rivedrai me a Filippi.»Senza tema il duce: «Ti rivedrò, disse, a Filippi.» —Quella parvenza allora, quasi mescendosi all'ombreOnd'era uscita, tosto di Bruto agli sguardi si tolse.Poco appresso pertanto Bruto con Cesare essendoVenuto a battaglia, nel pian di Filippi lo vinse.Ma quivi ad un novo scontro accingendosi poscia,E d'azzuffarsi già stando gli eserciti in atto,Ancora ecco a Bruto subito surse dinanziL'orribile spettro che non fe' motto. LaondePresago il duce dello ineluttabile Fato,Come si venne all'armi scagliossi nel mezzo alla mischia,Libera cercando morte sull'aste nemiche.Se non che invano per quanto fu lungo il fataleGiorno la disillusa vita il magnanimo espose.Sol poichè quasi sè stesso incolume videPer gioco, allorquando tutti giacéangli dintornoGli amici estinti, già essendo l'esercito in fuga,Sol finalmente allora lento dal campo si tolseAnch'egli, e dopo non molto in isquallido locoE deserto giunto, quivi imprecando all'inaneVirtù che nulla vale sul ferreo Destino, tenendoL'elsa del brando a terra, e nel petto rivolta la punta,Gittovvisi contro, trafitto sul suolo cadendo.Dall'ampia ferita tosto lo spirito eruppeDisdegnoso e salse, lento solvendosi in alto,Nel tacito aere azzurro, solenne, infinito.
Già Bruto essendo col proprio esercito ai litiDell'Ellesponto giunto, pria ch'egli passasse d'Abido,A tarda notte, sedeva siccome era usatoNel padiglione suo, sepolto in profondo pensiero.Posava il campo nell'ombra e nel grande notturnoSilenzio; ma quasi d'alto le complici stellePiovessero influssi maligni, correva l'arcanoSenso di non so quale sgomento nell'aëre tetro.Mandava intanto la lampada gli ultimi guizziSu quel vigilante capo, cui stretto più intornoFacevasi il cerchio di luce e le tenebre ognoraPiù fitte, siccome dai lati e di mezzo alle piegheDel cortinaggio basso surgessero, oppure di terra.Ma non a ciò dava mente egli cui nulla premevaSe non l'alto, ahi! dubbio fato imminente di Roma.Quand'ecco un suono — lieve, indefinibile suono —Udire gli parve, ond'alzò di subito il capoChe reggea fra le mani, con gli occhi nel buio indagando:E veduto gli venne, tra il fosco orrore notturnoCostà sulla soglia tremendo in aspetto ed immaneDi membra un ignoto. Pria sbigottimento l'assalse;Ma come colui vide zitto ed immobile starsi.Gli chiese chi fosse. Tosto il fantasma rispose:«Sono il mal genio tuo. Bruto; rivedrai me a Filippi.»Senza tema il duce: «Ti rivedrò, disse, a Filippi.» —Quella parvenza allora, quasi mescendosi all'ombreOnd'era uscita, tosto di Bruto agli sguardi si tolse.
Già Bruto essendo col proprio esercito ai liti
Dell'Ellesponto giunto, pria ch'egli passasse d'Abido,
A tarda notte, sedeva siccome era usato
Nel padiglione suo, sepolto in profondo pensiero.
Posava il campo nell'ombra e nel grande notturno
Silenzio; ma quasi d'alto le complici stelle
Piovessero influssi maligni, correva l'arcano
Senso di non so quale sgomento nell'aëre tetro.
Mandava intanto la lampada gli ultimi guizzi
Su quel vigilante capo, cui stretto più intorno
Facevasi il cerchio di luce e le tenebre ognora
Più fitte, siccome dai lati e di mezzo alle pieghe
Del cortinaggio basso surgessero, oppure di terra.
Ma non a ciò dava mente egli cui nulla premeva
Se non l'alto, ahi! dubbio fato imminente di Roma.
Quand'ecco un suono — lieve, indefinibile suono —
Udire gli parve, ond'alzò di subito il capo
Che reggea fra le mani, con gli occhi nel buio indagando:
E veduto gli venne, tra il fosco orrore notturno
Costà sulla soglia tremendo in aspetto ed immane
Di membra un ignoto. Pria sbigottimento l'assalse;
Ma come colui vide zitto ed immobile starsi.
Gli chiese chi fosse. Tosto il fantasma rispose:
«Sono il mal genio tuo. Bruto; rivedrai me a Filippi.»
Senza tema il duce: «Ti rivedrò, disse, a Filippi.» —
Quella parvenza allora, quasi mescendosi all'ombre
Ond'era uscita, tosto di Bruto agli sguardi si tolse.
Poco appresso pertanto Bruto con Cesare essendoVenuto a battaglia, nel pian di Filippi lo vinse.Ma quivi ad un novo scontro accingendosi poscia,E d'azzuffarsi già stando gli eserciti in atto,Ancora ecco a Bruto subito surse dinanziL'orribile spettro che non fe' motto. LaondePresago il duce dello ineluttabile Fato,Come si venne all'armi scagliossi nel mezzo alla mischia,Libera cercando morte sull'aste nemiche.Se non che invano per quanto fu lungo il fataleGiorno la disillusa vita il magnanimo espose.Sol poichè quasi sè stesso incolume videPer gioco, allorquando tutti giacéangli dintornoGli amici estinti, già essendo l'esercito in fuga,Sol finalmente allora lento dal campo si tolseAnch'egli, e dopo non molto in isquallido locoE deserto giunto, quivi imprecando all'inaneVirtù che nulla vale sul ferreo Destino, tenendoL'elsa del brando a terra, e nel petto rivolta la punta,Gittovvisi contro, trafitto sul suolo cadendo.Dall'ampia ferita tosto lo spirito eruppeDisdegnoso e salse, lento solvendosi in alto,Nel tacito aere azzurro, solenne, infinito.
Poco appresso pertanto Bruto con Cesare essendo
Venuto a battaglia, nel pian di Filippi lo vinse.
Ma quivi ad un novo scontro accingendosi poscia,
E d'azzuffarsi già stando gli eserciti in atto,
Ancora ecco a Bruto subito surse dinanzi
L'orribile spettro che non fe' motto. Laonde
Presago il duce dello ineluttabile Fato,
Come si venne all'armi scagliossi nel mezzo alla mischia,
Libera cercando morte sull'aste nemiche.
Se non che invano per quanto fu lungo il fatale
Giorno la disillusa vita il magnanimo espose.
Sol poichè quasi sè stesso incolume vide
Per gioco, allorquando tutti giacéangli dintorno
Gli amici estinti, già essendo l'esercito in fuga,
Sol finalmente allora lento dal campo si tolse
Anch'egli, e dopo non molto in isquallido loco
E deserto giunto, quivi imprecando all'inane
Virtù che nulla vale sul ferreo Destino, tenendo
L'elsa del brando a terra, e nel petto rivolta la punta,
Gittovvisi contro, trafitto sul suolo cadendo.
Dall'ampia ferita tosto lo spirito eruppe
Disdegnoso e salse, lento solvendosi in alto,
Nel tacito aere azzurro, solenne, infinito.